Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.

 

Il welfare? Non è solo un costo

Il nostro modello di welfare va cambiato. Lo si sente ripetere ormai da anni. Non ci sono più soldi, ma i bisogni restano. Come una crisi che sembra non finire mai. Come rinnovare allora l’asse portante che dal dopoguerra in poi ha fatto la differenza tra noi europei e altri paesi occidentali come gli Stati Uniti? Alcuni esempi già ci sono. Ma soprattutto, bisogna iniziare a pensare al welfare non solo come un costo, ma come sistema che produce benefici come il benessere relazionale, la coesione sociale, lo sviluppo economico ovvero come un sistema di economia sociale. È quanto è emerso dalla ricerca “Welfare e (ben) essere: il ruolo delle imprese nello sviluppo della comunità” a cura dell’Assessorato alle politiche sociali dell’Emilia-Romagna, pubblicata a settembre.
L’economia sociale migliora la competitività di un territorio influendo positivamente anche sul tessuto imprenditoriale e sulla sfera pubblica, oltre ad attivare relazioni e legami con il pubblico e le imprese for profit e avviare processi d’innovazione sociale attraverso percorsi di coproduzione e condivisione di obiettivi.

Scrive nell’introduzione al report l’Assessore alle Politiche Sociali Teresa Marzocchi: «Negli ultimi anni la grave crisi economica, che ancora stiamo attraversando, ha avuto pesanti effetti e prodotto riduzioni sostanziali al sistema di welfare dando nuova diffusione a vecchi problemi che consideravamo ormai risolti dopo anni di prosperità e stabilità economica, quali una massiccia disoccupazione anche giovanile, l’insicurezza del posto di lavoro e drastici tagli nel livello di copertura del fabbisogno di beni e servizi primari come la salute, l’istruzione e i servizi sociali. Il nostro settore ha assunto da qualche tempo la consapevolezza che da una situazione così grave si esce solo ricercando soluzioni che vadano nella direzione di un deciso cambiamento di prospettiva in grado di superare l’abituale visione meramente ridistributiva».

Fonte: ricerca della Regione ER su "Welfare e Ben-essere: il ruolo delle imprese  nello sviluppo  della comunità"
Fonte: ricerca della Regione ER su “Welfare e Ben-essere:
il ruolo delle imprese
nello sviluppo
della comunità”

Esempi del nuovo modello da percorrere? Ben sette: le tre esperienze modenesi “Portobello”, che si occupa della redistribuzione di generi alimentari e recupero/riciclo merci, “Cibo amico”, progetto avviato a partire dal 2010 per il recupero dei pasti preparati, ma non consumati; “VolontariAmo” di Marano sul Panaro, che lavora nell’ambito del volontariato d’impresa (disagio e povertà, assistenza socio-sanitaria, disabilità, educazione e minori); “Non congelateci il sorriso” di Rimini, che risponde a un bisogno educativo indirizzato alla prevenzione del fenomeno del bullismo giovanile e alla promozione di una cultura della socialità e della diversità; “Emporio di Parma”, che si occupa della redistribuzione di generi alimentari e recupero/riciclo merci come “Portobello”; “Alici per gli amici” del territorio comacchiese, che risponde a un bisogno educativo e lavorativo volto all’inserimento di lavoratori svantaggiati all’interno delle aziende profit, incrociando l’opportunità di valorizzare un prodotto tipico delle valli (l’alice marinata) e una cultura d’impresa molto ricettiva e proiettata all’innovazione; e l’“AntiBARriera” di Parma, che prevede l’inserimento lavorativo di persone con disabilità. Tali esperienze «rappresentano bene come l’economia sociale sia una componente significativa del tessuto regionale» ha affermato Luca De Paoli, portavoce del Terzo Settore.

«Il denominatore comune è il valore condiviso – ha spiegato Paolo Venturi, direttore AICCON, Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e del Non Profit −, che indica una nuova modalità per perseguire obiettivi di natura economica mettendo al centro anche quelli di natura sociale. L’impresa che si basa sul concetto di valore condiviso mette in campo strategie, tecnologie e processi che coinvolgono sistematicamente tutti (dipendenti, clienti, partner, fornitori) nella massimizzazione del valore scambiato».

L’obiettivo è far sì che mondo del no profit e impresa diventino attori imprescindibili nel percorso di costruzione di un nuovo modello di sviluppo con la Pubblica Amministrazione chiamata sempre più a un ruolo di regia.

Nostro video su Portobello, il supermercato inaugurato nel giugno 2013 a Modena.

(Immagine di copertina: “Social glass“, elaborazione grafica da uno scatto di vonSchnauzer via photopin cc).

Quell’app buona come il pane quotidiano

breading

Si chiama breading ed è una app per il pane. Non per cucinarlo, né per acquistarlo, bensì distribuirlo, quando ne avanza, ai poveri della città. È nata da un gruppo di amici, tutti tra i 20 e i 32 anni, questa piattaforma digitale che si spera di poter lanciare ufficialmente il 13 ottobre, per la Giornata mondiale del pane, pensata come spazio di intermediazione tra i panifici che hanno delle eccedenze a fine giornata e le associazioni caritative.
«Con questa app – spiega Gabriella Zefferino, una delle giovani creatrici – sarà possibile inviare un sms con i kg di pane che si mettono a disposizione: la piattaforma smisterà la richiesta con un sistema di geolocalizzazione che, secondo un criterio di prossimità, permetterà ai soggetti impegnati nel sostegno alle famiglie bisognose di ritirarlo e consegnarlo».

200 quintali di pane buttato ogni giorno nella sola Roma mentre nel 2013, secondo un’indagine della Coldiretti, ci sono state oltre 4 milioni di persone in Italia costrette a chiedere aiuto per mangiare: questi i dati che hanno spinto questo gruppo di giovani che vivono tra Milano e Bergamo e, seppure con diverso rapporto con la tecnologia, tutti con esperienze nel terzo settore e nel volontariato, a inventare breading.

Una sorta di escamotage per aggirare il corto circuito creato dalla burocrazia italiana, che di fatto ancora impedisce di creare una vera e propria catena per smaltire l’invenduto donandolo a favore dei più poveri. «Siamo ancora a una fase pilota, ma stiamo lavorando. La metteremo online e la app, pensata per il non profit, nasce e resterà per sempre gratuita», dichiara Zefferino. Dopo aver vinto la Start up Live, incontrato il viceministro alle politiche agricole Andrea Olivero, che ha definito l’app «un bel modo per realizzare economia civile», il prossimo appuntamento è la partecipazione al Pioneer Festival, a ottobre, in Austria. Ideata sul sistema-pane, è replicabile e dunque potrà estendersi ad altre aree geografiche o ad altri alimenti, sempre però mantenendo un carattere di estrema semplicità e fruibilità.

E i forni, che ne pensano? Ben distribuite sul territorio, in città e paesi del territorio queste attività medio-piccole hanno avanzi da 1 a 5 kg di pane che, quando non viene grattugiato, spesso viene conferito a canili e gattili. Alcuni lo vendono a metà prezzo a fine giornata, altri sono già in contatto con associazioni caritative o, in mancanza di un’app, si sono organizzati da soli: «Non mi è mai successo di buttarne via – osserva un fornaio -; il pane avanzato lo dò ad alcune famiglie che so essere nel bisogno». «L’idea è ottima – dichiara un’altra fornaia – e, se andasse a buon fine, cioè a persone davvero povere, sarebbe davvero interessante poterla estendere anche qui da noi».

Oltre a Gabrielle Zefferino i creatori di breading sono Fabio Zucchi, Chiara Frassoldati, Riccardo Fogaroli, Alessandro Maculotti, Vincenzo Ferrara, Gianmaria Giardino, Nicolò Melli, Ornella Pesenti.

L’account  Twitter e la pagina Facebook di Breading.

Immagine di copertina: il logo di breading inserito in un’immagine di DeFerrol via photopin cc

Lassù qualcuno ci ama?

Quali politiche per contrastare povertà e disuguaglianze? Ne discutono Raffaele Tangorra, direttore generale Inclusione e Politiche sociale del Ministero del Lavoro, e Maria Cecilia Guerra, senatrice ex viceministro del Ministero del Lavoro, all’ultimo incontro del ciclo “Discorsi sulla disuguaglianza” promosso dalla Fondazione Ermanno Gorrieri.

Perché un conto è parlare di povertà assoluta e povertà relativa; un conto è intervenire contro la disoccupazione attraverso sussidi e un conto è cercare di individuare e quindi superare le disuguaglianze.

La povertà, con le sue ricadute sulla persona e sulla società, è un problema complesso che si affronta solo attraverso studi e strategie complesse. Non bastano le denunce o gli annunci “una tantum”, servono politiche che riguardano il lavoro, la casa, i trasporti, la fiscalità, così come sono necessarie misure a favore del reddito minimo ma anche una riduzione della forbice tra gli stipendi.

La Costituzione ci ricorda che il contrasto alla povertà è un impegno affidato a ogni cittadino, da solo o associato ad altri, in collaborazione con le istituzioni.
Ai politici e anche ai cittadini elettori non si può perdonare un comportamento “da campagna elettorale”, fatto di promesse (politici) e denunce (elettori). Serve uno sforzo culturale e la pazienza di fare leva su quello che si sta facendo contro le disuguaglianze, senza illudersi di aver già fatto tutto quanto era possibile fare. Perché in Italia gode di un primato: mentre in Europa ci si è posti l’obiettivo di ridurre in dieci anni il numero di poveri (chi non riesce a mangiare carne o pesce un giorno sì e un giorno no) di oltre 20 milioni, nel nostro paese le persone con “grave deprivazione materiale” sono raddoppiate in solo due anni e passate da meno del 7% nel 2012 a più del 14% nel 2014.

(Immagine di copertina, photo credit: emilius da atlantide via photopin cc)

Un social market per un nuovo modello di welfare

Si è inaugurato sabato 11 gennaio 2013 a Soliera un market solidale. Si chiama “Il Pane e le Rose” ed è un progetto realizzato dal Comune, dall’Unione Terre d’Argine e dalla Cooperativa Sociale Eortè, che hanno raccolto strada facendo l’aiuto e la collaborazione con una nutrita schiera di soggetti e associazioni del territorio. L’obiettivo è distribuire prodotti alimentari e per l’igiene personale a famiglie in difficoltà economica. I concetti guida del progetto sono l’antispreco, la redistribuzione solidale, l’educazione a stili di vita e di consumo sostenibili e la promozione di un più marcato senso di comunità.

La rivoluzione del volontariato

Tutte le crisi devono insegnare qualcosa. La crisi economica che è scoppiata nel 2009 ci fa capire che se un paese pensa a crescere e a produrre, ma si dimentica dei poveri, non investe in cultura e mette i lavoratori e le famiglie in secondo piano, è destinata a crollare. Per questo, al di là delle politiche e dei governi che si alternano di anno in anno, è necessaria una rivoluzione culturale, che coinvolta tutti quanti e non trascuri nessuna “categoria”. Il volontariato sicuramente dimostra di accettare questa sfida, come confermano le 240 associazioni e i 3.703 volontari che in Emilia-Romagna ogni giorno si spendono a favore degli altri e dei più bisognosi senza chiedere nulla in cambio. Non si tratta soltanto di solidarietà, ma di fiducia nel futuro.

In questo video, vengono ripercorsi i tratti principali del “Progetto regionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale“.
Dalla colletta alimentare ai corsi di orientamento e accompagnamento al lavoro, dall’emporio solidale allo sviluppo di una rete di economia solidale…
I progetti messi raccolti nel volume “Le buone prassi” dal Co.Ge Emilia Romagna rispondono a cinque parole chiave: innovazione (interventi innovativi per la modalità di lavoro), replicabilità (interventi che possono essere facilmente replicati in altri territori), continuità (in molti casi le azioni sono ancora in corso), attualità (il tema “povertà”, per esempio, è tutt’ora all’ordine del giorno) e “azioni in rete” (interventi frutto di un’azione comune tra più associazioni).

 

Beneficenza, alibi per non sporcarsi le mani

Si posiziona tra l’11,1 e il 7,9% la forte caduta dei redditi medi delle famiglie modenesi nel 2011 rispetto al 2006 (a seconda della modalità di calcolo del reddito) e in nove anni i “severamente poveri” passano a livello provinciale da 21.000 a 59.000 unità – un aumento di quasi tre volte. Tra il 2006 e il 2012 aumenta la disuguaglianza tra ricchi e poveri e a risentirne sono soprattutto i giovani e gli stranieri.

Massimo Baldini
Massimo Baldini

«Sono alcuni dei primi e provvisori risultati emersi dall’indagine sulla condizione economica e sociale delle famiglie della provincia di Modena – ICESmo3 -, con riferimento all’evoluzione, nell’arco di un decennio degli indicatori standard di analisi e distribuzione del reddito. Risultati che danno la misura di alcuni effetti che la crisi, iniziata nel 2008, ha prodotto» ha spiegato Massimo Baldini, docente della Facoltà di Economia “Marco Biagi” di Modena e responsabile della ricerca, intervenuto al convegno “Una società impoverita, riflessioni per riorientare il welfare”, organizzato dall’Assessorato alle politiche sociali della Regione Emilia-Romagna in collaborazione con IRESS venerdì 11 ottobre.
Uno spazio per approfondire gli effetti dell’impoverimento, condividendo idee e prospettive fra istituzioni pubbliche, Terzo settore e mondo economico-produttivo, che si sono confrontati, all’interno di un percorso formativo-laboratoriale, sugli ambiti principali di lavoro: i beni alimentari e di prima necessità, l’indebitamento e gli stili di consumo e il sostegno all’abitare.

L’applauso più caloroso è arrivato a don Luigi Ciotti, che ha introdotto la mattinata: «Spendiamo le nostre energie per trasmettere speranza. C’è bisogno di più diritti e giustizia e meno solidarietà, che spesso si traduce in beneficenza e diventa un alibi per non sporcarsi le mani – continua don Ciotti -. Non possiamo costruire speranza se non partendo da chi è stato escluso. Oggi ci sono i nuovi poveri, meno attrezzati ad affrontare la povertà, spaventati e che si vergognano di chiedere aiuto, è per questo che c’è bisogno di una sussidiarietà circolare, orizzontale e verticale, che chieda alle istituzioni e allo stato di fare la propria parte, mentre noi facciamo la nostra, ma dobbiamo anche noi uscire dai nostri recinti, dagli specialismi in cui ci siamo rinchiusi».

(Immagine in evidenza: elaborazione grafica da uno scatto di guano via photopin cc)

Il futuro è “casa insieme”

Paolo Negro 1L’Azienda di Servizi alla Persona Comuni Modenesi Area Nord, per reagire all’emergenza terremoto, ha ripensato alcuni importanti servizi alla persona, in particolare alle strutture per anziani, sviluppando un progetto innovativo che ha trovato numerosi sponsor privati. Recentemente e a prosecuzione di tale esperienza, ha anche presentato un progetto europeo, in collaborazione al Centro Servizi di Volontariato di Modena, l’Ausl, Regione Emilia-Romagna, Aretès, l’Università di Venezia. Ne abbiamo parlato con il presidente Paolo Negro di raccontarci questi progetti, proseguendo così la riflessione sul percorso avviato dal Comune di Modena per la definizione del PSC, il piano strutturale comunale.

Può raccontarci il valore aggiunto che caratterizza questi progetti?
L’iniziativa, che stavamo immaginando ed elaborando in termini generali già prima del sisma, si muove nel solco del cosiddetto housing sociale e parte dalla nostra esperienza di gestione dei servizi per anziani. Abbiamo accelerato la messa in campo del progetto, constatando il fatto che sono stati proprio gli anziani la parte più colpita dal terremoto, sul piano psicologico oltre che su quello materiale. E’ difficile che una coppia di ottantenni si metta a ricostruire la propria casa o non facile tornare nella propria casa al quinto piano se già prima del sisma quella condizione abitativa non era ottimale sul piano dei propri bisogni assistenziali quotidiani.

In cosa consiste?
Il progetto, che abbiamo chiamato “Casa Insieme”, prevede la realizzazione di microcomunità di anziani, o disabili, che abitino insieme, ognuno con il proprio mini appartamento che assicuri l’autonomia della persona, ma vivano anche la dimensione di comunità in spazi diurni condivisibili e condivisi. Ciascuna comunità sarà formata da sei mini appartamenti e da un settimo appartamento per l’assistente. A ciascuna comunità, integrata con l’assistenza domiciliare e il telesoccorso, sarà assicurata una risposta graduale e flessibile di servizi assistenziali in base alla domanda della persona e della comunità, fino ad arrivare se necessario ad un’assistenza h24. Saranno comunità costruite ad un piano, in legno, adottando le più avanzate soluzioni di ecosostenibilità ed il più possibile integrate con la vita dei quartieri in cui saranno collocate.

Come pensate di finanziarie questo progetto?
Abbiamo lanciato una gara di solidarietà, il sogno di realizzarne una per ognuno dei novi comuni dell’Unione, facendo conoscere il progetto, con tanto di disegno e costi, poche settimane dopo il sisma. Abbiamo già raccolto oltre 3 milioni di euro, da soggetti privati donatori, che renderanno possibile sei comunità a: Medolla, Mirandola, San Felice, Cavezzo, Finale Emilia, San Prospero. Mancano le risorse per realizzare le ultime tre per: Concordia sulla Secchia, San Possidonio e Camposanto. La spinta alla solidarietà della prima fase post terremoto si va esaurendo, ma rimango ottimista: troveremo anche le risorse per le ultime tre. Abbiamo candidato questo progetto sulla linea di bando comunitario, programma Progress, per mettere in relazione questo modello di intervento con altre esperienze avanzate analoghe a livello europeo, nel campo dell’housing sociale. Lo scopo è scambiare buone prassi, arricchire la nostra esperienza e le nostre competenze ed offrirle al sistema di welfare regionale e nazionale, guardando all’Europa.

Il PSC, grazie alle novità introdotte dalla Legge Regionale n. 20/2000, può tradursi in una straordinaria occasione di confronto con la comunità, per condividere gli obiettivi strategici della città e per partecipare alle decisioni programmatiche che ne devono conseguire. Pensa che in tale contesto debba essere valutati anche il sistema del welfare e dei servizi locali, come peraltro è stato fatto in altre città, anche della nostra provincia?
Si, la valutazione delle domande e di forme di risposta del sistema di welfare deve essere parte integrante della programmazione di sviluppo anche urbanistico di una comunità: la nuova programmazione urbanistica proietta una sguardo molto lungo, sui prossimi venti anni e più dello sviluppo e della crescita urbana di una comunità, e di questo sviluppo non può non far parte la domanda di welfare.

IL PSC e il suo documento di indirizzi dovrebbe anche affrontare il tema della sostenibilità dei servizi e le modalità di finanziamento del Piano? Come pensa che dovrà finanziarsi, in futuro, il welfare locale?
E’ molto difficile dare una risposta. Prima occorrerebbe rispondere a questa domanda: come sarà il sistema di welfare fra vent’anni? quali saranno le domande? Certamente servirà molta più flessibilità rispetto al passato nell’immaginare le risposte. Con ogni probabilità dovremo fare i conti stabilmente, oltre che con un minor gettito da oneri di urbanizzazione, con minori risorse pubbliche che garantiscano, oltre alla costruzione, la gestione dei servizi. A livello di sostenibilità finanziaria, credo dovrebbero essere utili sistemi premianti a favore di quei privati che assumano iniziative dirette e autonome di risposta alle domande di welfare. Dovremo immaginare più in generale risposte che si fondino molto meno sul finanziamento pubblico e molto più sulla solidarietà di comunità e sulla contribuzione dei cittadini. Mi rendo conto che il propellente sia stato del tutto eccezionale, il sisma, ma il progetto Casa Insieme sarà realizzato con la sola solidarietà di privati e le micro comunità, salvo casi particolari, la gestione si reggerà in equilibrio fra costi dei servizi personalizzarti e le rette versate dagli anziani ospiti.

a cura di
Luca Barbari

Il PSC va oltre le barriere

Il PSC di Modena può tradursi in una straordinaria occasione di confronto con la comunità. Non può non tenere conto delle barriere architettoniche e delle esigenze che arrivano dal welfare. Ne abbiamo parlato con Franco Bomprezzi, giornalista e scrittore, classe 1952. Vive e lavora in sedia a rotelle dedicandosi alla comunicazione sociale e all’informazione sulla disabilità.

franco bomprezziRitiene che il percorso avviato dall’amministrazione comunale dovrebbe portare a individuare obiettivi ed azioni specifici per ripensare la nostra città anche a misura delle persone con disabilità?
Non conosco nello specifico la situazione attuale di Modena, città che peraltro ha una buona tradizione di dialogo con il mondo della disabilità. In una logica di progettazione per tutti non può che essere fondamentale prevedere a pieno titolo la partecipazione competente del mondo delle associazioni, degli operatori, degli esperti di accessibilità, ma anche dei singoli cittadini con disabilità, che sono portatori di esperienza vissuta.

Quale ruolo possono giocare il volontariato ed il terzo settore nel percorso di progettazione urbana?
Innanzitutto possono essere coinvolti in una azione di rilevazione degli ostacoli, delle cose che mancano per rendere pienamente fruibile la città e i suoi servizi. Non è solo una questione di barriere, ma proprio di possibilità di vivere pienamente la città in tutte le sue articolazioni.

Pensa che la programmazione debba integrarsi con l’analisi del welfare locale, come peraltro è stato fatto in altre città, anche prossime a Modena?
Senza una conoscenza piena e capillare della realtà di welfare nel territorio è impensabile programmare servizi e sviluppo. E’ curioso constatare come ancora oggi, non solo a Modena per la verità, non esistano dati inoppugnabili e aggiornati sul mondo delle persone con disabilità e del disagio sociale. Centro e periferia, zone di completamento, riuso del territorio, servizi integrati, housing sociale, sono temi rispetto ai quali non bastano risposte di tipo urbanistico o di semplice infrastrutturazione del territorio urbano. E’ indispensabile lavorare in direzione di un ripensamento dello sviluppo in funzione di una vita di comunità, sostenibile e coesa. In questo senso l’esperienza del mondo della disabilità è sicuramente una risorsa e non un problema in più.

Conosce esperienze in cui le scelte urbanistiche adeguate hanno permesso alle persone con disabilità di potersi riappropriare della propria città? Ci faccia due esempi: uno italiano e uno straniero.
Difficile citare esempi soddisfacenti, perché siamo in presenza di processi complessi e di tempi lunghi, di punti di partenza differenti e di esiti quasi mai coerenti con le premesse. Potrei citare in Italia la realtà di Ferrara, ma anche di Trento. E all’estero lo sviluppo di Barcellona, di Stoccolma o di Lille. Ma il rischio è di vedere un modello laddove invece abbiamo solo buone prassi su singoli temi (barriere architettoniche, trasporto pubblico, welfare locale). Una vera visione d’insieme, unitaria e coerente, non mi pare abbia ancora un esempio soddisfacente.

a cura di 
Luca Barbari

Povertà: tamponare non basta

Intervista a Francesca Maletti, assessore alle Politiche sociali del Comune di Modena: “L’ente locale deve creare azioni strutturali per dare impulso all’occupazione”.

 

I dati pubblicati da Note Modenesi descrivono una realtà dove anche a Modena aumenta in modo significativo la quota di poveri, o nuovi poveri. Non è una novità, ma leggere di tante famiglie che tirano avanti con 800 euro al mese, pur avendo uno o più figli, affitti e bollette da pagare, suscita un certo stupore.

Assessore Maletti, che cosa ne pensa?

La vera novità è che a partire dal 2008 sono cadute nella fascia della povertà famiglie e singole persone che fino ad allora erano autosufficienti dal punto di vista economico. Fino al 2008, cioè, i poveri delle nostre città erano essenzialmente le persone che vivevano quella situazione a causa di patologie o altri problemi: dalla non autosufficienza alla disabilità, dalla tossicodipendenza all’alcolismo, fino ai senza tetto o, comunque, a persone e famiglie che uscivano dagli standard.

 

E oggi, invece?

Oggi è diverso. Oggi i poveri sono come gli altri, sono come noi… Solo più vulnerabili e a volte non ce la fanno da soli. Sono circa 1.300 le famiglie in condizioni di disagio che hanno ottenuto contributi economici nell’ultimo anno dal Comune di Modena, la metà con minori a carico. E gli stranieri sono solo poco più di un terzo, quasi tutti con minori, verso i quali l’assistenza è obbligatoria per legge. Gli aiuti riguardano in particolare il mantenimento di casa e utenze. Oltre al sostengo dei minori, naturalmente.

 

Sono quindi vittime della crisi economica?

La crisi economica e occupazionale ha colpito subito i più giovani ma poi negli ultimi due anni si è allargata ad altre fasce della popolazione e per il 2013 le prospettive per il nostro territorio sono ancora preoccupanti rispetto ai dati sulla disoccupazione e della cassa integrazione, per esempio. E non sappiamo se ci sarà copertura.

 

Solo un problema di mancanza di lavoro, quindi?

Quello è il dato principale che rende vulnerabili, appunto, molte famiglie. Un altro elemento è  l’aumento del costo della vita. Un’inflazione del 3 per cento nel 2012 significa dover spendere di più per pagare le bollette e i generi di maggiore consumo proprio nel momento in cui in casa entra di meno perché, magari, un familiare ha perso il lavoro o è in cassa integrazione.

 

In questi casi come interviene l’ente locale? Cosa fanno i servizi sociali?

Oggi i servizi sociali possono e devono “tamponare” il problema, non hanno la possibilità di risolverlo. Ecco allora gli interventi per garantire la casa, in particolare gli alloggi in affitto con strumenti diversi per le diverse esigenze (dagli alloggi Erp all’Agenzia casa, fino ai contributi per sostenere il pagamento del canone ed evitare gli sfratti) e poi gli aiuti economici per evitare i distacchi delle utenze e le agevolazioni sulle tariffe per una spesa complessiva di circa otto milioni di euro. Insieme alle Caritas parrocchiale e alle altre associazioni, poi, si interviene anche con aiuti in generi alimentari. Sono circa 500 le famiglie con bisogni di questo tipo che sono state individuate nell’ultimo anno, ma spesso si vergognano a chiedere aiuto. Questa fragilità è una situazione a cui non sono abituate.

 

Quindi il Comune può solo “tamponare” il problema?

No, sarebbe un errore. L’ente locale deve andare oltre e nel 2013 sono necessarie azioni strutturali che contribuiscano a dare impulso all’occupazione. Ci sono infrastrutture strategiche, come lo scalo merci di Marzaglia, che possono attrarre investitori sul nostro territorio in grado di creare posti di lavoro, oltre a non fare scappare imprese che già operano qui. E poi c’è l’ambito della formazione da sviluppare ulteriormente per garantire al mercato le professionalità necessarie sia rispetto a operai specializzati o tecnici sia rispetto ai percorsi universitari. Modena, inoltre, deve affiancare ai settori caratteristici del suo sviluppo economico (come la metalmeccanica, il tessile, il manifatturiero in genere) anche nuovi ambiti, in particolare nella green economy. Una sua applicazione nell’edilizia, per esempio, con incentivazioni per la riqualificazione della città potrebbe garantire ottimi risultati occupazionali e risparmi energetici e ambientali. Inoltre è necessario proseguire con politiche volte a favorire percorsi per inserimenti lavorativi incentivando anche le imprese che fanno assunzioni.