Un voto informato e responsabile

Il 25 maggio siamo chiamati al voto per le elezioni Europee e, molti di noi, anche per le amministrative. Si tratta di un passaggio importante, se non decisivo, per il governo dell’Unione Europea e per quello delle nostre città e dei nostri paesi. Vogliamo riprendere alcuni temi che, come Azione Cattolica, ci stanno a cuore e che consegniamo agli elettori e ai candidati. Innanzitutto vogliamo riaffermare che la politica è passione per il bene comune e che il bene comune è, appunto, bene di tutti. La Dottrina Sociale della Chiesa ci dice con chiarezza che tutte le persone devono trarre vantaggio dal bene comune e che, al tempo stesso, tutti sono chiamati a concorrervi, sia chi assume una diretta responsabilità, esercitando la funzione politica, sia chi è chiamato, attraverso il voto, a partecipare alla vita democratica del Paese. Non si tratta di un esercizio di stile, ma di sostanza e lo vediamo bene oggi, in un tempo in cui la crisi rende sempre più arduo per troppi il godere di una vita dignitosa, spesso a causa della mancanza del lavoro.

Un secondo punto, altrettanto decisivo, è quello educativo: chi si impegna nella gestione della cosa pubblica ha, anche, una funzione propriamente educativa, esponendosi ad un ruolo di ‘esempio’. Perciò è davvero importante, oggi più che mai, richiamare alla coerenza dei comportamenti e alla sobrietà: di vita, di gesti e di parole, perché una società migliore non si costruisce con la contumelia, l’insulto, la calunnia e nemmeno con comportamenti opachi, come ha richiamato con forza il segretario della Cei, mons. Galantino, parlando recentemente dei rischi del ‘voto di scambio’ anche per chi fa parte della comunità cristiana. Allo stesso tempo come associazione di laici impegnati nella vita della Chiesa e delle nostre città, invitiamo i rappresentanti delle istituzioni, politici, imprenditori, sindacati, ad essere «corresponsabili della gioia», rendendosi in prima persona disponibili a partecipare alla costruzione di un futuro migliore. A coloro che hanno la possibilità di incidere sulla vita delle persone, attraverso le responsabilità pubbliche a cui sono chiamati, chiediamo con chiarezza di uscire dal cono d’ombra dell’autoreferenzialità, scrollandosi di dosso il torpore creato da anni di privilegi e immobilismo. Li invitiamo, in definitiva, a rimettere al centro la persona nella sua concretezza.

Vogliamo ribadire che chi fa politica anche a partire dal suo essere cristiano lo fa rispondendo a una autentica vocazione. Per questo le comunità, noi per primi, sentiamo il dovere di stare vicino a chi, a partire da una coscienza retta e formata, impegna se stesso nell’alto servizio della politica, in quella che Paolo VI definì ‘alta forma di carità’. Sentiamo il dovere di pregare per chi accetta questo compito e di rimanere al loro fianco per sostenerli; perchè per chi fa politica il rischio dell’autoreferenzialità è sempre in agguato, va fuggito con determinazione e anche con l’aiuto di chi, nella comunità, può continuare ad offrire un confronto e un dialogo, anche nell’esercizio della correzione fraterna. In questo contesto sarà allora forte, ma responsabile, la richiesta di serietà nell’esercizio del compito  politico e di coerenza e gratuità nell’impegno. Infine un appello perché chi si impegna lo faccia a partire anche dal criterio del tempo: non è opportuno, né saggio, che le persone impegnate in politica rimangano per troppi anni in uno stesso ruolo: il limite di mandati, che come associazione abbiamo nello Statuto, è bene sia applicato anche a tutti i ruoli di responsabilità amministrativa e nelle istituzioni, come antidoto nei confronti dei rischi di sentirsi troppo importanti e come stimolo a formare, crescere e sostenere, nuove generazioni di persone impegnate direttamente per il bene comune nel servizio politico. Il rischio, concreto e tangibile, è che chi si affaccia a questo mondo lo faccia sulla base della ricerca del profitto personale e senza una adeguata formazione.

A noi l’impegno ad esercitare il diritto – dovere del voto in modo consapevole e responsabile.

Il consiglio diocesano di Azione Cattolica

 

Ex voto

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Non c’è da preoccuparsi troppo per le elezioni anticipate dopo quelle del 24 e 25 febbraio. Tra convocazioni, elezioni dei presidenti, consultazioni, incarichi esplorativi, incontri, direzioni, bancarotte di banche, affossamenti (e salvataggi) di stati, autocandidature, futuri ministri e ministranti, declassamenti di rating, ondulazioni dello spread, riunioni in streaming e altre parole inglesi dal significato oscuro, si tornerà a votare alla scadenza naturale del mandato.

 

 

Segnali di guerra dalla tribù dei Nasi Turati

Non fanno la guerra come l’orgogliosa tribù dei Nasi Forati, ma i segnali di fumo che arrivano dagli elettori in queste Politiche 2013, sono di quelli da non prendere con le molle. Vietato sbagliare, chiunque sarà chiamato a governare il Paese dopo il voto. A poche ore dalla chiusura delle urne, siamo andati a sentire gli umori e le aspettative dei modenesi.

Vorremmo che fossero elezioni di svolta

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L’appello di C3dem, la rete “Costituzione, concilio, cittadinanza” alla quale aderisce il Centro culturale Francesco Luigi Ferrari che ne è uno dei fondatori.

 

Vorremmo che fossero elezioni di svolta.

Non vorremmo registrare le prossime elezioni come un ulteriore episodio di distacco tra cittadini e istituzioni. Non un’ennesima occasione mancata per uno scatto di dignità e di originalità nell’affrontare la crisi. Continuiamo a sperare che con questa vicenda elettorale l’Italia possa chiudere la brutta pagina del «berlusconismo» e a lavorare perché ciò accada. Crediamo si possano mettere le premesse di una dialettica politica più virtuosa e di una stagione di ricostruzione, completando finalmente la transizione verso una vera democrazia dell’alternanza.

C’è infatti bisogno di discontinuità fortissime. La situazione è drammatica: avviato un primo risanamento della finanza pubblica e ritrovato un minimo di credibilità internazionale, siamo di fronte a una economia stagnante, a una società invecchiata e statica, a tassi insostenibili di disoccupazione soprattutto giovanile, a una diseguaglianza crescente con un dramma sociale per i più deboli intrecciato all’impoverimento e alla frustrazione di molta parte del ceto medio, a una cultura senza risorse, a una burocrazia lenta e autocentrata, a un’economia sommersa di dimensioni inaccettabili, a una diffusa versione italiana delle malefatte di una finanza fuori controllo. E infine, soprattutto, a un enorme problema di legittimazione ed efficacia della classe politica.

Per uscire da queste condizioni difficili tutti devono fare la loro parte, ma certamente ci sono alcune condizioni che si dovrebbero realizzare: che si sconfigga l’astensionismo, con il coinvolgimento massimo possibile delle persone, soprattutto i giovani, su una ipotesi di democrazia partecipativa non limitata all’appello elettorale; che si affermi una politica sobria, personalmente inattaccabile, senza mirabolanti promesse, ma con alcune idee chiare sulle priorità da affrontare; che si stabilisca l’intesa su una legislatura costituente, che affronti finalmente con ampie maggioranze alcuni problemi di fondo delle istituzioni (legge elettorale, legge anticorruzione, riforma bicameralismo, conflitto di interesse, regolazione del mercato); che si realizzi una maggioranza stabile, coerente con i programmi dichiarati prima del voto e con i risultati elettorali, che sia in grado di entrare in funzione rapidamente e proponga un programma di governo credibile, realistico e incisivo sulle questioni più urgenti; che vinca un progetto di legame virtuoso con l’Europa, attraverso un discorso pacato sulla coesione tra i diversi interessi nazionali e un progetto di incisiva sovranità monetaria e di politica economica europea che sostenga lo sviluppo, accanto alla riforma democratica delle istituzioni; che si affermi un progetto ispirato al rispetto dei principi su cui si fonda la nostra Carta Costituzionale riguardo, soprattutto, al lavoro, al valore sociale dell’impresa, al welfare, senza cedimenti a interessi personali, locali e di singole parti del territorio, ponendosi l’obiettivo del bene comune di tutto il Paese, dal nord al sud, nella sua interezza.

Se questo scenario si realizzasse con il voto, potremmo affrontare le questioni che come cattolici democratici ci stanno a cuore: la tutela della dignità e del diritto costituzionale del lavoro, sviluppando un’iniziativa pubblica per l’occupazione e combattendo con una nuova legislazione la dilagante precarietà e gli abusi ricorrenti in tema di flessibilità; la ricostruzione di una rete di sostegno per l’esclusione e la marginalità, che stabilisca dei livelli minimi nei servizi di prevenzione sociale, di promozione e di assistenza; il rilancio e il rinnovamento dell’impegno pubblico per scuola e sanità; la tutela della legalità come difesa dei deboli; l’integrazione civile dei nuovi cittadini di origine straniera; la soluzione con equilibrate mediazioni tra diritti e doveri della questione delle convivenze di coppia diverse da quelle matrimoniali; la valorizzazione della cultura materiale, nella tutela partecipata del territorio, del paesaggio, dei beni culturali, della tradizione agricola e alimentare di qualità; l’investimento sulla formazione, anche professionale, e sulla ricerca; una crescita economica sostenibile ed equa in termini sociali e ambientali, sperimentando anche economie alternative e rifiutando di confidare esclusivamente nelle liberalizzazioni; il controllo dello strapotere della finanza. Sono i perni su cui impostare un progetto di governo che ambisca ad uscire in modo strutturale dalla crisi.

L’offerta politica può piacere o meno, ma è piuttosto chiara e differenziata. Per il rinnovamento dei Paese noi cattolici democratici ci auguriamo che ogni forza politica dia il meglio di sé, ma non tutte sono eguali.

La coalizione di destra forza-leghista ci sembra rappresentare l’esperienza negativa di un passato da cui è indispensabile liberarsi, ed è incredibile che oggi possa presentarsi quasi come fosse irresponsabile dei mali del paese; la coalizione di centro – pretendendo, ci sembra illusoriamente, di porsi al di sopra della dialettica europea tra destra e sinistra – riflette la serietà mostrata nell’esperienza di governo dei tecnici, ma fatica ad esprimere un’affidabile linea politica sul piano dell’innovazione richiesta per gestire con equità la crisi sociale; il movimento «cinque stelle» radicalizza una critica alla politica imperniata su molta buona volontà di singoli ma senza una linea di governo misurata sui problemi reali e con strutturali cedimenti a una polemica rozza e inaccettabile; le liste «arancioni» esprimono volontà di legalità e giustizia, ma coprono, talora, spezzoni di classe politica piuttosto consunta, oltre a dividere un orizzonte politico che dovrebbe invece trovare dialettiche positive; la coalizione di centro-sinistra, che magari vorremmo più incisiva e propositiva nella indicazione di politiche nuove e maggiormente persuasa di poter riuscire a garantire una governabilità al paese, sembra offrire comunque i presupposti per poter sviluppare una politica consona alla sensibilità dei cattolici democratici.

Ci sono molte donne e uomini ispirati dal cattolicesimo democratico candidati al parlamento e ai consigli regionali: alcune e alcuni fanno anche riferimento alle nostre associazioni. La rete «C3dem» esprime un apprezzamento per le loro disponibilità e una vicinanza alle loro battaglie, senza identificarsi con le libere e personali scelte di ciascuno.
1167300501188E auspica che la campagna elettorale sia occasione per la Chiesa e per i credenti di un percorso di maturo e libero confronto sul modo di avvicinarsi con proposte credibili, su cui costruire consenso, all’appello assoluto dei valori che stanno al centro della vita di chi crede. La forte riflessione del card. Bagnasco al consiglio permanente della Cei contro i pericoli antropologici dell’individualismo non deve essere usata per giustificare strumentali adesioni a una ristretta serie di punti programmatici, ma presa a paragone di un profondo ripensamento della progettualità politica su tutti i fronti.

Ricordando il centenario della nascita di Giuseppe Dossetti, vogliamo investire fino in fondo la sensibilità dei cattolici democratici nella ricerca delle strade di una democrazia matura. Faremmo nostre le sue parole: «Ho cercato la via di una democrazia reale, sostanziale, non nominalistica: che voleva innanzi tutto cercare di mobilitare le energie profonde del nostro popolo, e cercare di indirizzarle in modo consapevole verso uno sviluppo democratico sostanziale, cioè in larga misura favorente non solo una certa eguaglianza, una certa solidarietà, ma soprattutto il popolo: non nel senso di oggetto dell’opera politica ma soggetto consapevole dell’azione politica» (1995).

Visibile/invisibile

Case-a-Murnau-Paesaggio-estivo-1909-Vasily-Kandinsky-olio-su-cartone-San-Pietroburgo-Museo-di-Stato-Russo In un bel libro di Massimo Recalcati, dedicato allo psicanalista Jacques Lacan (Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina Editore, 2012), viene ricordato che Freud indicava il desiderio con il termine tedesco Wunsch che significa “voto”, “vocazione”, ma anche “augurio”. Il desiderio, ciò che muove ognuno di noi verso Altro, è generato da una assenza, da una mancanza, da un “buco” nella nostra esistenza dovuto proprio alla presenza dellʼAltro, di qualcosa che “aprendoci” non ci permette di chiuderci nella autoreferenza narcisistica e totalizzante. QuestʼAltro, però, non deve dettarci Legge, non deve “riempirci”, ma appunto lasciarci uno spazio di libertà che solo noi possiamo abitare. Secondo Lacan il processo di soggettivazione – della ricerca di quel “Nome proprio” che caratterizza ognuno, del peculiare ubi consistam che ci permette di lanciarci nella vita – accade solo laddove non tradiamo questo desiderio più intimo, la nostra vocazione più profonda, la Legge singolare del proprio desiderio, la propria Legge individuale.

In certi momenti, nei momenti della verità, una “parola” può risuonare nel chiasso del sistema della comunicazione: se lo fa diventa un evento generatore di verità. Così mi è sembrata la Parola del Papa quando, in un incontro pubblico della Chiesa, un Concistoro per la canonizzazione dei martiri di Otranto, ha comunicato «una decisione di grande importanza per la vita della Chiesa. «Dopo aver ripetutamente esaminato la mia coscienza davanti a Dio…» e poi lʼannuncio che tutti conosciamo.

Quello che mi interessa davvero, è il luogo sorgivo di questa decisione. Precisamente quellʼinvisibile della coscienza davanti a un Dio a sua volta invisibile, quel luogo al riparo dal chiasso, dalla chiacchiera, dalla distrazione, anche del Concistoro, che nessun potere può carpire. Lʼinvisibile sta tornando ad essere una categoria “estetica”, più precisamente un categoria della theía aisthesis, il divino percepire-essere colpiti. Non solo il Papa decide nella solitudine della sua coscienza davanti a Dio, ma lì vuole tornare – come ha specificato salutando i preti della diocesi di Roma: «Anche se mi ritiro adesso sono sempre vicino in preghiera a tutti voi e voi sarete vicini a me anche se rimango nascosto per il mondo». Questa invisibilità che è origine e destino, è il luogo nascosto del desiderio del Papa, un desiderio di comunione e di servizio alla Chiesa, non un desiderio di solitudine e di silenzio fini a se stessi. Non vi è alcuna ricerca di isolamento nella decisione del Papa e neppure di critica stizzita alla Chiesa, bensì la volontà di servire il Dio-con-noi al riparo delle forze che vengono a mancare e che nel “pubblico” lo renderebbero non più atto alla funzione. Nel silenzio e nellʼinvisibilità, le condizioni trasparenti che rendono possibile ogni parola e visibilità, il Papa si rimette in ascolto del suo desiderio più profondo. Che poi questa scelta voglia comunicare anche alla Chiesa un modo di essere, è evidente.

Questa ricerca di nuovi legami pieni di significato, è ben colta da Vincenzo Trione che, nelle pagine de La Lettura sul Corriere, descrive la decisione della Santa Sede di organizzare, dopo parecchi anni di assenza, un Padiglione dʼarte alla Biennale 2013 di Venezia. Scrive Trione che esiste un movimento di artisti come Stella, Kounellis, Kapoor, Paladino, Kiefer, Parmiggiani, Turrel, Eliasson, Laib, Spalletti e Sugimoto, accomunati dal bisogno di interrogarsi sul volto dell’invisibile, riprendendo la lezione di Kandinskij, che, nel 1912, aveva osservato: «La letteratura, la musica e l’arte sono i campi più sensibili (…) che riflettono subito il fosco quadro del presente e intuiscono la presenza di qualcosa di grande, anche se a tutta prima è visibile, come un puntino, solo a pochi». Parole che potrebbero essere accostate a quel che ha detto recentemente Bill Viola: «Nel corso della storia, la maggior parte delle creazioni dell’umanità (…) è stata fatta per motivi intangibili o spirituali, è un dialogo con forze ineffabili. (…) Tutta l’arte rappresenta delle cose invisibili». Lo aveva ricordato Giovanni Paolo II nella Lettera agli artisti del 1999: «L’arte anche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, quando è autentica, ha una profonda affinità col mondo della fede; sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco dalla Chiesa, proprio l’arte continua a costituire una sorta d’appello al Mistero».


KandinskyLʼinvisibile, lʼassente, rende possibile il visibile e la presenza, ma per così dire le spoglia dallʼinterno
di qualsiasi velleità di totalizzazione e di completa rappresentazione. La grande arte sempre “ri-vela” e mai “dis-vela” definitivamente. Questo gioco, questo “andirivieni” tra presenza e assenza, torna ad essere fondamentale per le nostre vite. Uno dei mali più gravi del nostro tempo è la troppa presenza, lʼinvasività della Cosa, la mancanza di spazio e di silenzio che lo nostre vite quotidiane subiscono. Siamo letteralmente incitati in ogni momento a rispondere a qualcuno o a consumare qualcosa; siamo invasi e sommersi dalla Presenza e, certe volte, essa diventa una figura maligna dellʼAltro che ci possiede, ci abita e così ci spoglia del nostro desiderio, non lasciandoci lo spazio e il tempo per ricercare il nostro “voto“. Se guardate alle “vite degli altri“ lo vedrete bene: se guardate alla vostra troverete troppo “Io“. La crescente infelicità che deprime e affatica è dovuta alla mancanza di spazi-tempi vuoti, dellʼattesa, del riposo, del silenzio, della pausa, del rifiuto di essere in connessione. Da qui un nuovo paradosso: il legame, la connessione carica di senso sono solo possibili sulla base di una assenza-di-legame e di una-mancanza-di-connessione. Potremmo fare una intera fenomenologia di quel invisibile e di quel mancante che, intrecciandosi con il visibile e il presente, rendono possibile una vita, a partire dalle categorie della Madre del Padre e dellʼAmore.

LʼAugurio è che ognuno torni ad avere il coraggio di rimettersi in ascolto del proprio silenzio e di riannodare le fila con la propria assenza: non cedete mai al vostro desiderio! Non credete mai di essere troppo voi stessi!