Sopravvivere alla lunga notte siriana

La Siria vive nella guerra civile da sei anni. La situazione è quanto mai complicata e i fronti molteplici: l’esercito regolare di Bashar al-Assad, le forze di opposizione, i combattenti curdi, ma anche le frange estremiste di Al Nusra e Isis. La soluzione, oggi, non c’è. Fin dall’inizio del conflitto, la fondazione modenese Time 4 Life si è impegnata nell’aiuto ai profughi, soprattutto ai bambini, prima su territorio siriano e poi a Kilis, sul confine turco. Perché si sa: in certe situazioni, ad andarci di mezzo, sono sempre i civili.

In seguito ai recenti fatti che hanno di nuovo portato la tragedia siriana in prima pagina, nei giorni in cui la Siria sembra diventare materia per una rinnovata “guerra fredda” fra USA e Russia, abbiamo parlato con Lanfranco Maini, volontario di Time 4 Life e responsabile del progetto a Kilis. Che, fra una considerazione e l’altra, ci ha invitati tutti alla fiaccolata in ricordo delle vittime che si terrà questa sera in Piazza Grande a Modena, alle 21:00.

Lanfranco Maini
Lanfranco Maini

Lanfranco, Time 4 Life oggi porta aiuti in diversi paesi, ma è nata proprio con le missioni sul confine turco-siriano. Com’è successo?
Elisa Fangareggi, la presidente, cominciò ad andare ad Aleppo alla fine del 2011, era appena scoppiata la guerra civile. Iniziò raccogliendo aiuti in maniera personale, portandoli lei stessa tramite un amico che aveva parenti ad Aleppo. Con il passaparola trovò altre persone con cui collaborare e allestimmo un ospedale pediatrico ad Aleppo: funzionò per due o tre mesi, poi fu bombardato, per fortuna senza vittime. A quel punto seguimmo il percorso dei profughi spostandoci a nord, verso la Turchia, zone allora più sicure. Per un anno operammo nel campo di Bab Al Salam – sul confine, ma in territorio siriano – poi anche lì vennero meno i requisiti di sicurezza, quindi passammo il confine assieme a tanti profughi e ci fermammo nella prima cittadina, Kilis. Siamo lì da tre anni e interveniamo sull’emergenza. Abbiamo il nostro referente locale che ci coadiuva nella distribuzione degli aiuti: circa 150 bambini sono sostenuti dall’Italia e ricevono mensilmente un pacco alimentare che permette a loro e alla famiglia di patire un po’ meno la fame. Riusciamo anche a fornire un minimo di copertura sanitaria.

Qual è la situazione al campo profughi di Kilis?
Kilis è a 7 km dal confine. Era un posto tranquillo di 80.000 abitanti, che viveva di agricoltura e di quel poco commercio con la Siria. L’arrivo di 140.000 profughi ha destabilizzato il tessuto sociale e i servizi socio-sanitari. Negli ultimi tempi sono arrivate anche nuove famiglie, questo va di pari passo con ciò che accade al di là del confine. I profughi sono sistemati in alloggi di fortuna come garage, capanne, case abbandonate o in costruzione. Quando entro vedo bambini scalzi, gente senza luce e con un rubinetto di acqua fredda in comune con altre tre o quattro famiglie. E penso che erano famiglie come la mia, che avevano i nostri standard di agio e comodità. Persone che, da un momento all’altro, hanno preso i sacchetti della spesa, li hanno riempiti con qualche vestito e sono scappati. Alcuni prima di me li hanno visti attraversare campi minati coi bambini, mettendo un materasso davanti all’altro per cercare di non far saltare le mine. Li abbiamo visti dormire in buche scavate nei campi coltivati.

Bambini profughi a Kilis
Bambini profughi a Kilis

Che cosa si capisce della questione siriana vedendo certe cose di persona?
Ti rendi conto di tante cose. Per esempio, di quanto il governo turco, fino a qualche mese fa, non avesse le idee chiare. Accoglieva i profughi, ma lasciava passare anche persone poco raccomandabili. Alcuni venivano in Turchia per fare acquisti, si rifornivano di apparecchi tecnologici e altro. All’inizio del 2016 la Turchia cominciò a costruire un muro sul confine e l’Isis, vedendosi chiudere il passaggio, prese a tirare colpi di mortaio e missili sul territorio turco confinante. Io l’ho visto, a Kilis abbiamo avuto 22 vittime fra cui 8 bambini. Le persone hanno vissuto nel terrore per cinque o sei mesi, e noi abbiamo dovuto sospendere le missioni per un periodo perché era troppo rischioso. Dopodiché, con il benestare dei russi, la Turchia ha creato una fascia di sicurezza di 20-30 km per proteggere il confine.

Il 4 aprile c’è stato l’attacco con armi chimiche a Idlib, e non è il primo. In seguito all’attacco chimico del 2013 Obama non è intervenuto militarmente. Trump, invece, sì. Come vengono vissute queste cose a Kilis?
Sempre con terrore. Idlib è a 40 km da Aleppo, in linea d’aria saranno 80 km dal confine con la Turchia, quindi la paura c’è. Il contesto mediorientale è una polveriera, per questo motivo la risposta di Trump va ad aggiungere confusione dove ce n’è già abbastanza. Secondo me Obama aveva un piano di politica estera che poteva piacere o no, ma era ben definito, ossia non intervenire direttamente in quella zona. Questo nuovo presidente sembra agire secondo un opportunismo immediato, senza una politica di fondo, e lo vedo come un elemento estremamente negativo. La sua è stata una dimostrazione di forza, mi sembra un personaggio a cui piace fare il cowboy.

Come mai rispetto agli attacchi chimici c’è sempre confusione nell’attribuzione della responsabilità?
Adesso sembra certa la responsabilità dell’esercito regolare siriano, ma per qualche tempo ci sono state ipotesi raffazzonate. Di fronte a queste cose, ripeto: purtroppo il Medio Oriente non è semplice. Oltre alle strategie politiche e militari, ci sono strategie di intelligence che, secondo me, sono a capo di tante azioni militari volte a destabilizzare o conquistare obiettivi. Bisogna anche dire che all’inizio di questa guerra in tanti hanno visto il proprio tornaconto. Alla Turchia faceva comodo finirla coi Curdi una volta per tutte, alla Russia faceva comodo avere lo sbocco sul Mediterraneo… tutta una serie di ragioni che portano sempre al peggio. Nel 2011 le persone che sono scese in piazza in Siria sono partite da presupposti giusti, ma in queste situazioni ci si infila sempre il peggio del peggio. E c’è chi dall’Occidente foraggia tutto questo per i propri interessi.

Consegna di carbone per l'inverno a Kilis
Consegna di carbone per l’inverno a Kilis

La Siria è coinvolta anche quando si parla di flussi migratori: in Italia è appena stato approvato il decreto Minniti-Orlando, lei cosa ne pensa?
Per me i decreti rimangono regole per risolvere qualcosa, ma il problema grosso andrebbe risolto a monte, a livello di Europa e di ONU. Ci vorrebbe un’Europa di governo, che avesse dei riferimenti nelle zone critiche o negli stati vicini. Per quanto riguarda la Siria parliamo di rifugiati, gente che scappa perché ha dei bambini, vuole mangiare, non vuole morire e non guarda le condizioni del posto in cui arriva. Il nuovo decreto è per gli immigrati in generale, non per i rifugiati in particolare. Forse è un palliativo, ma dovrebbe regolamentare un po’ meglio il precedente stato di cose.

Un’altra notizia fresca è il G7 degli Esteri, appena concluso a Lucca. Il ministro francese Ayrault ha detto “Non c’è una soluzione per la Siria finché Assad è al potere”. È vero?
È una frase lapidaria e molto da “buone intenzioni”. Se si vuole vedere il mondo perfetto, sì, è così, ma purtroppo bisogna essere più concreti. Assad e la sua parvenza di democrazia sono una dittatura a tutti gli effetti. D’altra parte, senza questo cosa succede? Nel mondo musulmano c’è una frammentazione religiosa e di potere impressionante, c’è un grande odio fra fazioni e non si esita a tirar fuori le armi. Non so cos’abbia in mente il ministro degli esteri francese, e quello che hanno in mente i francesi a volte mi fa un po’ paura. In Libia hanno scatenato un putiferio, ma la Libia è a 200 km dalle nostre coste e i problemi arrivano in Italia. Sono discorsi da inserire in un contesto di macropolitica: in Europa, non essendoci una politica comune, ciascuno guarda ancora ai suoi interessi economici.

Secondo lei come andrà a finire?
Per avere un’idea sul futuro della Siria ci vuole una bella sfera di cristallo. Ci vorrà tanto, tanto tempo. Ne uscirà un paese massacrato, basta guardare le foto di com’era Aleppo prima, un città di cultura e benessere, e com’è ridotta adesso. Ci vorranno anni per ripulire la zona e per la risoluzione militare. E poi, un grosso punto interrogativo sul “dopo”: i tempi di ricostruzione civile e, spero, democratica saranno ancora più lunghi. A parte i morti e le cose più tangibili, c’è anche la disgrazia di avere distrutto una convivenza, e rimettere assieme questo non è semplice. Poi ci sono gli altri interessi. La Russia ha la sua fetta di importanza territoriale e strategica, l’Europa e gli Stati Uniti ne vogliono un’altra: torniamo alla contrapposizione di due blocchi e nel mezzo tanta gente che muore.

Nell’immagine di copertina, una veduta di Kilis.

“Modena città di canali”: le tappe del FAI Marathon di domenica 16 ottobre

Modena sarà una delle 150 città italiane a partecipare all’iniziativa FAI Marathon 2016, promossa dal Fondo Ambiente Italiano e prevista per domenica 16 ottobre. Il FAI Marathon, giunto alla quinta edizione, è l’evento autunnale di punta gestito dalle delegazioni locali del FAI Giovani, contraltare affermato delle già famose Giornate di Primavera.

Durante il FAI Marathon ogni città sceglie un tema, articolando su di esso un itinerario che permetta di scoprire angoli nascosti dello spazio urbano. Le tappe sono rese note in anticipo e si possono visitare in ordine sparso. Presso ciascuna di esse, i giovani volontari faranno da ciceroni. L’invito è dunque alla passeggiata: andare a piedi fra una tappa e l’altra, conoscere qualcosa di nuovo sulla propria città, essere per una volta turisti curiosi fra le vie che si percorrono senza attenzione tutti i giorni.

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Per il FAI Marathon 2016 Modena propone il tema “Città di canali“. E’ noto che Modena fosse in passato percorsa da una rete di vie d’acqua che ne modellavano la forma e la collegavano a città anche distanti, come Venezia e Milano. Le testimonianze restano nella toponomastica: Canal Grande, Canal Chiaro, Canalino, Canaletto, ma anche Via della Cerca e Via Modonella che portano il nome di rispettivi canali, oppure Via Fonte d’Abisso, una delle polle in cui tuttora l’acqua sale in superficie (i famosi fontanazzi!). Il 16 ottobre, però, il FAI Giovani di Modena va oltre le evidenze per proporre altre tappe che hanno a che fare con l’anima acquatica della città. Ecco quali.

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  • Abbazia di San Pietro (Via S. Pietro 7).
    Il cortile della Spezieria di San Pietro è ancora oggi coltivato con erbe officinali e custodisce un’antica fontana recentemente restaurata. Nel corso della visita sarà possibile anche vedere le fondamenta della chiesa precedente all’attuale San Pietro e il museo dell’Abbazia.
  • Sistema di dilavamento del Canale di San Pietro presso Palazzo della Provincia (Via Saragozza 113).
    Dove oggi c’è l’ex Palazzo della Provincia, un tempo c’erano i mulini di San Pietro. Al primo piano si scorge ancora il Canale San Pietro imbrigliato in una chiusa che tuttora contribuisce alla pulizia della rete fognaria modenese.
  • Complesso di San Paolo (Via Francesco Selmi 67).
    Il Canale Modonella scorre ancora sotto l’abbazia di San Paolo: il cuore della visita sarà quindi la Sala del Canale, dove sono visibili le volte che coprono il corso d’acqua. Ma sarà anche l’occasione per visitare i due suggestivi chiostri del complesso: il cortile del banano e il cortile del leccio.
  • Archivio Storico Comunale (Via Vittorio Veneto 5).
    Lo scrigno della storia politico-amministrativa di Modena apre le sue stanze. Qui sono conservati gli atti prodotti nei secoli dal “Magistrato di Acque e Strade”, numerose mappe e documenti che testimoniano una Modena fatta d’acqua.

Le tappe indicate sono visitabili dalle 10:00 alle 17:00. Non c’è un biglietto di ingresso, ma è possibile fare una piccola donazione oppure iscriversi al FAI a tariffe agevolate.

Viale delle Rimembranze: una scommessa ideale contro il degrado

“Ideal”, come ideale. “I deal”, come affrontare, fare fronte a qualcosa. “Deal”, come accordo, riforma. Sono molti i significati che stanno dietro al nome dell’associazione no profit che ha deciso di rimboccarsi le maniche per contrastare la desertificazione del centro storico di Modena e lo stato di abbandono in cui versano alcune aree verdi della città. Si chiama Ideal, per l’appunto, ed è una realtà messa in piedi nel marzo del 2014 da ragazzi e ragazze modenesi tra i 20 e i 30 anni, formata da un nucleo direttivo di una quindicina di persone, ma che conta ad oggi circa cinquanta iscritti.

Incontro due dei suoi membri, il presidente Marco Belforti, classe ’87, e Urania Dekavalis del Comitato Cultura, classe ’85, alla Baracchina di Viale Amendola. Sembra un controsenso parlare di centro storico e incontrarsi nella prima periferia, eppure non lo è. Parliamo infatti attorno a un tavolino con vista sul Bonvi Parken, uno dei tanti polmoni verdi della città, e l’argomento è il parco di Viale delle Rimembranze: il luogo in cui l’Associazione è attualmente impegnata con un progetto di pulizia e riqualificazione. D’altronde, non sarebbe stato possibile ad oggi sedersi a un tavolino con vista sull’area in oggetto.

IL PARCO DI VIALE DELLE RIMEMBRANZE, UN LUOGO SIMBOLICO

ex caserma garibaldi“Ci siamo rivolti all’Assessorato all’Ambiente a maggio dell’anno scorso, già con l’idea di lavorare alla pulizia di un parco – spiega Marco – . Prima di tutto ci è stato consigliato di visionare tutti i parchi per renderci conto sia della complessità, sia della vastità del verde modenese. Noi in primis ne siamo rimasti stupiti, e ci siamo accorti che alla fine i parchi meno seguiti e tutelati sono quelli che dal punto di vista storico hanno maggior pregio.”

Il Parco di Viale delle Rimembranze ne è una conferma. Solo tra le poche centinaia di metri che separano la chiesa di S. Pietro da Via Saragozza, si trovano le statue dei due garibaldini, praticamente coperte alla vista, un tempo situate sulla sommità della Barriera Garibaldi ossia l’entrata est della città. Ma ci sono anche la struttura settecentesca dell’ex Caserma Garibaldi, da tempo totalmente abbandonata e pericolante, nonché l’unico cimelio delle antiche mura che, come commenta Urania, “è talmente ricoperto di vegetazione che sembra la spada nella roccia”. E’ proprio qui che comincia la sfida di Ideal.

sopralluogo ex caserma 2“C’è un interesse storico nel cercare di tutelare e valorizzare quest’area – continua Marco -. Passandoci a piedi o in bicicletta ci siamo accorti di quanto fosse trascurata, sporca, con monumenti di rilevanza storica abbandonati a se stessi. Quindi abbiamo detto: vogliamo fare qualcosa? Partiamo da quello.”

UN SEGNALE DI RESPONSABILITA’ DAVANTI AI CHIOSCHI SOTTO SEQUESTRO

Benché in cantiere da tempo, l’attività di Ideal su quest’area ha preso formalmente il via da qualche mese. Racconta sempre Marco: “Abbiamo quasi definito l’accordo e la convenzione con l’Assessorato all’Ambiente e l’Assessore Giulio Guerzoni, e stiamo parlando con alcuni tecnici ambientali in merito all’assicurazione che ci coprirà nelle nostre attività, per tutelare noi stessi e le persone che interverranno per darci una mano. Però nel frattempo come privati cittadini abbiamo eseguito due o tre sopralluoghi per capire come intervenire e cosa fare.”

Le tappe d’intervento si sono quindi delineate: ripristinare i vialetti in ghiaia, estirpare le erbacce, togliere i rami secchi e la sporcizia organica, attraverso incontri bisettimanali il sabato e grazie all’attrezzatura fornita dal Comune. L’obiettivo a breve termine è riuscire a rendere l’area più gradevolmente fruibile da tutti entro l’estate. Quello a lungo Modena - Garibaldino 2termine è un monitoraggio continuo e l’impegno costante a renderla viva attraverso la sinergia con altre realtà del territorio impegnate su obiettivi analoghi. Sui beni culturali presenti, l’associazione non può ovviamente intervenire in modo diretto, ma scommette sul valore simbolico – oltre che pratico – della propria azione per sensibilizzare chi di dovere. Anche rispetto alla faccenda dei chioschi.

“Siamo dirimpetto agli obbrobri creati in una zona che doveva essere fortemente riqualificata, tutta quella delle baracchine dalla parte opposta alla strada – spiega Urania -. Quello è stato uno smacco per la città, perché lì c’è stato un errore grave delle autorità competenti con un progetto invasivissimo che a tutti è evidente non fosse da fare. Quindi adesso attenderemo le conseguenze del blocco dei lavori e le decisioni successive, però nel frattempo noi diamo un messaggio che è quello che l’impatto ambientale deve essere sostenibile.”

NON SOLO PARCHI PER UN CENTRO STORICO IDEALE

sopralluogo ex caserma garibaldiOltre al progetto di riqualificazione in atto, gestito soprattutto dal Comitato Ambiente di Ideal, ci sono anche le azioni portate avanti parallelamente dal Comitato Cultura e dal Comitato Eventi, per continuare, come spiegano Urania e Marco, “a valorizzare dal nostro modesto punto di vista quello che di bello e positivo abbiamo in questa città, provando a migliorare ciò che non funziona”.

Il Comitato Cultura è attualmente impegnato nell’organizzazione di Slow Cinema, una rassegna di serate presso il superstite cinema Astra, precedute da un aperitivo in centro con commento critico del film di volta in volta proiettato. Il Comitato Eventi è invece il nucleo organizzativo del Bike Fest, iniziativa con cui Ideal si è fatta soprattutto conoscere l’anno scorso e che riproporrà anche quest’anno, rigorosamente in centro storico: l’orgoglio cittadino che oggi più che mai ha bisogno di una dimostrazione d’amore da parte dei suoi abitanti.

In officina, a costruire solidarietà

Si aggirano tra gli stand incuriositi e silenziosi, parlano poco, guardano e ascoltano molto. Non è facile spiegare il volontariato a ragazzi delle scuole medie e superiori. In realtà non è facile spiegarlo, e basta. Il volontariato è materia del fare “aggratis”, dello sporcarsi le mani sul campo, non la troviamo nei libri di scuola, non prevede interrogazioni, non è obbligatoria. E’ una materia viva, come il diritto, non c’è un’età precisa per praticarla. Si impara, tanto, frequentando la società

Fino al 9 febbraio al Foro Boario di Modena oltre 1300 studenti per un totale di 58 classi coinvolte tra scuole medie e superiori della città, sperimentano il volontariato partecipando all’undicesima edizione de “Le officine della solidarietà”, un grande laboratorio di idee curato da volontari di diverse associazioni locali con il supporto del Centro di Servizio per il Volontariato di Modena, all’interno del quale i ragazzi possono entrare in contatto con il mondo del volontariato e del terzo settore (le associazioni coinvolte in questa edizione 2015 sono Acat, Admo, Aido, Amafuoridalbuio, Amnesty International, Arcigay, Asa 97, Aseop, Auser, Avis, Bambini nel Deserto, A.V.O., AVPA Croce Blu, Emergency, CSI Modena Volontariato, Carcere Città, G.P. Vecchi, Gruppo Comunale Protezione Civile, G.V.C., Insieme a Noi, Insieme in quartiere x la Città, Kabara Lagdaf, Lav, Porta Aperta, Porta Aperta al carcere, Ridere per Vivere, Unione Italiana ciechi e degli ipovedenti, UISP).

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In una recente indagine che fornisce la fotografia del volontariato italiano, realizzata da Istat, CSVnet e Fondazione Volontariato e Partecipazione, si afferma che a livello nazionale gli studenti sono i più impegnati nel volontariato (9,5%)  mentre i volontari occupati si attestano al 9,1%. I dati dimostrano anche come il titolo di studio più diffuso fra chi fa volontariato sia la laurea (13,6%).

Siccome la solidarietà non si impara, si costruisce, in questa iniziativa che nel corso delle varie edizioni registra ogni anno una maggiore partecipazione, gli studenti visitano i “reparti” delle Officine e attraverso laboratori, giochi e attività teatrali toccano con mano le varie attività di cui si occupano quotidianamente le associazioni di volontariato: dall’assistenza agli anziani al trasporto dei disabili, dall’organizzazione del dopo scuola alla raccolta di sangue, dall’impegno nelle campagne per i diritti umani fino alla protezione degli animali.

E così, ad esempio, entrando nello stand allestito dal centro di accoglienza Porta Aperta, impari che nella tua città ci sono persone che non hanno un tetto sopra la testa e un tavolo a cui sedersi per mangiare ma grazie a questa associazione trovano un pasto caldo tutti i giorni, una coperta e tanti altri servizi di prima necessità.

C’è anche una cella penitenziaria ad “accogliere” i ragazzi lungo il percorso, la cui ricostruzione è volta a far sperimentare agli studenti l’esperienza di detenzione volontaria nella cella, sottoponendoli ad una ritualità, pure non strettamente fedele al reale, che comunichi una modalità di fruizione di ciò che li attende.

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Il lavoro più importante è quello che avviene in classe, dopo la visita alle Officine dove si fa solo il primo passo, mentre in classe si riflette, si rielabora, si condivide con i compagni e l’insegnante ciò che si è scoperto” spiega Gianni Ascari dell’Associazione Servizi per il Volontariato di Modena.

“Il volontariato dovrebbe essere una componente presente nel curriculum vitae di ognuno di noi, non solo degli studenti – ha affermato l’assessore all’Istruzione del Comune di Modena Gianpietro CavazzaIl volontariato è fondamento della nostra civiltà e si compone di gesti quotidiani di prossimità che contribuiscono a contrastare fenomeni importanti come il bullismo, sensibilizzando le nuove generazioni ai temi dell’integrazione, della solidarietà, della cittadinanza attiva”.

A questo proposito segnaliamo il video di sensibilizzazione cliccatissimo “We don’t care“, realizzato dall’associazione Agape composta da giovani modenesi che nei giorni scorsi ha lanciato in rete questo video per combattere il bullismo. Il video è girato per le vie del centro di Modena e il messaggio è chiaro: «Siamo tutti uguali, andiamo bene per come siamo»

Per conoscere quanto il Csv di Modena e le associazioni del territorio stanno facendo per avvicinare i giovani al mondo del volontariato, rimandiamo alla visione del documentario “Non contano solo i gigabyte”.

Una magia chiamata Snoezelen

Ci sono situazioni in cui l’innovazione tecnologica diventa il braccio operativo di un’innovazione mentale, intendendo quest’ultima come un approccio diverso a una data problematica. La Stanza Snoezelen ne è un esempio.

Concepita in Olanda più di trent’anni fa, si tratta di uno spazio fisico multisensoriale volto a creare un mix di stimolazione e rilassamento per la persona che ne usufruisce. Si è diffusa come supporto alla terapia farmacologica in alcune strutture ospedaliere e centri specializzati in malattie neurologiche, demenze, traumi, deficit mentali e motori. Diversi anni fa è arrivata a Mirandola per essere utilizzata come “luogo di contenimento” per i pazienti con Alzheimer: uno spazio più confortevole dove poter svolgere alcune attività necessarie, come il bagno.

Quest’anno, il 18 aprile, ne è stata inaugurata una a Modena grazie all’Associazione di volontariato Parkinson Modena e ad un finanziamento della Fondazione Cassa di Risparmio che ha creduto nell’innovazione proposta. Ci sono infatti due ulteriori novità che rendono la Snoezelen modenese un unicum nel panorama italiano. Non si trova infatti in un ospedale bensì in Via Misley 1, presso la sede dell’Associazione, e non è di uso esclusivo per chi ha una malattia specifica, bensì è aperta a tutti, specialmente a chi sta vivendo una qualche difficoltà, fisica o mentale. Non importa quale.

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Il benessere prima di tutto

«La Snoezelen di Via Misley si chiama Dreamlan, Dream come sogno e lan come rete – spiega Paola Aime, presidente dell’Associazione Parkinson Modena -. Dentro infatti è tutto wireless perché è importante avere libertà di movimento».
Nei due spazi che la compongono, si lavora soprattutto a livello visivo, uditivo e olfattivo. Nel primo ambiente c’è un tapis roulant sul quale si può camminare mentre vengono proiettate passeggiate virtuali in luoghi reali, dalle strade di Singapore alle spiagge caraibiche. Un tubo a bolle e un fascio di fibre ottiche cangianti completano il quadro, nel caso in cui alle passeggiate virtuali si preferisse restare semplicemente immersi in forme e colori. Il secondo ambiente va proprio in questa direzione e si concentra sulla cromoterapia: comodamente seduti su una poltrona dalla quale escono suoni e musiche, ci si ritrova circondati dal viola o dall’azzurro, dal verde o da un cielo stellato, mentre gradevoli fragranze aleggiano nell’aria.

Un cielo stellato può rilassare chi ricorda notti d’estate passate ad aspettare le stelle cadenti, ma la sua profondità infinita può anche generare ansia, perciò qualsiasi stimolazione è modulata sui gusti della persona. Continua infatti Paola Aime: «Nella stanza c’è sempre un operatore formato all’empatia. Non è la stanza da sola a fare la differenza, ma l’attenzione verso la persona. L’obiettivo è regalare momenti di benessere, perché nessuno deve rinunciare al benessere, in nessuna situazione. E’ un nutrimento emotivo che serve. Noi vogliamo fare quello che spesso non viene fatto, ossia prendersi cura delle persone, metterle a proprio agio e dedicare un tempo solo a loro, fuori dai ritmi serrati dell’ospedale».

Prevenire lo stress

snoezelen2Le persone vicine ai malati non sono a loro volta esenti dalla necessità di nutrimento emotivo, ecco perché Dreamlan accoglie tutti. «Diversi parkinsoniani vengono qui con i famigliari, i quali beneficiano a loro volta del rilassamento – spiega Paola Aime- . Bisogna uscire dall’ottica in cui il malato è il più importante perché si crea una situazione di stress su chi non lo è, che a sua volta può sviluppare patologie legate al senso di colpa. Noi qui non vogliamo una dicotomia sano-malato, ma instaurare un circuito di dare-avere riportando tutto a un livello di umanità».

Partendo da questo, l’Associazione ha in progetto di proporre l’esperienza anche agli operatori socio-sanitari – persone in costante contatto con la sofferenza -, sia per offrire loro un’occasione di nutrimento emotivo, sia per metterli in contatto con una filosofia diversa nell’approccio al paziente. L’altro obiettivo, più ambizioso e a lungo termine, sarà il coinvolgimento di figure mediche e campioni di pazienti per poter valutare tramite monitoraggio in “doppio cieco” eventuali ripercussioni benefiche delle attività Snoezelen anche sul decorso della malattia.

Per ora, comunque, si punta a creare benessere grazie a Dreamlan e all’azione dei volontari che la sanno rendere speciale perché, come conclude Paola Aime, «se il volontariato vuole ispirare anche l’amministrazione pubblica, allora l’importante sono le persone: il volontariato del futuro richiederà infatti una qualità sempre maggiore, capacità di dialogare allo stesso livello con enti e amministrazioni e capacità di innovarsi».

Immagine di copertina, elaborazione da un lavoro di HikingArtist.com via photopin cc.

Carceri: oltre la pena, ci sono prevenzione e reinserimento

«Il  carcere di Modena ha avuto problemi importanti di sovraffollamento superando le 500 unità. Adesso è sulle 430, in più è stato aperto un nuovo padiglione che ha permesso una decompressione. Nel carcere di Castelfranco, invece, si contano un centinaio di detenuti, ma il problema è che si tratta di un luogo di pena “oltre la pena”. Ci stanno gli internati, che alla fine della pena devono scontare un’ulteriore misura di sicurezza per decisione del Magistrato. Sono persone con ben pochi sbocchi, gente avanti con l’età che quando esce, se esce, ha la fedina penale lunghissima. Questa misura viene revocata se si dimostra di avere casa e lavoro, quindi è un cane che si morde la coda. Molti scappano al primo permesso. Ma poi vengono ripresi e si ricomincia».

photo credit: ro_buk [I'm not there] via photopin cc
photo credit: ro_buk [I’m not there] via photopin cc

Sono le parole con cui Paola Cigarini, responsabile del Gruppo Carcere Città, traccia l’attuale situazione delle case circondariali di Modena e Castelfranco Emilia. Dal 1987 il Gruppo opera presso le stesse come servizio di volontariato, seguendo una linea d’azione precisa che vede un elemento di innovazione proprio nella concezione stessa del volontariato. «La parte assistenziale e la motivazione umanitaria sono importanti, ma i volontari devono essere cittadini che si pongono domande, cercano risposte e riportano la propria esperienza all’esterno. Non serve un buonismo da pacca sulla spalla, ma saper vedere le complessità del mondo di oggi. Lo scopo di Carcere Città è svegliare la società esterna nelle sue forme organizzate, smuovere le istituzioni, perché tutti devono fare la propria parte».

Tutti, anche il carcere stesso, che a sua volta «deve essere un servizio alla città, produrre legalità e diventare esso stesso legalità».

Per chi non incrocia questo mondo nel corso della vita, il carcere resta spesso un’entità lontana, fisicamente e mentalmente, sovrapposta all’immagine di qualche film d’azione e alle questioni di violenza e sovraffollamento che recentemente hanno risvegliato l’attenzione sul tema. D’altro canto, la tendenza a considerare il carcere separato dalla vita della città si rivela nei dettagli del quotidiano: nel caso di Modena un esempio è il collegamento autobus arrivato dopo dieci anni di lotte portate avanti dal Gruppo.

photo credit: Pensiero via photopin cc
photo credit: Pensiero via photopin cc

Eppure, se si parla di detenuti, si parla anche di famiglie e figli, di responsabilità e presa di coscienza, di un percorso da seguire per rientrare in una società che, talvolta, non si dimostra poi così pronta. Paola Cigarini riassume tutto in una sola, efficacissima frase: «mettere una persona dentro vuole dire risolvere i suoi problemi fuori». Rispetto al volontariato, dunque, ogni attività – ricreativa, assistenziale o di collegamento tra carcere e città – deve rientrare in un quadro più grande di miglioramento della persona e del sistema. Come? Prestando attenzione ai concetti di pena, prevenzione e reinserimento. E ricordando che ogni storia va letta nel proprio contesto.

«Bisogna capire come arrivare a una pena utile sia per le persone che la scontano, sia per la società. Poi c’è la prevenzione: andare a ritroso nelle storie dei detenuti e trovare le falle nei casi di socialità mancata. Sommando questo alle responsabilità individuali della persona si possono avere dei quadri più completi. Infine il reinserimento, che ha ancora molte falle e un alto tasso di recidiva. Chi esce conosce già una strada, ossia quella che l’ha portato lì. Si può voler cambiare, ma se non ci sono le alternative quella sarà nuovamente la strada più immediata da seguire – spiega Paola Cigarini e conclude -. Il volontariato, da parte sua, deve essere parte del trattamento per fare emergere dalle persone detenute l’idea della propria vita, delle proprie responsabilità, dei propri diritti e doveri».

Immagine di copertina: photo credit: Alex E. Proimos via photopin cc

Liberi di mangiare. Ma cosa?

Quest’estate ho collaborato con il progetto Wwoof (ho precedentemente parlato del progetto in questo post)
Ho vissuto a Babbinswood Farm, in Inghilterra (mappa) per sole tre settimane, le più salutari della mia vita. Io e gli altri volontari ci nutrivamo con ciò che l’orto, curato da noi, produceva ogni giorno, mixando gli ingredienti per realizzare ricette succulente.
Io, partita con uno stato di salute fisica approssimativo, avevo viaggiato con almeno un kg di medicinali. Non li ho mai usati né presi dalla valigia.
Al mio ritorno, fatto di ritmi serrati tra centri estivi, allenamenti, meetings e cinque gattini a cui trovare un proprietario, sono bastati:

– 2 giorni per perdere l’abitudine di cucinare in modo salutare,
– tre giorni per smettere di cucinare,
– sei giorni per dimenticare di pranzare.

Nel giro di una settimana ero malata e provavo nostalgia per le mie sane abitudini, gli amici wwoofers e il mio benessere.
Così mi sono guardata (disordinatamente) attorno per scoprire che, a Vignola, ogni estate, da tre anni, si tiene il Vegan Circus Fest, dove vegani da tutta Italia si riuniscono per condividere interessi in fatto di etica e di igiene alimentare, partecipando a conferenze concerti, spettacoli, pranzi, cene, aperitivi.

Io sono onnivora, e non mi vergogno di esserlo, almeno per il momento, ma ho deciso di offrirmi come volontaria in cucina. Nemmeno per un minuto mi sono sentita rifiutata e anzi ho trovato davvero costruttivo discutere importanti tematiche relative a ciò che ingeriamo realmente quando mangiamo una bistecca, ma anche uno yogurt, una galletta di riso o un’insalata.

Ammetto che, pochi giorni dopo questa esperienza, quando ho ospitato a casa mia Stephen, amico vegano, sono stata un tantino in apprensione: cosa mangerà? Come potrò non offendere la sua sensibilità?
Ho anche acquistato due pacchettini dall’aria semplice e salutare, uno di riso soffiato e uno di kamut soffiato. Con il kamut….. ah mi sentivo in una botte di ferro! Quale alimento suona più salutare del kamut? Anche se la maggior parte di noi non sa cosa sia, lo associamo all’alimentazione dei celiaci, dei vegetariani e di quelli sempre a dieta.
Il mio amico guarda il Kamut e sbarra gli occhi tra il perplesso e il preoccupato.

Imparo così che il Kamut non esiste, ma è un nome registrato per designare un tipo di grano (grano Khorasan) identificato per la prima volta in Iran, ma che esiste anche in Italia. Registrando il marchio, una grande azienda si è garantita tutto il mercato relativo a questo prodotto e blablabla….
Insomma, avevo sbagliato. Il “demonio” era ora nella mia dispensa.

Negli ultimi giorni mi ha fatto visita Samuel, un amico Wwoofer. Molto più serena riguardo all’alimentazione (ho un orto e le galline quindi non si muore di fame) mi sono solo assicurata di avere biscotti, latte e yogurt rigorosamente biologici nel frigo.
I biscotti sono addirittura fatti con uova di galline allevate a terra! L’ho fatto notare a Samuel, tutta contenta. Lui ha esaminato il packaging del prodotto e mi ha sorriso intenerito. Ancora una volta trattavasi di multinazionale.
Samuel ha detto che non vede l’ora che io lo porti a visitare questo grande allevamento di galline libere con le cui uova fanno i miei salutari biscotti, dovrebbe essere grande come la Sicilia, più o meno.

 

Ami la città se non ti senti solo

Ho imparato che si possono amare più città, e che aver vissuto in diverse città è solo un arricchimento della personalità. Puoi amare la città solo se ci stai bene, se non ti senti solo e isolato. Kristina Starschinski è arrivata a Modena per svolgere il Servizio Volontario Europeo… poi non se ne è più andata. Ha raccontato la sua storia nel Quaderno del Centro culturale F.L. Ferrari “Cara amica ti scrivo“.

kristinaDa russa-tedesca, nata in Kazakistan, cresciuta in Germania e ora vivendo a Modena, posso dire che includo in me tre città. Per cui “Amare la città” per me significa amare tre città diverse, in tre modi diversi. Oltre ovviamente le varie particolarità fisiche e visive, cioè i vari monumenti e paesaggi diversi, c’è anche un altro livello da considerare: quello sentimentale, ovvero con quale città mi identifico. E la risposta a questa domanda non è facile.
Della mia città natale in Kazakistan che ai tempi si chiamava Kirowskij non ricordo tanto visto che ero piccola quando ce ne siamo andati. Nonostante questo sento un forte legame con questa piccola cittadina in mezzo alla steppa kazaka e un giorno vorrei tornarci per scoprire dove sono nata e dove i miei genitori e nonni hanno vissuto per molto tempo. In questo senso “amare la città” significa ricordarsi delle proprie radici.
Quella che chiamo casa, è la piccola città Offenburg nella Foresta Nera in Germania. Lì ho passato 15 anni della mia vita e lì sono cresciuta. La chiamo casa perché ora tutta la mia famiglia vive lì e si sente a casa.
“Amare la città” qui è amare la città in cui sei cresciuta e dove vive la tua famiglia. Nonostante questo, ho scelto Modena come città in cui vivere adesso. È stata una scelta per la mia crescita personale e per la mia felicità. Qui, anche se sono sola, cioè senza la mia famiglia, mi sento a casa ugualmente. Ci sono gli amici nuovi, lo studio, il divertimento – tutto quello che mi fa star bene e che mi fa sentire “a casa” in un certo modo. “Amare la città” vuol dire quindi anche sentirsi a proprio agio nella propria città.

Questi tre modi di amare la città sono diversi, ma nello stesso momento li porto sempre con me, ovunque vado. Però l‘amore per la città ci può essere soltanto se stai bene nella città. Se uno si sente solo e isolato, non può certamente amare la città perché non lo fa stare bene. Questo succede spesso in città grandi, dove le persone spesso vivono ognuno per sé stesso, anche se uno accanto all’altro. Vivono in anonimità. Amare la città per me significa anche socializzare, entrare in contatto con la città, provare ad integrarsi. Per quanto riguarda me, io mi indentifico con tutte le tre città, ovunque vado. Ne parlo, racconto delle storie, invito la gente a trovarmi – in un certo senso le valorizzo. Anche vivendo a Modena ora, mi ricordo sempre delle due altre perché fanno e faranno sempre parte della mia identità culturale. Ho imparato che si possono amare più città, e che aver vissuto in diverse città è solo un arricchimento della personalità.

Il Quaderno “Cara amica ti scrivo” sarà presentato pubblicamente giovedì 13 febbraio 2014 alle 21 al Palazzo Europa. Saranno presenti Stefano Cisco Bellotti, ex cantante dei Modena City Ramblers, e Riccardo Prandini, professore di sociologia all’università di Bologna.

 

(Immagine in evidenza: elaborazione grafica da: Lotus Carroll via photopin cc)

La rivoluzione del volontariato

Tutte le crisi devono insegnare qualcosa. La crisi economica che è scoppiata nel 2009 ci fa capire che se un paese pensa a crescere e a produrre, ma si dimentica dei poveri, non investe in cultura e mette i lavoratori e le famiglie in secondo piano, è destinata a crollare. Per questo, al di là delle politiche e dei governi che si alternano di anno in anno, è necessaria una rivoluzione culturale, che coinvolta tutti quanti e non trascuri nessuna “categoria”. Il volontariato sicuramente dimostra di accettare questa sfida, come confermano le 240 associazioni e i 3.703 volontari che in Emilia-Romagna ogni giorno si spendono a favore degli altri e dei più bisognosi senza chiedere nulla in cambio. Non si tratta soltanto di solidarietà, ma di fiducia nel futuro.

In questo video, vengono ripercorsi i tratti principali del “Progetto regionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale“.
Dalla colletta alimentare ai corsi di orientamento e accompagnamento al lavoro, dall’emporio solidale allo sviluppo di una rete di economia solidale…
I progetti messi raccolti nel volume “Le buone prassi” dal Co.Ge Emilia Romagna rispondono a cinque parole chiave: innovazione (interventi innovativi per la modalità di lavoro), replicabilità (interventi che possono essere facilmente replicati in altri territori), continuità (in molti casi le azioni sono ancora in corso), attualità (il tema “povertà”, per esempio, è tutt’ora all’ordine del giorno) e “azioni in rete” (interventi frutto di un’azione comune tra più associazioni).

 

Terzo a chi?

Il Forum Terzo Settore di Modena si riunisce in assemblea per fare il punto su una realtà in crescita, nonostante la crisi

Numeri in controtendenza, nei tempi in cui ci si è abituati a cifre con il meno davanti o vicine allo zero, quelli relativi al Terzo Settore in Italia. Un’indagine Istat, pubblicata nei mesi scorsi, rivela come il numero delle organizzazioni no profit attive in Italia, negli ultimi dieci anni (2001-2011) sia aumentato del 28% arrivando a toccare quota 301.191. Con 4 milioni e 758mila volontari e 680mila dipendenti il no profit costituisce la principale realtà produttiva del Paese nei settori dell’assistenza sociale e delle attività culturali, sportive, di intrattenimento e divertimento. Un terzo settore, quindi, che si fa propulsore del welfare e che incrementa il capitale sociale, civile ma anche quello economico del territorio.
E’ proprio questo il tema al centro dell’incontro in programma per sabato 12 ottobre dalle 9 (sede Avis, via Borri 40 a Modena), in occasione dell’assemblea annuale del Forum Terzo Settore Modena, che raggruppa 110 organizzazioni del territorio modenese, dalle più piccole a quelle più articolate.

Foto Sudioieffe.it Modena
Foto Sudioieffe.it Modena

«Le organizzazioni entrate a far parte del nostro Forum – commenta Albano Dugoni, portavoce del Forum del Terzo Settore di Modena – sono aumentate e sono passate dalle 70 di tre anni fa alle 110 di oggi. La crescita delle organizzazioni non riguarda solo attività di cura legate al welfare nei servizi alla persona e alla organizzazione e pratica del tempo libero ma anche quelle di salvaguardia e tutela dei territori, dei diritti, della cultura e della legalità. Oggi, al pari  dello Stato e del Mercato, il Terzo Settore è in grado di dare un contributo autonomo a nuovi percorsi e processi di sviluppo». E i percorsi, come indica lo stesso Dugoni, vanno nella direzione di un ripensamento dell’idea di welfare tradizionale, avvicinandosi a quanto teorizzato dall’economista Zamagni con il concetto di “sussidiarietà circolare”: una nuova sinergia tra enti pubblici, imprese e società civile organizzata, un patto triplice per garantire il benessere dei cittadini.

«Se proviamo  a prendere, ad esempio, due grandi temi su cui l’opinione pubblica è molto sensibile, come l’immigrazione e l’invecchiamento della popolazione – prosegue Dugoni -, è del tutto evidente che non troveremo mai le risorse pubbliche per farvi fronte. E’ quindi necessario un sistema integrato nel quale Stato, Mercato e Terzo Settore trovino sinergie per progetti di innovazione sociale, contrastando le attuali  derive del mero abbattimento dei costi delle prestazioni e di un welfare residuale. Il fallimento del modello neoliberista è il naturale riconoscimento per chi, come noi, da tempo sostiene che Prodotto e Benessere Interno Lordo debbano essere le due facce della stessa moneta».

Nel corso dell’assemblea, che vedrà tra le altre cose la presentazione del bilancio di mandato 2010-1013, l’esame e l’approvazione del consuntivo 2012 e il rinnovo delle cariche sociali, si farà anche il punto su un percorso intrapreso dal Forum modenese per la creazione di Forum Terzo Settore di carattere distrettuale. Il primo Forum distrettuale ha già visto la luce lo scorso maggio nel Frignano mentre sono in corso incontri e percorsi formativi, col supporto del Centro Servizi per il Volontariato di Modena, per la realizzazione del Forum Unione Terre d’Argine.
«E’ un percorso che ha le sue difficoltà – conclude Dugoni -. Si va in un territorio in cui le organizzazioni sono abituate a lavorare autonomamente e si propone un terzo soggetto di cui l’associazione si deve fidare, a cui deve dare la responsabilità di sedere al tavolo col comune capo distretto per discutere di politiche comuni. Sono deleghe forti quelle che le associazioni ci danno. Il Terzo Settore siede già ai tavoli di contrattazione a livello nazionale, regionale e provinciale. Ora occorre sia così anche a livello distrettuale, facendo fronte in questo modo al processo di riorganizzazione degli enti locali che vede le province perdere progressivamente importanza a favore di altre realtà, come, per l’appunto, i distretti».