Se questo è amore

Da un capo del telefono un uomo, dall’altro un centro di ascolto. Sono casi in cui fare una telefonata è fare un passo determinante, a volte molto atteso: è cominciare a rispettare la donna. Nel libro “Non succederà mai più” (Infinito Edizioni – 2015) Rossella Diaz ha raccolto le testimonianze delle vittime di violenza tra le mura domestiche e fa parlare i fautori degli abusi: uomini che hanno deciso di rivolgersi a un centro di ascolto ammettendo di avere bisogno di aiuto, hanno riconosciuto il problema e in comune hanno l’intenzione di elaborarlo. Qualcuno fa il meccanico, qualcun altro l’assicuratore, chi è studente, chi pensionato: l’abuso verso le donne, quello che troppe volte porta al femminicidio, non ha età né mestiere. È un fenomeno culturale che anche il Decreto Legge 14 agosto 2013, n. 93 convertito in Legge 15 ottobre 2013, n. 119 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale 15 ottobre 2013, n. 242 vuole contrastare con l’obiettivo di prevenirlo e proteggere le vittime. La giornalista modenese Rossella Diaz, al suo secondo libro (ha pubblicato sullo stesso tema “I labirinti del male”, con Luciano Garofano già capo dei RIS di Parma), per condurre questa indagine sul campo ha incontrato anche 11 parlamentari di tutti gli schieramenti politici per capire come funziona.

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Rossella, lei ha ascoltato i vissuti di uomini e di donne del Nord e del Sud Italia. Ci può fare un ritratto dei fautori degli abusi?
«Abbattendo facili ipocrisie, oggi come oggi, sta emergendo un concetto importante in merito ai fautori delle violenze contro le donne. Non ci riferiamo a stranieri, pazzi o persone poco colte, ma uomini normali, padri affettuosi, amici fedeli, colleghi affidabi­li. Persone perbene. Il fenomeno della violenza sulle donne in Italia, riguarda tutte le classi sociali: imprenditori, studenti, operai, impiegati e l’80 per cento degli autori di tali abusi, sono italiani. Insospettabili. Sparsi per il territorio nazionale abbiamo diverse associazioni che aiutano gli uomini in questo difficile percorso di elaborazione della violenza. Questi importanti centri di ascolto e recupero, cercano di smantellare l’idea, sempre più radicata, che amore e violenza possano andare in parallelo, aiutando gli uomini a prendere coscienza e responsabilità delle proprie azioni, sostenendoli nel cammino che li riporte­rà a vivere serenamente. Il punto di par­tenza è la presa di coscienza della situazione: focalizzare d’avere un problema a rapportarsi con l’altro sesso e so­prattutto con le persone che si amano».

Quali sono i segni di abuso verso una donna che possono portare a una violenza?
«La violenza sulle donne è caratterizzata da alcuni meccanismi che si susseguono e ripetono ciclicamente in un crescendo sempre più grave. I primi segnali da non sottovalutare sono violenza verbale, atteggiamenti che sminuiscono la persona, violenza psicologica, economica, sessuale. Questi atteggiamenti degenerano in spintoni, schiaffi, pugni. Alcune donne riescono a uscire da questo tunnel di esasperazione e atrocità, altre purtroppo no. La violenza domestica va declinata nei suoi vari aspet­ti, poiché spesso chi la subisce fa fatica a riconoscerla. Quando si ripete nel tempo, assume connotazioni di mal­trattamento. In questa parola sono racchiuse la violenza psicologica, sotto forma di minacce, ricatti, denigrazioni, svalutazioni; la violenza fisica, che si esprime con botte, ferite, omicidio; la violenza economica, rappresentata dalla privazione di fondi e di risorse; la violenza sessuale, dalle molestie al tentato stupro, fino allo stupro».

fmc3Che cosa sono le case rifugio e chi ha incontrato in questi luoghi?
«La Casa Rifugio è un luogo ad indirizzo segreto, costruita per offrire alle donne un luogo sicuro in cui sottrarsi alla violenza del partner, e provare a ricostruire serenamente la propria vita. Presso queste strutture, da nord a sud Italia, ho incontrato donne e ragazze meravigliose. Si sono aperte con naturalezza e semplicità, hanno scambiato le loro impressioni, hanno condiviso attimi della loro trauma­tica esperienza, si sono confrontate sulla violenza do­mestica all’interno della coppia e della famiglia, grazie all’aiuto di professionisti psicoterapeuti o facilitatori-moderatori degli incontri. I gruppi di aiuto sono un importante strumento in ag­giunta ai percorsi di accoglienza individuale per l’ela­borazione e l’uscita dalle situazioni di violenza. Questi spazi sicuri rappresentano concretamente una possibili­tà di varco nel silenzio. Sono luoghi in cui le donne in­contrano pensieri e parole ascoltandosi senza giudicarsi, sostenendosi nel percorso di rilettura della propria sto­ria. Un’occasione di riscoperta di energie insospettabili, progetti, cambiamenti, trasformazioni».

Lei nella sua inchiesta ha incontrato parlamentari, associazioni e professionisti che lavorano a stretto contatto con le vittime. Tutti questi soggetti hanno a che fare, direttamente o indirettamente, con la Legge sul femminicidio, n 119. Che idea si è fatta a riguardo?
«Il fenomeno della violenza sulle donne va affrontato in maniera strutturale, non emergenziale. Esaminando le misure adottate dalla Legge, s’avverte la volontà di una decisa e ferma intenzione di invertire la rotta, rispetto a come è stato vissuto l’approc­cio culturale verso la violenza sulle donne sino a oggi. Si rileva tuttavia una grave mancanza in tema di educazio­ne di genere, formazione e sensibilizzazione al problema. Incentrando gli interventi esclusivamente sulla repressione, senza un importante lavoro di prevenzione, i risultati saranno risibili. L’innal­zamento delle pene non rappresenta un deterrente suffi­ciente per gli uomini violenti. Lo è la certezza della pena e la formazione professionale degli operatori giudiziari. È indispensabile e fondamentale la formazione di profes­sionisti per valutare e riconoscere le situazioni a rischio e sviluppare un’adeguata sinergia e reti di collegamento efficaci tra operatori sanitari, forze dell’ordine, procure, centri d’ascolto. Senza un coordinamento adeguato fra tutti gli attori coinvolti non si faranno passi in avanti. I centri antiviolenza, associazioni e volontari che prestano servizio nei luoghi d’ascolto ogni gior­no, lontano dai riflettori, svolgono un lavoro straordi­nario, facendo troppe volte le veci dello Stato. Si trovano a dover operare spesso in condizioni d’im­potenza, senza finanziamenti, facendo i conti con tagli economici sempre più sostanziosi. Nel corso della mia inchiesta sulla violenza di genere ho incontrato alcune Parlamentari di tutti gli schieramenti politici , alla luce delle ac­cuse rivolte al mondo politico da molti volontari attivi a stretto contatto con la disperata quotidianità di chi ha visto distrutta la propria esistenza, secondo cui lo Stato continua a essere ingiustificabilmente assente. Inoltre, ho intervistato alcuni specialisti impegnati in prima linea sul tema della violenza, da un comandante di un corpo di polizia municipale a uno psicoterapeuta, un giudice, un assistente sociale….il loro contributo è fondamentale. È però importante che tutta la società civile si impegni e faccia la propria parte, per contrastare un problema grave, di interesse collettivo».

fmc2In “Non succederà mai più” Rossella Diaz ha esaminato anche il ruolo dell’informazione che tende alla spettacolarizzare e banalizzare vicende drammatiche, riducendole a vuoti “docu-reality”. Che cosa è emerso?
«La violenza di genere deve essere assunta come tema di rilievo istituzionale, mediatico e civile. Il concetto del “giusto linguaggio” da utilizzare, per riportare i fatti e descrivere le vicende che trattano il femminicidio, è di fondamentale importanza se si vuo­le creare una forte consapevolezza collettiva. Non fa ancora parte del nostro patrimonio culturale una cor­retta sensibilità nell’affrontare un argomento tanto de­licato. I media purtroppo, con leggerezza e superficiali­tà, nel racconto del dramma si riducono a semplificare e a vittimizzare. Mancano codici seri di autoregolamentazione sul corretto gergo da utilizzare. Siamo soliti leggere: “Lui innamoratissimo ha un raptus di gelosia”; “Fidanzatino fa un gesto di follia, la uccide a pugnalate e le dà fuoco”; “Passione impazzita di un uomo tranquillo, ma geloso”… queste alcune delle frasi shock predilette dai media. Questo tipo di giornalismo manca di rispetto e distorce la realtà da quella che invece si deve descrivere come ingiustificabile brutalità, commessa da un soggetto che ha straziato un altro essere umano. Parole come gelo­sia, follia, raptus, sono tanto vaghe quanto inadeguate, come se si volesse giustificare il gesto dell’assassino con la troppa passione o la malattia mentale, volendo oscu­rare invece le cause socio-culturali della violenza. Si deve chiarire che non è corretto definire “fidanzatino” chi toglie la vita barbaramente alla sua ragazza sedicen­ne e poi le dà fuoco senza pietà. Le parole utilizzate sono importanti e allo stesso tempo dannose. Un’informazione che voglia ritenersi seria, rispettosa e coerente deve chiarire che il possesso, il controllo e il dominio non sono amore.

Che ruolo ha l’informazione in questo tema delicatissimo del femminicidio?
«Il femminicidio è l’ultimo atto compiuto dopo numerosi maltrattamenti e azioni violente. L’informazione ha un ruolo fondamentale ed è essen­ziale che i media trattino la violenza contro le donne in modo responsabile, come sostiene la Convenzio­ne No More, ovvero “promuovendo e diffondendo una cultura più consapevole riguardo le questioni di genere, rispettando l’argomento e utilizzando un linguaggio ade­guato e immagini idonee, che non trasformino la vittima in complice della sua stessa morte o violenza, perché così si ridimensiona agli occhi dell’opinione pubblica la gravità del reato, con il rischio di ridimensionare la gravità”».

Immagine di copertina, photo credit: Single Teared Emotion via photopin (license).

La Kyenge si può uccidere, ma solo se il killer non è nudo

Più che un’onda o uno tsunami, come l’abbiamo descritto nell’articolo su Salvini e l’ossessione per i rom, la dilagante diffusione del razzismo in Italia forse è più simile allo stillicidio, cioè il lento gocciolamento dell’acqua. Lento, insidioso, apparentemente innocuo eppure inesorabile. Ci si abitua, e alla fine ci si ritrova con una frana o un’alluvione, o con persone che commentano la recente tragedia nel Mediterraneo scrivendo “-700” seguito da un’emoticon sorridente, e via coi “mi piace”.

Nell’articolo precedente scrivevamo che su alcune forme di razzismo c’è uno stigma sociale per cui, almeno la maggioranza delle persone, è portata a frenarsi, controllarsi, mentre in altri casi (ad esempio verso i rom) non ci sono limiti e si possono sostenere posizioni apertamente razziste, sempre più estreme, incitando all’odio e alla violenza senza alcun timore. Questo tipo di sfoghi, oltre a trovare un nemico comune minuscolo e raggiungibile, sono utili a portare voti verso alcune parti politiche o visite e quindi quattrini verso alcuni siti web.

Qualche giorno fa abbiamo notato questo post:

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Il post tuttora online

L’autore è un signore che ha condiviso un articolo che dà una notizia falsa, proveniente da quello che si presenta come un sito satirico, anche se gli stessi lettori la percepiscono come vera. In realtà, inutile fare gli ingenui, questo tipo di siti pubblicano notizie appositamente “credibili” e da questa ambiguità – che porta la maggioranza degli utenti a condividerla come vera – ricavano molte visualizzazioni. Diciamo che siamo più nel campo della bufala che in quello della satira vera e propria.

Non a caso la notizia – una delle più condivise di tutto il sito – mescola abilmente due fortissimi elementi d’antipatia per moltissimi italiani: l’eurodeputata Cécile Kyenge e i rom. Un cocktail perfetto per sfruttare l’odio e canalizzarlo in un contenuto virale: l’articolo ha oltre 90mila condivisioni.

Ma a colpirci veramente è il modo in cui la persona ha condiviso il post: parla esplicitamente della possibilità di uccidere l’eurodeputato Cécile Kyenge. Si può dire pubblicamente una cosa del genere? Per scoprirlo abbiamo deciso di rivolgerci a Facebook, segnalando il post tramite la procedura che il social network fornisce a tutti gli utenti per chiedere la rimozione di contenuti considerati non adatti.

Segnalando il post viene chiesto: “Cosa c’è che non va in questo post?” e tra le risposte possibili ci sono: “Promuove la violenza o la crudeltà verso una persona o un animale” o “E’ una notizia falsa”.

Il post in questione teoricamente rientra in entrambe le categorie, ma la parte grave ci sembra quella del killer, dunque scegliamo l’opzione “Promuove la violenza verso una persona”. Il messaggio sembra chiaro: si parla di killer, si dice “ci liberiamo di te”, insomma sembra proprio che promuova la violenza contro una persona, no?

No.

La risposta che riceviamo da Facebook dopo la segnalazione è che il post non viola gli standard della comunità.

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La risposta di Facebook

In pratica per il social network di Mark Zuckerberg questo contenuto non provoca alcun danno e può restare online. Abbiamo preso questo caso come esempio, ma in realtà sono tanti i post dove si incita apertamente alla violenza, e non sempre verso personaggi pubblici come l’ex ministro Kyenge. Post che, pur segnalati, Facebook non rimuove.

Un altro caso recente è quello che segue. E’ apparso in un gruppo Facebook contro i rom ed è un po’ difficile da leggere per come è scritto, ma riassumiamo il contenuto: l’autrice del post propone di buttare una bomba ogni notte contro il campo rom “come avviso”, oppure di utilizzare fucili, premurandosi però di risparmiare i bambini.

Una bomba ogni notte. Anche questo non viola gli standard della comunità
Una bomba ogni notte. Anche questo non viola gli standard della comunità

Anche in questo caso, dopo la segnalazione, Facebook ha risposto che il post non violava gli standard della comunità. Dai commenti successivi si capisce perfettamente come non si tratti di battute goliardiche tra amici o di satira ma di proposte prese molto seriamente dagli altri utenti. Insomma, la tolleranza del social network – o la negligenza nei controlli delle segnalazioni – sembra davvero molto alta. Una vittoria per i sostenitori della liberà d’espressione senza limiti? Non proprio.

Infatti c’è qualcosa che Facebook proprio non sopporta: le tette.

Più in generale il corpo umano quando è nudo. Se infatti il signore che parla di uccidere la Kyenge, o la ragazza che propone di andare la notte a lanciare bombe contro il campo rom, avessero postato anche una foto di una ragazza o un ragazzo nudi, molto probabilmente la nostra segnalazione sarebbe stata accolta immediatamente. Un seno nudo infatti viola gli standard della comunità di Facebook.

Un'immagine che fino a poco tempo fa sarebbe stata censurata su Facebook-
Un’immagine che fino a poco tempo fa sarebbe stata censurata su Facebook-

Sono tanti i casi di censure paradossali da parte del social network. Nudi artistici censurati in quanto pornografici, mamme che allattano, dipinti considerati capolavori ma a quanto pare troppo espliciti (L’origine della vita di Couerbert, censurato), e in alcuni casi perfino foto storiche, come questa del 1909 di una donna indio con il seno scoperto, gaffe assurda che ha portato il governo brasiliano ad avviare un procedimento legale contro Facebook.

Sempre in questi giorni il social network è finito al centro delle polemiche per aver rimosso la foto di un neonato affetto da una malformazione (non ha il naso) postata dalla madre. Dopo le tantissime proteste Facebook ha ammesso lo sbaglio. E proprio a causa delle numerose e frequenti polemiche recentemente la responsabile dei contenuti di Facebook Monika Bicket era intervenuta per spiegare le nuove linee guida del social network sulla rimozione dei contenuti. Cioè su cosa si può e cosa non si può postare.

Come riportato da Punto Informatico, Facebook ha una linea dura soprattutto su due punti: i contenuti che promuovono il terrorismo (ad esempio pro-Isis) e… il corpo umano:

sono proibite quelle immagini “che si concentrano su glutei completamente esposti” o sui genitali e quelle di seni “se includono anche i capezzoli”. Comprende altresì i contenuti creati digitalmente, a meno che non abbiamo scopo educativo o satirico. E sono altresì proibiti i testi che descrivono atti sessualmente espliciti se contengono “dettagli vividi”.

Dalla policy sui contenuti di Facebook emerge una visione del mondo che da una parte ha paura del nemico esterno (Isis, terroristi con barbe lunghe, ecc.) ma ignora o tollera l’odio interno, come se le cose cattive venissero sempre e solo da fuori, e dall’altra parte un’ossessione puritana per il sesso e il corpo umano. Come se i capezzoli fossero più pericolosi di quel dilagante razzismo che, goccia a goccia, invade le discussioni e le conversazioni ogni giorno di più. Ecco, come direbbe Salvini: stop invasione.

In copertina, particolare (censurato) del dipinto di Luca Ferrari (Luca da Reggio) “Venere impedisce a Enea di uccidere Elena” (1650 circa).

Malamore no!

malamMa l’amore no, l’amore mio non può disperdersi nel vento con le rose tanto è forte che non cederà, non sfiorirà. Io lo veglierò, io lo difenderò da tutte quelle insidie velenose che vorrebbero strapparlo al cuor, povero amor… canta una vecchia canzone, da cui trae il titolo la serata “Malamore no!” di venerdì 6 settembre 2013 a Rastellino di Castelfranco Emilia, serata di musica e letture per raccogliere fondi per la Casa delle Donne contro la Violenza di Modena in compagnia di numerosi artisti modenesi e bolognesi, tra i quali Ugo Cornia e Lorena Fontana.

Si tratta di un’iniziativa pensata per fare cultura, far riflettere, incontrarsi e raccogliere fondi per la Casa delle Donne contro la Violenza – spiega la senatrice Mariangela Bastico a nome della rete AgendER che, in collaborazione con l’associazione Artemisia, promuove la serata.

AgendER, lo ricordiamo, è un’agenda culturale e sociale con uno sguardo di genere pensata per mettere in collegamento Modena con altre esperienze dell’Emilia Romagna, un progetto (su facebook la pagina dedicata) a cui sta lavorando un gruppo di persone accomunate da un obiettivo preciso: dare impulso a un dialogo e a un confronto tra i vari soggetti istituzionali e associativi impegnati sul tema della cultura a Modena, per favorire la condivisione tra le iniziative e consentire una migliore fruibilità della città.

La missione di AgendER, come testimonia l’organizzazione di questa serata a cui hanno aderito Arci, Cna, SpiCgil, Auser e Coop Estense e che ha il patrocinio dei Comuni di Modena, Nonantola, Ravarino e Castefranco, è quella di rimettere al centro la cultura nella convinzione che i fenomeni e le relazioni sociali possano migliorare attraverso di essa.

Il titolo della serata è volutamente provocatorio – prosegue Bastico – e intende smontare il luogo comune che associa la violenza a una sorta di amore possessivo, geloso, comunque sia a un amore, mentre bisogna aver ben presente che nella violenza non c’è mai amore. E questo va contrastato sia nei fatti che sul piano culturale, dicendo a chiare lettere che dietro la violenza ci sono uomini che non hanno amore, che non portano rispetto ma che hanno solamente un senso del possesso sbagliato nei confronti della propria donna”.

Ero assessore al Comune di Modena quando è nata la Casa delle Donne – ricorda Bastico – e credo che essa abbia dei meriti enormi, sia per aver fatto emergere il tema della violenza contro le donne, facendolo diventare una cosa “reale”, abbattendo cioè quel muro di silenzio che fino ad allora (parlo della fine degli anni Ottanta) esisteva sull’argomento, sia per aver aiutato negli anni migliaia di donne in un percorso di ripresa della propria vita”.

Una serata per far emergere il tema della violenza ma soprattutto quello dell’amore e della vita perché i fondi raccolti serviranno per contrastare la violenza e affermare il diritto a una vita libera delle donne.

Il sottotitolo dell’incontro è “Emergenza femminicidio”, fenomeno sempre più diffuso e preoccupante, la cua portata era inimmaginabile solo qualche decennio fa. Le donne uccise nel 2012 per mano di un uomo in Italia sono state 124, e 81 nei primi sei mesi del 2013. L’amore diventa malamore e la violenza un’emergenza che va affrontata con ogni mezzo, a cominciare dal sostegno ai centri antiviolenza.

Il vocabolo femminicidio è stato molto contestato ma è giusto che sia entrato nel vocabolario e nel linguaggio italiano, così come lo è nella maggior parte dei paesi del mondo – afferma Bastico, che è fra gli autori del volume “Femminicidio: l’antico volto del dominio maschile” curato da Giuliana Lusuardi, da poco uscito per VME Vittoria Maselli Editore. Il libro, scritto a più mani, offre un’interessante lettura del fenomeno femminicidio presentando punti di vista ed esperienze differenti, facendo emergere il carattere non individuale ma sociale del fenomeno, che come tale deve essere contrastato dalla cultura, dalla leggi e facendo tanta prevenzione.

Per fare vera prevenzione bisogna agire sui ragazzi nelle scuole, troncando dalla nascita gli stereotipi precostituiti.

Il Governo – conclude Bastico – ha approvato un decreto legge contro il femminicidio: è un primo passo che introduce alcune norme di sicurezza quali ad esempio l’allontanamento, per proteggere le donne vittime di stalking (ricordiamo che tutti i femminicidi sono preceduti da fenomeni di persecuzione), però va ribadito che si tratta di un primo passo. Deve essere fatto un piano nazionale contro la violenza: occorre un piano di formazione adeguata, di rafforzamento dei servizi e di sostegno ai centri antiviolenza, tutte cose che il decreto ancora non fa”.

La serata “Malamore no!” si terrà venerdì 6 settembre dalle 18.30 a mezzanotte, presso villa La Tartaruga a Rastellino di Castelfranco Emilia (via Garzole’ 41). Sono previsti un buffet (15 euro) e un programma di musica, letture, l’asta delle sorprese, l’esposizione di opere di Carlo Sabbadini e Luca Migliori e la mostra fotografica di Alessia Siligardi. Parteciperanno tra gli altri Ugo Cornia, Magda Siti, Lorena Fontana, Natalya Lyamkina (info 340-1566526).

(Immagine in evidenza: particolare di uno scatto di liquidnight via photopin cc)

V-day contro la violenza sulle donne

foto Dante Farricella
foto Dante Farricella

Vorrei parlare di Vagina. E vorrei farlo senza censure. Senza asterischi. So bene che questa parola suona storta e un po’ nuova ogni volta, perché la usiamo poco. Perché la usiamo poco?
Vagina. Cosa ci imbarazza esattamente?
La Vagina è ovunque. Ammicca dalle minigonne delle ragazze spalmate sulla cartellonistica pubblicitaria, sulle riviste, sullo schermo televisivo, su quello di computer e tablet. Siamo circondati da Vagine, ma soprattutto dall’Idea di Vagina, dal richiamo sessuale che esercita su tutto. Eppure non si dice. E non si conosce, o forse si ignora. C’è un grandioso mistero che avvolge tutto ciò. E un tuonante silenzio. Anche fra le donne.

Questo, personalmente, mi indigna. Ma mentre io, come altre donne, mi sono limitata a coltivare la mia indignazione, una donna americana, Eve Esler, 17 anni fa, ha squarciato il silenzio, intervistando centinaia di donne e chiedendo loro di parlare della loro Vagina. Ne sono uscite storie commuoventi, ironiche, drammatiche, coraggiose, brutali. Queste storie, una volta scritte ed elaborate, sono diventate uno spettacolo teatrale che va in scena nei teatri di tutto il mondo: I Monologhi della Vagina.

Dal 1998 tale l’opera teatrale si è costituita come movimento di denuncia contro la violenza sulle donne ed è stato istituito il V-Day (V di Vittoria, V di Vagina), durante il quale, in tutto il Mondo, “I Monologhi” vengono portati in scena per raccogliere fondi da devolvere in beneficienza a programmi che assistono le donne vittime di violenza.

A Modena, I monologhi della Vagina, vengono realizzati da attrici non professioniste, che per mesi fanno un percorso di preparazione teatrale e di autocoscienza, a partire dai temi proposti nei monologhi.
Calcheranno il palcoscenico quest’anno il 12 Aprile al Teatro Storchi di Modena (venerdì 5 Aprile erano al Teatro Dadà di Castelfranco), una quarantina di donne fra attrici e registe e tre uomini in qualità di registi. Fra i celebri testi portati in scena: ‘Come la chiamiamo’; ‘Peli’; ‘L’inondazione’; ‘Gli piaceva guardarla’; ‘La mia gonna corta’; ‘La mia vagina arrabbiata’; ‘La mia vagina era il mio villaggio’; ‘Rising e altri’.

New York con Eve Esler

Il V-Day è a Modena una realtà consolidata e sempre più partecipata; ciò ha reso possibile l’adesione alla nuova manifestazione di denuncia lanciata dalla drammaturga Eve Esler: “One Billion Rising – Svegliati! Balla! Partecipa!”.
Il 14 febbraio 2013, infatti, alle ore 18, decine di modenesi danzavano in Piazza Grande, mentre milioni di donne danzavano nelle città di tutto il mondo per scatenare una rivoluzione contro gli abusi di genere.
Durante lo spettacolo che andrà in scena a Castelfranco e a Modena verranno proiettate alcune immagini del One Billion Rising Modenese.

Intanto, in queste ore, mentre io scrivo e voi leggete, a New York si sono riunite, con Eve Esler, donne provenienti da quasi tutti i Paesi del Mondo per decidere le prossime azioni di questa rivoluzione che si sta manifestando nelle nostre piazze, nei nostri teatri e nelle nostre case.
Là, a rappresentare l’Italia ci sono due modenesi: Nicoletta Corradini ed Elena Montorsi.

Lei e le altre… stanno parlando di Vagine!