Erio il geminiano

Modena ha un nuovo parroco, anzi vescovo. E’ Erio Castellucci “Spero semplicemente di collaborare alla vostra gioia, di sostenere la vostra fede, senza appesantirvi, ma anzi cercando di favorire un percorso comune verso la fonte della gioia, il buon Pastore” ha detto nel suo primo saluto don Erio, fino ad oggi parroco a Forlì. Come motto ha scelto un versetto della seconda lettera di Paolo ai Corinti “Adiutores gaudii vestri”.

La nomina di papa Francesco è arrivata a tre mesi e mezzo dalla scomparsa del predecessore, mons. Antonio Lanfranchi, morto in seguito a una leucemia lo scorso 17 febbraio. E’ stata letta in duomo a mezzogiorno, prima che cominciassero a suonare le campane a festa. «La Chiesa di Modena-Nonatola con animo grato al Signore e al Santo Padre, Papa Francesco, ti accoglie, carissimo don Erio coma suo Pastore e 1012° successore del nostro padre nella fede, il vescovo Geminiano» ha detto don Giacomo Morandi.

Originario di Forlì, don Erio Castellucci di 54 anni, è parroco e docente di teologia; dal 2005 al 2009 è stato presidente della Facoltà teologica dell’Emilia Romagna. Specialista in teologia del ministero e teologia della spiritualità diocesana, è autore di diverse pubblicazioni, in linea con la teologia conciliare della chiesa cattolica e in linea con i vescovi che lo hanno preceduto qui a Modena. In Italia è riconosciuto come uno dei principali esponenti della ricerca sulla spiritualità del clero, dei preti e dei diaconi, inteso come luogo di novità carismatiche e spirituali.

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Un teologo, ma prima di tutto un parroco.
Alcuni mesi fa, in un articolo su “Settimana“, dibattendo su un certo modo di “fare teologia”, don Castellucci ha scritto: «Se la ricerca del teologo è rivolta ad una Parola sganciata dal popolo, diventa erudizione accademica più che teologia; se è rivolta al popolo senza un confronto critico con la Parola, si risolve nell’avallo di una prassi e, di nuovo, non è teologia. A me pare che questo sguardo binoculare richieda nel teologo anche un’esperienza pastorale diretta, come presbitero o come laico, in modo che il popolo non sia da lui contemplato “in provetta” o “dall’alto”, ma nel corso di un cammino condiviso».

Un prete dal tratto umano molto semplice
Vicino agli Scout e all’Azione cattolica. Non ha appartenenze politiche. A Modena don Erio dovrà affrontare delicate questioni amministrative e rafforzare la coscienza comunitaria del clero. Ecco, di nuovo, le sue parole nel saluto alla diocesi: «Vorrei venire tra di voi per imparare, prima che insegnare; per ascoltare, prima di parlare; per prendermi a cuore le relazioni, prima dell’organizzazione; per aiutarci a metter sempre le iniziative, i programmi e le strutture al servizio dell’incontro con il Signore e i fratelli. Vorrei evitare ed aiutarvi ad evitare il rischio di un attivismo che snerva e di una burocrazia che toglie le forze. Ma non posso farlo da solo, anzi io stesso dovrò essere aiutato da voi a non cadere nel servizio affannato di Marta, trascurando il cuore del servizio, l’ascolto che Maria presta a Gesù. Avrete pazienza con i miei limiti, anche di carattere, di tempo e di energie».

Fonte immagini: Il resto del Carlino.

Per chi è il Natale di Gesù?

Approssimandosi il Natale si è fatta più insistente la domanda: “Come sarà questo Natale?”. Questo Natale – scriveva 50 anni fa don Primo Mazzolari – è come tutti i Natali: un grande dono fatto a povera gente”. Mi hanno fatto riflettere per la loro attualità le parole “dono” e “povera gente”.
Il Natale è un dono; è il regalo che Dio ci fa per dirci che è vicino a noi, tanto vicino da mandarci suo Figlio a condividere in tutto e per tutto la nostra natura umana, eccetto il peccato; per dirci che l’uomo, ogni uomo, è importante, è prezioso ai suoi occhi. Un dono fatto a “povera gente”.

Da anni siamo avvolti da una crisi che anziché allontanarsi sembra farsi sempre più profonda, generando paura, smarrimento, rassegnazione.
In questo contesto auguro a tutti anzitutto di non sentirsi esclusi dalla consolazione, dalla gioia, dalla speranza che ci vengono dall’aprirci alla certezza che Dio non ci ha abbandona in balia di noi stessi; per noi e per la nostra salvezza egli è venuto a condividere la nostra storia, la nostra vita: il Figlio di Dio si è fatto uomo, veramente uomo. Nella Lettera dell’Apostolo Paolo a Tito leggiamo:“ E’ apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna… a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e pietà” (Tt., 2,11).

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Per chi è il Natale di Gesù? L’apostolo Paolo ci dice: è per tutti. E’ per chi si sente bisognoso di salvezza, per chi quindi ammette la propria fragilità e debolezza. Natale è per chi è e sa di essere povero. E non mi riferisco solo o principalmente alla povertà economica o sociale, che purtroppo colpisce sempre più famiglie; mi riferisco alla povertà come segno della condizione umana.
Natale è certamente per chi è povero materialmente, ma anche per chi si sente povero di compagnia e soffre di solitudine, per chi è costretto a contare i fallimenti dei suoi rapporti affettivi, per chi si trova moralmente fragile, per chi si sente incapace di guidare un figlio adolescente, per chi si trova senza più desideri, senza speranza, per chi è martoriato nel suo fisico. Potrei andare avanti nell’elenco delle nostre povertà. Tutti, credo, siamo e rimaniamo deboli, fragili, poveri. Varrebbe la pena confessarlo anzitutto a noi stessi.

La dove la debolezza dell’uomo è riconosciuta e confessata, lì può nascere la gioia di sentirsi salvati, lì può nascere più facilmente la solidarietà, la fraternità, la vicinanza, la condivisione.
E’il dono che può fare il Natale a noi “povera gente”. Lo dico ancora con le parole di don Primo Mazzolari: “Tu mi dici: “E il tuo Natale cosa mi dà? Non vedi che è un povero anche Cristo?” Hai ragione: Cristo è povero, ma è così buona la sua povertà, che quando gli sei vicino non hai più voglia di chiedergli delle cose: t’accorgi che ciò che ti manca, quando c’è lui , è ben poca cosa: che c’è anche questa poca cosa se sai chiamare col suo nome la gioia che hai dentro. E senti che con niente puoi dare a chiunque , se vuoi bene a tutti. Se non hai roba, hai del cuore, e ognuno ne può prendere quanto vuole, perché il cuore cresce spendendosi, si arricchisce spogliandosi”

Auguro a tutti un Natale di gioia, di bontà, di speranza.

Antonio Lanfranchi, arcivescovo

Immagine di copertina: “L’Adorazione dei pastori” o anche “Natività Allendale”, olio su tavola di Giorgione, databile tra il 1500 e il 1505 circa.

Stanchi, sfiniti, ognuno pensa per sé

Sono “stanchi e sfiniti”; ognuno si occupa delle proprie cose e non ci si sente più “popolo”; a Modena cresce il senso di tristezza e la malinconia è diffusa ormai ovunque. Per uscire da questo impasse, secondo il vescovo Antonio Lanfranchi occorre lavorare tutti per “rimettere al centro la persona e il suo desiderio di felicità, di vita piena, sensata”. L’occasione per riscoprire la “contentezza di essere cittadini” e di partecipare alla vita della città è il voto per rinnovare l’amministrazione comunale: «Sentiamo il dovere, la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città».

Non è sicuramente “morbido” il messaggio che oggi, durante la messa per la festa del patrono di Modena San Geminiano, il vescovo Lanfranchi ha rivolto ai modenesi. In prima fila, come ogni anno, ci sono le autorità, gli amministratori e i politici. Il primo pensiero va ai danni della Bassa dopo l’alluvione per la rottura dell’argine del Secchia: «la loro prostrazione e umiliazione sono più che legittime, vorrei far sentire loro la mia e la vostra vicinanza e solidarietà».

lanfranchi«Non possiamo nasconderci un malessere diffuso, una tristezza che attraversa tutte le fasce sociali – ha detto Lanfranchi -. Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiama le “passioni tristi”, che generano un senso pervasivo di impotenza e incertezza che rende pesante la vita e che porta a chiuderci in noi stessi e vivere il mondo come minaccia. Le manifestazioni di questa crisi le conosciamo bene, dalla povertà crescente, alla insicurezza, al clima di litigiosità, alla rassegnazione, all’individualismo utilitaristico». Si ripresenta la situazione descritta nel Vangelo, quando Gesù incontrava «folle “stanche e sfinite”, come pecore senza pastore… era venuta meno o era diminuita la forza unitiva che faceva di quelle persone un popolo. E’ come se ognuno si occupasse delle cose sue e trascurasse le vecchie memorie, i vecchi riti, le tradizioni, i vecchi valori. Proprio perché si dedica soltanto alle cose proprie ognuno si sente solo, abbandonato e disperso». Il vescovo parla di fenomeni ormai diffusi ovunque come la “stanchezza interiore”, la “tristezza del cuore” e la “malinconia”: «quando si impossessano del cuore, disgregano l’anima, trasformano le persone in risentite, scontente, senza vita. Sono consapevole che la crisi profonda che stiamo attraversando richiede soluzioni concrete strutturali, ma queste non possono realizzarsi senza rimettere al centro la persona e il suo desiderio di felicità, di vita piena, sensata».

Modena sta quindi perdendo colpi? «Occorre essere contenti di essere cittadini di Modena, sentire propria la città. E’ questa la condizione per impegnarci ad avere cura di essa, a partecipare alla sua vita, a costruire tutti il bene comune. La città può fare paura, ma può generare anche gioia di vivere quando è vissuta come occasione di prossimità, di amicizia, di ospitalità. Vorrei guardare alle elezioni amministrative come a un’occasione per rinnovare la nostra partecipazione alla vita della città. Viviamo tempi difficili, che sembrano fatti apposta per rafforzare contrasti e generare derive pericolose per il presentare e il futuro. Sentiamo il dovere, anzi, mi viene da dire, la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città».

Secondo il vescovo anche a Modena «viviamo in un tempo di elevato tasso di litigiosità, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della vita. Cedere alla litigiosità, alla contrapposizione su ogni cosa, all’odio, di fatto vuol dire cedere all’influsso negativo del grande tentatore. Cacciare i demoni allora vuol dire costruire unità dove c’è divisione, costruire fraternità dove c’è contrapposizione; dove c’è odio portare riconciliazione, dove c’è violenza portare pace». Chi ha responsabilità, ma anche ogni singolo cittadino, deve «lavorare per togliere tutto ciò che mortifica la dignità dell’uomo, tutto ciò che lo spersonalizza, lo riduce a oggetto, a funzione, per far risplendere la dignità di figlio di Dio, amato in ter¬mini unici e irripetibili, amato per sempre, gratuitamente. Sentiamo il dovere, anzi, mi viene da dire la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città, a misura della dignità di ogni uomo. Rinnoviamo tacitamente il “patto sociale e civile”. Un vero rinnovamento ha bisogno di volontà di incontro, di modi e di linguaggi capaci di attuare un confronto».

Il più grande spettacolo siamo noi

Non dobbiamo guardare con curiosità i più piccoli solo perché saranno il futuro della società. Ma perché con la loro spontaneità e la loro inusuale verità rendono le cose semplici uno spettacolo.
Questo è l’insegnamento raccolto tra 1.500 giovanissimi che hanno “invaso” la città di Modena per festa regionale organizzata dall’Azione Cattolica dei Ragazzi. Proprio il 2 giugno 2013, per la Festa della Repubblica.
Al Parco Ferrari e in Piazza Grande, tra musica, balli, laboratori, disegni e la messa celebrata dagli assistenti e dal vescovo mons. Antonio Lanfranchi.

Ecclesia semper reformanda

ImmagineCollegare in un’unica visione d’insieme le lettere alla città del vescovo e gli orientamenti pastorali del nuovo papa Francesco: questo l’obiettivo dell’incontro promosso sabato 6 aprile dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, durante il quale è stato presentato il volume che raccoglie per la prima volta tutte insieme le lettere che dal 1998 i vescovi di Modena hanno scritto alla città in occasione della festa del patrono San Geminiano.

«Le lettere – spiega Gianpietro Cavazza, presidente dal centro culturale – sono una tradizione che rimarca, anno dopo anno, il gesto di fraterna amicizia che il Pastore modenese intende compiere nei confronti di tutta la comunità locale. Una tradizione che ben si concilia con il nuovo stile pastorale di papa Francesco, i cui gesti e parole fanno già pensare a un cambio di rotta nella guida della Chiesa. Se non si può ancora parlare di una vera e propria rivoluzione, si può per lo meno rispolverare uno dei capisaldi della riforma protestante: Ecclesia semper reformanda. Questo riguarda la Chiesa in generale, ma anche la Chiesa di Modena, il suo “pastore” (il vescovo), il suo “gregge” (i credenti e le parrocchie), in rapporto con tutto il “popolo” cioè la città».

Un’occasione anche per soffermarsi sull’impatto che hanno avuto i messaggi dei vescovi sulla città, sui modenesi, sulla classe politica e sul mondo associativo e del volontariato. «La lettera – aggiunge Cavazza – è insieme uno strumento di comunicazione personale, perché aiuta a comprendere e riflettere sui fatti della vita personale, ma anche comunitario, in quanto l’identità del singolo si costruisce solo nella relazione con gli altri. Essa non intende rovesciare addosso alle persone o alla società modenese consigli e suggerimenti, piuttosto esprime un gesto di incoraggiamento e stimolo proponendo un cammino, un itinerario da farsi non da soli ma in compagnia».

Ma quale ricezione hanno avuto le lettere sulla città e nel tessuto della comunità ecclesiale? «Spesso le lettere alla città – ha affermato don Giuliano Gazzetti, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro – vengono ridotte ad un discorso sui valori, ma è soltanto questo l’aiuto che una Chiesa può dare alla sua città, l’aiuto a riscoprire o a rinfrescare certi valori e indicazioni etiche, oppure intende offrire una lettura spirituale della realtà? Compito della chiesa non è di “aiutare” la società ma di “salvarla”, ricordando che c’è solo una Persona che può trasformare i cuori delle persone in nome della redenzione avvenuta con il suo sangue».

Ma per promuovere una trasformazione del tessuto sociale occorre un reale rinnovamento della chiesa. Se i richiami contenuti nelle Lettere alla città non trovano riscontro nel vissuto ecclesiale, non possono essere realmente incisivi. «Già papa Benedetto XVI invitava a ripartire dalla vita di fede e dalla pratica liturgica per rinnovare la società, ponendo al centro del suo messaggio, mai abbastanza sottolineato, il concetto di purificazione del cuore e della ragione attraverso la vita di fede e i sacramenti, i quali, diversamente, si riducono ad una stanca osservanza rituale. Solo un popolo “purificato” sarà in grado di mettere il bene comune al primo posto, al di sopra anche degli interessi personali, e di partecipare all’edificazione della sua città».

«Le lettere alla città – ha aggiunto mons. Antonio Lanfranchi, arcivescovo di Modena-Nonantola, estensore diretto delle ultime tre – sono uno strumento importante per raggiungere tutti i modenesi, anche quanti sono fuori dalla vita della chiesa ma ne riconoscono l’autorità spirituale. Esse nascono dall’accogliere una domanda che viene dalla città, e nel cercare di accoglierla si arriva a parlare del ruolo e della missione della Chiesa nella città degli uomini. Il messaggio delle lettere intende suggerire atteggiamenti, che riguardano il modo di essere e di pensare, più che comportamenti esteriori o soluzioni concrete, che riguardano in modo autonomo le decisioni dei vari enti e associazioni».

Centrale l’idea del collegamento tra popolo di Dio e Vescovo, che si richiamano l’un l’altro, come insegna papa Francesco. «Se la chiesa perde la sua dimensione di popolo convocato, perde la sua significatività, se annulla l’essere in un territorio, perde la sua incarnazione. La Chiesa definisce se stessa fuori da sé, non al suo interno, in quanto deriva dal disegno di Dio e si rivolge agli uomini a cui è inviata. Occorre quindi che essa eviti di peccare di eccessiva autoreferenzialità, cioè di parlare di sé più che di Dio e dell’uomo».

Il volume “Ecclesia semper reformanda. Le lettere alla città del vescovo”, edito nella collana de I Quaderni del Ferrari, contiene anche un’ampia intervista a mons. Lanfranchi, alla guida della diocesi modenese dal 2010, che racconta la sua infanzia, gli studi, l’esperienza pastorale e il suo primo impatto con la città di Modena e la crisi economica, ma anche le sue letture preferite e le sue nuove responsabilità da vescovo.
Dalla lettura delle lettere emergono infine alcuni suggerimenti pastorali per migliorare le relazioni della chiesa con la città: riorganizzare le parrocchie come piccole comunità, sull’esempio delle prime comunità cristiane, al fine di rendere più densa e vitale la testimonianza del Vangelo, rafforzare e diffondere esperienze di comunione e di collaborazione tra i laici e di sperimentazione della corresponsabilità nella vita della chiesa locale, dotarsi di strumenti di resoconto pastorale al fine di rendere conto non solo delle attività realizzate ma anche del loro impatto pastorale nella comunità locale.

1963: rivoluzione in Chiesa

frate_scatto_paoloUn vento impetuoso. Così mons. Giuseppe Amici, vescovo di Modena, definiva nella lettera pastorale del 1966 il rinnovamento portato dal concilio Vaticano II. Un rinnovamento autentico, un cambio di prospettiva che ha coinvolto tutti gli aspetti dell’essere Chiesa attiva. Mons. Paolo Losavio, classe 1934, vicario episcopale per il diaconato permanente, ministeri laicali e vita consacrata del’arcidiocesi di Modena-Nonantola, ha raccontato quegli anni (dal 1963 al 1970) di “speranza ed entusiasmo” in un intervento al Consiglio pastorale diocesano (ripreso dal settimanale Nostro Tempo): «Appartengo alla generazione – comincia mons. Losavio – che si è entusiasmata per il concilio, perché ha potuto sperimentare e apprezzare i cambiamenti che esso portava nella vita della chiesa. Che cosa voleva dire andare a messa, andare al catechismo, leggere la parola di Dio, partecipare da fedele laico alla vita della Chiesa e del mondo prima del concilio e dopo il concilio».

La diocesi assorbì il concilio soprattutto grazie ad una serie di iniziative sia sul piano dottrinale sia in quello operativo: «L’immediato post-concilio – spiega mons. Losavio – fu caratterizzato da un fiorire di iniziative per conoscere e accogliere il nuovo del concilio. Prima di tutto va ricordata la tre giorni del clero che a La Santona, a partire dal 1963 (quindi subito dopo la prima sessione) rappresenta il primo grosso tentativo rivolto al clero per approfondire i contenuti che il concilio stava proponendo». Tra i temi affrontati, il laicato, la liturgia, la Parola, il ministero dei presbiteri, la Chiesa locale, la Chiesa nel mondo, il rinnovamento della catechesi.

Nei fatti cosa successe? «Tra le tappe più significative – ricorda mons. Losavio – sono state la riforma liturgica; la scoperta della parola di Dio; l’istituzione della curia pastorale; la costituzione del Consiglio presbiterale; la costituzione del Consiglio pastorale diocesano; il Cabe (Commissione amministrativa dei Beni ecclesiastici, ndr.)… Intenso fu il lavoro per preparare e accompagnare la nuova liturgia iniziata il 7 marzo 1965: uno sforzo sia sul piano delle idee come su quello della realizzazione pratica compiuto in quegli anni… Suggello e momento culminante fu il congresso eucaristico, celebrato in molte parrocchie e in 17 congressi zonali e quindi a Modena il 25 settembre 1966, con un coinvolgimento capillare di tutta la diocesi. In secondo luogo ricordo come realtà viva di quegli anni la riscoperta della Scrittura: molteplici iniziative promosse soprattutto dall’Azione cattolica giovanile… In terzo luogo il decreto di mons. Amici di istituzione del Consiglio presbiterale porta la data del 21 novembre 1966».

Citando ancora una volta la lettera pastorale di mons. Amici, il vicario sottolinea anche le numerose difficoltà di quegli anni: «Se ci guardiamo attorno, dobbiamo constatare che nella situazione religiosa attuale, così carica di doveri e così ricca di promesse e di speranze, non mancano – pure all’interno della comunità cattolica – tensioni, inquietudini, difficoltà, disorientamenti, lacerazioni, che turbano dolorosamente la gioia e lo slancio di questo meraviglioso momento di primavera nella vita della chiesa e che potrebbero, se non superati per tempo e con saggezza, trasformare quest’ora di riforma interiore ed esterna in un’ora di smarrimento e di distruzione, compromettendo così tutta l’opera di rinnovamento avviata dal concilio». Tra i maggiori rischi evidenziati dall’allora vescovo, l’immobilismo e l’estremismo: «Chi interpreta il concilio in chiave di eversione, di rottura sistematica col passato, di rimessa in discussione e in dubbio di tutto il patrimonio dottrinale, morale, ascetico della Chiesa di ieri, si mette fuori strada e travisa la realtà conciliare».

Mons. Losavio chiude facendo un bilancio del concilio a Modena: «C’è chi ha scritto di “una sostanziale non recezione” del Vaticano II a Modena. Non condivido per nulla questo giudizio – spiega il vicario episcopale –. Gli anni che ho cercato di descrivere restano anni da non dimenticare nella storia delle diocesi di Modena, anni ricchi di impegno di cui le difficoltà successivamente incontrate non possono diminuire o oscurare il valore e il significato; anni di una chiesa viva, desiderosa di essere fedele a quello straordinario segno dei tempi che è stato il Vaticano II. Anni che comunque hanno inciso profondamente, dando un volto nuovo alla chiesa di Modena. Se noi ripensiamo ad essa prima del concilio e la confrontiamo con quella che abbiamo vissuto successivamente, sia pure con difficoltà e tensioni, non può non imporsi davanti a noi una chiesa in cui liturgia, parola di Dio, catechesi, senso di Chiesa e partecipazione, rapporto Chiesa-mondo, sono realtà profondamente mutate; in grande misura, nuove».

Impegno gratis per il bene comune

6135528268_af221050f0_bQuesta è una (piccola) risposta alla lettera alla città del vescovo Antonio per San Geminiano che l’Ac modenese ha scritto. Vuole essere, semplicemente, uno spunto per riflettere insieme e un incentivo a leggere la (bella) lettera del vescovo.

Responsabilità, giustizia, solidarietà, gratuità, bene comune, religiosità, umanità… Sono tante le “parole chiave” del messaggio del vescovo Antonio per il San Geminiano del 2013. Parole chiave non solo da tenere a mente ma da “scrivere” con la nostra vita, con le nostre esperienze, nella e per le nostre città. Una sorta di “agenda“, tanto per utilizzare un vocabolo che va di moda, che in estrema sintesi richiama tutti, credenti in primis ma anche non credenti, ad assumere in pieno e senza deleghe in bianco il nostro essere cittadini.

Quella del vescovo è una lettera bella, piena di speranza, che vuole aprire le finestre e, come dice il titolo stesso, può aiutare a costruire sulla roccia sulla scorta del messaggio evangelico.
La responsabilità è il filo rosso che accompagna il testo e che, partendo dall’assunzione di responsabilità del santo Patrono quando decise di accettare l’incarico di vescovo di Modena, arriva fino a noi e alle nostre scelte. Anche noi come associazione non a caso mettiamo al centro dei nostri percorsi formativi fin dai ragazzi proprio la responsabilità a vivere nella Chiesa e nel mondo, come richiama la stessa lettera A Diogneto che il vescovo richiama nel suo testo.
E la responsabilità si declina poi in alcuni “fondamentali” per la vita buona: la sobrietà, la giustizia, la solidarietà, il senso di umanità, la prudenza e, infine, il bene comune. La forza del messaggio di mons. Lanfranchi sta proprio nell’unire fede e vita, nel mettere in luce come l’adesione alla fede e al Vangelo non porti “fuori” dall’impegno per l’edificazione della città, ma anzi lo concretizzi in valori che sono a un tempo autenticamente cristiani e autenticamente umani. E l’impegno per la formazione delle coscienze, per “costruire” buoni cristiani che siano anche buoni cittadini, è al centro dell’impegno che come Azione Cattolica portiamo avanti pazientemente da sempre.

L’impegno gratuito in associazione di tanti giovani e adulti non fa notizia, ma solo persone che hanno a cuore il bene comune, inteso come puntualizza il vescovo Antonio “il bene di tutti gli uomini, al di là degli interessi di parte”, saranno in grado di ricostruire il tessuto sociale e rinnovare lo stare insieme su basi solide. Infine un accenno al passaggio conclusivo del vescovo, quando parla di passare “dall’io al noi per tornare a costruire“. Passare dall’io al noi è davvero fondamentale e per questo, nel nostro piccolo, cerchiamo di impegnarci insieme da laici associati nella Chiesa e per il mondo. Non si tratta semplicemente di uno slogan, siamo davvero convinti che l’essere associati, il cercare di raggiungere gli obiettivi insieme (ragazzi, giovani e adulti), rappresenti un valore aggiunto che vogliamo mettere a disposizione.

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Vivere da saggi la città

Per la festa di San Geminiano, tutta Modena ha abbracciato il suo centro, il suo duomo, la sua piazza. Non è una novità: ogni anno (tempo permettendo) la via Emilia, invasa dalle bancarelle, si trasforma in “un carnevale di Venezia”. Ma a otto mesi dal terremoto, questo abbraccio è più caloroso che mai.

I modenesi non sono mai scappati, neanche dopo le ripetute scosse e i continui crolli. Hanno dimostrato coraggio e voglia di continuare. Ora vanno aggiunti nuovi requisiti per la ricostruzione: la saggezza è uno di questi.

«C’è una casa da ricostruire, che è sì la propria casa, la propria vita, ma anche una “casa comune”, abitata da tutti, che pure va ricostruita e che richiede il coinvolgimento di tutti». Lo ha ricordato nel suo messaggio alla città il vescovo di Modena, Antonio Lanfranchi.

La vita del patrono di Modena, ricordata nella lettera del vescovo, offre alcune indicazioni per continuare il lavoro mai interrotto dallo scorso maggio.

Statuta Civitas Mutine (1327) Particolare San Geminiano
Statuta Civitas Mutine (1327) Particolare San Geminiano

«Quali furono – si chiede mons. Lanfranchi – gli argomenti che convinsero il fuggiasco Geminiano a ritornare sui suoi passi e ad accettare il gravoso ministero episcopale? L’agiografo annota che “L’umiltà del Santo fu vinta, più che dalla insistenza dei concittadini, dalla considerazione ch’essi gli facevano presente, quando gli gridavano che lo avrebbero ritenuto responsabile di tutti i mali, se avesse permesso, mentre era vivo, che si introducesse nel governo religioso di Modena un mercenario”. Siamo tutti chiamati a onorare la nostra appartenenza alla “città” con una partecipazione attiva e responsabile». Al di là delle deleghe, delle elezioni, dei candidati, degli incarichi ufficiali: ognuno, nella propria vita, nella propria giornata, ha un impegno verso la provincia-comunità.

Nella sua lettera, il vescovo indica tre modalità per esprimere la propria appartenenza alla città: coltivare la dimensione religiosa e trascendente, ridare valore ai “fondamentali” della vita, edificare il bene comune. «I “fondamentali” della vita – ha scritto mons. Lanfranchi – sono racchiusi in alcune virtù che richiamiamo: la sobrietà o temperanza, per ricuperare l’essenzialità nello stile di vita; la giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli quanto gli è dovuto; la solidarietà, per essere davvero attenti ai bisogni di tutti e vivere con ferma determinazione il proprio impegno per il bene comune, il senso di umanità, così da vedere sempre in ciascuno l’ordine da rispettare, la prudenza, per individuare il meglio che può essere fatto qui e ora».