La città dei nostri sogni

Ci sono due scene di Inception di Cristopher Nolan che hanno a che fare con la voglia di immaginare di stravolgere la città così come la conosciamo.

La prima è quella in cui il protagonista Dom Cobb (Leonardo Di Caprio) illustra alla giovane Arianna, sua allieva, il potere dell’architetto dei sogni. La ragazza capisce in fretta: dopo pochi passi vediamo la città di Parigi avvolgersi su se stessa e Cobb annuire soddisfatto. La passeggiata prosegue con ponti che appaiono o si spostano e la città che cambia forma a seconda del volere dell’architetto.

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Ma la seconda scena è ancora più interessante. A un certo punto della loro vita Cobb e la moglie, entrambi architetti di sogni, decidono di rinchiudersi per 50 anni in quello che chiamano limbo, in pratica un mondo di sogni (“spazio onirico grezzo”). Come due solitari naufraghi onirici vanno a vivere da soli in un mondo che si sono costruiti centimetro per centimetro. È letteralmente la città dei loro sogni.

Avevano possibilità illimitate, proprio come nei sogni: niente costi o vincoli di legge a fermare l’immaginazione. Potevano costruire quello che volevano esattamente come volevano. Risultato?

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I due amanti vanno a vivere in una enorme e grigia metropoli abbandonata, con uno skyline composto da torri tutte uguali e un po’ inquietanti. Perché? Perché andare a vivere, perfino in un sogno, in una città di questo tipo? Una città composta da griglie di grattacieli, di cemento e acciaio, vetro e asfalto? C’è perfino un momento in cui Cobb e sua moglie dicono “Abbiamo sempre voluto vivere in un edificio come questo”. Ah sì?

Non sono l’unico a essersi fatto questa domanda, solo apparentemente semplice, dato che ogni singolo fotogramma del film di Nolan è stato sviscerato, analizzato e teorizzato da migliaia di laureati in lettere e filosofia. Ma anche di architettura: a molti appassionati di urbanistica la città dei sogni di Inception ha ricordato il Plan Voisin di Le Corbusier, cioè una famosa soluzione urbanistica realizzata dal grande architetto per il centro di Parigi.

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In effetti, confrontando le immagini, la città sognata da Cobb e sua moglie ricorda quella disegnata da Le Courbusier. Ma anche il limbo dantesco così come descritto nella Divina Commedia: un castello cinto da sette ordini di mura, un posto calmo e malinconico dove le anime aspettano. È evidente che la città dei sogni dei coniugi Cobb si tratta di una città della memoria: è un contenitore mentale, uno spazio freddo e cartesiano che i due hanno riempito con i ricordi.

Quello che poteva essere il livello più onirico e visionario del film, è in realtà quello più vicino alla realtà, forse perché l’immaginario della vita quotidiana (di coppia, in questo caso) è così forte che diventa impossibile evitarlo: non riusciamo a immaginare una vita che non sia simile a quella che già viviamo. In altre parole non riusciamo a immaginare una città che non sia una città.

Ma prima che si vada a finire nel tunnel senza uscita del delirio interpretativo, sindrome che colpisce chiunque parli dei film di Nolan, fermiamoci qua e ripartiamo dalla sola e unica domanda che riguarda questo articolo: come dovrebbe essere la città dei nostri sogni?

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In passato gli architetti ne immaginavano in continuazione. Città utopistiche, città ideali, sempre a metà tra scienza e fantascienza: c’erano quelle sottomarine o galleggianti, quelle spaziali, le città sotterranee o scavate nelle montagne, oppure ricoperte da prati e alberi. Progetti folli e ambiziosi, e per questo da apprezzare, ma che oggi probabilmente si scontrerebbero con costi impossibili, piani urbanistici e dissesto idrogeologico.

Un punto di non ritorno dei grandi e ambiziosi progetti urbanistici si chiama Pruitt-Igoe, da qualcuno definito addirittura “il giorno in cui l’architettura moderna è morta”.

Si trattava di un complesso di palazzoni progettati da Minoru Yamasaki nella città di Saint Louis, Missouri (USA) nel 1955. Le intenzioni erano buone, ottime. Ma, come si sa, le cose peggiori si fanno con migliori intenzioni.

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Pruitt-Igoe doveva essere una soluzione geniale per la vita, sempre più dura e disordinata, della popolazione povera della città. La classe operaia di Saint Louis viveva in baracche senza bagno o con il bagno in comune, energia elettrica che saltava, spazzatura agli angoli delle strade, una situazione di insostenibile degrado. Quindi si decise di finanziare un mega progetto di edilizia residenziale pubblica.

Nel progetto era prevista la segregazione razziale: parte del complesso sarebbe stata occupata dai bianchi poveri e un’altra parte dai neri poveri. In seguito la segregazione viene bandita e Pruitt-Igoe diventò semplicemente il quartiere dei neri poveri.

Si trattava di 33 edifici enormi che contenevano 12mila persone.

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L’operazione, ambiziosa, monumentale e innovativa, si dimostrò però un totale fallimento: dopo i primissimi tempi, le condizioni di vita diventarono pessime (principalmente perché la città non aveva i soldi per mantenere il complesso) e il risultato fu che Pruitt-Igoe in pochi anni venne abbandonato. Con l’abbandono, arrivarono crolli, vandalismo, degrado e la zona divenne una terra di nessuno con bande di tossicodipendenti e criminali a regnare, come nei film post-apocalittici.

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Soluzione?

Il comune, che aveva voluto il progetto, trovandosi per le mani un pericoloso e pericolante mostro di cemento, talmente grande da non poter essere recuperato, decide di distruggerlo: il primo edificio viene demolito il 16 marzo 1972. Gli altri 32 palazzoni saranno demoliti nei due anni successivi. Parte di questa demolizione si può vedere in una delle scene più emozionanti del film Koyaanisqatsi.

Anche le fotografie non sono da meno: si tratta di fotogrammi che catturano il crollo di un’utopia, esattamente come gli edifici che crollano all’entrata del Limbo di Inception: un mondo di sogni che si sfalda.

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Oggi si va leggermente più cauti con i mega progetti di città ideali, e il concetto di “città dei sogni” è sempre più legato alle attività commerciali.

Ad esempio a Macau, paradiso fiscale cinese, esiste un posto che si chiama esattamente City of Dream ed è un delirio architettonico che unisce Dubai e Las Vegas: un complesso di alberghi, casinò, palestre, piscine, centri conferenze, negozi e ristoranti, psichedelico, luminoso e scintillante. Un cartello all’entrata dice “la città dove i sogni diventano realtà”, come si diceva di Las Vegas.

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Sempre più spesso le città dei sogni contemporanee assumono questo aspetto: vetri enormi e autopulenti, esoscheletri al neon, luci e giochi d’acqua, centri commerciali e casinò. Il modello prima era Las Vegas, ma oggi è senza dubbio Dubai. Per alcuni è un sogno, per altri un incubo.

Eppure, chissà, anche queste moderne città dei sogni saranno abbandonate e lasciate al loro destino. Un’ipotesi secondo molti non così campata in aria.

È quello che ha immaginato il fotografo inglese Richard Allenby-Pratt con la sua serie Abandoned Dubai, dove la città degli Emirati appare fatiscente, con i grattacieli semidistrutti e coperti dalla sabbia del deserto e gli animali che si aggirano tre le rovine.

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Curiosità: Minoru Yamasaki, l’architetto che ha progettato il complesso residenziale pubblico di Pruitt-Igoe, è noto per aver progettato, fra i tanti, anche altri due edifici passati alla storia. E anche questi sono andati distrutti, sebbene in modo un po’ diverso:

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Un’altra dimostrazione che tutti i sogni, prima o poi, si infrangono.

Un nuovo presidio di Libera contro la mafia nel modenese

Domenica 23 marzo, ai piedi del Santuario di Serramazzoni, si è tenuto un corteo per onorare la ricorrenza del giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia. Contestualmente è stata ufficializzata la costituzione del dodicesimo presidio di “Libera” della Regione Emilia Romagna: “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte”, dedicato alla memoria dell’assessore salentina assassinata nel 1984.

libera2 La nuova sezione si basa su un “patto di presidio” sottoscritto, per ora, da 6 associazioni dell’Appennino modenese e volto a far crescere una comunità attiva, consapevole e capace di lottare contro la corruzione e il disagio sociale.
Non è un caso che il presidio trovi la sua sede fisica proprio a Serramazzoni, comune portato alla ribalta della stampa nazionale per un susseguirsi d’indagini sulle relazioni tra l’allora sindaco Luigi Ralenti e alcuni esponenti della ’ndrangheta. Al momento sono 5 i processi aperti e finchè essi non saranno arrivati a conclusione non si potrà parlare di matrice mafiosa. Eppure il quadro ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare è composto di episodi che nulla hanno da invidiare alla sceneggiatura de “il Padrino”. Non possiamo più far finta di non vedere la penetrazione di certi poteri forti nella nostra comunità.

Ho incontrato Mariella Badodi, referente della nuova sezione, la quale mi ha spiegato il percorso di costituzione del “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte” in relazione ai fatti che hanno scosso e traumatizzato la comunità montana.

Quando è maturata la decisione di fondare un nuovo presidio di Libera?
libera4Un anno fa i cittadini di Serramazzoni hanno sentito il bisogno di riunirsi per superare il periodo difficile che la comunità stava attraversando. Il Comune era commissariato e le indagini in corso imponevano una serie di limitazioni: gli uffici dell’urbanistica e dell’edilizia privata furono chiusi per dieci mesi bloccando tutte le pratiche, con notevoli disagi; il campo sportivo fu sequestrato; la programmazione estiva di eventi fu sospesa. Ci siamo chiesti dove eravamo noi mentre succedevano certe cose sotto i nostri occhi, cosa abbiamo deciso di non vedere e quali erano le nostre responsabilità. Abbiamo convenuto che Libera potesse essere la bandiera giusta sotto la quale fare un percorso di consapevolezza e di lotta.

Qual è stato il primo passo dopo aver maturato una nuova coscienza di cittadini?
Prima di tutto abbiamo partecipato a un percorso di formazione alla legalità indicatoci dal coordinamento di Libera di Modena. Tra le esperienze fatte cito un corso per tutti, che si chiama “Carte in Regola”. In seguito, il 26 febbraio, è stato formalizzato il Patto di Presidio alla presenza di 21 persone, tutte coinvolte in modo diretto e personale.

Concretamente quali sono le azioni del Presidio?
Siamo orientati a lavorare in prevenzione, affinchè il passato funzioni da memoria storica e ci renda capaci di reagire a certi segnali che ora abbiamo imparato a riconoscere. Per fare questo serve tanta formazione sulla cultura della legalità. Ecco perché ci stiamo già confrondo con le scuole e le amministrazioni locali.
–       abbiamo organizzato un ciclo di assemblee d’Istituto nelle scuole medie dei 6 Comuni del Frignano, per attivare percorsi di formazione che insegnino ai ragazzi a riconoscere come operano le organizzazioni mafiose;
–       abbiamo sottoposto ai cittadini che si candideranno come sindaci alle elezioni di maggio, di firmare un documento in cui si impegnano a seguire i principi fondanti di Libera nella lotta alla corruzione. Tutti hanno sottoscritto il documento.

libera3Queste le azioni svolte dal momento della costituzione del Presidio a oggi. Ora ci impegneremo, con chiunque voglia unirsi a noi, a svolgere le seguenti azioni, in tutto il Frignano:
–       diffusione della conoscenza di come opera il sistema mafioso corruttivo sul territorio;
–       educazione alla cultura della legalità e della giustizia sociale rivolta a studenti;
–       partecipazione alle attività promosse da Libera e da enti affini, come la commercializzazione dei prodotti “Libera Terra”;
–       promozione del dialogo con Istituzioni ed Enti del Territorio e attenzione costante all’operato delle amministrazioni locali;
–       monitoraggio sul territorio delle attività di “gioco d’azzardo”, “spaccio di stupefacenti” e “sfruttamento”;
–       contrasto ai fenomeni di estorsione e usura;
–       supporto e conforto ai cittadini più deboli e alle vittime della mafia.

Il 4 Maggio siamo tutti invitati a Serramazzoni, alla presenza della figlia di Renata Fonte. Si parlerà di memoria, impegno, legalità, vittime della mafia e verrà piantato un albero come atto di radicamento di Libera nel territorio montano. Che siano radici di un nuovo atteggiamento da parte di tutti, nei confronti della criminalità organizzata.

PSC: ecco le proposte al sindaco

Come potranno tradursi in impegni e decisioni concrete da parte della politica non è ancora chiaro. Però ora il Comune di Modena ha un bel po’ di materiale su cui riflettere prima di definire una volta per tutte il Piano strutturale comunale. Dopo il percorso partecipativo promosso dalla stessa amministrazione comunale (a cui hanno aderito 100 persone selezionate tra le circa 400 adesioni), ieri è stato consegnato al sindaco Giorgio Pighi il Dossier che contiene tutte le proposte emerse durante i lavori del Laboratorio “facciaMOlacittà”.

IMG_0047Un documento di 33 pagine che riassume le idee di oltre un centinaio di persone che si sono confrontate negli ultimi mesi nei gruppi di lavoro su cultura, economia, territorio, ambiente e mobilità, società. «Sono contento che si sia riportato il dibattito sul Psc in politica anche attraverso questo percorso partecipativo» ha detto Pighi durante l’incontro pubblico nella sala Giacomo Ulivi di via Ciro Menotti. «Il percorso partecipativo è uno strumento fondamentale» ha spiegato il sindaco facendo riferimento alle considerazioni emerse nel documento. Ora il Comune «è tenuto a valutarne gli effetti e le conclusioni, argomentando su come questo interferisce sulle sue politiche. Credo che si possa fare una sintesi alta in cui ci sia una risposta effettiva ai problemi che sono stati tirati fuori». 

Dopo il documento preparatorio approvato dal Consiglio comunale, ora chi amministra la città dovrà essere in grado di elaborare il Psc tenendo conto di tutte le sollecitazioni arrivate da cittadini e associazioni. «Non essendo una metropoli a Modena non si devono trovare soluzioni a quelle emergenze tipiche delle grandi città» ha spiegato Giovanni Leoni, docente di Storia dell’architettura all’università di Bologna. Occorre invece programmare il territorio «tenendo conto delle diversità» che lo abitano, e non soltanto degli spazi che lo definiscono. Così come non è necessario, soprattutto in tempo di crisi, “inventare” a tutti costi nuovi modelli architettonici: «concetti come “smart city”, sostenibilità e rigenerazione – ha aggiunto il docente – erano presenti anche in passato», basta quindi riscoprirli e inserirli in una progetto (il Psc appunto) che cerchi di garantire una “vision” d’insieme sul futuro della città.

Non fontane, ma emergenze vere

6632012931_4ca87bd6c8_bE’ di questi giorni la forte polemica sulla pedonalizzazione di Piazza Roma a Modena. Il Sindaco Pighi ha affermato che la decisione di pedonalizzare la piazza “viene da lontano”. Proprio per questo noi ci chiediamo perché questa misura non venga “aggiornata” alla realtà del 2013. La riqualificazione della piazza (che a noi pare una banale pedonalizzazione perché prevede unicamente il rifacimento della pavimentazione e la realizzazione ex-novo di due fontane con giochi d’acqua) ci pare fuori luogo in un momento storico come questo, così carico di urgenze.
Il costo previsto delle opere supera abbondantemente il milione di euro (pare 1,5 mln di euro) e la Giunta oscilla fra la capacità di reperire fondi e quella di offrire in permuta terreni edificabili in aree residenziali a sud della città.
Vorremmo chiedere al Sindaco Pighi, essendo le casse comunali in forte crisi (è stato costretto a tagliare sull’illuminazione pubblica per recuperare 200.000,00 euro, innescando anche problemi di sicurezza – si paventano purtroppo tagli sulla scuola) perché proprio ora l’intervento su Piazza Roma? Non ci sono forse altre priorità?
Fruitori e lavoratori del Centro Storico sono angosciati perché convinti che un simile intervento metterà a rischio molti posti di lavoro: senza aver prima realizzato valide alternative in zona, l’eliminazione del parcheggio di Piazza Roma porterebbe a gravi difficoltà di raggiungimento degli uffici, dei negozi, delle abitazioni del centro. Il Novi Park è ritenuto troppo lontano ed isolato. Non una valida alternativa.
Cgil, Cisl e Uil hanno di recente condotto una manifestazione nazionale a Roma, davanti al Parlamento. Hanno chiesto, unite, il rifinanziamento degli ammortizzatori sociali perché nei prossimi mesi le famiglie già in grave difficoltà non siano costrette alla povertà. Vorremmo che la Giunta si interrogasse sulle vere priorità della città di Modena… E’ proprio questo il momento di parlare di abbellimento del centro storico? E’ giusto, proprio adesso, spendere denaro pubblico per realizzare fontane e giochi d’acqua?
Tanto più che queste opere se non vengono accompagnate da corretti interventi di marketing e comunicazione diventano solo un costo per le casse comunali. Perfino il Pd cittadino, nell’Assemblea organizzativa Pd – Circoscrizione 1 del 25 maggio 2011, aveva concluso che «trascurando per il momento di soffermarsi su Piazza Mazzini e Piazza Roma (la loro trasformazione non sarà immediata) ci si è soffermati ad esaminare la prospettiva concernente Piazza Matteotti» individuando per questa tutta una serie di problematiche. Ci si chiede che fine abbiano fatto gli obiettivi di riqualificazione delle centralissime Piazza Matteotti e Piazza Mazzini, prima di procedere con Piazza Roma?
Vorremmo che in un momento simile non si parlasse di fontane! Vorremmo che la Giunta si occupasse delle emergenze che ci sono e di quelle che stanno per esplodere.
Perché non si investono le risorse destinate a Piazza Roma per interventi volti a risollevare il lavoro e l’imprenditoria: è il tema centrale, trasversale, urgente.
Con il nuovo lavoro creato le famiglie oggi in difficoltà non sarebbero costrette a chiedere aiuto – i dati raccolti dall’Associazione Porta Aperta offrono un quadro drammatico: non ci possono lasciare indifferenti le 608 famiglie che hanno richiesto aiuto solo nei primi sei mesi del 2012 per problemi di difficoltà economica temporanea. Non si tratta dei “poveri tradizionali”, ma di una fascia di popolazione che un tempo faceva parte della “classe media” e che oggi si sta, sempre più, avvicinando alla soglia di povertà e che in certi periodi dell’anno deve chiedere aiuto al volontariato, ai servizi sociali, alle parrocchie.
Ancora.
L’edilizia può essere ancora generatrice di posti di lavoro, ma occorre sburocratizzare e fare semplificazione amministrativa. Lo sanno bene coloro che vedono nelle ristrutturazioni del patrimonio edilizio esistente un modo per favorire il lavoro e la riqualificazione energetica degli edifici.
Perché invece che spendere denaro pubblico per fare giochi d’acqua non si investono risorse per accogliere le giovani coppie e le famiglie bisognose che non riescono ad accedere al credito ma che hanno necessità di alloggi in affitto e di social-housing?
Perché non si riaprono le chiese ancora chiuse dopo ormai un anno dal sisma?
Vorremmo che prima di lanciarsi nell’ennesimo progetto l’Amministrazione completasse le opere iniziate o promesse che tanti cittadini attendono.
Troppo spesso si sente dire che “la Giunta ormai ha deciso” e che pertanto non c’è più spazio per il dialogo. Contrariamente a quanto afferma il Sindaco Pighi, nell’atteggiamento della Giunta ultimamente non vediamo né ascolto né voglia di risolvere insieme i problemi.
Ci aspettiamo che l’amministrazione faccia mente locale e percepisca quelle che davvero oggi sono le urgenze e le priorità: si mettano in ordine di importanza le spese da sostenere. Tutti vorrebbero vedere una Piazza Roma splendida e davvero riqualificata, ma in questo momento bisogna dirsi, con molta onestà, che ci sono priorità più importanti: le famiglie, l’economia, il lavoro.

Ludovica Carla Ferrari
Luca Barbari

Sembra pensato per un’altra città

20081205_carlinoMo_piazzeBotta-RomaCi vuole molto poco per governare una città con gente per bene. Eppure il PSC sembra pensato per un’altra città. Ma procediamo con ordine.
Innanzitutto occorre rilevare che pur usciti malconci dalla bolla edilizia esplosa negli Stati Uniti i suoi effetti in Italia sono risultati mitigati dall’elevato numero di case in proprietà. Non si possono poi nascondere i problemi che la perdurante crisi riversa anche sul settore edile. E se la struttura della popolazione cambia, se permangono numerose abitazioni vuote, se nel breve-medio periodo non si attende un ritorno ai livelli di ricchezza precedenti il 2008, forse la strada da percorrere è quella della rigenerazione del patrimonio immobiliare della città e dei comuni della cintura di Modena. Ciò che dovrebbe essere chiaro è che non c’è nessuna rendita fondiaria da premiare bensì va incentivata, anche fiscalmente oltre che dal punto di vista dell’opinione pubblica, la rigenerazione del patrimonio esistente verso un miglioramento dei valori ambientali, energetici, antisismici e sociali.
Questa prospettiva, testimoniata tra l’altro da quello che si sta iniziando a vedere nelle zone del cratere, risulterebbe favorevole alle piccole e medie imprese del settore edile dotate di personale specializzato.
Ciò che si intende sostenere è che è possibile coniugare sostenibilità ambientale con sviluppo economico coinvolgendo la stragrande maggioranza dei proprietari di case che troveranno un interesse soggettivo in una operazione orientata al bene comune.

Angaangaq, Billy Jean, Freddy Mercury e va tutto bene madamalamarchesa!

Sono appena tornata da un viaggio con le mie due figliole. Dopo il rito delle elezioni politiche, sentendomi sicura di aver fatto il mio dovere di cittadina e di aver contribuito a dare un governo stabile al Paese, sono partita per il deserto del Sahara, così tanto per abituarmi a come sarà il centro di Modena dopo la ristrutturazione di Piazza Roma. Nel Sahara però non ci sono ancora le strisce blu, ma su questo torneremo.
5951683083_7f15fe4bba_bPrima di partire ho portato la mia figlia più piccola, ancora da maritare, all’evento culturale modenese dell’anno: l’incontro al Forum Monzani con gli specialisti di cure alternative, rigenerazione spirituale ed energia mentale. La mia bambina cercava un filtro d’amore per fare innamorare un tale modenese che dicono guadagni 820.000 euro all’anno per dire che tutto va bene (madamalamarchesa). Abbiamo parlato con lo sciamano esquimese Angaangaq che ci ha risposto serafico: «se la avessimo noi quella pozione, con sti paio di igloo che resteremmo al freddo in Groenlandia a fare dei buchi nel ghiaccio…».
Purtroppo tra ossi di caribù, trecce di avena nordica e caraffe magiche, non abbiamo visto lo stand del Comune dove speravamo d’incontrare l’Assessore al Bilancio, occupato con fondi di caffé e zampe di gallina, a far quadrare i conti. Sembra che non gli abbiano accordato il pass in quanto le metodologie utilizzate per redigere l’importante documento, non sono state ancora certificate dai druidi della finanza internazionale… Vedremo se il prossimo anno gli organizzatori chiederanno al responsabile del culto degli antenati aborigeni di mettersi in contatto con il sindaco, per capire cosa bolle nel pentolone.

In ogni caso, di ritorno dal Sahara ho trovato la situazione politica nazionale proprio come me la aspettavo, cioè all'”italiana”. Quel milioncino e più di radical chic, un po’ di destra, molti di sinistra, ma con anche tanti piccoli imprenditori illuminati, che hanno votato all’ultimo momento il Grillo, volendo far parte del 20% degli indignati-super-fighi (cioè, nella vulgata attuale, la parte intelligente e onesta del Paese…!!!!), hanno invece fatto sì che il Movimentone sia asceso al 30% circa, rendendo di fatto ingovernabile il Paese. Bravi! Ottima scelta! Da veri italianissimi che poi adesso si lamentano che manca un punto diPil!
5858858941_9579957aa8_bDa quel momento la situazione si è dipanata come segue: 1) Monti è così contento del suo partito che ha dichiarato di non volerne più essere il leader, perché non ne può più; 2) Bossi e il suo cerchio magico (vedi il Forum Monzani) hanno tirato calci ai Maroni degli altri leghisti e ora pensano di formare un altro partito (già vediamo il titolo: “il partito di Maroni si spacca: si va verso la soluzione di due testicoli indipendenti!); 3) nel Pd ci sono ormai più leader che iscritti e ognuno vuol fare fuori gli altri; 4) i grillini, tra una gita sui colli e l’altra (“s’annamo a divertì, nannì, nannì!”) fanno le quirinarie e i nomi che ne escono sono quanto di più vecchio, omologato, convenzionale e banale possa esistere (mancano solo il “Che”, Freddy Mercury e la Marylin, poi siamo al completo!). L’unico che fila dritto, non avendo problemi di partito (che non c’è) e di democrazia interna, è il solito Cav. che, tra un processo e l’altro, continua a rapprersentare al meglio ciò che l’italia davvero è: Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!
In pratica il risultato sarà il seguente. Nuove elezioni a Giugno dove gli italiani si ricompatteranno su due grandi coalizioni, esattamente la situazione disastrosa per cui era stato necessario chiamare il tedesco Monti al capezzale. Abbiamo fatto il giro dell’oca e ora torniamo al punto di partenza!!! Questa volta però ci manderanno direttamente l’esercito teutonico a risolvere il problema.

Nel Paesello invece non succede proprio nulla, sempre le solite tre cose. Le piscine Dogali vengono date in gestione sempre agli stessi e gli altri si arrabbiano, però poi dicono che se anche vincono non le gestiscono loro (non svegliare il can che dorme!); c’è chi dice che i reati sono diminuiti, ma stranamente sono aumentate drammaticamente le rapine e i furti (va tutto bene… madamalamarchesa!); il Comune per far finta di essere ancora comunista (adesso si dice liberalsocialdemocratico) si inventa una Fondazione dove mettere dentro gli educatori dei nidi, ma solo per pagarli meno; la società che gestisce i parcheggi toglie un po’ di strisce bianche e le sostituisce con le blu, ma sempre più strette! Adesso per parcheggiare bisogna fare un corso all’autodromo di Maranello. Stranamente a questa stessa società va anche il 10% delle multe.

MJ1In conclusione solo due piccoli consigli. 1) Invece che fare le strisce blu e bianche con i parchimetri, fate delle strisce arcobaleno! Uno parcheggia poi quando torna scopre quale era il colore. Se era bianco, non paga; se era blu, paga anche una bella multa. Al sistema potreste collegare una specie di Lotteria Modena, e il 6 di gennaio fare una estrazione. Chi vince fa una settimana di vancanza da Longagnani a istruirsi. 2) Poiché si va verso la pedonalizzazione del centro strorico, perché non approffittarne? Io direi di pavimentare tutto il centro con dei rettangoli che si illuminano e si spengono a caso, come nel video “Billy Jean” di Michael Jackson (vi ricordate?). I pedoni camminano, poi a un certo punto scatta una sirena e tutti si devono fermare (tipo Uno, due, tre stella!): se siete su un cubo illuminato pagate una multina (1 euro) se invece siete su un cubo spento, potete proseguire.

Modena come la vorresti? Dillo con un sondaggio

Più zampone o più Ferrari? Più biciclette o più autobus? Verde o grigio? Come ti immagini la Modena del futuro? O meglio: quale città vorresti nei prossimi 20 anni?
Il Comune ha avviato il percorso partecipativo (per “100 prescelti”) in vista della definizione del nuovo PSC, piano strutturale comunale. Noi abbiamo ci rivolgiamo ai giovani dai 16 ai 35 anni per indagare sui simboli e la qualità della vita dei modenesi. Partecipa al sondaggio… bastano 2 minuti!

https://it.surveymonkey.com/s/LaModenaCheVorrei

Il PSC va oltre le barriere

Il PSC di Modena può tradursi in una straordinaria occasione di confronto con la comunità. Non può non tenere conto delle barriere architettoniche e delle esigenze che arrivano dal welfare. Ne abbiamo parlato con Franco Bomprezzi, giornalista e scrittore, classe 1952. Vive e lavora in sedia a rotelle dedicandosi alla comunicazione sociale e all’informazione sulla disabilità.

franco bomprezziRitiene che il percorso avviato dall’amministrazione comunale dovrebbe portare a individuare obiettivi ed azioni specifici per ripensare la nostra città anche a misura delle persone con disabilità?
Non conosco nello specifico la situazione attuale di Modena, città che peraltro ha una buona tradizione di dialogo con il mondo della disabilità. In una logica di progettazione per tutti non può che essere fondamentale prevedere a pieno titolo la partecipazione competente del mondo delle associazioni, degli operatori, degli esperti di accessibilità, ma anche dei singoli cittadini con disabilità, che sono portatori di esperienza vissuta.

Quale ruolo possono giocare il volontariato ed il terzo settore nel percorso di progettazione urbana?
Innanzitutto possono essere coinvolti in una azione di rilevazione degli ostacoli, delle cose che mancano per rendere pienamente fruibile la città e i suoi servizi. Non è solo una questione di barriere, ma proprio di possibilità di vivere pienamente la città in tutte le sue articolazioni.

Pensa che la programmazione debba integrarsi con l’analisi del welfare locale, come peraltro è stato fatto in altre città, anche prossime a Modena?
Senza una conoscenza piena e capillare della realtà di welfare nel territorio è impensabile programmare servizi e sviluppo. E’ curioso constatare come ancora oggi, non solo a Modena per la verità, non esistano dati inoppugnabili e aggiornati sul mondo delle persone con disabilità e del disagio sociale. Centro e periferia, zone di completamento, riuso del territorio, servizi integrati, housing sociale, sono temi rispetto ai quali non bastano risposte di tipo urbanistico o di semplice infrastrutturazione del territorio urbano. E’ indispensabile lavorare in direzione di un ripensamento dello sviluppo in funzione di una vita di comunità, sostenibile e coesa. In questo senso l’esperienza del mondo della disabilità è sicuramente una risorsa e non un problema in più.

Conosce esperienze in cui le scelte urbanistiche adeguate hanno permesso alle persone con disabilità di potersi riappropriare della propria città? Ci faccia due esempi: uno italiano e uno straniero.
Difficile citare esempi soddisfacenti, perché siamo in presenza di processi complessi e di tempi lunghi, di punti di partenza differenti e di esiti quasi mai coerenti con le premesse. Potrei citare in Italia la realtà di Ferrara, ma anche di Trento. E all’estero lo sviluppo di Barcellona, di Stoccolma o di Lille. Ma il rischio è di vedere un modello laddove invece abbiamo solo buone prassi su singoli temi (barriere architettoniche, trasporto pubblico, welfare locale). Una vera visione d’insieme, unitaria e coerente, non mi pare abbia ancora un esempio soddisfacente.

a cura di 
Luca Barbari

Il documento sul PSC va ripensato

«La città di Modena merita un piano all’altezza del suo passato, quando le università italiane, nei corsi di urbanistica, prendevano come esempio l’esperienza modenese del PRG firmato da Osvaldo Piacentini e Giuseppe Campos Venuti negli anni ’60». Carla Ferrari è un architetto modenese e si occupa da trent’anni di pianificazione urbanistica. Non condivide il percorso che l’amministrazione comunale di Modena ha avviato con il Documento di indirizzi per il nuovo PSC, che è di recente approdato all’approvazione in consiglio comunale. «E’ un approccio superato. E’ un documento che va ripensato perché manca di una visione del futuro condivisa da tutta la città».

Foto CFArchitetto Ferrari, il piano regolatore degli anni ’60 che lei ha citato è stato un esempio per molti urbanisti. Che cosa è cambiato da allora nella pianificazione della città?
A Modena abbiamo perso la filigrana del disegno della città, quando si è cominciato a pianificare per “pezzi di città”. Quando si fa un piano devono esserci alcuni punti fermi che compongono l’orditura urbana: sono gli assi fondamentali su cui si indirizzano, per esempio, le linee di sviluppo. E’ su questa orditura che si costruisce il disegno urbano. Negli ultimi decenni, a Modena, si è disegnata la città per singole porzioni, distribuite in modo casuale, in funzione delle diverse proposte private che sono state assunte nella pianificazione. E’ stato così per le “zone F”, che sono state “spezzettate” sottraendole al disegno originario del sistema dei servizi del piano, e ammettendone, per una parte, l’edificazione privata. Da qui è cominciata, secondo me, la decadenza.

A sua difesa l’amministrazione comunale lamenta la mancanza di risorse pubbliche e la necessità di rivolgersi al privato che in cambio chiede aree “vergini” per edificare?
Finché ci sarà un’alternativa, anche una sola, fra edificare su un terreno vergine ed edificare in un sito dismesso in cui, prima di intervenire, sia necessario demolire quello che c’era e bonificare quello spazio, è ovvio che il sistema immobiliare sceglierà l’alternativa meno costosa e senza “inciampi” nell’esecuzione. Ma a pagarne le spese sarà principalmente la collettività. Se finalmente il Comune deciderà di non prevedere aree di espansione su aree libere, è evidente che anche le imprese cominceranno a scegliere quelle da riqualificare.

Quali alternative ci sarebbero?
Il nuovo PSC dovrebbe garantire un consumo “zero” di suolo agricolo, orientando tutte le politiche insediative all’interno della città costruita, che è fatta anche di grandi vuoti e di aree dismesse o in via di dismissione.
E’ sulle aree dismesse in particolare che devono convergere gli interventi di rigenerazione e riqualificazione urbana del PSC, per evitare di mantenere in essere situazioni di degrado ed inquinamento, come denti cariati nel tessuto urbano, che prima o poi presenteranno il conto. I maggiori costi che l’impresa che opera la rigenerazione si accolla per la bonifica, nella fase iniziale, sono in realtà un risparmio per il futuro. Se si costruisce in periferia sempre più gente si trasferirà dalla città e la collettività dovrà sostenere maggiori spese per i trasporti e per i servizi.
La rigenerazione urbana è anche la chiave per salvare e rilanciare l’industria edilizia, facendole fare un salto di qualità, partendo dalla manutenzione e dal rinnovamento dell’enorme patrimonio abitativo esistente, con interventi di adeguamento e miglioramento sismico, di messa in opera di soluzioni per il risparmio energetico o con interventi più radicali di demolizione, ridisegno urbano e ricostruzione di porzioni della città che abbiano già raggiunto la loro fine corsa.

La tragedia del terremoto può spronare in questa direzione?
Il Terremoto della Bassa modenese ci ha dimostrato che occorre uscire dalla logica che gli edifici siano eterni. Non solo non sono eterni ma sono spesso inadeguati, hanno bisogno di manutenzione, di essere rinforzati, ammodernati e a volte sostituiti. La prevenzione passa anche attraverso la realizzazione di edifici più sicuri, che possano reggere eventi sismici.

Parliamo del percorso partecipativo che ha avviato il Comune. C’è stata recentemente la selezione dei rappresentanti per il percorso “100 per Modena”. Lei è favorevole?
Io credo che il percorso partecipativo intrapreso non sia adeguato allo strumento urbanistico che si deve costruire. Il campione dei 100 sorteggiati in base alla lista delle persone che si sono iscritte, non sia rappresentativo di tutta la città. Ci sono istanze che da quel campione non saranno rappresentate. Se una categoria non si è organizzata, il Comune deve farsi carico e “andarla a cercare”, perché il percorso partecipativo deve coinvolgere tutti i “portatori di interesse”, i cosiddetti stakeolders.
Questa città ha aspettato tredici anni dall’entrata in vigore della legge 20/2000 per fare il suo PSC. Credo che debba prendersi il “giusto tempo” per discutere del piano con i suoi cittadini, decidendo con loro i tempi del percorso di costruzione del piano, con un orizzonte temporale “definito e certo” ma non imposto dalla scadenza elettorale.

A cosa si riferisce? 
Credo che sia necessario che a quel percorso si affianchi un altro percorso, strutturato sulla città e sui suoi cittadini che la stessa amministrazione comunale ha il dovere di avviare al più presto.
Un segnale della necessità di discutere viene anche dal percorso del Laboratorio partecipato di politiche urbanistiche per il Piano Strutturale Comunale di Modena avviato da SEL nelle settimane scorse e che ha avuto giovedì 4 aprile la sua prima serata operativa, con un centinaio di adesioni e una settantina di partecipanti presenti.
E’ un percorso che non vuole sostituirsi a quello che l’amministrazione comunale deve sviluppare ma intende fornire sollecitazioni, sviluppando alcune proposte di vision su elementi di eccellenza o di criticità, che il laboratorio individuerà come prioritari per il futuro del sistema urbano di Modena partendo da una pagina bianca, ma condividendo, come base comune, i principi della sostenibilità.