F.A.C.E.: l’automa che prova emozioni ci spiega cos’è l’industria 4.0

Venerdì 2 dicembre si è concluso presso la Fondazione Collegio San Carlo un ciclo di conferenze dedicato al ruolo della tecnica nella cultura occidentale. Nell’ultimo appuntamento, il ricercatore e dottore in Automatica, Robotica e Bioningegneria Daniele Mazzei ha catapultato il pubblico – spesso in gran parte umanista – in un futuro già presente: la nuova frontiera dell’interazione uomo-macchina. Quello, insomma, dell’industria 4.0. Protagonista della conferenza è stato F.A.C.E., un robot con viso umano concepito e costruito dai ricercatori del centro interdipartimentale “E. Piaggio” dell’Università di Pisa, grazie a un team coordinato dallo stesso Mazzei.

fc01

La storia di F.A.C.E., il robot dagli occhi azzurri.

F.A.C.E. sta per Facial Automation for Conveying Emotions: automazione facciale per veicolare emozioni. Nella sostanza è un robot, ma con un’aggiunta particolare: una maschera in silicone che riproduce un viso di donna capace di esternare emozioni attraverso espressioni facciali. Grazie ai 32 motori nascosti nel cranio, in risposta a stimoli esterni come l’interazione con persone fisiche, F.A.C.E. esprime felicità, rabbia, tristezza, disgusto, paura e stupore, ossia quelle espressioni dette “invarianti cross-culturali”, comuni a tutti gli esseri umani.

F.A.C.E. è completa di arti superiori e inserita in una nicchia che costituisce la sua “umwelt”, ossia il mondo dal suo punto di vista. È in questa nicchia che ha luogo il suo addestramento: qui l’automa viene “cresciuto” come un bambino, sottoposto a stimoli che gli permettono di imparare, imitare, definire la propria struttura relazionale. Il presupposto, infatti, è che le emozioni dipendano dall’esistenza di un corpo: gli umani usano il corpo per etichettare i ricordi, ed è il corpo che passa queste informazioni al cervello. F.A.C.E., a suo modo, vede e sente, percepisce, impara attraverso la sua “fisicità mentale” e diventa una “presenza” con un’ “intelligenza” data da un equilibrio di relazioni. Una presenza che interagisce, manifestando stati emotivi e riconoscendo quelli dei suoi interlocutori.

fc02

Che cosa c’entra F.A.C.E. con l’industria 4.0.

F.A.C.E. è quindi una piattaforma di sviluppo per studiare l’interazione uomo-macchina dal punto di vista sociale, dunque in modo innovativo. È stato infatti dimostrato che, in questo ambito di studio, le sembianze umane di F.A.C.E. restituiscono risultati molto più performativi: in parole povere, se F.A.C.E. fosse un robot a forma di robot – e non umanoide -, i risultati raggiunti sarebbero di qualità inferiore.

E qui entra in scena la famigerata industria 4.0, tema su cui anche il governo uscente si è recentemente espresso proponendo un piano di investimenti (ma facendo più che altro scalpore con una frase poco felice sugli “ingegneri italiani a basso costo”). L’industria 4.0 non è altro che la conseguenza della quarta rivoluzione industriale. La prima è arrivata nel Settecento, con il vapore; la seconda nell’Ottocento con l’elettricità e la produzione di massa; la terza nel Novecento con l’automazione. Poi sono arrivati internet, il digitale, il mondo interconnesso: sistemi che potrebbero abbassare i costi di produzione e agire in un’ottica di maggiore eco-sostenibilità. L’industria 4.0 vedrà quindi protagoniste le tecnologie digitali: la connettività, l’analisi di dati, l’interazione fra macchine e fra uomo e macchina. E quest’ultima, è proprio la direttrice su cui lavora F.A.C.E.

fc04

La tecnica ci salverà o ci distruggerà?

Siamo di fronte a scienziati pazzi che assemblano Frankenstein dal cuore metallico? A nuovi Terminator pronti a mischiarsi fra gli umani? Certo che no. Siamo di fronte a piattaforme di studio per reagire al cambiamento tecnologico, ed essere pronti e competitivi sulle nuove frontiere dell’industria. “La tecnica non si può fermare – ha spiegato Mazzei -, al massimo si può solo rallentare. Ed è grazie allo sviluppo della tecnica che la qualità della vita è migliorata: viviamo di più grazie a questo, non certo perché mangiamo meglio, anzi.”

Di certo, si tratta di una bella storia di ricerca fra le tante che, purtroppo, fanno brillare l’Italia per scarsità di mezzi e risorse, resa possibile anche grazie ai contributi di quell’Unione Europea che molti non vogliono più. Chissà che faccia farebbe F.A.C.E. se lo sapesse.

La conferenza sarà disponibile a breve online sulla pagina Youtube della Fondazione Collegio San Carlo. 

Aule piene, tasche vuote

Con 12 milioni di euro in meno rispetto a cinque anni fa, l’Ateneo di Modena e Reggio Emilia taglia su consumi e personale. «Garantita l’offerta formativa, – spiega il rettore Tomasi – ma Roma intervenga: non può permettere che l’Università scompaia»

Blocco delle assunzioni, meno personale tecnico e amministrativo, professori costretti a rinunciare a ore di ricerca per fare docenza. L’Università italiana sta attraversando tempi duri, durissimi. Negli ultimi anni da Roma sono arrivati finanziamenti inferiori del 15 per cento, in controtendenza rispetto a ciò che succede in casa dei nostri vicini europei, Germania (+20%) e Francia (+6%). Maglia nera delle priorità, il mondo dell’Università in questi anni ha dovuto arrangiarsi per continuare ad offrire una proposta formativa adeguata ai ragazzi intenzionati a proseguire gli studi. Finora il sistema ha retto, ma quanto durerà?

tomasi_minerva_300Un taglio del 20 per cento. «I tagli – racconta il prof. Aldo Tomasi, rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia – sono cominciati con la Legge Finanziaria del 2008. Negli ultimi cinque anni il Governo ha ridotto il proprio impegno nei confronti dell’Università da 7 miliardi di euro a meno di 6 miliardi, pari, tenendo conto dell’inflazione, ad un taglio del 20 per cento. L’Ateneo di Modena e Reggio Emilia è passato così da 100 a 88 milioni di euro di finanziamento con un taglio di “solo” 12 milioni di euro, grazie ai premi raggiunti per le buone perfomance su parametri relativi a ricerca e didattica. Sono stati tagli molto dolorosi, – prosegue il prof. Tomasi – che ci hanno costretti ad una riorganizzazione generale. In Italia nessun’altra istituzione è stata colpita così duramente, far pagare l’Università è stata una scelta precisa di tutti gli ultimi Governi».

Segno meno per assunzioni e ricerca. Politiche di risparmio a 360 gradi, che hanno toccato diversi aspetti, dai consumi energetici al personale. E come spesso accade, sono stati proprio i dipendenti a subire il contraccolpo più pesante, come spiega lo stesso prof. Tomasi: «In primo luogo siamo stati costretti a bloccare le assunzioni. Tutti i dipendenti dell’Università, dai professori al personale amministrativo, hanno dovuto lavorare di più, in particolare ai professori è stato chiesto di aumentare le ore di docenza». A scapito di quelle dedicate alla Ricerca scientifica, anche se il rettore sottolinea che «la Ricerca del nostro Ateneo si mantiene ai primi posti a livello nazionale».

Segno più per offerta e studenti. I professori sono passati dagli 880 di 5 anni fa agli 800 di questo anno accademico, più o meno la stessa sforbiciata (il 10 per cento circa) ha colpito il personale tecnico e amministrativo. «La nostra priorità – prosegue il rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia – è stata quella di mantenere il più possibile stabile l’offerta formativa, fare in modo che gli studenti non fossero toccati dai tagli. In  questa direzione è andata anche la scelta di non aumentare le tasse universitarie, ma piuttosto di cercare entrate da altre sorgenti, quali fondi di ricerca e conto terzi (lavori per aziende esterne), che comunque non sono riuscite a compensare i tagli». In aumento, seppur di poco, il numero di studenti, passati nell’ultimo quinquennio da 20 mila a oltre 21 mila, segnale che «la proposta formativa mantiene i livelli di 5 anni fa, prima della crisi».

Le (poche) garanzie future. Questo il recente passato. Un capitolo a tinte fosche, che dà poche garanzie per il futuro. «Poche settimane fa la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha reso noto che il Governo ha confermato i tagli, che nel 2014 si aggireranno intorno al 3-4 per cento. Alcuni Atenei italiani sono già in grave difficoltà, non riescono più a far quadrare i conti e rischiano di scomparire. Il Paese non può suicidarsi così, non può permettere che la propria Università scompaia. L’Università di Modena e Reggio Emilia, pur nelle difficoltà, ha garantito un equilibrio per almeno tre anni. Questi – conclude il prof. Tomasi – sono gli anni più difficili dal dopoguerra. Ci siamo impegnati e continueremo a farlo per garantire una buona offerta formativa, chiedendo uno sforzo in più ai nostri docenti per continuare a non far pagare agli studenti il prezzo dei tagli».

Elogio dell’Erasmo (da Mutina)

In occasione dell’anno europeo dei cittadini ci interroghiamo su un progetto che, dalla nascita ad oggi, è diventato un vero e proprio fenomeno, in grado di attirare giovani da ogni angolo d’Europa. A Modena e Reggio sono oltre 500 i ragazzi in partenza o in arrivo grazie al programma Erasmus.

esn1 esn2Compie 26 anni nel 2013 il progetto di mobilità universitaria più celebre al mondo: l’Erasmus, acronimo di European Region Action Scheme for the Mobility of University Students. Un esercito di giovani, le cui truppe si ingrossano anno dopo anno, che dal 1987 occupa pacificamente i territori della Comunità Europea grazie a questo progetto, nato nell’ambito del Programma Socrates per la promozione della mobilità e dello scambio degli studenti tra i paesi membri ed altri stati convenzionati.

L’Università di Modena e Reggio Emilia fa parte delle oltre 4.000 istituzioni universitarie che hanno aderito al programma Erasmus: ogni anno partono e arrivano nel nostro territorio centinaia e centinaia di studenti. Per quanto riguarda il 2012/2013 sono oltre 300 i giovani modenesi e reggiani che quest’anno studieranno, per uno o due semestri, in una facoltà straniera e 215 gli studenti europei (per la maggior parte spagnoli, tedeschi, francesi, polacchi, rumeni e turchi) che hanno scelto le due città emiliane per trascorrere il loro periodo di studio all’estero.
Che rapporti intrecciano questi giovani con la nostra città? Modena è in grado di accoglierli e rispondere a quelle esigenze che vanno ben al di là di una semplice richiesta accademica?

“In generale – ci spiega Alessandro Bursi, presidente di Esn (Erasmus Student Network) di Modena e Reggio – i giudizi degli Erasmus che soggiornano nella nostra città sono positivi. Trovano Modena un posto a misura d’uomo, con un centro città in cui c’è tutto ciò di cui hanno bisogno. In molti ne apprezzano la comodità e centralità per raggiungere altre località italiane di interesse turistico. Penso poi che una parte di questo giudizio buono derivi anche dalle attività che si mettono in piedi per fare in modo che si sentano accolti e parte attiva della città. Ed è in questa direzione che vanno i nostri sforzi, come Esn. Noi cominciamo a lavorare già d’estate con la scelta e la formazione degli ‘student mentor’, ragazzi volontari, solitamente ex Erasmus, che diventano i punti di riferimento per i nuovi arrivati e li supportano per ogni necessità, dalla semplice conoscenza della città e dei suoi servizi alla ricerca di un alloggio. Poi ci mettiamo in contatto con tutti gli studenti in arrivo e in partenza per far sapere loro che siamo a disposizione, in qualsiasi momento della loro permanenza, anche attraverso i nostri network in Italia ed Europa. Se un ragazzo, una volta arrivato a Modena, si sente accolto, ha qualcuno che si mette a disposizione per mostrargli tutto ciò che offre il nostro territorio e ha spazi e momenti in cui può incontrarsi con altri studenti che stanno facendo la sua stessa esperienza, una volta tornato nel suo paese penso riserberà un ricordo positivo della sua permanenza qui. E magari vi farà ritorno”.

Alessandro ci racconta, infatti, di alcuni giovani che, a Erasmus concluso, sono ritornati a Modena per proseguire il loro percorso universitario o anche solo per riavvicinarsi ad una persona conosciuta qui.
Nonostante questo quadro, abbastanza positivo, non mancano alcune criticità, soprattutto nelle fasi iniziali: “Le prime difficoltà, per i ragazzi in arrivo, sono legate generalmente alla ricerca di un alloggio. Per alcuni, poi, si verifica un problema ulteriore: a causa delle comunicazioni non sempre chiare da parte delle loro università d’origine, arrivano a Modena con l’idea di studiare e vivere nella nostra città mentre in realtà la loro facoltà ha sede a Reggio Emilia. Ai ragazzi in arrivo a Modena viene proposto inizialmente un alloggio nella residenza universitaria di via della Costellazioni ma spesso questa opzione non è delle più economiche e convenienti. Qui i prezzi per le sistemazioni sono di circa 300 euro in doppia e 500-600 euro in singola (in centro si trova una singola a 300 euro). Per di più le sedi di facoltà, i luoghi di studio e divertimento sono quasi tutti in centro e per i ragazzi di via delle Costellazioni spesso è difficile raggiungerli con i mezzi pubblici, non attivi alla sera. Quindi la zona più ambita in cui risiedere per gli Erasmus rimane il centro città”.

“Non sono d’accordo con chi considera l’Erasmus una perdita di tempo – continua Alessandro -. Io trovo sia un vero e proprio investimento personale. Per chi ha vissuto sempre nella propria città l’Erasmus è un’occasione per aprirsi ad altre culture, stili di vita, lingue, fare nuove amicizie, mettersi in gioco in prima persona e imparare a organizzare autonomamente la propria vita (ad esempio attraverso la ricerca e la gestione di una casa). Spesso, però, la figura dell’Erasmus viene snobbata. E questo lo viviamo anche noi come associazione, nella nostra realtà modenese. Alcune facoltà non collaborano molto con Esn e ci lasciano soli, ad esempio, nell’organizzazione del Welcome day, un momento importante in cui la facoltà incontra gli studenti Erasmus e loro stessi iniziano a conoscersi e a socializzare tra loro. Quest’anno, però, l’università ci ha fatto un grande regalo: una sede in via Ganaceto che condividiamo con altre realtà universitarie (La Piattaforma, Asam, Usua, Sism, il Coro universitario e Radio Rumore)”.

Ed è da questa sede che partono molte attività di Esn Modena-Reggio: momenti di studio, cineforum, serate Tandem (scambio linguistico a coppie), feste e incontri come quello che si è tenuto nel mese di febbraio in collaborazione con La Piattaforma, dal titolo “Ci sono un italiano, un francese e un tedesco…” dedicato all’Europa, ai suoi cittadini e all’identità europea. “Col progetto nazionale ‘Erasmus in school’ che prenderà il via a breve – conclude Bursi –, andremo in alcune scuole superiori del territorio a presentare il programma Erasmus e le opportunità che offre ai ragazzi che vogliono mettersi in gioco”. Un modo come un altro per mantenersi sempre giovane… tanti auguri signor Erasmus!

Democrazia al limite della sopravvivenza

Campanini-Giorgio_pp«Il tempo delle vacche grasse è finito» e il famoso miracolo economico ce lo possiamo scordare perché «la ripresa non ci sarà». Quindi l’impegno più urgente, ora, è di studiare il modo per difendere la democrazia in una condizione di «decrescita», altrimenti «assisteremo ad una crisi del metodo democratico stesso».

Ha il tono della voce pacato Giorgio Campanini, docente di Storia delle dottrine politiche nell’università di Parma e di Dottrina sociale della Chiesa nella facoltà teologica di Lugano. Ma il suo presagio è grave e si fa ancora più pesante in un clima di instabilità politica come quello che sta vivendo l’Italia.

Professore, davvero è preoccupato per la tenuta della democrazia?
La democrazia fonda la sua credibilità e conseguentemente consensi essenzialmente su due fattori: il rispetto dei diritti umani e il clima di libertà e di relativa sicurezza nel quale i cittadini possono vivere; ma anche rassicurazioni di condizioni economiche progressivamente migliori. Il crollo delle dittature dei paesi dell’Est per esempio è avvenuto su questi due terreni: mancanza di diritti ma anche mancanza di sviluppo. Nel contesto attuale italiano si ha l’impressione che la sostanziale tenuta dei diritti, la persistenza della libertà, le garanzie date ai cittadini non siano considerate più sufficienti per esprimere un giudizio favorevole verso questa democrazia. Cioè una democrazia che non riesce ad affrontare la crisi è a rischio e credo che il voto elettorale di febbraio debba essere letto in quest’ottica.

Per il futuro quindi non possiamo più immaginare un modello democratico come quello passato?
Certo si deve riuscire a convincere i cittadini che auspicabilmente vi possono essere tendenziali progressi nel tenore di vita, nella disponibilità delle risorse, ma che la grande forza della democrazia si situa proprio sul piano della garanzia dei diritti e delle libertà individuali.
Bisognerà quindi diffidare di coloro che promettono aumenti delle condizioni economiche a prezzo delle libertà e dei diritti dei cittadini.

Per quale motivo non ci si è accorti per tempo di questo degrado?
Probabilmente c’è stata una certa miopia della classe dirigente, non solo della classe politica, ma forse anche degli intellettuali. Solo pochissimi, già da una decina d’anni, mettevano in guardia contro le conseguenze dell’impetuosa crescita dei paesi del Terzo Mondo. Oggi l’Occidente non ha più il monopolio in molti ambiti produttivi, a parte la questione dei prezzi. Ci sono paesi tecnologicamente avanzati dappertutto e dunque la fetta delle risorse mondiali che spetta all’Occidente sta progressivamente riducendosi. Io non credo che, anche superata la crisi, potremmo avere assaggi di sviluppo come abbiamo conosciuto negli anni del miracolo economico. E dunque la democrazia deve convincere i cittadini che anche il mantenimento sostanziale dell’attuale tenore di vita – che è già tra i più alti del mondo – dovrebbe consentire di esprimere fiducia nella democrazia. Se invece si cavalcasse l’utopia di una nuova, crescente progressione economica credo che andremmo incontro a pericolose disillusioni.

Accennava prima al risultato elettorale di febbraio. Pensa che anche il “modello partito” sia entrato in crisi?
Il partito vecchio stile, come “cellula” o “sezione”, con iscritti, con votazioni, con i quadri dirigenti precostituiti questo mi sembra in crisi irreversibile. Però è necessario che vi siano dei luoghi in cui discutere di politica, non limitarsi ai messaggi e messaggini di 10 righe che non sono certo sufficienti ad affrontare i problemi. Né ridursi soltanto alla politica spettacolo della televisione spesso banale e superficiale. Occorre che i cittadini si riapproprino della politica e che ci siano dei luoghi di discussione di confronto e di dibattito. A questo dovrebbero essere destinati i partiti e non ad affrontare beghe interne, a spartirsi cariche o a designare candidati. Se i partiti riprenderanno questo loro ruolo di lettura vivace e critica della società civile credo che avranno ancora davanti a se un futuro, altrimenti la loro sorte a mio giudizio è segnata.

Questa, tra le righe, sembra una delle battaglie portata avanti dal Movimento 5 stelle di Beppe Grillo.
Era anche, per esempio, il grande progetto purtroppo non realizzato dell’Ulivo. Anche Segni (Mario, promotore nei primi anni 90 del referendum per la modifica della legge elettorale da proporzionale in maggioritaria, ndr.) quando ha avviato la sua piccola rivoluzione proponeva lo stesso programma: il passaggio da un partito dell’apparato a un partito del movimento della società civile. Purtroppo alcuni critici o forse demolitori della democrazia sono riusciti in questo coinvolgimento della base più dei partiti tradizionali che quindi dovranno decidersi a modificare la loro struttura pena il rischio dell’irreparabile obsolescenza.

Pier Luigi Bersani è stato incaricato dal presidente della Repubblica di provare a formare un governo. Quanto potrà restare in carica?
Queste sono domande da profeta o indovino, non oso assolutamente fare alcuna previsione. Penso che sarà comunque una legislatura breve. Però sarebbe importante non andare subito al voto. Occorre avere un periodo sia di riflessione delle forze politiche, sia di ripensamento generale da parte dell’elettorato, sia – e soprattutto – di impegno per la soluzione di problemi urgenti che non possono aspettare un’eventuale nuova tornata elettorale.

cover_democrazia3

Immagine in evidenza: elaborazione grafica da uno scatto di Alex Dram in Licenza CC.

Integrazione? Nemmeno col terremoto

Giacomo Guerzoni, giovane cittadino di Finale Emilia si laurea con una tesi originale sulla convivenza tra italiani e stranieri nelle tendopoli dei terremotati. Per scoprire che nemmeno vivere fianco a fianco, condividere gli stessi identici problemi,  favorisce processi di integrazione. Bambini a parte. Ma una soluzione c’è: dialogo, capacità di ascolto da parte dell’amministrazione e punti di riferimento chiari tra volontari. Sono le “parole chiave” per garantire la convivenza tra le persone anche in tempo di terremoto.

Dialogo, capacità di ascolto da parte dell’amministrazione e punti di riferimento chiari tra volontari. Sono le “parole chiave” per garantire la convivenza tra le persone anche in tempo di terremoto. E’ quanto emerge dall’originale tesi “Conseguenze del terremoto in Emilia: la convivenza interetnica all’interno della tendopoli di Finale Emilia”, con cui si è laureato lo scorso novembre in Scienze dell’Educazione presso l’Università degli Studi Ferrara, Giacomo Guerzoni, giovane cittadino di Finale Emilia.

Nella sua tesi Giacomo ha affrontato un tema a cui nessuno, fino ad ora, per quanto riguarda il terremoto della Bassa modenese, si è mai dedicato e lo ha fatto seguendo la cosiddetta tecnica di ricerca qualitativa, che prevede l’osservazione sul campo del fenomeno che si intende analizzare, una serie di interviste semi strutturate ai soggetti interessati dal fenomeno e la ricerca di dati ad esso relativi presso i luoghi di pertinenza, in questo caso gli uffici comunali. La tendopoli di Finale presa in esame è stata costruita pochi giorni dopo la prima scossa del 20 maggio e smantellata il 21 ottobre 2012. Ha avuto il picco massimo di affluenza nel mese di giugno quando ha contato più di 2.000 ospiti. Al momento della chiusura gli ospiti erano 300, di cui il 90% extracomunitari, dato che va confrontato con quello del 13%, che sono gli extracomunitari residenti a Finale.

Gli studi sociologici fatti finora hanno sempre dimostrato come nelle situazioni di emergenza e difficoltà le relazioni si intensifichino e la solidarietà aumenti: «questo si è verificato anche nella tendopoli di Finale, ma solamente tra le persone appartenenti alla stessa comunità – afferma Guerzoni -. In generale, quello che ho rilevato, intervistando sia persone straniere che italiane, è che non c’è stata integrazione (sia tra italiani e stranieri che stranieri e stranieri, ndr.), per mancanza di interesse ad attuarla, nonostante le condizioni fisiche di convivenza così ristretta ed obbligata. Le uniche occasioni sono state offerte dai bambini quando giocavano insieme, “obbligando” i genitori a relazionarsi gli uni con gli altri, o in quei casi in cui le persone si conoscevano già da prima o di persone particolarmente intraprendenti che si facevano avanti per fare conoscenza».

Il terremoto in Emilia ha messo in evidenza la grande differenza di risorse, materiali e immateriali, che sussiste tra i terremotati autoctoni e quelli stranieri. Affinché entrambi i soggetti raggiungano il loro obiettivo celermente – riuscire cioè a tornare il prima possibile alla vita normale – è indispensabile che avvenga tra di loro un lavoro collaborativo, che si tramuta concretamente, secondo la tesi di laurea, «in occasioni di dialogo comune, di disponibilità di ascolto da parte dei funzionari dell’Amministrazione, e nella cooperazione di tutta la popolazione cittadina al fine di sostenere i disagi di coloro che hanno subìto i danni più ingenti e di accelerare il ripristino della vita normale». È conveniente, quindi, che «l’èlite e i volontari si preoccupino di adottare strategie comunicative funzionali ed efficaci al fine di rispondere a tutte le esigenze informative degli ospiti. La situazione di incertezza sulla condizione attuale e futura, e la mancanza di risorse cognitive a riguardo, sono causa di un aumento del grado di stress, già notevolmente aumentato durante tutto il periodo della prima emergenza. L’ospite si è sentito spesso umiliato da un certo modo di essere trattato dai volontari. Questo non costituisce sicuramente la maggioranza dei casi del comportamento dei volontari e della reazione degli ospiti, ma sarebbe importante che le linee guida di conduzione e gestione di un campo tenessero conto anche dell’approccio umano verso gli ospiti. Sicuramente a rendere più complicata questa dinamica è stato il turnarsi delle squadre di volontari settimanalmente senza elementi di continuità, che avrebbero favorito una maggiore elasticità nei comportamenti tenuti da quest’ultimi».

«Durante la mia ricerca – conclude Giacomo – mi ha colpito la facilità di dialogo con le persone straniere, molto più disponibili al confronto di quello che m’immaginavo. Credo che dall’esperienza di gestione di emergenze come questa si possa e si debba imparare tanto, soprattutto da un punto di vista culturale, approfondendo lo stimolante confronto tra comunità diverse, indipendentemente dai frutti che può dare».

Fonte immagine in CC: Il Fatto Quotidiano.

Il disagio della democrazia

Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. Intervista al politologo ed editorialista Carlo Galli.

 

Il Governo Monti, pur collocandosi temporalmente durante un processo di svilimento del concetto e del ruolo delle classi dirigenti e dell’’aristocrazia’ del Paese, riscuote tassi di fiducia piuttosto elevati, anche a fronte di un sempre più vistoso distacco di buona parte della popolazione dalla politica. A Carlo Galli, professore di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna, abbiamo chiesto innanzitutto se questo può essere interpretato come un segno di rilancio del ruolo delle élite nella gestione del Paese e se esiste una qualche continuità nella prassi di affidare il governo in situazioni di emergenza economica a un tecnico come è stato Ciampi e come è Monti (pur nelle rispettive differenze), e la tendenza storica della società italiana a cercare ‘l’uomo forte’ in grado di risolvere una situazione di emergenza.

Il fatto che in passato le élite italiane abbiano abdicato al proprio ruolo direttivo (non certo al privilegio sociale ed economico) lasciando le redini del potere nelle mani di un demagogo populista come Silvio Berlusconi, ha fatto sì che l’Italia sia arrivata vicina al disastro e, come spesso è successo nella storia del nostro Paese, le élite, anche se solo all’ultimo minuto, hanno saputo trovare l’energia per tentare di frenare il treno in corsa. Oggi le élite si trovano in una condizione analoga a quella dei governi che sono succeduti alla fine del regime fascista nel 1943, governi di notabili senza una copertura politico-elettorale ma con la copertura di tutti i partiti al fine di gestire un’emergenza. Dietro al Governo Monti c’è l’impegno di tutte le élite, dalla Chiesa cattolica a Confindustria al sistema delle banche. La spiegazione dell’esistenza stessa del Governo Monti risiede nella debolezza dei partiti che ha fatto sì che fosse indispensabile ricorrere a queste ‘riserve’ delle Repubblica che sono le élite, e chiedere poi ai partiti di ‘essere così cortesi’ da assecondare ciò che le élite decidono.

Élite, che fino a ieri si era disinteressata di politica lasciando il governo nelle mani di Berlusconi, preoccupandosi soltanto di vedere garantiti i propri privilegi e che ora, presa dal panico per i propri interessi e anche per quelli della nazione, si sforza di riportare il Paese in carreggiata. Quella che si sta verificando in questo periodo storico è una manifestazione di vuoto politico, di collasso della politica sia a livello istituzionale sia a livello partitico, che non si era mai visto nella storia repubblicana. La crisi dei partiti non nasce solo da questo livello sistemico – cioè dal fatto che i partiti sono costretti a formare coalizioni eterogenee – ma anche dal fatto che i partiti godono di un universale, diffuso, solidissimo discredito presso i cittadini, alimentato dalla continua quantità di scandali continuamente emergenti che li ha delegittimati agli occhi dell’opinione pubblica.

Dire che Monti è ‘l’uomo forte’ non è corretto, perché lui è stato chiamato a governare, non si è autoimposto, e vuole mettere in campo unicamente le sue capacità tecnico-operative che non hanno niente a che vedere con le capacità politiche.

Se è vero che l’indignazione può essere considerata come segno di attenzione e di presenza della società civile, è anche vero che essa, nella maggior parte delle volte, sfocia semplicemente in rabbia fine a se stessa. Cosa si è rotto? Se prima erano i partiti a canalizzare la rabbia della gente trasformandola in forza sociale, ora chi ci pensa?

I cittadini in un regime democratico non dovrebbero aver bisogno di essere ‘arrabbiati’ ma dovrebbero poter constatare che i loro problemi, bisogni e richieste vengono prese in seria considerazione da chi governa. Alla luce di questo, quando c’è una rabbia socialmente diffusa che si traduce in un distacco dei cittadini dalla politica ufficiale, dobbiamo renderci conto che siamo di fronte un vero problema. Questo distacco oggi esiste ed è tangibile perché i partiti sono completamente delegittimati e anche perché i cittadini hanno visto che abbiamo perso vent’anni da quando è cominciato Tangentopoli senza che sia stato fatto un passo avanti in nessuna direzione (tranne l’ingresso dell’Italia nell’euro, con tutte le conseguenze, negative e positive, che ciò ha comportato). E’ ormai chiara la percezione che nella fase di crisi del capitalismo nella quale siamo entrati si richiedono sacrifici continui in previsione di benefici e miglioramenti che in realtà sono assolutamente incerti. Di qui una rabbia e un’aggressività contro i partiti che i cittadini dovrebbero in parte rivolgere verso se stessi: ricordiamoci che gran parte della colpa di quello che sta capitando oggi è di Berlusconi il quale però non ha mai fatto un colpo di Stato; ha sempre regolarmente vinto le elezioni perché gli italiani hanno creduto in lui.

Oggi la democrazia è intesa come luogo dei diritti più che dei doveri: secondo Lei è anche per questo che il dibattito pubblico e politico, a qualsiasi livello considerato, è in realtà una semplice espressione delle pretese delle parti in gioco che sembrano non riuscire mai a trovare una sintesi nel senso di un interesse generale?

La qualità della nostra democrazia è pessima perché noi intendiamo la democrazia come l’avere solo dei diritti e quanto più questi diritti sono infondati, tanto più trovano ascolto. I cittadini e i politici dovrebbero essere sempre richiamati alla dimensione del dovere, che va al di là del proprio interesse particolare, e a pensare in termini di compatibilità sistemiche, di bene comune. Le democrazie occidentali sono un coacervo di interessi, in cui la lotta per la sopravvivenza emerge nella sua brutalità. Tuttavia, non dobbiamo generalizzare: non tutti siamo ugualmente peccatori davanti al bene comune, non tutti siamo dimentichi allo stesso modo dell’interesse generale del Paese.

Gli accadimenti legati alla situazione economica e politica del Paese hanno creato un grande scontento e risentimento nei confronti dei partiti. Non trova che proprio la frammentazione degli interessi e delle condizioni di vita richiedano un qualche tipo di composizione attraverso un rilancio di forme associative proprio come i partiti?

Gli interessi di un Paese complesso come l’Italia sono infiniti e divergenti: se ci si limita a fare rappresentanza degli interessi promettendo a ciascuno che i suoi interessi non verranno mai toccati, si paralizza il Paese, e vincerebbero sempre e solo i poteri forti. Fare politica significa interpretare una realtà sociale, capirne le dinamiche di sviluppo per poi proporre soluzioni ai problemi. Ci sono sempre almeno due modi per risolvere un problema politico e i partiti devono essere capaci di offrire soluzioni differenziate e alternative ai problemi della società. Far politica vuole dire farsi carico di una proposta di visione generale di un assetto della società ma oggi i partiti non hanno questa capacità, ed è anche per questo che la gente non ha fiducia in loro, e li considera un investimento a perdere.