Un oceano di bisogno

Una volta si chiamava Pead (Programme Européen d’aide Alimentaire aux plus Démunies) e conteneva le norme generali per la fornitura di derrate alimentari ai poveri dell’Europa che, nel 2012, erano circa 125milioni. Tale programma, la cui fine è stata determinata nel lontano 2011 ma prorogata fino al dicembre 2013, è oggi sostituito da un più articolato Fondo di aiuti europei agli indigenti (Fead), dell’importo complessivo di 2,5 miliardi di euro per l’arco temporale 2014-2020 (ma gli Stati membri possono decidere di aumentare le loro dotazioni fino a 1 miliardo di euro su base volontaria). Di questi, 595 milioni sono per l’Italia.

Si tratta di una novità assoluta nel panorama legislativo europeo, in quanto fino ad oggi il tema della povertà estrema era totalmente delegato alla competenza dei singoli Stati. L’obiettivo generale è promuovere la coesione sociale contribuendo al raggiungimento del target di riduzione della povertà previsto dalla Strategia Europa 2020 (almeno 20 milioni in meno di persone a rischio o in situazione di povertà ed emarginazione). Nello specifico, il Fead mira a sostenere i programmi nazionali che prestano un’assistenza non finanziaria alle persone indigenti tramite organizzazioni partner, aiutando a coordinare gli sforzi e a sviluppare e introdurre strumenti per promuovere l’inclusione sociale degli indigenti.

Tutto molto positivo, se non fosse per un problema. Pubblicato ufficialmente in Gazzetta europea a marzo 2014, è solo successivamente che gli stati si sono mossi per assicurarne l’operatività: così, ad esempio, in Italia l’erogazione degli aiuti alimentari dall’Ue interrotta a dicembre 2013 riprenderà solo in questi ultimi mesi del 2014 (arriveranno finalmente anche 10 milioni di euro che pare siano stati stanziati da un Fondo Nazionale di aiuti alimentari). Nel frattempo, un enorme vuoto si è riprodotto a cascata sul territorio, su soggetti intermedi come la Fondazione Banco Alimentare Onlus che, a sua volta, ha il compito di conferirli a realtà caritative locali. Senza aiuti alimentari molte strutture hanno rischiato di chiudere e di perdere quei preziosi legami, faticosamente costruiti, che hanno generato in questi anni una grande rete sociale di aiuto.

“Ci troviamo in un oceano di bisogno” spiega infatti Andrea Giussani, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus che, tra le sue attività più conosciute, promuove la Giornata nazionale della Colletta Alimentare in programma sabato 29 novembre in moltissimi supermercati, anche del nostro territorio.
Nella nostra regione, dove è attiva la Fondazione Banco Alimentare dell’Emilia Romagna (Fbaer), legata a quella nazionale, gli aiuti europei costituiscono da soli il 50% degli alimenti redistribuiti. La Colletta, poi, contribuisce per il 13,7%, il resto lo rende possibile l’attività quotidiana di recupero di eccedenze alimentari da aziende di trasformazione, grande distribuzione, consorzi ortofrutticoli e ristorazione. Si verifica quindi un’importante valorizzazione di beni altrimenti sprecati e un “effetto leva”, cioè la capacità di far giungere a (nuova) destinazione prodotti alimentari per un valore notevolmente superiore alle risorse economiche e finanziarie utilizzate per svolgere l’attività stessa.

Nel 2013 sono stati infatti recuperati in regione più di 7 milioni di kg di prodotti, un valore quantificabile anche monetariamente (si calcola in base ad un valore medio convenzionale pari a € 3,00 al kg) di quasi 22 milioni di euro, contro una spesa organizzativa nettamente inferiore. Purtroppo però nell’ultimo anno si è assistito a un calo complessivo del 6,5% del totale raccolto tra i vari canali. “Per questo – osserva ancora Giussani – si rende necessario incrementare la Colletta Alimentare. Ormai giunta alla 18esima edizione, la Giornata è diventata un importantissimo momento di coinvolgimento e sensibilizzazione della società civile al problema della povertà alimentare attraverso l’invito a un gesto concreto di gratuità e di condivisione: fare la spesa per chi è povero”.

Nata nel 1997, oggi, grazie anche alla piattaforma logistica di Parma che funge da centro di stoccaggio e distribuzione per tutto il nord-ovest, la Colletta Alimentare garantisce le azioni necessarie per un sostegno capillare sul territorio. Nella Giornata 2013 sono state raccolte in Emilia Romagna 9.037 tonnellate di alimenti (115 tonnellate in Provincia di Modena); ad esse si aggiungono 4.770 tonnellate raccolte a giugno 2013, in occasione della Colletta straordinaria indetta per far fronte all’interruzione degli aiuti dall’Ue e a quella che è un’emergenza dai confini sempre più ampi. Nella provincia di Modena sono stati distribuiti – su 84 enti e strutture caritative che assistono più di 24mila persone -1 milione di kg di alimenti, per un valore di più di 3 milioni e 300 mila euro, a fronte di una spesa sostenuta di poco più di 66 mila euro.

Immagine di copertina, photo credit: geezaweezer via photopin cc

Per fare tutto ci vuole un seme

Se hai una pianta di pomodori è molto probabile che qualche frutto, o anche solo uno, bello rosso, profumato, maturo, cadrà dalla pianta, rotolerà al suolo, lì marcirà e donerà alla terra ciò che di più prezioso ha da offrire: i suoi semi, vita in potenza. Questi semi, secondo una proposta di legge che la Commissione Europea sta prendendo in esame in questi mesi, sarebbero illegali. La “Plant Reproductive Material Law” impedirebbe di coltivare, riprodurre e commerciare semi di ortaggi che non siano certificati da un nuovo ente europeo denominato “Agenzia delle Varietà Vegetali europee”.

La proposta di legge sarebbe nata dalla volontà di garantire ai consumatori di vegetali una maggiore tutela per la loro salute, estendendo il controllo sulle sementi. Naturalmente questo scenario è stato avversato da molti agricoltori, con il sostegno di scienziati che si occupano di biodiversità. In effetti il pensiero che ogni operatore agricolo debba registrare (a pagamento) le proprie sementi a un’anagrafe europea (sperando che i prodotti rispondano a precise caratteristiche certificate) desta preoccupazione. Che ne sarà della consuetudine dei contadini di conservare i semi un anno per l’altro o scambiarseli fra di loro? Per non parlare dei costi di registrazione e di acquisto, spesso inaffrontabili per i piccoli agricoltori. Non si starà aprendo la strada a una sempre maggiore omologazione e impoverimento di tutti i prodotti?

Vandana Shiva, nota attivista e scienziata indiana ha affrontato il tema dal punto di vista del pericolo per la biodiversità e per la sovranità dei popoli (vedi qui). Secondo la vice presidente di Slow Food i semi  non devono essere brevettati per tutelare i consumatori ma, al contrario devono essere tutelati da ogni forma di controllo come quella prevista dalla “Plant Reproductive Material Law” che fa soltanto il gioco delle grandi multinazionali, le quali pretenderebbero di “possedere la vita”. Le sementi industriali della grande distribuzione, passate attraverso rigide selezioni o mutazioni genetiche, offrono una grande produttività ma devono essere riacquistate anno dopo anno poiché sono programmate per dare il massimo solo nella prima semina. Le sementi tradizionali invece, quelle che i nostri nonni si sono tramandati conservandole di anno in anno, sono sempre in potenza, come natura comanda! Utilizzando sementi tradizionali, inoltre, si scongiura il rischio che un solo parassita spazzi via il raccolto di interi Paesi caratterizzati dalle monoculture.
Ma se una legge deciderà che anche le sementi tradizionali dovranno superare rigidi controlli ed essere riacquistate ogni anno per essere legali, come ci metteremo al riparo dai rischi delle monoculture e dall’oppressione delle multinazionali? Come potremo sentirci ancora padroni del nostro raccolto e in comunione con la natura?
In realtà, lo scenario proposto dalla “Plant Reproductive Material Law” non è minaccioso come le considerazioni fatte fin’ora farebbero supporre. Per il momento infatti la legge è lontana dal costituire un attacco diretto contro gli orti fai da te e i piccoli agricoltori, per il fatto che il provvedimento non è applicabile a chi produce a scopo di consumo personale, a organizzazioni di volontariato e a piccoli produttori con meno di 10 impiegati… e si sta lavorando ad altre deroghe, meno male!

Viene comunque da chiedersi se sia davvero necessario ancora una volta, andare contro la natura, stabilendo regole, standard e omologazioni, – che il movente sia la tutela dei consumatori o delle multinazionali, siamo davvero sicuri di voler mettere alla prova la Terra? Gli unici che ci potranno rimettere siamo noi.

Per approfondimenti puoi vedere qui:

http://www.nexusedizioni.it/ambiente-e-salute/tag/agenzia-delle-varieta-vegetali-europee/
http://www.youthunitedpress.com/plant-reproductive-material-law-la-fine-dellagricoltura-fai-da-te-o-lennesimo-caso-di-disinformazione/

(photo credit: rogiro via photopin cc)

Il bello di essere europei

Modena si prepara al 2013, anno europeo dei cittadini. Antonella Buja, coordinatrice del Progetto Europa, illustra iniziative ed eventi per questi 12 mesi nel segno del vecchio continente. E spiega perché è ancora possibile essere euro ottimisti.

Da quando esiste un Progetto Europa a Modena?IMG_0008
Il Comune di Modena è attivo sui temi europei dal 1996, anno in cui è stato attivato un ufficio dedicato a due assi strategici: intercettare finanziamenti dell’Unione Europea per l’amministrazione ed inserire la città in un contesto di relazioni internazionali.
Tra gli obiettivi dell’ufficio c’è quello di far sentire i cittadini modenesi cittadini europei, attraverso un’intensa attività di animazione dell’informazione europea, in particolare rivolta alle scuole, agli insegnanti, ai giovani e alla terza età. Sul fronte finanziamenti, sono stati 87 i progetti finanziati dall’Unione Europea, per un totale di oltre 5,4 milioni di euro. L’ultimo è stato il Museo Enzo Ferrari, per il quale il Comune di Modena ha ricevuto un milione di euro dal Fondo europeo di sviluppo regionale.
Per il secondo punto abbiamo creato un centro di informazione ufficiale europea sul territorio, il centro Europe Direct di piazza Grande. Qui riceviamo quotidianamente scolaresche per una serie di itinerari didattici gratuiti sull’Unione Europea. Inoltre portiamo avanti un’attività seminariale per i giovani per illustrare le opportunità di studio, lavoro e volontariato all’estero, e per le scuole svolgiamo anche un lavoro di orientamento alla partecipazione ai bandi e programmi europei a loro disposizione, come il Servizio Volontario Europeo, che dà la possibilità a ragazzi e ragazze dai 18 ai 30 anni di svolgere un periodo di lavoro in un altro Paese europeo.

Come si è preparata Modena all’anno europeo dei cittadini?
Premetto che l’anno europeo è stato voluto per stimolare il dibattito e la conoscenza sul tema della cittadinanza dell’Unione Europea. In pochi conoscono i diritti che essere cittadini europei comporta. A Modena abbiamo scelto di sviluppare un calendario di attività, ad esempio costruendo un kit didattico, gratuitamente disponibile sul nostro sito (europedirect.comune.modena.it), con tutta una serie di materiali per insegnanti e studenti per approfondire le tematiche legate all’appartenenza all’Unione Europea. Un’altra iniziativa sono i laboratori didattici, cha abbiamo chiamato “L’Europa raccontata”, nei quali cittadini europei ultrasessantenni incontrano i giovani delle scuole superiori per parlare dell’Europa prima e dopo l’Unione. Abbiamo messo in calendario alcuni incontri di orientamento per i giovani interessati ad un’esperienza all’estero.
IMG_0016Altre attività sono la simulazione del Parlamento europeo, la partecipazione al progetto di Ert “Il Ratto d’Europa” e alla mostra fotografica “L’Europa nel cassetto”, mentre abbiamo in programma alcune iniziative specifiche per il 9 maggio, giornata dell’Europa, il 20 maggio con un consiglio comunale tematico sulla cittadinanza europea, nel quale ospiteremo il professor Marco Gestri, docente di Diritto dell’Unione Europea presso l’ateneo modenese, e il presidente dei Cime (Consiglio italiano del Movimento Europeo) Pier Virgilio Dastoli, infine il primo luglio celebreremo l’ingresso della Croazia nell’Unione Europea.


Stiamo vivendo una fase di acuto euroscetticismo. Cosa risponderebbe ad un euroscettico convinto?

Sono convinta che serva un nuovo progetto europeo da condividere con i cittadini. L’Unione Europea si fonda sulla risposta comunitaria alla seconda guerra mondiale, è stata la risposta ad un periodo di crisi politica, valoriale, economica, che ha portato il continente ad un evento tragico. Quello che manca oggi è un collante altrettanto forte. L’immagine dell’Europa che passa oggi sui media quella delle banche e dell’austerità. Credo che quello che dobbiamo condividere è un progetto europeo di sviluppo e crescita, ma con risposte concrete ai cittadini, su problematiche quali disoccupazione, formazione dei giovani, sviluppo dei talenti e sostegno all’economica europea. A chi è euroscettico suggerirei di avere fede, uscire dalla visione negativa di euro come vincolo, e al contrario ritrovare i valori che 60 anni fa ci hanno spinto a unire le nostre forze.