L’Italia che si consuma

aironi_cicogne_ (1)Otto metri quadrati al secondo di suolo consumato, ogni giorno, ogni notte. Si stima che dal 1950 al 2012 in Italia si siano persi 22mila chilometri quadrati di territorio naturale.

La definizione di consumo di suolo è molto semplice: è quando si passa da uno spazio ambientale non artificiale (naturale, seminaturale, agricolo) a uno artificiale, ovvero edifici, capannoni, infrastrutture, strade, città. E’ un fenomeno che in Italia è costantemente in crescita a partire dagli anni ’50 ad oggi.

Nel rapporto 2014 dell’ISPRA dedicato al Consumo del suolo si nota come, mentre nelle regioni del Nord-Ovest si assiste a una fase di rallentamento, in Emilia-Romagna si mantiene elevato il tasso di consumo di suolo. Negli anni ’50, quando l’Italia diventa sempre meno contadina e prende il volo il processo di industrializzazione e urbanizzazione, il Centro e il Sud hanno percentuali di suolo consumato simili a quelli del Nord. Ma poi, mentre altrove segue un rallentamento, nella pianura padano-veneta la crescita continua. E non si ferma.

Sempre secondo i dati ISPRA nel 2012 le percentuali più elevate si segnalano in Lombardia e Veneto, e subito dopo in Emilia-Romagna. Se atterrate in queste zone con un aereo durante il giorno avrete sotto gli occhi la situazione e la definizione di “consumo di suolo” vi apparirà molto chiara.

La campagna come la conoscevamo (o come l’hanno conosciuta i nostri nonni) non esiste quasi più. E’ ristretta ormai in piccoli poligoni verdi in mezzo a un’intricata rete di strade, capannoni, aree industriali, ponti, frazioni, misteriosi centri abitati scollegati da tutto il resto (il fenomeno conosciuto come “dispersione urbana”, un’unica infinita città).

Un esempio significativo è l’oasi Lipu di Torrile, un’immagine paradossale che parla da sola. Un’oasi vera e propria, con 300 specie diverse di uccelli, confinante con un’area industriale. E là vicino c’è anche uno dei più grandi depositi auto d’Italia (vedi l’articolo Tonnellate di lamiera in dolce attesa).

torrile

In Emilia sono migliaia gli ettari di suolo agricolo consumati a causa dell’espansione urbana e dalla costruzione di infrastrutture, che da sole ricoprono l’80% del territorio non-naturale, cioè la parte di suolo coperta dall’uomo. Nel 2010 è uscito un bel documentario dal titolo “Il suolo minacciato” dedicato proprio al consumo di suolo nella cosiddetta “food valley” padana, dove i vigneti confinano spesso con capannoni (a volte abbandonati) e aree industriali.

Il consumo del suolo è anche un dato indicativo sull’uso dissennato del territorio italiano che porta, oltre alla distruzione dell’ambiente, del paesaggio e al peggioramento della qualità di vita di chi ci abita, alle note conseguenze disastrose del dissesto idrogeologico, e dunque anche alla perdita di vite umane.

“L’Italia da anni paga un costo molto pesante in termini di perdite di vite umane, danni ai beni culturali, a case ed a infrastrutture” ha dichiarato Gian Vito Graziano, Presidente del Consiglio Nazionale dei Geologi. “Oggi le aree con la maggiore esposizione al rischio idrogeologico sono quelle metropolitane, densamente abitate. Il nostro Paese per il continuo ripetersi di eventi causati da 30 anni di malgoverno del territorio, rischia un ulteriore grave danno d’immagine soprattutto nell’anno in cui ospita l’EXPO e diventa vetrina mondiale”.

Vedi anche: Dissesto, l’Italia che si disfa

Mescolare come in passato

IMG_5610Uno strumento di programmazione come il PSC non può non tenere conto degli scenari di sviluppo economico che si affacciano nella nostra città.
La difficoltà a “trovare un lavoro” già oggi spinge tanti giovani usciti qualificati dalle nostre scuole e università a “inventarsene” uno, ovvero a fare microimprenditoria: con uno studio professionale, con il piccolo artigianato, con le nuove tecnologie, con il commercio elettronico o tradizionale di nicchia. Ma esistono spazi a Modena per accogliere queste realtà se non vecchi negozi sfitti e strutturalmente inadatti?
I capannoni delle Zone Industriali hanno dimensioni (e costi) troppo grandi e spazi inadeguati per accogliere un’imprenditorialità che è ancora nella culla, che mai necessiterà delle centinaia di metri quadrati ma che non impatta in termini di traffico pesante piuttosto che di inquinamento atmosferico. Perché allora non tornare a integrare il “produttivo” con il “residenziale”? Magari sul modello storico di Modena (le botteghe, le officine, i magazzini posti a piano terra dei palazzi del centro), sopravvissuto fino agli anni ’60 (pensiamo al Villaggio Artigiano dove le case popolari avevano questa configurazione e addirittura si integravano le abitazioni nei siti produttivi), ma improvvisamente modificato quando si è iniziato a distinguere in modo netto zone residenziali da zone produttive, le prime vissute solo nel tempo libero dal lavoro, le seconde solo di giorno con speculari problemi di sicurezza e a costruire edifici o esclusivamente residenziali o solo adibiti a commercio/uffici/laboratori.
Avvicinare e anche mescolare locali destinati a piccole attività imprenditoriali con le abitazioni potrebbe avere conseguenze virtuose in termini di una minore mobilità cittadina, faciliterebbe le forme di flessibilità lavorativa che tanto servono alle famiglie con figli o anziani da accudire e che comunque è insita nell’attività imprenditoriale e svilupperebbe abitazioni e quartieri sempre attivi e non popolati a intermittenza.
Perché non ripensarci, a costo di uscire da schemi urbanistici ormai consolidati?

Roberto Melotti

Raccogliere sogni e bisogni della gente, nelle piazze

“Rigenerazione” e “trasformazione” sono termini che compaiono nelle Linee di indirizzo in vista della costruzione del PSC di Modena. E’ pura teoria? La partecipazione rimane un auspicio o una sfumatura dal sapore di promessa politica? Quali benefici possono arrivare da un reale processo che coinvolge i cittadini nella ideazione dello sviluppo della città? Dopo l’intervento del segretario dell’Ordine degli agronomi e dopo aver sentito un esperto di Agende 21, abbiamo interpellato sul tema Eugenio Ansaloni, architetto, già docente all’università di Bologna, che si dedica da anni alla ricerca sul recupero di ambiti urbani consolidati e alla progettazione di edifici eco-sostenibili a basso consumo energetico.

Nelle Linee di indirizzo si parla di “rigenerazione urbana”. Di che si tratta?
Il termine definisce un doppio obiettivo: fare scelte che incidano sul tessuto fisico della città e su quello socio-economico.
Mentre si punta alla riqualificazione del patrimonio immobiliare e a quello degli spazi pubblici si interviene anche sulla qualità urbana e sulla qualità delle relazioni sociali.
La tecnica pianificatoria urbana ha fatto progressi ma si ha la sensazione che, nonostante le rassicurazioni, nelle scelte strategiche incidano prevalentemente i gruppi organizzati piuttosto che la somma delle volontà dei singoli cittadini che non hanno la possibilità di esprimere idee o preferenze.

E’ possibile, in percentuale, indicare che quota di area già edificata può essere trasformata?
Studi e analisi effettuate su realtà simili a quella modenese hanno evidenziato come i quartieri consolidati degli anni 60-70 hanno subito nel tempo una trasformazione sociale tale per cui le condizioni insediative sono radicalmente mutate. Le famiglie non sono più le stesse o si sono profondamente trasformate, gli edifici mostrano il segno del tempo, i consumi energetici sono elevatissimi, ansalonile caratteristiche antisismiche non garantiscono la sicurezza e in molti casi la densità degli abitanti è abbastanza esigua.
La presenza sul territorio urbanizzato di qualificate e rilevanti dotazioni urbanistiche fanno immaginare di avere ampi margini per aumentare la densificazione, da attuare insieme ad un organico programma di riqualificazione urbana, quartiere per quartiere.

A volte il “burocratese” non consente ai cittadini di comprendere quali interventi effettivi si possono realizzare per “rimettere a nuovo” un vecchio edificio. Li possiamo elencare?
Gli interventi su un alloggio condominiale sono più limitati in quanto non possono interferire con le altre proprietà. Sostituzione dei serramenti, isolamento delle pareti dall’interno, sostituzione della caldaia e migliorie agli impianti sono le operazioni più frequenti. Nel caso di un edificio di una singola proprietà le strategie d’intervento si ampliano con la possibilità di isolare, con maggior efficacia, l’intero edificio dall’esterno “a cappotto” o introdurre pannelli solari o fotovoltaici.
Le soluzioni variano da edificio a edificio, e in ogni caso è possibile fare valutazioni per un ritorno economico per un periodo di tempo valutabile in 12-15 anni. In tal senso si possono attivare Società di servizi energetici (ESCO) appositamente create per finanziare gli interventi senza ingenti impegni economici immediati per le proprietà. Il risparmio sulla bolletta energetica e l’incentivo fiscale finanzierebbe l’esborso di capitale negli anni.

A proposito di coinvolgimento della cittadinanza in questa fase, lei crede che gli abitanti siano informati dello sviluppo della città? Quali strategie si dovrebbero mettere in campo per creare veramente una forma di partecipazione per un settore delicato come quello legato allo sviluppo della città?
Gli abitanti delle città hanno dimostrato che, se coinvolti in modo sincero nell’immaginare la nuova città, sanno rispondere con generosità e impegno. Se si diffonde il sospetto che si voglia ottenere il consenso su uno scenario già preventivamente deciso si genera ulteriore diffidenza verso la classe politica. Le più aggiornate tecniche di analisi territoriale prevedono i processi partecipativi, coinvolgendo i cittadini per rendere più trasparenti i processi decisionali. Se vorremo cogliere i “sogni e bisogni” degli abitanti dovremo chiederglielo.
Occorre aprire “punti di contatto” presso i luoghi più abitualmente frequentati (centri commerciali, parrocchie, parchi, polisportive, piazze ecc.). I desideri, gli obiettivi, le aspettative, le speranze e/o le difficoltà delle persone e delle famiglie variano da quartiere a quartiere.
L’interpretazione oggettiva di questi dati ci consentirebbero di immaginare una nuova città più vicina a quella auspicata dai suoi abitanti. La città delle persone.

Ci sono esempi di altre città in cui questa forma di partecipazione ha funzionato? Quali sono stati gli effetti?
Ritengo molto interessanti le recenti esperienze del Comune di Bolzano che dal 2010 sta operando per un nuovo PSC fondato principalmente sugli strumenti normativi per la riduzione del fabbisogno energetico degli edifici esistenti.
Si cerca attraverso un sistema mirato di delegificazione di consentire la densificazione diffusa della città.
Gli ampliamenti vengono consentiti fino al 20% solo se si riqualifica l’intero edifico secondo i migliori standard energetici. Sembra essere un modo efficace per uscire da uno stallo di una normativa molto conservativa con la possibilità di operare in deroga agli attuali indici di edificazione con lo scopo preciso di favorire una ripresa dell’attività edilizia, un incremento volumetrico del patrimonio edilizio in aree urbane ed un importante recupero energetico oltre che antisismico degli edifici esistenti.
Sarebbe un modo attivo per la città di Modena fare la propria parte nell’ambito dei principi espressi dalla direttiva europea (Energy Performance Building Directive) e del Patto dei Sindaci a cui Modena aderisce.

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(fonte immagine in licenza CC)