Terremoto, il punto sulla ricostruzione

A tre anni dal terremoto del 2012, il presidente della Regione e commissario delegato alla Ricostruzione Stefano Bonaccini e l’assessore alla Ricostruzione post sisma Palma Costi hanno presentato alla stampa dati e numeri sulla ricostruzione, tracciando un bilancio del lavoro svolto e di quanto rimane da fare.

“La trasparenza è la pre-condizone del lavoro che è stato e sarà fatto: tutti devono sapere come viene speso fino all’ultimo euro – ha commentato Bonaccini illustrando il sito della Regione dove sono immessi e costantemente aggiornati i dati relativi alla ricostruzione -. Lavoriamo anche per la semplificazione, che deve però andare di pari passo con la difesa della legalità”. Si continuerà a operare per lo snellimento della burocrazia, “ma senza abbassare di un centimetro l’asticella dei controlli – ha aggiunto Bonaccini -. C’è ancora tanto da fare, ma siamo determinati: non saremo tranquilli fino a che non sarà posato l’ultimo mattone. È per questo che, dopo aver ottenuto dall’Unione europea la proroga per gli interventi sui fabbricati danneggiati delle imprese agricole, ora attendiamo fiduciosi che a breve arrivino le risposte positive del Governo alle richieste che, assieme ai sindaci dei Comuni colpiti, abbiamo avanzato: dalla proroga al 2017 dello stato di emergenza alle proroghe fiscali, per arrivare all’istituzione delle cosiddette zone franche urbane con lo stanziamento ad hoc di un fondo di 50 milioni di euro. Questa fascia di terra dove si produceva oltre il 2% del Pil nazionale rinascerà più bella, più forte e più sicura di prima”.

Il presidente ha anche ricordato, tra le richieste avanzate al Governo, lo stanziamento delle risorse ancora necessarie per completare la ricostruzione delle opere pubbliche e dei beni culturali: “Circa 800 milioni – ha detto – che dovranno arrivare, perché non vogliamo un euro in più, ma neppure un euro in meno di quanto serve”.

A presentare i dati della ricostruzione di imprese, abitazioni, opere pubbliche e quelli relativi all’assistenza alla popolazione è stata l’assessore Palma Costi: “Nessuna multinazionale ha abbandonato la nostra terra, eppure quel rischio c’era. Nessuna cassa integrazione con motivazione sisma è attiva, i dati del 2014 confermano al contrario una ripresa dell’occupazione. Le risorse stanziate restano in larga parte sul territorio: l’80% delle imprese impegnate nella ricostruzione delle abitazioni sono emiliano-romagnole”. Per quanto riguarda la semplificazione, Costi ha annunciato che ad inizio giugno si svolgerà il “Liquidation day”, dove gli esperti della struttura commissariale illustreranno nel dettaglio ai tecnici tutte le modalità per ottenere la liquidazione dei contributi.

terremoto dati regione

La ricostruzione in sintesi
Raggiunto il 60% della ricostruzione di abitazioni e imprese. 1 miliardo e 770 mila euro di contributi concessi, di cui 800 milioni già liquidati (535 milioni Mude, 250 Sfinge, 182 dalle Assicurazioni, per oltre 1 miliardo di liquidità complessiva immessa nel sistema). 9.439 pratiche attive lavorate presso Comuni e Regione (7.369 Mude, 2.070 Sfinge), il 60% delle quali (6.248) con ordinanze o decreti concessi.
In particolare, 1 miliardo e 89 mila euro di contributi per la ricostruzione delle abitazioni, di cui oltre il 50% (535 milioni e 875 mila euro) liquidati; contributi approvati per il 70% dei progetti presentati (5.066 su 7.369).
682 milioni di euro per le imprese, un terzo dei quali liquidato (245 milioni); 2.070 richieste accettate, più della metà delle quali (1.182) con contributi assegnati.
15.800 abitazioni ripristinate, dove sono tornati a vivere oltre 25.000 cittadini. 4.645 nuclei familiari in assistenza che percepiscono un assegno, calati del 20% rispetto a maggio 2014 e del 71% rispetto ai 16 mila in assistenza subito dopo il sisma.
536 milioni messi a disposizione dalla struttura commissariale – che si aggiungono a 407 derivanti da co-finanziamenti (assicurazioni, fondi propri, donazioni…) – per finanziare 935 interventi di ricostruzione e riparazione degli edifici pubblici e dei beni culturali danneggiati, tra i quali le chiese. Prosegue nei Comuni la pianificazione per la ricostruzione dei centri storici, con l’individuazione delle Umi (Unità minime di intervento) e la redazione di 24 Piani organici: dal bilancio regionale stanziati 11 milioni e 700 mila euro che si aggiungono a quelli destinati alle opere pubbliche e ai beni culturali.
410 Map (Modulo abitativo prefabbricato) rimasti sui 757 iniziali, che ospitano 1.288 persone, la metà rispetto al 2012, settecento in meno rispetto a un anno fa.

Sul sito della Regione tutti i dati sulla ricostruzione
Tutti i dati della ricostruzione a tre anni dal terremoto del 20 e 29 maggio 2012 sono disponibili sul sito della Regione nell’apposita sezione dedicata al sisma.

I numeri del terremoto del 2012
58 comuni interessati, di cui 4 capoluoghi. Nel cratere, formato da 33 comuni situati nella Pianura Padana emiliana compresa tra le province di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, si produceva il 2% del Pil italiano
45.000 persone coinvolte
19.000 famiglie hanno lasciato le proprie abitazioni
16.000 famiglie hanno chiesto assistenza
14.000 edifici residenziali e 13.000 attività economiche danneggiate
1.500 edifici pubblici e strutture socio-sanitarie lesionate

photo credit: May 20,2012 04:03 AM : Earthquake in Emilia - Buonacompra via photopin (license)
photo credit: May 20,2012 04:03 AM : Earthquake in Emilia – Buonacompra via photopin (license)

Le strutture diocesane

Per quanto riguarda le strutture diocesane, chiese, opere parrocchiali, scuole materne, si è definita la necessità di 110 interventi, per un danno complessivo valutato dal Ministero in 121 milioni di euro. Nel piano di ricostruzione 2013/2014 sono inseriti 50 interventi diocesani, per circa 40 milioni di euro.
Il primo anno è stato interamente dedicato alla messa in sicurezza, per la salvaguardia dei beni danneggiati dal sisma, oggi è in corso la ricostruzione.
Sono 9 gli interventi finiti, o che saranno terminati a breve: la parrocchiale di Bastiglia, il santuario di San Clemente, la chiesa del Seminario di Finale Emilia, il santuario degli Obici, sempre a Finale, la parrocchiale di Soliera, la Pieve di Nonantola, San Pietro e San Pio X a Modena, la parrocchiale di Ravarino. Nelle prossime settimane si aprirà il cantiere a San Lorenzo della Pioppa, entro il 2015 è previsto l’avvio dei lavori a Rivara e all’Abbazia di Nonantola.

Le chiese di Modena di proprietà della diocesi colpite dal terremoto, grazie agli interventi di messa in sicurezza e pronto intervento, sono tutte aperte al culto, in sicurezza, ad eccezione del Santuario della Madonna del Murazzo. Per le chiese danneggiate inoltre siamo già in fase avanzata del progetto esecutivo: parliamo delle chiese di San Francesco, Duomo, San Domenico, San Giorgio, San Matteo, Santa Maria di Mugnano e San Bartolomeo.

Non si può dimenticare, in questo anniversario, che ai danni del terremoto si sono sommati quelli dell’alluvione del gennaio 2014. Le chiese e gli edifici nei comuni di Bastiglia e Bomporto hanno subito danni: le due scuole materne sono state riaperte, per gli altri lavori sono già stati presentati i progetti.
Nuove chiese provvisorie sono state costruite a Villafranca, Medolla e San Felice

Nei mesi immediatamente successivi al sisma, per rispondere alle necessità delle comunità colpite, sono stati costruiti 9 Centri di comunità, grazie a Caritas italiana e ad altri contributi; si tratta di edifici per il culto, per fornire un’abitazione al sacerdote, una sede alla Caritas o all’asilo parrocchiale: i centri sono a Finale Emilia, Solara, San Prospero, Cavezzo, Stuffione di Ravarino, San Felice sul Panaro, Camurana di Medolla e Massa Finalese. Proseguono le relazioni di amicizia e scambio nate con le delegazioni Caritas che hanno sostenuto in quei giorni le diverse comunità parrocchiali attraverso i gemellaggi.
Dal momento che la diocesi è l’ente di riferimento per tutti i lavori necessari, è stata equiparata agli enti pubblici come centrale appaltante. Pertanto è stato istituito un Ufficio Ricostruzione post sisma, coordinato dal diacono Mimmo Ferrari.

Immagine di copertina, photo credit: May 20,2012 04:03 AM : Earthquake in Emilia – Finale Emilia via photopin (license).

Qualcosa si è spezzato

Camminare per il centro de l’Aquila ti mette in soggezione. Scattare foto, poi, da’ la sensazione di rubare qualcosa alle persone. L’Emilia è nostra, possiamo sottrarre al paesaggio scorci e anche ferite che ormai ci aquila CASA STUDENTEsono familiari quanto le scene di vita domestica che postiamo sui social. Ma l’Aquila non ci appartiene, la sofferenza degli aquilani non ci appartiene e aggirarsi tra i loro palazzi puntellati richiede rispetto e distanza. E qualche foto in meno; non perché quanto si vede non meriti di essere rilanciato ma perché ti immagini che le abbiano già scattate tutte, quelle che c’erano da scattare, e con le rovine e le impalcature, purtroppo, a meno di non essere veramente, ma veramente bravi, non si vince il Pulitzer.

La Casa dello Studente non è un monumento alla memoria, è un palazzo sventrato come tanti che costeggi sulla strada e se non sai dov’è e cos’è successo il sei aprile – se non l’hai conservato, insomma, nella tua personale Storia del nostro paese – nemmeno ti accorgi di averlo superato, non fosse che per le magliette e le foto dei ragazzi ancora appese alla transenna.

aquilaIl racconto di questi sei anni – pochi, tanti? Vedremo se anche noi ci arriveremo con le cicatrici nel cuore e nei piedi (quelli che hanno pestato di notte le macerie) – è un racconto costellato di dolore, per le 309 vittime e perché la ricostruzione è diritto ma è anche un risarcimento inadeguato e troppo misero. E non che – pur lentamente, credetemi, molto, molto lentamente – le cose non procedano in qualche modo. Ma rimettere insieme i cocci di un intero popolo, squarciare il velo che oscura il futuro non è questione di fondi ed ordinanze.
C’è qualcosa di più profondo che si è spezzato in chi quella notte ha perso i propri familiari, amici, luoghi, che pur avendo condiviso la difficile esperienza di un terremoto non è possibile comprendere appieno.

aquila2Ci sono stati errori – tanti – di politica e di comunicazione, più di quelli che oggi anche noi paghiamo, in termini di eclissi sul piano mediatico e di errata rappresentazione del post-sisma, qui in Emilia e in Lombardia. Errori che, anno dopo anno, anniversario dopo anniversario, hanno appiattito le persone sul presente e rendono oggi più difficile interpretare nelle cose i segni di speranza.

Ma noi, si sa, siamo cristiani, e siamo abituati al lievito, al granello di senapa, al seme che muore e porta frutto. Alle ferite che diventano feritoie di grazia. Per questo la basilica di San Bernardino ripristinata, luminosa e immacolata come non era mai stata prima, è un segno dei tempi, uno di quei “già e non ancora” che se li lasci entrare trasformano dall’interno la coscienza e accendono il desiderio di ridire la parola futuro. Che puoi pronunciare solo quando capisci che aquila4riaprire non vuol dire solo rientrare, vuole dire anche, e soprattutto, far uscire qualcosa. Per questo stesso motivo, ‘Vola‘, il settimanale diocesano nato dopo il terremoto dal desiderio di raccontare, capire, custodire, è più di una speranza, è un invito. Ma l’Aquila non se lo può dire da sola. “Vola”, dopo sei anni, purtroppo, non è l’attestazione di un obiettivo raggiunto. Dobbiamo dirglielo, che il verbo non è all’indicativo. E’ una missione, è un imperativo che noi, a 450 chilometri e 282 vittime di distanza, vogliamo fare nostro e condividere, con la tenerezza di chi è venuto e ha visto, e quel che ha visto se lo tiene ben stretto perché non è un’immagine, è un legame: adesso vola, l’aquila. Vola.

L’appello
“L’Aquila non sia un problema ma una questione di tutta Italia”

A sei anni dal sisma la città soffre ancora. Lo hanno confermato il direttore de L’Espresso, Luigi Vicinanza, che in quel 2009 era alla direzione de Il Centro – giornale abruzzese con sede a Pescara – e si trovò ad esserne vittima e inviato – e Giustino Parisse, anche lui giornalista e padre di due ragazzi che nel terremoto persero la vita (autore, pochi giorni dopo il sisma, di un toccante articolo, “Com’era bella la mia Onna”. “La città soffre molto ancora, perché il terremoto non è finito ma continua nelle ferite che rimangono e certamente nell’animo delle persone”. Gli fa eco don Claudio Tracanna, direttore di “Vola”, settimanale diocesano dell’Aquila, tra gli organizzatori del Convegno, voluto fortemente dalla Federazione dei settimanali cattolici e dalla Chiesa per offrire un segno di speranza e parlare attraverso i mezzi di comunicazione. Sei anni fa un nuovo giornale, Vola, nasce dal sisma e racconta la ricostruzione ma non solo: “con le nostre forze cerchiamo di dar voce a tutti i germi di bene che comunque all’Aquila continuano ad esserci, a svilupparsi nonostante tutto. Anche la Chiesa chiaramente soffre con la popolazione, quel che fa è condividere questo dolore annunciando la speranza in cui crediamo e che ci sorregge”. Però occorre fare di più: “All’Italia chiediamo che l’Aquila non sia un problema ma una questione di tutta Italia, da risolvere al più presto possibile perché purtroppo la ricostruzione è partita ma è ancora troppo lenta”.

Quando la finanza cambia la vita (in bene)

Un’agenzia viaggi, un negozio di profumi, un agriturismo, ma anche abbigliamento e articoli per le feste. Difficile pensare che cinque attività, di altrettante donne del territorio, abbiano qualcosa a che fare con la donazione di 100mila euro che Papa Benedetto XVI affidò al Vescovo di Carpi all’indomani della sua visita pastorale nelle zone terremotate, nel giugno 2012.

Eppure è così: sono cinque imprenditrici tra i trenta progetti selezionati da monsignor Francesco Cavina per il progetto di finanza sociale che ha permesso di erogare in totale 200.000 euro in forma di prestiti senza interessi.

Diecimila euro l’importo massimo per ciascun progetto, sembrano briciole, «eppure chi dà oggi qualcosa senza garanzie? Senza questi fondi non sarei riuscita a riprendermi» osserva Susi Alì mentre già pensa di allargare la sua agenzia di viaggi. Oggi ha 34 anni, nel 2012 il terremoto l’ha privata dei locali e tuttora è in container, a Concordia. Anche Lucia Infante, 23 anni, titolare di un negozio di abbigliamento per taglie comode a Medolla, ha scelto di rimanere nell’area del cratere. «È la mia terra – osserva – credo sia desiderio di tutti i giovani cercare di rivalutarla al meglio». Mirela Lazurca viene dalla Romania e ha lavorato in un negozio di articoli per le feste: «Sono subentrate difficoltà, così sono rimasta a casa e devo ancora ricevere una cifra piuttosto elevata di stipendi arretrati. Non avendo trovato lavoro, ho deciso di seguire la mia passione», ed eccola nel suo «piccolo negozietto dove si trova un po’ di tutto per le feste. Mi rincuora quando manifestano soddisfazione per l’apertura, mi dicono ‘non c’era, e ci voleva’».

Destinataria di un finanziamento anche Anna Rosa Ferrari, specializzata in “profumalchemici”, tra i quali ha creato un profumo ispirato al Balsamico Tradizionale, da subito chiamato il profumo di Modena: «il mio progetto prevede il posizionamento dei miei prodotti in un negozio monomarca collocato nel centro storico di Modena e la specializzazione nella produzione e commercializzazione di nuove linee. Senza Fides et Labor non ce l’avrei mai fatta».
Anche per chi eroga materialmente i fondi il progetto è innovativo: «ci ha dato la possibilità di sperimentare qualcosa che spesso si legge solo sui libri – osserva Ermanno Ruozzi, direttore d’area di Bper – i piccoli progetti dove si legge possibilità e voglia di fare dovrebbero già di per sé essere una garanzia, per noi è un’opportunità da studiare per un modo diverso di fare banca».

Sessanta le richieste presentate, segno che di queste iniziative il territorio ha fame, poiché si rivolge a una fascia grigia di persone con idee e talento ma che si scontrano con la mancanza di fiducia da parte degli istituti di credito tradizionali a causa di scarse garanzie o varie situazioni di precarietà. Altri progetti saranno finanziati poiché si riscontra un buon rientro e un basso tasso di insolvenza. Soddisfatto monsignor Francesco Cavina, anche se si aspettava maggior partecipazione al fondo da parte del mondo istituzionale ed economico locale: «chi ragiona in termini di profitto fa fatica a lasciarsi coinvolgere ma la gente semplice dà quel poco che ha. Questo mi fa capire che è stato colto il valore dell’iniziativa. Il lavoro – chiarisce – non dev’essere un privilegio ma un diritto. Fides et Labor non offre solo sostegno: sono in tanti che, privati di un mestiere, credono di aver perso la dignità e le donne, come i giovani, sono tra coloro che pagano il prezzo più alto in questa crisi. Si tratta di dare loro credito, cioè fiducia. È una goccia nel mare – conclude – ma credo che Carpi stia facendo la sua parte e mi auguro che Fides et Labor possa divenire un modello esportabile».

Certe storie riguardano tutti quanti

Cercare, stanare e poi raccontare storie in cui le “soluzioni” imposte dall’emergenza rivelano non solo grande fantasia e spirito di iniziativa ma anche la parte migliore degli esseri umani, come il coraggio e la solidarietà.

Parla di questo il web – documentario “Tutti quanti” (visibile alla pagina tuttiquanti.sequencewebdoc.it), opera interattiva che raccoglie alcune testimonianze di persone terremotate della Bassa modenese e documenta le soluzioni, a volte sorprendentemente creative, messe in pratica per superare il disagio e le difficoltà materiali causati dal terremoto del maggio 2012.

A realizzarlo, con il supporto tecnico dell’associazione culturale Sequence e il contributo di Coop Estense, sono stati 50 ragazzi delle classi 5° G e 5° I dell’istituto superiore Galileo Galilei di Mirandola, proclamato vincitore del concorso collegato al progetto La scuola studia e racconta il terremoto promosso dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca).
Lo scorso 18 dicembre a Roma si è tenuta la cerimonia di premiazione e le classi coinvolte hanno potuto parteciparvi grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Mirandola.

“L’idea di “Tutti quanti” nasce da una proposta che Coop Estense ha fatto alle scuole lo scorso anno – spiega Mario Genevini, sviluppatore della piattaforma interattiva per il progetto – Sequence ha scritto il progetto con le insegnanti di Mirandola, Laura Gasparini e Cleofe Pacchioni e collaborato con Stefano Cattini, coordinatore e responsabile dei contenuti, nella ricerca della giusta chiave di racconto, del punto di vista”.

unnamedIl terremoto riesce a svelare molto di ciò che è celato dentro le relazioni sociali, territoriali e familiari facendo emergere atteggiamenti di solidarietà o di rifiuto. Invitare a studiarlo, nei suoi molteplici aspetti, può consentire di apprendere come vivere a scuola tranquillizzati e in sicurezza, esorcizzando le angosce e il disagio presenti tra gli operatori scolastici e gli studenti che risiedono nelle zone a rischio sismico.

Sono queste le premesse con cui il MIUR ha creato il progetto La scuola studia e racconta il terremoto, proponendo in una prima fase un iter di formazione riservato al personale docente dei territori recentemente colpiti da eventi sismici e coinvolgendo di riflesso gli studenti che attraverso questo concorso sono stati chiamati a realizzare contenuti creativi (opere cinematografiche, letterarie, pittoriche, musicali ecc.) sul tema del terremoto.

Da Genevini, grafico e programmatore Klynt, software utilizzato per la creazione del web doc, vogliamo sapere quanto e come lo strumento della comunicazione audiovisiva ha aiutato a concretizzare questo messaggio.

Questi erano gli obiettivi ultimi del progetto e certamente i più importanti. Tutti avevano vissuto un’esperienza che avrebbe segnato le proprie vite. Il progetto, che, non a caso, è stato chiamato “Tutti quanti” ha offerto la possibilità di cercare, stanare e poi raccontare storie in cui le “soluzioni’” imposte dall’emergenza rivelavano non solo fantasia e spirito di iniziativa ma anche la parte migliore degli esseri umani, come il coraggio e la solidarietà.

unnamed2Ad ogni ragazzo – prosegue Genevini – è stata affidata l’analisi di un web documentario di qualità già presente in rete e gli è stato chiesto di presentarlo agli altri ragazzi. Di cosa parla? Che linguaggio usa? Che livello di interattività presenta? Come vengono usati il suono, le immagini, le grafiche?

Una volta studiato il mezzo, abbiamo prima progettato assieme la struttura del nostro web doc e poi abbiamo raccolto le storie, le abbiamo selezionate ed abbiamo raccolto il materiale che ci permetteva di raccontarle: fotografie e registrazioni audio.

Sequence è un’associazione formata da professionisti che lavorano in campo audiovisivo, della grafica e della comunicazione in genere: come è stato lavorare con dei ragazzi così giovani e naturalmente inesperti di comunicazione in senso tecnico?

Lavorare con i ragazzi è, in situazioni come queste, sempre molto interessante perché riescono a rivelare e offrire accesso a storie molto personali e diverse tra loro. Per gli operatori di Sequence è stato importante affrontare i progetti a scuola come se non fossero semplicemente “scolastici” o meglio, è stato importante e utile poter insegnare ai ragazzi non solo un linguaggio ma anche la sua applicazione concreta, con la qualità richiesta nel mondo del lavoro”.

La nutria espiatoria

Gli zoologi di mezza Europa stanno frettolosamente confluendo verso le pianure alluvionate della provincia di Modena (già terremotate e già spazzate dalla tromba d’aria), con grande preoccupazione della protezione Civile per il rischio di intralcio ai lavori e alle opere di soccorso. Questa adunanza non ufficiale è stata causata dalla curiosità scientifica di vedere da vicino, quindi studiare, la specie di nutria emiliana, della quale tutti parlano, ma ognuno a modo suo.
Infatti, dalla prima descrizione fedele al manuale di zoologia più aggiornato, che parlava del Myocastur coypus, (animale dal pelo lungo e rigido, arrivato dal Sudamerica a causa di una lussuriosa voglia di pellicce) si è arrivati a sentire e leggere di diverse varianti della specie, mai registrate né catalogate.

Alcuni parlano di un tipo di nutria (tipo A) a due gambe, spesso in giacca e cravatta, a volte con vista scarsa, soprattutto da lontano.
Altri parlano di una specie (tipo B) sempre a due gambe, con gli arti superiori dotati di protuberanze callose, mal vestita e molto rozza, molto attenta nella cura dei campi e nel trarre dagli stessi il proprio sostentamento.
Altri ancora parlano di nutrie molto simili a quelle del manuale (tipo C), ma ben più aggressive, onnivore, quasi fameliche, in grado di mordere, rosicchiare e mangiare qualsiasi cosa si trovino davanti.
C’è anche chi ha parlato di una specie di nutria abbastanza simile alle prime due (tipo D), ma con un comportamento meno definibile, se non quello che, passando lungo i corsi d’acqua, è solita scaricare qualsiasi tipo di rifiuto da lei prodotto nel letto del fiume o canale che sia.
Quello che accomuna incredibilmente tutti questi tipi di nutria è che tutti, ma proprio tutti, sono stati da qualcuno identificati come dei gran consumatori di argini, cioè capaci, a causa di comportamenti e abitudini alimentari, di mangiarsi letteralmente un argine, fino a renderlo friabile.

Così i nostri zoologi sono corsi sul posto sia per scoprire le nuove specie, catalogarle e cercare il merito di scoperte scientifiche; ma anche per vedere se vale la pena mobilitarsi per difenderle o sterminarle, a seconda delle conclusioni degli studi.
E mentre gli amici studiosi si perdono fra canali, argini ed ex argini, dighe artificiali o naturali, paludi e fango, il dibattito da TV si ferma sulla colpa della nutria e di una delle sue specie; una colpa che ha causato la rottura dell’argine di San Matteo (MO), invaso d’acqua strade, campi, case e aziende, lasciato ulteriori cicatrici in una terra già piuttosto ferita negli ultimi due anni.

Adesso c’è bisogno del colpevole, c’è bisogno della nutria espiatoria, perché non è possibile che Giove e Pluvio possano ancora causare tanti danni. Probabilmente ci sarà, forse non sarà neanche una sola e, in questo caso, è facile che scopriremo un’altra caratteristica comune delle specie di nutrie sopra descritte: la capacità di scagliarsi l’una addosso all’altra, per garantirsi la sopravvivenza e il controllo dello spazio finora occupato.
Saremo spettatori di una specie di combattimento fra nutrie, con conseguenti scalfitture delle pellicce e rischi di estinzione. Gli zoologi saranno ancora più confusi e, quasi certo, torneranno a casa con l’idea che di nutrie potrebbero essercene una o dieci, ma tutte saranno senz’altro colpevoli di erosione d’argine. Perché ora l’importante è avere una pelliccia trofeo da ostentare; poco importa se, prima o poi, tornerà a piovere e qualche altra pianura sarà invasa dall’acqua, senza aver pensato che, magari, la nutria si può contenere, così come, quasi sempre, l’acqua; così come non si riesce a contenere il chiedersi perché alla fine e non verificarlo prima. Tanto, l’animale è ormai di moda e farci la figura della nutria non è così squalificante…

Legenda para scientifica: nutria tipo A: politico; tipo B: contadino/allevatore; tipo C: nutria geneticamente modificata; tipo D: cittadino/turista/gitaiolo

Il 2014 sarà l’anno della svolta per l’industria modenese. E non lo dicono le stelle

Il 2013 non vedrà ancora manifestarsi una ripresa industriale degna di nota, ma sarà comunque un anno di svolta per il sistema industriale modenese. Ma come?

Tutto è fermo al palo, i segnali di risveglio dell’economia scarseggiano, dove sta la svolta? La svolta nasce dalle acquisizioni estere e nazionali, che hanno punteggiato gli ultimi mesi della nostra economia locale.
La nostra analisi abbraccia tre dei cinque comparti, che hanno ormai da 30 anni innervato l’industria modenese: il biomedicale, il ceramico e la moda o, se preferite, il tessile-abbigliamento. Tralasciamo la meccanica e l’alimentare, perché il fenomeno appare in maniera più decisa tra Mirandola, Sassuolo e Carpi per citare le capitali dei relativi distretti.

Il biomedicale – sorto grazie al grande estro imprenditoriale del farmacista Mario Veronesi, un genio nel suo campo, sbocciato 500 anni dopo il grande Pico ancora a Mirandola – è cresciuto per impollinazione (basterà citare Bellco e Dideco), portando le multinazionali da tutto il mondo occidentale ad impiantarsi nel cuore della Bassa. La recente acquisizione della Gambro da parte del gruppo americano Baxter dimostra che neanche il drammatico sisma del maggio 2012 è riuscito a scalzare un comparto, dove la ricerca si fonde con la grande capacità acquisita dalle maestranze locale. Insomma quanto fu definito con il termine “valori depositati”.
I timori che si diffondevano sotto la tensostruttura di Finale Emilia nelle assemblee estive 2012 di Confindustria di gruppi stranieri pronti a “girare l’angolo” e a fuggire in altre regioni italiane si sono dissolti. Anzi, anche dalle parole di industriali, sia del settore, che dell’area di Cavezzo, come il mai morbido e mai domo Wainer Marchesini di WAM, traspaiono stima e apprezzamento per quanto la Regione ha saputo fare nel dopo-terremoto.

Scendendo da nord a sud scrutiamo la situazione del distretto carpigiano dell’abbigliamento. Abituato a cambiare pelle, appena ne intravede la necessità, dopo aver passato le fasi del lavoro a domicilio, del pronto-moda ruggente, dell’importazione cinese, la “lucertola” carpigiana scopre per prima volta nella sua ultracinquantennale esperienza che non si vive solo di imprenditoria locale. Dopo aver raggiunto negli ultimi 10 anni una concentrazione di imprese leader, a lungo invocata (il professor Sebastiano Brusco, già oltre 20 anni fa) da chi la paragonava al sistema Benetton e giudicava il sistema carpigiano troppo disperso in microimprese alla ricerca del proprio mercato, Carpi ha visto entrare nel giro di pochi mesi in due importanti imprese di “brand”, con i loro marchi Twin Set e Via delle Perle, fondi di investimento nazionali e internazionali. Certo esistono diversità notevoli tra i gruppi industriali esteri che investono sul biomedicale e gli “investitori istituzionali” arrivati a Carpi. Qui la logica imprenditoriale è sempre e comunque la massimizzazione degli utili e la cessione societaria nell’arco massimo dei 5 anni. Ma la tenuta dell’impresa nel distretto è legata oltre che al coinvolgimento almeno pluriennale dei fondatori nella compagine sociale alla qualità delle lavorazioni e al sistema stellare tipico di Carpi. Nessuno in Italia è capace di governare, come si fa a Carpi, i passaggi del ciclo produttivo, basato su un incessante entrata e uscita della merce, che parte dal filato e arriva al controllo qualità del capo finito. Certo saremmo tutti più felici… se nel sito dell’investitore istituzionale di Via delle Perle, a fianco si scrivesse Carpi e non Capri! Ma giusto per essere sicuri che si è entrati con il cuore e non solo con il soldo nella città dei Pio. D’altra parte la presenza di Light Force, l’ azienda che detiene il marchio Twin Set, sulla piattaforma Elite della Borsa italiana, in prospettiva è garanzia di consolidamento di un progetto di sviluppo a medio termine.

Resta la “tile valley”, la ceramica. Da Marazzi, acquisita dal gruppo americano Mohawk industries alla Rondine, dove è entrato il gruppo turco Seramiksan, prosegue il fiorire di investimenti di gruppi industriali stranieri. Le situazioni aziendali sono molto diverse da caso a caso. Il distretto attira sicuramente, come fanno notare primari industriali, ma è qui, a cavallo del Secchia, che bisogna riconoscere che esiste un serio problema occupazionale. I posti a rischio reali toccano la cifra di 5.000 addetti. Le aziende investono, ma anche il sorpasso della Spagna sull’Italia, quanto a volumi prodotti è un segnale inequivocabile. Le cifre diffuse durante il Cersaie segnano un andamento a due velocità: gli stabilimenti esteri dei gruppi emiliani tirano, quelli locali, quando va bene, mantengono la produzione precedente. Non saremo certo alle cattedrali nel deserto, ma gli stabili vuoti tra Maranello e Scandiano abbondano e sentire parlare di arrivo della Bretella fa quasi tenerezza.
E’ così che qui dobbiamo concordare con l’analisi dell’editorialista del Corriere della Sera Dario Di Vico, che scriveva dopo l’acquisizione di Loro Piana «Stando così le cose è logico che finiamo per subire il paradosso del cachemire, siamo capaci di invadere i mercati più lontani con la qualità dei nostri prodotti e la compattezza delle nostre filiere, nel frattempo però rischiamo costantemente di prendere gol in campo amico. Di vedere le nostre aziende più prestigiose passare di mano». In altre parole servirebbe una politica industriale per evitare che l’Italia diventi in molti settori la Cina del lusso.

Giorgio Pagliani

 

 

Vivere sospesi nella società

Hanno fra i 35 e i 55 anni, quindi in piena età lavorativa; sono per la maggior parte stranieri (72,3%) anche se la quota degli italiani non è per niente trascurabile; le più “fragili” e bisognose d’aiuto sono le ragazze madri e le badanti che a causa della morte dell’anziano che accudivano sono rimaste senza lavoro. I poveri in Emilia-Romagna sono una schiera di circa 20mila persone: qualcuno di loro è rimasto senza lavoro con lo scoppio della crisi e non l’ha più ritrovato, altri sono precari da una vita e altri ancora dopo i danni del terremoto del maggio 2012 hanno dovuto sopportare anche la mobilità o la cassintegrazione. Tutti hanno un comune denominatore: vivono “sospesi” nella società e, superando la vergogna, si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas diocesane.cittadinanza fascia età

Secondo la delegazione regionale della Caritas, che ha realizzato – con la collaborazione del Centro culturale F.L. Ferrari il Dossier povertà regionale 2013, sono state 19.921 le persone che hanno varcato la soglia di un centro d’ascolto (erano 17.209 nel 2009). «La crisi economica colpisce maggiormente i giovani, coloro che ancora non sono pervenuti ad una condizione stabile di vita» spiegano dalla Caritas. Probabilmente si sono rivolti agli operatori proprio «per essere aiutati a mettere le basi per il proprio futuro». Ma «gli effetti della fuoriuscita dal mercato del lavoro pare si siano manifestati anche nella fascia di età più elevata».
Sette persone su dieci di coloro che si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas emiliano-romagnolo convivono con altri, la maggior parte familiari, ma anche conoscenti con cui dividere l’alloggio. Da una osservazione qualitativa della situazione delle famiglie emerge un quadro caratterizzato da fragilità economica cui spesso si accompagnano problematiche legate all’instabilità dei rapporti coniugali, alla difficoltà ad interpretare il ruolo genitoriale, alla forte rarefazione della rete di relazioni. Per i nuclei familiari stranieri la presenza di molti figli nel nucleo accompagnata con molta frequenza ad un solo reddito porta ad una situazione di forte dipendenza dal sistema dei servizi.

Per accompagnare una famiglia fuori dalla trappola della povertà occorre, secondo Caritas, “prenderla per mano”. «Solamente dentro un rapporto personale di fiducia, stabile e profondo – hanno spiegato nel Dossier – è possibile immaginare, con quella fantasia della carità di cui parlava Papa Giovanni Paolo II, delle modalità per le quali chi è povero riacquisti fiducia nelle proprie potenzialità e desiderio di rendersi autonomo».

Per questa domenica vi proponiamo tre video.

Il primo riguarda il lavoro della Caritas portato avanti in particolare nella provincia di Modena a seguito del sisma.

A seguito della raccolta in tutte le parrocchie del 10 giugno 2012, le offerte pervenute a Caritas Italiana per le attività di ricostruzione e di sostegno alle popolazioni colpite sono state di 10,7 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti i 3 milioni di euro subito stanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana in fase di emergenza. È stata inoltre avviata la realizzazione, in alcuni dei comuni maggiormente colpiti, di 17 Centri di Comunità, (strutture polifunzionali per attività, liturgiche, sociali e ricreative).

 

Il secondo video racconta di chi (operatori e volontari) in tempo di crisi economica è andato al di là della distribuzione di pacchi di alimenti, del pagamento di una bolletta o di un pasto alla mensa. Ecco la testimonianza chi è riuscito a “testimoniare compagnia”.

 

Il terzo video deve essere visto e rivisto, centinaia di volte, da chi crede che l’immigrazione sia un reato e sinonimo di insicurezza, da chi è convinto che lo straniero (magari rifugiato, magari disperato) non potrà mai riscattarsi e sperare in un futuro (lavorativo) migliore.

(photo credit: B Tal via photopin cc)

E’ ancora Natale in Emilia

A un anno e mezzo di distanza dal devastante terremoto del maggio-giugno 2012, molte cose sono state fatte per la ricostruzione nella Bassa modenese, ma moltissime sono ancora da fare. Ecco perché, per molti, questo del 2013 sarà ancora un Natale terremotato. Ecco perché non bisogna abbassare la guardia della solidarietà acquistando anche quest’anno “prodotti di origine terremotata”: www.nataleperlemilia.it.

Poesia, esci dalla camera e vai in piazza

“La poesia è un luogo dove si custodisce il linguaggio, che è strumento di conoscenza ma anche di potere, chiave di lettura delle cose ma anche grimaldello per modificare la realtà” ci racconta Stefano Serri, una bella penna di Fiorano Modenese, autore, tra gli altri, della recente raccolta in versi Nonostante la fine del mondo. Poesie tra le crepe dell’Emilia (Edizioni Kolibris, 2013). Abbiamo fatto con lui una chiacchierata in vista della nona edizione del Poesia Festival, dal 19 al 22 settembre. 

I giovani poeti, che sono tanti, trovano nella poesia “un luogo sacro” dove custodire le speranze della nuova generazione?
La poesia è un luogo dove si custodisce il linguaggio, che è strumento di conoscenza ma anche di potere, chiave di lettura delle cose ma anche grimaldello per modificare la realtà. A volte la poesia deve inquietare il linguaggio, togliere un po’ di fede per far crescere la speranza; altre volte deve aiutare a credere che nelle parole possiamo avere uno strumento di felicità. Leggendo i poeti di ieri e di oggi, scrivendo poesie (per i lettori di oggi e di domani), possiamo rendere sacro il luogo dove viviamo quotidianamente, grazie a una visione nuova di parole a volte logorate. Ma non dimentichiamo che “rendere sacro” si può tradurre con “sacri-ficio”.

La poesia può essere un buon antidoto al circostante che spesso ci delude, uno stimolo per guardarsi intorno con più entusiasmo e meno avvilimento?
La poesia, come le lacrime, rende gli occhi belli, ma lo fa con la verità e la felicità. È la pista per allenarsi (più maratoneti che centometristi) a uno sguardo consapevole. Influisce concretamente sulla realtà quotidiana sapere che la propria lingua (quella che si usa per nominare le cose, le persone, le esperienze) ha un potenziale enorme dentro, fatto di storia, musica, incontri. Ma non saprei dire se è la poesia che genera l’entusiasmo e la fede nella bellezza o viceversa. E non bisogna dimenticare che, ai margini del linguaggio, c’è una zona di indicibile che genera inquietudine e umiltà.

Cos’è per te la poesia?
Ci sono talmente tante belle poesie attorno (su pagina, nei dialoghi e negli incontri quotidiani) che se dessi una definizione domani una nuova poesia me la renderebbe inutile. Ma siccome non posso non rispondere, allora dico che la poesia è accorgersi della sempre nuova poesia.

Cosa troviamo dentro la tua ultima raccolta Nonostante la fine del mondo. Poesie tra le crepe dell’Emilia?
Dentro a questo libro (nato grazie all’attenzione e all’entusiasmo di Chiara De Luca) trovate una passeggiata lunga un anno tra le terre dell’Emilia. Di stagione in stagione, tra la città, la collina e le montagne, percorro alcune strade e alcuni sentieri, immerso nella mia storia personale senza voltarmi di fronte alla storia collettiva. L’esperienza del terremoto qui non è registrata come in un reportage, né domina il tono disperato o tragico. Infatti, la parola più importante del titolo, e che apre anche il libro, è “nonostante”.

Cosa ne pensi del “Poesia Festival”, ormai alle porte, evento che nato in una piccola provincia ogni anno attira parecchi visitatori e che sicuramente per i poeti emergenti rappresenta una grande occasione sia per farsi conoscere che per conoscere?
Ho avuto modo, grazie all’interessamento di Marco Bini, di partecipare un anno come autore, ma il mio interesse per il Festival è nato e continua in qualità di pubblico. Ci sono tanti festival letterari, non sono in grado di farne la classifica per valore, meriti, efficacia. So solo che in questi anni grazie al Poesia Festival ho potuto ascoltare voci di poeti da tutto il mondo. Ricordo in particolare una lettura di Mariangela Gualtieri alla Rocca di Vignola e una lezione di Viviane Lamarque. Molti di questi incontri sono stati motivo per nuove letture e nuove scritture, ma anche per ripensamenti sul valore “pubblico” (se non etico) della poesia. A un certo punto, la pagina deve uscire dalla camera e trovarsi bene in piazza. O in strada. O in osteria. Questo il Festival riesce a farlo bene.

Nel panorama della produzione poetica locale, puoi segnalare qualche voce particolarmente interessante?
La nostra terra è ricca di poeti e scrittori. Mi piace ricordare Nadia Cavalera, modenese d’adozione. Non esprimo giudizi di valore sulle sue numerose opere, ma apprezzo la coerenza del suo percorso poetico, la tensione sperimentale, a volte provocatoria, e l’attenzione per il linguaggio e la sua dimensione storica.

Perché scrivere poesie nel 2013?
C’è un anno in cui non ha avuto senso scrivere poesie? Finché c’è lingua, c’è poesia.

(Immagine in evidenza: josemanuelerre via photopin cc)

Tra tagli e terremoto, non vogliamo indietreggiare

baldini_sindacoA chi sta cercando di ripartire dopo la “botta” del terremoto, è difficile chiedere altri “tagli”, perché nulla sembra più superfluo. Intervista al sindaco di Camposanto Antonella Baldini: “E’ importante tenere coesa la cittadinanza” e anche “la fiera o le iniziative di Natale” garantiscono questo.

Sindaco, Camposanto è alle prese con l’effetto incrociato delle difficoltà dovute alla crisi e dei danni creati dal sisma di maggio 2012. In termini di spesa, il Comune come sta facendo fronte alla situazione?
Ad aprile, prima delle elezioni e di insediarci per il secondo mandato, abbiamo approvato il bilancio di previsione 2013 in cui abbiamo stanziato 10,6 milioni di euro per le opere pubbliche, ma si tratta di un bilancio straordinario: una cifra dovuta al fatto che qui c’è da ricostruire quanto distrutto dal sisma di maggio 2012. Inoltre, in questo bilancio non c’è alcun aumento di tariffe e rette, perché non vogliamo pesare sulle famiglie già in difficoltà. Anzi, controcorrente rispetto a quanto succede in tutta Italia, nel 2012 abbiamo creato un servizio in più.

E cioè?
Abbiamo aperto il primo nido d’infanzia del Paese. Una struttura che accoglie sia i bambini residenti, sia quelli non residenti e per tutti è stata predisposta la stessa retta, anche se normalmente per i bimbi che vengono da fuori le spese sono maggiori. Un intervento non scontato in periodo difficile come questo e che abbiamo messo in campo anche per aiutare i Comuni limitrofi dove ci sono edifici inagibili.

Uno dei principali problemi oggi per le famiglie è la mancanza del lavoro, siete intervenuti su questo fronte?
Sì, abbiamo finanziato un piano di borse lavoro per dare opportunità di occupazione alle persone provenienti da famiglie in difficoltà. Si tratta soprattutto di lavori socialmente utili.

E per quanto riguarda i tagli alla spesa pubblica?
Per quest’anno non abbiamo fatto tagli, ma la nostra situazione è particolare, perché siamo uno dei Comuni del cratere, quindi abbiamo avuto una boccata d’ossigeno grazie alla Cassa Depositi e Prestiti che ha garantito per la proroga sui mutui che al momento varrà fino alla fine del 2013. Così come abbiamo ottenuto un allentamento del Patto di stabilità per favorire la ricostruzione.

Quindi la ricostruzione post-sisma può anche diventare un’opportunità e paradossalmente mettere temporaneamente il Comune al riparo dalla riduzione di risorse?
Sicuramente la ricostruzione sarà un’occasione per ricostruire meglio, tanto nel pubblico quanto nel privato. Questo è un ordine, come dire, che viene dall’alto perché è un’esigenza del territorio.

In un momento di magra per le casse pubbliche, molti indicano la via d’uscita in un modello di maggiore sussidiarietà tra pubblico e privato, è d’accordo?
A Camposanto sinergie di questo tipo le abbiamo già messe in atto, grazie ad un bando regionale, che ci ha consentito di realizzare quattro progetti riguardanti alloggi residenziali a canone sostenibile, il nuovo asilo nido e il completamento del piano sportivo. Interventi tutti sostenuti anche da risorse di privati.

E guardando al futuro?
Mi auguro prima di tutto che si possano avere delle compensazioni dallo Stato per l’eventuale mancato gettito fiscale, penso ad esempio all’Imu, altrimenti i Comuni rischiano di saltare. Il nostro obiettivo, comunque, sarà mantenere qualità e quantità dei servizi e su questo non vogliamo indietreggiare. Al massimo, un eventuale taglio si potrebbe fare sugli eventi tradizionali come la fiera o le iniziative per il Natale, anche se in realtà queste occasioni che vedono la comunità riunita a ritrovarsi sono estremamente importanti per tenere coesa la cittadinanza.

a cura di
Marina Brancaccio