Aule piene, tasche vuote

Con 12 milioni di euro in meno rispetto a cinque anni fa, l’Ateneo di Modena e Reggio Emilia taglia su consumi e personale. «Garantita l’offerta formativa, – spiega il rettore Tomasi – ma Roma intervenga: non può permettere che l’Università scompaia»

Blocco delle assunzioni, meno personale tecnico e amministrativo, professori costretti a rinunciare a ore di ricerca per fare docenza. L’Università italiana sta attraversando tempi duri, durissimi. Negli ultimi anni da Roma sono arrivati finanziamenti inferiori del 15 per cento, in controtendenza rispetto a ciò che succede in casa dei nostri vicini europei, Germania (+20%) e Francia (+6%). Maglia nera delle priorità, il mondo dell’Università in questi anni ha dovuto arrangiarsi per continuare ad offrire una proposta formativa adeguata ai ragazzi intenzionati a proseguire gli studi. Finora il sistema ha retto, ma quanto durerà?

tomasi_minerva_300Un taglio del 20 per cento. «I tagli – racconta il prof. Aldo Tomasi, rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia – sono cominciati con la Legge Finanziaria del 2008. Negli ultimi cinque anni il Governo ha ridotto il proprio impegno nei confronti dell’Università da 7 miliardi di euro a meno di 6 miliardi, pari, tenendo conto dell’inflazione, ad un taglio del 20 per cento. L’Ateneo di Modena e Reggio Emilia è passato così da 100 a 88 milioni di euro di finanziamento con un taglio di “solo” 12 milioni di euro, grazie ai premi raggiunti per le buone perfomance su parametri relativi a ricerca e didattica. Sono stati tagli molto dolorosi, – prosegue il prof. Tomasi – che ci hanno costretti ad una riorganizzazione generale. In Italia nessun’altra istituzione è stata colpita così duramente, far pagare l’Università è stata una scelta precisa di tutti gli ultimi Governi».

Segno meno per assunzioni e ricerca. Politiche di risparmio a 360 gradi, che hanno toccato diversi aspetti, dai consumi energetici al personale. E come spesso accade, sono stati proprio i dipendenti a subire il contraccolpo più pesante, come spiega lo stesso prof. Tomasi: «In primo luogo siamo stati costretti a bloccare le assunzioni. Tutti i dipendenti dell’Università, dai professori al personale amministrativo, hanno dovuto lavorare di più, in particolare ai professori è stato chiesto di aumentare le ore di docenza». A scapito di quelle dedicate alla Ricerca scientifica, anche se il rettore sottolinea che «la Ricerca del nostro Ateneo si mantiene ai primi posti a livello nazionale».

Segno più per offerta e studenti. I professori sono passati dagli 880 di 5 anni fa agli 800 di questo anno accademico, più o meno la stessa sforbiciata (il 10 per cento circa) ha colpito il personale tecnico e amministrativo. «La nostra priorità – prosegue il rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia – è stata quella di mantenere il più possibile stabile l’offerta formativa, fare in modo che gli studenti non fossero toccati dai tagli. In  questa direzione è andata anche la scelta di non aumentare le tasse universitarie, ma piuttosto di cercare entrate da altre sorgenti, quali fondi di ricerca e conto terzi (lavori per aziende esterne), che comunque non sono riuscite a compensare i tagli». In aumento, seppur di poco, il numero di studenti, passati nell’ultimo quinquennio da 20 mila a oltre 21 mila, segnale che «la proposta formativa mantiene i livelli di 5 anni fa, prima della crisi».

Le (poche) garanzie future. Questo il recente passato. Un capitolo a tinte fosche, che dà poche garanzie per il futuro. «Poche settimane fa la CRUI (Conferenza dei Rettori delle Università Italiane) ha reso noto che il Governo ha confermato i tagli, che nel 2014 si aggireranno intorno al 3-4 per cento. Alcuni Atenei italiani sono già in grave difficoltà, non riescono più a far quadrare i conti e rischiano di scomparire. Il Paese non può suicidarsi così, non può permettere che la propria Università scompaia. L’Università di Modena e Reggio Emilia, pur nelle difficoltà, ha garantito un equilibrio per almeno tre anni. Questi – conclude il prof. Tomasi – sono gli anni più difficili dal dopoguerra. Ci siamo impegnati e continueremo a farlo per garantire una buona offerta formativa, chiedendo uno sforzo in più ai nostri docenti per continuare a non far pagare agli studenti il prezzo dei tagli».

Idea batte forbice

Tagliati 2/3 dei fondi in cinque anni e volontari in calo, ma il terzo settore resiste a suon di nuove idee. E Angelo Morselli, presidente CSV, avverte: “Solo un welfare locale, col contributo dei privati, può salvarci”.

Contributi crollati da 900 a 300 mila euro, meno personale a disposizione e una sempre maggiore richiesta di servizi. Nemmeno il mondo del volontariato è riuscito a scampare ai colpi della crisi economica e ai tagli che ne sono derivati. Il terzo settore ha dovuto rivedere i suoi conti, facendo anche scelte dolorose, per continuare a garantire il maggior numero di servizi e ad essere ancora un importante alleato per le Pubbliche amministrazioni.

«In cinque anni – spiega Angelo Morselli, presidente del Centro di Servizi per il Volontariato di Modena – abbiamo perso 2/3 delle risorse, un calo vertiginoso, che ha costretto il CSV e le associazioni di volontariato a rivedere le proprie strategie. Durante i periodi di crisi si verifica un calo dei volontari, perché le persone faticano a trovare tempo per gli altri quando devono far fronte ai problemi propri o della propria famiglia. In più, negli ultimi anni, l’aumento dell’età pensionabile ha penalizzato il terzo settore in termini di numero di volontari. Solitamente si diventa volontari una volta usciti dal mondo del lavoro, ma una cosa è uscire a 52 anni un’altra a 65: le forze sono minori e una persona è meno incentivata. Anche per questo come CSV abbiamo pensato di rivolgerci ad altre categorie, per sensibilizzare, attraverso progetti mirati, i più giovani. Dalle scuole elementari all’università, ragazze e ragazzi possono essere risorse importanti per il mondo del volontariato».

Le sforbiciate maggiori, secondo quanto riferito dal presidente Morselli, hanno riguardato i servizi alla persona e in particolare il settore sociosanitario: «La crisi ha reso ancora più difficile la condizione di chi già non se la passava bene. Chi già stava male ora sta peggio, i tagli colpiscono duro chi ha più bisogno e chi è solo: così uno è penalizzato due volte. Il problema principale riguarda i trasporti, per noi è aumentata la richiesta da parte dei Comuni e proviamo a fare il possibile per venire incontro a questa emergenza. Sempre minori contributi – precisa Morselli – arrivano anche dal “5 per 1.000”, una quota che ogni anno viene inserita all’interno della Legge Finanziaria e per cui negli ultimi anni c’è una concorrenza spietata da parte delle associazioni. La mancanza di risorse ha però il suo lato positivo della medaglia». Quale? «Quello di sviluppare l’ingegno. Il volontariato è una fucina di innovazioni, ogni anno incontriamo le associazioni e sviluppiamo una sola idea delle tante che escono da questi incontri. L’ultimo è stato il social market Portobello, ma per il prossimo anno abbiamo già in cantiere un nuovo progetto di cohousing sociale, per venire incontro alle esigenze dei più anziani. Si tratta – precisa Morselli – di una microresidenza la cui gestione è affidata a volontari e ai familiari degli ospiti. La nostra idea è quella di ospitare le persone anziane in una casa privata, nella quale i parenti possono accedere liberamente e in qualunque orario, possono rimanere a dormire e passare del tempo col proprio caro. La sostenibilità economica? È garantita dal fatto che i familiari si impegnano a prestare servizio una volta a settimana o ogni quindici giorni e ad aiutare i volontari nel gestire la struttura. L’obiettivo del progetto è quello di dare dignità alla persona. In alcuni paesi europei queste strutture sono già presenti, ma si è sempre scelto di posizionarle su strade vicine, disincentivando l’integrazione. Noi vogliamo fare l’esatto opposto: aiutare le persone ad integrarsi».

Tante idee, poche risorse e richieste di aiuto in aumento: il volontariato può trovare una via di fuga dalla crisi e dai suoi tagli? «L’unica possibile soluzione è andare oltre il welfare pubblico e costituire un welfare locale, sostenuto da tre pilastri: pubblico, privato e volontariato. Quando ci sono idee interessanti i privati attenti alla “responsabilità sociale d’impresa” partecipano con entusiasmo, Portobello ne è un esempio. In questa fase è necessario coinvolgere anche i privati in azioni concrete di volontariato, da loro possono arrivare al terzo settore quelle risorse che le Amministrazioni pubbliche non riescono più a garantire».

Tagli in mischia

Il Modena Rugby rinuncia alla serie A, una scelta dolorosa che permetterà di risparmiare oltre 100 mila euro. Il presidente Almer Berselli: “Ridimensionamento necessario, ma risaliremo”

Salvi sul campo, retrocessi dai conti. Dopo aver mantenuto la serie A, il Modena Rugby rinuncia alla categoria e si iscrive al campionato di serie B. Grazie ad una recente modifica del regolamento federale, che permette alle società di rinunciare all’iscrizione e ripartire da un campionato di categoria inferiore, il club biancoverde ha scelto di seguire l’esempio del Paese Rugby e ripartire da un campionato di certo meno prestigioso, ma anche meno dispendioso.

Ripartire dalla propria “bottega”. Che il pianeta ovale non stia attraversando un momento particolarmente brillante sotto il profilo economico è noto. Ogni anno le società ce la mettono tutta per allestire squadre competitive, ma per i dirigenti sta diventando sempre più dura. Per arrivare ad alti livelli e restarci servono le risorse, che prima della crisi arrivavano grazie agli sponsor. Il passo indietro di diversi sponsor, anche nel massimo campionato di Eccellenza, ha costretto i club ad un radicale cambio di strategia e la squadra non è più un patchwork di giocatori provenienti da altre realtà, ma un prodotto della propria “bottega”, ovvero del settore giovanile. «Le risorse per un campionato di A2 le avevamo – precisa Almer Berselli, presidente del Donelli –, ma abbiamo valutato più opportuno scendere di categoria. L’organico attuale non sarebbe riuscito a mantenere la serie A, per farlo avremmo dovuto rinforzare la squadra con 7/8 innesti e avremmo dovuto rinunciare a quello che rimane il nostro obiettivo principale: costruire un Donelli modenese al 95 per cento. Quando è uscita la circolare federale ho parlato con dirigenti, allenatore e un gruppo di giocatori e tutti hanno convenuto che la decisione migliore fosse scendere di un gradino e fare un campionato di serie B. Il prossimo anno la squadra rimarrà più o meno la stessa, dei non modenesi rimane soltanto Rocco Assandri, mentre dall’Under 20 del Modena Junior Rugby saranno inseriti cinque giocatori classe 1994. Alla guida tecnica ci sarà ancora Gianluca Ogier, che ha condiviso la decisione di giocare in serie B».

Decisione sofferta. La vittoria nel doppio confronto dei play out contro Cus Padova è stata l’ultima (e l’unica) soddisfazione di un campionato di sofferenza. Un successo che Berselli rivendica, spiegando con soddisfazione che «c’è una bella differenza tra retrocedere per demeriti sportivi e retrocedere per scelta societaria. Il Donelli ha deciso di scendere di categoria, la salvezza dello scorso anno non si annulla e rimane un risultato importante. Ripartiamo da lì, con le stesse motivazioni e la stessa voglia di tornare protagonisti». Che sia stata una scelta sofferta lo si capisce dal linguaggio non verbale del numero uno biancoverde, uno che a perdere proprio non riesce a farci l’abitudine: «Sotto l’aspetto passionale è stata una decisione sofferta, ma ha prevalso la razionalità. Lo scorso anno molti giocatori non erano pronti per un campionato difficile dal punto di vista tecnico e fisico come la serie A1. Le differenze tra girone 1 e girone 2 non son tante, anche questo ha influito sulla decisione. Nel campionato di serie B i nostri giovani possono crescere in modo più graduale ed essere pronti quando il Donelli tornerà ad alti livelli».

Tagli obbligati e nuovi orizzonti. La differenza di costi tra serie A e serie B si aggira intorno ai 130 e i 150 mila euro, sommando alle spese di trasferta quelle relativi agli ingaggi e agli alloggi per gli atleti. Stare in alto costa e il Donelli oggi non se lo può più permettere, ad ammetterlo è lo stesso Berselli, che spiega: «È evidente che anche il fattore economico ha avuto il suo peso, soprattutto alla luce delle squadre iscritte al girone. Solo le trasferte in Sicilia, Abruzzo e le due in Sardegna sarebbero costante circa 40 mila euro. Paradossalmente il campionato di A1 ci costava meno». La storia recente del Donelli ha conosciuto più salite che discese: doppia promozione dalla B all’A1 sotto la guida del sudafricano Shaun Huygen, ottavo posto nell’A1 del 2012, poi il crollo, causato dall’addio di alcuni sponsor. Da quel momento i tagli sono stati tanti ed inevitabili e il Donelli ha dovuto ridimensionare le proprie ambizioni. Anche se la voglia di tornare in alto è forte: «Per questa stagione – spiega Berselli – vogliamo arrivare tra le prime sei, dal prossimo anno punteremo ai play off e dalla stagione successiva contiamo di raggiungere la serie A». La strada è segnata, conti permettendo.

E se invece abolissimo le Regioni?

Le Regioni? Da abolire tutte. Comprese, naturalmente, quelle a statuto speciale. E’ questa la proposta lanciata qualche mese fa dalla Società geografica italiana, ente fondato nel lontano 1867 per promuovere la ricerca nel settore. Proposta in assoluta controtendenza e perciò immediatamente consegnata all’oblio. Quando si parla di riordino territoriale dello stato infatti, la politica tutta si scaglia indistintamente, almeno a parole, contro le vituperate province. Ma le Regioni, chi le mette in discussione? Giusto la Società geografica secondo la quale, le Regioni non sarebbero altro che soggetti artificiali, definite geograficamente a fine ottocento e nate amministrativamente una quarantina d’anni fa. Al contrario, l’Italia è terra di comuni: un mosaico di città e paesi che sono il vero nucleo storico del Belpaese. Da questo dato innegabile, la proposta dei geografi: eliminare le Regioni come enti di intermediazione politica e amministrativa con lo Stato e sostituirle con delle macro-province (36 contro le oltre 100 attuali) ridisegnate a partire dalle reti infrastrutturali – legate alla mobilità, ai trasporti e alle comunicazioni – presenti sui vari territori.

Ipotesi choc? Nemmeno tanto. Proprio a partire dall’Emilia-Romagna, unica regione a rappresentare anche nominalmente, un aggregato di soggetti parecchio lontani tra loro nonostante lo storico legame della via Emilia. Che c’entra infatti Piacenza con Rimini, tanto per citare i due estremi? A parte la distanza fisica di quasi 300 chilometri, è evidente che le due città presentano problematiche totalmente differenti l’una dall’altra ben al di là di banali logiche di campanile. Bisogna anche aggiungere un dato economico tutt’altro che irrilevante: le Regioni pesano sul bilanci dello Stato ben più delle Province: più di 100 miliardi l’anno (cifra che comprende però l’esosa voce “spese sanitarie”) contro 11. Anche se è chiaro che qualsiasi riassetto amministrativo non cancellerebbe la ripartizione delle competenze. Nel qual caso, l’unico risparmio garantito sarebbe quello legato ai 1.070 seggi complessivi oggi occupati dai vari consiglieri regionali. Poca cosa dal punto di vista economico, anche se giova segnalare che in questa stagione di totale sfiducia nei confronti della politica, la prossimità territoriale facilita (o dovrebbe facilitare) l’esercizio di controllo dei cittadini rispetto alle scelte degli amministratori. Se non altro perché è più facile reagire in positivo o negativo a ciò che tocca sulla pelle viva.

Insomma, un punto a favore delle Province. In questa logica, Bologna non è solo distante da Rimini o Piacenza, ma perfino da Modena. Ma soprattutto, meriterebbe una valutazione ben più puntuale il rapporto costi/benefici per tenere in piedi le complesse strutture regionali. Perfino in una Regione considerata tra le più virtuose come l’Emilia-Romagna. Che comunque costa parecchio. In termini di consumi intermedi per svolgere le proprie attività (cancelleria, affitti, bollette…) nel 2011 sono stati spesi nelle torri d’avorio bolognesi disegnate da Kenzo Tange 162,4 milioni di euro, una cifra pari a 36,6 euro spesi per abitante e a quasi 55 mila per ogni dipendente. E’ quest’ultimo il dato da tener maggiormente presente come parametro per l’efficienza della gestione, perché legato alla dimensione della struttura amministrativa. E seppure, lo ripetiamo ancora una volta, la nostra Regione resta tra le più virtuose, spicca la differenza con i 40 mila euro spesi dal Veneto per dipendente. Anche se possono consolare le cifre folli di Lombardia (oltre 233 mila euro spesi per dipendente) e Piemonte (133 mila).

Disparità incredibili, occorre sottolinearlo, che costituiscono un ulteriore indicatore della totale assenza di omogeneità di gestione tra le diverse regioni a parità di competenze. Insomma, il federalismo in chiave regionale è il solito pasticcio all’italiana. Come dimostra anche il costo medio per dipendente. In questo caso l’Emilia-Romagna spende più di Veneto e Lombardia (sempre prendendo a parametro le principali regioni del Nord), 51 mila euro a persona contro i 27 mila del Veneto e i 50 mila della Lombardia. Fuori quota il solo Piemonte con un costo medio per dipendente di oltre 68 mila euro. Complessivamente i 2976 dipendenti della Regione (67 per ogni 100.000 abitanti, dati 2011) incidono sul bilancio per 151,5 milioni di euro l’anno, con un costo per abitante di 34,2 euro (Lombardia 17,3; Veneto 29,2; Piemonte 45,5). Ma bearsi di una situazione emiliana che fa la sua bella figura in un panorama complessivo da paura, nonostante in tempi recenti più d’uno scandalo abbia notevolmente ridimensionato il mito dell'(ex) Emilia rossa, non elimina la questione di fondo posta indirettamente dalla società geografica: le regioni sono un pateracchio non solo dal punto di vista storico e culturale ma, così come è oggi, soprattutto dal punto di vista amministrativo. E valutarne la reale opportunità in prospettiva, evitando il facile (e spesso pretestuoso) coro del “Dagli addosso alla provincia”, potrebbe aprire scenari interessanti. Forse pure troppo per il livello tanto dogmatico quanto poco pragmatico in cui si discute da anni e anni, con risultati prossimi allo zero quando non del tutto negativi, sul riassetto dello Stato.  

Tra tagli e terremoto, non vogliamo indietreggiare

baldini_sindacoA chi sta cercando di ripartire dopo la “botta” del terremoto, è difficile chiedere altri “tagli”, perché nulla sembra più superfluo. Intervista al sindaco di Camposanto Antonella Baldini: “E’ importante tenere coesa la cittadinanza” e anche “la fiera o le iniziative di Natale” garantiscono questo.

Sindaco, Camposanto è alle prese con l’effetto incrociato delle difficoltà dovute alla crisi e dei danni creati dal sisma di maggio 2012. In termini di spesa, il Comune come sta facendo fronte alla situazione?
Ad aprile, prima delle elezioni e di insediarci per il secondo mandato, abbiamo approvato il bilancio di previsione 2013 in cui abbiamo stanziato 10,6 milioni di euro per le opere pubbliche, ma si tratta di un bilancio straordinario: una cifra dovuta al fatto che qui c’è da ricostruire quanto distrutto dal sisma di maggio 2012. Inoltre, in questo bilancio non c’è alcun aumento di tariffe e rette, perché non vogliamo pesare sulle famiglie già in difficoltà. Anzi, controcorrente rispetto a quanto succede in tutta Italia, nel 2012 abbiamo creato un servizio in più.

E cioè?
Abbiamo aperto il primo nido d’infanzia del Paese. Una struttura che accoglie sia i bambini residenti, sia quelli non residenti e per tutti è stata predisposta la stessa retta, anche se normalmente per i bimbi che vengono da fuori le spese sono maggiori. Un intervento non scontato in periodo difficile come questo e che abbiamo messo in campo anche per aiutare i Comuni limitrofi dove ci sono edifici inagibili.

Uno dei principali problemi oggi per le famiglie è la mancanza del lavoro, siete intervenuti su questo fronte?
Sì, abbiamo finanziato un piano di borse lavoro per dare opportunità di occupazione alle persone provenienti da famiglie in difficoltà. Si tratta soprattutto di lavori socialmente utili.

E per quanto riguarda i tagli alla spesa pubblica?
Per quest’anno non abbiamo fatto tagli, ma la nostra situazione è particolare, perché siamo uno dei Comuni del cratere, quindi abbiamo avuto una boccata d’ossigeno grazie alla Cassa Depositi e Prestiti che ha garantito per la proroga sui mutui che al momento varrà fino alla fine del 2013. Così come abbiamo ottenuto un allentamento del Patto di stabilità per favorire la ricostruzione.

Quindi la ricostruzione post-sisma può anche diventare un’opportunità e paradossalmente mettere temporaneamente il Comune al riparo dalla riduzione di risorse?
Sicuramente la ricostruzione sarà un’occasione per ricostruire meglio, tanto nel pubblico quanto nel privato. Questo è un ordine, come dire, che viene dall’alto perché è un’esigenza del territorio.

In un momento di magra per le casse pubbliche, molti indicano la via d’uscita in un modello di maggiore sussidiarietà tra pubblico e privato, è d’accordo?
A Camposanto sinergie di questo tipo le abbiamo già messe in atto, grazie ad un bando regionale, che ci ha consentito di realizzare quattro progetti riguardanti alloggi residenziali a canone sostenibile, il nuovo asilo nido e il completamento del piano sportivo. Interventi tutti sostenuti anche da risorse di privati.

E guardando al futuro?
Mi auguro prima di tutto che si possano avere delle compensazioni dallo Stato per l’eventuale mancato gettito fiscale, penso ad esempio all’Imu, altrimenti i Comuni rischiano di saltare. Il nostro obiettivo, comunque, sarà mantenere qualità e quantità dei servizi e su questo non vogliamo indietreggiare. Al massimo, un eventuale taglio si potrebbe fare sugli eventi tradizionali come la fiera o le iniziative per il Natale, anche se in realtà queste occasioni che vedono la comunità riunita a ritrovarsi sono estremamente importanti per tenere coesa la cittadinanza.

a cura di
Marina Brancaccio

Tagli ai Comuni: a rischio la coesione sociale

schena2Con la crisi tutti hanno imparato a “tagliare”. E i Comuni? Intervista al sindaco di Soliera Giuseppe Schena: “Dal prossimo anno non potremo più cavarcela riducendo la manutenzione del verde: dovremo agire sulla carne viva, ridurre i servizi per gli anziani, gli adolescenti, l’infanzia”.

Sindaco, la crisi continua a mordere, le famiglie stringono sempre più la cinghia e le risorse dei Comuni si assottigliano di anno in anno. Su cosa e come è stata tagliata la spesa pubblica a Soliera?
Abbiamo dovuto tagliare le risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade, del verde e degli edifici pubblici. Questo, che comprende anche l’arredo urbano e la viabilità, è il settore sicuramente più esposto. Il taglio è stato del 50% della spesa dal 2011 al 2012 e del 16% dal 2012 al 2013, e solo perché quest’anno eravamo già all’osso. Solo per fare un esempio, dovremmo riqualificare e rendere più efficiente l’illuminazione, ma non lo faremo perché non ci sono soldi.

Quindi salteranno anche gli interventi sull’edilizia scolastica?
A quello ci ha pensato il terremoto. Avevamo programmato un piano di interventi centellinando le risorse, ma ora il problema della riqualificazione delle scuole non ce l’abbiamo più.

E sul fronte del personale?
Il problema è il blocco del turn-over: dal 2011 al 2013 abbiamo avuto 6 unità in meno su di un personale direttamente attribuito all’ente che ammonta ad un totale di 50 persone. Si tratta del 10% in meno in soli due anni.

Con minori risorse economiche e umane come si garantiscono i servizi?
Essendo uno dei Comuni del cratere del sisma di maggio 2012, per fortuna abbiamo potuto usufruire di un’applicazione molto ridotta della spending-review e così sul fronte dei servizi riusciamo ad assorbire i minori trasferimenti. Ma una mano viene anche dall’Unione dei Comuni di cui facciamo parte e che ci consente di ammortizzare le minori entrate, gestendo in comune servizi scolastici, educativi, socio-assistenziali e la polizia locale. Abbiamo comunque ridotto gli appalti di servizio, non per un calo degli stanziamenti, ma perché sono aumentati i costi e le spese del personale.

Come è stata concertata e discussa in città questa cura dimagrante per le casse pubbliche?
Praticamente in nessun modo. La concertazione c’è quando ci sono margini e tempi. Al 31 maggio abbiamo approvato un bilancio da 12 milioni di euro che avevo già speso e impegnato per il 70%. In queste condizioni la partecipazione è ridotta moltissimo perché le scelte sono obbligate. E questa mortificazione della partecipazione è un altro danno collaterale dell’incertezza del quadro nazionale su punti come l’Imu e la Tares. Di fatto ci obbligano a chiudere bilanci virtuali.

Quanto ancora si potrà andare avanti a tagliare?
Dal prossimo anno non potremo più cavarcela riducendo la manutenzione del verde. Se si avanti così, dovremo agire sulla carne viva, ridurre i servizi per gli anziani, gli adolescenti, l’infanzia. I nostri conti sono perfettamente in ordine sul piano formale e sostanziale, ma il nostro obiettivo non è questo, è soddisfare i bisogni delle persone.

Quindi si rischia un peggioramento della situazione?
Quello che è a rischio è la coesione sociale, l’aumento dei conflitti sociali.

Cosa si dovrebbe fare quindi per garantire conti in ordine senza smantellare la coesione sociale?
Bisogna considerare che i Comuni pesano per l’8% sul budget dello Stato, le Province valgono il 2% e le Regioni il 25%. C’è invece un altro 50% di spesa pubblica dell’apparato, dei ministeri, delle agenzie periferiche che io chiamo spesa improduttiva. E’ da lì che bisogna drenare le risorse, non dai Comuni sui quali si continua a tagliare in modo paradossale e sbagliato.

a cura di
Marina Brancaccio