Via Emilia per Easy Rider

Lunga lunga, dritta dritta. Un segno forte all’interno di un territorio che dal mare sfuma nel viavai frenetico di Milano, all’ombra della cinta di ciò che resta delle mura spagnole, proprio di fronte all’imponente Porta Romana (che, poverina, è un gioiello dell’architettura incastonato fra un grattacielo interminabile, elegantissimi palazzi e il rigido magma delle strade tutt’attorno). La via Emilia è una vera e propria “certezza” per chi è nato e cresciuto in città come Modena, Reggio o Parma. Sì, perché in qualunque città percorsa da quell’asse viario ti trovi, se su una targa o un cartello leggi le parole «via Emilia», hai la certezza matematica di essere in centro. E che almeno, stando lì nei paraggi, non avrai bisogno di consultare Google Maps. O vai verso Rimini, o verso Milano. Impossibile sbagliarsi.
Oggi la via Emilia, se si può, la si evita. «Ma ci vai dalla via Emilia?», ti chiederà sempre e comunque ogni conoscente non appena gli confessi che hai pensato di intraprendere un viaggio sulla SS9.

Cover_DueRuoteUn po’ la stessa perplessità che ha avuto Cristian Lancellotti, direttore di “Dueruote”, quando il direttore Iniziative Speciali del “Cucchiaio d’Argento”, Stefano Caffarri, gli ha proposto «di sposare, motocilisticamente parlando, il progetto di questa guida»: La via Emilia in moto: 10 tappe per 329 km. Le strade alternative, dove mangiare, dove dormire e cosa vedere. Una perplessità legittima, spiega Lancellotti nell’editoriale della guida, dato che «la via Emilia percorsa in moto è quanto di più noioso si possa pensare: traffico, strade dritte e piatte e paesaggi tutto sommato monotoni». Poi, però, si è fidato di Caffarri e della sua «strana luce negli occhi», oltre che del «ghigno di chi ha in mano carte pesanti, di chi non aspetta altro che qualcuno stia al gioco per farle vedere a tutti».
Et voilà: ecco come è nata questa guida alternativa, dedicata in primis ai motociclisti, ma anche ad altri flâneur contemporanei, desiderosi di vivere nuove e inattese esperienze. Insomma, a tutti quelli che sono convinti che l’emozione non stia tanto nella meta, ma nel viaggio. Uno dei modi migliori per celebrare la via Emilia che quest’anno festeggia i suoi primi 2.200 anni (e non li dimostra).

motociclicisti

Hic sunt Galli!
In età repubblicana, oltre gli Appennini, c’erano le Gallie. Terra di barbari, in sostanza. Nella Gallia Cisalpina vivevano le tribù dei Boi, che mal sopportavano l’idea di sottomettersi alla forza conquistatrice dell’Urbe. La miglior macchina da guerra, per i Romani, divenne la Strada: è sulle vie di comunicazione infatti che le legioni potevano organizzarsi al meglio. Il console Marco Emilio Lepido guidò la costruzione della via Emilia, un dardo che tagliava la pianura incuneandosi fra paludi e acquitrini. Incredibile ma vero (anche pensando a recenti e assai meno felici esempi di opere viarie): il collegamento fu completato in poco più di due anni, dal 189 al 187 a.C.
Oggi quella strada è sicuramente più evanescente: nei centri storici la sua presenza è ancora viva, tangibile; nelle campagne, invece, può scomparire all’ombra di filari di pioppi dritti come fiammiferi e piccole tangenziali ne deviano spesso il percorso (per forza: attraversare Romagna-Emilia-Lombardia solcando l’antica via romana è da pazzi. Ma come dice Il cappellaio-Depp in Alice attraverso lo specchio: «Ti svelo un segreto: tutti i migliori sono matti»).
La via Emilia, a un certo punto, attraversa il Po. Da lì, inizia lentamente a sfrangiarsi: l’ultima Casa Cantoniera, l’ultimo punto di sosta dell’antica strada, si trova a Melegnano. Possiamo poi viverne il tragitto solo con l’immaginazione. Idealmente, la via Emilia cede il passo ai primi tentacoli della metropoli arrestandosi alla rotonda su cui campeggia Porta Romana bella.
«Porta Romana bella, Porta Romana
è già passato un anno da quella sera
un bacio dato in fretta
sotto un portone […]».

Casa cantoniera lungo la via Emilia
Casa cantoniera lungo la via Emilia

Il lato A: storia e gastronomia
Per viverla appieno on the road, la guida di “Dueruote” è davvero un ottimo compagno di viaggio, da portare con sé in un’avventura quasi situazionista, a tratti felliniana. Felliniana sì, perché il viaggio nella guida inizia proprio da Rimini, l’antica Ariminum: da zona di insediamenti preistorici a terra degli Umbri e poi dei Galli, fino ad arrivare alla mitica movida – trascinante e un po’ cialtrona – che ogni estate respira salsedine e profumo di fragranti piadine. Il viaggio inizia con le spalle al mare, verso il profondo nord. Oltre all’itinerario collegato al drittone della via Emilia, all’interno della guida compaiono spesso e molto volentieri altri golosi suggerimenti: ricette, cosa comprare, cosa bere, dove mangiare e rapidi focus incentrati su percorsi alternativi (dopotutto, il tragitto è immaginato per essere percorso in moto). Infatti, il bello di questo viaggio sta anche nel perdersi fra le morbide colline del Sangiovese, la rupe di San Leo, l’itinerario Enzo Ferrari e il Frignano, per sconfinare nelle terre che furono dei Da Canossa, famiglia cui appartenevano Bonifacio “il Tiranno” e l’impavida Matilde. Senza temere di fare un po’ di sano spoiler, la via Emilia, a un certo punto, attraversa anche Modena (o Mutina, come l’avrebbe chiamata Emilio Lepido).
Marco Tullio Cicerone, lo spauracchio di tutti quelli che hanno frequentato il liceo classico, ne aveva un’ottima opinione: nelle Filippiche la definì firmissima ac splendidissima (“molto sicura e meravigliosa”). E se lo diceva lui…
Nella guida di “Dueruote”, Modena viene presentata come un vero e proprio gioiellino, da scoprire fra una passeggiata all’ombra del Duomo, patrimonio Unesco, caldi effluvi di tortellini e brodo di cappone («quello con “gli occhi”», come lo chiamavano le nonne), visite al MEF e il ricordo indelebile di Big Luciano.
La guida poi prosegue con Reggio Emilia, Parma, Piacenza, Fidenza, Fiorenzuola, doppia Milano, e si conclude poeticamente, suggerendo un ultimo tour sui confini di Quel ramo del lago di Como.

Porta Romana
Porta Romana

Il lato B: notturno
La via Emilia è come una catenina d’argento, alla quale vengono appesi di tanto in tanto monili e pietre preziose: quelli, sono i centri delle città con il loro contrappunto di portici e palazzi rosa porcellino, giallo terrigno o arancione. Già: ma fra un centro e l’altro cosa c’è? Quando la luce più grande di tutte sta per spegnersi e la notte comincia ad ammantare di blu intenso e striature violacee la pianura, la via Emilia dà tutta un’altra impressione a chi la percorre. I casolari abbandonati, le fabbriche dismesse, i grandi ristoranti anni Settanta dimenticati, le chiese pericolanti si fanno lugubri e silenziosi. A meno che non ci sia uno di quei nebbioni che «si tagliano col coltello»: in quel caso, non si vede proprio un bel niente. Vedi solo le tue mani sul volante, la strada scorrere sotto di te e il vapore bianco della nebbia fagocitare ogni cosa.

Casolari abbandonati
Casolari abbandonati

Quando viaggi di notte lungo la via Emilia, tutto si trasforma: la percezione dello spazio, del tempo e forse della vita. Se di giorno infatti è il traffico asfissiante a riempire la striscia di asfalto che collega Rimini alle porte di Milano, di notte le poche macchine che ci sono – non tutte – vanno piano piano, forse per accostare accanto a una delle pensiline del bus dove sostano, passeggiando avanti e indietro, signorine in zeppe e minigonna. Per non parlare dei perimetri delle fabbriche o delle concessionarie prospicienti la via Emilia che, dopo mezzanotte, si tramutano in azzeccatissimi set per un film di Romero. Nei tratti per nulla illuminati, poi, ci si rende conto di quante sfumature abbia il nero: il cielo scuro, la strada leggermente più chiara e le chiazze nero petrolio che sullo sfondo assumono le forme di casacce o folti ippocastani. Talvolta, quando guidi col finestrino abbassato, ti arrivano pure zaffate pungenti di cipolla e peperoni (in moto, non ne parliamo: l’intenistà aumenta): giri lo sguardo e ti trovi un chioschetto di paninari in cui andare a «far fondo» dopo una notte di bagordi in discoteca. Questa è l’altra faccia dell’asse viario che compie 2.200 anni: la via Emilia degli alberghi a ore, dei locali notturni, delle atmosfere lugubri, delle strutture dismesse e della trasgressione, se vogliamo. Di questo, ovviamente, non parla “Dueruote”. Ma, da modenese, mi sarei sentito in colpa nel raccontare solo un volto della strada che tutti odiamo e amiamo. Per scoprirne altri segreti o affascinanti scorci, non ci resta che partire.

Il parcheggio del Mac2
Il parcheggio del Mac2

L’immagine di copertina è tratta dalla guida “Via Emilia in moto” in edicola con Due Ruote di maggio 2017.

Rezdóre di cent’anni fa: antichi ricettari narrano sapori (e qualche segreto)

La storia è un magma. Non si compone solamente di patti di non belligeranza, processi di Norimberga, editti imperiali, bolle papali eccetera. Quelli sono solo alcuni tasselli – importantissimi, ci mancherebbe -, che però non vanno a indagare tutti gli anfratti del passato. La storia di una città, di uno stato, o la storia di un’epoca può essere raccontata anche a partire da altre interessantissime prospettive: si può studiare la musica che veniva composta e ascoltata, è possibile ridare volto agli abiti che venivano confezionati e comprendere quali fossero le mode del tempo; oppure, si può studiare una società a partire dalle ricette, e quindi dai cibi che venivano consumati. In questo caso, leggendone alcune, ci si catapulta immediatamente in un antico banchetto e si ha così il privilegio di immaginare i sapori che accarezzavano e seducevano i palati dei nostri avi.

È capitato qualche mese fa: in occasione di uno dei tanti traslochi cui ho partecipato attivamente – durante i quali ci si rende conto anche di quante cose inutili siamo capaci di conservare, spesso senza alcun fine – mi sono trovato in mano, avvolti in un’ingiallita carta di giornale costellata qua e là di graziose muffe grigine, tre quadernetti: il primo recante sul frontespizio la rappresentazione della Marcia su Roma incastonata all’interno di un fregio inequivocabilmente stile Ventennio, un volto e un fascio littorio; l’altro di colore azzurro “carta da zucchero” con su scritto Segreti varj; il terzo poi, con tanto di etichetta da confettura su sfondo tartarugato, era decisamente più eloquente: Quaderno per le pietanze e dolci. All’interno degli stessi erano presenti vari foglietti sparsi, scritti con una grafia più veloce e imprecisa. In uno di questi infatti la signora annotò: «La molta fretta fa sì che ho scritto orrendamente, e chiedo perdono».
Mi sono messo a sfogliarli, con la stessa enfatica curiosità di Indiana Jones: erano tre quaderni di ricette e «segreti»: uno splendido affresco culinario e di economia domestica che merita davvero di essere raccontato. Ecco quindi alcune curiosità e delizie provenienti da precise rezdóre (ci si annotava un po’ di tutto…) vissute tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo.

quaderni_ricette

Il quadernetto azzurro, quello dei Segreti varj, è organizzato in ordine alfabetico, come se fosse un glossario: Aceto per averlo forte, Amaretti per farli, Bensoni dose per farli, Budino detto Blanc Blasé e così via. Mi soffermo ora sul primo segreto:
«Si gettino nell’aceto dei bocconi di pane di orzo e in due giorni sarà assai forte».
Facilissimo, insomma. Poche pagine dopo, compare anche una ricetta tipica del Trentino e non solo (molto probabilmente, ricette di questo tipo erano arrivate a Modena durante la Restaurazione), i “salcrauti”, dal tedesco Sauerkraut:
«Taglisi a liste sottili una verza bianca, e si ponga in un vaso salandola a strati; si comprima con un grosso peso, e si lasci così per almeno ventiquattr’ore. Dopo ciò, levate e spremute bene, si mettano a cuocere in casseruola con buon brodo, e dopo mezz’ora di cottura si aggiunga un po’ di aceto con qualche grano di ginepro, e si termini la cottura lentamente in quattro ore».
Facile sì, veloce un po’ meno. Poi, oltre alla mitica ricetta delle frappe, che tutti ancora conosciamo, compaiono alcuni consigli che potrebbero suonare un po’ strani. Uno di quelli che mi ha colpito è alla lettera v: «Vino a convertirlo subito in aceto». In poche parole si consiglia di gettare nel vino un’amalgama di sale e pepe e del lievito molto acido; o in alternativa si possono spegnere, sempre nel vino, «due tegole nuove roventi». A quanto pare, questi due trucchetti darebbero il la al processo di acetificazione.

segreti-varj

Il quaderno tartarugato invece è un vero e proprio ricettario: si va dai budini di riso agli amaretti di Spilamberto, fino al luccio alla romana. Molte delle ricette contenute sono conosciute da quasi tutti i modenesi. Alcune invece sono davvero particolari: viene spiegato, per esempio, come preparare la «salsa alla borghese», ideale per condire il lesso:
«Versate con olio caldo 4 acciughe salate, mettetele nella salsiera ed unitevi due spicchi d’aglio e un pugno di prezzemolo, che avrete trinciato sottilmente. Aggiungetevi 30 g di pan biscotto grattato passato per staccio [setacciato], ed infine prendete tanto aceto quanto ne occorra per ridurre la salsa alla densità occorrente. Adoperate questa salsa per il manzo o il lesso».
Altra curiosità, le «uova al pomidoro»: un secondo con contorno composto da una base di sugo al pomodoro e prezzemolo scaldato in padella, nel quale vengono poi versate le uova, che devono essere lasciate cuocere piano piano.

Il terzo quaderno, quello con la Marcia su Roma, contiene ricette più vicine, anche cronologicamente, al nostro gusto. I dettagli che più stupiscono sono i nomi dei piatti, in perfetto accordo con l’immagine presente sul frontespizio: si va dalle «Rocce dell’Impero», morbide meringhe spruzzate di cioccolato finissimo, alla «Coppa Impero» – chiaramente -, un golosissimo dolce a base di gelato al caffè, panna montata e violette candite di Parma, senza dimenticare il classico croccante e le celebri madeleines.

Ha un che di romantico perdersi nella lettura di consigli e ricette annotati oltre un secolo fa, ma sarebbe ancora più interessante riuscire a dare nuova vita a questi piatti che sicuramente hanno incantato numerosi commensali, rendendo orgogliosa e felice la rezdóra.

“SibilaRonzaScoppia!”: la Serata Futurista di Modena in mostra

Prima di diventare famoso per il referendum che portò all’abolizione della monarchia e all’istituzione della repubblica in Italia, il 2 giugno fu famoso per qualcos’altro. Qualcosa di piccolo, se inquadrato nel turbinio della Storia, e certo meno lapidario di un cambio nella forma di governo nazionale. Per la verità non fu che il tassello di una precisa temperie sociale, artistica e culturale, ma servì a mettere sul piatto una stramba invenzione che lasciò impronte negli anni a venire. Stiamo parlando del 2 giugno 2013, quando il Teatro Storchi di Modena accolse una tumultuosa Serata Futurista. Ospiti speciali: il fiammeggiante papà del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti in persona, e Lo Scoppiatore, il primo Intonarumori creato dal pittore Luigi Russolo che lo presentò in anteprima proprio sul palco modenese.

E’ questa serata movimentata il cuore della mostra “SibilaRonzaScoppia!” allestita presso il Museo Civico di Modena. Curata da Cristina Stefani, è stata inaugurata nei giorni del Festival Filosofia sulla scia del tema “Agonismo”. Nel suo significato di “lotta”, “rivalità”, tanto fisica quanto intellettuale, l’ “agòn” greco trova infatti facile casa presso i Futuristi: noti provocatori, teste calde, interventisti, lanciati verso la modernità e tesi a scardinare ogni forma di passatismo, creativi energici e antagonisti in equilibrio “sul promontorio estremo dei secoli” senza sapere del buio acquattato dietro l’angolo. Ma soprattutto, inventori di spunti nuovi in pittura, in letteratura e… sì, anche nella musica.

mostra

Torniamo al 2 giugno 1913, al Teatro Storchi, in una Modena poco sensibile al futurismo della prima ora. “SibilaRonzaScoppia!” parte proprio dalla cronaca della serata, che ripropone anche in un bel video d’animazione targato Intersezione. “La Gazzetta dell’Emilia” è una delle preziose fonti per ricostruire la serata in questione, e ne racconta i momenti con quella prosa di una volta che ti fa proprio sembrare di essere lì. Lo Storchi è gremito d’intelleghenzia modenese, studenti e curiosi, mentre sul palco si alternano le declamazioni dei nostri futuristi. Prima Marinetti con i consueti cavalli di battaglia. Poi il musicista Balilla Pratella che legge il “Manifesto Tecnico della Musica Futurista”, ma con una vuslèina ben poco comprensibile. Il pubblico diventa presto irrequieto, rumoreggia, i toni si alzano. Rientra Marinetti per declamare alcune poesie futuriste (fra cui “La fontana malata” di Aldo Palazzeschi), ma ormai la platea è un subbuglio di fischi e urla. Da provocatore, Marinetti interrompe la lettura per declamare “La Vispa Teresa” a sancire così la natura superificiale e “poco futurista”del pubblico modenese.

futuristaDopo di lui, nel climax del tumulto, entra in scena Luigi Russolo. Inizialmente il pittore spiega a parole lo scopo del suo primo Intonarumori: riprodurre i gradevoli suoni della modernità, nel caso dello Scoppiatore i rumori prodotti dal motore a scoppio. Poi, lo strumento viene portato sul palco. Come racconta “La Gazzetta dell’Emilia”, “si tratta né più né meno di uno scatolone di cartone, ad una faccia del quale è applicata una specie di tromba pure di cartone che rassomiglia molto all’imbuto di un fonografo… passatista”, e continua: “l’apparizione del famoso Scoppiatore è accolta da risate omeriche e da grida violentissime. Voci: “Al manicomio!”.” Nonostante il tumulto, lo Scoppiatore viene avviato tramite una manovella e lo spazio del teatro è subito invaso dal rumore di automobili in corsa. Il pubblico protesta, non si tiene più, la serata termina. O meglio, termina allo Storchi, ma continua in strada, con risse e scompigli fra il Caffè Boninsegna e il Caffè Nazionale fino a tarda notte. In perfetto stile futurista.

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Dalla cronistoria della Serata, la mostra prosegue con una panoramica sul terreno culturale in cui Luigi Russolo matura l’idea degli Intonarumori (allo Scoppiatore seguono infatti il Gracidatore, il Ronzatore, l’Ululatore e tanti altri) e soprattutto su ciò che avviene dopo il 2 giugno 1913. L’invenzione di Russolo è infatti la prima possibilità di sintetizzare suoni e rumori, il primo passo verso un’utopia: il concetto di musica elettronica. Nel 1914 gli Intonarumori vengono regolarmente brevettati e in altri ambiti musicali si fa strada l’idea di inserire rumori moderni fra le partiture. Lo fanno per esempio Erik Satie e Jean Cocteau nel balletto “Parade” del 1916, con costumi e scene – fra l’altro – firmati Pablo Picasso.

Proseguendo su questa linea, nel 1924 Russolo costruisce anche il Rumorarmonio, una specie di pianoforte a muro con pedali capaci di attivare più Intonarumori alla volta: un’invenzione che darà la stura alla concezione dei primi veri e propri sintetizzatori. La scia delle sue invenzioni quindi sopravvive, e prosegue oltre le invenzioni stesse. La ricerca personale di Russolo, infatti, si esaurisce nel corso degli anni ’30 e tutti gli Intonarumori vengono distrutti in un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale.

Eppure, per finire, la mostra propone nel suo spazio centrale proprio un insieme di Intonarumori in “carne e ossa”, alcuni dei quali funzionanti. Si tratta degli esemplari ricostruiti nel 1977 dal docente di conservatorio Pietro Verardo in occasione di una mostra dedicata a Luigi Russolo e all’Arte dei Rumori presso la Biennale di Venezia. Le fonti per la ricostruzione, avvenuta in 6 mesi di duro lavoro, sono state fotografie, il brevetto stesso, lettere di Russolo e i ricordi preziosi di suo nipote Bruno Boccato che da piccolo assistette alla costruzione degli originali.

La mostra “SibilaRonzaScoppia!” è aperta fino all’8 gennaio 2017 secondo i seguenti giorni e orari: dal martedì al venerdì (9:00 – 12:00), sabato, domenica e festivi (10:00 – 13:00 e 16:00 – 19:00). Giorni di chiusura: i lunedì non festivi.

In copertina: Luigi Russolo e Ugo Piatti con gli Intonarumori, 1916.

Il filo rosso del cambiamento

“C’è un filo rosso che collega vari momenti di cambiamento nella storia italiana: la Resistenza, i movimenti operai, i movimenti studenteschi. La domanda chi mi faccio è: questo filo rosso a un certo punto si è interrotto? E se si è interrotto, perché? La risposta che posso abbozzare è che forse si è persa una certa radicalità con la quale si affrontano le questioni sociale ed economiche”.

cavazza resistenza 2E’ con questa introduzione del vicesindaco di Modena Gianpietro Cavazza che si è aperta la presentazione del libro “Il tempo del cambiamento. Movimenti sociali e culture politiche a Modena degli anni Sessanta” di Alberto Molinari (prezzo euro 18, Editrice Socialmente).

Quando ci sono presentazioni di questo tipo nei giornali la sala si definisce molto spesso gremita anche quando è per metà vuota, se non del tutto; ma in questo non è un’esagerazione: la sala convegni della residenza universitaria San Filippo Neri era stracolma di persone, tanto da sorprendere gli stessi organizzatori. Segno che l’argomento ha stimolato l’interesse di moltissime persone.

Il corposo volume di Molinari, insegnante di filosofia e storie nei licei e collaboratore dell’Istituto storico di Modena, affronta un periodo fondamentale nella recente storia italiana. Negli anni ’60 infatti la società vide tutta una serie di fenomeni nuovi e di cambiamenti inimmaginabili fino a qualche anno prima. Anche Modena fu attraversata da vari movimenti, ed è soprattutto di questo aspetto locale che si occupa “Il tempo del cambiamento”.

cavazza resistenzaLe vicende locali vengono confrontate con la più ampia dimensione nazionale in una ricostruzione che si concentra soprattutto sulla questione giovanile e i conseguenti movimenti di protesta studenteschi (è facile immaginare che molti dei presenti nella sala fossero ex sessantottini, ma c’erano anche molti studenti), sul movimento operaio e poi su quello che viene definito il dissenso cattolico.

“Un importante ampliamento di prospettiva per l’Istituto storico di Modena – ha continuato Cavazza – con una ricerca portata avanti con una pluralità di fonti e con il massimo rigore della ricerca storica”. Molinari infatti per questo importante lavoro ha utilizzato i documenti dell’Istituto storico in primis, ma anche del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, dell’Archivio centrale dello Stato, degli archivi dei quotidiani e periodici locali e le non meno importanti testimonianze orali di chi visse quegli anni di cambiamento in prima persona.

Italiani: razza bianca pelle scura

C’è stato un tempo, fra il 1880 e il 1920, in cui anche gli italiani emigravano su navi stracolme, trovando talvolta la morte per assideramento o per asfissia, ma spesso arrivando su un isola, Ellis Island, dove potevano essere ritenuti idonei per entrare nel Nuovo Mondo: gli Stati Uniti d’America. Qui, li attendeva la quarantena. Un sistema meccanicamente rodato sottoponeva i migranti ad approfondite visite mediche e test di intelligenza, perché non era opportuno fare entrare nel paese persone malate nel fisico, analfabete o “deboli di mente”.

Vedi anche: Dall’Appennino modenese a Portland, andata e ritorno. Con 25 dollari in tasca

Secondo il pensar comune di allora, la razza dominante anglo-sassone non poteva infatti permettersi di essere imbastardita da flussi migratori di scarsa qualità, economicamente necessari ma socialmente indesiberabili poiché appartenenti a una razza considerata inferiore. Perché a Ellis Island c’era anche questo, la classificazione razziale. E per gli italiani, specialmente quelli del sud, la razza era annotata come “bianca”, ma la carnagione come “scura”. GUGLIELMO-J_italiani1

Parte da qui la raccolta di saggi a cura di Jannifer Guglielmo e Salvatore Salerno intitolata “Gli italiani sono bianchi ?” (Il Saggiatore, 2006), che illustra una serie di esempi storici frutto di studi e ricerche su come l’integrazione degli immigrati italiani negli USA non abbia seguito un percorso lineare, bensì una strada tortuosa legata a doppio filo alla “linea del colore“.

RAZZA MEDITERRANEA E INCLINAZIONE ALLA VIOLENZA.  Il Darwinismo Sociale che circolava in Europa, secondo cui esistevano razze superiori destinate a comandare le razze inferiori, aveva attecchito molto bene anche nelle classi dirigenti americane che lo applicavano alla stregua di una certezza scientifica. In questo quadro, la “razza mediterranea” nella quale erano stati inclusi gli italiani prevalentemente del sud, pur essendo bianca, presentava tratti somatici e caratteriali comuni alla “razza nera”, tra cui l’inclinazione alla criminalità e alla violenza. Nel film “Nuovomondo”  di E. Crialese (2006), la famiglia siciliana protagonista decide di emigrare perché è venuta a sapere che in America crescono ortaggi giganti, gli alberi sono carichi di soldi e si può fare il bagno nel latte.

Vedi anche: Quei sogni a stelle e strisce

Partono col vestito buono e con le scarpe, per arrivare in America “vestiti come i prìncipi”. Non serve: gli italiani non potevano aspirare ad essere bianchi a tutti gli effetti, in quanto semplici dago e guinea. Alcuni rafforzarono questa situazione accettando, da bianchi, di fare lavori  “da neri”, con i neri, al di là della segregazione razziale. Altri cercarono invece di affrancarsi dall’etichetta, comportandosi quanto più possibile “da bianchi” e prendendo le distanze dalla comunità nera.

UN BAGNO NEL LATTE NEL PAESE DELLE CONTRADDIZIONI. I neri, dal canto loro, passarono dalla triste storia della schiavitù alla triste storia della segregazione razziale. Ottennero gli stessi diritti dei bianchi solo nel 1964. I “bianchi scuri”, invece, li ottennero prima, negli anni ’30, attraverso le politiche del New Deal. Con la crisi del 1929, le mutate situazioni politiche a livello internazionale, lo spettro comunista e i movimenti sindacali ben nutriti di esponenti italiani, la classe dirigente americana decise di estendere anche agli immigrati i diritti di cittadinanza, l’accesso ai mutui, tutele sul lavoro, possibilità imprenditoriali e sussidi. E così gli italiani, arrivati negli USA senza una vera e propria idea sul colore della propria pelle, diventarono bianchi davanti alla legge.

Qualche tempo fa circolava su Facebook una frase che diceva : “Perché un italiano che va all’estero lotta per il proprio futuro mentre un extracomunitario che viene in Italia ruba il lavoro ?“. I flussi migratori esistiti ed esistenti tuttora non si contano neanche più. Molti, a distanza di decine di anni, ancora si somigliano. La maggior parte sono generati da condizioni sociali e politiche che possono continuare, anche dopo, a dettarne le sorti, in negativo come in positivo. Ma tutti, bene o male, hanno uno scopo comune seppur talvolta disatteso: cercare un mondo nuovo dove poter fare il bagno nel latte. Magari sulle note di Nina Simone.

Immagine di copertina: Una sequenza del film di Emanule Crialese, “Nuovomondo”.

E cadevano le bombe

modenaatreepocheNel 1844 il Conte Luigi Forni e il Marchese Cesare Campori si dilettarono a scrivere un libretto molto particolare intitolato “Modena a tre epoche”. La trama è semplice: attraverso gli occhi di un viaggiatore nel tempo viene raccontata la città come appare nel 1744, nel 1844 e infine in un avveniristico 1944. Più precisamente, maggio 1944.

Nella Modena del futuro – per noi quella di 70 anni fa -, il protagonista ne vede delle belle. Ci sono gallerie sotterranee da cui escono convogli sferraglianti che collegano la città alla campagna, mentre le vie sono ricoperte da un panno di feltro impermeabile che rende più agevole la circolazione su strada. In Piazza Grande ci sono seggiolini ornati di fiori profumati, sul bastione di S.Francesco troneggia una piramide, lungo le vie sono disseminati archi trionfali dedicati agli Este e spicca la statua in bronzo di un rinoceronte.

L’Oriente spopola: tutti vestono all’orientale e le case che guardano i monti sono costruite alla cinese. Le altre sono in ferro fuso, prive di fondamenta, e possono essere spostate per sfuggire ai vicini molesti. Tutti i portici sono stati eliminati tranne due. Il Portico del Palazzo Civico è rivestito di alabastro e chiuso da vetrate, mentre il Portico del Collegio è diventato un grande bazar dove, nella sontuosa Reggia del The, si sorseggiano bevande cinesi, turche e settentrionali, poiché il caffè non è più di moda.

La realtà che conosciamo è ben diversa e 70 anni fa cadevano le bombe. Il 13 maggio 1944 Modena viene bombardata e agli angoli di strada non ci sono marmi o cineserie, bensì macerie. L’immagine della Reggia del The scompare in quella delle ultime colonne del Portico del Collegio collassate su loro stesse, così come i seggiolini fioriti di Piazza Grande lasciano posto alla nota ferita aperta sulla fiancata del Duomo. Noi, viaggiatori del futuro nel nostro presente, dobbiamo ricordarci di questo passato, come e perché ci siamo arrivati, come e perché siamo andati oltre. I poveri Luigi Forni e Cesare Campori non potevano saperlo e così affidarono al futuro 1944 le migliori speranze, riposte nella conclusione.

“S’er ella migliorata la condizione degli uomini? A me parve che sì. A mano a mano che si perdevano le tracce de’ guasti morali, dopo tanti tentativi riusciti a male, tanti sistemi trovati erronei, chiaro apparve agli uomini che solo colla tranquillità , colla virtù, coll’attività poteva sperarsi felice la vita. La cresciuta attività, i commerci, la facilità di trasportarsi d’uno in altro luogo per terra, per acqua e fino per aria affratellavano gli uomini dei diversi paesi e rendevano più agevole il conseguimento dei comodi della vita”.

L’attualità, a volte, va letta con gli occhi del passato.

bomba duomo

Fotografia tratta da Giovanni Moschi, “Modena com’era”, Guiglia Editore, 1993, p. 291