Senza convincere, vincere non basta più

La volta precedente è stata colpa di un “cortocircuito”, poi è stato un “flop” e questa volta un “disastro”. Le primarie del Pd e di una buona parte del centrosinistra aprono un seria riflessione sull’utilità di tale strumento democratico e, soprattutto, interrogano sul contributo politico che esse consegnano al candidato vincente. Nel caso di quelle tenutesi domenica scorsa per il candidato alla presidenza della Regione, il modenese Stefano Bonaccini.

Tutti hanno delle risposte (più o meno preconfezionate) per cercare di giustificare il crollo dell’affluenza di domenica 28 settembre alle primarie (durante le quali hanno votato in circa 58 mila persone, su 75 mila iscritti al Pd) e tali analisi risultano essere in gran parte corrette: la campagna elettorale è stata troppo breve; nessun traino dalla politica nazionale; i giornali si sono disinteressati all’appuntamento; le vicende giudiziarie dei due (potenziali) candidati hanno allontanato ancora di più i cittadini. Tutti hanno una propria ragione e una propria giustificazione, ma tutti – ormai è tempo di ammetterlo – stentano a considerare le primarie come uno strumento democratico valido per tutte le stagioni.

Con il voto (o non-voto) di domenica scorsa anche il Pd ed i suoi dirigenti sembrano avere abdicato all’idea delle primarie come strumento utile in ogni circostanza e ad ogni condizione, se non altro perché esse non fanno ancora parte del dna del partito e, in alcuni casi, appaiono più tollerate che desiderate. Sembra aver ragione Arturo Parisi quando afferma che: ogni anno che passa queste si trasformano in “primarie preterintenzionali”. La gente, il popolo, l’elettore, anche quello meno affezionato alla politica, ha dimostrato di apprezzare lo strumento. A patto che sia chiaro l’obiettivo.

Lo ha fatto nel 2005 rafforzando la leadership di Romano Prodi (la sua candidatura a premier era scontata ancora prima di aprire i seggi). Con la vittoria di Prodi alle primarie di nove anni fa, è stata premiata la società civile vivace, quella con una maggiore disponibilità a prestare il proprio tempo gratuitamente per la causa pubblica (cf. analisi dell’Istituto Cattaneo del 27 ottobre 2005).

Lo ha confermato nelle primarie del 2012: una vera sfida tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. In quel caso hanno funzionato gli endorsement, la sfida tra candidati profilati diversamente (il nuovo contro l’usato-garantito), la possibilità di urlare contro la Casta o di rimanere ancorati ai contenuti.

In questo fine 2014, invece, le primarie emiliano-romagnole sono risultate decisamente sottotono perché svuotate di senso. Si è sottovalutata l’importanza dell’appuntamento elettorale e ciò che ne risulta è un candidato vincitore che non può godere pienamente di questa vittoria. Come dire: se Atene piange, Sparta non ride. Quello che il Pd consegna al candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna è un capitale politico criptico, un popolo da rimotivare, una rete di relazioni da riallacciare in un progetto sul presente (non solo sul futuro) possibilmente scevro di ogni forma automatica di retorica politica.