Banksy, Blu e gli altri: il giro del mondo in 15 murales famosi

Un topo bianco è in piedi in cima a un baratro. Attorno al collo ha un cappio che diventa una sorta di rete. E dentro la rete, un gruzzolo di monete che il topo tiene ben strette al petto. Chi sverna in Pomposa all’ora dell’aperitivo l’avrà sicuramente notato: è uno degli “animaliumani” di Ericailcane, noto street artist che ha lasciato la sua impronta anche a Modena.

Il nostro giro del mondo in 15 murales famosi comincia qua, a Modena, alla ricerca di quei messaggi scomodi che raccontano il nostro tempo sui muri delle città. Nessuna pretesa di scovarli tutti – ci vorrebbero forse anni! – , bensì un viaggio sulle orme di una forma d’arte riscoperta e apprezzata, dotata di una potenza comunicativa immediata e forte.

Street art, da Modena al Sudamerica

Grazie alla stagione di Icone, il festival di street art ideato da Pietro Rivasi, Modena è stata una pioniera nell’accogliere i murales. Ma molte opere – in città e in giro per il mondo – non sono solo grandi immagini ipnotiche, vortici colorati e gradevoli figure intrecciate. Sono anche precisi messaggi che dialogano con lo spazio urbano. E ci restituiscono, a volte, concetti scomodi. Proprio come le bestioline di Ericailcane, che puntano il dito contro i vizi umani. Il denaro, infatti, non sembra essere diventato misura di tutte le cose, unica “moneta di scambio” – è il caso di dirlo – di molti rapporti umani?

Gli animali, d’altronde, si prestano bene alle metafore. Un’altra icona modenese è il polpo dipinto da Blu, un artista fra i più quotati sulla scena internazionale. Il grosso cefalopode dirama i suoi tentacoli sopra le case affastellate di una città. Si aggrappa a due mani umane, cariche di anelli, che escono dalle maniche di un completo elegante allungandosi a loro volta sulle case. Non è necessario essere fan dei complottismi sui “poteri forti” per ritrovare qui qualche sentimento comune. Per esempio, la sensazione di essere soltanto piccole pedine, mosse da volontà che ci sfuggono: l’azione di pochi che controlla il destino di molti.

Blu, per esempio, ha lasciato una delle sue impronte a Bogota, in Colombia. Nel mirino ci sono l’industria e il traffico di armi. In primo piano spicca un grande mitra: persone vive in fila indiana entrano da un lato, mentre bare sigillate escono dall’altro. Vivi e morti sono a loro modo munizioni, in una macabra catena di montaggio. Una specie di potere inafferrabile aleggia anche negli stencil dello street artist Goin. A Sao Paulo un bambino dal ventre gonfio guarda lontano, gli occhi vuoti. La sua pancia è coperta da una scritta rossa: Need food, not football. Di fianco a lui, un pallone da calcio. L’immagine ricorda quella dei bambini del Biafra, ma data la location il pensiero corre anche ai Mondiali del Brasile: l’indotto del carrozzone di certo non è servito a togliere i piccoli dalle favelas.

Di muri, Brexit e migranti: i murales di Banksy e Goin

Del resto Goin, artista francese meno famoso di Banksy ma a tratti simile nello stile, non va per il sottile. Il suo Heartbreaker spruzzato sia a Nancy sia ad Amsterdam parla da solo. Un Cupido di oggi, invece di tirar frecce d’amore, prende la mira con un missile a lunga gittata: l’esito, ovviamente, è contrario a quello provocato dal suo antenato mitologico. Sui muri di Lisbona e di Bristol, invece, campeggiano le sue tre Parche: UE, FMI, BCE. L’Europa unita ha assicurato il più lungo periodo di pace nella storia del vecchio continente (è vero, e non dobbiamo dimenticarlo mai), ma gli effetti collaterali di una gestione che vede ancora molte falle si fanno sentire. Lo sa il Portogallo, che ha vissuto la crisi in modo più virulento di altri, e lo sa la Gran Bretagna che per ragioni diverse ha deciso Brexit un anno fa.

E Brexit non poteva mancare nelle opere dello street artist più quotato di tutti, Banksy appunto, sulla cui identità si sono diffuse di recente nuove teorie. Una delle ultime produzioni del re dello stencil è un grande simbolo dell’Europa da cui un uomo, in piedi su una scala, sta togliendo a picconate una delle dodici stelle. Stelle che, come da definizione, simboleggiano “unità, solidarietà, armonia fra i popoli”. Non a caso l’opera è stata realizzata a Dover, la località nel sud dell’Inghilterra più vicina al continente, collegata dal tunnel della Manica a Calais. Qui, sulla sponda francese, frotte di migranti tentano la sorte per raggiungere l’Inghilterra. E qui, l’Inghilterra ha fatto costruire un muro per “gestire il problema”.

Banksy, dal canto suo, ha colpito anche nella stessa Calais spruzzando uno Steve Jobs con un sacco in spalla e un vecchio Macintosh in mano. Il padre biologico di Jobs, infatti, era un immigrato siriano. I muri a Banksy non piacciono, e lo sappiamo, dal momento che parte della sua fama deriva dalle incursioni a spray nella striscia di Gaza, sulla barriera che demarca il confine con Israele. Qui, lungo il muro in calcestruzzo, compaiono le sue figuresilhouettes, bambini – che squarciano la superficie grigia e scoprono un cielo, un mare, un orizzonte.

Graffiti, la forma della tela è lo spazio urbano

Non solo gli esseri umani possono ritrovarsi “intrappolati” entro un limite, ma anche gli animali. L’artista belga Roa ha dipinto su un edificio di Johannesburg, in Sudafrica, animali accucciati dentro gli stretti limiti dell’architettura. Una giraffa, un elefante, ma anche un’antilope e un rinoceronte: simboli della fauna africana, schiacciati dalla presenza umana. L’immagine sfrutta la composizione dell’edificio, e questa è un’altra magia della street art. Lo sa bene Evol, l’artista berlinese che trasforma scatole elettriche in mini-palazzi degni delle peggiori banlieue. Notevole quella di Stavanger, in Norvegia, con tanto di piccole parabole. In questo caso, non è la (mini)imponenza a colpire, quanto la scritta know hope fra l’ottavo e il nono piano. Da un lato ci fa pensare al futuro bloccato di chi vive nelle periferie dimenticate, dall’altro, col senno di poi, alla sconsideratezza di episodi come quello della Grenfell Tower.

L’artista Relero, invece, usa i marciapiedi come tela e l’anamorfosi come tecnica. Il risultato è una serie di opere tridimensionali che sembrano spaccare lo spazio su cui si cammina. In una sua opera di Siviglia vediamo una famiglia sul divano: al posto della TV c’è un gigantesco teschio. Gli adulti si sono già appisolati – abituati? -, mentre il bambino guarda attento il carico di morte che invade lo spazio. In un’altra, dipinta a Madrid e a Bruxelles, alcuni bambini di colore sbucano da una fossa nel terreno, estraendo giganteschi smartphone. È una denuncia al lavoro minorile in alcune zone dell’Africa, da cui sono estratti minerali poi trasformati in componenti per i nostri smartphone e pc.

Quando la street art ci racconta il mondo

Fatta la tara, davanti a questi murales non sembra resti molto di cui rallegrarsi: muri, guerre, divisioni, sfruttamento minorile, denaro sporco. Il sunto perfetto ce lo fornisce di nuovo Blu. Una fra le sue opere più recenti, a Roma, racconta l’evoluzione del mondo con una spirale lunga millenni, che si innalza in quindici spire. Quattorici sono dedicate alle prime forme di vita sulla terra: animali acquatici, forme di vita terrestri, dinosauri, primi esseri umani. L’ultima spira si apre con le piramidi e, in una virata verso il grigio, prosegue veloce a sgretolarsi nel vuoto tra fumi industriali e un’accozzaglia di costruzioni che non lascia respiro.

Una visione apocalittica che ha poco a che vedere con il Tuttomondo di Keith Haring dipinto a Pisa nel 1989, in una fase in cui la street art non era ancora sulla bocca di tutti. Qui, gli opposti trovano una sintonia. Ci sono umani e animali, e l’animale cattivo – il serpente – viene tagliato a metà da una forbice formata da due omini. La tecnologia è un uomo con il televisore al posto della testa. Il risultato è un caos colorato di 30 figure: ma se si guarda bene, nasconde una benefica armonia. Saranno stati tempi migliori? Il fatto è che ogni tempo ha la sua piaga. L’anno successivo Keith Haring muore di AIDS, ma questo non gli impedisce di regalarci il suo mondo: un groviglio di omini colorati e sgambettanti che ci restituiscono un pizzico di ottimismo.

«TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia!»

Questa è una storia vera, basata su fatti realmente accaduti. Alcuni divertenti, altri impensabili, altri forse – agli occhi di qualcuno – surreali. Questa è una storia che vuole raccontare un’esperienza come tante nel nebuloso mondo del lavoro in un frenetico biennio del XXI secolo: 2014-2016. La mia storia all’interno di un’azienda leader nel settore del commercio elettronico è iniziata un po’ per caso, mentre frequentavo un master in editoria. Scrittura di articoli giornalistici, comunicazione d’azienda, editing dei testi più disparati, redazione scolastica, correzione bozze erano i fondamentali. Credevo che non sarei uscito più di tanto dal seminato. E invece…
A poche settimane dal termine delle lezioni, sono fioccate alcune proposte da varie realtà in cui fare lo stage. Interessato com’ero a tutto quello che riguardava il modo della storia dell’arte e dell’architettura, in prima battuta avevo optato per una casa editrice specializzata nella realizzazione di eleganti e fashionissimi cataloghi di mostre. Poi inaspettatamente la coordinatrice – che nel frattempo aveva indossato i suoi occhialini fucsia per scrutare meglio il documento delle assegnazioni – mi ha comunicato con una gioia velata di bonaria sfida: «ti mandiamo in un’azienda che si occupa di ecommerce! È la tua».

Sgomento. Dubbio. E anche un po’ di paura. “Ma cosa si fa in un’azienda di e-commerce? Si scriverà? E cosa si scriverà?”. Quasi leggendomi nel pensiero, mi ha subito fatto capire che mi sarei dovuto appigliare a un diverso modo di scrivere, perché in certe nuove aziende, dopotutto, «bisogna essere capaci di utilizzare le tecniche di scrittura anche in modo persuasivo, più cool». Ma tra il dire e lo scrivere, c’è di mezzo il mare magnum del web: un territorio senza confini né troppe regole, in cui bisogna navigare a vista, fra gli scogli impalpabili dell’etere.

L’atterraggio
Sono arrivato trafelato dall’altra parte di Milano, e mi sono fiondato alla reception dove, dietro al bureau, faceva capolino il mezzo busto di una ragazzina così impostata da sembrare la protagonista di un film di Visconti: mi ha chiesto a chi dovessi essere annunciato (l’utilizzo di certe espressioni ti fa sempre sentire quasi un alto prelato in attesa dell’udienza papale). In pochi minuti sono stato letteralmente catapultato alla scrivania, dopo un breve colloquio nell’ufficio della responsabile commerciale. «TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia! Dobbiamo agganciarci a qualunque evento per vendere». «Sai scrivere?» mi ha chiesto poi la tutor. «Sì», le ho risposto. «Ok, impostiamo una landing sui One Direction. Tieni come esempio quella sulle Tartarughe Ninja». Una landing page è, letteralmente, una “pagina di atterraggio”: la schermata su cui l’utente approda cliccando su uno dei milioni di risultati di ricerca che offre qualsiasi browser. Deve essere bella e invogliare, leggermente marchettara. «Ok, fatto!» ho risposto dopo alcuni minuti in cui mi ero immedesimato in una teenager innamorata pazza di Niall, Horan e compagnia. «Sì, ok: e i metadati?».

metadati
Metadati

Le parole che non leggerà nessuno
Spesso si sente dire che sul web si devono utilizzare meno parole, bisogna andare dritti al sodo insomma, anche perché la lettura da smartphone risulta più difficoltosa, in quanto gli occhi si stancano molto prima. Vero. Ma è anche vero che cliccando su qualunque sito – non solo di e-commerce – e andando a scavare (provare per credere: basta pigiare contemporaneamente i tasti Ctrl e U dalla tastiera), ci si renderà conto della quantità di parole presenti nel dietro le quinte di una pagina web. Eccoli lì i famosi metadati! Tantissime parole, o intere frasi, che vengono date in pasto Google o simili, sperando che quest’ultimo ci ricompensi con la massima visibilità. Anche quelle parole avrei dovuto scrivere. Poche battute sulla tastiera e via. «Ok, mandale pure all’ufficio grafico, assieme alle immagini dei prodotti. È compito loro comporre la pagina». Dopo aver scritto una mail a persone di cui ignoravo i nomi e l’aspetto, credevo fosse finita così. Qualche ora dopo, ci è stata inviata. «Bisogna che adesso lo comunichiamo ai clienti. Hai mai scritto una newsletter?».

La newsletter, ossia il piccolo esercizio di schizofrenia
Ormai ogni azienda comunica con i suoi clienti tramite newsletter: una specie di graziosa brochure componibile da inviare spesso a migliaia di persone, in cui vengono ‘messe in vetrina’, solitamente, le novità o le promozioni più forti, e talvolta qualche chicca: se Sophia Loren compie ottant’anni perché non far sapere ai clienti iscritti che esistono tantissime perle del cinema in saldo con cui festeggiare – virtualmente – assieme alla Diva della Giornata particolare il suo genetliaco? Comunque: per scrivere una newsletter ben confezionata bisogna mettersi nei panni di persone potenzialmente interessate che, grazie a quella frase a effetto, potrebbero decidere di fare click e finalizzare l’acquisto. Ci si traveste, in un certo senso. Alla fine, quei testi così brevi sono come dialoghi scritti a perfetti sconosciuti. La trama fatta e finita di uno spettacolo sperimentale. Non sono mancati gli strafalcioni: stanco per i troppi pixel che si riflettevano sulle cornee e desideroso di lanciare la fatidica frase a effetto, per il Natale 2014, avevo proposto: «Tingi di rosso il tuo bianco Natale!». Troppo enfatica. Suonava più come una minaccia.

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C’è chi va, e c’è chi fattura
Un sito di vendite online per essere sempre sul pezzo deve cavalcare i trend del momento. Deve in sostanza sfruttare la notizia per proporre ai clienti una rosa di prodotti che tutti – o quasi – vorrebbero avere. I must have (altra sublime espressione di chi mastica un inglese che farebbe impallidire anche la Duchessa di York). In ogni caso, i prodotti che vendono di più sono il più delle volte le interpretazioni degli artisti da poco passati a miglior vita. Mrs Doubtfire è rimasto nella classifica dei più venduti svariati mesi a seguito della dipartita dell’iconico Robin Williams; prima del suo addio era molto venderne due copie l’anno… Ricordo molto bene anche la mattina che sono arrivato in ufficio dopo la morte di David Bowie; uno dei top manager è entrato nella stanza (correndo, ovviamente) e ha esclamato: «Avete sentito? È morto il Duca!». Pausa di riflessione. «Avete controllato che tutti i suoi prodotti abbiano le immagini a posto? Ragazzi, dobbiamo fatturare!». Più che CD o vinili, in quel momento ho avuto l’impressione che stessimo vendendo reliquie.

Nonostante questo breve racconto tragicomico, è indubbio che l’ecommerce ai tempi di una delle crisi economiche più rigide di sempre sia una vera e propria risorsa. Anche perché sta facendo nascere professionalità che fino a qualche anno fa nessuno avrebbe neppure immaginato: il web content editor (colui che cura i contenuti dei siti di qualsiasi realtà: dalla toelettatura per cagnolini fino al ristorante chic), lo usability manager (una sorta di piccola vedetta, il cui compito è quello di mettersi nei panni del cliente e valutare se il sito è facilmente navigabile oppure no), il social media manager (quello che su Facebook, Twitter, Instagram ecc. modera richieste, lamentele e commenti di clienti il più delle volte delusi e arrabbiati) e via dicendo. L’unico timore è che forse tra qualche tempo avremo sul cellulare un’app che ci consentirà di ordinare anche il caffè stando comodamente sdraiati davanti alla TV. Ma dovremo ricordarci di tenere aperta la finestra, magari in pieno inverno, per consentire a un drone in veste di cameriere di atterrare agevolmente sul bracciolo del divano.

F.A.C.E.: l’automa che prova emozioni ci spiega cos’è l’industria 4.0

Venerdì 2 dicembre si è concluso presso la Fondazione Collegio San Carlo un ciclo di conferenze dedicato al ruolo della tecnica nella cultura occidentale. Nell’ultimo appuntamento, il ricercatore e dottore in Automatica, Robotica e Bioningegneria Daniele Mazzei ha catapultato il pubblico – spesso in gran parte umanista – in un futuro già presente: la nuova frontiera dell’interazione uomo-macchina. Quello, insomma, dell’industria 4.0. Protagonista della conferenza è stato F.A.C.E., un robot con viso umano concepito e costruito dai ricercatori del centro interdipartimentale “E. Piaggio” dell’Università di Pisa, grazie a un team coordinato dallo stesso Mazzei.

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La storia di F.A.C.E., il robot dagli occhi azzurri.

F.A.C.E. sta per Facial Automation for Conveying Emotions: automazione facciale per veicolare emozioni. Nella sostanza è un robot, ma con un’aggiunta particolare: una maschera in silicone che riproduce un viso di donna capace di esternare emozioni attraverso espressioni facciali. Grazie ai 32 motori nascosti nel cranio, in risposta a stimoli esterni come l’interazione con persone fisiche, F.A.C.E. esprime felicità, rabbia, tristezza, disgusto, paura e stupore, ossia quelle espressioni dette “invarianti cross-culturali”, comuni a tutti gli esseri umani.

F.A.C.E. è completa di arti superiori e inserita in una nicchia che costituisce la sua “umwelt”, ossia il mondo dal suo punto di vista. È in questa nicchia che ha luogo il suo addestramento: qui l’automa viene “cresciuto” come un bambino, sottoposto a stimoli che gli permettono di imparare, imitare, definire la propria struttura relazionale. Il presupposto, infatti, è che le emozioni dipendano dall’esistenza di un corpo: gli umani usano il corpo per etichettare i ricordi, ed è il corpo che passa queste informazioni al cervello. F.A.C.E., a suo modo, vede e sente, percepisce, impara attraverso la sua “fisicità mentale” e diventa una “presenza” con un’ “intelligenza” data da un equilibrio di relazioni. Una presenza che interagisce, manifestando stati emotivi e riconoscendo quelli dei suoi interlocutori.

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Che cosa c’entra F.A.C.E. con l’industria 4.0.

F.A.C.E. è quindi una piattaforma di sviluppo per studiare l’interazione uomo-macchina dal punto di vista sociale, dunque in modo innovativo. È stato infatti dimostrato che, in questo ambito di studio, le sembianze umane di F.A.C.E. restituiscono risultati molto più performativi: in parole povere, se F.A.C.E. fosse un robot a forma di robot – e non umanoide -, i risultati raggiunti sarebbero di qualità inferiore.

E qui entra in scena la famigerata industria 4.0, tema su cui anche il governo uscente si è recentemente espresso proponendo un piano di investimenti (ma facendo più che altro scalpore con una frase poco felice sugli “ingegneri italiani a basso costo”). L’industria 4.0 non è altro che la conseguenza della quarta rivoluzione industriale. La prima è arrivata nel Settecento, con il vapore; la seconda nell’Ottocento con l’elettricità e la produzione di massa; la terza nel Novecento con l’automazione. Poi sono arrivati internet, il digitale, il mondo interconnesso: sistemi che potrebbero abbassare i costi di produzione e agire in un’ottica di maggiore eco-sostenibilità. L’industria 4.0 vedrà quindi protagoniste le tecnologie digitali: la connettività, l’analisi di dati, l’interazione fra macchine e fra uomo e macchina. E quest’ultima, è proprio la direttrice su cui lavora F.A.C.E.

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La tecnica ci salverà o ci distruggerà?

Siamo di fronte a scienziati pazzi che assemblano Frankenstein dal cuore metallico? A nuovi Terminator pronti a mischiarsi fra gli umani? Certo che no. Siamo di fronte a piattaforme di studio per reagire al cambiamento tecnologico, ed essere pronti e competitivi sulle nuove frontiere dell’industria. “La tecnica non si può fermare – ha spiegato Mazzei -, al massimo si può solo rallentare. Ed è grazie allo sviluppo della tecnica che la qualità della vita è migliorata: viviamo di più grazie a questo, non certo perché mangiamo meglio, anzi.”

Di certo, si tratta di una bella storia di ricerca fra le tante che, purtroppo, fanno brillare l’Italia per scarsità di mezzi e risorse, resa possibile anche grazie ai contributi di quell’Unione Europea che molti non vogliono più. Chissà che faccia farebbe F.A.C.E. se lo sapesse.

La conferenza sarà disponibile a breve online sulla pagina Youtube della Fondazione Collegio San Carlo. 

La dura vita di una supplente

26 Settembre 2014,
Facebook
: “Odi et amo cara scuola”
è il commento più recente che compare sulla bacheca facebook di Silvia Gozzi, classe 1986, 39 di scarpe, libro vicino al cuore: “Il tempo non basta mai” scritto dalla figlia di Alberto Manzi, conduttore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che ha alfabetizzato tanti italiani.

silvia1Silvia è una maestra di scuola primaria, anzi, una supplente. Si è laureata a Reggio Emilia lo scorso anno e risale al 13 novembre il suo primo ingresso nella scuola pubblica nel ruolo d’insegnante, con un contratto di ben tre giorni!

«Ero fuori dalle graduatorie ma ho lavorato tutto l’anno, in dieci diverse scuole, grazie alla cosiddetta “messa a disposizione” mandata tramite mail alle scuole della Provincia di Modena. A volte, in mattinata ricevevo fino a cinque telefonate da parte di scuole diverse cui serviva una supplenza. Si trattava sempre di qualche giorno. Io accettavo la prima e via. Vivevo in un perenne stato di attesa e angoscia, con il cellulare acceso fin dal mattino presto, sul comodino di fianco al letto perché potevano chiamarmi alle 7.40 e dirmi che mi aspettavano alle 8.00 in una terza. 
Ecco tutto quello che potevo aspirare a sapere: che classe era. Non sapevo se c’erano bambini problematici, se l’insegnante di ruolo aveva lasciato indicazioni, se un bimbo soffriva di epilessia, dove erano i bagni e la mensa, chi erano i miei colleghi. È come cambiare lavoro ogni due o tre giorni e rivivere tutto, dallo stato di eccitazione iniziale, ricco di aspettative domande curiosità, alla difficoltà di inserirsi. Però non hai mai l’occasione di inserirti e poi tu sei la maestra, il punto di riferimento e non puoi permetterti di essere troppo disorientata».

silvia219 novembre 2014,
Facebook: “Forse lo spirito giusto per affrontare una supplenza è pensare che non sarò tanto io a ‘dare qualcosa’, perché in poche ore qui, alcune ore lì, altre 2 ore là, non posso pensare di ribaltare il mondo o trasmettere chissà quante informazioni. Forse è più giusto pensare a quanto loro daranno a me. Quindi ecco, sono pronta a imparare! E al più presto sarò prontissima a restituirvi tutto quello che potrò”.

Come definisci la tua prima esperienza da neolaureata nella scuola elementare?
«La prima supplenza è stata traumatica. Mi è stato affidato un bambino autistico nonostante io non abbia l’abilitazione, perché non c’erano altre possibilità. Gli insegnanti, non appena sono arrivata, mi hanno detto: è autistico, non autosufficiente in bagno e in mensa, è manesco e tende a scappare, e poi lo hanno messo nelle mie mani».

silvia4Come è possibile che in Italia ci siano tante insegnanti disoccupate e nello stesso tempo nelle scuole si verifichino questo tipo di emergenze per mancanza di personale?
«Me lo chiedo periodicamente. Io ho lavorato tutto l’anno pur essendo fuori dalle graduatorie e anche in ruoli per i quali non sono abilitata. Le spiegazioni che ho trovato sono due:
 molte insegnanti non si mettono a disposizione per supplenze molto brevi, è frustrante essere sempre di passaggio, non riesci a organizzarti e non ti fa vivere bene il tuo lavoro;
 nella Provincia di Modena si cerca di coprire anche poche ore di “buco” mentre in altre Province cercano di regolarsi con l’organico interno. 
Queste sono le “mie” spiegazioni, ma la scuola è un mondo complesso. Io ho impiegato mesi a capire come funzionano le graduatorie!».

Come funzionano? Ma funzionano?
«Ci sono due graduatorie, la GAE (Graduatorie ad esaurimento) è nazionale e comprende tutti gli aspiranti insegnanti a prescindere dal percorso di studi previsto dalla legge nel periodo in cui hanno preso l’abilitazione all’insegnamento, quindi troviamo chi ha il diploma magistrale insieme a chi ha fatto anche la SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) e ai laureati in Scienze della formazione primaria immatricolati fino al 2007/2008. Poi c’è chi, seppure al di fuori dalla GAE, è “arrivato in tempo” per partecipare e vincere l’ultimo “concorsone”. Gli unici esclusi sono quelli che, come me, si sono immatricolati dall’anno 2008/2009, hanno ottenuto la laurea in  in scienze della formazione primaria ma non hanno avuto la possibilità di inserisrsi in GAE perchè ormai definitivamente chiusa!; la GI è a livello di Istituto: ogni insegnante esprime, per la scuola primaria, le dieci istituzioni in cui preferirebbe lavorare, da questi dati le scuole stilano la propria graduatoria sulla base del punteggio di ciascun candidato. Ha un punteggio maggiore chi, per esempio, ha più anni di servizio, più titoli di studio, certificazioni linguistiche o specializzazioni varie.
È un sistema macchinoso che fa assomigliare le graduatorie a dei gironi infernali dove ogni singolo insegnante ha le sue ragioni per pretendere il diritto di lavorare. 
Ci sono insegnanti che stanno aspettando il posto per materie che nella scuola italiana non vengono più insegnate! Ad esempio la materia “trattamento testi e dati”».

silvia3Come dovrebbe comportarsi la politica nei confronti di questi elenchi infiniti di aspiranti insegnanti? Secondo te come si sta comportando il governo?
«

Ciò che ho capito lavorando a scuola è che, politicamente parlando, come ti muovi sbagli. A parer mio dovrebbe essere istituito un solo canale di reclutamento, ma bisogna tenere conto del retaggio storico. Se ci troviamo a questo punto è per via di una politica disordinata, con “cambi di regole” troppo repentini. Ritengo giusta l’idea di tenere la Gae bloccata, chiusa. Se è già difficile “smaltire” chi vi sta dentro, figuriamoci aggiungere altre migliaia! Ma le parole hanno un peso e se ai tempi della mia immatricolazione la legge prevedeva il mio inserimento in GAE, non è corretto cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Ricordiamoci che la GAE è a tutt’oggi l’unico metodo per ambire a un lavoro stabile, insieme ai “concorsoni”… quando vengono fatti! 
Il ministro dell’istruzione Giannini dice “le supplenze fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, sono in pieno accordo. Credo che l’attuale Governo voglia imporre alle scuole di fare maggiori assunzioni in modo da esaurire la Gae immettendo tutti in ruolo e ridurre il bisogno di supplenti, a fronte di un organico maggiore in ogni scuola. Funzionerà? Ho amiche che proprio quest’anno hanno beneficiato di immissioni in ruolo. Non io, che sono l’ultima ruota del carro, anche se nell’unica supplenza lunga che ho potuto fare (con conferme di settimana in settimana eh? Guai avere il “privilegio” di poter pianificare un lavoro di lungo periodo!) i bambini volevano me e i genitori hanno scritto una lettera alla Preside perché rimanessi con loro. Ma purtroppo non sono né la Preside né i genitori a decidere».

silvia5E intanto la scuola rimane la scuola, cioè un posto in cui ci sono tanti futuri cittadini che crescono guidati dalle loro insegnanti, sia che esse sappiano dove si trova il bagno sia che si ritrovino a improvvisare il loro lavoro ora per ora.

17 marzo 2014,
Facebook: “Componi brevi frasi con parole a tua scelta”. Ne riporto una, su tutte, perché le vere verità meritano di essere condivise! 
Parola: CIABATTE= Le ciabatte del papà puzzano”.

6 giugno 2014, 
Facebook: “Oggi è stato il giorno dei bambini koala, quelli incollati. Al mio cuore si son di certo incollati. W l’ultimo giorno di scuola, ma quanto è agrodolce”.

Immagine di copertina, photo credit: Pensiero via photopin cc.

Carceri: oltre la pena, ci sono prevenzione e reinserimento

«Il  carcere di Modena ha avuto problemi importanti di sovraffollamento superando le 500 unità. Adesso è sulle 430, in più è stato aperto un nuovo padiglione che ha permesso una decompressione. Nel carcere di Castelfranco, invece, si contano un centinaio di detenuti, ma il problema è che si tratta di un luogo di pena “oltre la pena”. Ci stanno gli internati, che alla fine della pena devono scontare un’ulteriore misura di sicurezza per decisione del Magistrato. Sono persone con ben pochi sbocchi, gente avanti con l’età che quando esce, se esce, ha la fedina penale lunghissima. Questa misura viene revocata se si dimostra di avere casa e lavoro, quindi è un cane che si morde la coda. Molti scappano al primo permesso. Ma poi vengono ripresi e si ricomincia».

photo credit: ro_buk [I'm not there] via photopin cc
photo credit: ro_buk [I’m not there] via photopin cc

Sono le parole con cui Paola Cigarini, responsabile del Gruppo Carcere Città, traccia l’attuale situazione delle case circondariali di Modena e Castelfranco Emilia. Dal 1987 il Gruppo opera presso le stesse come servizio di volontariato, seguendo una linea d’azione precisa che vede un elemento di innovazione proprio nella concezione stessa del volontariato. «La parte assistenziale e la motivazione umanitaria sono importanti, ma i volontari devono essere cittadini che si pongono domande, cercano risposte e riportano la propria esperienza all’esterno. Non serve un buonismo da pacca sulla spalla, ma saper vedere le complessità del mondo di oggi. Lo scopo di Carcere Città è svegliare la società esterna nelle sue forme organizzate, smuovere le istituzioni, perché tutti devono fare la propria parte».

Tutti, anche il carcere stesso, che a sua volta «deve essere un servizio alla città, produrre legalità e diventare esso stesso legalità».

Per chi non incrocia questo mondo nel corso della vita, il carcere resta spesso un’entità lontana, fisicamente e mentalmente, sovrapposta all’immagine di qualche film d’azione e alle questioni di violenza e sovraffollamento che recentemente hanno risvegliato l’attenzione sul tema. D’altro canto, la tendenza a considerare il carcere separato dalla vita della città si rivela nei dettagli del quotidiano: nel caso di Modena un esempio è il collegamento autobus arrivato dopo dieci anni di lotte portate avanti dal Gruppo.

photo credit: Pensiero via photopin cc
photo credit: Pensiero via photopin cc

Eppure, se si parla di detenuti, si parla anche di famiglie e figli, di responsabilità e presa di coscienza, di un percorso da seguire per rientrare in una società che, talvolta, non si dimostra poi così pronta. Paola Cigarini riassume tutto in una sola, efficacissima frase: «mettere una persona dentro vuole dire risolvere i suoi problemi fuori». Rispetto al volontariato, dunque, ogni attività – ricreativa, assistenziale o di collegamento tra carcere e città – deve rientrare in un quadro più grande di miglioramento della persona e del sistema. Come? Prestando attenzione ai concetti di pena, prevenzione e reinserimento. E ricordando che ogni storia va letta nel proprio contesto.

«Bisogna capire come arrivare a una pena utile sia per le persone che la scontano, sia per la società. Poi c’è la prevenzione: andare a ritroso nelle storie dei detenuti e trovare le falle nei casi di socialità mancata. Sommando questo alle responsabilità individuali della persona si possono avere dei quadri più completi. Infine il reinserimento, che ha ancora molte falle e un alto tasso di recidiva. Chi esce conosce già una strada, ossia quella che l’ha portato lì. Si può voler cambiare, ma se non ci sono le alternative quella sarà nuovamente la strada più immediata da seguire – spiega Paola Cigarini e conclude -. Il volontariato, da parte sua, deve essere parte del trattamento per fare emergere dalle persone detenute l’idea della propria vita, delle proprie responsabilità, dei propri diritti e doveri».

Immagine di copertina: photo credit: Alex E. Proimos via photopin cc

Quando Facebook diventa una palestra narrativa

landi1Marco Landi, classe 1982, vive a Formigine, ed è laureato in economia e marketing aziendale. Fa il suo mestiere per pagare le spese che abbiamo tutti, poi prende chitarra e macchina fotografica e si rivela per ciò che è davvero, un artista. Dal suo profilo Facebook tantissimi “amici” diventano testimoni dei suoi concerti e di alcune mostre fotografiche. Negli ultimi 3 anni chi conosce Marco è diventato testimone anche di un dramma: il coma cerebrale della madre Cristina. Facebook è così diventato uno spazio come un altro su cui riversare malessere, angoscia, domande e nuove consapevolezze. Scrivere si è rivelato essere una necessità fisica ed emotiva, ancora più impellente dopo le frequenti visite alla madre.

Oggi ci sono libri che nascono da Facebook. Come vogliamo schierarci? Ricordo che dieci anni fa, forse di più, venivano dati alla stampa i primi libri nati dai blog. Non si sapeva cosa pensarne. A volte vinceva lo scetticismo verso le “fredde innovazioni tecnologiche”. E prendeva il sopravvento una perplessità che forse era solo invidia: “ma insomma… uno che scrive i propri sfoghi personali sul computer non si può dire che sia uno scrittore!”.

landi2Come e quando è avvenuta la metamorfosi dei tuoi racconti da post su facebook a un libro, “Vivace/Grave”, edizioni Terra Marique dove abbini racconti e fotografie?
Come e quando, chiedi… Beh, sicuramente nel momento in cui ho sentito la necessità, sempre più impellente, di chiudere il cerchio. Un social network mi stava “stretto”. Era come un’esigenza imprescindibile di imprimere l’accaduto, e tutto le emozioni che esso ha suscitato, su carta o su qualcosa che fosse, almeno all’apparenza, più “immortale”. Toccare con mano e avere nella facciata a fianco del racconto la foto che volevo abbinare era sicuramente più espressivo e comunicativo.

Non tutti i racconti narrano vicende relative al tuo dramma, alcuni sembrano delirare senza scopo, come per evadere completamente dalla razionalità. Cosa rappresentano questi racconti? Hai detto bene. Un’evasione in parte. Trasmettere consapevolezza degli stati d’animo estremi raggiungibili in situazioni logoranti come quella che ho vissuto. Sì, sottolineo nuovamente quello che dici tu; un delirio alienante.

Ora che puoi osservare con più distacco ciò che è accaduto, puoi tentare di spiegare come hai vissuto il rapporto con i tuoi lettori su Facebook? Beh, Io lo definirei un collaudo; un testare il terreno. Capire reazioni. Ho avuto modo di affrontare i più colorati feedback e fiutare se il mio lavoro sarebbe poFacetuto essere, post pubblicazione, effettivamente “fuori dalla massa” e discorde. Insomma, uno di quei rari libri che, terminata la lettura, rimarrà tatuato nel cuore e nella mente.

Le reazioni dei tuoi “amici” di facebook” sono state quindi determinanti nella decisione di pubblicare il libro? Se non ci fosse stato facebook avresti cercato il rapporto con il pubblico in un altro modo? Assolutamente sì. Il lavoro meritava di essere fatto, e fb o non fb, prima o dopo, la pubblicazione o qualsiasi altra tipologia di rapporto con il pubblico sarebbe stata inevitabile! D’altronde prima dei cellulari o dei social, libri di spessore o altre opere lodevoli avevano trovato il modo di spiccare, no?!

Un social market per un nuovo modello di welfare

Si è inaugurato sabato 11 gennaio 2013 a Soliera un market solidale. Si chiama “Il Pane e le Rose” ed è un progetto realizzato dal Comune, dall’Unione Terre d’Argine e dalla Cooperativa Sociale Eortè, che hanno raccolto strada facendo l’aiuto e la collaborazione con una nutrita schiera di soggetti e associazioni del territorio. L’obiettivo è distribuire prodotti alimentari e per l’igiene personale a famiglie in difficoltà economica. I concetti guida del progetto sono l’antispreco, la redistribuzione solidale, l’educazione a stili di vita e di consumo sostenibili e la promozione di un più marcato senso di comunità.

Tete spazio aperto. Il teatro dal palcoscenico alla città

IMG_3999La gestione di TeTe – Teatro Tempio è svolta dalla Parrocchia di San Giuseppe e, dal 2010, dall’associazione culturale Gruppo Darte Peso Specifico, composta da Santo Marino, Lisa Severo, Roberta Spaventa, Chiara Pellaccani, Cristina Carbone, Francesca Iacoviello.
“Tete si muove in maniera variopinta, per portare cultura alla cittadinanza. Non ci interessa cosa va di moda quanto piuttosto cosa può aderire alla poetica del posto. Il teatro di denuncia, anche se nasce da una necessità, non è sufficiente. A TeTe si vuole permettere allo spettatore di indagare una realtà sociale, politica e individuale per introdurre un elemento di cambiamento.” spiega Roberta.

Negli ultimi anni la zona del Tempio-Stazione dove si colloca la sede è stata interessata da segnali importanti di riqualificazione sociale ed economica, volti a contrastare la criminalità e il disagio anche attraverso la promozione di iniziative volte a favorire la “riappropriazione” del territorio.
Che la componente socio-educativa sia parte integrante della realtà artistica di TeTe è evidente già dalla sua programmazione.

IMG_4533Il laboratorio Vuoto a Rendere si è sviluppato lavorando direttamente con i bambini e gli anziani del quartiere, ed è incentrato sul lascito degli anziani ai più giovani, di come questo vada a riempire un vuoto. I corsi di Alta Formazione invece offrono la possibilità ai partecipanti di lavorare con professionisti come Marco Manchisi ed Elena Bucci. “Mantenere un intento pedagogico e formativo indica la cifra della possibilità di sviluppo e della costruzione sociale” dice Roberta.

A Marzo 2014 prenderà il via anche la terza edizione della rassegna Funambola, che attraverso spettacoli e laboratori indaga l’equilibrio fra maschile e femminile nell’individuo e nelle relazioni.
Il 2013 si chiuderà invece con Ogni Mille Passi Doppi. La rassegna dedicata alle nuove realtà teatrali e musicali di respiro internazionale, che si inserisce nel più ampio contesto del festival Andante andrà in scena dal 17 al 24 Novembre.

TeTe spesso scende dal palcoscenico e occupa il vecchio spazio dell’oratorio, e da lì coinvolge il resto del quartiere e la città, muovendosi contemporaneamente oltre i suoi confini.
La cultura e il teatro assumono la forma di momenti di aggregazione, e i loro spazi, così aperti, sono restituiti alla cittadinanza come luoghi da vivere.

Tagli ai Comuni: a rischio la coesione sociale

schena2Con la crisi tutti hanno imparato a “tagliare”. E i Comuni? Intervista al sindaco di Soliera Giuseppe Schena: “Dal prossimo anno non potremo più cavarcela riducendo la manutenzione del verde: dovremo agire sulla carne viva, ridurre i servizi per gli anziani, gli adolescenti, l’infanzia”.

Sindaco, la crisi continua a mordere, le famiglie stringono sempre più la cinghia e le risorse dei Comuni si assottigliano di anno in anno. Su cosa e come è stata tagliata la spesa pubblica a Soliera?
Abbiamo dovuto tagliare le risorse per la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strade, del verde e degli edifici pubblici. Questo, che comprende anche l’arredo urbano e la viabilità, è il settore sicuramente più esposto. Il taglio è stato del 50% della spesa dal 2011 al 2012 e del 16% dal 2012 al 2013, e solo perché quest’anno eravamo già all’osso. Solo per fare un esempio, dovremmo riqualificare e rendere più efficiente l’illuminazione, ma non lo faremo perché non ci sono soldi.

Quindi salteranno anche gli interventi sull’edilizia scolastica?
A quello ci ha pensato il terremoto. Avevamo programmato un piano di interventi centellinando le risorse, ma ora il problema della riqualificazione delle scuole non ce l’abbiamo più.

E sul fronte del personale?
Il problema è il blocco del turn-over: dal 2011 al 2013 abbiamo avuto 6 unità in meno su di un personale direttamente attribuito all’ente che ammonta ad un totale di 50 persone. Si tratta del 10% in meno in soli due anni.

Con minori risorse economiche e umane come si garantiscono i servizi?
Essendo uno dei Comuni del cratere del sisma di maggio 2012, per fortuna abbiamo potuto usufruire di un’applicazione molto ridotta della spending-review e così sul fronte dei servizi riusciamo ad assorbire i minori trasferimenti. Ma una mano viene anche dall’Unione dei Comuni di cui facciamo parte e che ci consente di ammortizzare le minori entrate, gestendo in comune servizi scolastici, educativi, socio-assistenziali e la polizia locale. Abbiamo comunque ridotto gli appalti di servizio, non per un calo degli stanziamenti, ma perché sono aumentati i costi e le spese del personale.

Come è stata concertata e discussa in città questa cura dimagrante per le casse pubbliche?
Praticamente in nessun modo. La concertazione c’è quando ci sono margini e tempi. Al 31 maggio abbiamo approvato un bilancio da 12 milioni di euro che avevo già speso e impegnato per il 70%. In queste condizioni la partecipazione è ridotta moltissimo perché le scelte sono obbligate. E questa mortificazione della partecipazione è un altro danno collaterale dell’incertezza del quadro nazionale su punti come l’Imu e la Tares. Di fatto ci obbligano a chiudere bilanci virtuali.

Quanto ancora si potrà andare avanti a tagliare?
Dal prossimo anno non potremo più cavarcela riducendo la manutenzione del verde. Se si avanti così, dovremo agire sulla carne viva, ridurre i servizi per gli anziani, gli adolescenti, l’infanzia. I nostri conti sono perfettamente in ordine sul piano formale e sostanziale, ma il nostro obiettivo non è questo, è soddisfare i bisogni delle persone.

Quindi si rischia un peggioramento della situazione?
Quello che è a rischio è la coesione sociale, l’aumento dei conflitti sociali.

Cosa si dovrebbe fare quindi per garantire conti in ordine senza smantellare la coesione sociale?
Bisogna considerare che i Comuni pesano per l’8% sul budget dello Stato, le Province valgono il 2% e le Regioni il 25%. C’è invece un altro 50% di spesa pubblica dell’apparato, dei ministeri, delle agenzie periferiche che io chiamo spesa improduttiva. E’ da lì che bisogna drenare le risorse, non dai Comuni sui quali si continua a tagliare in modo paradossale e sbagliato.

a cura di
Marina Brancaccio

La democrazia alla prova delle disuguaglianze

Voce e voto, diffusione e non concentrazione del potere politico, tutela delle diverse opinioni: la democrazia, come sostiene la professoressa Nadia Urbinati, protagonista dell’ottava edizione della Lettura Gorrieri tenutasi a Modena lo scorso 10 giugno, si fonda sul principio di inclusione del diverso ed è la migliore forma di governo per navigare, senza affondare, fra le incertezze del sistema in cui viviamo.

Come rilevò a suo tempo Ermanno Gorrieri, per la democrazia il problema non nasce dalla ricchezza ma dalla concentrazione di essa, che crea impoverimento tra i cittadini delegittimando la democrazia nella sua essenza.
«Oggi la democrazia è messa a dura prova dall’incremento vertiginoso delle disuguaglianze e dall’inadeguatezza del sistema nel fornire risposte opportune. L’agenda politica continua ad escludere il tema delle disuguaglianze dalle priorità, con i risultati che tutti abbiamo sotto gli occhi» ha esordito Luciano Guerzoni, presidente della Fondazione Ermanno Gorrieri per gli Studi sociali, promotrice dell’evento.
«Con l’avvento dei nuovi mezzi di comunicazione la democrazia cambia di segno: si è venuta a creare una democrazia diretta in diretta che impone al democratico di farsi delle domande precise – ha affermato Urbinati – Come sarà questa democrazia rappresentativa in diretta?  Come essere certi che la maggioranza sarà ancora il centro propulsore della democrazia? Come scongiurare il rischio che il popolo sovrano venga ad identificarsi con la massa indistinta dei più rumorosi? E ancora: come proteggere la democrazia dalle disuguaglianze politiche che nascono da chi ha più dimestichezza, tempo, risorse per usare i nuovi strumenti, da chi urla più forte o clicca più velocemente?».

Centrale nell’intervento della Urbinati “La democrazia alla prova delle disuguaglianze” è stato il richiamo a Beppe Grillo e alla piazza mediatica che con successo è riuscito a sostituire a quella fisica, alimentando il mito della trasparenza che è diventata una vera e propria industria, produttrice di una propaganda falsata che arriva a sfiorare l’ipocrisia. «La democrazia rappresentativa diretta rifiuta la mediazione dei partiti e si avvale dell’assenza di qualsiasi tipo di controllo concessa dalla rete, e vede i cittadini (Grillo non parla mai di popolo ma di cittadini) lontani dal rivendicare una maggiore partecipazione alla vita pubblica come accadeva negli anni Sessanta e Settanta, ma fermi nel pretendere una trasparenza, di intenti e di azioni, la cui garanzia, come tutti sanno, è affidata a professionisti della comunicazione che fanno della trasparenza l’ennesimo strumento mediatico, i cui effetti, per definizione, sono pilotati».

La docente di Teoria Politica alla Columbia University di New York, tra i 35 saggi nominati dal Governo Letta alla Commissione per le Riforme Costituzionali, ha parlato di un processo di mutazione molecolare per descrivere i cambiamenti che stanno attraversando oggi la democrazia, di cui  non riusciamo ancora a cogliere la direzione.
«Tali cambiamenti riguardano la concezione dei diritti e dei doveri, il rapporto tra le classi e il governo della cosa pubblica. Si tratta di una mutazione culturale e ideale che sfocia in un’appropriazione dei diritti non più considerati come universali, che determina la conseguente crescita di pregiudizi identitari e della distanza tra le persone.
Occorre però comprendere le mutazioni attuali con mente aperta, recuperando il valore e la promessa fondamentale della democrazia, grandissima conquista che ci offre, per ogni decisione presa, la possibilità di ritornare sui nostri passi per rivederla, cambiarla, migliorarla – ha concluso la Urbinati – ricordando che l’uguaglianza risiede nel potere di darsi delle leggi e anche se gli effetti delle attuali mutazioni non sono sempre soddisfacenti, dobbiamo saperli interpretare nella consapevolezza che tra tutte le forme di governo, la democrazia è quella che meglio accoglie e promuove l’idea di estraneità tra individui, facendo della diversità una risorsa, inno alla libertà di ognuno».