Sezioni nidi chiuse è una sconfitta per gli enti e le famiglie

Da alcune settimane i Comuni dichiarano che il prossimo anno copriranno tutte le esigenze di nido sul territorio. Qualcuno, anzi, sta ipotizzando la chiusura di sezioni o riduzione di bambini nelle sezioni perché non ci sono domande dalle famiglie. Quindi sembra potersi dire che gli enti locali hanno conseguito la loro missione: se non ci sono bambini, è ovvio sopprimere i posti non utilizzati, con relativi risparmi.
ordinarioNon mi sembra una bella notizia. I genitori non inviano i bimbi al nido a causa della crisi: non ci sono soldi in famiglia per sostenere una spesa mensile che va da 300 a 600 euro e oltre. In più se la mamma non lavora perché in cassa integrazione o, peggio, licenziata, la decisione di tenere il proprio bimbo a casa è quasi automatica. Questo, però, comporta almeno due conseguenze. La prima riguarda il sistema dei servizi, soprattutto quello gestito dal privato sociale, che sarà il primo a essere impattato da questa situazione.
Cosa accadrà ai servizi, una volta chiusi? Quando finisce un’esperienza educativa, spesso apprezzata dalle famiglie, è difficile recuperare lo stesso livello qualitativo raggiunto con impegno e risorse.

La seconda conseguenza è la messa in mobilità di personale con competenze, professionalità e anni di formazione continua alle spalle. Nessuno sembra porsi domande sul futuro di queste persone. Cosa andranno a fare? Avranno altre occasioni di lavoro? L’istituzione nido, fino a qualche mese fa bandiera intoccabile delle amministrazioni locali, oggi sta diventando un elemento di compensazione tra le uscite del bilancio comunale.
Secondo me va difesa in tutti i modi la possibilità di portare il proprio bambino al nido, inteso come prima tappa di un percorso educativo che deve essere inclusivo e di qualità per tutti. Anziché affrettarsi a chiudere i servizi, gli enti locali, pur colpiti da una crisi drammatica, dovrebbero chiedersi come aiutare concretamente le famiglie in difficoltà. Per farlo, però, occorre una visione di città, la capacità di guardare al futuro, la disponibilità a cambiare anche la spesa storica nelle sue componenti: virtù di cui la politica oggi pare, purtroppo, sprovvista. I nostri amministratori non devono rassegnarsi a una diminuzione delle opportunità, cioè a una società più povera, bensì ricercare insieme al privato sociale soluzioni che permettano di mantenere intatta una rete di servizi per l’infanzia che tutto il mondo ci invidia.


Gaetano De Vinco
presidente di Confcooperative Modena

Quel pezzo d’Italia che ancora pensa al Bene comune: volontariato in festa a Lucca

Si chiude oggi a Lucca l’evento che per quattro giorni ha visto protagonista il volontariato, solido pilastro del welfare del Paese. L’edizione 2013 del “Festival del Volontariato – Villaggio Solidale”, la terza nella sua storia, ha come payoff “Dentro tutti“: una provocazione all’Italia, alle istituzioni e ai suoi cittadini perché trovino il coraggio di scommettere su quella parte di società che lavora per il bene comune, praticando i valori della solidarietà e della gratuità.

A dare il via alla quattro giorni, giovedì scorso, Don Giacomo Panizza, fondatore della Comunità Progetto Sud di Lamezia Terme, la cui storia è stata raccontata anche nel programma televisivo di Fabio Fazio e Roberto Saviano “Vieni via con me” che, insieme al priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, ha parlato del significato delle parole “Giustizia”.

Nel video qui sotto, l’intervento di Don Panizza a “Vieni via con me” che contiene già i temi ripresi nel festival lucchese.

A Modena sono 89 mila. Ma non sono numeri

Presentato a Modena il 22° dossier Caritas Migrantes. A Modena gli stranieri sono quasi 89mila.

In provincia di Modena un lavoratore su sei è immigrato, guadagnano meno degli italiani, soprattutto le donne: mille euro netti in media, il 25% in meno. Sono alcuni dei dati del dossier statistico Immigrazione 2012 della Caritas Migrantes, presentato nei giorni scorsi all’incontro organizzato alla Camera di Commercio di Modena da Cna, Caritas, Centro Ferrari e Associazione Servizi per il Volontariato. Un volume ricco di numeri che offre una fotografia dell’immigrazione in Italia e nei suoi diversi territori, Modena compresa.

«Gli 89mila immigrati modenesi non sono numeri – spiega Franco Pittau, curatore dell’indagine – ma sono studenti, lavoratori, imprenditori, donne e bambini e provengono da 137 paesi diversi. Tutti con una storia da raccontare».

Una presenza che deve fare i conti non solo con l’ignoranza e il pregiudizio, sempre troppo diffusi (come disse Einstein, è più difficile spezzare un atomo che un pregiudizio!), ma anche con oggettive condizioni di discriminazione sociale. I lavoratori stranieri hanno il 30% di possibilità in più, rispetto ai colleghi italiani, di essere licenziati, nel 40 % dei casi sono utilizzati al di sotto delle loro qualifiche professionali e anche per questo sono pagati meno (un quarto, in media) dei lavoratori locali.

A quanti si chiedono perché, in un paese con oltre 2 milioni e mezzo di disoccupati, ci sia bisogno degli immigrati, bisogna ricordare la loro indispensabile funzione di supporto al sistema economico-produttivo: per la giovane età, la mancanza di riluttanza nell’inserirsi in settori dai quali gli italiani rifuggono o nello svolgere mansioni non corrispondenti al loro livello di formazione (ad esempio, sono decine i laureati in medicina che lavorano come badanti), come anche per la maggiore disponibilità a spostarsi territorialmente per cui, senza togliere opportunità agli italiani, rimediano alle carenze del mercato del lavoro.

Già oggi, solo per dare qualche esempio, gli immigrati sono una struttura portante della nostra economia. Sono stranieri: l’80% dei collaboratori familiari per assistere gli anziani ultra65enni, il 50% dei calciatori della Serie A (oltre il 70% nell’Udinese e nell’Inter, dove si parlano 13 lingue diverse), il 40% dei i marittimi nelle navi mercantili, il 30% dei lavoratori nell’edilizia, il 10% degli infermieri.

Sempre più numerosi sono inoltre gli imprenditori stranieri (249.464) e gli iscritti ai sindacati (1 milione e 159mila): segno della loro esigenza di maggiore tutela: la flessibilità si trasforma troppo spesso in sfruttamento e in esposizione al rischio di infortuni.

Una forza lavoro, quella degli stranieri, che apporta un beneficio economico per l’Italia pari ad almeno 1,7 miliardi di euro, specialmente grazie all’importo rilevante dei contributi previdenziali versati a fronte di un ridottissimo numero di persone che vanno in pensione.

Anche in prospettiva futura la loro incidenza sarà sempre più indispensabile per lo sviluppo economico del Paese: secondo le previsioni Istat, infatti, nel 2065 la popolazione complessiva sarà di 61,3 milioni di residenti, con una diminuzione degli italiani di 11,5 milioni a seguito del calo demografico rispetto ad oggi e di un saldo positivo che avverrà solo grazie a 12 milioni di nuove migrazioni dall’estero.

Se l’immigrazione costituisce quindi un apporto dal punto di vista demografico e occupazionale, se gli immigrati venuti in Italia, nonostante tutto, hanno sentimenti di amicizia nei nostri confronti e di attaccamento all’Italia: perché non iniziare a costruire insieme un nuovo futuro per l’Italia?

Se un video può cambiare il mondo

Guardate questo video di pochi minuti. E solo dopo, se volete, proseguite nella lettura del post.

 

Veramente bello, no? Promuove il progetto Girl Effect Movement, lanciato nel 2008 da varie organizzazioni per aiutare oltre 50 milioni di ragazzine adolescenti di varie parti del pianeta, dall’India all’Uganda, ad uscire dalla condizione di povertà. Ad andare a scuola, a trovare un lavoro per guadagnarsi da vivere autononamente, a mettere in piedi una famiglia per scelta e non perchè costrette dall’indigenza. Il video si conclude con un messaggio potente: permettere a queste bambine di emanciparsi dalla loro condizione, non è questione che riguardi solo loro o i Paesi dove sono nate e vivono, ma è qualcosa che impatta su tutto il mondo. Su ognuno di noi.

E’ il principio del The butterfly effect, secondo cui “il battito d’ali di una farfalla è in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo“. Secondo la teoria del caos infatti, piccole variazioni nelle condizioni iniziali di un sistema possono  produrre enormi cambiamenti nel comportamento a lungo termine del sistema stesso. Tradotto nel caso specifico: aiutare una sola ragazzina significa rendere migliore il mondo intero.

Ma ciò che voglio far qui non è solo segnalare questo bellissimo progetto sociale a cui vale la pena dar sostegno, quanto aggiungere una postilla (banale, ma non troppo) alla famosa frase del Professor Keating ne “L’attimo fuggente“. E’ vero oggi come sempre: “qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo“. A patto, aggiungerei, che vengano comunicate bene. Girl Effect infatti è uno straordinario progetto, ma a fare la differenza con tante altre iniziative altrettanto valide ma meno fortunate in termini di diffusione, è stato un piccolo video di tre minuti, tanto semplice quanto ben fatto. E soprattutto: efficace. Il vero “Effetto farfalla” di Girl Effect. Capace di raggiungere oltre 1 milione e 300 mila visualizzazioni su YouTube e centinaia di migliaia di condivisioni su Facebook, Twitter, Stumbleupon, Delicious, ecc. ecc.

E’ vero, dietro GF e al positivo effetto domino che ha generato, ci sono partner come Nike Foundation e Onu, mica l’associazione della porta accanto. Ma avere le spalle larghe non è sempre garanzia di successo nelle proprie scelte di comunicazione. Conta molto di più un’idea azzeccata per raccontare bene quel che vuoi e devi dire. Anche solo in tre minuti.

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Il valore della cooperazione

Porta aperta, democrazia economica, partecipazione solidale, mutualità sono i principi cardine della cooperazione e la cooperativa è una società di persone nella quale, per definizione, l’apporto delle persone è più importante dei capitali che vengono utilizzati. All’interno di essa il rapporto è paritario ed è disciplinato dalla logica democratica del principio “una testa, un voto”.
Nonostante siano cambiati i modelli organizzativi e di aggregazione e le formule di interazione, i bisogni che portano alla nascita di una cooperativa rispondono sempre alle stesse domande: come insieme ad altri posso qualificare il mio prodotto, trovare lavoro, fare attività culturali?
“La cooperazione è un’organizzazione economica che si basa sul consenso democratico quindi sul principio maggioritario, ed è una delle forme più alte di attività economica, che risponde al bisogno dell’uomo di non essere sempre in guerra con gli altri ma di cercare una composizione che aiuti la persona a vivere in un contesto economico non come lupo tra i lupi ma come partner di tanti altri, operando sullo stesso piano” dice Gaetano De Vinco, presidente di Confcooperative Modena.

La cooperazione, ancora oggi, è la forma di democrazia sostanziale più sviluppata. In particolare, abbiamo le cooperative sociali che da una parte aiutano lo Stato a fornire servizi che altrimenti non sarebbe in grado di rendere e dall’altro integrano servizi ulteriori, come nel caso del badantato. “Le cooperative sociali nacquero alla fine degli anni Settanta perché a molti giovani di allora pesava la forte burocratizzazione dei servizi pubblici che andava delineandosi, e così contro quella ‘spersonalizzazione’ nacquero iniziative in tanti ambiti diversi con la finalità di rimettere la persona al centro dei servizi – spiega De Vinco -. In questi quarant’anni le cooperative sociali hanno conosciuto una profonda evoluzione e hanno svolto una funzione di completamento rispetto ai servizi gestiti direttamente dallo Stato nelle sue articolazioni. Da questa idea di cooperazione sociale è nata una forma di cooperazione e di società, intesa in senso lato, che non guarda solo all’interesse della propria base sociale ma tiene conto dei bisogni del territorio in cui vive e si impegna per favorire un miglioramento del medesimo e questo a mio avviso rappresenta un valore aggiunto che, al momento di decidere se far svolgere un determinato servizio a una cooperativa o a un’impresa di tipo classico, fa propendere la scelta per la prima.

Cooperazione e organizzazione democratica interna: oggi, al tempo delle multinazionali, delle scatole cinesi, delle stock option, riesce a sopravvivere il principio “una testa, un voto”?
Il mondo cooperativo si muove in un percorso di evoluzione continua, data dall’influenza reciproca tra mondi del lavoro e società civile nel suo complesso. I nostri sono tempi in cui ha vinto l’individualismo, il leader ricco e di successo, e quindi anche la cooperazione è stata attraversata da qualche tensione rispetto a questi temi: alcuni anni fa ci fu il tentativo di superare la formula cooperativa verso l’individuazione di public company, una scopiazzatura del sistema americano che trasformava le cooperative di fatto in aziende di capitali le cui azioni erano detenute da una gran massa di persone. Il movimento cooperativo tutto si è battuto condi tro questa idea che trasformava il modello cooperativo snaturandolo, trasformandolo in un succedaneo minoritario del modello della società di capitali, affermando e confermando la formula cooperativa di sempre.

Domanda d’obbligo: cosa fa Confcooperative per la crisi?
Questa che stiamo vivendo è una crisi nata come una crisi finanziaria, che poi si è trasformata in una crisi da mancanza di lavoro e oggi, come stiamo vedendo, è diventata una crisi da speculazione. Noi abbiamo subito proceduto a ridiscutere le relazioni con i nostri soci favorendo per i settori in difficoltà un apporto di contributi di professionalità per poter aprire nuovi campi di lavoro e allargare le prospettive che si stavano stringendo. Abbiamo ridefinito le relazioni interne favorendo il superamento del momento difficile per le cooperative, anche attraverso una maggiore attenzione alle regole di adesione a Confcooperative. Abbiamo poi attivato alcuni strumenti della finanza cooperativa come “sfondo sviluppo” (che è il nostro fondo di promozione cooperativa) per dare alle cooperative il massimo appoggio possibile, soprattutto in presenza di progetti importanti.