Vivere sospesi nella società

Hanno fra i 35 e i 55 anni, quindi in piena età lavorativa; sono per la maggior parte stranieri (72,3%) anche se la quota degli italiani non è per niente trascurabile; le più “fragili” e bisognose d’aiuto sono le ragazze madri e le badanti che a causa della morte dell’anziano che accudivano sono rimaste senza lavoro. I poveri in Emilia-Romagna sono una schiera di circa 20mila persone: qualcuno di loro è rimasto senza lavoro con lo scoppio della crisi e non l’ha più ritrovato, altri sono precari da una vita e altri ancora dopo i danni del terremoto del maggio 2012 hanno dovuto sopportare anche la mobilità o la cassintegrazione. Tutti hanno un comune denominatore: vivono “sospesi” nella società e, superando la vergogna, si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas diocesane.cittadinanza fascia età

Secondo la delegazione regionale della Caritas, che ha realizzato – con la collaborazione del Centro culturale F.L. Ferrari il Dossier povertà regionale 2013, sono state 19.921 le persone che hanno varcato la soglia di un centro d’ascolto (erano 17.209 nel 2009). «La crisi economica colpisce maggiormente i giovani, coloro che ancora non sono pervenuti ad una condizione stabile di vita» spiegano dalla Caritas. Probabilmente si sono rivolti agli operatori proprio «per essere aiutati a mettere le basi per il proprio futuro». Ma «gli effetti della fuoriuscita dal mercato del lavoro pare si siano manifestati anche nella fascia di età più elevata».
Sette persone su dieci di coloro che si rivolgono ai centri d’ascolto delle Caritas emiliano-romagnolo convivono con altri, la maggior parte familiari, ma anche conoscenti con cui dividere l’alloggio. Da una osservazione qualitativa della situazione delle famiglie emerge un quadro caratterizzato da fragilità economica cui spesso si accompagnano problematiche legate all’instabilità dei rapporti coniugali, alla difficoltà ad interpretare il ruolo genitoriale, alla forte rarefazione della rete di relazioni. Per i nuclei familiari stranieri la presenza di molti figli nel nucleo accompagnata con molta frequenza ad un solo reddito porta ad una situazione di forte dipendenza dal sistema dei servizi.

Per accompagnare una famiglia fuori dalla trappola della povertà occorre, secondo Caritas, “prenderla per mano”. «Solamente dentro un rapporto personale di fiducia, stabile e profondo – hanno spiegato nel Dossier – è possibile immaginare, con quella fantasia della carità di cui parlava Papa Giovanni Paolo II, delle modalità per le quali chi è povero riacquisti fiducia nelle proprie potenzialità e desiderio di rendersi autonomo».

Per questa domenica vi proponiamo tre video.

Il primo riguarda il lavoro della Caritas portato avanti in particolare nella provincia di Modena a seguito del sisma.

A seguito della raccolta in tutte le parrocchie del 10 giugno 2012, le offerte pervenute a Caritas Italiana per le attività di ricostruzione e di sostegno alle popolazioni colpite sono state di 10,7 milioni di euro, ai quali vanno aggiunti i 3 milioni di euro subito stanziati dalla Conferenza Episcopale Italiana in fase di emergenza. È stata inoltre avviata la realizzazione, in alcuni dei comuni maggiormente colpiti, di 17 Centri di Comunità, (strutture polifunzionali per attività, liturgiche, sociali e ricreative).

 

Il secondo video racconta di chi (operatori e volontari) in tempo di crisi economica è andato al di là della distribuzione di pacchi di alimenti, del pagamento di una bolletta o di un pasto alla mensa. Ecco la testimonianza chi è riuscito a “testimoniare compagnia”.

 

Il terzo video deve essere visto e rivisto, centinaia di volte, da chi crede che l’immigrazione sia un reato e sinonimo di insicurezza, da chi è convinto che lo straniero (magari rifugiato, magari disperato) non potrà mai riscattarsi e sperare in un futuro (lavorativo) migliore.

(photo credit: B Tal via photopin cc)

E’ ancora Natale in Emilia

A un anno e mezzo di distanza dal devastante terremoto del maggio-giugno 2012, molte cose sono state fatte per la ricostruzione nella Bassa modenese, ma moltissime sono ancora da fare. Ecco perché, per molti, questo del 2013 sarà ancora un Natale terremotato. Ecco perché non bisogna abbassare la guardia della solidarietà acquistando anche quest’anno “prodotti di origine terremotata”: www.nataleperlemilia.it.

Tra tagli e terremoto, non vogliamo indietreggiare

baldini_sindacoA chi sta cercando di ripartire dopo la “botta” del terremoto, è difficile chiedere altri “tagli”, perché nulla sembra più superfluo. Intervista al sindaco di Camposanto Antonella Baldini: “E’ importante tenere coesa la cittadinanza” e anche “la fiera o le iniziative di Natale” garantiscono questo.

Sindaco, Camposanto è alle prese con l’effetto incrociato delle difficoltà dovute alla crisi e dei danni creati dal sisma di maggio 2012. In termini di spesa, il Comune come sta facendo fronte alla situazione?
Ad aprile, prima delle elezioni e di insediarci per il secondo mandato, abbiamo approvato il bilancio di previsione 2013 in cui abbiamo stanziato 10,6 milioni di euro per le opere pubbliche, ma si tratta di un bilancio straordinario: una cifra dovuta al fatto che qui c’è da ricostruire quanto distrutto dal sisma di maggio 2012. Inoltre, in questo bilancio non c’è alcun aumento di tariffe e rette, perché non vogliamo pesare sulle famiglie già in difficoltà. Anzi, controcorrente rispetto a quanto succede in tutta Italia, nel 2012 abbiamo creato un servizio in più.

E cioè?
Abbiamo aperto il primo nido d’infanzia del Paese. Una struttura che accoglie sia i bambini residenti, sia quelli non residenti e per tutti è stata predisposta la stessa retta, anche se normalmente per i bimbi che vengono da fuori le spese sono maggiori. Un intervento non scontato in periodo difficile come questo e che abbiamo messo in campo anche per aiutare i Comuni limitrofi dove ci sono edifici inagibili.

Uno dei principali problemi oggi per le famiglie è la mancanza del lavoro, siete intervenuti su questo fronte?
Sì, abbiamo finanziato un piano di borse lavoro per dare opportunità di occupazione alle persone provenienti da famiglie in difficoltà. Si tratta soprattutto di lavori socialmente utili.

E per quanto riguarda i tagli alla spesa pubblica?
Per quest’anno non abbiamo fatto tagli, ma la nostra situazione è particolare, perché siamo uno dei Comuni del cratere, quindi abbiamo avuto una boccata d’ossigeno grazie alla Cassa Depositi e Prestiti che ha garantito per la proroga sui mutui che al momento varrà fino alla fine del 2013. Così come abbiamo ottenuto un allentamento del Patto di stabilità per favorire la ricostruzione.

Quindi la ricostruzione post-sisma può anche diventare un’opportunità e paradossalmente mettere temporaneamente il Comune al riparo dalla riduzione di risorse?
Sicuramente la ricostruzione sarà un’occasione per ricostruire meglio, tanto nel pubblico quanto nel privato. Questo è un ordine, come dire, che viene dall’alto perché è un’esigenza del territorio.

In un momento di magra per le casse pubbliche, molti indicano la via d’uscita in un modello di maggiore sussidiarietà tra pubblico e privato, è d’accordo?
A Camposanto sinergie di questo tipo le abbiamo già messe in atto, grazie ad un bando regionale, che ci ha consentito di realizzare quattro progetti riguardanti alloggi residenziali a canone sostenibile, il nuovo asilo nido e il completamento del piano sportivo. Interventi tutti sostenuti anche da risorse di privati.

E guardando al futuro?
Mi auguro prima di tutto che si possano avere delle compensazioni dallo Stato per l’eventuale mancato gettito fiscale, penso ad esempio all’Imu, altrimenti i Comuni rischiano di saltare. Il nostro obiettivo, comunque, sarà mantenere qualità e quantità dei servizi e su questo non vogliamo indietreggiare. Al massimo, un eventuale taglio si potrebbe fare sugli eventi tradizionali come la fiera o le iniziative per il Natale, anche se in realtà queste occasioni che vedono la comunità riunita a ritrovarsi sono estremamente importanti per tenere coesa la cittadinanza.

a cura di
Marina Brancaccio

Terremoto: il Giappone insegna

L’iPhone viene distribuito sul mercato giapponese con due eccezioni rispetto agli altri paesi: la fotocamera non può essere messa in modalità silenziosa, affinché nessun pervertito scatti foto inappropriate nel caos della metropolitana, inoltre ha uno speciale allarme sonoro che si attiva in caso di grandi calamità naturali.
Schermata 2013-06-11 alle 08.08.18

Ieri il mio telefono si è messo a squillare all’improvviso, segnalandomi un allarme: non leggendo il giapponese e non sapendo cosa fare ho chiesto spiegazioni e un gentile signore mi ha spiegato che i gestori del software stavano facendo una prova.
Nel pomeriggio è arrivata comunque una scossa, ma ormai queste leggere oscillazioni sono diventate parte del mio quotidiano.
Anche in Emilia queste scosse sono diventate a noi “familiari”: non dovremo forse conviverci come i Giapponesi, ma ormai sappiamo che fanno parte del nostro territorio, come parte della nostra identità sono i tanti edifici che rendono unica l’Emilia.

Ecco, non credo che ci sia bisogno di arrivare addirittura ad avere un allarme sui nostri telefonini, ma non dimentichiamoci facilmente di quello che successo, insistiamo a capire come meglio proteggere noi e quello che ci sta intorno.
Insistiamo a sanare le ferite ancora aperte dall’anno scorso e a prevenire quelle che verranno. In questo caso dobbiamo imparare dai Giapponesi.

Il futuro è “casa insieme”

Paolo Negro 1L’Azienda di Servizi alla Persona Comuni Modenesi Area Nord, per reagire all’emergenza terremoto, ha ripensato alcuni importanti servizi alla persona, in particolare alle strutture per anziani, sviluppando un progetto innovativo che ha trovato numerosi sponsor privati. Recentemente e a prosecuzione di tale esperienza, ha anche presentato un progetto europeo, in collaborazione al Centro Servizi di Volontariato di Modena, l’Ausl, Regione Emilia-Romagna, Aretès, l’Università di Venezia. Ne abbiamo parlato con il presidente Paolo Negro di raccontarci questi progetti, proseguendo così la riflessione sul percorso avviato dal Comune di Modena per la definizione del PSC, il piano strutturale comunale.

Può raccontarci il valore aggiunto che caratterizza questi progetti?
L’iniziativa, che stavamo immaginando ed elaborando in termini generali già prima del sisma, si muove nel solco del cosiddetto housing sociale e parte dalla nostra esperienza di gestione dei servizi per anziani. Abbiamo accelerato la messa in campo del progetto, constatando il fatto che sono stati proprio gli anziani la parte più colpita dal terremoto, sul piano psicologico oltre che su quello materiale. E’ difficile che una coppia di ottantenni si metta a ricostruire la propria casa o non facile tornare nella propria casa al quinto piano se già prima del sisma quella condizione abitativa non era ottimale sul piano dei propri bisogni assistenziali quotidiani.

In cosa consiste?
Il progetto, che abbiamo chiamato “Casa Insieme”, prevede la realizzazione di microcomunità di anziani, o disabili, che abitino insieme, ognuno con il proprio mini appartamento che assicuri l’autonomia della persona, ma vivano anche la dimensione di comunità in spazi diurni condivisibili e condivisi. Ciascuna comunità sarà formata da sei mini appartamenti e da un settimo appartamento per l’assistente. A ciascuna comunità, integrata con l’assistenza domiciliare e il telesoccorso, sarà assicurata una risposta graduale e flessibile di servizi assistenziali in base alla domanda della persona e della comunità, fino ad arrivare se necessario ad un’assistenza h24. Saranno comunità costruite ad un piano, in legno, adottando le più avanzate soluzioni di ecosostenibilità ed il più possibile integrate con la vita dei quartieri in cui saranno collocate.

Come pensate di finanziarie questo progetto?
Abbiamo lanciato una gara di solidarietà, il sogno di realizzarne una per ognuno dei novi comuni dell’Unione, facendo conoscere il progetto, con tanto di disegno e costi, poche settimane dopo il sisma. Abbiamo già raccolto oltre 3 milioni di euro, da soggetti privati donatori, che renderanno possibile sei comunità a: Medolla, Mirandola, San Felice, Cavezzo, Finale Emilia, San Prospero. Mancano le risorse per realizzare le ultime tre per: Concordia sulla Secchia, San Possidonio e Camposanto. La spinta alla solidarietà della prima fase post terremoto si va esaurendo, ma rimango ottimista: troveremo anche le risorse per le ultime tre. Abbiamo candidato questo progetto sulla linea di bando comunitario, programma Progress, per mettere in relazione questo modello di intervento con altre esperienze avanzate analoghe a livello europeo, nel campo dell’housing sociale. Lo scopo è scambiare buone prassi, arricchire la nostra esperienza e le nostre competenze ed offrirle al sistema di welfare regionale e nazionale, guardando all’Europa.

Il PSC, grazie alle novità introdotte dalla Legge Regionale n. 20/2000, può tradursi in una straordinaria occasione di confronto con la comunità, per condividere gli obiettivi strategici della città e per partecipare alle decisioni programmatiche che ne devono conseguire. Pensa che in tale contesto debba essere valutati anche il sistema del welfare e dei servizi locali, come peraltro è stato fatto in altre città, anche della nostra provincia?
Si, la valutazione delle domande e di forme di risposta del sistema di welfare deve essere parte integrante della programmazione di sviluppo anche urbanistico di una comunità: la nuova programmazione urbanistica proietta una sguardo molto lungo, sui prossimi venti anni e più dello sviluppo e della crescita urbana di una comunità, e di questo sviluppo non può non far parte la domanda di welfare.

IL PSC e il suo documento di indirizzi dovrebbe anche affrontare il tema della sostenibilità dei servizi e le modalità di finanziamento del Piano? Come pensa che dovrà finanziarsi, in futuro, il welfare locale?
E’ molto difficile dare una risposta. Prima occorrerebbe rispondere a questa domanda: come sarà il sistema di welfare fra vent’anni? quali saranno le domande? Certamente servirà molta più flessibilità rispetto al passato nell’immaginare le risposte. Con ogni probabilità dovremo fare i conti stabilmente, oltre che con un minor gettito da oneri di urbanizzazione, con minori risorse pubbliche che garantiscano, oltre alla costruzione, la gestione dei servizi. A livello di sostenibilità finanziaria, credo dovrebbero essere utili sistemi premianti a favore di quei privati che assumano iniziative dirette e autonome di risposta alle domande di welfare. Dovremo immaginare più in generale risposte che si fondino molto meno sul finanziamento pubblico e molto più sulla solidarietà di comunità e sulla contribuzione dei cittadini. Mi rendo conto che il propellente sia stato del tutto eccezionale, il sisma, ma il progetto Casa Insieme sarà realizzato con la sola solidarietà di privati e le micro comunità, salvo casi particolari, la gestione si reggerà in equilibrio fra costi dei servizi personalizzarti e le rette versate dagli anziani ospiti.

a cura di
Luca Barbari

Tutti giù in cortile!

IMG_1409Si può rifare tutto daccapo, come se nulla fosse accaduto, abbellendo i palazzi e le piazze, sostituendo i vecchi mattoni con strutture moderne e colorate. Oppure si può ricostruire “la casa dell’uomo”, dando ampio spazio ai “cortili”, abbattendo le transenne dei centri storici e – modificando la viabilità – facendo convogliare le strade al “cuore della città“. Le rassicurazioni sullo stato di emergenza o sullo slittamento dei pagamenti delle imposte non sono sufficienti: la macchina organizzativa della ricostruzione in capo alla Regione lascia spazio a una cultura urbanistica in grado di conciliare l’uomo e la natura? A un anno ormai dal sisma che ha piegato l’Emilia questa riflessione si fa urgente.

Il modello de L’Aquila è lontano anni luce da quello emiliano. E certi “orrori abruzzesi” non si dovrebbero più replicare. Ma la guardia va tenuta alta, perché a volte «il dopo terremoto può essere anche peggio» dei danni provocati dalle scosse. Lo ha spiegato bene Francesco Erbani, giornalista autore di diverse inchieste per conto di Repubblica intervenuto al convegno “Ascolto il tuo cuore, città. Come (ri)costruire la casa dell’uomo” promosso dal Centro Ferrari. La capacità di reazione del popolo emiliano (ma anche delle istituzioni locali che hanno preso in mano la ricostruzione dopo la prima emergenza gestita dalla Protezione civile), non sono sufficienti a considerare scampato il pericolo. L’Emilia vuole ripartire e non vuole rimanere imbrigliata nella burocrazia statale. Ma la fretta non è la migliore compagna dei terremotati, come ha insegnato l’Abruzzo.

«Lo slogan usato dal governo Berlusconi “dalle tende alle case”, che ha dominato il post terremoto a L’Aquila – ha spiegato Erbani -, ha dimostrato di essere sbagliato da tutti i punti di vista. La pianificazione urbanistica deve essere una procedura lenta». Il modello della “partecipazione” è fondamentale nella ricostruzione, e ogni “modello” proposto per il “dopo”, «va continuamente interpretato» ma mano che il tempo passa e le esigente e le aspirazioni della gente cambiano.

Il post-terremoto, anche in Emilia, può fare più danni di quelli del 20 e 29 maggio «per l’incapacità di far dialogare il territorio con il patrimonio artistico e culturale» come ha evidenziato Matteo Agnoletto, IMG_1404architetto, ricercatore dell’università di Bologna e coordinatore del Laboratorio Ricerca Emilia. Il commissario straordinario Vasco Errani fin dai primi giorni ha garantito che in Emilia non si replicheranno le “new town” dell’Abruzzo, ma se la ricostruzione «non viene governata con interventi legislativi e anche urbani», tra demolizioni di vecchi casolari e ricostruzione di nuove strutture in aperta campagna nella Bassa modenese, «si rischia il nuovo fenomeno delle villettopoli».

A quasi un anno dalla prima scossa tanti comuni della provincia di Modena sono ancora “cantieri aperti”. «Siamo di fronte a due alternative – ha spiegato Cristina Ceretti, giornalista -: ricostruire tutto come prima» e «rivedere le immagini dei nostri paesi come nelle cartoline anni 80 per sentirci più rassicurati». Oppure «scegliere una via più autentica, fatta di atti concreti e coraggiosi» e riscoprire «la cultura del cortile: rinunciare un pezzo del sé, della propria sfera privata, in nome di un disegno collettivo che possa essere la riscoperta di una collettività che cerca spazi nuovi per stare insieme».

Libri nati dalla scossa

terremotoScrivere aiuta. Serve a chi scrive per buttare fuori pensieri ed emozioni. E serve a chi legge, per immedesimarsi, sentire cosa sia l’empatia, provare a vedere senza essere lì e annusare l’atmosfera senza averla vissuta. Ma nel caso letterario del terremoto, serve soprattutto a raccogliere fondi e a mostrare la faccia culturale della solidarietà. Il sisma del maggio scorso ha distrutto tanto: vite, sogni, futuro, lavoro. Ha seminato sentimenti nuovi: paura, ansia, senso di impotenza. Bisogna adattarsi, e bisogna ricostruire.
Per tutto questo, e per molto altro, ecco alcuni dei libri nati intorno al terremoto. Sorti dalle macerie, scritti di getto, dettati dalle scosse e raccontati dal disastro. Gli autori? Tantissimi. Giornalisti, fotografi, ma anche maestre, operai, editori e musicisti. Tutti hanno scritto qualcosa: perché in questi libri non è il mestiere che conta ma è la passione. Non di scrivere o di saper scrivere, non di vedere il proprio nome stampato sulla carta: ma la passione per il proprio paese rovinato, la passione per un luogo caro andato in polvere, la passione per un senso di comunità da rifare. Ecco perché questi libri sono tutti belli. E poi, il loro ricavato va tutto a tanti diversi progetti di ricostruzione.

La gatta sul tetto che scossaLa gatta sul tetto che scossa
Una favola illustrata interamente autoprodotta da Maria Elinda Giusti (autrice del testo) e da Emanuela Fiorani che l’ha disegnata. Immagini e testo che si fondono nel racconto dei sentimenti di una bella gattona di nome Calzetta. Perché anche gli animali il terremoto lo hanno sentito eccome. L’offerta minima per questa storia dedicata ai bambini è di 5 euro. Il ricavato sostiene l’associazione Rock No War che a Medolla ha finanziato la costruzione di una nuova scuola materna.

Cosa c'è sottoCosa c’è sotto? Il terremoto a casa mia
È stato uno dei primi libri ad essere pubblicato: già alla fine di agosto 2012 Artestampa era in prima fila per raccogliere fondi e raccontare ai più piccini come si affronta un sisma. La storia e le illustrazioni sono di Antonella Battilani (che raffigura il terremoto come un coccodrillo cattivo e non nasconde le emozioni dei bambini, tra cui il semplice farsi la pipì addosso). Ma il libro si arricchisce anche dei contributi di Milena Bertacchini e Mario Pennacchio. Disponibile anche in formato ebook. Il ricavato va alle scuole Dante Alighieri di Mirandola. Finora sono stati raccolti più di 6mila euro.


I bambini e il terremotoI bambini e il terremoto. Racconto di una passione che non finisce

Questo libro ha tante facce: la prima è quella dei bambini diversamente abili del centro La Lucciola di Stuffione di Ravarino, che trovano in questo luogo magico la propria dimensione di realizzazione personale e di lavoro. La seconda è la distruzione del terremoto che ha segnato il cetro, rendendolo inagibile e fermando una macchina di serenità unica nel suo genere. La terza faccia è quella sorridente di Patrizia Ori, mamma di uno dei piccoli ospiti de La Lucciola, che scrive una storia in cui a parlare è la villa stessa che ospita il centro, che nonostante le scosse non è crollata. Tutto il ricavato (il libro costa 10 euro) verrà devoluto a La Lucciola onlus di Stuffione di Ravarino.

 

 

 

Ripartire col cuore in mano: le aree commerciali temporanee

Ecco i progetti messi in campo dai Comuni del cratere sismico per ripartire, almeno con il commercio. A spingere per la rinascita ci sono anche i fondi europei

Via Pace a San Prospero
Via Pace a San Prospero

Le chiameremo semplicemente con il loro nome: aree commerciali temporanee. Non che sia una bella definizione, intendiamoci, ma è quello che sono. Zone in cui il commercio vuole rinascere, ma solo temporaneamente. Perché poi l’obiettivo ultimo è fare in modo – tra gli anni che serviranno, in qualche caso solo 5, nei casi peggiori almeno 10 – che tutto torni dov’era prima. Meglio di prima. E, possibilmente, più forte e con più clienti di prima.
Il terremoto nella Bassa modenese ha segnato case, chiese, scuole. Ha distrutto vite, famiglie, serenità.
Ma ha anche cancellato i sacrifici di tante generazioni, quelli racchiusi nei negozi dei centri storici dei Comuni. Che in un batter d’occhio si sono trovati con il commercio appiedato e con la paura di non vederlo rinascere più. E allora la parola d’ordine, nel cratere, è la normalità. Va in questa direzione l’investimento promosso dalla Regione Emilia-Romagna grazie ai fondi europei del programma di sviluppo regionale Fesr. Ci sono nel complesso 10 milioni di euro a fondo perduto stanziati ad ottobre per allestire le aree temporanee artigianali, commerciali e di servizio nelle città colpite dal terremoto. La maggior parte di questi soldi fa parte del programma di finanziamento per privati (9,4 milioni di euro verranno suddivisi tra 776 imprese). Il resto andrà a 21 aree commerciali (15 in provincia di Modena): i fondi sono stati reperiti riorganizzando l’attività dell’Asse 4 del programma.

E i Comuni che hanno aderito ci sono eccome.
A Concordia, ad esempio, l’amministrazione ha scelto l’area di via Martiri della Libertà. È la stessa in cui sorgono le nuove scuole e il municipio provvisorio. Grazie ai fondi europei, sarà qui il nuovo polo del commercio. Per dare ai cittadini una possibilità in più: quella di camminare di nuovo tra i negozi, non importa in quale involucro (se una casa di pietra, in legno o un container), con il gusto perduto di fare shopping e nulla di più.
A Mirandola il luogo della rinascita commerciale si chiama “Il Borgo”, ed è una galleria che si trova all’ex cantina e raccoglie l’iniziativa, la rabbia e l’orgoglio di 25 commercianti. La struttura è la prima nel suo genere. Lo sa bene Confesercenti: il direttore Area nord Mauro Braga spiega infatti che «questi imprenditori si sono messi in gioco con coraggio consapevoli dei rischi, pur di ripartire. Una scelta che ci siamo sentiti di appoggiare, cercando come associazione di offrire loro tutto il sostegno possibile».
E ancora, a San Prospero ci si riorganizza sempre lì, in quella via Pace che era una volta la via principale e che lo è ancora. La strada in cui c’era il municipio – inagibile – e che portava alla chiesa – semidistrutta – è adesso quella che, dopo i moduli temporanei delle scuole, ospita alcune casette in legno. Sono quelle di un negozio di ottica, un parrucchiere, un’edicola. Persone radunate in moduli che profumano di legno e di rinascita.
A Cavezzo c’è Shopbox – che insieme all’area di San Prospero è fuori dai finanziamenti Fesr –, una struttura avveniristica di container impilati. Di quelle che potrebbero sembrare sculture artistiche e centri innovativi, se solo non ci fosse il sapore amaro del terremoto a ricordare a tutti il perché i container sono lì.
E c’è un progetto simile in corso anche a San Felice, in un’area a ridosso del centro: una zona già urbanizzata, costituita da container, ancora di là da venire ma che – nel progetto iniziale – sarà addirittura coperta.
Fuori Modena, perché il cratere sismico non ha badato alle divisioni territoriali, è arrivato anche “Happy centro Crevalcore” per raccogliere quello che restava di 7 negozi del centro. Anche loro pronti ad un via che sa tanto di meritata rinascita.

Cavezzo riparte: «Ci siamo, ditelo a tutti»

Luca Barbieri e Deborah Tolomeo di Camera Caffè

Nasce Shopbox nella Bassa Modenese: le vite “in scatola” dei commercianti nei container, che dopo il sisma del 29 maggio 2012 si reinventano lavori e professioni. 

Le decorazioni natalizie sono luci che si stagliano forti nel profilo convesso della lamiera. Sono punti che brillano su una base grigia. Sono i segni della voglia di sentire le feste anche dopo le scosse. A pochissimi giorni dall’Epifania, le feste a Cavezzo sono le prime dopo il terremoto del 29 maggio: quello che, anche in questo piccolo paese dal centro distrutto, è passato a chiedere il conto in termini di vite umane. Il simbolo del commercio, sette mesi dopo, si chiama Cavezzo 5.9 ed è in piazza Martiri. Fuori ha il colore del sisma (con i container grigi e blu impilati uno sull’altro e le luci di natale che spezzano festose il metallo) e dentro ha la forza di chi ci vuole essere ad ogni costo. Complessivamente, in questa struttura a due piani composta da più di venti container marittimi, trovano spazio 12 attività, partite da poco più di due settimane. Ci sono un bar, un negozio di parrucchieri, un fiorista, una merceria, un negozio di abbigliamento. Ognuno di questi negozi stretti nel metallo porta con sé una storia. Che quasi sempre è una storia di lavoro e di passione.

La testimonianza
Luca Barbieri e Deborah Tolomeo dispensano sorrisi e caffè dal loro bar “Camera Caffé”, che prima era in via Cavour, nel complesso I Glicini. «Abitavamo in una delle palazzine accanto al bar. Sono crollate una sull’altra, e anche il bar è completamente inagibile». Casa (con l’arredamento appena rifatto e il mutuo da pagare) e lavoro che crollano in venti secondi d’inferno, nella vita di questa coppia con un figlio piccolo. «Subito dopo siamo partiti e siamo andati a Riccione per tre mesi – racconta Luca –. Abbiamo trovato in Riviera un’ospitalità squisita, e il campeggio nel quale soggiornavamo ci ha aiutato in più di un’occasione». In quel periodo di difficoltà, Luca ha trovato un lavoro stagionale in un bar della città. Perché è proprio il lavoro il filo conduttore nella vita di questa coppia che non ha mai voluto arrendersi, nemmeno di fronte alla polvere della casa collassata. «Poi siamo tornati – aggiunge ancora Luca –. E mentre a settembre io lavoravo in un bar di Carpi, Deborah allestiva il nuovo Camera Caffé nel centro del nostro paese». Eccolo qui, adesso, il bar rinato: bianco, decorato con attenzione e con spirito di forte accoglienza. Finito il loro turno nel centro commerciale dei container, Luca e Deborah, come tanti altri commercianti del posto, tornano a casa. Che, tanto per cambiare, è ancora un container. Ma il messaggio che esce con forza dalle vite in scatola dei commercianti terremotati è sempre quello: «Fateci lavorare, dite che siamo aperti. Dite a tutti che ci siamo».

Uniti dalle scosse, uniti negli affari
Arriva sempre da Cavezzo un’altra iniziativa congiunta tra i commercianti, compresi quelli che hanno potuto riaprire ai bordi della zona ancora rossa (quella della piazza del leone, quella nella quale è piombato il silenzio, quella intorno alla quale riparte lo stesso la vita): i punti acquisto e gli sconti-scambio. Acquistando qualcosa alla Casa della Gomma, alla fioreria La Corteccia, presso i parrucchieri Fuoriclasse e a Dolcemente si acquisisce un buono sconto del 10% da utilizzare presso un altro dei negozi di questa catena di solidarietà. Che incentiva il consumo fino addirittura al 31 marzo 2013. Per cominciare l’anno all’insegna delle spese e delle storie di ripartenza.

 

L’approfondimento sulle aree commerciali nella Bassa modenese continua