Exodus, viaggio nel dramma del popolo Siriano

“…chi governa allora? Il denaro. Come governa?

Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai”

Riccardo Cristiano – Siria, Ultimo genocidio –

001Sabato scorso è andato in scena presso il Teatro Tenda di Modena, EXODUS, spettacolo teatrale a cura del regista Salvatore Molinaro in cui si è raccontato in maniera profonda e riflessiva il dramma delle popolazioni siriane e la fuga disperata dalle proprie case con ogni mezzo, in ogni condizione, verso un futuro incerto. La rassegnazione dei padri, delle madri. La speranza che vive e brucia ancora, nonostante tutto negli occhi dei bambini, il futuro di un popolo a cui non è rimasto nulla.

I protagonisti di questo spettacolo i ragazzi del Laboratorio Teatrale della Comunità Orione di Magreta Abdullah Yasir, Khalil Abbas Bhatti, Shakeel Abbas Bhatti, Antonio Bonavita, Anna Cesaro, Aziz Fatih, Mohsan Malik, Valentina Maloku, Hicham Sadiri, Ahsan Shabbir hanno commosso il pubblico, in un viaggio di disperazione e speranza attraverso il teatro, poesia e parole, così straordinariamente toccanti.

Note Modenesi ha incontrato il regista e gli attori.

Il regista e attore Salvatore Molinaro
Il regista e attore Salvatore Molinaro

Salvatore Molinaro, come nasce Exodus e la necessità di raccontare il dramma delle popolazioni siriane?
“Avevo voglia di creare uno spettacolo che raccontasse il dramma dei migranti, in fuga dalle più disparate parti del mondo a causa di guerre, dittature sanguinarie, o semplicemente in cerca di un futuro diverso. Nella Comunità Orione ci sono tanti di loro, ma nessun Siriano. Paradossalmente è stata proprio “l’assenza” dei Siriani a convincermi a raccontare la loro storia, la storia di un popolo martoriato da 6 anni di conflitto, un popolo in fuga. I Siriani come rappresentanti di tutti i migranti, quindi anche dei ragazzi presenti in Comunità. Le parole di Exodus, sono tutte parole vere. Escludendo la parte poetica del lavoro, il resto è un minuzioso collage di storie vere, legate perfettamente a costruire un racconto disperato, doloroso, mai pietoso però, sempre dignitoso e speranzoso”.

Quanto è importante coinvolgere i ragazzi in un progetto di così alto spessore sociale?
“Credo che sia importante coinvolgere i ragazzi in qualunque progetto culturale. In passato abbiamo realizzato con il laboratorio, diverse rappresentazioni, quasi tutte commedie molto leggere. Lo scopo era quello di divertirsi e far divertire. Con Exodus, abbiamo fatto il salto in un mondo diverso e i ragazzi hanno potuto saggiare il lato drammatico del fare teatro. Credo che questo salto, questo cambio di direzione li abbia fatti crescere molto non come attori, ma come persone”.

Cosa lasciano a Lei regista, umanamente e professionalmente i ragazzi a fine spettacolo?
“Bella domanda. Ormai con molti dei ragazzi, alcuni dei quali sono con me da tanti anni, si è creato anche un rapporto di amicizia. Altri vanno via, nuovi ne arrivano, ogni anno si riparte con visi sconosciuti e alcuni punti fermi, e si ricomincia. Le difficoltà sono tante: la lingua, la comprensione del testo, tenerli sempre attivi e concentrati, ma alla fine, quando li vedi sul palco, quando senti l’applauso del pubblico, pensi soltanto che tutta l’energia che hai messo in campo per portare in scena lo spettacolo è niente in confronto a ciò che ti ritorna umanamente. Hai solo voglia di continuare!”

002 fotografo Francesco Sani
Mohsan Malik, uno dei protagonisti dello spettacolo commenta riguardo le tragedie che stanno vivendo le popolazioni siriane “per me il mondo sta andando a rotoli e portare in scena Exodus significa far aprire gli occhi alle persone su quello che accade in Siria, di come le persone non hanno più rispetto nel genere umano, di come non hanno rispetto per le religioni degli altri”.

Exodus è un progetto che commuove e fa riflettere. Le sofferenze che questa guerra porta con sé, non possono essere dimenticate o ignorate da noi “spettatori” poiché i morti, i dispersi, le vittime innocenti, gli sfollati in patria e all’estero, sono troppi ed abbiamo quindi il dovere morale ed umano di reagire, di credere ancora nei valori del rispetto, convivenza ed accoglienza umana… e soprattutto ascoltare la voce di chi ha il diritto alla libertà, all’autodeterminazione ed alla dignità, senza alcuna discriminazione etnica o religiosa. Pace, libertà e giustizia per il popolo siriano.

Foto di Francesco Sani.

Sopravvivere alla lunga notte siriana

La Siria vive nella guerra civile da sei anni. La situazione è quanto mai complicata e i fronti molteplici: l’esercito regolare di Bashar al-Assad, le forze di opposizione, i combattenti curdi, ma anche le frange estremiste di Al Nusra e Isis. La soluzione, oggi, non c’è. Fin dall’inizio del conflitto, la fondazione modenese Time 4 Life si è impegnata nell’aiuto ai profughi, soprattutto ai bambini, prima su territorio siriano e poi a Kilis, sul confine turco. Perché si sa: in certe situazioni, ad andarci di mezzo, sono sempre i civili.

In seguito ai recenti fatti che hanno di nuovo portato la tragedia siriana in prima pagina, nei giorni in cui la Siria sembra diventare materia per una rinnovata “guerra fredda” fra USA e Russia, abbiamo parlato con Lanfranco Maini, volontario di Time 4 Life e responsabile del progetto a Kilis. Che, fra una considerazione e l’altra, ci ha invitati tutti alla fiaccolata in ricordo delle vittime che si terrà questa sera in Piazza Grande a Modena, alle 21:00.

Lanfranco Maini
Lanfranco Maini

Lanfranco, Time 4 Life oggi porta aiuti in diversi paesi, ma è nata proprio con le missioni sul confine turco-siriano. Com’è successo?
Elisa Fangareggi, la presidente, cominciò ad andare ad Aleppo alla fine del 2011, era appena scoppiata la guerra civile. Iniziò raccogliendo aiuti in maniera personale, portandoli lei stessa tramite un amico che aveva parenti ad Aleppo. Con il passaparola trovò altre persone con cui collaborare e allestimmo un ospedale pediatrico ad Aleppo: funzionò per due o tre mesi, poi fu bombardato, per fortuna senza vittime. A quel punto seguimmo il percorso dei profughi spostandoci a nord, verso la Turchia, zone allora più sicure. Per un anno operammo nel campo di Bab Al Salam – sul confine, ma in territorio siriano – poi anche lì vennero meno i requisiti di sicurezza, quindi passammo il confine assieme a tanti profughi e ci fermammo nella prima cittadina, Kilis. Siamo lì da tre anni e interveniamo sull’emergenza. Abbiamo il nostro referente locale che ci coadiuva nella distribuzione degli aiuti: circa 150 bambini sono sostenuti dall’Italia e ricevono mensilmente un pacco alimentare che permette a loro e alla famiglia di patire un po’ meno la fame. Riusciamo anche a fornire un minimo di copertura sanitaria.

Qual è la situazione al campo profughi di Kilis?
Kilis è a 7 km dal confine. Era un posto tranquillo di 80.000 abitanti, che viveva di agricoltura e di quel poco commercio con la Siria. L’arrivo di 140.000 profughi ha destabilizzato il tessuto sociale e i servizi socio-sanitari. Negli ultimi tempi sono arrivate anche nuove famiglie, questo va di pari passo con ciò che accade al di là del confine. I profughi sono sistemati in alloggi di fortuna come garage, capanne, case abbandonate o in costruzione. Quando entro vedo bambini scalzi, gente senza luce e con un rubinetto di acqua fredda in comune con altre tre o quattro famiglie. E penso che erano famiglie come la mia, che avevano i nostri standard di agio e comodità. Persone che, da un momento all’altro, hanno preso i sacchetti della spesa, li hanno riempiti con qualche vestito e sono scappati. Alcuni prima di me li hanno visti attraversare campi minati coi bambini, mettendo un materasso davanti all’altro per cercare di non far saltare le mine. Li abbiamo visti dormire in buche scavate nei campi coltivati.

Bambini profughi a Kilis
Bambini profughi a Kilis

Che cosa si capisce della questione siriana vedendo certe cose di persona?
Ti rendi conto di tante cose. Per esempio, di quanto il governo turco, fino a qualche mese fa, non avesse le idee chiare. Accoglieva i profughi, ma lasciava passare anche persone poco raccomandabili. Alcuni venivano in Turchia per fare acquisti, si rifornivano di apparecchi tecnologici e altro. All’inizio del 2016 la Turchia cominciò a costruire un muro sul confine e l’Isis, vedendosi chiudere il passaggio, prese a tirare colpi di mortaio e missili sul territorio turco confinante. Io l’ho visto, a Kilis abbiamo avuto 22 vittime fra cui 8 bambini. Le persone hanno vissuto nel terrore per cinque o sei mesi, e noi abbiamo dovuto sospendere le missioni per un periodo perché era troppo rischioso. Dopodiché, con il benestare dei russi, la Turchia ha creato una fascia di sicurezza di 20-30 km per proteggere il confine.

Il 4 aprile c’è stato l’attacco con armi chimiche a Idlib, e non è il primo. In seguito all’attacco chimico del 2013 Obama non è intervenuto militarmente. Trump, invece, sì. Come vengono vissute queste cose a Kilis?
Sempre con terrore. Idlib è a 40 km da Aleppo, in linea d’aria saranno 80 km dal confine con la Turchia, quindi la paura c’è. Il contesto mediorientale è una polveriera, per questo motivo la risposta di Trump va ad aggiungere confusione dove ce n’è già abbastanza. Secondo me Obama aveva un piano di politica estera che poteva piacere o no, ma era ben definito, ossia non intervenire direttamente in quella zona. Questo nuovo presidente sembra agire secondo un opportunismo immediato, senza una politica di fondo, e lo vedo come un elemento estremamente negativo. La sua è stata una dimostrazione di forza, mi sembra un personaggio a cui piace fare il cowboy.

Come mai rispetto agli attacchi chimici c’è sempre confusione nell’attribuzione della responsabilità?
Adesso sembra certa la responsabilità dell’esercito regolare siriano, ma per qualche tempo ci sono state ipotesi raffazzonate. Di fronte a queste cose, ripeto: purtroppo il Medio Oriente non è semplice. Oltre alle strategie politiche e militari, ci sono strategie di intelligence che, secondo me, sono a capo di tante azioni militari volte a destabilizzare o conquistare obiettivi. Bisogna anche dire che all’inizio di questa guerra in tanti hanno visto il proprio tornaconto. Alla Turchia faceva comodo finirla coi Curdi una volta per tutte, alla Russia faceva comodo avere lo sbocco sul Mediterraneo… tutta una serie di ragioni che portano sempre al peggio. Nel 2011 le persone che sono scese in piazza in Siria sono partite da presupposti giusti, ma in queste situazioni ci si infila sempre il peggio del peggio. E c’è chi dall’Occidente foraggia tutto questo per i propri interessi.

Consegna di carbone per l'inverno a Kilis
Consegna di carbone per l’inverno a Kilis

La Siria è coinvolta anche quando si parla di flussi migratori: in Italia è appena stato approvato il decreto Minniti-Orlando, lei cosa ne pensa?
Per me i decreti rimangono regole per risolvere qualcosa, ma il problema grosso andrebbe risolto a monte, a livello di Europa e di ONU. Ci vorrebbe un’Europa di governo, che avesse dei riferimenti nelle zone critiche o negli stati vicini. Per quanto riguarda la Siria parliamo di rifugiati, gente che scappa perché ha dei bambini, vuole mangiare, non vuole morire e non guarda le condizioni del posto in cui arriva. Il nuovo decreto è per gli immigrati in generale, non per i rifugiati in particolare. Forse è un palliativo, ma dovrebbe regolamentare un po’ meglio il precedente stato di cose.

Un’altra notizia fresca è il G7 degli Esteri, appena concluso a Lucca. Il ministro francese Ayrault ha detto “Non c’è una soluzione per la Siria finché Assad è al potere”. È vero?
È una frase lapidaria e molto da “buone intenzioni”. Se si vuole vedere il mondo perfetto, sì, è così, ma purtroppo bisogna essere più concreti. Assad e la sua parvenza di democrazia sono una dittatura a tutti gli effetti. D’altra parte, senza questo cosa succede? Nel mondo musulmano c’è una frammentazione religiosa e di potere impressionante, c’è un grande odio fra fazioni e non si esita a tirar fuori le armi. Non so cos’abbia in mente il ministro degli esteri francese, e quello che hanno in mente i francesi a volte mi fa un po’ paura. In Libia hanno scatenato un putiferio, ma la Libia è a 200 km dalle nostre coste e i problemi arrivano in Italia. Sono discorsi da inserire in un contesto di macropolitica: in Europa, non essendoci una politica comune, ciascuno guarda ancora ai suoi interessi economici.

Secondo lei come andrà a finire?
Per avere un’idea sul futuro della Siria ci vuole una bella sfera di cristallo. Ci vorrà tanto, tanto tempo. Ne uscirà un paese massacrato, basta guardare le foto di com’era Aleppo prima, un città di cultura e benessere, e com’è ridotta adesso. Ci vorranno anni per ripulire la zona e per la risoluzione militare. E poi, un grosso punto interrogativo sul “dopo”: i tempi di ricostruzione civile e, spero, democratica saranno ancora più lunghi. A parte i morti e le cose più tangibili, c’è anche la disgrazia di avere distrutto una convivenza, e rimettere assieme questo non è semplice. Poi ci sono gli altri interessi. La Russia ha la sua fetta di importanza territoriale e strategica, l’Europa e gli Stati Uniti ne vogliono un’altra: torniamo alla contrapposizione di due blocchi e nel mezzo tanta gente che muore.

Nell’immagine di copertina, una veduta di Kilis.

Il biglietto per la Germania è molto caro per i siriani

La polizia di Varese ha fermato un traffico di stranieri che partivano dalla Sicilia a Saronno, passando per Modena, con meta finale il nord Europa. Funzionava così: i profughi siriani arrivavano in Sicilia, dove venivano contattati da un imprenditore di una ditta di volantinaggio, Khalid Saleh, nonchè attivista di organizzazioni umanitarie. Poi da Pozzallo, provincia di Ragusa, Saleh forniva ai profughi le indicazioni per raggiungere la Lombardia – in autobus o treno – dove i siriani venivano ospitati in un hotel di Saronno, naturalmente non registrati.

A quel punto venivano accompagnati a Modena, dove partiva l’autista – un modenese di Marano sul Panaro – che in auto li portava oltre il confine, soprattutto in Germania, Austria e Danimarca. All’autista modenese andavano 1000/1500 euro. Un siciliano che parte da Catania e vuole arrivare a Dusseldorf con Ryanair paga circa 32 euro e ci mette due ore e mezza. Ma per i profughi siriani la via verso il nord è molto più costosa e complicata.

Si trattava quasi sempre di famiglie con bambini. La maggior parte dei minori sbarcati in Italia nei primi 6 mesi del 2014 sono siriani: 1542 su un totale di 2124 minori. L’età media è molto bassa: 5 anni. Di solito sono accompagnati da uno o entrambi i genitori, ma ci sono molti casi di minori soli, non accompagnati.

Vedi anche: L’Italia, il paese dove nessuno vuole stare? I paradossi dei flussi migratori

A scappare dalla Siria sono quasi sempre persone appartenenti alla classe media, gli unici che hanno i soldi per permettersi un viaggio così lungo e costoso. C’è chi ci mette anche 2 anni, passando dal Libano e dall’Egitto. E a ogni tappa ci sono soldi fa sborsare.

Come abbiamo visto l’Italia non è quasi mai il paese dove i profughi vogliono restare, anche se è quello dove sono obbligati a stare secondo il Regolamento di Dublino perché è il primo paese che li accoglie. Per questo motivo spesso evitano di farsi identificare dalle autorità, ed è in questo momento che “operatori turistici” come Khalid Saleh e l’autista modenese intervengono: li portano via dalla Sicilia e poi, in cambio di un biglietto per niente low cost, li portano via dall’Italia.

Immagine di copertina, photo credit: CharlesFred via photopin cc, tratto dall’album “Springtime in Syria

Essere cristiani in Siria in questi giorni

«Scrive Laila da Damasco e io la traduco, perché si sappia: Essere siriani in questi giorni significa che un terzo dei tuoi amati è sotto terra, un terzo in viaggio e un terzo ha paura di finire nel primo o nel secondo gruppo. Essere siriani in questi giorni significa piangere quando sei allegro e quando sei triste e quando nasci, ma sorridere quando muori».

de francesco  Così recita su facebook un post del 6 luglio di Ignazio De Francesco, religioso della Piccola Famiglia dell’Annunziata, islamologo, che è stato recentemente a Modena ospite del Centro di accoglienza Porta Aperta insieme all’antropologo Daniele Cantini, per una serata di riflessione durante la quale si è cercato di spiegare ai presenti cosa succede al di là del Mediterraneo, in Siria ed Egitto.

Tra i vari argomenti trattati nel corso dell’incontro, il pubblico ne ha voluto sapere di più sulla situazione dei cristiani in Siria, che come tutti sanno sono una minoranza.
Molto interessante la lettura dei fatti proposta a riguardo da Ignazio De Francesco, che ha vissuto per molto tempo a Damasco e ha potuto spiegare con estrema chiarezza e puntualità la situazione.

«La mia lettura dei fatti è che tutto è nato, nel marzo del 2011, dalla sollevazione della società civile, in particolare dei giovani siriani, per motivi del tutto condivisibili, civili nel senso più alto del termine – ha esordito De Francesco – Che questo virgulto iniziale sia stato poi sommerso, schiacciato, calpestato dal sopravvenire di attori ben più potenti, sia interni che esterni, non toglie che esso sia la verità più profonda ed autentica dell’intera faccenda. A questa verità semplice e profonda il regime ha risposto immediatamente con la pura opzione militare. Sparare e nient’altro. Ha deciso cioè molto consapevolmente di militarizzare subito il confronto, trasformandolo in un campo di battaglia. Le testimonianze in proposito sono indiscutibili (a chi volesse approfondire consiglio il numero di febbraio di Limes, dal titolo Guerra mondiale in Siria). Così facendo, il regime ha dato mostra della propria natura, dell’impossibilità cioè di riformarsi, trasformarsi da sistema dittatoriale in democrazia».

E per sopravvivere, si è presentato, era ovvio aspettarselo, come il difensore delle minoranze, prima fra tutte i cristiani.
Lo stato di polizia deve rimanere per la difesa dei cristiani. Grande tentazione per la nostra coscienza e cosa per nulla inedita nella lunga storia della Chiesa: quante dittature e tiranni abbiamo benedetto e considerato “provvidenziali”, a Est Ovest Nord e Sud del mondo? Basti guardare agli ultimi cento anni.

I crimini efferati che si stanno commettendo in Siria, anche dalla parte degli insorti, funzionano così come la prova migliore che un tiranno è necessario per quelle terre, e che i cristiani devono quindi parteggiare per lui e considerarlo come il Salvatore delle proprie sorti.
Fosse anche Nerone, i cristiani benedicono Nerone, se li ha presi in simpatia.
Ma la mia coscienza di cristiano può sopportare questa “capriola” nelle verità del Vangelo?”

Nell’aprile del 2012 Ignazio De Francesco scriveva da Il Cairo la notizia che riportiamo di seguito e che «considero la risposta diretta – afferma De Francesco – dall’interno della Siria, dalla generazione dei giovani cristiani che dovranno ricostruire il paese, insieme ai loro coetanei musulmani, alla domanda che qui vi pongo».
Nei giorni scorsi è giunta conferma della scarcerazione di Yara Shammas, un’attivista siriana cristiana arrestata due mesi fa a Damasco, e rinchiusa a Homs con l’accusa di sostegno ad attività terroristiche e di appartenere a un’organizzazione segreta. La Shammas, 21 anni, figlia di Michel Shammas, avvocato noto per aver difeso numerosi dissidenti, era stata fermata dai servizi di sicurezza lo scorso 7 marzo a Damasco assieme ad altri giovani attivisti. Del gruppo di nove, due rimangono ancora in carcere ma non si sa dove sono rinchiusi. Gli occhi timidi di Yara sono una risposta sommessa, quasi anonima, ma chiara e netta, a chi pensa che i cristiani infallibilmente benedicono Nerone, a patto che Nerone protegga i cristiani.

(Immagine in evidenza: particolare degli affreschi della Chiesa di Sant’Elia, Homs, Siria. Uno scatto di syrialooks via photopin cc)

Economia (di guerra) in ripresa, presto assunzioni

Lavoratori del mondo unitevi. Correte, anzi accorrete perché la crisi economica ha una fine!!! O almeno un pezzo di essa conoscerà nuova vita, una rinascita che darà posti di lavoro e benessere. Si cercano operai, tecnici, ingegneri e qualsiasi altra mansione utile. L’importante è fare domanda nelle aziende giuste, cioè quelle delle armi.
Infatti, questo noioso periodo di scarsi interventi militari, senza azioni in grande stile e con grande dispiegamento di mezzi sta finendo. E’ stato individuato un nuovo cattivo, un diavolo da punire, insieme a tutti coloro che lo amano o che, sfortunatamente, ci abitano vicino.

Così partiranno dalle nostre navi i missili da 1,5 milioni di euro l’uno; le navi si sposteranno con grande uso di carburante e risorse di contorno, si avrà bisogno di viveri e vestiti. Che indotto, lavoratori!!!! Vedete che i vostri governi non vi lasciano soli, non si dimenticano delle vostre necessità, ma pensano sempre ad un modo che possa tenere viva un’economia che stenta e che non vive di se stessa. Non siate timidi, presentate domanda!!

E se qualcuno è assalito da dubbi, interrogativi di coscienza o buchi di ignoranza, non dubiti: questa è un’azione giusta, è doverosa. Non si possono aspettare altri due anni di guerra civile e massacri fratricidi. Hanno esagerato questa volta. Va bene che sono affari loro, ma finché usano pugnali e spade e qualche schioppo – che gentilmente vendiamo loro, ad entrambe le parti, però, per non sentirci parte di uno o dell’altro -; ma se iniziano ad usare quei strani gas, eh no! Noi controlliamo tutto, abbiamo una rete di satelliti, microfoni e videocamere che copre ogni centimetro del globo; ma ancora non sappiamo dove tira il vento; e se soffia dalla nostra parte il gas arriva a noi. Mica lo abbiamo inventato, brevettato, inscatolato e venduto per respirarcelo noi.

Questa è un’azione giusta. Occhio, leggete bene un’azione non una guerra. La guerra santa ce l’hanno gli altri, maledetti criminali! Noi abbiamo una doverosa azione di diritto internazionale, ben più nobile di qualsiasi crociata.
E utile, lavoratori, ricordate! Le nostre fabbriche riprenderanno solerti la produzione, in attesa che si svegli il prossimo settore, magari quello edilizio, perché quando avremo fatto tabula rasa con i nostri colpi chirurgici e mirati, qualcuno dovrà costruire di nuovo. E non potranno essere i cinesi!
Lo facciamo per voi lavoratori: la nostra economia deve ripartire e chi ha investito tanto per il bene della nazione in fabbriche e infrastrutture dovrà, prima o poi, rientrare delle proprie fatiche e dei propri rischi…

(immagine in evidenza: elaborazione grafica da uno scatto di photo credit: Hamed Saber in Licenza cc)