La città “in questo momento”: il workshop di Stefano Ricci all’Istituto Venturi

“In questo momento” è il workshop che l’artista Stefano Ricci ha tenuto dal 18 al 21 ottobre presso la sede storica del Venturi, in Via Belle Arti, nell’ambito dell’Alternanza Scuola-Lavoro. Il progetto è stato coordinato da Antonella Battilani, docente di Laboratorio Grafico, con la partecipazione di Margherita Mantovani e Marilena Ballotta, docenti di Discipline Pittoriche. Hanno partecipato le classi 4D e 4E del corso liceale di Grafica e le classi 4F e 4G del corso liceale di Arti Figurative. Chiari gli obiettivi: grazie al contatto con Stefano Ricci – artista di fama internazionale e con una grande esperienza di docenza – , permettere a ciascuno studente di immergersi completamente nella concezione e nello sviluppo di un’opera d’arte complessa e completa. I lavori prodotti saranno in seguito esposti presso la Galleria ArteSì di Modena.

Studenti del Venturi con Stefano Ricci
Studenti del Venturi con Stefano Ricci

Il workshop ha visto inoltre la partecipazione, fianco a fianco delle quarte coinvolte, di due ospiti esterni speciali. “E’ una fortuna avere con me dei “clandestini” – sorride l’artista -, cerco sempre di farlo. Portano conoscenza, un sapere tecnico: è un confronto fra età sempre molto utile”.
Il primo è Ahmed Ben Nessib, 24 anni, originario di Tunisi. Dopo la maturità si è trasferito in Francia dove frequenta il terzo anno dell’EMCA (Ecole des métiers du Cinéma d’Animation) ad Angoulême. Attualmente trascorre il periodo all’estero previsto dal suo corso di studi presso la Scuola del Libro di Urbino. “Io personalmente ho già fatto workshop con Stefano in Francia e a Gorizia – spiega -. Ci siamo incontrati in Francia, quindi adesso che sono in Italia mi ha proposto di venire qui.” Il secondo è Samuele Canestrari, 20 anni, marchigiano. Ha frequentato il liceo artistico presso la Scuola del Libro di Urbino e sta completando il secondo anno di perfezionamento post-diploma che la stessa scuola offre. “Io mi sono accodato – racconta -. E’ uscito il discorso a cena con Ahmed e mi sono detto: proviamo a uscire anche solo per un attimo da quelle quattro mura in cui vivo ormai da 7 anni”.

Assieme a Stefano Ricci, Ahmed e Samuele ci hanno raccontato “In questo momento” e le loro impressioni a caldo.

Stefano, in che cosa consiste questo workshop?
Stefano Ricci: Propongo agli studenti di uscire la mattina per un’ora e cercare una cosa che succeda in questo momento, qualcosa che incuriosisca prima di tutto loro. Poi propongo loro di disegnarla in esterni o di fotografarla. Io li aspetto dove lavoriamo e li ascolto uno per uno, singolarmente, su quello che hanno visto, e guardo quello che hanno disegnato. Qui, propongo di ridisegnare senza schizzi, ma direttamente a pennello correggendo in bianco, su formato A3 orizzontale o verticale. Da quello che hanno disegnato propongo di tagliare uno o più stencil per avere più mascherine di stampa. Poi di stampare più copie, per avere una serie di variazioni, e di completarle stampando l’ora in cui hanno visto quello che hanno visto. Questo permette in una giornata di avere un arco che va dall’osservazione, al disegno, alla riproduzione, alla serialità di copie uniche, e permette di disegnare in ogni passaggio.

Samuele Canestrari e Ahmed ben Nessib
Samuele Canestrari e Ahmed ben Nessib

Ahmed e Samuele, voi siete l’anello di congiunzione in questo gruppo: siete più grandi dei ragazzi che avete conosciuto, e dall’altro lato c’è l’artista. Come la vivete?
Ahmed: È una cosa che vivo anche a Urbino. La statale dove c’è il perfezionamento è anche un liceo, quindi questo periodo l’ho passato anche con ragazzi di 14 anni. Ed è curioso… La storia dell’arte, la storia del cinema, l’arte contemporanea, sono cose che ho scoperto veramente tardi: avendo fatto la maturità in Tunisia non sono cose che ho studiato, quindi ho scoperto questo mondo a 19 anni. Invece arrivo qui e trovo dei bambini che conoscono già tutto… È fantastico!

Samuele: È stata una delle prime volte che ho lavorato in questo modo. È curioso il fatto che quest’estate io abbia odiato quello che abbiamo fatto oggi, perché ho lavorato per tre mesi in una fabbrica di serigrafie. Il background è lo stesso, cioè avere delle matrici che producono teoricamente la stessa immagine. All’inizio mi sono detto “Nooo, ritorna questo mostro”, invece è stato confortante. Capisci che la tecnica è la stessa, ma la situazione completamente diversa, quindi anche lo stato d’animo è diverso.

Stefano Ricci: Infatti disegnare per la serigrafia, o per gli stencil, è una tecnica che ti porta a tradurre il disegno in una sintesi di luci e di masse che può essere una forzatura, ma è un grande esercizio. La sfida è anche lavorare con due strumenti che hanno un carattere completamente diverso. Il pennello è uno strumento molto sensuale, il cutter è molto crudele. Quindi, come rendere esatto il pennello e come rendere più dolce il taglio? C’è un disegnatore argentino che ho amato molto che si chiama Alberto Breccia. A un certo punto invece di usare il pennino ha cominciato a usare una lametta. Con la lametta riusciva a fare un segno come un capello, anche più sottile forse, però la lametta tagliava la carta e dove tagliava la carta l’inchiostro si apriva. Ha trasformato uno strumento così, anche pericoloso, in uno strumento lirico.

Per Samuele e Ahmed: le vostre impressioni a caldo su Modena?
Samuele: È difficile da dire, è completamente diverso da dove veniamo. Quando abbiamo visto questa città tutta ordinata, tutta “disegnata”, ci siamo detti “Ecco, adesso ci spennano”, invece non più di tanto. Le persone sono cordiali, mi sembra che amino quello che hanno nella loro città. Ieri abbiamo pranzato al Mercato Albinelli e non avevamo mai visto un mercato coperto così. Magari è stata un’impressione romantica…

Ahmed: È strano perché siamo stati a Bologna per due giorni, dove c’è una vita intensa, di persone, di studenti. Modena da Bologna è mezz’ora, ma arrivando qui c’è… silenzio, calma, tutto pulito. E’ tedesca come situazione! E devo dire un’altra cosa, forse non è politicamente corretto ma è vicino alla mia situazione. Io vengo dal Nord Africa e guardo sempre gli stranieri per sapere come si vive qui. A Urbino, a Pesaro e anche a Bologna ho incontrato delle persone che vengono dall’Africa. Cercano di incontrare gente per la strada, per chiedere un lavoro ad esempio. Qui, da quando sono arrivato, non è che non ci sono… in Norvegia per esempio non c’è una persona che non sia completamente bianca. Qui ci sono, però sono vestiti alla moda, hanno la bicicletta… Lo so, è esotico come punto di vista!

Per finire, Stefano, ci sono lavori particolarmente interessanti fra quelli prodotti dai ragazzi e dalle ragazze del Venturi?
Stefano Ricci: Molti. Molti lavori sono belli, anche di natura diversa. Molti di loro hanno trovato una semplicità nell’osservazione che li ha portati dritti anche a una semplicità compositiva e tecnica. Altri hanno avuto nel disegno un impianto più complesso, quindi un passaggio in stampa più difficile. Ma va bene, va bene così.

Questa volta a partire per l’America sono 2.175 kg di cultura

Forse non tutti sanno che sparsa in giro per il mondo esiste una rete di scuole italiane, istituti statali o paritari che vanno dalla scuola d’infanzia alla secondaria di secondo grado, che insegnano la nostra lingua e cultura soprattutto a figli di emigranti o a quelli di connazionali impegnati per lavoro all’estero. Le paritarie, cioè scuole non statali abilitate però al rilascio di titoli pienamente riconosciuti, sono esattamente 43, la maggior parte delle quali è costituita da istituti onnicomprensivi presenti in Europa, Africa subsahariana, area mediterranea e Medio Oriente, Americhe. Due di queste – il Colegio ‘Agustìn Codazzi e il ‘Bolìvar y Garibaldi’ – si trovano a Caracas, capitale del Venezuela.

Panoramica di Caracas
Panoramica di Caracas

Nel giugno scorso, un gruppo di docenti nominati dal Ministero degli Affari Esteri sono volati a Caracas in qualità di commissari d’esame di maturità presso il Codazzi. Di questa commissione ha fatto parte il prof. Fabio Bertarelli, docente di informatica dell’ITC Barozzi di Modena. «Era l’ultima sera di permanenza in Venezuela – racconta – e, durante una cena informale, i colleghi della scuola di Caracas ci hanno raccontato quanto per loro sia difficile reperire i libri di testo per sé e per gli studenti. Insegnano usando supporti antichi di vent’anni. Pensando a quanti libri i nostri ragazzi ogni anno divorano e poi rivendono per acquistarne di nuovi oppure vengono lasciati sugli scaffali delle librerie, ho proposto di attivarci insieme: noi modenesi avremmo raccolto i libri mentre loro avrebbero organizzato il trasporto navale dall’Italia al Venezuela. Così abbiamo fatto. E la risposta dei modenesi ha superato ogni aspettativa e obiettivo. Abbiamo raccolto una quantità tale di testi da soddisfare l’esigenza di scuola elementare, media e liceo scientifico delle scienze applicate».

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Il professor Bertarelli

In poche settimane, durante le afose giornate di luglio, sono stati portati all’istituto Barozzi oltre 5.500 testi scolastici per un totale 2.175 kg di “cultura aggiornata” destinata agli alunni del “Codazzi”. Così l’abitudine ormai consolidata del riuso dei testi scolastici ha sposato un progetto nato oltreoceano da un’esperienza di routine.

Il primo carico di libri, 440 testi scolastici, arriverà a destinazione a fine settembre e un collegamento via Skype tra gli studenti del Barozzi e del Codazzi farà da ponte virtuale.

Natale al Colegio "Agustin Codazzi".
Natale al Colegio “Agustin Codazzi”

La mobilitazione di Bertarelli trova il suo perché nel quadro socio-economico decisamente delicato del Venezuela. Dal punto di vista economico, il paese sudamericano – la cui principale risorsa è il petrolio – vive una pesantissima fase di recessione dovuta al crollo mondiale del prezzo dell’oro nero. Una crisi aggravata da un’inflazione galoppante che ha ridotto enormemente il potere d’acquisto della popolazione. Inoltre in Venezuela, a causa delle enormi diseguaglianze sociali, la violenza è all’ordine del giorno. Vanta il triste primato di essere il secondo paese al mondo, dopo l’Honduras, con la più alta percentuale di omicidi rispetto alla popolazione. Insomma, una situazione esplosiva che impedisce un clima sociale sereno. Di qui, l’iniziativa di solidarietà partita da Modena.

«I ragazzi del Codazzi – continua Bertarelli – studiano su testi vecchi e, fino ad ora, l’adeguamento e il completamento dei programmi disciplinari si è avuto solo grazie al forte impegno dei professori di Caracas attraverso l’uso di materiale autoprodotto. Credo si debba garantire un degno livello di istruzione agli studenti d’oltreoceano».

Sessantaquattresima cerimonia di consegna diplomi maturità 2014 al Colegio "Agustin Codazzi"
Sessantaquattresima cerimonia di consegna dei diplomi di maturità nel 2014 al Colegio “Agustin Codazzi”

In questa esperienza è stato fondamentale l’aiuto dell’Istituto italiano di cultura di Caracas nella figura dell prof.ssa Erica Berra e della referente del Codazzi prof.ssa Margarita Tullio che hanno subito sposato e accompagnato il progetto in tutte le sue fasi. Ha collaborato Coop Estense che ha fornito i bancali, i cartoni e tutto il materiale utile per l’imballaggio mentre la pesatura dei pallet è stata fatta grazie all’aiuto della officina Masetti di San Damaso con una macchina che ha permesso di pesare i bancali senza spostarli dall’Istituto Barozzi dove erano dislocati.

«Stiamo tenendo i contatti che ci auguriamo possano portare una sinergia tra Modena e Caracas, dandoci una mano per garantire il diritto allo studio a tutti e tenere viva l’istruzione attraverso i libri» conclude Fabio Bertarelli con un gran sorriso sulle labbra.

L’arte di imparare ad imparare

Maria Montessori diceva che “se si è imparato ad imparare allora si è fatti per imparare” e che “quando la mano si perfeziona in un lavoro scelto spontaneamente, e nasce la volontà di riuscire, di superare un ostacolo, la coscienza si arricchisce di qualcosa di ben diverso da una semplice cognizione: è la coscienza del proprio valore”.

Il metodo educativo che porta il suo nome incoraggia l’incontro e il rapporto dell’essere umano e in particolare del bambino con la natura e tramite l’educazione cosmica, si apprende che tutti gli esseri viventi sono in forte connessione tra loro, incoraggiando il bambino al rispetto e alla solidarietà verso ciò che lo circonda.

maria-montessori“L’idea è quella di portare un cambiamento a partire dall’educazione: sognavamo una scuola dove i bambini fossero liberi di muoversi e di scegliere, dove fosse valorizzata la diversità e promossi l’autonomia e il senso critico, dove fosse possibile lavorare cooperando con gli altri bambini: una scuola senza giudizi , né voti, né premi, né punizioni, né competizione. E così a Carpi abbiamo creato questa associazione – spiega la presidente Angela Gozzi, mamma di tre bimbi che lavora nell’ambito della disabilità – Crediamo che la scuola sia, dopo il contesto familiare, un luogo di crescita importante non solo da un punto di vista cognitivo ma anche di sviluppo personale sotto molteplici punti di vista: relazionale, dell’autonomia, di riconoscimento e crescita delle proprie capacità individuali. Un luogo dove sperimentarsi e coltivare l’innato desiderio di apprendere in un clima di cooperazione, rispetto e valorizzazione della diversità”.

montessori2Nel 2011 un gruppo di genitori, educatori ed insegnanti accomunati dalla volontà di promuovere e divulgare l’approccio educativo di Maria Montessori sia a livello familiare che scolastico, decidono di unirsi e lavorare a questo progetto educativo. Attualmente, a livello regionale (Bologna, Modena, Parma) sta nascendo una rete fra tutte le realtà associative simili a Scuola amica dei bambini.

“La prima volta che abbiamo provato a spiegare ad un dirigente scolastico che ci aveva chiesto in cosa consisteva il metodo Montessori, che esso prevede la libera scelta del bambino in ogni attività a cui si approccia, all’udire queste parole stava per cadere dalla sedia!” sorride Angela.

Il metodo Montessori in realtà non è un metodo ma un “aiuto alla vita”: Maria Montessori, medico e scienziata, osservando e lavorando con i bambini capì una cosa rivoluzionaria ovvero che se inserito in un ambiente adatto, cioè dotato di materiali scientifici sensoriali, il bambino può scegliere liberamente all’interno di queste proposte e l’apprendimento avviene in modo naturale.

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I materiali scientifici sensoriali sono stati studiati e costruiti dalla Montessori e permettono di “concretizzare i concetti astratti”: coinvolgono più sensi e prevedono l’autocorrezione consentendo al bambino di apprendere in modo autonomo – spiega Gozzi – In questi anni, l’associazione ha attivato alcune sperimentazioni: a Carpi, dal 2012, nella scuola pubblica primaria di Santa Croce (4 classi) e nella scuola privata dell’infanzia Mary Poppins (due classi); a Modena, dal 2014, nella scuola pubblica primaria di Cittanova e nella scuola privata dell’infanzia a Cittanova.

I docenti delle rispettive sperimentazioni si stanno formando al Corso di Differenziazione Didattica Montessori che si sta svolgendo a Carpi e che termina a luglio 2015 e auspichiamo che nel tempo tutto questo porti alla nascita di vere e proprie scuole Montessori”.

Questo filmato mostra una “scuola dei bambini” ispirata ai principi montessoriani. Le immagini sono accompagnate da un commento che si avvale delle parole di Maria Montessori.

Arte & scuola: il progetto “Graziosi Around”

La Fontana dei Fiumi in Largo Garibaldi, la fanciulla col cesto al Mercato Albinelli e il putto con l’oca in Piazza XX Settembre hanno una cosa in comune: sono opere dell’artista modenese Giuseppe Graziosi. Nato nel 1879 a Savignano sul Panaro e morto nel 1942, Graziosi si è formato a Modena e a Firenze come scultore e pittore, per poi lavorare attivamente in diverse parti d’Italia sia come artista, sia come accademico. Il suo lascito a Modena è una trama di opere pubbliche integrate al tessuto artistico più datato che permea la città, e la Gipsoteca Graziosi presso il Museo Civico che conserva le bozze in gesso di molte sue realizzazioni.

Oggi, a 73 anni dalla morte, l’artista è diventato il protagonista di Graziosi Around, un progetto di valorizzazione che si snoda tra la città e alcune aree della provincia e che coinvolge scuole superiori, realtà culturali e aziende del territorio. Capofila è l’Istituto d’Arte A.Venturi di Modena, assieme all’Istituto per le Tecnologie Agrarie L. Spallanzani di Savignano e all’Istituto Alberghiero di Serramazzoni, in collaborazione con il Museo Civico di Modena, il comune di Savignano, Fiab Modena, Cotamo RadioTaxi, con il supporto dell’Agenzia di Comunicazione Intersezione e dell’Ufficio Stampa del Consorzio Mercato Coperto Albinelli.

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GRAZIOSI AROUND: ARTE E TERRITORIO SI FONDONO ATTRAVERSO LA SCUOLA 

Lo scopo di “Graziosi Around”, vincitore del concorso “I Love Beni Culturali 2014-2015”, è la realizzazione di un itinerario crossmediale tra le opere e i luoghi dell’artista nel territorio modenese. Il risultato sarà una mappa tematica cartacea collegata a strumenti web tramite l’utilizzo di codici QR, dunque uno strumento che incrocia diversi supporti e canali di comunicazione permettendo un’esplorazione del tema a 360°.

Dopo una necessaria fase di studio sulla figura di Giuseppe Graziosi, le tre scuole coinvolte stanno attualmente portando avanti con i professori di riferimento le azioni che rispondono alle proprie specificità. Gli studenti delle classi 4H e 4E dell’Istituto Venturi si stanno occupando della mappatura delle opere che costituiranno l’itinerario, nonché della redazione di schede e testi per la mappa cartacea e il sito web. Se la classe 4H, del corso di Architettura, abbina al progetto l’approfondimento dell’evoluzione architettonica e urbanistica di Modena in relazione alle opere pubbliche di Graziosi, la classe 4E del corso di Grafica si occupa della realizzazione dei supporti comunicativi e della grafica coordinata, tra cui il logo (ideato dalla studentessa Serena Gennari), la pagina Facebook e la produzione di reportage fotografici e video.

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Grazie al coinvolgimento degli altri due Istituti, poi, il progetto esce dai confini della città e dell’arte in senso stretto. L’Istituto Spallanzani di Savignano, terra d’origine di Graziosi, si focalizza infatti sull’analisi del paesaggio rurale all’epoca dell’artista, elemento molto presente nelle sue opere specialmente quelle pittoriche. L’Istituto Alberghiero di Serramazzoni propone invece una ricerca sulle ricette di origine contadina dello stesso periodo, nell’ambito di uno studio sull’evoluzione del gusto e delle tendenze gastronomiche.

Graziosi Around culminerà nel fine settimana del 9 – 10 maggio. Sabato 9 avrà luogo l’inaugurazione dell’itinerario completo di tutti gli strumenti elaborati, con partenza dalla Gipsoteca Graziosi, e arrivo al Mercato Albinelli dove verrà predisposto un buffet a cura dell’Istituto Alberghiero. Per i più sportivi, domenica 10 verrà proposto un itinerario ciclo-turistico da Modena alla casa natale di Graziosi a Savignano, curato da FIAB e comprensivo di una visita guidata ai luoghi dell’artista.

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SE LA VALORIZZAZIONE PARTE DALLA SCUOLA 

Nel gergo tecnico degli addetti ai lavori, “valorizzazione” significa “migliorare l’accesso e la fruizione” ai beni culturali. È questa la direzione in cui va Graziosi Around il cui scopo, come recita il progetto stesso, è “raccontare la città e il suo territorio in modo interattivo, incrociando valori simbolici e luoghi reali, fornendo una visione che unisce musei e territorio in un unico palinsesto ricco di storie e capace di parlare alla comunità a vari livelli, sollecitando memorie e curiosità”.

La digitalizzazione entra quindi a scuola per mettere in relazione la scuola stessa con il mondo esterno, digitale e reale, attraverso un progetto dallo sviluppo concreto che richiede per la sua realizzazione tempo, competenze e sinergie. E soprattutto, un progetto non volatile, ma destinato a restare in modo permanente a disposizione di tutti, sia cittadini sia turisti.

Anche questa è Buona Scuola.

Quella fucina che vuole educare alla libertà

E’ partita da quest’anno e si chiama Fucina Buenaventura: è una scuola primaria, ma del tutto particolare, per tredici piccoli studenti modenesi tra i 5 e i 7 anni. Buenaventura è anche il nome  dell’associazione di promozione sociale formata da genitori, bambini ed educatori, che ha messo in piedi e gestisce in un casale di Piumazzo questa “scuola non scuola”, alternativa o integrativa a quelle statali o parificate, in cui i bambini frequentano lezioni di italiano, matematica, filosofia, orto, cucina, immagine, falegnameria, inglese, musica, fotografia. Per tre di questi bimbi Fucina è la scuola del mattino, non ce ne sono altre. Per i rimanenti invece, è un’occasione di apprendimento fatta di laboratori pomeridiani che affiancano la scuola “regolare”.

Tredici bambini che, durante l’intera giornata o solo al pomeriggio, affrontano il proprio programma di studi, possibilmente all’aperto e mai senza prima confrontarsi su ciò che preferirebbero imparare“A me piace l’acqua, possiamo studiare l’acqua”?
È una pretesa? Una richiesta? Un suggerimento? È la proposta di un piccolo studente. Ne seguono altre due. “Io vorrei dipingere! Io voglio sapere perché non tutti gli uccelli volano”… I bambini si mettono d’accordo. Oggi acqua, domani uccelli. Sia!
Possiamo iniziare studiando le proprietà fisiche dell’acqua e applicare la teoria con alcuni esperimenti, possiamo parlare di Talete, poi passare ad analizzare e imparare una poesia sull’argomento e infine dipingere un ruscello.

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Se un bambino della scuola pubblica frequentasse la ScuolaSenzaScuola per un giorno direbbe che la differenza è che là i bambini possono scegliere e decidere di fare quel che vogliono.
“Avrebbe in parte ragione, – rispondono Daina Pignatti, attrice modenese, e il compagno Matteo Verri, fondatori assieme ad un gruppo di genitori ed educatori, della ScuolaSenzaScuola – e sembrerebbe una follia. Per lasciar decidere i bambini ci vuole coraggio e la capacità di saperci ragionare insieme perché siano loro col tempo a diventare ragionevoli! Infatti all’inizio il senso di libertà può essere vissuto in modo euforico e possono esserci richieste impossibili da realizzare, ma basta spiegare bene perché qualcosa non si può fare. È un buon allenamento per la costruzione del senso di responsabilità. Volete spalmare la nutella sui muri? Si potrebbe anche fare ma poi bisognerebbe pulire tutto. Ne avete voglia? No. Ecco. Per gli adulti è difficile avere una relazione di libertà con i bambini, un “scegliamo insieme cosa fare”. Non siamo stati abituati a questo.

Come è nata Fucina Buenaventura?
“In famiglia! – rispondono Daina e Matteo – Le nostre figlie ancora non andavano a scuola e noi ci chiedevamo come sarebbe stato. Proiettandoci nel futuro, desideravamo un progetto educativo alternativo per l’età della scuola media, che secondo noi l’istituzione pubblica non è capace di affrontare nella sua complessità. Volevamo assicurare alle nostre figlie tutti gli apprendimenti ma anche il valore dell’ascolto alla persona. Inoltre riteniamo importante che il loro imparare sia legato alla curiosità, perchè capiscano il prima possibile cosa gli piace fare e quali studi portare avanti. Non eravamo i soli ad avere questa idea di scuola, ragionavamo con alcuni amici sulle diverse possibilità percorribili”.

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Ma la vostra “ScuolaSenzaScuola” si rivolge ai bambini delle Primarie.
Sì, perché quando la nostra figlia maggiore ha iniziato a frequentare la scuola pubblica primaria abbiamo, con sorpresa, ritrovato molti dei difetti che assegnavamo alla scuola media. Così le nostre aspettative deluse hanno trasformato ciò che prima era solo un nostro sentire in un’urgenza fattiva”.

Quali aspetti della scuola pubblica primaria vi hanno messo in difficoltà?
“Il sistema-scuola, è una specie di reticolato vizioso che ricade su tutti, dagli insegnanti, ai genitori, ai bidelli, per finire sui bambini che sono alla base di una piramide di pressioni. I nostri figli vivono ogni giorno la fatica degli insegnanti di soddisfare i dirigenti, osservare le circolari ministeriali, salvarsi dalle logiche delle graduatorie che non assicurano continuità, far fronte alle aspettative dei genitori e alle loro aggressive paure, colmare la casualità degli esperti e gestire la scarsa misura del rapporto numerico adulti-bambini. Anche il tema dei voti obbligatori ci lasciava perplessi fin dall’inizio e con l’esperienza fatta attraverso nostra figlia abbiamo avuto la conferma che purtroppo nella scuola tradizionale si dà molta più importanza al profitto che all’apprendimento. Riteniamo che questo non sia il modo migliore per crescere esseri umani curiosi e capaci di fare le proprie scelte. Non vogliamo binari di profitto e mentali per le nostre figlie. Come possiamo aspettarci che un ragazzo a diciotto anni vada a votare se fino a quel momento non è mai stato accompagnato a scegliere nulla?”

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Eppure la scuola dell’obbligo è la scuola dell’obbligo.
Beh a quel punto abbiamo fatto una scoperta che ci ha meravigliati! La Costituzione Italiana (articolo 30) prevede che i genitori debbano farsi carico di istruire ed educare i figli, nella fascia d’età 6-16. Tra le diverse possibilità per far fronte al diritto/dovere di educare i propri figli c’è anche l’educazione parentale.

Non c’è il rischio di una disuguaglianza di apprendimento tra scuola pubblica e libertaria?
Relativamente a questo la Legge italiana prevede per tutti l’obbligo dell’esame di Licenza Media e la possibilità di sostenere un piccolo esame ogni anno. Sostenere l’esame ogni anno offre la possibilità di monitorare l’andamento degli apprendimenti, di rientrare nel percorso tradizionale senza prove d’ingresso in caso di necessità, di incontrare qualche giorno i banchi.

Se la nostra Costituzione prevede l’istruzione parentale come mai ci sono poche scuole come la ScuolaSenzaScuola di Fucina Buenaventura?
“Perché è necessario abbandonare la propria zona di comfort, mettersi in gioco e prendersi attivamente la responsabilità delle scelte educative, è un cambio di prospettiva importante. E’ anche un prendersi il gusto di queste scelte, prendersi il piacere di vedere i bambini crescere curiosi e competenti e non omologati.

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Fin qui sembra una passeggiata. Quali sono i punti critici?
La prima difficoltà è stata trovare uno spazio adatto, una casa in campagna non troppo distante dalla città, con molto verde per giocare e fare l’orto e magari prendere qualche piccolo animale, raggiungibile ma non sulla strada, con uno spazio parcheggio e altre case vicine per non essere soli: dopo mesi di ricerche siamo contenti di avere trovato una bellissima sede a Piumazzo, in via per San Cesario, saremo nella “casa del custode” di una villa 700esca assegnata dai proprietari ad una rete di realtà guidate da SpazioAlmo di Piumazzo.
La seconda difficoltà è di tipo gestionale-economico, autogestione significa anche condivisione delle spese e delle maniere per coprirle.
Poi basta saltare fuori dalla propria zona di comfort e scoprire che possiamo gestire diversamente l’economia di famiglia, che possiamo inventare mille modi di autofinanziamento, mille modi di stare insieme, che possiamo essere veramente l’intero villaggio che educa ogni bambino, raccontato nel proverbio africano (“Per educare un bambino ci vuole un intero villaggio”).


Ci sono altre scuole autogestite nel Modenese?

A Pavullo ci sono i “Prataioli”, da un anno e mezzo. Li consideriamo un po’ come dei fratelli maggiori perché hanno più esperienza. In Emilia Romagna ci sono diverse realtà: a Bologna ci sono i Saltafossi e la Scuola Paterna di Don Niccolini, a Parma abbiamo Tana Libera Tutti, anche verso la Romagna la realtà è viva e variegata e poi c’è molto altro fuori regione…


Perché scegliere la scuola libertaria invece che quella tradizionale?
Nella nostra ScuolaSenzaScuola c’è molta attenzione alle caratteristiche di ciascuno, i bambini vengono educati, attraverso l’esperienza quotidiana, ad ascoltarsi e a organizzarsi affinché nessuno risulti escluso. Affrontiamo spesso il tema della diversità come dato di fatto: diverso perché nato altrove, perché diversamente abile, perché cresciuto da due mamme o da due papà, perché ha i capelli biondi o neri o perché semplicemente siamo tutti diversi. Ma non vogliamo pubblicizzare la nostra scuola dicendo quanto la crediamo migliore… Noi abbiamo fatto questa scelta e ne siamo orgogliosi.
Perché i bambini possono crescere se stessi in ascolto degli altri, possono apprendere dalla loro curiosità, possono vivere il quotidiano in un ambiente creato da loro per loro, perché gli adulti possono essere parte centrale e del percorso. Perché possono imparare ad ascoltare, a mediare e non ad obbedire, perché possono ragionare e mettere in dubbio.
Quello che abbiamo notato però è che molti genitori, anche se attratti dalla nostra proposta non vogliono prendersi la responsabilità di fare una scelta “fuori dalla massa”, ignorando che anche iscrivere il proprio figlio alla scuola tradizionale, sia essa pubblica o privata è una scelta per la quale bisogna sentirsi responsabili perché significa comunque decidere di sottoporre il proprio figlio a un certo tipo di sistema e di educazione.
C’è un certo scetticismo da parte dei genitori rispetto al mettersi in gioco in prima persona nell’educazione e nell’apprendimento dei bambini.

 

A scuola, in redazione

Anche se magari non ci abbiamo mai scritto sopra o l’abbiamo sfogliato solo una volta in cinque anni, tutti ricordiamo almeno il titolo, più o meno improbabile e fantasioso, delle testata del giornalino scolastico della scuola frequentata, in cui venivano ospitati recensioni di libri, poesie, disegni, interviste ai professori, testimonianze, barzellette, gossip tra i banchi.

Intorno al proprio banco c’è tanto da raccontare

Sfogatoio contro le ingiustizie del sistema, taccuino di bordo, bollettino amoroso. Il giornalino scolastico è un grande strumento di formazione e confronto per gli studenti, di conoscenza e scoperta dei propri ragazzi da parte di docenti e genitori. Tramite l’esperienza del giornalino, sia come semplici lettori che come redattori e collaboratori, i ragazzi iniziano a capire cosa vuol dire avere un’opinione, esporla, condividerla, andare oltre il proprio banco per scoprire quanta roba c’è da raccontare intorno ad esso.

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Lo sanno bene i ragazzi dello 00Willy, il giornale (altro che giornalino!) del liceo scientifico Wiligelmo di Modena (qui il pdf dell’ultimo numero), che nel corso degli anni, dalla sua nascita ad oggi, ha ricevuto premi e riconoscimenti da tutta Italia.
“Quando uno pensa agli anni del liceo, di solito, le prime cose che vengono in mente sono la maturità, le interrogazioni di matematica, la prima vera cotta, le gite. Nel mio caso, però, i cinque anni trascorsi al Wiligelmo di Modena significano innanzitutto l’esperienza giornalistica dello 00Willy”. Così Marco Zaccanti, anno di maturità 2004.

Un vecchio ciclostile, un sottoscala e la voglia di raccontare la scuola dalla pancia

Correva l’anno 1991, quando al Wiligelmo partì l’avventura di Sottoqultura (primo nome della testata che nel 1993 prese il nome di KontrolloZero). Un vecchio ciclostile, un sottoscala come redazione, uno sparuto gruppo di studenti con voglia di raccontare la scuola dalla pancia, dalla carta igienica che sparisce sempre dai bagni all’intervista al preside.
Erano gli anni in cui “si intravedevano i primi cellulari, enormi, lenti, costosi. Erano gli anni della strage di Waco in Texas, gli anni di Non è la Rai e di Beverly Hills. La prima guerra del Golfo era appena terminata e l’Unione Sovietica si era sciolta alla fine del 1991. Frequentavo la terza classe del Wiligelmo, sezione F. Avevo sempre scritto racconti e brani di ogni genere ma non avevo mai avuto l’occasione di confrontarmi con altri sulla mia produzione. Volevo fare il giornalista anche se onestamente non sapevo da che parte cominciare” scrive sul numero del ventennale dello 00Willy  il giornalista modenese Gabriele Sorrentino, anno di maturità 1995, al quale questa esperienza è servita per diventare quello che da grande voleva diventare.

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L’esperienza redazionale: una strategia educativa rivoluzionaria

“Soldi zero ma che soddisfazione! – racconta Vincenza Capolino, ex insegnante di Filosofia al Wiligelmo, anima del giornale – L’odore delle pagine appena ciclostilate, doverle spillare fino a bucarsi le dita, vedere i ragazzi, sempre più numerosi, lavorare insieme, impegnarsi, andare in giro anche fuori dalla scuola per fare interviste”.
Nel 1997 grazie a un contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena arrivano computer, stampante, tv e così “avevamo una vera redazione – racconta la Capo (così l’hanno sempre chiamata i “suoi” ragazzi) – Il giornale veniva pensato, costruito, stampato e venduto tutto da noi. Nel 1998 nacque l’allegato in inglese “Queezy Magazine” per avere contatti con scuole europee e americane: ormai chi ci fermava più?! Ogni settimana avevamo ospiti di rilievo: scrittori, giornalisti, storici e persino cantanti”.
Nel 2002 alla versione cartacea venne affiancata quella online che comprendeva anche un forum che mise in contatto il Wiligelmo con altre scuole italiane. “Da qui l’idea realizzata nel 2004 con il patrocinio dell’Ordine dei Giornalisti di istituire un concorso nazionale di Giornalismo scolastico.

L’esperienza redazionale e il “lavorare insieme” creano tra i giovani un forte senso di appartenenza e agevolano le relazioni, un’ottima occasione per creare uno spazio collettivo di interazione nel quale ciascuno può ricoprire un ruolo attivo nella distribuzione e nella condivisione delle competenze ed esperienze”.

La redazione, in quanto vero e proprio laboratorio, fa capire agli studenti che la creatività non è immediatamente produttiva, che non basta la fantasia ma che “per avere una buona idea – prosegue la Capolino – bisogna lavorare tenacemente, familiarizzare con gli strumenti che si hanno a disposizione, accettare le critiche e l’insuccesso cercando di ricavarne un insegnamento positivo”.

Gli anni sono passati e la Capo è andata in pensione ma l’avventura dello 00Willy, che come Voci dal Branco deriva dall’esperienza inaugurata con KontrolloZero, continua.

Il giornale d’istituto può essere una strategia educativa “rivoluzionaria”, nel senso che – conclude la Capolino – permette di sviluppare nello studente una costruzione più strutturata del suo pensiero, favorendo un’educazione “cognitiva”, capace di favorire non soltanto l’acquisizione delle informazioni ma soprattutto la loro continua elaborazione”.

Quasi 6.000 km con un litro

Il veicolo che può vantare una percorrenza di 5.736 km con un litro di carburante – sì, avete letto bene – nasce a Modena. Ma, sorpresa, non in in delle tante eccellenze motoristiche della zona, ma in una scuola. Grazie al gruppo di studenti dell’Itis Da Vinci di Carpi, il “Team Zero C” (Consumo Zero di carbonio), che ha inventato un mezzo che somiglia più a un razzo che ad un’auto, e che occorre osservare più volte per comprendere come faccia a contenere un uomo, o quantomeno uno studente. I “prof” Stefano Covezzi e Marco Vidoni sono gli unici adulti nel laboratorio dove una manciata di ragazzi mostra orgogliosa Escorpio014, il veicolo alimentato a batteria ed energia solare classificatosi ottavo nella sua categoria – tra numerose scuole superiori e università europee – alla Shell Eco-Marathon che si è corsa quest’anno a Rotterdam, davanti a 25mila visitatori.

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“L’origine della competizione risale al 1939, in un laboratorio di ricerca Shell negli Stati Uniti, come una scommessa amichevole tra alcuni scienziati – spiega uno di loro, Elia Goldoni – il cui oggetto era come ottenere il massimo kilometraggio dai loro veicoli a partire da un litro di carburante”. Il concorso si è evoluto trasferendosi in Europa e richiamando migliaia di giovani ingegneri, sfidandoli su un semplicissimo principio: progettare e costruire un veicolo che utilizzi il minor quantitativo possibile di carburante – convenzionale (gasolio, benzina, benzina/GPL) oppure no (GTL, solare, bio-etanolo, idrogeno) – per percorrere una certa distanza. Si sfidano nella competizione gli istituti tecnici superiori e le università di tutta Europa e il team carpigiano vanta il primato italiano della sua categoria.

E così eccoli qui – tra loro ci sono futuri periti meccanici, elettronici e informatici – mentre candidamente ammettono che “il fatto di poter far parte di questo progetto è stata una motivazione sufficiente per frequentare questa scuola” ed osservano la loro creatura come una donna potrebbe osservare un paio di scarpe appena acquistato.
Non si creda che sia facile, che basti qualche ora “regalata” all’istituto. Già, perché il gruppo – 25 studenti in media ogni anno, e un team ristretto che poi parte per Rotterdam – lavora in orario extrascolastico, talvolta fino a notte e, osservano i ragazzi, “capita che passiamo più tempo a scuola il pomeriggio che al mattino. Soprattutto quando manca poco alla gara e in quattro giorni ti giochi tutto il lavoro di un anno”. Ma anche il rapporto coi docenti è diverso: “ci lasciano piena libertà di sperimentare le idee, ci appoggiano e ci spingono a fare sempre meglio”.

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“Il motore elettrico è del tipo a corrente continua a spazzole striscianti” spiegano i Daniele Timò e Luca Verzelloni scoperchiando il veicolo per mostrarne con orgoglio i componenti. “La scelta è stata fatta utilizzando un software che ci ha consentito di individuare il corretto rapporto di trasmissione massimizzando il rendimento del motore. Anche se già quando andavamo a idrogeno eravamo sempre dentro la top ten”, precisano.

Aerodinamica, scocca, freni, elettronica, motore, sterzo e ruote, tutto è stato costruito e assemblato tra i banchi di scuola: un progetto che costerebbe ogni anno 12mila euro, tra fabbricazione e trasferta… pochi per fabbricare un veicolo, tantissimi, troppi!, per farlo in un istituto superiore italiano. E infatti da un anno, oltre ad essere a consumo zero sono anche a budget zero. Come si fa? “Possiamo vivere solo grazie alle sponsorizzazioni esterne – chiarisce il professor Covezzi –. Ciò che non possiamo realizzare internamente per la limitatezza delle strutture che abbiamo a disposizione  lo chiediamo alle aziende del territorio coinvolgendo i ragazzi stessi. Ad esempio quest’anno dobbiamo costruire un veicolo del tutto nuovo, se vogliamo rispettare il rigidissimo regolamento della gara… per cui un pezzo che si aggira intorno ai 4000 euro devo trovarlo gratis. Il che significa che devo andare a parlare con le aziende, chiedere preventivi finché non ne trovo una che me lo faccia a questo prezzo”. E ovviamente in tutti questi passaggi i ragazzi sono in prima linea, a fronteggiare colloqui che “confrontandosi con i prezzi del mercato, ci permettono di portare a casa un piccolo miracolo” .

Oltre a spingere l’acceleratore sulle competenze dei ragazzi – tanto che tra loro c’è anche chi, come Lorenzo Ferrari, terminata la scuola e approdato a Ingegneria elettronica, prosegue nel progetto – questo impegno permette loro di costruirsi un bagaglio trasversale, utilissimo in azienda. “Il problem solving, l’attitudine alla cooperazione, la tenuta alla pressione, tutto questo sperimentato sulla propria pelle nei giorni di gara, nel confronto con i team migliori al mondo”, spiega Davide Malvezzi, team manager del gruppo, che si occupa degli aspetti burocratici, dell’iscrizione coi relativi documenti, del rapporto coi commissari di gara partecipando al briefing mattutini, rigorosamente in fluent english, rispondendo e accompagnandoli nelle ispezioni tecniche.

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“I miglioramenti li intuiamo guardando in gara al lavoro dei team migliori, sforzandoci di capirne le innovazioni. Perché il bello della competizione è che è tutto condiviso e libero e i team si possono confrontare – racconta Elia Goldoni –. Piano piano lo sguardo diventa esperto, ad esempio negli ultimi anni ci siamo accorti che aumentavano gli informatici intorno alle macchine nei paddock e abbiamo iniziato a studiare l’importanza dei dati e delle simulazioni, anche noi abbiamo inserito una componente elettronica significativa nel nostro veicolo. Ovviamente tutta autoprodotta perché ogni pezzo dev’essere realizzato internamente, con tanto di marchio di fabbrica”.

La domanda su come, otto anni fa, qualcuno si sia svegliato con l’idea di costruire un veicolo è d’obbligo: “cercando su internet materiale sul risparmio energetico è saltata fuori la Shell Eco-Marathon – racconta il professor Vidoni –. Ci siamo incuriositi, abbiamo scoperto che oltre a noi una sola scuola italiana partecipava, l’itis Bucci di Faenza. Siamo andati a trovare i colleghi che ci hanno incoraggiati a buttarci. Ora siamo noi a farci promotori a nostra volta di questa esperienza presso altre scuole”.

Nota:
Il team quest’anno è composto, tra gli altri, da Daniele Timò, Luca Verzelloni, Lorenzo Ferrari, Davide Malvezzi, Elia Goldoni e Alessandra Malagoli, che hanno parlato con me riuscendo a farmi capire (quasi) tutto, e che per bravura ed entusiasmo si meritano senza alcun dubbio di poter leggere il loro nome su queste pagine.

La scuola rapida

I bizantinismi dell’attuale sistema di reclutamento, la condizione di insegnanti demotivati, stanchi e soli, la necessità che la meritocrazia diventi parte integrante dell’intero sistema scolastico, sono solo alcuni dei talloni d’Achille che azzoppano il cammino della scuola italiana.

Come la nostra Costituzione ci dice da un bel po’, la scuola è di tutti e non dovrebbe passare inosservata la possibilità, fino al 15 novembre, di dire la nostra accedendo a labuonascuola.gov.it – la piattaforma che illustra il piano che il Governo offre a tutti i cittadini come proposta di riforma della scuola italiana mandando un nostro commento – rapido eh! – per costruire insieme la Buona Scuola. Servirà a cambiare qualcosa? O si tratta dell’ennesima, traballante stampella, che non basterà a tenere in piedi la nostra scuola? Ne abbiamo parlato con due giovani docenti precarie modenesi.

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Partecipa commentando: ma con meno caratteri di un tweet

«Qualche giorno fa un’alunna ha detto una cosa che mi ha colpito: prof, a me sto discorso del merito mi fa rodere. Tutti con ‘sta meritocrazia, la meritocrazia.. Ma che significa? E chi non merita? E noi altri che stiamo indietro, che non ce la facciamo, noi non contiamo niente? Per me la buona scuola è quella capace di rispondere a questa domanda». Giulia Venturelli, laureata in Filosofia nel 2010, da due anni insegnante presso l’Istituto Dante Alighieri di Modena ha partecipato al questionario perché «in quanto docente mi sento assolutamente coinvolta, non avrei potuto non farlo. Ovviamente non considero una consultazione on line una “costituente sulla scuola”, ma è comunque un primo passo.

L’idea del “commento rapido” mi ha molto colpita. La rapidità sembra essere la cifra (una delle uniche, veramente) di questo governo, peccato che con la scuola e con quello che ci sta dentro ci azzecchi ben poco. L’insegnamento e l’apprendimento, l’educazione, sono in sé procedimenti lenti, sedimentati, e la rapidità poco si presta a descrivere l’ambiente che tali processi crea e custodisce: la scuola, appunto. Secondariamente, mi colpisce il termine “commento”: non “proposta”, non “progetto”. Commento, à-la social network. Più che protagonisti, la consultazione si rivolge a degli spettatori. Più che favorire la partecipazione, mi pare uno strumento per organizzare (uso un termine forte) il “consenso”. Capisco che una dissertazione sul significato dei termini possa risultare pesante, ma è questo ciò che si fa a scuola, è questo ciò che la scuola dovrebbe insegnare a fare: a distinguere e a riempire le parole di significati.

“Veloci” o solo superficiali?

A pensarci bene, quello della rapidità (diciamo pure superficialità) è l’aspetto più paradossale dell’intero questionario. Anche nel caso di una domanda aperta, il limite della risposta è sempre di pochissime battute. Poco più di una riga, molto meno di un tweet, per capirci. Finisce che ci si esprime come questo governo, per spot. Rimane però quanto meno curioso che si chieda alle persone di attivarsi e di esprimere un’opinione, ma sempre entro un limite di (pochissime) battute. Se decidi che le persone le vuoi ascoltare, le devi ascoltare veramente. Altrimenti è solo propaganda. In pratica, o dici che sei d’accordo, o non hai materialmente lo spazio per argomentare le tue posizioni».

Leggi anche: “La dura vita di una supplente“.

Una riforma che non migliorerà nulla?

sghedoniAnche Cristina Sghedoni, laureata in Lettere moderne nel 2008, insegnante in una scuola che dovrà lasciare presto, sperando che la chiamino in un’altra dato che non è abilitata e non compare tra i “precari” da assumere con la riforma e per questo ha molta paura di dover cambiare mestiere, ha pensato di rispondere e ha invitato altri a rispondere perché teme una riforma della scuola che non migliori nulla. «Credo che insegnanti ma anche genitori, educatori, tutti quelli che hanno a cuore il futuro debbano interessarsi del futuro della scuola con la speranza di venire ascoltati. Però non mi piace questo metodo che interpella i singoli in un tempo breve; avrei voluto una riflessione condivisa, un tempo più disteso per il confronto, l’elaborazione e il vaglio di proposte alternative. Ci sono molte belle parole, nella proposta di riforma, ma ci sono cose molto pericolose: l’assunzione dei precari è una priorità, sì, ma credo sia necessario riflettere bene su chi si assume e con quale obiettivo. Mi spiego: ho incontrato molti buonissimi insegnanti, ma ho visto anche che è possibile, una volta avuto il ruolo, spesso con un anno di prova di pura formalità, smettere di avere passione e cura nell’insegnamento. Ci sono insegnanti demotivati, stanchi e soli: dobbiamo ragionare insieme per individuarli e non dobbiamo permettere che si allarghi questa categoria».

Il coraggio di dire: questo mestiere non fa per te

Cristina è molto toccata dal tema del reclutamento degli insegnanti e sostiene che si eluda il problema che sta alla base e che è: come selezionare e formare insegnanti con una preparazione relazionale oltre che culturale idonea? «La proposta di un biennio di abilitazione che abbia come seguito un concorso mi pare fonte di molta frustrazione perché avremmo di nuovo persone che hanno investito molto in un percorso e poi si ritrovano a giocarsi il posto di lavoro in una giornata di quiz. Sarebbe meglio mettere la selezione all’inizio e soprattutto durante il percorso per l’abilitazione, con insegnanti esperti che, con una accurata osservazione, possano prendersi la responsabilità anche di dire: “Questo mestiere non fa per te”. Mi sembra più importante e più rispettoso verso i giovani ragionare bene sul percorso di formazione degli insegnanti, perché possa durare nel tempo, piuttosto che fare in fretta una sanatoria e poi mettere la selezione degli insegnanti nelle mani dei quiz!».

«È paradossale che una riforma che si annuncia basata sul merito, lasci fuori dal sistema scolastico i meritevoli “tieffini” (docenti abilitati tramite il percorso del TFA – Tirocinio Formativo Attivo) che hanno affrontato e superato tre dure prove selettive con posti calcolati sulla base del fabbisogno, oltre ad aver sostenuto un costo di circa 2.500 euro per la frequenza del corso – le fa eco Giulia – Non si può continuare ad accedere a questa professione solo per anzianità di servizio, occorrono anche i meriti. Questo mi sembra un principio abbastanza “renziano”. Peccato che nei fatti la sua riforma vada nella direzione esattamente opposta. Anche qui, come nel caso dell’art. 18, creare delle separazioni tra lavoratori di serie A e di serie B (giovani/vecchi, abilitati/non abilitati, con anni di servizio/senza esperienza) non facilita nessuno, di sicuro non noi che siamo gli ultimi ma anche gli unici che, finora, hanno accettato di sottoporsi a selezione e valutazione.

E nella scuola entrano sponsor e pubblicità

Sono molto scettica sulla proposta di riforma – prosegue Giulia – Essa non mi convince nel merito, nei contenuti. Riesce là dove le precedenti riforme Moratti e Gelmini avevano solo sperato di arrivare, porta alle estreme conseguenze quella idea di scuola. Ci ricordiamo le famose 3 “i”? Inglese, internet, impresa. A questo, ora si aggiunge il “preside-manager”; i privati che entrano a scuola con sponsor e pubblicità; i docenti valutati (lo fossero sul serio, ma prima di essere assunti!). Ancora, gli scatti stipendiali che diventano “premi” in base alla “produttività”; questa concezione punitiva della valutazione da cui dipendono tutti, docenti e studenti».

A Giulia piacerebbe sapere cosa si fa contro l’abbandono scolastico. «La scuola dove insegno raccoglie per la maggior parte ragazzi che non riescono a rimanere nella scuola statale, perché non hanno il passo “giusto” degli altri. Si dice qualcosa in questo testo sulla lotta alle disuguaglianze nelle condizioni di partenza?  Secondo me questo elemento, per dirne uno, deve essere il cardine della buona scuola. Il progetto renziano invece applica la meritocrazia al contrario: con gli studenti e non con i docenti, per i quali si prospetta la solita sanatoria all’italiana. La situazione andrebbe invece rovesciata: i docenti migliori per recuperare tutti gli studenti (non solo quelli che ce la fanno e ce la farebbero a prescindere dagli insegnanti che ricevono in sorte).

Credo che la scuola sia buona quando gli alunni ci vanno volentieri perché è un luogo che li aiuta a scoprire e a valorizzare il loro tipo di intelligenza – conclude Cristina – Mi pare che sui banchi si possa e si debba insegnare la fatica e la soddisfazione di “fare le cose bene” e credo che sia fondamentale che gli insegnanti si propongano come persone da stimare e da imitare, perché in fondo abbiamo tutti, crescendo, inseguito qualcosa che abbiamo intravisto come felice e bello in chi ci è stato vicino».

La dura vita di una supplente

26 Settembre 2014,
Facebook
: “Odi et amo cara scuola”
è il commento più recente che compare sulla bacheca facebook di Silvia Gozzi, classe 1986, 39 di scarpe, libro vicino al cuore: “Il tempo non basta mai” scritto dalla figlia di Alberto Manzi, conduttore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che ha alfabetizzato tanti italiani.

silvia1Silvia è una maestra di scuola primaria, anzi, una supplente. Si è laureata a Reggio Emilia lo scorso anno e risale al 13 novembre il suo primo ingresso nella scuola pubblica nel ruolo d’insegnante, con un contratto di ben tre giorni!

«Ero fuori dalle graduatorie ma ho lavorato tutto l’anno, in dieci diverse scuole, grazie alla cosiddetta “messa a disposizione” mandata tramite mail alle scuole della Provincia di Modena. A volte, in mattinata ricevevo fino a cinque telefonate da parte di scuole diverse cui serviva una supplenza. Si trattava sempre di qualche giorno. Io accettavo la prima e via. Vivevo in un perenne stato di attesa e angoscia, con il cellulare acceso fin dal mattino presto, sul comodino di fianco al letto perché potevano chiamarmi alle 7.40 e dirmi che mi aspettavano alle 8.00 in una terza. 
Ecco tutto quello che potevo aspirare a sapere: che classe era. Non sapevo se c’erano bambini problematici, se l’insegnante di ruolo aveva lasciato indicazioni, se un bimbo soffriva di epilessia, dove erano i bagni e la mensa, chi erano i miei colleghi. È come cambiare lavoro ogni due o tre giorni e rivivere tutto, dallo stato di eccitazione iniziale, ricco di aspettative domande curiosità, alla difficoltà di inserirsi. Però non hai mai l’occasione di inserirti e poi tu sei la maestra, il punto di riferimento e non puoi permetterti di essere troppo disorientata».

silvia219 novembre 2014,
Facebook: “Forse lo spirito giusto per affrontare una supplenza è pensare che non sarò tanto io a ‘dare qualcosa’, perché in poche ore qui, alcune ore lì, altre 2 ore là, non posso pensare di ribaltare il mondo o trasmettere chissà quante informazioni. Forse è più giusto pensare a quanto loro daranno a me. Quindi ecco, sono pronta a imparare! E al più presto sarò prontissima a restituirvi tutto quello che potrò”.

Come definisci la tua prima esperienza da neolaureata nella scuola elementare?
«La prima supplenza è stata traumatica. Mi è stato affidato un bambino autistico nonostante io non abbia l’abilitazione, perché non c’erano altre possibilità. Gli insegnanti, non appena sono arrivata, mi hanno detto: è autistico, non autosufficiente in bagno e in mensa, è manesco e tende a scappare, e poi lo hanno messo nelle mie mani».

silvia4Come è possibile che in Italia ci siano tante insegnanti disoccupate e nello stesso tempo nelle scuole si verifichino questo tipo di emergenze per mancanza di personale?
«Me lo chiedo periodicamente. Io ho lavorato tutto l’anno pur essendo fuori dalle graduatorie e anche in ruoli per i quali non sono abilitata. Le spiegazioni che ho trovato sono due:
 molte insegnanti non si mettono a disposizione per supplenze molto brevi, è frustrante essere sempre di passaggio, non riesci a organizzarti e non ti fa vivere bene il tuo lavoro;
 nella Provincia di Modena si cerca di coprire anche poche ore di “buco” mentre in altre Province cercano di regolarsi con l’organico interno. 
Queste sono le “mie” spiegazioni, ma la scuola è un mondo complesso. Io ho impiegato mesi a capire come funzionano le graduatorie!».

Come funzionano? Ma funzionano?
«Ci sono due graduatorie, la GAE (Graduatorie ad esaurimento) è nazionale e comprende tutti gli aspiranti insegnanti a prescindere dal percorso di studi previsto dalla legge nel periodo in cui hanno preso l’abilitazione all’insegnamento, quindi troviamo chi ha il diploma magistrale insieme a chi ha fatto anche la SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) e ai laureati in Scienze della formazione primaria immatricolati fino al 2007/2008. Poi c’è chi, seppure al di fuori dalla GAE, è “arrivato in tempo” per partecipare e vincere l’ultimo “concorsone”. Gli unici esclusi sono quelli che, come me, si sono immatricolati dall’anno 2008/2009, hanno ottenuto la laurea in  in scienze della formazione primaria ma non hanno avuto la possibilità di inserisrsi in GAE perchè ormai definitivamente chiusa!; la GI è a livello di Istituto: ogni insegnante esprime, per la scuola primaria, le dieci istituzioni in cui preferirebbe lavorare, da questi dati le scuole stilano la propria graduatoria sulla base del punteggio di ciascun candidato. Ha un punteggio maggiore chi, per esempio, ha più anni di servizio, più titoli di studio, certificazioni linguistiche o specializzazioni varie.
È un sistema macchinoso che fa assomigliare le graduatorie a dei gironi infernali dove ogni singolo insegnante ha le sue ragioni per pretendere il diritto di lavorare. 
Ci sono insegnanti che stanno aspettando il posto per materie che nella scuola italiana non vengono più insegnate! Ad esempio la materia “trattamento testi e dati”».

silvia3Come dovrebbe comportarsi la politica nei confronti di questi elenchi infiniti di aspiranti insegnanti? Secondo te come si sta comportando il governo?
«

Ciò che ho capito lavorando a scuola è che, politicamente parlando, come ti muovi sbagli. A parer mio dovrebbe essere istituito un solo canale di reclutamento, ma bisogna tenere conto del retaggio storico. Se ci troviamo a questo punto è per via di una politica disordinata, con “cambi di regole” troppo repentini. Ritengo giusta l’idea di tenere la Gae bloccata, chiusa. Se è già difficile “smaltire” chi vi sta dentro, figuriamoci aggiungere altre migliaia! Ma le parole hanno un peso e se ai tempi della mia immatricolazione la legge prevedeva il mio inserimento in GAE, non è corretto cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Ricordiamoci che la GAE è a tutt’oggi l’unico metodo per ambire a un lavoro stabile, insieme ai “concorsoni”… quando vengono fatti! 
Il ministro dell’istruzione Giannini dice “le supplenze fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, sono in pieno accordo. Credo che l’attuale Governo voglia imporre alle scuole di fare maggiori assunzioni in modo da esaurire la Gae immettendo tutti in ruolo e ridurre il bisogno di supplenti, a fronte di un organico maggiore in ogni scuola. Funzionerà? Ho amiche che proprio quest’anno hanno beneficiato di immissioni in ruolo. Non io, che sono l’ultima ruota del carro, anche se nell’unica supplenza lunga che ho potuto fare (con conferme di settimana in settimana eh? Guai avere il “privilegio” di poter pianificare un lavoro di lungo periodo!) i bambini volevano me e i genitori hanno scritto una lettera alla Preside perché rimanessi con loro. Ma purtroppo non sono né la Preside né i genitori a decidere».

silvia5E intanto la scuola rimane la scuola, cioè un posto in cui ci sono tanti futuri cittadini che crescono guidati dalle loro insegnanti, sia che esse sappiano dove si trova il bagno sia che si ritrovino a improvvisare il loro lavoro ora per ora.

17 marzo 2014,
Facebook: “Componi brevi frasi con parole a tua scelta”. Ne riporto una, su tutte, perché le vere verità meritano di essere condivise! 
Parola: CIABATTE= Le ciabatte del papà puzzano”.

6 giugno 2014, 
Facebook: “Oggi è stato il giorno dei bambini koala, quelli incollati. Al mio cuore si son di certo incollati. W l’ultimo giorno di scuola, ma quanto è agrodolce”.

Immagine di copertina, photo credit: Pensiero via photopin cc.

Editoriale. “Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo”.

Il giovane di oggi è ben disposto al lavoro, se riesce a trovarlo. I valori più importanti per la generazione che va dai 15 ai 24 anni sono l’amore, l’amicizia, il tempo libero, lo studio e lo sport. La militanza politica è in forte calo, mentre è in crescita la quota di coloro che rifiutano la politica. Questi dati sui comportamenti giovanili non sono aggiornati. Li ho ripescati, infatti, da un articolo sul numero 8 di Note Modenesi datato 25 settembre 1984. Esattamente trent’anni fa.

Sfoglio diverse annate del periodico nel silenzio serale del Centro Ferrari, dopo una giornata di incontri, riunioni e telefonate. Mi soffermo sui titoli di qualche articolo, ma più che una lettura diventa un viaggio nella memoria e nel presente. A volte fatico a calcolare gli anni trascorsi e mi convinco a credere che i problemi siano sempre gli stessi.

“I miracoli sono finiti. La realtà economica emiliana è mutata e il futuro è incerto. Aumenta il risparmio, ma calano gli investimenti” (leggo sul numero del 20 novembre 1983) e col pensiero vado alla discussione sulla riforma del lavoro del governo Renzi e allo scontro con i sindacati; “La Maserati non fonde. Nell’intervista l’imprenditore italo-argentino Alejandro De Tomaso dice che a Modena ci sta bene perché c’è un sindacato maturo, esclude la fusione con l’Innocenti e annuncia il raddoppio delle esportazioni del Biturbo” (23 novembre 1984) mentre nel settembre 2014 risuonano le parole d’addio di Montezemolo alla Ferrari (nel gruppo Fiat assieme al “Tridente”) e l’arrivo a gamba tesa di Marchionne; “L’auto sottoterra. Partirà a marzo l’operazione parcheggi sotterranei a Modena” (febbraio 1986) e il Novi Park è stato inaugurato il 21 luglio 2012; “Gli insegnanti non saranno più tutti uguali. Nel contratto di lavoro firmato recentemente premiate qualità ed efficienza” (febbraio 1987) così mi metto a contare le riforme annunciate e realizzate fino ai nostri giorni, con la mente penso alle scuole crollate col terremoto di due anni fa, ai docenti precari e alle classi multietniche.

Ma il tempo si è davvero fermato? O meglio, le questioni economiche, politiche o di gestione della città sono le stesse che ricompaiono ciclicamente? Le proposte, le politiche e le soluzioni adottate nel passato hanno portato frutti e benefici durevoli per la città?

Ho continuato a sfogliare la storia e il presente anche attraverso i verbali delle assemblee e del comitato direttivo del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari che fin dalla costituzione nel 1978 si è imposto di studiare «le realtà economiche, politiche, sociali e culturali della provincia di Modena e della Regione Emilia Romagna», promuovere «la ricerca storica e culturale» e «l’attività di dibattito e di confronto».

Leggo gli appunti dei quattro presidenti che mi hanno preceduto e scopro tanta passione nelle loro discussioni e nei progetti presentati. Esco dalle parole scritte con l’inchiostro e rivivo le ore e le giornate che ho avuto la fortuna di trascorrere insieme a loro.

Paolo (Tardini), papà della mia amica Maria, mi raccontava a casa sua della fatica a concludere il Codice di Camaldoli con i giovani dell’Azione cattolica nel luglio del 1943, una manciata di anni prima della scrittura della Costituzione italiana. Per me era “storia antica”; ora vado a rileggere i “fini dell’attività economica pubblica” (al punto 86), mi sembra così troppo attuale e mi s’imprime un sorriso amaro sulla bocca: «Correggere le eccessive disparità economiche, influire sull’ordinamento economico in vista di evitare eccessive accumulazioni di ricchezza ed ingiusti impoverimenti di alcuni a vantaggio di altri e riassorbire le situazioni di indebito arricchimento che si siano eventualmente verificate».

Luigi (Paganelli), classe 1921, è l’insegnante più giovane e ottimista sulla faccia della terra. Dopo aver letto i giornali nella saletta del centro culturale, questa mattina è venuto da me a dirmi: «Credo che farai bene al Centro Ferrari». Ho i brividi a sentire la sua voce, gli stessi di quando l’ho intervistato per la Gazzetta di Modena nel 2004, dopo la morte di Ermanno Gorrieri, fondatore assieme a lui del Ferrari e del Palazzo Europa: «Non c’è azione sociale seria e produttiva se non è sorretta da un patrimonio culturale. Il pensare su quel che si fa, l’osservare la realtà con l’occhio di chi le cose le vuole studiare, e non afferrarle al volo».

Dario (Mengozzi) ha l’età di mio papà, 84 anni, e anche lui è molto paziente. Mio padre mi ha insegnato a tenere in mano un cacciavite e a crescere toccando con mano le cose; Dario mi ha parlato per primo della politica, di tutti quei meccanismi che ci stanno dietro e che io avevo sempre ignorato, e lo ha fatto esattamente come si insegna ad avvitare una vite… con pazienza.

Gianpietro (Cavazza) è riuscito a farmi capire che i giovani non sono quelli destinati a stare in un angolo a “giocare con le costruzioni o le macchinine”. Mi ha dato fiducia da sempre e mi ha incoraggiato a non restare prigioniero del ruolo, della funzione che si svolge o della posizione “di potere” che si ricopre.

L’economista Jaques Attali diversi anni fa ha scritto (nel suo Lessico per il futuro. Dizionario del XXI secolo): «Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo». Penso che il Centro Ferrari abbia sempre lavorato per questo, con Paolo, Luigi, Dario, Gianpietro e tutti i collaboratori, il direttivo, i soci e gli amici.

La crisi di questi anni ci ha reso tutti un po’ balbettanti, ha atrofizzato le menti e le gambe. Ci siamo voltati a guardare il passato (l’ho fatto anch’io in queste righe), e non abbiamo trovato risposte o soluzioni. I giovani, poi, si sono accontentati di osservare, probabilmente anche per negligenza ma il più delle volte perché non hanno avuto spazio per mettersi alla prova, non hanno incontrato adulti-educatori, non hanno avuto nemmeno l’occasione di poter sbagliare. Anno dopo anno, si sta diffondendo un virus (che può diventare letale) di rassegnazione e di pessimismo.

Lo chiamano il tempo della rottamazione e delle promesse… in molti settori (a livello locale e nazionale) non solo nella politica. Si cantano la fine delle ideologie e l’inadeguatezza dei partiti e di altre istituzioni a offrire punti di riferimento. A me pare, molto più banalmente, il momento della confusione. Davanti a vicende complesse e alla mancanza di soluzioni, ora trova maggiore spazio chi spariglia le carte, chi rende ancora più complesso e indecifrabile il gioco.

Credo allora che la prima rivoluzione di cui abbiamo bisogno sia quella della semplicità, della chiarezza e del metodo. Bisogna fare spazio e cancellare la parola “annunci”; avere la forza prendersi il tempo necessario per rimettere ordine nelle nostre teste per far ordine anche nella società; l’immaginazione e la fantasia sono strumenti indispensabili per colorare e rendere più vivace il fondale della democrazia, in questo delicato momento storico.
Non è – evidentemente – un messaggio privato, rivolto a un destinatario preciso, ma un impegno che dobbiamo prenderci tutti, a tutti i livelli, a qualsiasi età.

Azar Nafisi, nel suo libro Leggere Lolita a Teheran, racconta l’esperienza del circolo clandestino di giovani studentesse nell’Iran di Khomeini.
«Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti».

Sono contento, oltre che orgoglioso, di poter “vivere questa crisi” in un Centro culturale come “il Ferrari”, assieme a persone con idee, progetti e passioni da condividere con la città e la provincia.
Note Modenesi, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, continuerà a offrire una lettura del presente, dando spazio in particolare a chi – anche senza mettersi in mostra – nella società si muove, propone, offre e mette in campo… con ordine, semplicità e chiarezza. Da vero rivoluzionario.

Paolo Tomassone è presidente del Centro culturale F. L. Ferrari dal 5 settembre 2014.

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