San Zemiàn e Sant’Ambroeus

Se c’è una festa che noi modenesi non manchiamo mai di festeggiare, è proprio San Geminiano. Tra pochi giorni infatti la città sarà in festa con la tipica fiera e corrida, la nonna farà i tortellini e lo zampone e le scuole saranno chiuse in segno di rispetto.

Sant'Ambrogio
Sant’Ambrogio

Questa ricorrenza è infatti tanto cara ai modenesi, che fino al secolo scorso erano chiamati “Geminiani”: Modena nel suo folklore, nelle sue istituzioni civili e culturali, oltre che naturalmente nella sua vita di fede, è tutta ripiena del ricordo del Santo. E’ incredibile come devozione e la stessa memoria storica dei modenesi siano singolarmente orientate verso di lui. Come tanti sapranno, tutti gli atti ufficiali del Comune sono sempre stati fatti nel nome di San Geminiano e suggellati con il timbro del Santo in pellegrinaggio a cavallo. Con la sua effigie venivano coniate le monete modenesi ed ancor oggi la sua immagine è nel sigillo della nostra Università. Quasi si potrebbe dire che Modena è permeata in modo inconscio, ma ben percepibile da chi la visita, dall’impronta del nostro Santo Patrono. La città stessa lo è anche fisicamente: la Ghirlandina se ne sta lì, bianco campanile della Cattedrale e unica dama slanciata della provincia, a dominare Modena! Visibile da ogni direzione, si dice che guidi verso il cuore della città, che è appunto la tomba di Geminiano.

Il Duomo di Modena
Il Duomo di Modena

E proprio in questo giorno, il popolo di Geminiano non manca di radunarsi. Con ribrezzo affiora il ricordo di quando mia nonna ci portava in Duomo da bambine, io e mia sorella, a baciare il gelido braccio con la reliquia. Non ricordo se mi faceva più impressione il bacio o il momento in cui, dopo la processione, il vescovo impartiva la benedizione innalzando il moncherino su tutti fedeli!
Tradizioni discutibili a parte, non possiamo negare di essere legatissimi a questa ricorrenza. Da Modenese che vive a Milano è subito scattato il confronto: sarà così anche per i Milanesi con Sant’Ambrogio? La risposta è no, non sono così legati al Patrono. Per quanto egli li abbia graziati con una pausa lavorativa nel weekend dell’Immacolata – cade il 7 di Dicembre – e con un carnevale prolungato, i milanesi durante questa festività tendono a scappare dalla città, mentre noi tendiamo a farvi ritorno. Effettivamente, se noi siamo gli “Zemian”, loro hanno l’Ambrogino d’oro (le onorificenze conferite dal comune di Milano) e se San Zemian, pronunciato con il suono aperto, è un invito alla festa, Sant’Ambroeus ha quasi un suono minaccioso!

San Geminiano
San Geminiano

D’altronde la storia dei 2 santi è incommensurabilmente diversa. Geminiano (Cognento, 312 – Modena, 397) era di famiglia modesta e, uomo di grande fede, si dedicò con zelo alla divulgazione del verbo. Se infatti la corrida si corre tra Modena e Cognento lo dobbiamo proprio a lui e, no, non si tratta di una corsa verso gli outlet! Ambrogio (Treviri, 340 – Milano, 397), era invece un avvocato che fu letteralmente obbligato a prendere i voti, perché serviva un cattolico a guida della città. In tipico stile di efficienza milanese, nel giro di 7 giorni fu battezzato e ordinato Vescovo! A lui si devono però i tipici canti in stile Ambrosiano, che fu il primo a introdurre nella liturgia cristiana. L’usanza del canto antifonale e della preghiera cantata in forma di inno, con lo scopo di non fare addormentare i fedeli che occupavano la basilica, è il primo esempio assoluto di audience engagement della storia!

Basilica di Sant'Ambrogio
Basilica di Sant’Ambrogio

Tornando a Geminiano, anche se lontani, troviamo sempre il modo di festeggiarlo. Ad esempio, il grande giornalista Guglielmo Zucconi, nativo di Modena ma residente a Milano, era solito organizzare in questa data una cena, radunando al suo desco amici e colleghi di Modena. Questa tradizione è durata fino al 1985. Ora, a 30 anni esatti di distanza, ho deciso di seguire il suo esempio: sabato sera tutti da me a Milano a festeggiare San Zemiàn! Tradizioni da provinciali.

Stanchi, sfiniti, ognuno pensa per sé

Sono “stanchi e sfiniti”; ognuno si occupa delle proprie cose e non ci si sente più “popolo”; a Modena cresce il senso di tristezza e la malinconia è diffusa ormai ovunque. Per uscire da questo impasse, secondo il vescovo Antonio Lanfranchi occorre lavorare tutti per “rimettere al centro la persona e il suo desiderio di felicità, di vita piena, sensata”. L’occasione per riscoprire la “contentezza di essere cittadini” e di partecipare alla vita della città è il voto per rinnovare l’amministrazione comunale: «Sentiamo il dovere, la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città».

Non è sicuramente “morbido” il messaggio che oggi, durante la messa per la festa del patrono di Modena San Geminiano, il vescovo Lanfranchi ha rivolto ai modenesi. In prima fila, come ogni anno, ci sono le autorità, gli amministratori e i politici. Il primo pensiero va ai danni della Bassa dopo l’alluvione per la rottura dell’argine del Secchia: «la loro prostrazione e umiliazione sono più che legittime, vorrei far sentire loro la mia e la vostra vicinanza e solidarietà».

lanfranchi«Non possiamo nasconderci un malessere diffuso, una tristezza che attraversa tutte le fasce sociali – ha detto Lanfranchi -. Viviamo in un’epoca dominata da quelle che Spinoza chiama le “passioni tristi”, che generano un senso pervasivo di impotenza e incertezza che rende pesante la vita e che porta a chiuderci in noi stessi e vivere il mondo come minaccia. Le manifestazioni di questa crisi le conosciamo bene, dalla povertà crescente, alla insicurezza, al clima di litigiosità, alla rassegnazione, all’individualismo utilitaristico». Si ripresenta la situazione descritta nel Vangelo, quando Gesù incontrava «folle “stanche e sfinite”, come pecore senza pastore… era venuta meno o era diminuita la forza unitiva che faceva di quelle persone un popolo. E’ come se ognuno si occupasse delle cose sue e trascurasse le vecchie memorie, i vecchi riti, le tradizioni, i vecchi valori. Proprio perché si dedica soltanto alle cose proprie ognuno si sente solo, abbandonato e disperso». Il vescovo parla di fenomeni ormai diffusi ovunque come la “stanchezza interiore”, la “tristezza del cuore” e la “malinconia”: «quando si impossessano del cuore, disgregano l’anima, trasformano le persone in risentite, scontente, senza vita. Sono consapevole che la crisi profonda che stiamo attraversando richiede soluzioni concrete strutturali, ma queste non possono realizzarsi senza rimettere al centro la persona e il suo desiderio di felicità, di vita piena, sensata».

Modena sta quindi perdendo colpi? «Occorre essere contenti di essere cittadini di Modena, sentire propria la città. E’ questa la condizione per impegnarci ad avere cura di essa, a partecipare alla sua vita, a costruire tutti il bene comune. La città può fare paura, ma può generare anche gioia di vivere quando è vissuta come occasione di prossimità, di amicizia, di ospitalità. Vorrei guardare alle elezioni amministrative come a un’occasione per rinnovare la nostra partecipazione alla vita della città. Viviamo tempi difficili, che sembrano fatti apposta per rafforzare contrasti e generare derive pericolose per il presentare e il futuro. Sentiamo il dovere, anzi, mi viene da dire, la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città».

Secondo il vescovo anche a Modena «viviamo in un tempo di elevato tasso di litigiosità, a tutti i livelli e in tutti gli ambiti della vita. Cedere alla litigiosità, alla contrapposizione su ogni cosa, all’odio, di fatto vuol dire cedere all’influsso negativo del grande tentatore. Cacciare i demoni allora vuol dire costruire unità dove c’è divisione, costruire fraternità dove c’è contrapposizione; dove c’è odio portare riconciliazione, dove c’è violenza portare pace». Chi ha responsabilità, ma anche ogni singolo cittadino, deve «lavorare per togliere tutto ciò che mortifica la dignità dell’uomo, tutto ciò che lo spersonalizza, lo riduce a oggetto, a funzione, per far risplendere la dignità di figlio di Dio, amato in ter¬mini unici e irripetibili, amato per sempre, gratuitamente. Sentiamo il dovere, anzi, mi viene da dire la bellezza e l’intima gioia di una partecipazione attiva alla costruzione della città, a misura della dignità di ogni uomo. Rinnoviamo tacitamente il “patto sociale e civile”. Un vero rinnovamento ha bisogno di volontà di incontro, di modi e di linguaggi capaci di attuare un confronto».

Ecclesia semper reformanda

ImmagineCollegare in un’unica visione d’insieme le lettere alla città del vescovo e gli orientamenti pastorali del nuovo papa Francesco: questo l’obiettivo dell’incontro promosso sabato 6 aprile dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, durante il quale è stato presentato il volume che raccoglie per la prima volta tutte insieme le lettere che dal 1998 i vescovi di Modena hanno scritto alla città in occasione della festa del patrono San Geminiano.

«Le lettere – spiega Gianpietro Cavazza, presidente dal centro culturale – sono una tradizione che rimarca, anno dopo anno, il gesto di fraterna amicizia che il Pastore modenese intende compiere nei confronti di tutta la comunità locale. Una tradizione che ben si concilia con il nuovo stile pastorale di papa Francesco, i cui gesti e parole fanno già pensare a un cambio di rotta nella guida della Chiesa. Se non si può ancora parlare di una vera e propria rivoluzione, si può per lo meno rispolverare uno dei capisaldi della riforma protestante: Ecclesia semper reformanda. Questo riguarda la Chiesa in generale, ma anche la Chiesa di Modena, il suo “pastore” (il vescovo), il suo “gregge” (i credenti e le parrocchie), in rapporto con tutto il “popolo” cioè la città».

Un’occasione anche per soffermarsi sull’impatto che hanno avuto i messaggi dei vescovi sulla città, sui modenesi, sulla classe politica e sul mondo associativo e del volontariato. «La lettera – aggiunge Cavazza – è insieme uno strumento di comunicazione personale, perché aiuta a comprendere e riflettere sui fatti della vita personale, ma anche comunitario, in quanto l’identità del singolo si costruisce solo nella relazione con gli altri. Essa non intende rovesciare addosso alle persone o alla società modenese consigli e suggerimenti, piuttosto esprime un gesto di incoraggiamento e stimolo proponendo un cammino, un itinerario da farsi non da soli ma in compagnia».

Ma quale ricezione hanno avuto le lettere sulla città e nel tessuto della comunità ecclesiale? «Spesso le lettere alla città – ha affermato don Giuliano Gazzetti, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro – vengono ridotte ad un discorso sui valori, ma è soltanto questo l’aiuto che una Chiesa può dare alla sua città, l’aiuto a riscoprire o a rinfrescare certi valori e indicazioni etiche, oppure intende offrire una lettura spirituale della realtà? Compito della chiesa non è di “aiutare” la società ma di “salvarla”, ricordando che c’è solo una Persona che può trasformare i cuori delle persone in nome della redenzione avvenuta con il suo sangue».

Ma per promuovere una trasformazione del tessuto sociale occorre un reale rinnovamento della chiesa. Se i richiami contenuti nelle Lettere alla città non trovano riscontro nel vissuto ecclesiale, non possono essere realmente incisivi. «Già papa Benedetto XVI invitava a ripartire dalla vita di fede e dalla pratica liturgica per rinnovare la società, ponendo al centro del suo messaggio, mai abbastanza sottolineato, il concetto di purificazione del cuore e della ragione attraverso la vita di fede e i sacramenti, i quali, diversamente, si riducono ad una stanca osservanza rituale. Solo un popolo “purificato” sarà in grado di mettere il bene comune al primo posto, al di sopra anche degli interessi personali, e di partecipare all’edificazione della sua città».

«Le lettere alla città – ha aggiunto mons. Antonio Lanfranchi, arcivescovo di Modena-Nonantola, estensore diretto delle ultime tre – sono uno strumento importante per raggiungere tutti i modenesi, anche quanti sono fuori dalla vita della chiesa ma ne riconoscono l’autorità spirituale. Esse nascono dall’accogliere una domanda che viene dalla città, e nel cercare di accoglierla si arriva a parlare del ruolo e della missione della Chiesa nella città degli uomini. Il messaggio delle lettere intende suggerire atteggiamenti, che riguardano il modo di essere e di pensare, più che comportamenti esteriori o soluzioni concrete, che riguardano in modo autonomo le decisioni dei vari enti e associazioni».

Centrale l’idea del collegamento tra popolo di Dio e Vescovo, che si richiamano l’un l’altro, come insegna papa Francesco. «Se la chiesa perde la sua dimensione di popolo convocato, perde la sua significatività, se annulla l’essere in un territorio, perde la sua incarnazione. La Chiesa definisce se stessa fuori da sé, non al suo interno, in quanto deriva dal disegno di Dio e si rivolge agli uomini a cui è inviata. Occorre quindi che essa eviti di peccare di eccessiva autoreferenzialità, cioè di parlare di sé più che di Dio e dell’uomo».

Il volume “Ecclesia semper reformanda. Le lettere alla città del vescovo”, edito nella collana de I Quaderni del Ferrari, contiene anche un’ampia intervista a mons. Lanfranchi, alla guida della diocesi modenese dal 2010, che racconta la sua infanzia, gli studi, l’esperienza pastorale e il suo primo impatto con la città di Modena e la crisi economica, ma anche le sue letture preferite e le sue nuove responsabilità da vescovo.
Dalla lettura delle lettere emergono infine alcuni suggerimenti pastorali per migliorare le relazioni della chiesa con la città: riorganizzare le parrocchie come piccole comunità, sull’esempio delle prime comunità cristiane, al fine di rendere più densa e vitale la testimonianza del Vangelo, rafforzare e diffondere esperienze di comunione e di collaborazione tra i laici e di sperimentazione della corresponsabilità nella vita della chiesa locale, dotarsi di strumenti di resoconto pastorale al fine di rendere conto non solo delle attività realizzate ma anche del loro impatto pastorale nella comunità locale.

Impegno gratis per il bene comune

6135528268_af221050f0_bQuesta è una (piccola) risposta alla lettera alla città del vescovo Antonio per San Geminiano che l’Ac modenese ha scritto. Vuole essere, semplicemente, uno spunto per riflettere insieme e un incentivo a leggere la (bella) lettera del vescovo.

Responsabilità, giustizia, solidarietà, gratuità, bene comune, religiosità, umanità… Sono tante le “parole chiave” del messaggio del vescovo Antonio per il San Geminiano del 2013. Parole chiave non solo da tenere a mente ma da “scrivere” con la nostra vita, con le nostre esperienze, nella e per le nostre città. Una sorta di “agenda“, tanto per utilizzare un vocabolo che va di moda, che in estrema sintesi richiama tutti, credenti in primis ma anche non credenti, ad assumere in pieno e senza deleghe in bianco il nostro essere cittadini.

Quella del vescovo è una lettera bella, piena di speranza, che vuole aprire le finestre e, come dice il titolo stesso, può aiutare a costruire sulla roccia sulla scorta del messaggio evangelico.
La responsabilità è il filo rosso che accompagna il testo e che, partendo dall’assunzione di responsabilità del santo Patrono quando decise di accettare l’incarico di vescovo di Modena, arriva fino a noi e alle nostre scelte. Anche noi come associazione non a caso mettiamo al centro dei nostri percorsi formativi fin dai ragazzi proprio la responsabilità a vivere nella Chiesa e nel mondo, come richiama la stessa lettera A Diogneto che il vescovo richiama nel suo testo.
E la responsabilità si declina poi in alcuni “fondamentali” per la vita buona: la sobrietà, la giustizia, la solidarietà, il senso di umanità, la prudenza e, infine, il bene comune. La forza del messaggio di mons. Lanfranchi sta proprio nell’unire fede e vita, nel mettere in luce come l’adesione alla fede e al Vangelo non porti “fuori” dall’impegno per l’edificazione della città, ma anzi lo concretizzi in valori che sono a un tempo autenticamente cristiani e autenticamente umani. E l’impegno per la formazione delle coscienze, per “costruire” buoni cristiani che siano anche buoni cittadini, è al centro dell’impegno che come Azione Cattolica portiamo avanti pazientemente da sempre.

L’impegno gratuito in associazione di tanti giovani e adulti non fa notizia, ma solo persone che hanno a cuore il bene comune, inteso come puntualizza il vescovo Antonio “il bene di tutti gli uomini, al di là degli interessi di parte”, saranno in grado di ricostruire il tessuto sociale e rinnovare lo stare insieme su basi solide. Infine un accenno al passaggio conclusivo del vescovo, quando parla di passare “dall’io al noi per tornare a costruire“. Passare dall’io al noi è davvero fondamentale e per questo, nel nostro piccolo, cerchiamo di impegnarci insieme da laici associati nella Chiesa e per il mondo. Non si tratta semplicemente di uno slogan, siamo davvero convinti che l’essere associati, il cercare di raggiungere gli obiettivi insieme (ragazzi, giovani e adulti), rappresenti un valore aggiunto che vogliamo mettere a disposizione.

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Oggi è San Geminiano

Santo patrono di Modena, San Geminiano fu il secondo vescovo della città a partire dal 350 circa. Fin dall’inizio del XIX secolo, il 31 gennaio di ogni anno la città festeggia il Santo le cui reliquie vengono esposte in Duomo, mentre il centro storico si riempie delle bancarelle della tradizionale fiera. Abbiamo chiesto a Isabella Colucci, “modenese d’adozione, fotografa per passione che ama riprendere tutto ciò che è umano e trasuda emozioni”, di raccontarci la festa attraverso i suoi scatti. Le foto di Isabella inaugurano le gallerie fotografiche di Note Modenesi.

 

Vivere da saggi la città

Per la festa di San Geminiano, tutta Modena ha abbracciato il suo centro, il suo duomo, la sua piazza. Non è una novità: ogni anno (tempo permettendo) la via Emilia, invasa dalle bancarelle, si trasforma in “un carnevale di Venezia”. Ma a otto mesi dal terremoto, questo abbraccio è più caloroso che mai.

I modenesi non sono mai scappati, neanche dopo le ripetute scosse e i continui crolli. Hanno dimostrato coraggio e voglia di continuare. Ora vanno aggiunti nuovi requisiti per la ricostruzione: la saggezza è uno di questi.

«C’è una casa da ricostruire, che è sì la propria casa, la propria vita, ma anche una “casa comune”, abitata da tutti, che pure va ricostruita e che richiede il coinvolgimento di tutti». Lo ha ricordato nel suo messaggio alla città il vescovo di Modena, Antonio Lanfranchi.

La vita del patrono di Modena, ricordata nella lettera del vescovo, offre alcune indicazioni per continuare il lavoro mai interrotto dallo scorso maggio.

Statuta Civitas Mutine (1327) Particolare San Geminiano
Statuta Civitas Mutine (1327) Particolare San Geminiano

«Quali furono – si chiede mons. Lanfranchi – gli argomenti che convinsero il fuggiasco Geminiano a ritornare sui suoi passi e ad accettare il gravoso ministero episcopale? L’agiografo annota che “L’umiltà del Santo fu vinta, più che dalla insistenza dei concittadini, dalla considerazione ch’essi gli facevano presente, quando gli gridavano che lo avrebbero ritenuto responsabile di tutti i mali, se avesse permesso, mentre era vivo, che si introducesse nel governo religioso di Modena un mercenario”. Siamo tutti chiamati a onorare la nostra appartenenza alla “città” con una partecipazione attiva e responsabile». Al di là delle deleghe, delle elezioni, dei candidati, degli incarichi ufficiali: ognuno, nella propria vita, nella propria giornata, ha un impegno verso la provincia-comunità.

Nella sua lettera, il vescovo indica tre modalità per esprimere la propria appartenenza alla città: coltivare la dimensione religiosa e trascendente, ridare valore ai “fondamentali” della vita, edificare il bene comune. «I “fondamentali” della vita – ha scritto mons. Lanfranchi – sono racchiusi in alcune virtù che richiamiamo: la sobrietà o temperanza, per ricuperare l’essenzialità nello stile di vita; la giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli quanto gli è dovuto; la solidarietà, per essere davvero attenti ai bisogni di tutti e vivere con ferma determinazione il proprio impegno per il bene comune, il senso di umanità, così da vedere sempre in ciascuno l’ordine da rispettare, la prudenza, per individuare il meglio che può essere fatto qui e ora».

Ciao 2012

Non so voi, ma mi sto chiedendo cosa vorrei tenermi di questo 2012. Un anno difficile (la crisi), violento (il terremoto), amaro (i giovani disoccupati). Un anno che molti, a giusta ragione, desiderano solamente seppellire e lasciarsi alle spalle, confidando che ‘il 2013 peggio non potrà essere’. Detto che lo spero, ma che non si può mai sapere e che comunque meglio o peggio sono categorie non propriamente scientifiche, vi dico cosa tengo del 2012 e perché.

Tengo i 50 anni del Concilio Vaticano II: le celebrazioni e il tentativo, anche a Modena, di mantenerlo vivo e vicino. Non una commemorazione, ma una riscoperta (o, per i più giovani, una scoperta) di quella che l’Azione Cattolica ha definito ‘La Chiesa bella del Concilio’.

Tengo le olimpiadi di Londra: le medaglie vinte dagli italiani (tre nomi per tutti, tutte ragazze: Jessica Rossi con la finale del tiro a volo seguita per radio in auto al ritorno dal mare; Elisa di Francisca e il fioretto femminile vera miniera d’oro per l’Italia; la casinalbese Cecilia Camellini e le sue Paralimpiadi da Regina d’Inghilterra), le medaglie di legno (Alessandra Perilli sempre nel tiro a volo: San Marino a un piattello dalla prima medaglia olimpica della storia!, Tania Cagnotto), le ingiustizie sportive (la schermidrice sudcoreana, Cammarelle nella boxe…), il ricordo della sconfitta immortale di Dorando Pietri.

Tengo la neve per San Geminiano (anche se dopo abbiamo un po’ esagerato) e la fila di persone (italiane e non) per salutare il santo dei modenesi.

Tengo il museo Casa Natale di Enzo Ferrari, al di là di come la si pensa un patrimonio per la nostra città e una struttura architettonica molto bella che meriterebbe maggiore valorizzazione e sinergie più strette (eufemismo…) con Maranello.

Tengo l’esperienza dei centri estivi nella Bassa di ‘Estate Insieme’, un modo (tutto sommato riuscito) di mettere attorno a un tavolo associazioni e realtà differenti del mondo ecclesiale e non solo.

Tengo il girone d’andata del Sassuolo e i gol di Ardemagni del Modena.

Tengo i sorrisi e la voglia di ripartire di tanti amici e conoscenti della Bassa: la lettera di Ione, la costanza di Alberto, i grazie (immeritati) di Bruna, la serenità di Giuseppe, il sorriso di Sissi, il carattere di Fernando, la tranquillità di Alberto, le telefonate di Vilma, la maturità di Luca…

E poi tengo tanto altro, che mi tengo per me e per la mia famiglia. Intanto, ovviamente, buon 2013!