Ho visto migrare un’intera civiltà

Ho visto 3000 profughi aspettare ordinati e con dignità il proprio turno per salire su una corriera che li portasse dall’altra parte della frontiera: verso la libertà. Ho visto donne, uomini, bambini, anziani e mutilati fare la fila per prendere un pezzo di pane, una bottiglietta d’acqua, dei biscotti. Ho visto una famiglia siriana – padre, madre, un figlio in fasce e due in tenera età – scendere le scale di un Centro per rifugiati ed incamminarsi mano nella mano verso il confine: sulle spalle uno zaino e in mano una borsa, stop.

Ho visto bagni chimici improbabili che nemmeno al concerto dei Rolling Stones ne avevo visti di messi così male. Ho visto volontari e operatori umanitari impegnati con passione nell’aiutare persone in fuga dalle loro terre martoriate dalle guerre. Ho visto 6 volontari che facevano una riunione in piedi, in cerchio, per decidere come montare le tende. Ho visto un bambino arrivare con lo sguardo perso nella zona di confine: 10 anni circa, dolorante, era solo, nessun genitore all’orizzonte. Ho visto bambini piccolissimi frugare all’interno delle sportine di plastica portate da volontari per prendere un po’ di cibo, dei vestiti, le caramelle. Ho visto persone arrivare al confine dopo ore e ore di marcia sul suolo ungherese: stanchi, stravolti, con le infradito.

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Ho visto persone ammassate attorno ad un generatore di corrente per caricare il proprio cellulare: l’unico possibile strumento di comunicazione con cui tenere i contatti con i parenti rimasti a sfidare la guerra. Ho visto un ragazzo trasportare sulle proprie spalle un amico mutilato, senza gambe. E i due ridevano e scherzavano. Ho incontrato una profuga mussulmana sui sessant’anni che mi ha chiesto con molta cortesia una sigaretta. E in cambio ha voluto offrirmi a tutti i costi un biscotto. Ho visto migliaia di persone decidere di lasciare tutto: la casa, il lavoro, gli amici e la propria vita passata per cercare qualcosa di migliore. Questo è quello che ho visto con i mie occhi.

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Ma non me la sento di definire tutto ciò un flusso migratorio. Di racchiudere tutto ciò in un numero: ad esempio, quello dei 50mila profughi che dal 14 al 18 settembre hanno attraversato la frontiera ungherese per passare in Austria e sperare di dirigersi da lì in Germania o in Svezia, le loro vere mete.
Non me la sento di definire questo fenomeno con queste categorie numeriche o lessicali perché mi sembra riduttivo, mi sembra di rinchiuderlo veramente in confini troppo stretti. Mi sento invece di definire tutto quello che ho visto come un esodo, un esodo biblico: un popolo, in primis quello Siriano, ma non solo, che decide di trasferirsi altrove, di ‘traslocare’ in massa per andare a vivere in un’altra terra fuggendo da quella guerra che ha intenzione di uccidere, primo di tutto, la fiducia nel futuro.

Ma che cosa è un esodo se non la trasmigrazione di un civiltà e/o la frantumazione e la diffusione della stessa oltre i confini che l’hanno vista nascere? Quando si manifesta un esodo, ciò che si muove non sono solo le persone, ma sono soprattutto i valori, le idee, le competenze e le modalità di comunicazione che quelle persone ospitano nelle loro menti. Quello che si manifesta non è solo un esodo del corpo, ma è soprattutto un esodo delle mente, un esodo del pensiero.

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Così, l’esodo dei siriani è l’esodo di un popolo a forte trazione orale, che ha nelle proprie corde un sano mix culturale tra occidente e oriente e che ha alle spalle una ricchezza culturale che gli proviene da una storia arricchita dalle civiltà che lì si sono succedute nel corso del tempo. L’esodo siriano è il trasloco di questa storia, è l’uscita di massa dai confini nazionali di questa cultura. E da questo esodo anche noi possiamo imparare qualcosa ed uscirne a nostra volta arricchiti se attiviamo anche noi l’esodo delle nostre menti, traslocandole su un piano di innovazione teso ad accogliere non solo le persone, ma soprattutto le novità culturali che viaggiano con loro.

Ecco quello che ho visto al confine tra Ungheria ed Austria.

Profughi. Perché dobbiamo aiutarli?

Dopo la pubblicazione del nostro articolo sull’accoglienza dei profughi e le responsabilità di politica e stampa, abbiamo continuato a leggere i numerosi commenti sui social network – principalmente su Facebook – a proposito del tema dei richiedenti asilo in Emilia-Romagna, una delle regioni – lo ribadiamo – più ricche d’Europa. A parte i commenti apertamente razzisti, fascisti e nazisti, le foto di Mussolini con le scritte “ci vorrebbe lui”, le ruspe, eccetera, abbiamo colto alcune domande fondamentali che i cittadini continuano a porsi. Per fare chiarezza su questi punti fondamentali, ci siamo rivolti a Valerio Corghi, coordinatore regionale della Caritas per l’accoglienza dei profughi.

Prima di tutto, quanti richiedenti asilo ospiterà l’Emilia-Romagna? E da dove vengono?

Ricordando quanto il fenomeno migratorio sia dinamico, mai statico ed in continua evoluzione, non dimenticando le motivazioni per cui le persone sono spinte a lasciare la propria terra (guerre, conflitti, violenze, intolleranze etniche…) è necessario un piccolo sguardo nazionale.

Dall’inizio dell’anno a maggio sono giunti in Italia circa 34mila migranti. Complessivamente il nostro paese ne ospita 74mila in strutture temporanee (messe a disposizione all’interno del progetto Mare Nostrum ora Frontex Plus), nei CARA (Centri di Accoglienza richiedenti Asilo) e nei servizi Sprar in Italia.Quasi un terzo le domande di asilo presentate.

La maggior parte delle persone proviene da stati africani (Somalia, Eritrea, Nigeria, Senegal Gambia e Mali) e da alcune zone dell’Asia (Siria e Pakistan).

Le Regioni che accolgono maggiormente profughi sono la Sicilia (23%), il Lazio (11%), la Lombardia (9%), la Puglia (8%) e la Campania (7%).

La nostra regione ha superato il 5% (3.187 presenti in 227 strutture temporanee, dati Ministero Interno – 4 maggio 2015, a cui si aggiungono i 782 inseriti nello Sprar per un totale di 3.963 persone), arrivando, oggi, a superare la quota di 4.300 profughi stabilita dal Piano nazionale di ripartizione regionale.

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Da dove vengono i soldi? Ad esempio a Modena abbiamo scoperto che c’è un budget di circa un milione di euro. Chi ce li mette?

Attualmente, il contributo economico investito per l’accoglienza viene gestito dal Ministero dell’Interno attraverso due canali: quello del “Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo” e quello istituito dal DL 30.10.1995 n. 451, convertito in legge 29/12/1995 n. 563.

Il primo garantisce la prosecuzione di anno in anno dei servizi di accoglienza nell’ambito dello SPRAR, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Il secondo è il fondo attraverso il quale il Ministero trae il contributo economico necessario per la creazione dei CAS gestiti quindi dalle Prefetture come da reg. 233 del 1996 per fronteggiare, con interventi di carattere straordinario a situazioni di emergenza che coinvolgono gruppi di stranieri privi di qualsiasi mezzo di sostentamento arrivati e presenti sul territorio nazionale.

I soldi che vengono utilizzati per l’assistenza ai profughi vengono tolti agli italiani in difficoltà?

Entrambi i fondi vengono provvisti, annualmente o al bisogno, di dotazioni economiche ed i Fondi Europei per i rifugiati, ora confluiti nei FAMI, vengono utilizzati proprio per sostenere questi tipi di interventi di emergenza e sono stati stanziati dall’UE pertanto non possono essere utilizzati per altre finalità, dirottati su altre voci di spesa senza intaccare i fondi riservati ai cittadini italiani.

Perché ai profughi vengono dati 2,50 euro al giorno e la scheda telefonica?

Per quanto concerne il contributo economico, pro capite pro die, garantisce ogni aspetto progettuale a tutela di ogni singola persona: accoglienza, vitto e alloggio, beni di prima necessità a cura dell’igiene personale, aspetti medico sanitari, corsi di lingua italiana, attivazione di assistenza legale inerente tutto l’iter previsto per la richiesta permesso di soggiorno per asilo politico, mediazione linguistico culturale, pocket money (2.50 euro giornalieri per le spese e necessità personali), possibilità di integrazione e attività sociali sui territori. Per quanto concerne la scheda telefonica, è necessaria e fondamentale, oltre che prevista, al momento dell’arrivo affinché il migrante possa contattare e parlare con la famiglia, a volte anche vicini di casa, per informarli, spesso a distanza di mesi o più, delle loro condizioni di salute e integrità fisica.

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Secondo lei la stampa come sta trattando l’argomento dei richiedenti asilo?

Reputo fondamentale una informazione vera, obiettiva, che non si scordi mai di un’etica e di una morale indispensabile che deve appartenere ad ognuno, sempre nel rispetto della persona, nella sua dignità, storia, vissuto, in quella di una comunità, di un territorio. Alle volte, purtroppo, gli interessi personali, l’egoismo, forme inutili di allarmismo che cercano di creare tensioni, o quant’altro non permettono tutto ciò …

Situazioni come quelle di Treviso e Roma potrebbero verificarsi anche in Emilia-Romagna?

Gli episodi di Quinto in provincia di Treviso e di Roma, Casale San Nicola per la precisione, devono farci riflettere. Secondo il mio parere, non si risolvono le situazioni con l’intolleranza, la violenza, lo scontro, la strumentalizzazione delle situazioni, la disinformazione dei fenomeni, il rifiuto dell’altro e le contrapposizioni. E’ necessario conoscere, apprendere, dialogare, cogliere l’accoglienza dei profughi come una opportunità che possa mettere anche in discussione i nostri stili di vita, le nostre consuetudini, aspetti l’economico – finanziari e diverse scelte politiche. Davanti a tutto persone, volti, sguardi, mani tese, necessità, diritto nei doveri di una vita migliore e un futuro di pace. E’ una situazione che non si può continuare ad affrontare come una emergenza: è una quotidianità che dura da oltre trent’anni. Questo deve interpellarci, può essere progettata, accompagnata con professionalità e dedizione, non ci deve spaventare o esimere dal riconoscere che tutto ciò è possibile: agendo sulla cultura, formando coscienze, continuando a percorrere insieme strade di giustizia sociale che non escludano nessuno.

In conclusione, una domanda che si fanno in molti, apparentemente banale ma comunque importante, ed è questa: perché dobbiamo aiutarli?

Il tema dei profughi è quotidianità che deve essere affrontata, condivisa, normata mettendo al centro la persona rispetto a quanto accade nei diversi paesi di provenienza. Tutto ciò nella solidarietà, nell’attenzione a chi è in difficoltà, nella giustizia di una società che include e non esclude, che spesso fatica ad essere equa, dove non deve esistere l’indifferenza ed il girarsi dall’altra parte o la paura, dove è necessario continuare a dare importanza all’accoglienza, all’ascolto, alla relazione, alla vita, proteggendo e tutelando i diritti umani, valori universali, condividendo percorsi e possibili progetti con e per la persona.

L’esperienza delle Caritas della nostra regione pone sempre l’attenzione a chi soffre, chi è in difficoltà, nella dimensione dell’ascolto, dell’accoglienza, della relazione, del “farsi carico di”, dello “starci” con generosità e cura. E’ prerogativa fondamentale tutelare la vita, provare a far ritrovare dignità nella prossimità ad ogni individuo, facendo un piccolo pezzo di strada insieme coinvolgendo e animando la comunità, ecclesiale e civile, dei territori.

(intervista a cura di Martino Pinna)