Senza convincere, vincere non basta più

La volta precedente è stata colpa di un “cortocircuito”, poi è stato un “flop” e questa volta un “disastro”. Le primarie del Pd e di una buona parte del centrosinistra aprono un seria riflessione sull’utilità di tale strumento democratico e, soprattutto, interrogano sul contributo politico che esse consegnano al candidato vincente. Nel caso di quelle tenutesi domenica scorsa per il candidato alla presidenza della Regione, il modenese Stefano Bonaccini.

Tutti hanno delle risposte (più o meno preconfezionate) per cercare di giustificare il crollo dell’affluenza di domenica 28 settembre alle primarie (durante le quali hanno votato in circa 58 mila persone, su 75 mila iscritti al Pd) e tali analisi risultano essere in gran parte corrette: la campagna elettorale è stata troppo breve; nessun traino dalla politica nazionale; i giornali si sono disinteressati all’appuntamento; le vicende giudiziarie dei due (potenziali) candidati hanno allontanato ancora di più i cittadini. Tutti hanno una propria ragione e una propria giustificazione, ma tutti – ormai è tempo di ammetterlo – stentano a considerare le primarie come uno strumento democratico valido per tutte le stagioni.

Con il voto (o non-voto) di domenica scorsa anche il Pd ed i suoi dirigenti sembrano avere abdicato all’idea delle primarie come strumento utile in ogni circostanza e ad ogni condizione, se non altro perché esse non fanno ancora parte del dna del partito e, in alcuni casi, appaiono più tollerate che desiderate. Sembra aver ragione Arturo Parisi quando afferma che: ogni anno che passa queste si trasformano in “primarie preterintenzionali”. La gente, il popolo, l’elettore, anche quello meno affezionato alla politica, ha dimostrato di apprezzare lo strumento. A patto che sia chiaro l’obiettivo.

Lo ha fatto nel 2005 rafforzando la leadership di Romano Prodi (la sua candidatura a premier era scontata ancora prima di aprire i seggi). Con la vittoria di Prodi alle primarie di nove anni fa, è stata premiata la società civile vivace, quella con una maggiore disponibilità a prestare il proprio tempo gratuitamente per la causa pubblica (cf. analisi dell’Istituto Cattaneo del 27 ottobre 2005).

Lo ha confermato nelle primarie del 2012: una vera sfida tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. In quel caso hanno funzionato gli endorsement, la sfida tra candidati profilati diversamente (il nuovo contro l’usato-garantito), la possibilità di urlare contro la Casta o di rimanere ancorati ai contenuti.

In questo fine 2014, invece, le primarie emiliano-romagnole sono risultate decisamente sottotono perché svuotate di senso. Si è sottovalutata l’importanza dell’appuntamento elettorale e ciò che ne risulta è un candidato vincitore che non può godere pienamente di questa vittoria. Come dire: se Atene piange, Sparta non ride. Quello che il Pd consegna al candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna è un capitale politico criptico, un popolo da rimotivare, una rete di relazioni da riallacciare in un progetto sul presente (non solo sul futuro) possibilmente scevro di ogni forma automatica di retorica politica.

Pd, adesso cambi le liturgie

Circa 10 milioni di elettori alle ultime politiche, quasi 3 milioni di partecipanti alle primarie e quasi 300 mila iscritti. C’è una qualche correlazione tra questi numeri che riguardano la storia recente del PD? Proviamo a fare qualche ipotesi alla buona.

Il 33% degli elettori che non hanno la tessere del partito sono disponibili però ad un tesseramento leggero, ad una partecipazione mirata, ad un obiettivo semplice e circoscritto con un esito certo. Quali, appunto, i termini delle primarie. La quota di adesione al partito si assottiglia enormemente se si considerano i soli iscritti. La tessera esprime una appartenenza forte, la partecipazione è costante nel tempo, l’esito democratico della partecipazione talvolta appare incerto. Proviamo ad invertire il rapporto.

Un iscritto al PD riesce a mobilitare 10 elettori alle primarie e 33 elettori alle elezioni politiche. Circa. Questo è il livello della produttività elettorale del tesserato democrat. La questione che ora si pone è come aumentare la produttività del PD per arrivare, al netto del sistema elettorale, ad essere il principale partito italiano ovvero che raccoglie la maggioranza assoluta degli elettori.

Che cosa fa l’elettore delle primarie tra una consultazione e l’altra? Non sarebbe il caso di coinvolgerlo sempre in maniera leggera e mirata su questioni rilevanti? Oppure, detto in un altro modo, come fa la segreteria del partito, nazionale o locale non fa differenza, a rapportarsi non con gli iscritti ma con un canale importante di consenso rappresentato dall’elettore delle primarie? Se cambiamento deve esserci questo va spinto fino in fondo al punto di cambiare certe liturgie ma anche certe impermeabilità che ostacolano il confronto libero e democratico.

Lo stile dei duellanti

bursi-schena
Di questi giorni di perenne campagna elettorale va segnalato favorevolmente il confronto tra Lucia Bursi e Giuseppe Schena che competono per la carica di segretario provinciale del PD.
Di solito il confronto fra politici, quello mediato dalla televisione, ci riporta una conflittualità fatta di offese personali, di ripicche puerili, di ricatti per nulla mascherati. Il contenuto delle proposte diventa strumentale al conflitto guerreggiato. In questi casi il politico di turno gioca tutta la propria identità sulla propria idea/proposta politica pertanto lo scontro diventa totale come quando due bambini si mettono a litigare per un giocattolo anche rotto e dopo due secondi quel giocattolo non interessa più a nessuno dei due e iniziano a litigare per qualcos’altro. Cambia l’oggetto del contendere ma la modalità rimane identica.

Dobbiamo invece ringraziare Lucia e Giuseppe per il loro operare calmo, mite e per nulla altisonante. In questo possono essere stati di aiuto la comune esperienza di amministratori e il fatto che la loro disponibilità a candidarsi assomiglia di più ad una risposta ad una chiamata di un raggruppamento politico che ad una autocandidatura. E’ evidente che esistono differenze sostanziali tra i due sindaci che dipendono dalla loro storia, dagli ambienti che frequentano, dalle caratteristiche personali e che contraddistingueranno la nuova segreteria; tuttavia hanno messo in circolo uno stile di fare politica di cui si erano perse le tracce e di cui invece ne abbiamo massimamente bisogno.

Nel video, l’intervista doppia a Schena e Bursi.

Lucius Quinctius Cincinnatus se ci sei batti un colpo

Pensando alla storia recente del PD, e non potrebbe essere altrimenti data la sua giovane età, mi viene da pensare a Cincinnato.
Una certa storiografia racconta che Cincinnato fu chiamato per ben due volte a fare il dittatore nella Roma del 400 a.C. strappandolo dal lavoro dei campi quale ultima speranza per l’autorità del popolo romano. Cincinnato viene, appunto, ricordato quale esempio di buona direzione, di servizio al bene pubblico e di modestia. Lo stesso Dante lo cita per ben due volte nel Paradiso.
Un certo spirito di quel tempo lo ritroviamo ancora oggi nel popolo italico quando ripone la speranza che un sol uomo possa risolvergli i problemi del vivere quotidiano: Presidente delle Repubblica, Presidente del Consiglio, Segretario del Partito, solo per citare i casi più noti.
Ma le cose stanno veramente così? Per dare una strategia politica al PD sarà sufficiente dotarsi di un nuovo segretario? Ad onore del vero i Segretari del PD son durati, in media, veramente poco ma non per modestia e nemmeno perché hanno raggiunto l’obiettivo.
Da più parti si annuncia o si desidera la riorganizzazione/rifondazione del PD e si chiede a gran voce che democraticamente sia eletto un nuovo segretario giovane, forte, bello, simpatico e, perché no, donna. A dire il vero Cincinnato, si dice, aveva circa ottantanni quando venne chiamato a fare il dittatore, faceva l’agricoltore nonostante fosse dotato di cultura politica.

Fuori di metafora. Al Pd serve una leadership piuttosto che un leader anche se questo la può rappresentare, possibilmente al meglio, basata su un gruppo di persone che si relazionano fra di loro e con gli altri partiti animati da una sana amicizia civica. Il programma e il simbolo devono essere un tutt’uno con la leadership. Ma mi viene un dubbio. Come possiamo fidarci di coloro che in un sol boccone si sono mangiati presidenza della repubblica e segreteria del partito. Ancora oggi non è dato sapere chi ha remato contro anzi tutti gli interessati negano di averlo fatto. E questo è un buon motivo per trovare nuovi candidati al più presto. Forse il nuovo Cincinnato democratico va ricercato in un campo fuori dal recinto dell’attuale partito.

Primarie, un sondaggio poco scientifico e poco democratico

Le primarie sono un sondaggio poco scientifico e poco democratico.
Il candidato che vince le primarie è poi quello che ha la maggiore probabilità di vincere anche le elezioni? Per decidere il loro leader o per individuare candidati a sindaco o ad altro, i partiti hanno bisogno delle primarie?
Chi scrive risponde negativamente ad entrambe le domande. Le primarie, in qualsiasi forma si facciano, sono l’espressione delle delega dei partiti all’opinione (doxa) del proprio ruolo di progettazione politica.
Con le primarie ci si affida all’opinione di un raggruppamento preselezionato di cittadini, che in ultima istanza è quella che conta, ma la rappresentatività del campione nelle primarie è meno scientifica di quella di un sondaggio sempre che l’obiettivo sia quello di raggiungere la maggioranza del consenso elettorale.
Detto in altri termini bisognerebbe che il voto/opinione per essere veramente democratico fosse libero, informato e il più ampio possibile. Nella maggior parte dei casi, però, non è così. E’ innegabile l’esistenza sotto diverse forme più o meno aggraziate del cosiddetto voto di scambio o di interesse o del voto estetico cioè di quella particolare scelta che considera se il candidato è simpatico o antipatico, bello o brutto, elegante o rozzo.
La questione che ora si pone riguarda i modi e il tempo che i partiti dedicano alla formazione dell’opinione pubblica. Quella che oggi è veicolata dai mass media appare più funzionale a coltivare l’applauso delle proprie tifoserie.

Per concludere: innanzitutto una classe dirigente che si consideri tale non si pone la questione del candidato all’ultimo secondo e non l’affida a delle primarie/sondaggio più o meno scientifiche; secondo, il contatto diretto con le persone per conoscerne i sentimenti, i problemi, le opinioni deve essere un bisogno vitale del politico al quale deve essere dedicato il tempo necessario; terzo, lo stesso tempo dedicato alla relazione calda (integrata casomai a quella virtuale) deve essere destinato a fornire le informazioni necessarie in una relazione di fiducia affinché le persone si formino una propria opinione consapevole e informata; quarto, le primarie banalizzano i temi ed estremizzano i rapporti fra le persone che da semplici competitori passano a nemici per la vita con il relativo stuolo di tifosi più o meno fedeli; quinto, l’individuazione del candidato, ad esempio, a sindaco non è un fatto “privato” interno ai partiti ma dovrebbe essere il frutto di una relazione di reciprocità della classe dirigente con il cosiddetto mondo esterno senza escludere nessuno anzi provando ad essere i più inclusivi possibili almeno fino al 51%.

Voglia di primarie

Le primarie nel Partito democratico? Ormai sono state talmente introiettate dal popolo di centrosinistra che è semplicemente impensabile non effettuarle in ogni occasione elettorale. E tuttavia, c’è un “ma”. Le primarie sono indispensabili in questa fase politica in cui – suggerisce qualcuno – complessivamente le classi dirigenti dei partiti sono più scarse di quelle del passato, quando erano gli stessi organi dirigenziali ad effettuare una selezione in base a merito e capacità.

I progetti degli altri eroi

Cosa promettono gli altri eroi? Dopo le risposte dei candidati democratici, abbiamo posto le stesse quattro domande ai prossimi deputati e senatori modenesi in lista per Sel, Pdl e Udc.

Si parte con Massimo Mezzetti, 1357 preferenze raccolte in Regione (637 a Modena e provincia) nelle primarie di Sel, capolista emiliano al Senato.

Una volta eletto, quale nuova legge vorrebbe proporre in Parlamento? A quale proposta di legge vorrebbe lavorare direttamente?

Sono evidentemente tante le cose a cui vorrei contribuire per poter cambiare l’attuale stato di cose in tanti campi. Mi concentro su due in particolare: la prima, che è più nelle mie corde per l’attuale ruolo istituzionale che ricopro, subito una legge nazionale per lo spettacolo dal vivo che chieda a Stato e Regioni di collaborare per investire in un’ottica triennale sulle strutture e sui progetti più qualificati e innovativi. Il sistema dello spettacolo dal vivo (teatro, danza, musica) attende da decenni una legge nazionale. Mancano una visione del futuro e gli strumenti adeguati ai mutamenti che da tempo hanno interessato la creazione artistica e l’offerta culturale. La seconda, che avrebbe una ricaduta favorevole anche per i lavoratori in campo culturale, una misura legislativa per combattere la precarietà quando si esce dal lavoro, attraverso l’estensione in senso universale degli ammortizzatori sociali a tutte le tipologie dei rapporti di lavoro.

Da neo-parlamentare, quale legge vorrebbe vedere abrogata?

Sempre rimanendo in tema e sempre per combattere la precarietà, questa volta durante il lavoro, l’abrogazione della norma (articolo 8 della Legge 138 del luglio 2011) che consente la deroga ai contratti sulla base di accordi locali e determina quindi lo svuotamento del contratto nazionale e dello Statuto dei Lavoratori.

Non di meno vorrei abrogare leggi come la Bossi-Fini e la legge Giovanardi, che hanno imposto un modello discriminante di giustizia: tollerante sino all’impunità per i potenti e i privilegiati e spietato e razzista verso gli stranieri e gli emarginati. La spaventosa condizione delle carceri italiane è figlia di questa politica, classista e securitaria, che ha prodotto il degrado degli istituti di pena, con la reclusione dei migranti nei centro di espulsione e la persecuzione dei tossicodipendenti, con la mortificazione dei richiedenti asilo.

Come ha recentemente spiegato la Banca d’Italia in un suo bollettino, la metà più povera delle famiglie italiane detiene il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco detiene il 45,9% della ricchezza complessiva. A suo parere, quali misure il Parlamento potrebbe adottare nei prossimi mesi per rendere più equo il sistema della redistribuzione dei redditi?

È chiaro che il tema della redistribuzione delle ricchezze e di un’equa partecipazione al risanamento del Paese è ormai il tema dei temi. La via d’uscita è una riforma del sistema che allarghi la base imponibile e riduca la pressione fiscale sui soggetti che oggi contribuiscono onestamente. La pressione fiscale va ridotta anche per le imprese, attraverso un sistema premiale.

Occorre intervenire per rendere il prelievo fiscale uno strumento giusto e la prima riforma dovrà essere quella di rendere efficienti i metodi di riscossione, a partire da una integrazione tecnologica di tutte le banche dati che possono incrociarsi per accertare l’entità effettiva dei redditi e dei patrimoni.

La vera rivoluzione fiscale sarà quella che consentirà alla maggioranza degli italiani di pagare meno imposte grazie alle risorse prelevate da chi non ha mai pagato quanto avrebbe dovuto.

A tal fine penso all’introduzione di un’imposta patrimoniale che gravi sugli attivi finanziari, essendo quelli reali, le abitazioni, già colpiti dall’IMU. Vanno esonerati totalmente il 50% più povero della popolazione, va assoggettato all’aliquota massima ipotizzata il 10% più ricco e va individuata un’aliquota agevolata per il rimanente. Risulteranno esenti i patrimoni al di sotto dei 700 mila euro. I grandi patrimoni dovrebbero essere tassati all’1,5% e quelli meno cospicui a due aliquote agevolate alternative tra loro: lo 0,15% e lo 0,30. In questa ipotesi il gettito si attesta intorno ai 20 miliardi di euro annui. Insomma deve essere praticato un sostanziale riequilibrio del prelievo in favore delle classi meno abbienti.
Famiglie ed imprese meritano dal punto di vista fiscale una maggiore attenzione. Per le famiglie si può prevedere la creazione di una “no tax area” che cresca in funzione dei carichi familiari, in luogo dell’area “no tax” prevista attualmente dalla struttura Irpef che non ha nessuna relazione con i carichi familiari. Per le imprese va presa in considerazione la drastica diminuzione dell’aliquota dell’Ires, in particolare per chi assume, per chi investe in innovazione di prodotto e di processo e per lo startup, spostando invece la tassazione sui dividendi e sui capital gains.

Quali alleanze devono (o possono) essere fatte da Sel, dopo l’entrata in politica del premier “tecnico”?

SEL è alleata con il PD e con il Centro Democratico di Tabacci per ottenere la maggioranza dei voti e dare al Paese un governo stabile. Questo è il nostro obiettivo. Ovvio che sulle grandi riforme di carattere istituzionale ed europeo il confronto dovrà essere aperto a tutte le forze non populiste e antieuropeiste presenti in Parlamento e nel Paese.

Kaptain Mezzetti

Manterranno i nostri eroi le loro promesse? / 4

Dopo la “salita in campo” di Mario Monti, il PD come si sta preparando alle elezioni politiche e ad un eventuale governo del paese? E’ questa l’ultima riflessione che abbiamo chiesto ai quattro candidati democratici di Modena che hanno partecipato alle primarie dello scorso dicembre. Qui le prime risposte sulla “legge che vorrei” e su quella “che vorrei eliminare”. Qui le idee su come rendere più eque le retribuzioni in Italia.

 

Quali alleanze devono (o possono) essere fatte dal PD, dopo l’entrata in politica del premier “tecnico”? 

Stefano Vaccari

Monti ha svolto il compito per cui è stato chiamato a governare in una situazione di grave crisi del nostro paese. Sicuramente la sua figura ha fatto sì che il nostro Paese ritrovasse la dignità politica che merita in Europa e nel mondo. Dignità e credibilità gravemente compromessa dal Governo Berlusconi. Francamente il suo rigore e profilo professionale avrebbe tratto giovamento solo restando sopra le parti nella competizione elettorale.

Detto questo la posizione del PD è chiara e saldamente ancorata nel centro sinistra, a partire dalla condivisione avuta con SEL e i Socialisti alla vigilia delle Primarie. Diventa molto importante, in questa fase, saper ascoltare il Paese, i cittadini e dare voce al bisogno di discontinuità e di partecipazione. Eventuali nuove alleanze saranno la conseguenza di scelte di programma condivise e di una visione chiara sul futuro del Paese

Matteo Richetti

La “salita in campo” o la discesa a seconda di come uno la vede, restituisce senza dubbio chiarezza rispetto ai blocchi elettorali che si confronteranno alle elezioni. Ma credo che anche se il PD dovesse ottenere con la coalizione con la quale si presenta la vittoria completa sia alla Camera che al Senato, cosa che ovviamente auspico, sarà inevitabile confrontarsi con l’ex-presidente del Consiglio. La messa in sicurezza del Paese e soprattutto il suo rilancio che è il vero tema della prossima legislatura, ha bisogno di un contributo di grande responsabilità e serietà da parte di tutti.

Giuditta Pini

Scegliendo di candidarsi alle elezioni Monti ha perso il ruolo super partes e di terzietà che aveva caratterizzato la sua figura e il suo governo. La posizione del Partito democratico non è cambiata. Ci candidiamo a governare insieme alla coalizione Italia Bene Comune.

Maria Cecilia Guerra

La coalizione che si sta formando attorno a Monti rappresenta l’espressione di un centrodestra molto più responsabile rispetto a quello che conoscevamo, capitanato da Berlusconi e Bossi, e che per un ampio periodo ha incluso Casini e Fini. La divisione nel fronte del centrodestra, fra chi sta con Berlusconi e i più moderati che stanno con Monti, rappresenta indubbiamente un miglioramento del quadro politico del nostro paese. Non credo sia possibile né auspicabile un’alleanza preventiva né con Monti né con altre forze esterne al PD, o meglio alla coalizione di centrosinistra, che punta ovviamente ad avere la maggioranza attorno al proprio progetto politico. Diverso sarà il discorso dopo le elezioni quando, in ragione dei risultati elettorali, saranno anche noti i pesi che le forze politiche potranno esercitare nella contrattazione. Certamente la formazione che fa capo a Monti potrebbe costituire l’interlocutore principale con cui aprire un dialogo, dopo le elezioni, su temi cruciali per il futuro del paese e che per questo possano e debbano, per essere meglio accettati dai cittadini, raccogliere un consenso anche all’esterno della coalizione di centrosinistra.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse? / 2

Prosegue il nostro viaggio per conoscere idee e programmi dei quattro candidati al Parlamento, vincitori delle primarie del Pd del 30 dicembre 2012. Dopo aver scoperto di quale “nuova” legge vorrebbero farsi promotori una volta eletti, ecco un’altra domanda.
Da neo-parlamentare, quale legge vorrebbe vedere abrogata?
 Giuditta Pini  
Giuditta Pini
La legge 40 sulla fecondazione assistita, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione e quella Fini- Giovanardi sulle droghe leggere. Leggi ingiuste che non hanno portato nessun vantaggio alla cittadinanza, ma hanno esasperato il clima in tutta Italia.
Matteo RichettiMatteo Richetti
Tutte le leggi che hanno allargato le maglie sulla lotta contro le illegalità e la corruzione: la legge che depenalizza il falso in bilancio, le leggi ad personam. Accompagnate dall’introduzione di strumenti fondamentali nella lotta alla corruzione e alle mafie. Siamo l’unico paese in Europa a non prevedere come reato il reinvestimento di capitale illecitamente percepito da parte dell’autore del primo illecito. L’incriminazione dell’autoriciclaggio che consente ai colletti bianchi riciclatori di professione di farla franca. Va inoltre modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter).
Stefano Vaccari
Stefano Vaccari 
Sono diverse le ingiustizie causate da una cattiva legislazione: legge elettorale, IMU, conflitto di interessi… priorità di revisione di cui sentiremo parlare a lungo in questa campagna. Se devo però concentrare la mia attenzione su un tema, lo farei sulla disciplina del Patto di Stabilità. Non è in discussione lo spirito e gli obiettivi di rigore, ma deve emergere la necessità di una revisione critica di tale impianto. E’ ormai insostenibile un meccanismo che ha imbrigliato gli enti locali depotenziandone la possibilità di realizzare investimenti, pur avendone la capacità economica, soprattutto in campo ambientale e sociale.
Maria Cecilia Guerra
Maria Cecilia Guerra 
Una delle leggi che vorrei vedere abrogata subito e sostituta con una nuova è la legge elettorale. Si tratta infatti di una legge che altera profondamente le regole della democrazia. Non solo perché impedisce agli elettori di scegliere i propri rappresentanti, ma anche perché, soprattutto per le regole che riguardano il Senato, permette che si determinino maggioranze diverse fra le due camere e contribuisce ad alimentare quella instabilità politica che il nostro paese, specialmente in questo momento, non si può permettere. Prevedendo un premio di maggioranza regionale molto forte, questa legge elettorale consegna un potere eccessivo a partiti che, come la Lega, siano fortemente radicati nelle regioni più popolose, come la Lombardia (non a caso la legge è stata inventata da Calderoli). È la legge elettorale che ha fatto convergere nuovamente, in questi giorni, gli interessi di Lega e Pdl, e che ha fatto si, nel 2006, che Prodi potesse contare al Senato solo su di una maggioranza risicata di voti. L’esperienza ci dice che la legge elettorale va cambiata all’inizio della legislatura. Alla fine risulta impossibile che non prevalgono gli interessi specifici sull’interesse generale.

Domani toccheremo con i politici le questioni che toccano direttamente i cittadini: i redditi.

Leggi la prima puntata.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse?

Fatte le primarie. Presentati simboli e liste. Parte ora ufficialmente la (strana) campagna elettorale. Poco più di un mese a disposizione dei politici per cercare di convincere soprattutto i delusi ad andare a votare. Ai candidati del PD – certamente eletti in Parlamento – abbiamo posto quattro domande: due sul futuro impegno alla Camera e al Senato; sul welfare in Italia; sulle alleanze in casa Dem. Vi proponiamo le loro risposte in quattro puntate.

 

Una volta eletta/o, quale nuova legge vorrebbe proporre in Parlamento? A quale proposta di legge vorrebbe lavorare direttamente?

Maria Cecilia GuerraMaria Cecilia Guerra

Una delle proposte a cui mi sono dedicata e su cui mi piacerebbe continuare a lavorare è la riforma degli interventi a favore delle persone non autosufficienti. Ritengo infatti che la non autosufficienza sia una delle emergenze del paese. In particolare penso che sia importante procedere ad una maggiore integrazione fra gli interventi sanitari e quelli legati alla assistenza personale, intesa come aiuto a compiere gli atti della vita quotidiana (alzarsi, lavarsi, ecc.). Sicuramente in Emilia-Romagna la risposta a questo problema è oggi molto più avanzata che in altre parti del paese. Ma credo che ogni cittadino non autosufficiente dovrebbe avere la garanzia di essere preso in carico dal sistema pubblico: una volta valutata la sua condizione sociosanitaria, dovrebbe essere indirizzato, sulla base di un progetto personalizzato e di un budget coerente con il suo grado di non autosufficienza, a un percorso di assistenza che privilegi la domiciliaritá. In questo modo si garantirebbe ad un tempo una maggiore qualità della vita delle persone non autosufficienti e un miglior utilizzo delle risorse attualmente spese in ricoveri ospedalieri inappropriati o in ricoveri in Rsa resi necessari dalla mancanza di sostegno alle famiglie, che sarebbero pure disposte ad assicurare assistenza ai loro cari.

Giuditta Pini

Giuditta Pini

Per prima cosa è necessario trovare e mettere in sicurezza le risorse per la ricostruzione dell’area del cratere. In secondo luogo mi piacerebbe lavorare a una proposta di legge sui diritti civili delle coppie di fatto.

Matteo Richetti

Matteo Richetti

Credo che sia imprescindibile cercare di liberare risorse dalla spesa pubblica per sostenere le famiglie e le imprese. Pertanto vorrei poter lavorare a progetti di legge di riordino della spesa pubblica, definizione dei livelli retributivi nella pubblica amministrazione e di razionalizzazione degli Enti non fatta secondo le esigenze degli Enti, ma secondo le esigenze dei servizi che vengono erogati.

 

 
Stefano VaccariStefano Vaccari

Potrà sembrare una risposta ovvia, ma se sarò eletto lo sarò nelle liste del Pd, e l’agenda politica sarà in primo luogo dettata dal programma del mio partito. Credo però che l’impegno di tutti, me compreso, dovrà essere orientato nella direzione di dare risposte concrete alla grave crisi economica e sociale che colpisce duramente famiglie e imprese. In poche parole occorre liberare risorse per concentrarle sulle politiche per lo sviluppo (sostenibile), la crescita, il reddito. Serve una nuova politica pubblica su energia e ambiente, capace di avvicinare il Paese all’Europa, incentivando imprese e cittadini su inquinamento e recupero, punendo gli sprechi e i comportamenti non virtuosi.

Detto questo, per l’area colpita dal sisma occorre un ulteriore sforzo per dare risposte sul fronte fiscale e della copertura totale dei danni subiti da imprese e cittadini. Dobbiamo dare gambe e sangue alla ricostruzione sostenibile anche delle comunità.

Credo infine che ci sia la concreta possibilità di costruire finalmente una “lobby positiva” in Parlamento con le personalità che saranno elette, che affronti il tema di una legge quadro sullo sport.