Le cure ai denti sono un problema di equità sociale?

I ricchi possono curarsi i denti, i poveri no. E’ davvero così semplice? Abbiamo visto come l’accesso al servizio sanitario nazionale per quanto riguarda le cure odontoiatriche non sia esattamente una passeggiata. Non tutte le ragioni coprono tutti i tipi di cure, i tempi di attesa sono lunghi, molti utenti non sono adeguatamente informati e la conseguenza è che quasi tutti si rivolgono ai dentisti privati (nel periodo 2005-2013 solo il 5% si rivolgeva al pubblico, il 95% al privato – dati Istat); oppure, semplicemente, rinunciano alle cure e trascurano i denti, peggiorando col tempo la situazione.

Il fenomeno è dato talmente per scontato che l’Istat dal 2005 ha inserito nel paniere dei fabbisogni essenziali, quelli che comprendono il minimo necessario per “mantenersi in buona salute” anche i servizi che dovrebbero essere garantiti dallo Stato, ma che di fatto sono a carico delle famiglie. Al primo posto l’Istituto indica proprio il dentista (da La misura della povertà assoluta, Istat 2009). Ma è abbastanza per parlare di disuguaglianza? A non potersi curare è solo chi si trova in povertà assoluta?

Uno scatto in licenza CC di Adam Cohn.
Uno scatto in licenza CC di Adam Cohn.

Come abbiamo visto più volte, esiste una enorme zona grigia fatta di varie sfumature di povertà: povertà relativa, impoverimento, rischio di povertà. Luca è un 26enne del sud che ha avuto grossi problemi ai denti. Non avendo soldi da parte, un lavoro fisso né una famiglia in grado di sostenerlo, dopo mesi di sofferenza si è rivolto al servizio sanitario nazionale. “In realtà non avevo nemmeno i soldi per il ticket, ma ho scoperto poi che ero esente” spiega. Ha bisogno di cure in più fasi, dato che avendo trascurato i propri denti per anni, ora la situazione è peggiorata. Ma intanto c’è la prima visita. Tempo d’attesa: poco più di un mese. In seguito a questa prima visita, vengono decisi gli interventi necessari, per cui Luca prenota. Qui i tempi di attesa cambiano: sei mesi. Il tempo passa, ma quando arriva il momento delle cure, Luca non può andarci: “Ho aspettato mesi, solo che io in quel periodo lavoravo, quando l’ho prenotata non potevo saperlo, perché faccio lavori saltuari. Ma non potevo assolutamente saltare il lavoro, l’avrei perso. Quindi ho saltato la visita”.

Da un dentista privato avrebbe aspettato molto meno e, non potendosi presentare il giorno dell’appuntamento, avrebbe potuto spostare al giorno dopo la visita. Succede così che passano altri mesi, in cui il problema ai denti peggiora e il dolore aumenta. Nel suo caso, come in quello di molti altri come lui, subentra la rassegnazione. Vedendo l’estrema difficoltà – anche di comunicazione – nel rivolgersi al servizio sanitario dello Stato, Luca lascia perdere. Decide di mettere da parte i soldi e rimandare le cure al futuro, con un dentista privato, economico, che magari dia la possibilità di un pagamento rateale.

Uno scatto in licenza CC di photos.de.tibo
Uno scatto in licenza CC di photos.de.tibo

Per arginare questo problema nell’ultimo decennio sono nate molte iniziative “compensative”, come quelle di welfare privato, poliambulatori a prezzi molto bassi o cooperative di dentisti. Gli utenti hanno a disposizione tutta una serie di alternative sia al servizio pubblico sia ai dentisti privati più cari, che comprendono anche i famosi viaggi in paesi dove le cure costano meno (Croazia, ad esempio), le offerte su siti come Groupon, in cui si arriva a sconti fino al 70% per prestazioni odontoiatriche – spesso però con tariffe rialzate appositamente – o la richiesta di un finanziamento per pagarsi le cure.

Vedi anche: Il paese che non può sorridere

Un altro caso emblematico è quello di Federico. 42 anni, nord Italia, Federico lavora nel settore dell’artigianato e non ha grossi problemi economici. Finché non si presenta una grossa spesa medica imprevista: “Si trattava, in tutto, di circa 3500 euro di cure ai denti, in una clinica a basso costo”. La spesa in realtà è imprevista fino a un certo punto: “Io era da almeno 15 anni che dovevo sistemare i denti, ma rimandavo sempre perché dovevo risparmiare. Le cose man mano si sono complicate e quando mi sono ritrovato con tutti i molari inutilizzabili e dolori lancinanti mi sono deciso”. A questo punto Federico, conoscendo i preventivi degli studi dentistici privati, prova a informarsi per le cure odontoiatriche erogate dal servizio sanitario nazionale: “Ho ottenuto risposte nebulose o assenza totale di informazioni. E comunque per accedervi devi avere un reddito da fame: se hai un reddito medio come il mio va a finire che fai prima ad andare in cliniche private a basso costo. Certo, mi rendo conto che non è il top della qualità, ma sono bravi e professionali, e comunque più di così non potevo proprio permettermi”.

La storia di Federico è indicativa della complessità del fenomeno. Non abbastanza povero da essere facilmente assistito dal servizio pubblico (per quanto, ripetiamo ancora, non sia così semplice); ma non abbastanza benestante da recarsi senza problemi dal miglior dentista della città. Si trova in quella zona grigia di italiani che ufficialmente non sono poveri, ma di fatto hanno un accesso limitato a molti servizi. Un altro esempio recente è la storia di una signora 61enne di Prato che, come racconta il Tirreno, si è ritrovata a non avere i soldi per curarsi in privato e allo stesso tempo a non riuscire ad accedere alle cure pubbliche. Situazioni così sono all’ordine del giorno in tutta Italia.

Uno scatto di tiffany terry in licenza CC.
Uno scatto di tiffany terry in licenza CC.

Ma c’è una prova materiale, evidente, che dimostrerebbe come effettivamente i denti siano un indicatore di disuguaglianza sociale. Una ricerca pubblicata nel 2014 sul Journal of Dental Research, e ripresa dalla BBC, dimostra come raggiunti i 70 anni le persone povere hanno in media “otto denti in meno” rispetto ai ricchi. Otto denti sono un quarto di una normale dentatura adulta (32 denti). La ricerca ha evidenziato come le persone con redditi più bassi e livelli di istruzione inferiori, hanno risultati clinici peggiori rispetto alle persone della stessa età con redditi superiori, ma anche anche come le nuove generazioni, in generale, abbiano bocche più sane rispetto alle generazioni precedenti.

Ma il dato che qui ci interessa è quello sulla diseguaglianza. Una persona povera si cura meno di una non povera, e tra i più colpiti ci sono immigrati, anziani e soprattutto bambini. In Italia ad esempio – secondo dati Istat del 2013 – tre minori su dieci non vedono il dentista fino ai 14 anni di età. Con il passare del tempo i problemi vengono trascurati e peggiorano, arrivando alla vecchiaia con problemi ormai irrisolvibili. Dunque, letteralmente, i poveri hanno meno denti dei ricchi, principalmente perché hanno meno possibilità economiche di curarsi.

E’ uno di quei casi in cui viene da pensare che “non ci voleva la scienza”, per capirlo, e a notarlo è anche il prof. Jimmy Steel, direttore della scuola dentale dell’università di Newcastle, come riporta ancora la BBC: “Probabilmente non è un grande sorpresa scoprire che le persone più povere hanno una peggiore salute dentale di quelle ricche, ma la sorpresa è vedere quanto sono grandi queste differenze e come influiscano sulla vita delle persone. Otto denti in meno sono una quantità enorme e hanno un grande impatto per le persone”.

In copertina, uno scatto di Carsten ten Brink (Licenza CC).

Il paese che non può sorridere

C’è una parte del paese che non può sorridere perché si vergogna dei propri denti. O perché, semplicemente, non dorme la notte per il dolore. Nell’autunno scorso abbiamo scritto un articolo dal titolo Cosa succede se devo curarmi i denti e non posso farlo? Se in teoria in alcune regioni, come l’Emilia-Romagna, le cure ai denti sono coperte dal servizio sanitario nazionale, nella realtà dei fatti – come avevamo dimostrato – non è così semplice, tanto che la maggior parte delle persone preferiscono ancora rivolgersi ai privati. Se per gli altri specialisti (ortopedici, oculisti, eccetera) si può facilmente accedere al servizio sanitario nazionale, per i dentisti è diverso. Si dà per scontato che sia un tipo di medicina specialistica da svolgersi in privato, anche perché i tempi d’attesa del pubblico non sono conciliabili con i problemi ai denti, che oltre a causare dolori insopportabili, provocano anche disagi psicologici. Ma cosa succede se uno non ha i soldi per pagare?

In seguito alla pubblicazione di quell’articolo abbiamo visto arrivare sempre più visitatori da Google con chiavi di ricerca che rimandavano al nostro sito. Per capire che aria tira, riportiamo una piccola selezione di queste ricerche:

  • non ho soldi per il dentista
  • sistemare i denti senza soldi
  • dentista per disoccupati
  • cosa succede se non pago il dentista
  • non ho più denti

Queste sono le domande più frequenti con cui i lettori arrivano al nostro articolo. Un piccolo campione di una realtà molto più grande che rappresenta un problema spesso sottovalutato da quello che è considerato uno dei servizi sanitari migliori al mondo.

Un'immagine di Chauvi
Un’immagine di Chauvi (Licenza CC)

Notizie come quelle della 18enne siciliana che nel 2014 è morta per un semplice ascesso trascurato (probabilmente per motivi economici), e degenerato in una grave infezione, non sono servite a riportare il tema né sulla cosiddetta agenda politica – sempre più scollegata dalla realtà – né sulle pagine dei giornali, impegnati a pubblicare video buffi o notizie contro gli immigrati.

Eppure il problema c’è, e si vede. Come scrivevamo in passato, sembra che si sia tornati a un’idea di povertà antica, in cui riconosci una persona che non ha soldi dai denti. Nel nostro caso, oltre alle chiavi di ricerca che portano le persone al nostro primo articolo, a colpirci sono stati due commenti recenti. Il primo di una lettrice, che si firma Ilaria:

mia mamma ha problemi di denti che la stanno portando alla morte ma nn abbiamo soldi perché mio padre nn lavora e nn abbiamo nessuna disponibilità economica ed è costretta ogni giorno a soffrire

Abbiamo provato a contattare Ilaria ma non ci riamo riusciti. Non siamo in grado di garantire quanto nel suo commento corrisponda alla verità, non conoscendo la realtà che racconta e non avendo potuto comunicare direttamente con lei. Successivamente è arrivato però un secondo commento, che ci ha colpito ancora di più, di un lettore che si firma Luca:

SONO TANTI ANNI CHE SONO NELLA STESSA SITUAZIONE DA QUANDO AVEVO 20 ANNI A QUESTA PARTE HO IL VOMITO PER LA MIA SOCIETA` VORREI UCCIDERLI MA NON POSSO

Stavolta siamo riusciti a metterci in contatto con l’autore del commento, un ragazzo del sud Italia, e gli abbiamo chiesto di spiegarci meglio la sua storia.

“Ho scritto quel commento un po’ animato dopo aver letto quello della signora disperata [Ilaria, ndr]” ci spiega. “Ho 28 anni, ho fatto tutti i lavori possibili, manovale, muratore, imbianchino, gommista, autotrasportatore, qualsiasi lavoro alla giornata, e sono un bravo elettricista. Al momento sono più di 2 anni che ho un dente aperto con il nervo che mi fa male. E’ andata così: avevo fatto aggiustare un dente, poi dopo un anno la pasta ha ceduto e io ero senza soldi per ripararlo. Quindi me lo sono tenuto così finché si è rotto tutto a forza di mangiare. Una notte sono impazzito per il dolore, un dolore allucinante, non esagero. Sono corso al Pronto Soccorso dove mi hanno fatto 2 punture di Toradol. Non sono mai tranquillo con questo nervo di fuori, non riesco a stare mai spensierato, da due anni. Perché mentre mastico mi aspetto sempre il dolore, non solo nel dente, ma in tutta la metà della faccia. Sto perdendo anche la vista all’occhio sinistro e sento che è collegato al dente, siamo tutti collegati da nervi, no? Potrebbe essere la causa? Ora ho messo da parte 500 euro e voglio intervenire perché non mi sto godendo più la vita, non so più cosa fare”.

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La sua non è che una testimonianza della difficoltà di chi si trova in difficoltà e non riesce a rapportarsi con il servizio di sanità pubblica (cosa non facile, ripetiamo) e allo stesso tempo non ha i mezzi economici per rivolgersi ai privati, che oggi dicono di venire incontro ai pazienti – o meglio, ai clienti – con rateizzazioni di ogni genere, ma raramente abbassando i prezzi. Lo riteniamo un tema importante e rappresentativo di una povertà che colpisce in primis chi è sempre più povero, ma anche la cosiddetta classe media, quella che non è esente da ticket, ma non ha i soldi per pagare il dentista. Ne parleremo nei prossimi articoli.

In copertina: un’immagine di fotologic (Licenza CC).

Modena e la sua Porta aperta: “Fiumi di vita ai margini”

Si chiama “Argini Margini” ed è un libro che racconta la realtà di Porta Aperta, associazione di volontariato che a Modena si occupa dal 1978 di accoglienza e prevenzione del disagio e di emarginazione. Lo fa soprattutto tramite il suo Centro di Accoglienza, luogo storico modenese dove sono passate migliaia di persone in difficoltà: migranti, profughi, tossicodipendenti, senza tetto, italiani e stranieri, che per certi periodi si ritrovano a vivere insieme. Questo mondo viene raccontato in “Argini Margini” (info per acquistarlo in fondo all’articolo) attraverso le foto di Luigi Ottani e i testi di Laura Solieri, volontaria e giornalista (nonché collaboratrice di Note Modenesi) che ha raccolto le testimonianze dei vari ospiti passati sotto il tetto di questo luogo così particolare. Abbiamo parlato proprio con Laura della sua esperienza con Porta Aperta, di cos’ha visto e delle persone che ha conosciuto e del perché fare volontariato.

Com’è nata l’idea di “Argini Margini” e perché questo titolo?

Laura Solieri
Laura Solieri

Conosco la realtà di Porta Aperta da parecchio tempo: ho iniziato a fare volontariato in mensa che avevo 15 anni e tuttora ogni quarto sabato del mese e in altre occasioni particolari (tipo la cena del 31 dicembre o ferragosto) presto servizio lì. Negli anni, sia come volontaria che come giornalista, ho continuato a collaborare con questa associazione e ho imparato a conoscerla sempre meglio e l’anno scorso, insieme all’amico fotografo Luigi Ottani e al direttore Giorgio Bonini abbiamo deciso che era arrivato il momento di raccontare Porta Aperta in un libro, per dare immagini e parole a un pezzo importante di Modena. Porta Aperta infatti gestisce il Centro di Accoglienza Madonna del Murazzo e dal 1978 svolge un servizio alla chiesa modenese e alla città, occupandosi di accoglienza, prevenzione del disagio e di gravi forme di emarginazione.

Argini Margini perché Porta Aperta è situata geograficamente in periferia, ai margini della città, lontano dai suoi rumori, e tra le sue mura, tra i suoi argini, scorrono fiumi di vite ai margini in cui costante è la voglia di un riscatto, economico, sociale, emotivo. Questo libro parla di Porta Aperta e contemporaneamente di Modena, in quanto per definizione essa è un luogo aperto sulla città, dove i confini tra esterno ed interno, fuori e dentro, sono davvero molto labili e l’umanità che si incontra in questo crocevia di opportunità e speranza – così don Ciotti, che ha curato la prefazione del libro, descrive Porta Aperta – è un’umanità varia, complessa, arricchente.

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Il libro è già stato visto dagli ospiti di Porta Aperta e dai volontari? Che reazioni ha avuto per ora?

Anche se in alcuni casi, su richiesta degli stessi intervistati, ho usato nomi di fantasia, tutti quelli che fino ad ora lo hanno sfogliato e letto, si sono riconosciuti nel pezzettino di storia che hanno voluto consegnarmi.

Per quanto riguarda gli ospiti del centro, essendo Porta Aperta letteralmente un porto di mare, la maggior parte delle persone incontrate durante l’anno di lavoro che ha preceduto la pubblicazione del libro, che mi hanno lasciato la propria testimonianza, non si trovano più presso l’associazione ma le storie raccolte, raccontano spaccati di vita comuni tra chi passa da Porta Aperta, vissuti ed esperienze in cui, in generale, queste persone si ritrovano facilmente.

Ogni storia rimane comunque un unicum e le reazioni più toccanti e significative le ho riscontrate nel momento stesso dell’intervista, dell’incontro, della chiacchierata, seduti per terra vicino alle mura del cimitero di San Cataldo (Porta Aperta ha sede lì di fianco), in fila, in attesa della distribuzione dei pasti all’ora di cena, nel cortile interno del centro, seduti su dei bancali di legno. Ci sono state interviste piene di silenzi, pause e a volte di lacrime. Oppure fiumi in piena, uomini con una gran voglia di raccontare e raccontarsi, di essere ascoltati, di ritrovarsi fra le proprie parole, fra i propri ricordi.

Quando si cerca di parlare di accoglienza è necessario mettersi in ascolto, aprirsi al confronto, abbattere le barriere e i pregiudizi. Nel libro ho scelto di dare ampio spazio alla vox populi, ai luoghi comuni che tutti abbiamo nelle orecchie: “se sono ridotti così è anche colpa loro, non hanno voglia di fare niente”; “sei ci fai caso hanno tutti il telefonino, evidentemente così male non stanno” e, visto che siamo nel periodo, “a Natale vorrei chiamare un povero a mangiare a casa mia”. Ho cercato di andare oltre, la realtà è talmente complessa che paradossalmente è più facile raccontarla partendo da qui, dalla grettezza dei sentito dire per restituirle la verità che la contraddistingue.
Quando poi le parole si incontrano con le immagini, come abbiamo cercato di fare in questo libro io e Ottani, il messaggio si fa più potente, più incisivo.

I cosiddetti “emarginati” sono in realtà persone diversissime tra loro, per cultura, estrazione, etnia, ognuna con i suoi problemi: hanno in comune il fatto di trovarsi in difficoltà. C’è un senso di comunità, di sentirsi parte qualcosa di comune, oppure le differenze vengono fuori anche nei momenti di difficoltà?

Tra le persone che vivono in strada scattano meccanismi di solidarietà molto forti, suggellati da uno scambio di sigarette o da un sorso di birra, come molto forti e pesanti sono i litigi, quando capitano.

Spesso i senza dimora tendono a dormire in gruppo per difendersi a vicenda, per accertarsi che nessuno li derubi dei pochi averi che hanno in tasca, cinque euro, i documenti, oppure li maltratti. Anche tra loro c’è razzismo: tra clochard italiani e stranieri e tra stranieri e stranieri, in particolare tra africani. Si risente inoltre delle conseguenze di una certa islamofobia per cui “noi siamo musulmani allora ci trattate meno bene dei ghanesi o dei nigeriani” e dell’idea che ci siano tanti soldi pubblici per l’assistenza “che chissà come vengono spesi, mentre a noi arrivano solo le briciole e mi dai l’acqua quando con tutti i soldi che avete un succo di frutta me lo potresti anche dare”.

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Secondo te essere poveri in una città mediamente ricca come Modena è peggio? O la fame e l’emarginazione sono uguali ovunque?

Un ragazzo del sud Italia che ho intervistato, arrivato a Modena un paio di anni fa, mi ha detto: “Quando uno prova la fame, la porta nel cuore fino a quando muore. La fame di tutto. La fame da noi vuol dire come fai la vita”. Quel “come fai la vita” mi ha fatto molto riflettere sulla percezione dello stato e del sentimento di emarginazione. Credo che la fame e l’emarginazione siano, di fatto, uguali ovunque ma credo anche che il contesto in cui le proviamo ne cambi radicalmente la percezione.

Fra le tante storie e i tanti ospiti di Porta Aperta quali ti colpiscono di più?

Mi colpisce il concentrato di vite, esperienze, storie che scorrono tra queste mura, è un incontro che aiuta a fare i conti con i propri limiti, con le proprie fortune, con il proprio orticello.

Mi colpiscono le condizioni di vita di alcune persone incontrate sulla strada: parlo degli aspetti pratici, di gestione quotidiana della propria persona, degli spazi e dell’intimità di cui dovrebbero godere tutti. Mi colpiscono i tre anni di camminata dall’Afghanistan a Modena di un ragazzo incontrato la scorsa estate, una storia d’amore senza dimora e senza paura che mi è stata raccontata dai suoi protagonisti, mi colpiscono gli occhi vivi e i volti stanchi di persone che non hanno più voglia di provare vergogna per la loro condizione. Mi colpisce la delicatezza di alcune persone incontrate durante le uscite di unità di strada: “Ha freddo signora? Tira troppo vento stasera”, mi ha detto una volta un uomo che poi non ha voluto farsi intervistare. Quella domanda così spontanea, priva di ironia e recriminazione, mi ha lasciato di stucco.

Porto con me la frase di un medico volontario di Porta Aperta: qui non si fa nessuna carità ma solo giustizia sociale.

Raccontare Porta Aperta vuol dire raccontare anche il lavoro dei volontari. Ogni persona ha le sue motivazioni, ovviamente. Tu ti sei mai interrogata con te stessa sul perché fai volontariato?

La gratuità dei gesti, delle azioni, delle parole mi dà speranza. Di fronte a tante cose che non funzionano, trovo nel volontariato una parentesi affidabile e pulita in un mondo che troppo spesso non mi piace.
Dare il mio contributo e vedere come si traduce nella realtà a cui scelgo di destinarlo, mi fa stare bene.

A chi vorrebbe fare volontariato ma pensa di non “avere il tempo” cosa diresti?

È troppo il tempo che dedichiamo a cose che non ci piacciono o che dobbiamo obbligatoriamente fare, rispettando ritmi e scadenze imposte da altri. Il volontariato in quanto tale è espressione della nostra volontà, è il tempo che scegliamo per noi e contemporaneamente per gli altri, per fare cose che ci piacciono e hanno una ricaduta diretta sulle persone che decidiamo di affiancare. Quando dentro di noi arriva questo impulso e si individua nel proprio contesto di riferimento la realtà che più fa per noi, si troverà automaticamente il tempo.


 

Il libro Argini Margini è acquistabile nelle librerie di Modena e provincia e a Porta Aperta (25 euro a copia – Modena, Strada Cimitero San Cataldo 117) con prenotazione scrivendo a n.paterlini@virgilio.it o telefonando al 329.7236079. Il ricavato servirà per sostenere le attività di Porta Aperta.

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(foto di Luigi Ottani)

Gli ultimi saranno gli ultimi: la sanità emiliana forse non è così virtuosa e accogliente come si dice

La sanità dell’Emilia-Romagna è una sanità includente, che tiene conto di tutti, che non lascia indietro nessuno e che assicura il diritto fondamentale di tutte le persone a essere curate?

Teoricamente sì, praticamente no, non sempre. E’ una regione considerata per molti motivi virtuosa e particolarmente accogliente, ma ci sono alcuni lati oscuri, in particolare nel suo sistema sanitario regionale, considerato uno dei migliori del Paese. Capita ad esempio che un migrante o un italiano senza fissa dimora debba pagare il ticket, perché così prevede la legge regionale: non potendolo pagare, non si cura e si aggrava. O che a persone con patologie gravi venga detto: non puoi curarti perché non hai la tessera sanitaria. O ancora che i cittadini rumeni o bulgari non possano avere il pediatra di libera scelta. Questo perché numerose barriere burocratiche spesso impediscono ai medici di curare le persone, in particolare gli ultimi, gli emarginati, che siano migranti o italiani senza residenza.

Sono alcune delle situazioni riportate dal dottor Giuliano Venturelli, che da 25 anni gestisce a Modena l’ambulatorio medico di Porta Aperta, convenzionato con l’Usl e rivolto a persone di passaggio o stranieri senza tessera sanitaria. Venturelli avanza accuse gravi nei confronti del sistema sanitario regionale, motivo per cui ci riserviamo di ottenere a breve una replica da parte della Regione Emilia-Romagna.

[quote_box_right]”In Emilia-Romagna c’è stata una regressione spaventosa, un calo di valori etici nelle istituzioni che a me come medico preoccupa molto”[/quote_box_right]“Noi siamo volontari, operiamo gratuitamente per l’Usl, ma lo facciamo con unico scopo, che forse alla Regione non hanno capito: perché crediamo nell’universalità del diritto alla salute” spiega il medico. “Le istituzioni forse non sono d’accordo con questo punto, dato che la normativa regionale va in senso contrario. Noi continuiamo il nostro lavoro: l’ambulatorio è aperto ogni mattina dal lunedì al venerdì e anche un pomeriggio a settimana, visitiamo chiunque, diamo anche i farmaci, tutti hanno accesso alle cure. Questo grazie all’operato di decine di medici volontari che si sono succeduti negli anni. Eppure basta un nonnulla perché certi diritti della persona spariscano. Ci sono barriere burocratiche che portano a situazioni in cui semplicemente il malato non può essere curato”

Colpa della legge o colpa delle persone?

“La nostra è una legislazione molto avanzata, direi che sia una delle migliori d’Europa per quanto riguarda il diritto della salute per tutti. Questo in teoria. Nella pratica c’è un grosso problema: soprattutto negli ultimi anni e, mi dispiace dirlo, proprio nella nostra regione – l’Emilia-Romagna – c’è stata una regressione spaventosa, un calo di valori etici nelle istituzioni che a me come medico preoccupa molto. C’è un problema di disparità: è un sistema sanitario regionale che discrimina e che non assicura il diritto fondamentale della persona alla salute”.

Come si è arrivati a questa situazione?

“Guardi, io seguo l’ambulatorio di Porta Aperta dal 1990, dalla fondazione. Il nostro è un ambulatorio di medicina generale convenzionato con l’Usl, ed è un punto di forza della città di Modena. Infatti non tutte le città hanno un ambulatorio che offre gratuitamente a tutte le persone le cure mediche, e questo avviene grazie all’opera dei medici volontari. C’è però un grosso problema con le istituzioni regionali. Come ci siamo arrivati? A Modena il fenomeno migratorio è iniziato negli anni ’90, e all’epoca, nonostante l’articolo 32 della Costituzione che lega il diritto alla salute alla persona e non alla cittadinanza, i migranti irregolari, cioè quelli senza permesso di soggiorno, non avevano diritto a nessun tipo di assistenza medica, se non quella del pronto soccorso.”

Cioè potevano essere curati solo in caso di urgenza?

[quote_box_right]”Noi potevamo visitarli, ma poi non potevamo dirgli: ecco, ora vai a comprarti le medicine”[/quote_box_right]”Esatto, solo interventi di urgenza o emergenza, che però non possiamo definire un’assistenza medica di base. Quindi in quel periodo, dagli anni ’90 fino agli anni 2000, eravamo in grandissima difficoltà. Io chiamavo l’ambulatorio ‘il lazzaretto di Modena’, perché vedevamo stranieri, ma anche italiani in difficoltà – senzatetto, tossicodipendenti, malati di Aids – a cui veniva negata l’assistenza del servizio sanitario. Noi potevamo visitarli, ma poi non potevamo dirgli: ‘ecco, ora vai a comprarti le medicine’. Perché parliamo di persone che vivono in strada, senza alcuna fonte di sostentamento. Infatti noi forniamo ai nostri pazienti anche i farmaci.”

Poi dal 2000 cos’è cambiato?

“La legge 298 del 1998 ha istituito il diritto alle cure anche ai migranti irregolari. Quindi ha esteso il principio già esposto nella Costituzione nell’articolo 32. In teoria questo farebbe della nostra legislazione una legislazione molto aperta, molto includente… Tuttavia non è così. E non è così in particolare nella nostra Regione. Infatti al momento noi siamo un po’ in lotta con le istituzioni regionali proprio per questo motivo.”

Perché il sistema sanitario regionale dell’Emilia-Romagna non è includente?

[quote_box_right]”L’accordo Stato-regioni è stato firmato da Vasco Errani. 15 regioni l’hanno sottoscritto, mentre in Emilia-Romagna non è ancora stato accettato”[/quote_box_right]”Nel 2012 è stato fatto un accordo Stato-regioni perché si è visto che in tutta Italia – dato che in pratica non esiste più il servizio sanitario nazionale ma esistono i vari servizi sanitari regionali – le regioni si comportano come credono e c’era una disparità di norme per l’assistenza ai migranti. Quindi si è fatto questo accordo firmato da Vasco Errani, all’epoca presidente della Regione e presidente della Conferenza dei Presidenti delle Regioni, questo prima che si dimettesse ovviamente. In questo accordo venivano risolti molti problemi e infatti 15 regioni l’hanno sottoscritto, mentre in Emilia-Romagna – paradossalmente, dato che l’accordo era stato firmato proprio da Errani – non è stato ancora accettato. Dal punto di vista pratico questo rappresenta tutta una serie di problemi contro i quali noi combattiamo ogni giorno.”

Che tipo di problemi?

“Queste persone che arrivano con i barconi e vengono inviate anche nella nostra città, hanno la tessera sanitaria, prevista dalla legge, che si chiama STP (Straniero Temporaneamente Presente). Con questa tessera non hanno diritto a un medico di famiglia, ma in questo caso siamo noi il loro medico, ad esempio l’ambulatorio di Porta Aperta per quanto riguarda la realtà modenese. Tuttavia devono pagare il ticket. Questa è una cosa assurda. Cioè se noi li visitiamo – gratuitamente – e facciamo la prescrizione di un esame o di una visita specialistica, loro devono pagare il ticket.”

Ma dunque un italiano appartenente a una fascia di reddito bassa è giustamente esente da ticket. Invece un migrante in possesso di questa tessere sanitaria provvisoria lo deve pagare?

“Sì. Un migrante che dorme fuori, per strada, che magari mangia una volta ogni tanto alla mensa Caritas, deve pagare il ticket. Purtroppo vivendo così per strada capita di ammalarsi e capita che siano necessari degli esami del sangue, esami di laboratorio, ad esempio una radiografia perché magari è caduto, o una visita specialistica. Ecco, loro devono pagarla. E questo in Emilia-Romagna.”

E non potendolo pagare che succede? Cosa fanno?

“Non potendolo pagare non fanno questi esami. Quindi le patologie si trascurano, si aggravano, di conseguenza vengono ricoverati in ospedale d’urgenza e a quel punto sono costi esorbitanti per il servizio sanitario regionale. Quindi dietro questa negazione di diritto, un diritto alienabile della persona umana, non c’è nemmeno una logica economica, del tipo ‘non abbiamo le risorse, allora agli extra comunitari facciamo pagare il ticket’. Non è così, perché poi in realtà lo Stato spenderà di più quando la persona si sarà aggravata.”

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[quote_box_right]”La regione ha detto: va bene, diamo i pediatri di libera scelta a tutti i bambini extracomunitari ma non ai rumeni e bulgari. Leggi che io definisco razziali.”[/quote_box_right]”Un’altra cosa scandalosa che riguarda l’Emilia-Romagna è questa: nell’accordo Stato-regioni era stabilito che tutti i bambini figli di migranti irregolari, cioè non in possesso di permesso di soggiorno, avessero il pediatra di libera scelta. Ecco, la Regione ha definito che questo vale per tutti i bambini extracomunitari irregolari, ma non per i nei-comunitari. Infatti, per complicare ancora le cose, ci sono anche i neo-comunitari, che sarebbero i rumeni, i bulgari, i polacchi, che non sono più extracomunitari e quindi non hanno più certi diritti perché ora fanno parte della Comunità europea. Il risultato è che si trovano in una situazione di svantaggio totale. La regione ha detto: ‘va bene, diamo i pediatri di libera scelta, a tutti i bambini extracomunitari ma non ai rumeni e bulgari’. Leggi che io definisco razziali. Solamente perché appartengono a una certa razza non possono avere i pediatri di libera scelta. È una discriminazione assurda.”

Questo cosa comporta? Come fanno queste famiglie?

“Questo vuol dire che quando si ammaleranno andranno in ospedale, al pronto soccorso, quindi maggiori costi, e soprattutto una mancanza di tutela, una mancanza di un diritto che, almeno ai bambini, sarebbe doveroso offrire. Guardi, questo è uno sfogo mio personale perché da anni sto combattendo contro queste cose, e devo dire che la cosa non è in mano neanche tanto ai politici ma più ai tecnici della Regione che hanno preso questa linea… E continuano così nonostante in Emilia-Romagna il 90% dell’assistenza agli extracomunitari il Servizio sanitario l’abbia demandato ai nostri ambulatori, cioè quelli di volontariato sociale che operano gratuitamente. Eppure non ci ascoltano quando solleviamo questi gravi problemi di disuguaglianza e di negazione di diritti fondamentali della persona. Una situazione assurda, perché la legislazione è avanzata, ma non viene applicata. E alle volte non viene applicata volutamente.”

E secondo lei perché? Eccesso di burocrazia? Non conoscono la situazione reale delle cose?

[quote_box_right]”Non risparmi se non curi le persone prima, se non offri la possibilità di essere seguiti da un medico e di poter fare gli esami di laboratorio gratuiti.”[/quote_box_right]”Mah, anche, forse. Guardi, abbiamo avuto vari incontri a livello regionale, anche con il responsabile delle politiche sanitarie della Regione. Io da medico penso al problema da un punto di vista etico, deontologico. Io vedo ad esempio donne malate di tumore al seno a cui viene detto ‘o paghi oppure, mi dispiace sei stata sfortunata, ti tieni il tuo tumore’. Ovviamente non in questi termini, però ti dicono: se non porti la tessera sanitaria non possiamo fare niente. Il risultato è lo stesso. Oppure malati di Aids, anche italiani, senza fissa dimora, a cui viene detto “tu non hai la residenza quindi non ti possiamo più dare i farmaci antiretrovirali. Malati di epilessia, malati di diabete a cui viene detto ‘no mi dispiace, se non hai la tessera non possiamo più darti l’insulina’, e così via. Parliamo di patologie importanti, insomma.”

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Perchè in Regione ignorano queste cose?

[quote_box_right]”Sono persone così, che vivono nei loro uffici, nei loro piani alti e non hanno il contatto con la realtà”[/quote_box_right]”Non me lo so spiegare nemmeno io. Da un punto di vista etico c’è il silenzio assoluto. Ma non c’è nemmeno un discorso di risparmio, questo lo sanno anche loro. Perché non risparmi se non curi le persone prima, se non offri la possibilità di essere seguiti da un medico e di poter fare gli esami di laboratorio gratuiti. Questo lo sanno tutti, dal primo medico all’ultimo dirigente. Poi sono assolutamente autoreferenziali, il responsabile regionale dice: ‘ma no, non è vero, non c’è questo problema’, perché sono persone così, che vivono nei loro uffici, nei loro piani alti e non hanno il contatto con la realtà. Noi ambulatori siamo in rete, una rete che appartiene alla SIMM, Società italiana medicina delle migrazioni, che riunisce tutti i laboratori Caritas e anche di altre associazioni di volontariato laiche che operano a favore dei migranti, e noi come rete solleviamo il problema, l’abbiamo fatto più volte e continuiamo a farlo.”

Risultato?

“Nessuno. Dovrebbero ascoltarci ma semplicemente non lo fanno: non ci ascoltano. In questi giorni ci rincontriamo come rete di ambulatori proprio perché vogliamo chiedere ancora un incontro politico con la Regione, ma anche con il sindaco, qua a Modena, perché si devono assumere la responsabilità di certe scelte politiche dove si negano diritti costituzionali, diritti fondamentali della persona.”

A proposito di situazioni paradossali: lei sa che se io pubblico questo articolo appariranno poi commenti dove si dice “ecco, voi pensate agli stranieri e non agli italiani”. A lei capita di sentirsi dire questa cosa?

[quote_box_right]”Di fronte a un migrante che si presenta al pronto soccorso, grave, io sfido chiunque a dire: no, non curiamolo, non ha diritto perché ruba il posto a un italiano”[/quote_box_right]”Sì, certamente. Cosa si risponde a questa domanda? Si risponde che è un diritto costituzionale, quindi se si vuole dire “non possiamo curare i migranti sul nostro territorio” allora bisogna cambiare l’articolo 32 della Costituzione, che invito tutti a leggere. Poi bisognerebbe cambiare la legge Turco-Napolitano del ’98. Questo per dire che sono diritti costituzionali e leggi dello Stato che dicono molto semplicemente che tutti vanno curati. E poi tengo a precisare due cose, a chi pensa “ma così togliamo posti agli italiani”: o li facciamo morire per strada, calpestando il loro diritto a essere curati, e diventiamo come l’America, oppure, se vogliamo risparmiare veramente nella sanità, dobbiamo offrire loro le cure primarie. A tutti. Quando di fronte a un migrante che si presenta al pronto soccorso, grave, io sfido chiunque a dire: “no, non curiamolo, non ha diritto perché ruba il posto a un italiano”. È un problema di coscienza.”

In sostanza vorrebbe dire “lasciatelo morire”…

“In pratica sì. Diventerebbe come negli Stati Uniti, paese avanzatissimo, dove la persona che non ha l’assicurazione non accede alle cure, cosa di una gravità enorme. Mentre per noi italiani il servizio sanitario è uno dei nostri fiori all’occhiello, proprio perché ha le caratteristiche, in teoria, dell’universalità delle cure: tutte le persone hanno diritto a essere curate, tutte. Solo questo fa risparmiare. Teniamo presente che il Servizio sanitario nazionale costa il 7% del PIL, contro una media del 10-12% delle altre nazioni europee. Quindi siamo il Servizio sanitario più virtuoso e con i migliori risultati. La vita media degli italiani è tra le più alte d’Europa. Non c’è un vero problema di risorse. E’ un problema che viene cavalcato da una certa parte politica.”

Solo da una certa parte politica o anche da altre? Sono temi cari ad esempio alla Lega, anche qua in Emilia, eppure a governare non è la Lega mi pare…

[quote_box_right]”I migranti nelle regioni leghiste non pagano il ticket e i problemi che ci sono in Emilia-Romagna non ci sono in Veneto e non ci sono in Lombardia.”[/quote_box_right]”Infatti. Io le posso dire che le regioni a guida leghista, vedi Veneto e Lombardia, il codice X01, cioè l’esenzione da ticket per stranieri, è assodato. Cioè i migranti nelle regioni leghiste non pagano il ticket e i problemi che ci sono in Emilia-Romagna non ci sono in Veneto e non ci sono in Lombardia. Perché? Probabilmente perché gli amministratori di quelle regioni sanno che per risparmiare in ambito sanitario non si può negare il diritto alla salute a tutte le persone presenti, cioè anche ai migranti, perché se no i costi sanitari aumentano. Quindi probabilmente non lo fanno per dei valori etici, questo non lo possiamo sapere, ma per un mero discorso economico.”

Dal suo osservatorio dell’ambulatorio di Porta Aperta come ha visto cambiare i pazienti a Modena in questi anni che abbiamo ripercorso, dalle prime grosse migrazioni degli anni ’90 a oggi?

“Sicuramente è cambiata la tipologia di migranti, ci sono state varie ondate… Negli anni ’90 gli albanesi, i kossovari, poi verso il 2000 un grosso afflusso delle cosiddette badanti, che all’epoca erano quasi tutte irregolari per cui non potevano accedere alle cure mediche del servizio sanitario e venivano nel nostro ambulatorio. Oggi invece le nazionalità maggiormente rappresentate sono quelle dell’area del Maghreb, Marocco e Tunisia. Subito dopo direi la comunità sub-sahariana cioè Ghana e Nigeria. Una piccola percentuale di italiani e paesi dell’est, mentre in questi ultimi mesi abbiamo assistito all’esplosione del fenomeno migratorio in città con il progetto Mare Nostrum e l’arrivo di un migliaio di migranti, quelli dei barconi di Lampedusa. Alcuni sono stati inviati a Modena e le nazionalità sono varie, Somalia, Eritrea, area equatoriale, Guinea, Costa d’Avorio.”

Vedi anche: Cosa succede se devo curarmi i denti ma non ho i soldi per farlo?

Cosa succede se devo curarmi i denti ma non ho i soldi per farlo?

“L’amore vince  tutte le cose, tranne la povertà e il mal di denti”
(attribuita a Mae West)

I denti, si sa, sono importanti per vari motivi: oltre alla funzione principale – cioè quella meccanica di triturare i cibi prima di inghiottirli garantendoci così una più facile digestione – c’è anche un aspetto sociale da non sottovalutare. I denti sono un biglietto da visita. Se vi manca un dente, un incisivo o un canino, difficilmente vi verrà voglia di sorridere davanti agli altri. Nel nostro immaginario l’assenza di denti è indice di passato, di povertà, di quando i denti non si curavano e poi non restava che farseli togliere.

Le cose oggi sono cambiate. Per molti, ma non per tutti. Capita di nuovo di vedere persone, anche molto giovani, con alcuni denti mancanti. Persone che non vedono un dentista da anni o che addirittura non l’hanno mai visto. E oltre ai dolori fisici che i denti possono provocare, ci sono quelli psicologici, altrettanto fastidiosi: guardarsi allo specchio e avere una conferma di essere in difficoltà, di aver perso dei pezzi. Una brutta sensazione a ogni età, ma terribile soprattutto per i giovani, cioè per chi i denti dovrebbe averli ancora tutti interi.

Pensate di fare un colloquio di lavoro così, o di uscire con un ragazzo o una ragazza che vi piace. Spesso si inventano delle scuse, si dice che si sta per intervenire, che il medico era in ferie, si rimanda, ma il tempo passa e i denti peggiorano e il sorriso rimane così, spezzato. Si inizia a nasconderlo o, peggio, si inizia a evitare gli altri, e quel dente in meno diventa simbolo di una emarginazione sociale che, come abbiamo visto, porta i poveri ad essere sempre più poveri, sempre più lontani da un riscatto sociale.

Secondo dati Istat in Italia, dal 2005 al 2013 gli italiani sono andati meno dal dentista: le visite sono diminuite del 30%. Inoltre, le cure odontoiatriche sono quasi del tutto a carico dei privati: la spesa pubblica è al 5%, mentre il resto, il 95%, è totalmente a carico dei privati. Se si rinuncia alle cure spesso è per motivi economici, in particolare al Sud.

Il servizio pubblico garantisce un minimo di copertura, ma dipende da regione a regione e spesso ci sono lunghe attese. Per certi problemi – chiunque abbia mai avuto problemi ai denti sarà d’accordo – avere pazienza e aspettare è molto difficile. Dunque cosa fa una persona che non ha i soldi per un dentista privato – che gli darebbe appuntamento entro una settimana – ma che non può aspettare qualche mese per essere curato dal servizio sanitario nazionale? Come abbiamo detto, dipende anche dalla regione in cui si abita.

In Emilia-Romagna a quanto pare va meglio che altrove. Così ci dice l’Ausl di Modena: “Dal 2005 la Regione Emilia Romagna, ampliando i livelli di assistenza per l’odontoiatria previsti a livello nazionale, ha definito alcuni criteri di vulnerabilità – sanitaria e sociale – per consentire a tutti, con facilità, di accedere alle principali cure odontoiatriche. La prima visita e tutte le urgenze, limitatamente alla medicazione di un dente o a una terapia farmacologica, sono comunque garantite a tutti anche se non in condizioni di ristrettezze economiche”.

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In precedenza si dava per scontato che tutte le spese sanitarie fossero a carico dello Stato. Abbiamo una delle migliori sanità del mondo, no? Ma poi si sono accorti che in realtà, di fatto, non era così. Significativo il fatto che nel paniere Istat dei fabbisogni essenziali prima del 2005 non erano presenti le spese mediche, ma dal 2005 in poi sì: perché lo Stato si è accorto che per certi servizi – in particolare le visite specialistiche, come può essere quella dal dentista – le persone preferiscono non aspettare e pagare tutto, non solo un semplice ticket.

“Il ticket previsto alla prima visita, per i cittadini non esenti, è di 23 euro” spiegano all’Ausl di Modena. “Il programma regionale, invece, garantisce ai cittadini in condizioni di vulnerabilità sanitaria e sociale sia le cure ortodontiche che eventuali protesi dentarie. Anche ai cittadini affetti da determinate patologie o portatori di disabilità  sono erogate, sempre gratuitamente, cure odontoiatriche e protesi. Le cure dentistiche sono gratuite per i cittadini con reddito Isee fino a 8.000 euro annui (nella fascia della cosiddetta vulnerabilità economica), mentre per i redditi da 8.000 fino a 22.500 è previsto il pagamento di un ticket o della tariffa intera (redditi da 20.000 a 22.500). I  minori in affidamento (in comunità o in famiglia) ricevono gratuitamente la visita odontoiatrica e, se privi di Isee, sono considerati a ‘ticket zero’ ai fini dell’ammissione al programma”.

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Nostra elaborazione di Marilyn di Andy Warhol

Cosa succede però se non si può pagare la visita? La tendenza generale nazionale è semplicemente non farla, e magari ritrovarsi senza un dente prima dei 30 anni. “In generale, purtroppo, la tendenza dei ceti medi è di eliminare le cure odontoiatriche dal paniere delle spese da sostenere mensilmente” conferma l’Ausl di Modena.

“Nel privato – infatti – sono cure assai costose. Questo trend negativo, si è in parte riversato nel ‘pubblico’ con un graduale aumento di richieste tramite CUP sia di prime visite che di vere e proprie cure odontoiatriche. Allo stesso tempo, si è assistito ad un aumento delle urgenze, testimonianza del fatto che in tanti ormai rinunciano, per un motivo o per l’altro, a un piano terapeutico programmato – soprattutto se si tratta di pazienti con difficoltà socio-economiche. Sempre negli ultimi anni, inoltre, i pazienti prenotanti in possesso di certificati Isee di fascia 1, ovvero quella gratuita, sono aumentati di oltre il 50%. Nella nostra provincia si è attivata, anche per questo, un’efficace risposta sia in termini di posti settimanali disponibili che di punti di erogazione del pronto soccorso odontoiatrico (fino al 2013 era presente solo al Policlinico di Modena mentre oggi i punti sono tre, attivi anche il sabato mattina)”.

Insomma, finché non si arriva a soffrire per il dolore, in molti evitano di curarsi: la patologia così si aggrava e si arriva a un punto che si sarebbe potuto evitare prima con una semplice terapia. A livello nazionale le cure odontoiatriche dal Servizio sanitario nazionale rientrano nei cosiddetti LEA, ovvero Livelli Essenziali di Assistenza. “Per lo più si tratta di prestazioni chirurgiche finalizzate a prevenire le malattie cancerose del cavo orale, come la biopsia del labbro, frenulectomia della lingua o prestazioni in urgenza come odontalgia, la cura di un ascesso, di un trauma dentale o di una emorragia post-estrattiva” spiega l’Ausl.

Nancy Fouts, Purse with Teeth
Nancy Fouts, Purse with Teeth

“Le cure odontoiatriche previste dalla Regione Emilia Romagna, invece, sono diverse. Per i residenti, il nomenclatore è completo e il cittadino può usufruirne tramite prima visita odontoiatrica da CUP, con accesso diretto senza richiesta del medico curante”.

Il “nomenclatore” è il documento del Ministero della Salute che indica la tipologia e le modalità dei servizi a carico del Servizio Sanitario Nazionale. In effetti online si trova il nomenclatore regionale con tanto di tariffe e sono presenti i più comuni interventi ai denti.

Sul sito della regione si specifica che i tempi di attesa delle “cure odontoiatriche non urgenti devono essere garantite entro tempi di attesa assimilabili a quelli stabiliti per tutta la specialistica ambulatoriale: 30 giorni per la visita“. Dunque prenotando, dovreste riuscire a vedere un dentista entro un mese. E’ così?

Abbiamo provato a chiamare al call center chiedendo una prima visita: per un colpo di fortuna – una rinuncia di un altro paziente – la prima disponibile era dopodomani. Però, mettiamo che io non possa, che non ci sia, che abbia problemi di lavoro, o semplicemente che non sia così fortunato e che l’altro paziente non abbia rinunciato. Quando sarebbe la prossima visita? Le prime date disponibili sono a febbraio e marzo. Cioè tra 4 e 5 mesi. Esattamente come capita per le altre visite specialistiche con il Servizio sanitario nazionale.

Sul problema delle cure ai denti leggi anche:

“Anche la miseria è un’eredità”. I poveri saranno per sempre poveri?

“Anche la miseria è un’eredità” scriveva lo scrittore bolognese Riccardo Bacchelli, il cui nome è legato alla “legge Bacchelli”, quella legge che prevede un vitalizio per “cittadini illustri” che si trovano in stato di povertà. Il paradosso è che, proprio lui, Bacchelli, il primo per cui venne fatta la legge nel 1985, non fece in tempo a beneficiarne, perché morì poco dopo l’approvazione.

Ma quella frase dello scrittore, tratta dal romanzo “Il diavolo a Pontelungo”, scritto nel 1927, è valida oggi più che mai. La miseria è un’eredità?

Di eredità si è discusso anche di recente al Festival della Filosofia di Modena, il cui tema era appunto “ereditare”. Il Gruppo Giovani di Confindustria ad esempio ha organizzato un incontro dal titolo “Padri & Figli spa” sul tema dell’eredità imprenditoriale. “Il tema del Festival della Filosofia è molto vicino ai nostri valori” aveva commentato Marco Arletti, presidente del Gruppo, alla presentazione dell’iniziativa.

2140137_origIn effetti l’Italia è un paese dove l’eredità è molto importante. Di solito la storia è questa: il nonno ha avviato l’azienda, l’ha lasciata al padre che l’ha portata ad alti livelli, che a sua volta passerà il testimone al figlio che in futuro avrà il compito di affrontare le nuove sfide del mercato.

Ci sono eccezioni, ma, generalmente, è così che va: Nonno > Padre > Figlio.

Perché, nonostante, tutto, nonostante la crisi del modello tradizionale, i divorzi, il calo dei matrimoni, la famiglia in Italia è ancora tutto.

Perfino troppo, soprattutto quando degenera nel familismo, storico vizio italiano. L’Italia è tuttora un paese fatto di “figli di”. E di fatto è proprio questa una delle cause dell’azzeramento della mobilità sociale, il motivo per cui i figli dei poveri sono poveri e i figli dei ricchi sono ricchi: i principi di individualità e universalità, tipici del sogno americano e di qualsiasi altro sogno dove “chiunque ce la può fare”, si vanno a far benedire.

E’ molto difficile che un giovane con una famiglia senza un becco di un quattrino riesca a farsi strada e diventare un grande imprenditore di successo, come vediamo in certi film o in certe allucinazioni motivazionali di manager o politici che con una pacca sulla spalla assicurano ai giovani “ce la farete”.

No, probabilmente no.

Il “sogno italiano”, non funziona granché, così come non funziona benissimo nemmeno quello americano.

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Se guardiamo nel passato in Italia il miracolo un tempo era possibile: è famoso il caso di Leonardo del Vecchio, partito effettivamente da zero, orfano di padre a 7 anni, a 15 lavorava come garzone in una fabbrica e oggi è il fondatore e presidente di Luxottica, oltre ad essere uno degli uomini più ricchi del mondo e ad avere un patrimonio di 23,4 miliardi di dollari. Del Vecchio ha aperto la sua prima bottega di occhiali nel 1958, in un periodo molto diverso da questo che viviamo.

Dopo la seconda guerra mondiale in Italia c’è stata una grande ridistribuzione del reddito che ha prodotto il ceto medio, la piccola-medio borghesia, che ha goduto dei benefici di un’epoca – l’era del boom economico – in cui era più facile mettere su un’impresa, avere accesso al credito, comprare casa e così via. I poveri potevano diventare benestanti e perfino ricchi, come mai – o quasi – era accaduto in precedenza nella storia. Ci si comprava la macchina, il frigidaire e – successivamente – perfino il “Tv color” di cui abbiamo parlato in un altro articolo (vedi: No, non siamo diventati tutti poveri).

Dagli anni ’80 in poi le cose iniziano a cambiare, fino alla situazione di oggi, con il ritorno alla “normalità” e di nuovo vale la regola che valeva un tempo: i figli dei ricchi sono ricchi, i figli dei poveri sono poveri. E’ un vero e proprio ritorno all’antico. Con l’aggiunta dell’impoverimento di quel ceto medio che nel frattempo si era creato.

Questo significa che un giovane povero con genitori poveri oggi molto probabilmente dovrà puntare a cifre decisamente più basse dei 23,4 miliardi di dollari di Del Vecchio. Anzi, probabilmente non vedrà nemmeno la pensione.

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Una pubblicità trovata online. Si può diventare ricchi partendo da zero? La risposta alla domanda temiamo sia “no”, ma si trova in un ebook… gratis.

Ovviamente l’eredità non è solo una questione di denari. Non solo.

Confindustria nel suo “Padri & figli spa” si riferiva al concetto di eredità in senso più ampio, non solo patrimoniale, ma “imprenditoriale”, ovvero quel passaggio di conoscenze, saperi, esperienze, eccetera.

E’ chiaro però che se in questo passaggio il salvadanaio fosse vuoto ci sarebbe ben poco da fare, anche con tutta la buona volontà e tutte le competenze di questo mondo. La “spa” (che sta per Società per Azioni) dei padri e figli poveri è destinata a fallire. C’è chi nasce ricco e ha certe opportunità, c’è chi nasce povero e ne ha meno. La ricchezza non è una colpa, ovviamente. Ma nemmeno la povertà.

La domanda dunque è questa: i poveri cosa lasciano ai propri figli? La miseria, come diceva Bacchelli?

Nel capitolo introduttivo di “Gente di periferia”, il quinto dossier sulla povertà in Emilia Romagna a cura della Delegazione Regionale Caritas, il prof. Ivo Colozzi scrive:

In Italia i ricchi sono non soltanto molto più ricchi dei poveri ma anche, in generale, figli di ricchi. Se si esclude la stagione straordinaria del dopoguerra, in cui si è realizzato un significativo processo di mobilità sociale con il passaggio di molti figli di operai e contadini al ceto medio, per la maggioranza dei giovani italiani delle ultime generazioni la ‘scalata’ sociale ed economica è divenuta molto difficile ed è oggi praticamente impossibile. Le ricerche, infatti, dimostrano che quando la disuguaglianza cresce la mobilità intergenerazionale tende a ridursi.

Questa situazione genera un circolo vizioso che sfocia in una povertà cronica, senza ritorno: perché i figli dei poveri hanno maggiori difficoltà nell’accesso all’istruzione e alla formazione professionale, di conseguenza più difficilmente diventano lavoratori qualificati, con il risultato di avere minori possibilità di accedere ai posti di lavoro con alti salari.

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Dunque il nonno nasce povero, non lascia nulla al padre che a suo figlio probabilmente lascerà qualche debito. La scalata sociale è in realtà una linea retta, come quella di un tracciato piatto, o di una corda tesa a cui aggrapparsi e andare avanti, non si sa dove. La disuguaglianza e l’immobilismo economico rendono di fatto impossibile quello che si chiama “riscatto sociale”,

A confermare questa tendenza ancora una  volta i recenti dati Istat sulla povertà assoluta, che mostrano come il numero dei poveri sia stabile nel nord Italia, dove però è aumentata “l’intensità” della povertà, cioè il il valore che misura quanto la spesa media delle famiglie povere si trovi al di sotto della soglia di povertà.

E si nota che, mentre tutti gli altri valori rimangono sostanzialmente stabili, l’intensità della povertà è invece aumentata. Questo significa che il numero di poveri non varia, ma chi ha poco ha sempre meno e aumenta il divario fra i poveri e i non poveri, sempre più spesso stranieri.

Se la tendenza resterà questa, e se la politica non prenderà misure adeguate (cosa che, per ora, sembra molto lontana dal fare) i poveri saranno sempre più poveri, e così i loro figli. E’ questa è l’unica eredità che vedranno: essere stati poveri come i loro padri e le loro madri e forse di più.

No, non siamo diventati tutti poveri

Tra crisi economica, impoverimento e disoccupazione, in Italia si è diffuso un fenomeno di percezione alterata della povertà. Nei discorsi da bar, al mercato, sul treno, su Facebook e sui giornali, è condivisa la sensazione che “ormai siamo tutti poveri”. Ma è davvero così?

Come abbiamo visto dai recenti dati sulla povertà assoluta, i poveri esistono e forse sono anche più di quelli che fotografano le statistiche dell’Istat. Nel 2015 in Italia sono 4 milioni di persone, il 6,8% della popolazione residente, un dato stabile rispetto all’anno precedente. E’ ovvio che in una società ideale anche un solo povero è già troppo, ma, stando ai numeri, in Italia non siamo tutti poveri. Anzi l’Italia resta uno dei paesi più ricchi del mondo.

Se prendiamo come parametro il PIL (Prodotto Interno Lordo), da molti discusso, l’Italia è all’ottavo posto nella classifica delle nazioni più ricche. E noi ci troviamo in una regione particolarmente benestante, ovvero l’Emilia-Romagna.

Nel 2012 il reddito disponibile delle famiglie in valori correnti diminuisce, rispetto all'anno precedente, in tutte le regioni italiane. Bolzano ha un reddito per abitante doppio rispetto alla Campania. Reddito disponibile pro-capite per regione e variazioni dei redditi familiari nelle macroaree
Reddito disponibile pro-capite per regione e variazioni dei redditi familiari nelle macroaree

Prendiamo il caso di Modena. Nella classifica del Sole 24 Ore sulla Qualità della vita Modena è al primo posto per il tenore di vita e ai primi posti per il tasso di occupazione e per i consumi per famiglia. In pratica si tratta di una delle cittadine più ricche di una delle regioni – l’Emilia-Romagna – più ricche d’Europa e dunque del mondo. E’ evidente che a Modena non siamo tutti poveri.

Ma è altrettanto evidente che anche qua ci sono i poveri, perché dovunque ci sia benessere, c’è anche povertà.

Ci sono più poveri nei paesi ricchi che nei paesi poveri

Come in qualsiasi altro Paese, anche nei paesi considerati economicamente “occidentali” la ricchezza è concentrata in una parte della popolazione, solo distribuita in maniera un po’ più equilibrata: pochi che hanno moltissimo, molti che hanno abbastanza e pochi che hanno pochissimo. Questa è la famigerata diseguaglianza, alla quale sembra impossibile sfuggire. Più un paese è ricco e più risulterà evidente – visto che non siamo più abituati a vivere la povertà da vicino – il divario tra chi ha molto e chi ha poco. O nulla.

Un esempio ormai classico è il Giappone. Sono anni che fa notizia il fatto che anche in Giappone esistono delle persone povere. Ma come, la terza economia mondiale dietro Stati Uniti e Cina? Un paese che ha sì un enorme debito pubblico, per altro perfettamente sotto controllo, ma anche con 127 milioni di abitanti e un PIL da 4,92 migliaia di miliardi di dollari? Eppure, un dato recente parla di un bambino giapponese povero su sei.

In Europa, secondo un recente rapporto Oxfam, ci sono 342 super ricchi che da soli possiedono un patrimonio di 1.340 miliardi di euro.

Anche in Italia la forbice tra ricchi e poveri è sempre più evidente: secondo l’Ocse l’1% della popolazione ha il 14,3% della ricchezza nazionale. Ma è un problema su scala globale che, paradossalmente, riguarda tutti tranne i paesi veramente poveri, quelli in fondo alla classifica.

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In Somalia, per capirci, sono davvero tutti poveri e il problema non è il divario ma lo stato di indigenza assoluta che riguarda (quasi) tutta la popolazione. Nei paesi poveri il tasso di povertà può essere molto più basso di quello di un paese mediamente ricco, che invece è caratterizzato da una forte diseguaglianza economica e di conseguenza ha, paradossalmente, “più poveri”.

Con la crisi del 2007 inizia l’impoverimento nei paesi ricchi

E’ innegabile che dal 2007 in poi, con la crisi economica, si è assistito a un aumento della povertà nei paesi ricchi. Nel 2012 i dati Eurostat indicavano circa 124 milioni di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale nell’Unione Europea, cioè il 24,8% della popolazione.

Quattro anni prima, nel 2008, erano il 17%. Da qui è iniziato un impoverimento che ha colpito fasce di popolazione convinte che la povertà fosse solo un ricordo dei loro nonni: il famoso ceto medio. Ma se è vero che il ceto medio, in Italia e in Europa, si è impoverito, non è vero però che siamo diventati tutti poveri, soprattutto qui, nel nord-Italia.

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Impoverirsi non vuol dire per forza diventare poveri: se passo da una Bmw a una Yaris non significa che sono povero, ma che le mie risorse si sono ridotte o che probabilmente avevo uno stile di vita al di sopra delle mie possibilità.

Soluzioni che non funzionano

Ecco perché il discorso “siamo tutti poveri”, un discorso frutto di una percezione alterata che ci vorrebbe tutti – ma proprio tutti, anche il vicino di casa con la Maserati – poveri in canna, alimenta una confusione dannosa prima di tutto per chi è povero. Perché se siamo tutti poveri è come se non lo fosse nessuno.

Il problema diventa così sempre meno concreto, astratto, invisibile. E di conseguenza le soluzioni.

Soluzioni che, come sottolineato anche nel recente rapporto Caritas sul tema, sono sempre lontane dal risolvere il problema in maniera incisiva. La social card funziona sempre peggio e dal governo arrivano messaggi che manifestano quasi una forma di dissociazione dalla realtà, come la “svolta” di cui ha parlato Renzi.

Secondo la sociologa Chiara Saraceno – autrice del recente saggio “Il lavoro non basta – La povertà in Europa negli anni della crisi” – un errore che viene portato avanti da anni sulle politiche di contrasto alla povertà è l’orientamento “unicamente lavoristico”.

Ovvero, secondo la Saraceno, si interviene sempre e solo sul lavoro, trasformando il Welfare in un “Workfare”. Intervenire solo sul sostegno a chi già lavora (come i famosi 80 euro in busta paga) non funziona e non ha mai funzionato, e i recenti dati Istat sui lavoratori che si ritrovano in povertà assoluta lo dimostrerebbero. Per questo motivo la Saraceno ritiene una misura di contrasto più efficace un sostegno di inclusione attiva. La Caritas ad esempio insiste sul reddito di inclusione sociale.

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Ma per creare delle politiche di contrasto alla miseria che siano efficaci lo Stato deve innanzitutto misurare la povertà: conoscere le dimensioni, la distribuzione geografica. In pratica: capire chi sono i poveri. Come si fa?

Lo Stato come misura la povertà?

Abbiamo visto come quello della povertà sia un concetto complesso e un po’ ambiguo, ma lo Stato, che in teoria ha a cuore il benessere dei propri cittadini e deve proporre politiche pratiche e realistiche, tenta una misurazione oggettiva del fenomeno attraverso l’Istat, che da anni ha elaborato un complesso metodo di misurazione della povertà assoluta.

Non parliamo dunque di povertà relativa, né di impoverimento o rischio di povertà, né di altre formule utili per capire la complessa situazione sociale ed economica del paese; formule utili ma a volte un po’ ambigue e sfuggenti. Parliamo invece di povertà e basta, cioè di persone che non riescono ad avere un livello di vita ritenuto minimamente accettabile.

Il bicchiere dalla staffa, dalla pagina Facebook "Finire i soldi"
Il bicchiere dalla staffa, dalla pagina Facebook “Finire i soldi”

Ma come si decide questo livello minimamente accettabile? Quando lo Stato inizia a considerare un suo cittadino un povero?

I criteri usati dall’Istat sono gli stessi dal 2005, quando il paniere della povertà assoluta è stato aggiornato, ma ogni anno viene fatta una rivalutazione monetaria. Il paniere viene rivisto ogni 10 anni, quindi a breve dovrebbe essere elaborato un aggiornamento. La cifra che viene fuori ogni anno è quella che una famiglia, nel complesso, deve riuscire a spendere mensilmente: se non è in grado, si parla di povertà.

L’Istat tiene conto della fascia d’età, del sesso, del nucleo famigliare e della zona di residenza. Ad esempio, nel 2014

Un adulto (18-59 anni) che vive solo è considerato assolutamente povero se la sua spesa è inferiore o pari a 816,84 euro mensili nel caso risieda in un’area metropolitana del Nord, a 732,45 euro qualora viva in un piccolo comune settentrionale e a 548,70 euro se risiede in un piccolo comune meridionale

da: Report Istat del 15 luglio 2015, La povertà in Italia

Arrivare a questo metodo di misurazione non è stato semplice, e per arrivarci l’Istat si è posto delle domande fondamentali:

La povertà è un fenomeno dalle molte definizioni che, di volta in volta, individuano insiemi di poveri solo parzialmente o affatto sovrapposti. Si è poveri di reddito e ricchezza o delle cose che il reddito e la ricchezza ci consentono di fare? Poveri rispetto ai soli aspetti materiali o anche alle possibilità di scegliere e realizzare i propri obiettivi? Poveri, infine, se non si ha potere oppure se non si è adeguatamente rappresentati?

da: Istat, La misura della povertà assoluta, 2009

L’assenza di una definizione chiara e univoca di povertà rende difficile stabilire chi e quanti sono i poveri. Di solito la soluzione è combinare più misure per descrivere il fenomeno sotto i vari aspetti e avvicinarsi il più possibile a quella che ipotizziamo sia la realtà. Ecco quindi la necessità di un paniere minimo di beni e servizi, un insieme di bisogni essenziali, che però variano in base al contesto.

Essere poveri in Somalia ed essere poveri a Modena

Per capirci: nei paesi del terzo mondo i bisogni essenziali non sono gli stessi di Modena. In alcune nazioni africane la carenza di risorse mette in pericolo la vita: non hai l’acqua, muori; non hai le medicine, muori; non hai da mangiare, muori. Punto e basta. Una cosa che in Italia – tranne alcune rarissime eccezioni – non capita. Dunque ecco perché si parla di uno standard di vita considerato “minimo accettabile” in questo contesto.

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Lo Stato ha individuato i fabbisogni essenziali: la casa, un’alimentazione adeguata, la possibilità di acquisire il “minimo necessario per vestirsi, comunicare, informarsi, muoversi sul territorio, istruirsi e mantenersi in buona salute” (sempre Istat 2009). Su questi ultimi due punti c’è stato un cambiamento fondamentale tra il vecchio paniere e quello nuovo (del 2005): nel vecchio paniere le spese per scuola e sanità non erano calcolate, in quanto si dava per scontato che fossero totalmente a carico dello Stato. Ma successivamente si sono accorti che, di fatto, non era così.

Nel nuovo paniere sono state inserite anche queste spese che risultano a carico della famiglia. Nel caso della scuola parliamo di quaderni, zaini, astucci e cose di questo tipo, spese spesso molto pesanti per le famiglie povere, e questo fino alla scuola secondaria superiore, dopo si fanno ancora più pesanti. Per la sanità invece si intendono quel tipo di servizi che risultano a carico della famiglia come il dentista e il ginecologo (visite specialistiche per cui di solito non si aspetta e si paga interamente la parcella), alcuni medicinali, attrezzature terapeutiche e assistenza a disabili o anziani.

La vita normale e lo standard di vita minimamente accettabile

Per quanto riguarda la casa, non basta averla o poter pagare l’affitto: si calcola anche che le famiglie siano in grado di riscaldarla e di dotarla dei “principali servizi”. Quindi energia elettrica, riscaldamento e, tra i beni considerati “indispensabili”, ci sono la lavatrice, il frigorifero, il “Tv-color” (così lo chiama l’Istat) e la cucina non elettrica.

Se una persona o una famiglia non riesce a sostenere le spese per avere tutto questo – cioè il famoso “standard di vita minimamente accettabile” – è povera.

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La misurazione dell’Istat ovviamente tiene conto delle aree geografiche, perché tra vivere a Bolzano e vivere a Reggio Calabria c’è una bella differenza. Per il valore monetario dei beni, ad esempio degli alimenti, si tiene conto delle differenze tra Nord, Centro, e Sud. Proprio l’aspetto dell’alimentazione è forse quello più curioso, perché fa sembrare lo Stato non un padre autoritario ma più una madre invadente che controlla che i cittadini mangino bene.

La dieta dell’Istat

Infatti l’Istat parla di “un insieme di alimenti, sufficientemente diffusi sul mercato e di uso comune, in grado di assicurare un’alimentazione adeguata“, che garantiscano tutti i nutrienti necessari all’organismo umano per svilupparsi e mantenersi in buona salute, includendo quindi “quei composti utili a promuovere la salute attraverso azioni protettive (ad esempio molecole bioattive come antiossidanti, fitosteroli e fitoestrogeni, di cui frutta, verdura e legumi sono particolarmente ricchi)”. Lo Stato non vuole che il cittadino si ammali, anche perché un cittadino ammalato è un costo.

Per la casa sono state calcolate delle dimensioni minime – se vivete in un cubo di tre metri siete ben al di sotto dello standard di vita minimamente accettabile, sappiatelo – e una media del fabbisogno energetico. C’è poi quella che l’Istat chiama la “componente residuale”, ovvero tutto il resto. E’ molto interessante vedere direttamente la tabella dove vengono sintetizzati tutti gli aspetti di quella che lo Stato considera una “vita normale”.

Questo è il metodo che usa lo Stato per misurare il disagio economico. Gli altri strumenti di misurazione non sono meno importanti e riguardano ad esempio la povertà relativa, che viene calcolata in base al reddito medio: rientra in questa categoria chi ha un reddito inferiore alla metà del reddito medio nazionale. Queste e altre misurazioni aiutano a guardare al fenomeno povertà in maniera più ampia, prendendo in considerazione ad esempio la vulnerabilità alla povertà, ovvero la probabilità di diventare poveri.

E se i potenzialmente poveri diventassero realmente poveri?

Qui si apre un capitolo ampio e decisamente grigio: un esercito dalle dimensioni non quantificabili di persone che sono a rischio indigenza. I recenti dati Istat hanno sottolineato l’incidenza della povertà tra i giovani: più è bassa l’età delle persone e più è alta la povertà. Questo significa che se un domani – che in realtà è già oggi – questi giovani non avessero più il sostegno della famiglia come di fatto capita, diventeranno poveri. E saranno sempre di più.

Un numero enorme di persone che lo stato sociale non sarebbe in grado di sostenere, dato che già ora non ci riesce, con numeri più contenuti e nonostante la “svolta” apparsa a Renzi.

Come abbiamo già scritto, al momento i giovani italiani appaiono meno poveri di quanto non lo siano, semplicemente perché tardano a uscire dalla famiglia di origine, cioè mamma e papà, il vero grande Welfare italiano. Ma se dovessero lasciare casa e avventurarsi nella vita reale senza chiedere “prestiti” o regali alla famiglia, una buona parte non sarebbe in grado di pagare un affitto – e ancora meno di comprare una casa – di riscaldarsi, di nutrirsi, di vestirsi, di pagarsi le spese mediche. Il Tv-color, chissà.

La povertà in Italia e la svolta che non c’è (o almeno non si vede)

Quanti sono e chi sono i poveri in Italia nel 2015? Recentemente i dati Istat hanno fotografato una situazione sostanzialmente invariata rispetto ai due anni precedenti, dove la povertà resta stabile: sono 4 milioni le persone in condizioni di povertà assoluta, ovvero non in grado di permettersi “uno standard di vita minimamente accettabile”. Il rapporto Caritas 2015 sulle politiche di contrasto alla povertà presentato qualche giorno fa si basa sui dati Istat e si riferisce proprio alla povertà assoluta, con l’obiettivo di capire quali misure sono state prese finora e quali si dovrebbero prendere.

Come è cambiata la povertà

Dall’anno scorso è cambiata di poco, almeno secondo l’Istat. “L’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile; considerando l’errore campionario, il calo rispetto al 2013 del numero di famiglie e di individui in condizioni di povertà assoluta (pari al 6,3% e al 7,3% rispettivamente), non è statisticamente significativo” viene spiegato nel rapporto.

Ma è interessante vedere anche com’è cambiata la povertà dalla crisi a oggi. In sette anni il numero di poveri è più che raddoppiato: nel 2007 infatti le persone in una situazione di povertà assoluta erano 1,8 milioni, oggi 4. Dopo la crisi economica è cambiato anche il profilo dei poveri italiani. Se prima erano quasi esclusivamente del Sud (principalmente famiglie numerose) dopo la crisi sono aumentati anche al Nord, con la differenza che nel Mezzogiorno la povertà assoluta è più presente nei piccoli centri, mentre nel Nord Italia è distribuita maggiormente nelle metropoli.

Grafica del Sole 24 Ore su dati Istat
Grafica del Sole 24 Ore su dati Istat

Se prima la povertà riguardava soprattutto gli anziani, ora riguarda anziani e anche giovani: minori, ma anche quei 20enni e 30enni che non riescono a lasciare la casa dei genitori per il semplice fatto che non hanno i soldi per mantenersi e costituire un loro nucleo famigliare. La povertà dei giovani dunque viene “attutita”, diciamo così, dalle famiglie d’origine, e in parte nascosta ai dati Istat. In questo contesto rientrano gli ormai noti Neet (i giovani che non studiano e non lavorano). La famiglia resta dunque il vero ammortizzatore sociale in Italia.

Infine, se prima la povertà assoluta era sinonimo di assenza totale di lavoro, oggi tocca anche chi un lavoro ce l’ha, portando lavoratori dipendenti in quella enorme zona grigia di povertà relativa e rischio di povertà (28,4% degli italiani). Questo dimostra inoltre che l’aumento dell’occupazione – risposta o quantomeno promessa di ogni Governo come misura contro la povertà – non porta per forza a una diminuzione dei poveri. Precisiamo che il rapporto Istat si basa su dati del 2014, quindi precedenti al Jobs Act del 2015.

L’unica costante, sia per la povertà assoluta sia per la povertà relativa, è la distribuzione geografica, che vede sempre più poveri al Sud rispetto al resto del Paese.

La “svolta” di Renzi

Ma, fotografie statistiche a parte, il rapporto Caritas parla soprattutto di quello che si fa – e soprattutto che non si fa – per combattere la povertà. La sintesi è “troppo poco, non abbastanza”. Nel rapporto si parla della “consueta recente sottovalutazione del fenomeno in termini di risposte istituzionali”. Ed evidenziamo le prime due parole, non scelte a caso: “consueta” e “recente”. Il pensiero va alle dichiarazioni di Renzi, che commentando i dati Istat aveva parlato di un’Italia che “ha svoltato oggettivamente”, per il semplice fatto che la povertà dal 2013 al 2014 non è aumentata ma è rimasta stabile.

Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana
Matteo Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana

Parlare di svolta non è solo eccessivo, ma è proprio sbagliato dal punto di vista della lingua italiana: non c’è una “svolta” se il trend rimane lo stesso. Anzi: è proprio il contrario, dato che, dizionario alla mano, una svolta è “un cambiamento radicale di una situazione”. In questo caso dunque si può parlare correttamente di svolta solo di fronte a una diminuzione significativa della povertà. Finché ci sono 4 milioni di persone che non si possono permettere “uno standard di vita minimamente accettabile” non si può parlare di svolta.

Qualcosa è meglio di niente?

A proposito di misure contro la povertà, la Caritas è contro la filosofia del “qualcosa è meglio di niente”, riferendosi a quel poco che si può fare per arginare il fenomeno tramite i soliti interventi. “Non si può pensare che l’unica misura universalistica che il nostro paese sa garantire alle famiglie povere è un pacco viveri o una mensa” sostiene Don Francesco Soddu, direttore di Caritas Italia. “Nella nostra esperienza si può cominciare dall’aiuto alimentare per costruire percorsi di riscatto, ma non ci si può limitare a questo”.

Dal Rapporto Caritas 2015 sulle politiche contro la povertà in Italia
Dal Rapporto Caritas 2015 sulle politiche contro la povertà in Italia

Non è vero che “qualcosa è meglio di niente” per vari motivi: intanto perché finora limitarsi al “qualcosa” non ha funzionato, e il fenomeno della povertà in Italia è lontano dalla “svolta”. Inoltre, continua Soddu, “quel qualcosa può finire per essere l’ennesimo intervento che premia una categoria di bisogni a scapito dell’altra, tradendo gravemente il principio costituzionale di eguaglianza”. E ancora: “Il ‘fare comunque qualcosa’ si espone alla critica – spesso giusta per il passato – di non partire da chi ha più bisogno, ma da chi conta su una maggiore rappresentanza politica o da target che consentono di sbandierare sul piano comunicativo un qualche facile esito”.

“Dunque, smettiamo di dirci che qualcosa è meglio di niente” conclude Soddu. “Quando si parla di povertà questo non è vero”.

Ma quali sono i possibili interventi da introdurre per combattere realmente la povertà in Italia?

Il reddito minimo e altre misure

Nel Rapporto si sottolineano innanzitutto le cose che non vengono fatte: ad esempio viene ricordato che l’Italia è uno dei due paesi europei (l’altro è la Grecia) privo di una misura nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale, come ad esempio il reddito minimo garantito.

Dal Rapporto Caritas 2015 sulle politiche contro la povertà in Italia
Dal Rapporto Caritas 2015 sulle politiche contro la povertà in Italia

Dividendo gli interventi in “temporanei” e “strutturali”, il Rapporto Caritas evidenzia le opzioni più “visibili”, cioè quelle che ricevono oggi più attenzione nel dibattito politico e sono dunque, potenzialmente, quelle maggiormente praticabili: “La riproposizione di interventi temporanei (in continuità con quanto avvenuto dalla metà degli anni ’90 in avanti), la proposta di un Reddito Minimo per persone tra i 55 e i 65 anni avanzata dal Presidente dell’Inps, Boeri, il Reddito di Inclusione Sociale dell’Alleanza contro la povertà e il Reddito di Cittadinanza del Movimento Cinque Stelle”.

Ad esempio in Emilia-Romagna si sono aperti tavoli di discussione di proposte di reddito minimo regionali, e ci si è orientati a spostare una quota di fondi dal comparto socio-sanitario a quello sociale.

La Caritas insiste sul Reddito di inclusione sociale, una misura considerata “stabile, incrementale, sostenibile e sussidiaria”, destinata esclusivamente alle persone che vivono in povertà assoluta (mentre il reddito di cittadinanza, ad esempio, sarebbe destinato anche a quelle a rischio di povertà) e che consisterebbe in una cifra pari alla differenza tra il reddito percepito da chi ne beneficia e la soglia di povertà indicata dall’Istat, che corrisponde a 1.400 euro mensili per un nucleo familiare di 3 persone.

Per approfondire qui si trova il pdf integrale del Rapporto Caritas.

Dal Rapporto Caritas 2015 sulle politiche contro la povertà in Italia
Dal Rapporto Caritas 2015 sulle politiche contro la povertà in Italia

Fonte immagine di copertina: Caritas Italiana.

Un oceano di bisogno

Una volta si chiamava Pead (Programme Européen d’aide Alimentaire aux plus Démunies) e conteneva le norme generali per la fornitura di derrate alimentari ai poveri dell’Europa che, nel 2012, erano circa 125milioni. Tale programma, la cui fine è stata determinata nel lontano 2011 ma prorogata fino al dicembre 2013, è oggi sostituito da un più articolato Fondo di aiuti europei agli indigenti (Fead), dell’importo complessivo di 2,5 miliardi di euro per l’arco temporale 2014-2020 (ma gli Stati membri possono decidere di aumentare le loro dotazioni fino a 1 miliardo di euro su base volontaria). Di questi, 595 milioni sono per l’Italia.

Si tratta di una novità assoluta nel panorama legislativo europeo, in quanto fino ad oggi il tema della povertà estrema era totalmente delegato alla competenza dei singoli Stati. L’obiettivo generale è promuovere la coesione sociale contribuendo al raggiungimento del target di riduzione della povertà previsto dalla Strategia Europa 2020 (almeno 20 milioni in meno di persone a rischio o in situazione di povertà ed emarginazione). Nello specifico, il Fead mira a sostenere i programmi nazionali che prestano un’assistenza non finanziaria alle persone indigenti tramite organizzazioni partner, aiutando a coordinare gli sforzi e a sviluppare e introdurre strumenti per promuovere l’inclusione sociale degli indigenti.

Tutto molto positivo, se non fosse per un problema. Pubblicato ufficialmente in Gazzetta europea a marzo 2014, è solo successivamente che gli stati si sono mossi per assicurarne l’operatività: così, ad esempio, in Italia l’erogazione degli aiuti alimentari dall’Ue interrotta a dicembre 2013 riprenderà solo in questi ultimi mesi del 2014 (arriveranno finalmente anche 10 milioni di euro che pare siano stati stanziati da un Fondo Nazionale di aiuti alimentari). Nel frattempo, un enorme vuoto si è riprodotto a cascata sul territorio, su soggetti intermedi come la Fondazione Banco Alimentare Onlus che, a sua volta, ha il compito di conferirli a realtà caritative locali. Senza aiuti alimentari molte strutture hanno rischiato di chiudere e di perdere quei preziosi legami, faticosamente costruiti, che hanno generato in questi anni una grande rete sociale di aiuto.

“Ci troviamo in un oceano di bisogno” spiega infatti Andrea Giussani, presidente della Fondazione Banco Alimentare Onlus che, tra le sue attività più conosciute, promuove la Giornata nazionale della Colletta Alimentare in programma sabato 29 novembre in moltissimi supermercati, anche del nostro territorio.
Nella nostra regione, dove è attiva la Fondazione Banco Alimentare dell’Emilia Romagna (Fbaer), legata a quella nazionale, gli aiuti europei costituiscono da soli il 50% degli alimenti redistribuiti. La Colletta, poi, contribuisce per il 13,7%, il resto lo rende possibile l’attività quotidiana di recupero di eccedenze alimentari da aziende di trasformazione, grande distribuzione, consorzi ortofrutticoli e ristorazione. Si verifica quindi un’importante valorizzazione di beni altrimenti sprecati e un “effetto leva”, cioè la capacità di far giungere a (nuova) destinazione prodotti alimentari per un valore notevolmente superiore alle risorse economiche e finanziarie utilizzate per svolgere l’attività stessa.

Nel 2013 sono stati infatti recuperati in regione più di 7 milioni di kg di prodotti, un valore quantificabile anche monetariamente (si calcola in base ad un valore medio convenzionale pari a € 3,00 al kg) di quasi 22 milioni di euro, contro una spesa organizzativa nettamente inferiore. Purtroppo però nell’ultimo anno si è assistito a un calo complessivo del 6,5% del totale raccolto tra i vari canali. “Per questo – osserva ancora Giussani – si rende necessario incrementare la Colletta Alimentare. Ormai giunta alla 18esima edizione, la Giornata è diventata un importantissimo momento di coinvolgimento e sensibilizzazione della società civile al problema della povertà alimentare attraverso l’invito a un gesto concreto di gratuità e di condivisione: fare la spesa per chi è povero”.

Nata nel 1997, oggi, grazie anche alla piattaforma logistica di Parma che funge da centro di stoccaggio e distribuzione per tutto il nord-ovest, la Colletta Alimentare garantisce le azioni necessarie per un sostegno capillare sul territorio. Nella Giornata 2013 sono state raccolte in Emilia Romagna 9.037 tonnellate di alimenti (115 tonnellate in Provincia di Modena); ad esse si aggiungono 4.770 tonnellate raccolte a giugno 2013, in occasione della Colletta straordinaria indetta per far fronte all’interruzione degli aiuti dall’Ue e a quella che è un’emergenza dai confini sempre più ampi. Nella provincia di Modena sono stati distribuiti – su 84 enti e strutture caritative che assistono più di 24mila persone -1 milione di kg di alimenti, per un valore di più di 3 milioni e 300 mila euro, a fronte di una spesa sostenuta di poco più di 66 mila euro.

Immagine di copertina, photo credit: geezaweezer via photopin cc

Lassù qualcuno ci ama?

Quali politiche per contrastare povertà e disuguaglianze? Ne discutono Raffaele Tangorra, direttore generale Inclusione e Politiche sociale del Ministero del Lavoro, e Maria Cecilia Guerra, senatrice ex viceministro del Ministero del Lavoro, all’ultimo incontro del ciclo “Discorsi sulla disuguaglianza” promosso dalla Fondazione Ermanno Gorrieri.

Perché un conto è parlare di povertà assoluta e povertà relativa; un conto è intervenire contro la disoccupazione attraverso sussidi e un conto è cercare di individuare e quindi superare le disuguaglianze.

La povertà, con le sue ricadute sulla persona e sulla società, è un problema complesso che si affronta solo attraverso studi e strategie complesse. Non bastano le denunce o gli annunci “una tantum”, servono politiche che riguardano il lavoro, la casa, i trasporti, la fiscalità, così come sono necessarie misure a favore del reddito minimo ma anche una riduzione della forbice tra gli stipendi.

La Costituzione ci ricorda che il contrasto alla povertà è un impegno affidato a ogni cittadino, da solo o associato ad altri, in collaborazione con le istituzioni.
Ai politici e anche ai cittadini elettori non si può perdonare un comportamento “da campagna elettorale”, fatto di promesse (politici) e denunce (elettori). Serve uno sforzo culturale e la pazienza di fare leva su quello che si sta facendo contro le disuguaglianze, senza illudersi di aver già fatto tutto quanto era possibile fare. Perché in Italia gode di un primato: mentre in Europa ci si è posti l’obiettivo di ridurre in dieci anni il numero di poveri (chi non riesce a mangiare carne o pesce un giorno sì e un giorno no) di oltre 20 milioni, nel nostro paese le persone con “grave deprivazione materiale” sono raddoppiate in solo due anni e passate da meno del 7% nel 2012 a più del 14% nel 2014.

(Immagine di copertina, photo credit: emilius da atlantide via photopin cc)