Cose che accadono al di sopra delle parole celebrative del nulla

Recitando un rosario
di ambizioni meschine
di millenarie paure
di inesauribili astuzie
coltivando tranquilla
l’orribile varietà
delle proprie superbie
la maggioranza sta.

 Fabrizio De André, Smisurata preghiera

luca1La scelta della vita, quella in cui si decide una volta per tutte “cosa fare da grande”, per lui ha una data precisa: novembre 2012. E’ allora che Luca Gherardi decide di non lasciarsi sedurre dal canto delle sirene. Quelle che lo vorrebbero lanciato nella corsa per la candidatura alle Politiche in un momento in cui il giovane vicesindaco di Camposanto, “grazie” al terremoto, gode di un palcoscenico mediatico che altri si sognano. All’epoca appena ventottenne, è praticamente a fine mandato come assessore e vicesindaco, è brillante, colto, e si è guadagnato sul campo una credibilità indiscutibile (come tanti altri amministratori locali) grazie all’enorme impegno profuso non solo per la sua Camposanto, ma in tutta la Bassa devastata dal sisma del 20 maggio.

Insomma, quando in tanti che lo conoscono e apprezzano cominciano a buttargliela lì, la tentazione si fa sentire. E non importa che i santoni locali del partito dimostrino col silenzio quanto l’ipotesi Gherardi susciti in loro lo stesso entusiasmo di un calcio negli stinchi. Con le primarie aperte a chiunque si voglia candidare purché tesserato, nel momento in cui la montante onda del giovanilismo renziano si fa beffe del cursus honorum considerato un tempo obbligatorio per aspirare a una scranna a Montecitorio, conta relativamente l’appoggio di quelli che di solito decidono dove e quali pedine muovere. Insomma, le condizioni sembrano esserci tutte perché Luca possa aspirare ad anteporre il titolo di Onorevole al dott. Gherardi. E invece, dopo averci pensato un po’ su, arriva il gran rifiuto.

Quel gran rifiuto

luca2“Se sono stato tentato dall’idea? Certo che sì – ammette lui oggi – ma da appena tre settimane avevo avuto un incarico a scuola come insegnante di storia e letteratura, il mio sogno fin da bambino, e mi son detto: non ci vado. Non metto a rischio il mio lavoro. Non mollo subito i ragazzi. Non abbandono il mio percorso per andare a Roma cinque anni. Ok, magari dieci. E poi, per far cosa? Il presidente di qualche partecipata? Per fare il politico uno deve essere libero, avere un suo lavoro, e tenere bene a mente che il riferimento è Cincinnato: esaurito l’impegno politico per la comunità, si torna alla propria attività principale. Senza questa libertà, ti tocca obbedire sempre. Allora ero sotto i riflettori e avessi scelto di provarci, lo avrei fatto per vincere, non per partecipare. Ho preferito fare un’altra scelta, di cui non sono pentito”.

Strana decisione, di questi tempi, rinunciare a priori alle glorie a agli agi romani, al potere e ai soldi, alle comparsate in tv, alla possibilità di moltiplicare i follower su Twitter, in cambio di un posticino precario da professore. Usando vecchi arnesi come Petrarca e Dante, Leopardi e Boccaccio per trasmettere ai ragazzi “valori che considero imprescindibili per essere bravi cittadini”.

Foscolo ai tempi di Facebook

Intervistare Gherardi e accennare alla parola “scuola” è un gran bel rischio. Si rischia di perdersi. Perché lo vedi preso per incantamento. Gli si solca la fronte e gli occhi si fan incavati e intenti. Insomma, si illumina d’immenso. “Ai ragazzi di oggi non frega niente di nulla, sono svogliati, distratti, impegnati solo a sciappinare dalla mattina alla sera sullo smartphone? A me dimostrano tutti i giorni il contrario. Hanno un cuore. Eccome. Bisogna solo educarli a sentirselo.

Parlare ad esempio di Foscolo significa prima di tutto introdurli ai grandi concetti che lui ha espresso. Che sono poi gli stessi di cui abbiamo ancora bisogno: la comunità nazionale, gli affetti, la dignità, lottare per ciò in cui si crede. Ho ragazzi meridionali che quando lo abbiamo studiato si sono sentiti particolarmente toccati dai temi dell’esilio, della lontananza, delle radici. Oggi magari i miei alunni mi contattano su Facebook per chiedermi un chiarimento, per propormi una loro riflessione: scusi se la disturbo prof, ma volevo chiederle… Cambiano i tempi e gli strumenti, ma sempre persone siamo”.

Immancabilmente, galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse

Con Roberto Benigni
Con Roberto Benigni

Irriducibile Gherardi,  che nemmeno quando fa politica riesce a lasciar riposare nei loro tomi ammuffiti i santi del suo personale empireo. Anzi, se nel lontano 2008 si è infilato nel girone dantesco della politica, la colpa, o il merito, si devono proprio a lui: all’Alighieri. “E’ accaduto tutto all’improvviso, nel 2007. Io avevo 23 anni e avevo appena conseguito la triennale con una tesi su Dante. Con degli amici avevo assistito a Firenze ad alcune serate in cui Benigni recitava l’Inferno. Loro, che conoscevano la mia passione per la Divina Commedia, senza dirmi niente andarono dal sindaco di allora, Mila Neri, proponendole di replicare le letture dantesche a Camposanto. Certo io non sono Benigni, ma posso dire di essermela cavata: facemmo dieci serate da maggio a ottobre con un’ottantina di persone sempre presenti. Insomma, un successo.

Alle iniziative, tra i fedelissimi c’era Palma Costi, oggi assessore regionale. Nel corso dell’estate cominciarono le riunioni per le amministrative dell’aprile 2008 alle quali, su invito di Palma, partecipai. Come tanti altri, ho dato una mano fino alle elezioni del sindaco, Antonella Baldini, convinto che la cosa sarebbe finita lì. Invece, una volta eletta, Antonella mi chiama e mi dice: Luca, l’assessore alla cultura lo devi fare tu.

Ci rimango di sasso e mi prendo un paio di giorni per pensarci, facendomi tutti i viaggi possibili e immaginabili che può farsi un ventitreenne a cui viene chiesto di impegnarsi in un ruolo così importante, anche in un comune piccolo come il mio. Alla fine accetto. Solo che siccome Camposanto è un comune di poco più di tremila abitanti, ci sono solo tre o quattro assessori e a me toccano anche le deleghe per scuola e servizi sociali. E lì arriva il colpo finale. Antonella mi dice, visto che sei giovane, la gente ti conosce e apprezza, ti nomino pure vicesindaco. Ecco, è cominciata così”.

Quando ero piccolo, mi emozionavo per tutto

Luca Gherardi con Palma Costi
Luca Gherardi con Palma Costi

Gherardi fa il modesto, ma quello che Costi e Baldini hanno capito benissimo è che il ragazzo, se non buca ancora gli schermi, di certo riempie e sa parlare alle piazze. Ha la loquela facile e l’entusiasmo un po’ suicida di un giovanissimo che vuole scoprire tutto e sapere tutto: “Per me la rappresentanza è una cosa seria, un impegno totale: quando indosso la fascia del Comune mi emoziono ancora come un bambino. Non mi sono mai tirato indietro in niente: partecipavo a qualsiasi cosa, anche a incontri magari lontani dai miei interessi. Anche se avevo appena iniziato la specialistica e da fare ne avevo, in Comune ci andavo il più possibile. Mi furono affidati anche diversi progetti intercomunali, come quello legato alla Giornata della memoria che coinvolge ottocento alunni di un sacco di scuole e di cui sono stato referente dal 2009 fino all’anno scorso”. E’ un treno in corsa Luca Gherardi e tutto sembra indicare che il futuro gli riservi fermate in stazioni ben più importanti della piccola Camposanto.

La vita cambia alle 04:03:52

terremotoInvece poi, accade qualcosa che cambierà tutto. E non solo nella vita di Luca. Il 20 maggio 2012 alle 04:03:52 una scossa di magnitudo 5,9 con epicentro a Finale, appena 15 km da Camposanto, sconvolge l’Emilia. “Pensavo fosse precipitato un aereo – racconta Gherardi – in casa mia è caduto tutto fuorché le pareti: libri, quadri, soprammobili. Siamo volati fuori e per un’ora, con i vicini, siamo andati avanti a ripetere quel che ci era successo, quello che avevamo appena vissuto.

Solo verso le cinque ho realizzato che io ero anche il vicesindaco e avevo altre responsabilità oltre a quelle personali. Sono andato in piazza per vedere cosa era successo e lì ho trovato il parroco. Con una certa incoscienza, siamo entrati in chiesa per una primissima valutazione dei danni. Un gesto che nove giorni dopo sarebbe costato la vita al parroco di Rovereto. Ricordo che tutto era coperto da un impressionante strato di polvere.

Torno a casa dove mi aspetta un messaggio della Costi: fatti trovar pronto che sto venendo a prenderti. Si era già messa d’accordo con la Baldini per dividersi le zone da visitare subito. Con Palma – in vestaglia – abbiamo fatto casa per casa tutte le vie che andavano da Camposanto a Finale: lei aveva intuito che i danni grossi erano nelle case di campagna. E’ stato in quell’occasione che ho capito cosa vuol dire avere delle responsabilità in un contesto di emergenza, cosa vuol dire essere un riferimento: le persone ci accoglievano come fosse arrivato il papa. L’esigenza di vedere qualcuno, di non sentirsi soli e abbandonati dalla propria comunità rappresentata dalle istituzioni, era fortissima. Alle 8 è arrivata la protezione civile. A mezzogiorno Errani con Gabrielli, il capo del Dipartimento della Protezione Civile. Ed è cominciato il dopo”.

Shock in my town

Con una volontaria della Protezione civile
Con una volontaria della Protezione civile

Già, perché per tutti quello che lo hanno vissuto il terremoto rappresenta uno spartiacque temporale: “da noi è cambiato il lessico – spiega Gherardi – quando si usa ‘prima’ si sottintende ‘prima del 20 maggio’. Il ‘dopo’ è segnato sempre dalla stessa data”. Ancora oggi, confessa Luca, il dopo significa vivere con la porta di casa chiusa senza mandate (“tre giri di chiave sono 5 secondi in più per aprirla”) e la giacca sempre appesa lì a fianco, pronta nel caso si dovesse scappare di corsa. Una sensazione di eterna emergenza che ti si incunea dentro, per anni, forse per sempre, come una malattia cronica. Difficile vedere in un evento così drammatico qualcosa di minimamente positivo.

Eppure, commenta oggi Gherardi “siamo finiti tutti insieme in questo caos finendo per riscoprire il senso di cosa vuol dire essere una comunità. Il terremoto è un fenomeno democratico, colpisce tutti allo stesso modo. A livello personale, ha stretto ancora di più il legame con il mio paese. Un’esperienza incredibile 24 ore su 24, sette giorni su sette, quella di condurre una comunità in un momento in cui sembra totalmente inconducibile”.

Pronto per il grande salto?

Tutta la vicenda del terremoto merita ovviamente un lunghissimo approfondimento a parte, che ci riserviamo di fare in altre occasioni. Quel che interessa qui e ora, è il fatto che quell’evento tragico proietta Camposanto, e Luca Gherardi in prima persona, su un palcoscenico nazionale. Non solo perché la Bassa diventa a lungo sede permanente di una quantità di troupe televisive e lui viene spesso chiamato a misurarsi con le telecamere, ma perché per raccogliere fondi e solidarietà Gherardi comincia a girare l’Italia in un tour che quasi sempre si conclude la sera stessa col rientro alla base, perché il territorio ha bisogno sì di qualcuno che si occupi di raccogliere solidarietà tangibile, ma anche di istituzioni che stiano sul campo, costringendo il nostro a sdoppiarsi, letteralmente.

Stacanovismo indubbiamente faticoso, da scoppiare, ma che di fatto permette alla giovane promessa della bassa di cominciare a brillare di luce propria, senza bisogno di alcun padrino politico, altrimenti imprescindibile. A novembre di quell’anno, infatti, come già ricordato, arriva la proposta di tentare la calata su Roma in vista delle imminenti elezioni. Una spinta che arriva dal basso, non dai vertici, a parte l’immancabile sostegno incassato da Palma Costi. Il ragazzo è pronto per il grande salto.

Dal bello al vero

Sindaco e vicesindaco di Camposanto
Sindaco e vicesindaco di Camposanto

Solo che, sempre a causa del terremoto, è cambiato anche qualcos’altro. Le bloccatissime graduatorie scolastiche si aprono improvvisamente: nessun supplente, a meno che non sia della zona, vuole andare a insegnare nelle scuole del cratere sismico. E così per Gherardi arriva la chiamata per un incarico annuale, a Finale. E’ l’evento che precede e condiziona la scelta con cui avevamo iniziato questo racconto. Tra due amori, non è che Gherardi scelga chiaramente a quale rinunciare, ma certo stabilisce delle gerarchie che, probabilmente, segneranno per sempre il suo percorso. Comincia comunque da lì la progressiva ritirata nelle retrovie della (quasi) ex promessa della politica locale. Del tutto indipendentemente dalla sua scelta finale – e anche se lui non lo ammetterebbe mai – il silenzio del partito in quel momento topico della sua vita deve avere in qualche modo inciso sulla rottura dell’idillio col Pd.

Rottura che si consuma in maniera radicale con le bocciature di Marini e Prodi grazie alla “giravolta dei 101”, i dem che impallinano prima l’uno poi l’altro alle elezioni per la presidenza della Repubblica. Gherardi la prende male: “E’ un passaggio che non dimentico, anche perché i 101, o presunti tali, sono ancora lì. Se prima non avevo alcun dubbio a mettere la mia faccia a fianco di quel simbolo, cosa che ho sempre fatto, da lì in poi le cose per me sono cambiate. Prima mi sentivo parte di un sistema, una famiglia a dire il vero, al quale ho cercato di dare tutto. Poi, come diceva Leopardi, ho vissuto il passaggio dal bello al vero, quando ti rendi conto che le persone in gamba all’interno di quella famiglia – che pure ci sono! – non sono la maggioranza. Per me, quell’episodio è stata una nuova scossa, mi sono sentito riterremotato”.

Quando finisce un amore

“Adesso sono un po’ rompiballe – dice – il partito non mi interessa più e non partecipo più a niente. Non ho rinnovato la tessera negli ultimi due anni anche se lo dico con grande tristezza e non rinnego niente. Credo ancora che con le idee si possa ribaltare il mondo, ma non con quelle sparate in un tweet. Renzi non mi piaceva prima e men che meno mi piace adesso, dopo oltre un anno da segretario e presidente del consiglio. Ho sostenuto Civati per la segreteria, ma ora sono deluso anche da lui”.

Difficile pensare che delusione e scoramento siano un problema esclusivo di Gherardi Luca, visto l’andamento delle ultime elezioni regionali con Bonaccini eletto da meno del 40% degli aventi diritto. In Emilia-Romagna! “Subito dopo le elezioni si parlava della necessità imprescindibile di un cambiamento vero di registro, di rinnovamento, di fasciaripensamento. Tutti discorsi che oggi, a pochi mesi di distanza, non fa più nessuno” commenta amaro Luca. Che aggiunge: “Il massimo livello di analisi che sento in giro è che ‘c’è un problema di feeling con la cittadinanza’. Di feeling?!?! Ma di cosa stiamo parlando? Qui c’è una questione grande come una casa di rappresentanza, del suo senso e del suo valore. Altro che feeling! Come mai, mi chiedo da provinciale quale sono, nei piccoli comuni il sindaco è ancora il Sindaco e appena aumenti le dimensioni agli occhi dell’opinione pubblica il politico diventa un perditempo quando non un criminale?

La verità è che più aumentano le distanze e più il politico dovrebbe essere in grado di accorciarle rispetto al territorio. E invece accade l’esatto contrario. I risultati poi si vedono al momento del voto, l’unico momento in cui le persone possono davvero esprimere come la pensano, anche non votando, appunto. Sai quanto materiale ho mandato quando per il progetto renziano sulla ‘buona scuola’ veniva richiesta un’apparente contribuzione? Qualcuno che abbia mai preso minimamente in considerazione i miei contributi così come quelli di altri? Ne dubito. Si blatera continuamente di ‘cambiare verso’, ma io di voglia di cambiare non ne vedo nel Pd. E nemmeno ho capito cosa vogliono cambiare. Cosa vogliono fare del Pd? Un comitato elettorale all’americana guidato da un uomo solo al comando? A me gli ‘uni‘ non interessano, né nella sconfitta né nella vittoria”.

Smisurata preghiera

starNiente da fare, sul carro renziano, Gherardi – che pure è complicato ridurre a un esponente della vecchia guardia, Ds o Margherita che sia, bersaniana, dalemiana, rutelliana o lettiana che sia – non ci vuole salire. Contrariamente a tanti altri critici della prima poi prontamente riconvertitisi al nuovo verbo, rispetto all’imperante neoconformismo lui continua a navigare, dice, “in direzione ostinata e contraria”.

Ancora convinto che la politica non debba esaurirsi negli squilli della fanfara mediatica: “Divento matto quando ci si ferma alla superficialità delle cose, allo spot, all’annuncino, io divento proprio matto. Quando si parla di cose serie, voglio che si approfondisca. I grandi temi della discussione politica richiedono tempo e capacità di analisi, non colpi ad effetto”.

Non sa forse Gherardi, o forse sì ma non lo dice, che in rampa di lancio ormai il suo nome è stato cancellato dal tabellino dei partenti. A voler correre nella sua direzione, quella che cantava De André in “Smisurata preghiera“, il massimo a cui aspirare è la sedia di sindaco di Camposanto. Tremila abitanti e neanche più una tv sul posto. Per tornare in pista, per garantirsi di essere inserito un giorno in una futura serie di articoli sulla “classe dirigente dei prossimi dieci o vent’anni”, il ragazzo deve ‘diventare grande’ e, possibilmente, conformarsi all’andazzo. E soprattutto rendersi conto che frasi come “non ho smesso di desiderare di cambiare il mondo, semplicemente penso che invece di farlo con la politica sia molto più fruttuoso tentare di provarci attraverso la scuola” superano di ben 31 caratteri i 140 consentiti in un tweet.

I precedenti articoli della serie:

Benedetta Brighenti, La Rossa che ha fatto piangere Mario Monti
Andrea Bortolamasi, un papa inglese per il Pd modenese

Immagine di copertina di Dante Farricella. Tutte le immagini dell’articolo sono tratte dalla pagina personale su Facebook di Luca Gherardi. 

La Rossa che ha fatto piangere Mario Monti

Nella Formula Uno della politica modenese, il suo nome non è certo in pole position. Corre lontana dalle prime posizioni, quelle che fino allo sprint di Vaccari sono state palcoscenico esclusivo del duello Bonaccini-Richetti, ma le va riconosciuto che in pista, a certi livelli, ormai c’è. Anche se, per ora, quando ha provato a spingere sull’acceleratore per strappare al partito una candidatura per le regionali dell’anno scorso in rappresentanza delle sue Terre dei castelli, ha conosciuto il sapore amaro della sconfitta. “Non una esclusione eccellente o roboante” ha infierito all’epoca la Gazzetta, riconoscendo almeno al vicesindaco di Castelnuovo Rangone, Benedetta Brighenti, di essere un “nome che si può dire nuovo e in ascesa”, ma che “non aveva scaldato i cuori al di fuori della sua zona di riferimento”.

benedetta3D’accordo, gara persa, ma la ragazza è giovane e il campionato ancora lungo. E personalmente, fossi nelle attuali prime guide della politica modenese, comincerei a tener d’occhio lo specchietto retrovisore. Perché se è vero che la Rossa di Castelnuovo ancora non riesce a “scaldare i cuori” tipo certi bolidi del consenso che primeggiano nella Terra dei motori, di certo è una che zitta zitta, a modo suo, il motore lo sta scaldando già da un po’, e prima o poi la vedremo rombare in corsia di sorpasso.

After the pink rush

Anche se femmina, genere non certo favorito a occupare le posizioni che contano davvero, perfino nell’epoca del “Pink Rush”, la corsa rosa impressa dal segretario nazionale Matteo Renzi per ritinteggiare la facciata del ‘New Democratic Party’. Anche se Castelnuovo – per lei “il paese più bello del mondo” – non si trova esattamente a metà strada tra Washington e Berlino, ma tra Portile e Solignano. Anche se la “visibilità”, che nell’era di Internet sembra essere condizione sine qua non per garantirsi un posto al sole, per Benedetta è una specie di optional: sue piazzate condensate in un tweet o corpose riflessioni in massimo cinque righe su Facebook non ne troverete perché non ha un profilo aperto né sull’uno né sull’altro social, sui quali impazzano invece praticamente tutti i suoi colleghi.

Invece lei niente. Nonostante sia giovane davvero – è appena trentatreenne – ha una ‘via per il successo’ tutta sua. Chiamiamola “la via di Benedetta”. La politica più glocal che ci sia a Modena: “act locally but think globally”. Un amore sfrenato per la sua Castelnuovo nella quale è nata, vive ed è incollata con il Bostik, e insieme la consapevolezza che per provare a fare buona politica anche a livello locale serve guardare a orizzonti più ampi, come vedremo in seguito.

Tutte le benedizioni di Benedetta

benedetta1La sua storia politica inizia, da zero, nel 2009, quando l’allora neo eletto sindaco di Castelnuovo Maria Laura Reggiani, detta Lalla, la chiama a sorpresa a fare l’assessore alle Opere pubbliche, sicura di trovare in quella giovane ingegnere edile e architetto la persona giusta per il posto giusto. “Non avevo mai fatto né mai pensato di impegnarmi in politica prima di allora – racconta Brighenti – il mio mondo era quello del volontariato e dell’associazionismo, dagli scout alla parrocchia, e Lalla l’avevo conosciuta per la prima volta a una tigellata durante la campagna elettorale.

Chiacchierammo un po’ nel corso della serata, e sicuramente tra di noi si instaurò una simpatia a pelle, ma la cosa finì lì. Mai avrei pensato alla chiamata arrivata qualche mese dopo. All’inizio le dissi di no. Non sapevo davvero se sarei stata capace di ricoprire un simile ruolo. Alla fine lei vinse la mia ritrosia e accettai. Se penso, col senno di poi, che quella di Lalla sia stata una scelta giusta? Sì, credo di sì. Se non altro, in quegli anni è cresciuta dentro di me una passione smisurata per l’amministrare, il governare”.

benedetta6Brighenti una miracolata? No, solo benedetta. Nomen omen. “Quella prima esperienza nata per caso è una delle tante benedizioni che penso di aver ricevuto nella mia vita. Mi piace il mio nome. Mi ci riconosco. Perfino nella sua versione abbreviata ‘Bene’. Quando tutti ti chiamano così è più facile ricordarsi come si possono fare le cose, come si possono cambiare. Bene. Mi sento molto fortunata anche in questa piccola cosa che non ho scelto io ma per la quale devo ringraziare i miei genitori, papà Wilson e mamma Anacleta”.

Nomi che sembrano inventati, ammette ridendo perfino lei, che però sulla sua famiglia ‘da romanzo’ (“da bambine io e le mie tre sorelle Lavinia, Diletta e Eleonora sembravamo le Piccole donne”) continua a poggiare le proprie fondamenta: “Ho una grande famiglia, molto unita, importantissima per me. Quando un nucleo è così stretto, scelte come le mie che sono impegnata dalla mattina alla sera tra la politica e il mio lavoro di ingegnere alla Ducati Energia a Borgo Panigale, finiscono per riverberarsi su tutti. Abito sopra la casa dei miei genitori, facendo finta di vivere come un’adulta.

Torno a casa magari stanchissima o nervosa e trovo chi mi accoglie, trovo da mangiare, trovo chi mi ascolta. Chi vive la politica con molta passione soffre moltissimo. Conosci le necessità del tuo territorio ma, nella situazione in cui siamo, sai già che non riuscirai quasi mai a dare risposte, chiedi cosa non va sapendo che non puoi risolvere quasi niente. È la mia terra e io vorrei darle tutto, ma non posso darle quasi niente. A volte mi prende uno scoramento pazzesco. Poi arrivo a casa e trovo la mia famiglia. Cerco di staccare. Posso solo ringraziarli tutti per come mi sostengono in qualcosa che loro hanno dovuto subire”.

This land is my land (e quella del superzampone)

Può sembrare un po’ retorica questa apologia della famiglia nell’Anno del Signore 2015, e forse lo è anche un po’ – perché certi trucchi della comunicazione politica Benedetta li conosce bene, anche se non sguazza sui media o smanetta su Internet – ma anche lo fosse, senza coglierne la reale portata sulla sua personalità, non si capirebbe nemmeno la sua ossessione per radici che affondano prima in casa Brighenti, poi a Castelnuovo, poi nell’Emilia intera. La sua terra, appunto. Senza dubbio alcuno.

Perché dai, chi sarebbe orgoglioso di citare senza un velo di ironia, ma anzi con malcelato orgoglio, la presenza nel Guinness dei primati di Castelnuovo per il “superzampone”, quel maialone da oltre una tonnellata col quale ogni anno, a dicembre, si celebra la storica rilevanza suina nelle Terre dei castelli? Bella forza, il Guinness, non c’è nessun altro che si diletta in simili acrobazie culinarie. “Che c’entra? – ribatte lei – ho un amico sindaco di un paese entrato nel Guinness grazie alla polenta più grande del mondo, ma l’ha fatta solo una volta. Ripetere questa tradizione invece, per noi è un modo per dimostrare che amiamo e siamo uniti alla nostra terra”.

Il Pd & Me

benedetta4Eccola là un’altra parola chiave del Brighenti-pensiero. L’unità. Che pesca dal proprio repertorio per cercare di vedere il bicchiere mezzo pieno in un partito, il suo, che la lotta fratricida ce l’ha nel sangue. Una tradizione: come il superzampone per i castelnovesi. “Se uno oggi dicesse che il Pd è un partito omogeneo ed equilibrato nel quale ci si possa riconoscere in pieno, direbbe una falsità. Siamo un partito che raccoglie al suo interno posizioni troppo lontane, con le due anime del passato, Margherita e Ds, preoccupate ancora di segnare il territorio, anche se Renzi sta provando a confrontarsi con entrambe.

Tutto vero. Però esiste anche l’altra faccia della medaglia. Anche guardando a quel che di altro c’è in giro, sono fiera di essere nell’unico partito che si interroga incessantemente, che sceglie un approccio alla politica serio, strutturale, cercando di affrontare davvero i temi, evitando di cavalcare umori di pancia, di trovare soluzioni di facile impatto mediatico, come fa la Lega di Salvini o i 5Stelle di Grillo. Da noi si litiga, si alzano anche i toni, però siamo un partito che non solo sta in piedi ma che quando ci sono da prendere decisioni importanti, vedi il caso dell’elezione del Presidente Mattarella, ritroviamo unità. Non è banale”.

benedetta7No, non è banale, ma neanche del tutto vero. Vedi il caso della (mancata) elezione del Presidente Marini o del Presidente Prodi. Vero è che, anche se si parla di fatti di appena l’altro ieri, appartengono comunque all’era pre-renziana. A prima che l’ex sindaco di Firenze calasse la giocata che gli ha permesso di sbancare il tavolo, prendendo partito e governo, tutto. E prima che le Europee e la pochezza degli avversari politici consegnassero nelle mani di un sol uomo le sorti progressive di un Paese un tantinello alla deriva. Cerco di provocare Benedetta per farle tirar fuori qualche battuta cattiva sul comandante in capo, ma niente, missione impossibile.

“Lui ha fatto scelte che ci fanno vincere – ribatte – che ci hanno portato ad essere all’interno del Pse la sinistra più forte d’Europa. E poi io sono una partita Iva, sono cresciuta in un’epoca in cui non ci sono certezze. Quando ho di fronte a me un sistema che mi dà un po’ di spazio, anche con un contentino, cerco di trasformarla in un’opportunità”. Tipo? “Tipo il cambio di passo impresso da Renzi alla presenza delle donne in politica”. Oh no, il pinkwashing di Matteo, quella “spruzzata di rosa” per cui adesso finalmente le donne “contano” in politica purché giovani, carine e (possibilmente poco) occupate.

Women Power

benedetta2“No aspetta – mi blocca – parto ancor prima di Renzi. All’inizio io non abbracciavo proprio per niente il concetto delle ‘quote rosa’. Anzi la ritenevo un’idea abbastanza offensiva, un’operazione quasi sessista. Poi fui scelta da Lalla che fece una giunta 50/50 e cominciai così la mia esperienza amministrativa. Ho capito solo allora che mi era permesso vivere quell’esperienza grazie alle quote rosa che avevo tanto criticato. Quindi ho rivisto la mia posizione. Ho capito anche che dovevo questa possibilità non al fatto che in Italia si stia maturando una vera consapevolezza sull’importanza della presenza femminile in politica, ma grazie al Pd. Per raggiungere una consapevolezza collettiva, ci vuole una forzatura. Altrimenti non ci arriveremo mai. Devo ammettere che Renzi ha impostato il concetto delle quote rosa in maniera molto spinta, chiaramente come una strategia politica. Ma prima di criticarlo dico comunque che quella che ci viene offerta è una possibilità. Poi certo, se le donne si fanno usare come oggetti, non se ne viene fuori. Ma se entriamo in politica con la nostra intelligenza e la nostra forza, dimostreremo tutto il buono che può derivare da questa scelta strategica. Lui ha aperto le porte, ora sta a noi. Se non facciamo il passo giusto, rimarrà una mera strategia. Per l’epoca in cui siamo e per i pochi spazi che ci sono per noi donne, penso bisogna essere comunque felici di quel che c’è”.

La seduzione del potere

E’ arrivata anche lei, la felicità. Addirittura? Ma piano, non bisogna farsi troppo incantare da questi modi da brava ragazza di provincia che Benedetta trasmette nello stile e nelle parole. Brighenti possiede anche due qualità importantissime per chi aspira a combinar qualcosa in politica: l’ambizione e il senso della misura e del peso del potere. “Il potere mi affascina – ammette – ma fortunatamente mi fa anche paura. Quando ho cominciato, pensavo che il rischio più grande che un politico può correre fosse legato alla prossimità col denaro. Invece l’anima del potere è la cosa più pericolosa di tutte perché affascina moltissimo. Per questo tendo ad essere silenziosa, non si sente parlar di me più di tanto. Preferisco concentrarmi sulle cose che faccio, sulla mia attività di vicesindaco e assessore ad esempio, sul patto di sangue che ho stretto con la mia terra, per evitare di farmi prendere troppo da altre ambizioni. Penso che la capacità di saper regolare e controllare il tuo potere, determina dove puoi arrivare. Sono certa che se uno sbaglia le misure, non tiene la giusta distanza dalle sue seduzioni, ne viene irrimediabilmente risucchiato. Già adesso sto cercando di mettere in atto tutti gli strumenti che ho per imparare a riconoscerlo”.

“Benedetta, dammi del tu, io sono Piero”

benedetta5Ad aiutarla in queste riflessioni ha probabilmente contribuito anche la vicinanza con chi il potere – quello con la maiuscola – l’ha conosciuto e lo conosce davvero. Ben oltre i confini di Modena. Big come l’ex ministro ed ex segretario Ds Piero Fassino, oggi sindaco di Torino e presidente dell’Anci – l’associazione nazionale comuni d’Italia – che la conosce ed apprezza tanto da averla nominata due mesi fa, per il prossimo quinquennio, membro del “Comitato delle regioni”, assemblea che riunisce a Bruxelles i rappresentanti di tutti gli enti locali d’Europa, il cui compito è elaborare documenti che andranno poi discussi dal parlamento europeo.

“Tutti insieme saremo un migliaio – spiega – dall’Italia siamo in quarantotto. Spero di entrare in commissione cambiamenti climatici, ambiente e reti elettriche perché su quest’asse ho sviluppato tutto il mio percorso. Perché sono stata scelta? Ho lavorato per molti anni a Roma con l’Anci e lì ho conosciuto Fassino che a un certo punto mi ha detto: ‘Benedetta dammi del tu, io sono Piero’. Aveva notato il mio lavoro, umile ma da sgobbona quale sono. La politica è anche fortuna e connubi congiunturali”.

Quella volta che ho fatto piangere Monti

Sicuramente, ma i “connubi” non arrivano dal cielo, anche se ci si chiama Benedetta. Si costruiscono. Come quello con un altro big come Luciano Violante, che Brighenti ammira benedetta8moltissimo. E che ha conosciuto in uno dei tanti corsi di formazione a cui partecipa assiduamente in giro per l’Italia: “Fare politica non è uno scherzo – dice – e io ho deciso di impostare la mia piccola esperienza su una grande formazione. Ho seguito scuole di formazione dappertutto. Da ‘Eunomia’, quella per under 35 di Dario Nardella, a ‘Italia decide’, la migliore d’Italia per me, che Violante tiene due volte l’anno, a Palermo e ad Aosta. Sono tre giorni intensissimi su un argomento specifico che prevede anche l’incontro con un ministro. Il corso si chiude con un documento che riassume il lavoro didattico che Violante poi presenta al governo in carica.

Quando l’ho fatto io, presidente del consiglio era Mario Monti. Tra i quindici partecipanti al corso,Violante scelse me e altri due corsisti per andare a relazionare al premier parte del nostro percorso formativo. Io preparai il mio intervento con molta cura la notte prima. Ricordo che parlai del terremoto che aveva appena colpito la Bassa e altre cose che ritenevo importante dire rispetto a quello che avevo imparato. Erano proprio i giorni in cui grazie all’azione di governo, Monti era riuscito a ridurre quasi della metà l’indice dello spread, portandolo per la prima volta dopo mesi sotto i 300 punti, 292 per la precisione. Così a un certo punto dissi, citando l’ultimo verso dell’Inferno di Dante (‘salimmo su, el primo e io secondo,/ tanto ch’i’ vidi de le cose belle/ che porta ’l ciel, per un pertugio tondo./ E quindi uscimmo a riveder le stelle‘): Presidente, lei non ha scritto questi versi, ma salvandoci dal default, ha permesso al Paese di tornare a ‘riveder le stelle’. Grazie, non ce ne dimenticheremo. Lui, Mario Monti, che certo non si può dire sia uno portato a manifestare in pubblico le proprie emozioni, si commosse fino quasi alle lacrime”.

Così racconta la Rossa della Terra dei motori, una che va veloce, molto più di quanto possa sembrare a tutti quelli convinti di viaggiarle davanti e che invece, un giorno, potrebbero accorgersi di esserle già in coda.

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Un papa inglese per il Pd modenese

Il 2014 per lui è stato un campionato di quelli da ricordare. Un anno che il giovane Andrea Bortolamasi sintetizza non a caso con una metafora calcistica: “come passare da panchinaro in B nel Modena a titolare nel Manchester United”. Una cavalcata davvero a tutto campo: da signor Nessuno a coordinatore del Pd cittadino, vicecapogruppo in consiglio comunale dopo esser stato eletto con un bel pacchetto di preferenze, responsabile della segreteria del neopresidente della Regione Bonaccini, infine accreditato tra i papabili a prendere le redini del Pd locale in caduta libera, e salvare così se non la patria, almeno la prossima partita. Visto come sono andate le ultime.

Dal Braglia all’Old Trafford

Niente male passare dal Braglia all’Old Trafford, leggendario stadio dello United, per uno che fino a ieri giocava in un campetto di periferia come segretario di circolo. Metafore calcistiche che nel suo caso non sono un comodo espediente giornalistico. In primo luogo perché Bortolamasi è davvero tifoso sfegatato del Modena calcio e di calcio in generale, con una predilezione per quello inglese, ma soprattutto perché – come vedremo in seguito – la sua passione per lo sport più popolare al mondo ha contribuito a farlo diventare quel che è oggi: l’astro nascente del Pd locale.

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Al centro dell’immagine, Andrea Bortolamasi

Modenese doc, laureato in Scienze economiche e sociali, renziano della prima ora – con distinguo (“mi pare umiliante associarmi al cognome di un altro, chiunque sia, mi chiamo Bortolamasi, al massimo posso aggiungere il cognome di mia madre, Manni”) – ma non renzista, come la pletora di fan sfegatati del nuovo Líder máximo, Bortolamasi è uno dei pochi nativi dem che giura di avere poco a che fare con l’esercito di ex DS e ex Margherita perennemente l’uno contro l’altro armati. “Vengo da una famiglia di centrosinistra – racconta – ma nessuno che abbia mai fatto politica attiva. Io mi ci sono avvicinato per pura passione prima al liceo, poi all’Università e mi son fatto tutta la trafila del militante: attività di base nei circoli, volontariato alle feste, quei passaggi lì. La prima tessera è del 2008”.

La svolta per lui arriva nel dicembre 2013, con la conquista del partito di Matteo Renzi. Un terremoto per l’ingessato Pd modenese, rimasto bersaniano nel midollo. Anche se al secondo tentativo, quello vincente, la parola rottamazione è cancellata dal vocabolario renziano, il futurismo veloce e giovanilista del neo segretario nazionale entra immediatamente in circolo e Andrea Sirotti, fresco di una stentata riconferma come segretario cittadino, costruisce intorno a sé una squadra di giovani, con Bortolamasi come coordinatore. Nomina rispetto alla quale un qualche peso avrà sicuramente avuto anche il segretario regionale Bonaccini, che con Bortolamasi si scopre in particolare sintonia.

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Grazie al calcio, in primo luogo, di cui anche l’attuale presidente della Regione è appassionatissimo. Al punto da essere una specie di database vivente degli album dei calciatori della Panini. Basta inserire nella sua memoria personale il nome di un calciatore ed è in grado di snocciolarti al volo carriera, ruolo, goal, tutto. Una “malattia” che condivide con Bortolamasi che, a sua volta, si dice dotato di una “memoria autistica” per tutto quanto riguarda lo sport, passione adolescenziale mai rinnegata. Può sembrare poca cosa, ma nelle rare volte in cui non è presente un interesse tattico finalizzato al posizionamento personale, simpatia e sintonia in politica nascono nello stesso modo di qualsiasi altra relazione umana: da piccole o grandi cose che si hanno in comune.

L’annus horribilis del Pd

Peccato però che il 2014, l’anno della svolta per Bortolamasi, coincida con l’annus horribilis del Pd modenese i cui dirigenti sembrano incapaci di far altro che assistere impotenti a una débâcle dietro l’altra. A partire dalla sceneggiata delle primarie tra Muzzarelli, Maletti e Silingardi per la candidatura a sindaco – show che ha dato il suo bel contributo a portare per la prima volta nella storia della città il centrosinistra al ballottaggio – per finire con la vittoria spuntata dello stesso Bonaccini alle regionali, segnata da un astensionismo record in città, in provincia e in tutta la regione. Un terremoto. Che da dentro il partito viene etichettato alla voce “trasformazione in corso”. Ma che a guardarla di fuori, pare più una crisi. Nera.

“Una bella frattura – ammette Bortolamasi – che bisogna provare a ricucire definitivamente o non ce ne sarà più per nessuno. Perché, parafrasando una famosa massima sugli italiani di Winston Churchill: ‘Il Pd va alle primarie come se fossero elezioni, e alle elezioni come fossero primarie’. Amiamo di più farci la guerra tra di noi che farla all’avversario politico. Non se ne può più. O adesso apriamo una fase davvero costituente, una segreteria di decompressione e di mediazione tra le diverse anime, un nuovo inizio in cui ci riconosciamo l’un l’altro al di là delle antiche appartenenze, o rischiamo di strapparci davvero. Nonostante il Pd rimanga l’unico partito strutturato sul territorio che, tutto sommato, un rapporto con la città riesce a tenerlo”.

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Il segretario di “decompressione” che Bortolamasi invoca, potrebbe essere lui stesso, una volta che Sirotti si sarà fatto da parte, quasi sicuramente prima dell’estate. A suo favore gioca, oltre al sicuro appoggio di Bonaccini, il potere acquisito nell’impressionante scalata dell’anno scorso. Carte che però possono tranquillamente rivoltarglisi contro. Il ragazzo ha accumulato in un batter di ciglia un bel po’ di incarichi per guidare una segreteria che avrebbe bisogno di un commander in chief totalmente sul pezzo, se davvero vuole tirar fuori il partito dalle sabbie immobili in cui è sprofondato da troppo tempo. All’obiezione lui risponde che “una buona squadra in cui ciascuno gestisca in autonomia responsabilità e deleghe, può sopperire a una presenza fisica più sporadica del segretario”. Si vedrà.

Alla ricerca dell’identità perduta

A parte ciò, dichiara da candidato in pectore, il “programma è il partito”. Per il quale promette di impegnarsi al massimo per restituirgli orgoglio (“oggi vai fuori in mezzo alla gente e quasi ti vergogni a dire di essere al Pd”), senso di appartenenza e identità perdute (“Se oggi a dieci tesserati chiedi di declinarti altrettante parole chiave che definiscano il partito, ti daranno novanta risposte diverse”). Affermazioni che, con la crisi di rappresentatività di cui soffrono partiti e sindacati di mezzo mondo, potrebbero strappare un sorriso cinico se nei suoi occhi non si leggesse quel desiderio giovanile un po’ ingenuo di voler cambiare, per davvero, il mondo.

Nonché, passione e entusiasmo che paiono sinceri: “Quando mi invitano a parlare in un circolo davanti a dieci persone mi emoziono sempre. Non do nulla per scontato e mi inorgoglisce che qualcuno si prenda la briga di uscire di casa per venire ad ascoltarmi e confrontarsi con me. E’ qualcosa che va al di là dell’aspetto di servizio, della logica da ‘me lo ha chiesto il partito‘. E’ proprio un piacere. Quando sono entrato per la prima volta in Regione mi ha colpito una frase, letta su una parete, dell’ex consigliere regionale Maurizio Cevenini: la politica è provare a dar risposte alla gente. Ecco, se devo citare come esempio un modo di far politica che mi entusiasma, è il suo: stare in mezzo alle persone, riuscire a parlare con tutti, ai piani alti della Regione come in dialetto al bar, al mercato, in piazza, con la curva allo stadio, per provare appunto a dare almeno una risposta concreta a cinque domande. Vorrei riuscire a interpretare in maniera totale la mia modenesità come il Cev era Il bolognese per eccellenza. Lo so, magari tra quindici anni divento come Frank Underwood di House of cards, il cinismo fatto persona ma, al momento, questo sono”.

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Il partito che vorrei? Una start-up italoamericana

Un po’ ingenuo sì, ma non certo privo di consapevolezza. “Il Pd ha ereditato dalle tradizioni politiche che lo compongono strutture e organizzazioni territoriali certamente indebolite ma ancora ben presenti. Elementi che da un lato sono la nostra forza, dall’altro una debolezza. Facendo i conti con la realtà, la soluzione di un partito all’americana, un insieme di comitati elettorali, rischia di essere la più semplice, quella che più facilmente si sposa con lo spirito del tempo. Ma sono altrettanto convinto che il Pd dovrà trovare la propria strada nella via di mezzo tra comitatismo americano e il partitone che è stato”.

D’accordo, ma in pratica? “In pratica bisognerà avere un approccio flessibile, per esempio rispetto ai circoli. In alcune realtà hanno ancora assolutamente senso, in altre meno. Vorrei una segreteria che lavori a testa bassa sul tesseramento, sulle iniziative politiche, sulle manifestazioni ma anche sugli eventi sportivi, tanto per tornare su un campo che gradisco particolarmente. Insomma, l’obiettivo è quello di unire l’alto al basso”. Teoria e prassi. Scienza politica e cultura popolare. Terreno duplice nel quale Bortolamasi si muove con l’occhio insieme appassionato e distaccato di “uno studioso prestato alla politica”. Un intellettuale. Definizione che non gli dispiace affatto, anche perché, per quanto lo riguarda, ritiene assolutamente scevra da certa spocchia aristodem propria di tanti intellettuali di “sinistra”. Molti dei suoi studi e delle sue letture coincidono con un’altra sua passione, quella per il sottoproletariato inglese, pur se con quella erre arrotata e il look un po’ british sì, ma non certo da proletario, sembra più un fighetto di Bloomsbury, il cuore intellettuale di Londra, che un dropout partorito da un quartiere povero e marginale come East End. Ma l’apparenza, come noto, può ingannare.

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«No one likes us and we don’t care»

“Se il mio mito in positivo è Salvador Allende, il male assoluto, politicamente parlando, è Margaret Thatcher. L’opposto di quello che per me significa far politica. Ecco, io amo il mondo che contro la Iron Lady ha combattuto e quasi sempre perso, finendone travolto. Mi emoziono a ripercorrere le lotte dei minatori o degli omosessuali in quegli anni. Mi piace la rivolta antisistema del movimento punk, mi scuotono dentro pezzi come “Police on my back” dei Clash (“sono in fuga con la polizia incollata alle chiappe di lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica”) o lo Ska dei Madness (“Sarà meglio tu metta in moto i piedi e faccia un passo avanti verso il beat più rockie e pazzo che possa esistere”), guardo e riguardo i film di Ken Loach o altri come ‘Billy Elliot’. Con mio padre, quando riusciamo, scappiamo in Inghilterra a farci una full immersion di due o tre giorni nel calcio inglese. Andiamo soprattutto a vedere le partite della Football League Championship, la loro serie B, perché il clima che si respira in quegli stadi è ancora da calcio vero, non del tutto in mano al business più sfrenato. Il mio club preferito? Naturalmente i Lions del Millwall, un tempo conosciuti come “The Dockers” (scaricatori di porto), la squadra del proletariato portuale londinese. I tifosi del Millwall sono talmente prolet che non piacciono a nessuno, come cantano loro stessi: «No one likes us, no one likes us and we don’t care». A nessuno a parte me, naturalmente”.

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Amici e nemici

Ma chi, tra i big locali, può appoggiare la corsa di questo curioso “british mudnés” a parte il solito Bonaccini? Non Richetti, che Bortolamasi dice di conoscere appena e stimare il giusto, “Rispetto al rapporto che ha col territorio, ho idee un po’ diverse: sono più per una presenza attiva. A partire dai circoli e dalle feste”. Non Giuditta Pini, l’altra giovane più cool del momento, in pista di lancio per la segreteria regionale, rispetto alla quale il giudizio è lapidario: “una che ha beneficiato dell’effetto Renzi, pur appoggiando un’altra mozione. Se la vedo come segretaria regionale? No”. Dalla sua invece dovrebbe esserci Stefano Vaccari col quale dice di avere un “rapporto più confidenziale: gli ho dato una mano alle parlamentarie appoggiandolo anche se non stava con Renzi. Teto è una persona che stimo, prima come amministratore e oggi come senatore, per il rapporto che ha col territorio”. Di Baruffi invece gli piace molto lo stile: “Ha un approccio corretto al suo ruolo, lo si vede anche dalla comunicazione politica che ha sui social. E’ uno che lavora, ma non se la tira affatto, sembra che si prenda sul serio non più di quel che serve. Come piace fare a me”. Naturalmente per arrivare a una “candidatura unitaria”, auspicio di Bortolamasi come di qualsiasi altro candidato in pectore, non dovrà mancare in primo luogo il nulla osta dei diarchi della macchina comunale, quella che traduce in prassi tangibili per i cittadini qualsiasi velleità politica, i “fratelli in armi” Muzzarelli e Maletti. Con i quali afferma di avere un ottimo rapporto. E stop, troppo presto per andare oltre.

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Vuoi far ridere Dio?

A parte gli appoggi giusti, che per diventare segretario cittadino contano sicuramente per il 99%, in prospettiva bisognerà vedere se Bortolamasi riuscirà a conquistare il popolo dem. Visto che, se non gli mancano idee e intuizioni, difetta forse del carisma pop di cui abbonda invece il segretario nazionale e, a scalare, altri leader grandi e piccoli. Si vedrà, anche se per il momento lui non si preoccupa più di tanto, forte di un piano di quelli che lasciano poco spazio a variabili di minor importanza: cambiare il mondo. Considerata la mission, non se ne avrà a male – lui che ama le citazioni – se chiudiamo rubandone una a Woody Allen: “Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”.

Quando la politica è tutta un’altra musica

La musica è un linguaggio a disposizione della comunicazione politica tanto quanto lo sono immagini e parole, alle quali siamo più abituati, e il suo utilizzo risale agli albori della comunicazione politica moderna. E così come cambia la politica, cambia anche la musica che l’accompagna.  Questa la tesi di partenza della ricerca di Andrea Zoboli, 24enne nonantolano e futuro sociologo laureando all’Università di Bologna, che lo scorso 4 marzo al “Salto nel Suono” a Nonantola ha presentato il suo studio su “Musica e Campagne elettorali”. Oggi l’utilizzo delle canzoni nelle campagne elettorali, pur rispondendo a precisi schemi comunicativi, genera combinazioni inattese, talvolta vincenti, talvolta esilaranti.

Quali funzioni vengono attribuite alla musica e come sono cambiate al mutare del contesto politico-mediatico in cui hanno luogo?
Tradizionalmente la musica viene considerata come veicolo di messaggi politici, di espressione di simboli, valori, ideologie – afferma Zoboli – La combinazione tra personalizzazione della politica, popolarizzazione dei media e impiego massiccio di tecniche di marketing ha però ampliato notevolmente le funzioni attribuite alla musica. In un’epoca di celebrity politics, in cui i leader politici sono in primis celebrità e queste ultime dispongono di potere di influenza, la pratica di endorsement è divenuta sempre più frequente. La musica, inoltre, diventa un espediente per attirare l’attenzione dei media sul candidato politico, o per presentarlo in maniera meno formale, o, infine, accompagnamento di iniziative di campagna elettorale.

Andrea Zoboli
Andrea Zoboli

Per raccontare queste numerosi opzioni di utilizzo sono stati presi in considerazione nella ricerca alcuni casi notevoli: la storia della canzone politica tra Prima e Seconda Repubblica in Italia, il rapporto tra Tony Blair e il Britpop, le campagne di Barack Obama.

La politica italiana ha una certa consuetudine con la formula dell’inno di partito – prosegue Zoboli – Questa consuetudine affonda le sue radici nella Prima Repubblica, quando i partiti di massa in primis si servivano di questi canti politicamente, ideologicamente e simbolicamente connotati – e per questo divisivi – per creare senso di appartenenza e identificazione nei propri militanti. Con la Seconda Repubblica, l’inno rimane una strada percorribile ma, di fatto, l’unico a cui si può riconoscere una certa efficacia è quello di Forza Italia del 1994. Gli eredi del PCI, invece, abbandonata Bandiera Rossa, scelgono di percorrere la strada del pop. Da “Viva l’Italia” di De Gregori nel 1994 a “Canzone Popolare” di Fossati nel 1996, fino a “Mi fido di te” di Jovanotti nel 2008 o “Inno” di Gianna Nannini nel 2013, la tendenza è una ed una sola: la riduzione a zero di ogni contenuto politico, al fine di parlare ad un elettorato sempre più fluido e de-ideologizzato.
Il pop, d’altronde, pare essere l’approdo inevitabile, anche alla luce delle esperienze di altri paesi. E, in fondo, se gli inni servivano a creare sentimento di appartenenza ad un partito, possono funzionare in un’epoca politica in cui questi ultimi versano in grave discredito?”.

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Il politico che intona il motivetto piace sempre molto. Ma perché?
Il politico che canta piace perché ognuno di noi canta. Non dobbiamo pensare al video musicale di Antonio Razzi o ad altri tentativi caduti nel ridicolo. Dobbiamo pensare, ad esempio, a Barack Obama che intona due versi di “Let’s stay together” di Al Green. Dobbiamo pensare a Tony Blair in posa con una Fender Stratocaster, a Bill Clinton con il suo sax. Tutti questi espedienti servono per presentare il leader di turno in maniera meno rigida, formale, mettendone in luce le passioni o le abitudini quotidiane, quelle “della gente comune”. In un’epoca in cui i politici si danno da fare per “non sembrare politici”, in cui l’informazione si concentra sempre più spesso sul personale che su provvedimenti e programmi, la musica offre numerose opportunità.

Tony Blair con Liam Gallagher degli Oasis
Tony Blair con Noel Gallagher degli Oasis

Negli anni Novanta la Gran Bretagna visse il più grande fenomeno commerciale e musicale di massa da trent’anni a quella parte: il Britpop, un movimento che si accreditava come orgoglioso riscatto del pop inglese. Tony Blair, volto del New Labour, divenuto un marchio più che un partito, prospettava dal canto suo la rinascita politica del paese.
Questa analogia fu sapientemente sfruttata da Blair e dai suoi strateghi, saldando di fatto i due mondi – spiega Zoboli – Il politico non mancò mai alle cerimonie di consegna dei premi musicali annuali, mentre i leader di Blur e Oasis venivano invitati in Parlamento o a Downing Street. Impossibile riproporre altrove un abbinamento simile, specie per i peculiari tratti di “englishness” che accomunarono genere e contenuti musicali e retorica politica. Possiamo però trarre alcuni insegnamenti sull’importante tecnica dell’endorsement, ad oggi non particolarmente praticata in Italia.

Fondamentale ovviamente selezionare musicisti di successo, che offrano al politico visibilità mediatica e capacità di influenzare le opinioni di audience particolarmente vaste. In secondo luogo, l’associazione candidato-musicista deve risultare immediata: non la si può affidare dunque ad una saltuaria dichiarazione pubblica ma deve essere ribadita da entrambi i contraenti attraverso ripetuti media events.

Infine, non ci si può accontentare di conquistare il supporto di personaggi la cui opinione politica é notoriamente coerente con quella del candidato: l’abbinamento con artisti politicamente “vergini” susciterà maggiore interesse mediatico e consentirà di parlare a segmenti dell’elettorato tradizionalmente distanti.
Resta il fatto che un endorsement è un processo biunivoco: anche il musicista verificherà che il candidato disponga di determinati requisiti, tali da non offuscare la propria immagine.

Al momento in Italia non riconosco molti musicisti appetibili per un endorsement. Ma nemmeno molti politici. 

Charlie Hebdo e il clima delle piazze francesi

Tre mesi a Bordeaux. Non immaginavo che le ultime parole francesi che avrei imparato pochi giorni prima di ripartire sarebbero state fusillade, canarder e tuerie: sparatoria, impallinare, massacro. Non immaginavo nemmeno che avrei passato l’ultima domenica del mio soggiorno in mezzo a una manifestazione che ha fatto uscire di casa circa 140.000 persone in una città storicamente difficile da mobilitare.

Qualche giorno dopo il 7 gennaio, ho preso atto che quasi tutto il mondo è stato bombardato di parole, punti di vista, articoli, pensieri, frasi, dichiarazioni, riflessioni, vignette e quant’altro rispetto alla vicenda, a Charlie Hebdo, ai poliziotti coinvolti, agli ostaggi, alla satira, alla libertà d’espressione, a sono o non sono Charlie. Lo slogan geniale su fondo nero, tanto semplice quanto d’impatto, viene inventato da Joachim Roncin, direttore artistico e giornalista musicale del giornale “Stylist”, che lo posta su Twitter neanche un’ora dopo l’accaduto. “Je suis Charlie” diventa subito virale, travalica le frontiere, fa imparare a tutti il presente del verbo “essere” in francese e diventa una bandiera apolitica, apartitica e aconfessionale attorno cui non manca di ruotare il dibattito: siamo o non siamo Charlie? Se sì, perché? Se no, perché?

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Date le dinamiche dell’attentato a Charlie Hebdo e del sequestro a Porte de Vincennes, nonché la multi-culturalità delle vittime e delle persone coinvolte, mi sembra che nel giro di tre giorni sia stato messo sul tavolo un quantitativo enorme di problematiche, alcune spesso sottovalutate, date per scontate o semplicemente ignorate. Tra queste, la libertà di espressione, di stampa e di satira, il significato stesso della satira, la paura degli attentati terroristici, l’antisemitismo, l’intolleranza o la tolleranza religiosa, la paura del diverso, l’islam, il razzismo strisciante, la vita quotidiana nella società occidentale, l’integrazione o la mancata integrazione, il fenomeno dei foreign fighters.

E’ dura da digerire in un colpo solo. E’ una digestione da pitone che non riguarda solo i francesi e personalmente mi auguro proseguirà attraverso l’utilizzo di strumenti quali il cervello. Nel mentre, sarà per la forza del mondo interconnesso o per un’atavica necessità di ritrovarsi assieme, molte persone hanno sentito un bisogno e sono scese in strada, fino a culminare nelle manifestazioni oceaniche del fine settimana.

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Non ho ancora chiaro come queste strane giornate vengano vissute attualmente in Italia. Ma posso dire che a Bordeaux, tutto a un tratto, il giro in centro del sabato pomeriggio si fa assieme ai gendarmes in tenuta antiproiettile e mitra alla mano. Posso dire che qui la frase ricorrente è “Siamo solo all’inizio”, e non ci si riferisce solo al timore di altri attentati, ma proprio al fatto che tante cose sono rimesse in discussione e questo può portare ad un vasto ventaglio di esiti. Posso dire che è molto sentito il pericolo dell’ipocrisia di chi difende la satira solo quando è in linea con il proprio pensiero, solo quando ci scappa il morto, solo quando conviene, facendo diventare un simbolo una cosa che li prendeva in giro, i simboli.

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Posso dire anche che il Ministero dell’Educazione Nazionale ha inviato una lettera ai professori invitandoli “a rispondere favorevolmente ai bisogni o alle domande di espressione che potrebbero avere luogo in classe”: in alcune classi si è discusso, in alcune no e in altre gli alunni si sono opposti al minuto di silenzio.  Posso infine dire che nel 2017 in Francia si vota ed è lì che si tireranno le somme nel paese: ne trarrà giovamento il popolo di François Hollande che ha guidato la marcia pacifica più colossale della storia francese radunando attorno a sé le teste di una cinquantina di paesi, oppure quello di Marine Le Pen che alle scorse europee ha sbaragliato gli avversari con il 24% e adesso (ri)parla di pena di morte?

Venerdì, quando saluterò Bordeaux in un aeroporto presumibilmente ancora super-pattugliato, non riuscirò a non portare con me queste riflessioni.

La dura vita di una supplente

26 Settembre 2014,
Facebook
: “Odi et amo cara scuola”
è il commento più recente che compare sulla bacheca facebook di Silvia Gozzi, classe 1986, 39 di scarpe, libro vicino al cuore: “Il tempo non basta mai” scritto dalla figlia di Alberto Manzi, conduttore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che ha alfabetizzato tanti italiani.

silvia1Silvia è una maestra di scuola primaria, anzi, una supplente. Si è laureata a Reggio Emilia lo scorso anno e risale al 13 novembre il suo primo ingresso nella scuola pubblica nel ruolo d’insegnante, con un contratto di ben tre giorni!

«Ero fuori dalle graduatorie ma ho lavorato tutto l’anno, in dieci diverse scuole, grazie alla cosiddetta “messa a disposizione” mandata tramite mail alle scuole della Provincia di Modena. A volte, in mattinata ricevevo fino a cinque telefonate da parte di scuole diverse cui serviva una supplenza. Si trattava sempre di qualche giorno. Io accettavo la prima e via. Vivevo in un perenne stato di attesa e angoscia, con il cellulare acceso fin dal mattino presto, sul comodino di fianco al letto perché potevano chiamarmi alle 7.40 e dirmi che mi aspettavano alle 8.00 in una terza. 
Ecco tutto quello che potevo aspirare a sapere: che classe era. Non sapevo se c’erano bambini problematici, se l’insegnante di ruolo aveva lasciato indicazioni, se un bimbo soffriva di epilessia, dove erano i bagni e la mensa, chi erano i miei colleghi. È come cambiare lavoro ogni due o tre giorni e rivivere tutto, dallo stato di eccitazione iniziale, ricco di aspettative domande curiosità, alla difficoltà di inserirsi. Però non hai mai l’occasione di inserirti e poi tu sei la maestra, il punto di riferimento e non puoi permetterti di essere troppo disorientata».

silvia219 novembre 2014,
Facebook: “Forse lo spirito giusto per affrontare una supplenza è pensare che non sarò tanto io a ‘dare qualcosa’, perché in poche ore qui, alcune ore lì, altre 2 ore là, non posso pensare di ribaltare il mondo o trasmettere chissà quante informazioni. Forse è più giusto pensare a quanto loro daranno a me. Quindi ecco, sono pronta a imparare! E al più presto sarò prontissima a restituirvi tutto quello che potrò”.

Come definisci la tua prima esperienza da neolaureata nella scuola elementare?
«La prima supplenza è stata traumatica. Mi è stato affidato un bambino autistico nonostante io non abbia l’abilitazione, perché non c’erano altre possibilità. Gli insegnanti, non appena sono arrivata, mi hanno detto: è autistico, non autosufficiente in bagno e in mensa, è manesco e tende a scappare, e poi lo hanno messo nelle mie mani».

silvia4Come è possibile che in Italia ci siano tante insegnanti disoccupate e nello stesso tempo nelle scuole si verifichino questo tipo di emergenze per mancanza di personale?
«Me lo chiedo periodicamente. Io ho lavorato tutto l’anno pur essendo fuori dalle graduatorie e anche in ruoli per i quali non sono abilitata. Le spiegazioni che ho trovato sono due:
 molte insegnanti non si mettono a disposizione per supplenze molto brevi, è frustrante essere sempre di passaggio, non riesci a organizzarti e non ti fa vivere bene il tuo lavoro;
 nella Provincia di Modena si cerca di coprire anche poche ore di “buco” mentre in altre Province cercano di regolarsi con l’organico interno. 
Queste sono le “mie” spiegazioni, ma la scuola è un mondo complesso. Io ho impiegato mesi a capire come funzionano le graduatorie!».

Come funzionano? Ma funzionano?
«Ci sono due graduatorie, la GAE (Graduatorie ad esaurimento) è nazionale e comprende tutti gli aspiranti insegnanti a prescindere dal percorso di studi previsto dalla legge nel periodo in cui hanno preso l’abilitazione all’insegnamento, quindi troviamo chi ha il diploma magistrale insieme a chi ha fatto anche la SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) e ai laureati in Scienze della formazione primaria immatricolati fino al 2007/2008. Poi c’è chi, seppure al di fuori dalla GAE, è “arrivato in tempo” per partecipare e vincere l’ultimo “concorsone”. Gli unici esclusi sono quelli che, come me, si sono immatricolati dall’anno 2008/2009, hanno ottenuto la laurea in  in scienze della formazione primaria ma non hanno avuto la possibilità di inserisrsi in GAE perchè ormai definitivamente chiusa!; la GI è a livello di Istituto: ogni insegnante esprime, per la scuola primaria, le dieci istituzioni in cui preferirebbe lavorare, da questi dati le scuole stilano la propria graduatoria sulla base del punteggio di ciascun candidato. Ha un punteggio maggiore chi, per esempio, ha più anni di servizio, più titoli di studio, certificazioni linguistiche o specializzazioni varie.
È un sistema macchinoso che fa assomigliare le graduatorie a dei gironi infernali dove ogni singolo insegnante ha le sue ragioni per pretendere il diritto di lavorare. 
Ci sono insegnanti che stanno aspettando il posto per materie che nella scuola italiana non vengono più insegnate! Ad esempio la materia “trattamento testi e dati”».

silvia3Come dovrebbe comportarsi la politica nei confronti di questi elenchi infiniti di aspiranti insegnanti? Secondo te come si sta comportando il governo?
«

Ciò che ho capito lavorando a scuola è che, politicamente parlando, come ti muovi sbagli. A parer mio dovrebbe essere istituito un solo canale di reclutamento, ma bisogna tenere conto del retaggio storico. Se ci troviamo a questo punto è per via di una politica disordinata, con “cambi di regole” troppo repentini. Ritengo giusta l’idea di tenere la Gae bloccata, chiusa. Se è già difficile “smaltire” chi vi sta dentro, figuriamoci aggiungere altre migliaia! Ma le parole hanno un peso e se ai tempi della mia immatricolazione la legge prevedeva il mio inserimento in GAE, non è corretto cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Ricordiamoci che la GAE è a tutt’oggi l’unico metodo per ambire a un lavoro stabile, insieme ai “concorsoni”… quando vengono fatti! 
Il ministro dell’istruzione Giannini dice “le supplenze fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, sono in pieno accordo. Credo che l’attuale Governo voglia imporre alle scuole di fare maggiori assunzioni in modo da esaurire la Gae immettendo tutti in ruolo e ridurre il bisogno di supplenti, a fronte di un organico maggiore in ogni scuola. Funzionerà? Ho amiche che proprio quest’anno hanno beneficiato di immissioni in ruolo. Non io, che sono l’ultima ruota del carro, anche se nell’unica supplenza lunga che ho potuto fare (con conferme di settimana in settimana eh? Guai avere il “privilegio” di poter pianificare un lavoro di lungo periodo!) i bambini volevano me e i genitori hanno scritto una lettera alla Preside perché rimanessi con loro. Ma purtroppo non sono né la Preside né i genitori a decidere».

silvia5E intanto la scuola rimane la scuola, cioè un posto in cui ci sono tanti futuri cittadini che crescono guidati dalle loro insegnanti, sia che esse sappiano dove si trova il bagno sia che si ritrovino a improvvisare il loro lavoro ora per ora.

17 marzo 2014,
Facebook: “Componi brevi frasi con parole a tua scelta”. Ne riporto una, su tutte, perché le vere verità meritano di essere condivise! 
Parola: CIABATTE= Le ciabatte del papà puzzano”.

6 giugno 2014, 
Facebook: “Oggi è stato il giorno dei bambini koala, quelli incollati. Al mio cuore si son di certo incollati. W l’ultimo giorno di scuola, ma quanto è agrodolce”.

Immagine di copertina, photo credit: Pensiero via photopin cc.

L’Appennino salva la città dall’incandescenza

Ogni buon modenese, quando la stagione si fa calda, gira la sua auto verso sud e corre nel vicino Appennino a rubare qualche grado. Che sia una gita di giornata, un appartamento di stagione o, addirittura, un investimento di seconda casa, poco importa. All’ombra del Cimone c’è sempre la salvezza dall’umida cappa, che ti accoglie implacabile quando si torna a casa.
Così devono aver pensato le signore e i signori del governo cittadino, quando hanno misurato la temperatura di un clima interno incandescente, con una colonnina di mercurio salita all’inverosimile, a causa anche di virus interni, non immediatamente governabili.

Si sono rivolti a sud e hanno cercato una ventata di fresco.
Probabilmente l’ombra della Ghirlandina era foriera di buia penombra, che oscurava qualsiasi soluzione in città. Forse la cappa a febbraio era già “bele che fatta”; risultato: in città nessuna frescura.
Così, ancora una volta dall’incandescenza ci salva l’Appennino. O almeno questa è la promessa.

Il fatto è che il “modenese medio” (confronta la pagina Facebook “sei di Modena se…”) non sembra aver capito tanto. Lo dicono i dati: primo turno, una maggioranza assoluta storica non confermata; secondo turno, una maggioranza di non votanti. Quindi, tutto questo caldo dove stava?
Forse anche un po’ in città, perché basta dire “inceneritore” o “nuovi alloggi” o “chioschi”, che gli animi si accendono. Ma soprattutto dentro stava il calore insopportabile; stava, o forse sta ancora, dentro ad una cabina di regia che ha sempre la presunzione di governare a prescindere e che misura prima la propria febbre, rispetto a quella della città. Il risultato finale è stato che da una città di 180.000 abitanti, con una sua tradizione culturale e politica, non si è riusciti a trovare una persona in grado di guidare la città. Non si sono concordati nomi e progetti, ma solo “anti-nomi”.

Dall’altra parte, quella che da sempre nella storia repubblicana sta fuori dalla cabina di regia, ugualmente non è stata trovata una proposta alternativa credibile.
Benissimo ne prendiamo atto. Il risultato finale è che, ancora una volta, l’Appennino salva la città dalla sua stessa incandescenza.
Ma c’è un partito vincitore dei non votanti che non ne ha preso atto. Qualche dubbio sulla nostra montagna? O qualche perplessità sulla nostra città? Boh?!
Ma, intanto, chi vince piglia tutto e snobberà gli “assenti” e compariranno ben presto nuovi depliant sul clima dell’Appennino. Che, finora, ci ha regalato il suo rigenerante fresco quando noi ci siamo andati. Non era ancora capitato che lui scendesse in città e cambiasse il clima.
Ma c’è sempre una prima volta. O almeno così i meteorologi della politica ci hanno giurato.

Un nuovo presidio di Libera contro la mafia nel modenese

Domenica 23 marzo, ai piedi del Santuario di Serramazzoni, si è tenuto un corteo per onorare la ricorrenza del giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia. Contestualmente è stata ufficializzata la costituzione del dodicesimo presidio di “Libera” della Regione Emilia Romagna: “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte”, dedicato alla memoria dell’assessore salentina assassinata nel 1984.

libera2 La nuova sezione si basa su un “patto di presidio” sottoscritto, per ora, da 6 associazioni dell’Appennino modenese e volto a far crescere una comunità attiva, consapevole e capace di lottare contro la corruzione e il disagio sociale.
Non è un caso che il presidio trovi la sua sede fisica proprio a Serramazzoni, comune portato alla ribalta della stampa nazionale per un susseguirsi d’indagini sulle relazioni tra l’allora sindaco Luigi Ralenti e alcuni esponenti della ’ndrangheta. Al momento sono 5 i processi aperti e finchè essi non saranno arrivati a conclusione non si potrà parlare di matrice mafiosa. Eppure il quadro ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare è composto di episodi che nulla hanno da invidiare alla sceneggiatura de “il Padrino”. Non possiamo più far finta di non vedere la penetrazione di certi poteri forti nella nostra comunità.

Ho incontrato Mariella Badodi, referente della nuova sezione, la quale mi ha spiegato il percorso di costituzione del “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte” in relazione ai fatti che hanno scosso e traumatizzato la comunità montana.

Quando è maturata la decisione di fondare un nuovo presidio di Libera?
libera4Un anno fa i cittadini di Serramazzoni hanno sentito il bisogno di riunirsi per superare il periodo difficile che la comunità stava attraversando. Il Comune era commissariato e le indagini in corso imponevano una serie di limitazioni: gli uffici dell’urbanistica e dell’edilizia privata furono chiusi per dieci mesi bloccando tutte le pratiche, con notevoli disagi; il campo sportivo fu sequestrato; la programmazione estiva di eventi fu sospesa. Ci siamo chiesti dove eravamo noi mentre succedevano certe cose sotto i nostri occhi, cosa abbiamo deciso di non vedere e quali erano le nostre responsabilità. Abbiamo convenuto che Libera potesse essere la bandiera giusta sotto la quale fare un percorso di consapevolezza e di lotta.

Qual è stato il primo passo dopo aver maturato una nuova coscienza di cittadini?
Prima di tutto abbiamo partecipato a un percorso di formazione alla legalità indicatoci dal coordinamento di Libera di Modena. Tra le esperienze fatte cito un corso per tutti, che si chiama “Carte in Regola”. In seguito, il 26 febbraio, è stato formalizzato il Patto di Presidio alla presenza di 21 persone, tutte coinvolte in modo diretto e personale.

Concretamente quali sono le azioni del Presidio?
Siamo orientati a lavorare in prevenzione, affinchè il passato funzioni da memoria storica e ci renda capaci di reagire a certi segnali che ora abbiamo imparato a riconoscere. Per fare questo serve tanta formazione sulla cultura della legalità. Ecco perché ci stiamo già confrondo con le scuole e le amministrazioni locali.
–       abbiamo organizzato un ciclo di assemblee d’Istituto nelle scuole medie dei 6 Comuni del Frignano, per attivare percorsi di formazione che insegnino ai ragazzi a riconoscere come operano le organizzazioni mafiose;
–       abbiamo sottoposto ai cittadini che si candideranno come sindaci alle elezioni di maggio, di firmare un documento in cui si impegnano a seguire i principi fondanti di Libera nella lotta alla corruzione. Tutti hanno sottoscritto il documento.

libera3Queste le azioni svolte dal momento della costituzione del Presidio a oggi. Ora ci impegneremo, con chiunque voglia unirsi a noi, a svolgere le seguenti azioni, in tutto il Frignano:
–       diffusione della conoscenza di come opera il sistema mafioso corruttivo sul territorio;
–       educazione alla cultura della legalità e della giustizia sociale rivolta a studenti;
–       partecipazione alle attività promosse da Libera e da enti affini, come la commercializzazione dei prodotti “Libera Terra”;
–       promozione del dialogo con Istituzioni ed Enti del Territorio e attenzione costante all’operato delle amministrazioni locali;
–       monitoraggio sul territorio delle attività di “gioco d’azzardo”, “spaccio di stupefacenti” e “sfruttamento”;
–       contrasto ai fenomeni di estorsione e usura;
–       supporto e conforto ai cittadini più deboli e alle vittime della mafia.

Il 4 Maggio siamo tutti invitati a Serramazzoni, alla presenza della figlia di Renata Fonte. Si parlerà di memoria, impegno, legalità, vittime della mafia e verrà piantato un albero come atto di radicamento di Libera nel territorio montano. Che siano radici di un nuovo atteggiamento da parte di tutti, nei confronti della criminalità organizzata.

La fogna delle parole

Un’altra parola, forse la più usata al mondo, viene mandata al macero per non dire… nel gabinetto. La parola è amore e il giorno di San Valentino è nato “Innamorati dell’italia”: il partito dell’amore partorito da Silvio Berlusconi. L’ennesima parola viene svuotata del suo significato originale per averne uno nuovo ad uso e consumo del grande tubo digerente italico.

Non è certamente la prima volta che accade. Solo per citarne alcune si iniziò con “Italia” (Forza Italia) strappandola alla Destra, poi con “libertà” (Popolo delle Libertà) strappandola a tutti coloro che avevano vissuto la resistenza, senza dimenticare le parole di origine religiosa: “unto”, “santo”, “martire”, “sacrificio” ecc. Forse non riuscirà a modificare geneticamente la parola “equità” in quanto è già stato anticipato da Equitalia. Ben magra consolazione.

No, ma l’amore no. Forse è capitato un po’ a tutti di giocarci sopra, di utilizzarla talvolta puerilmente per ottenere un sì fortemente voluto. Ma così no, non si può. Anche perché il gioco, è facile da intuire, sarà quello far precipitare tutti gli altri nel partito dell’odio. Che poi sono quelli che non amano il grande capo ovvero quanti non la pensano come lui.
D’ora in avanti non potremo più utilizzare questa parola. La cosa che fa aumentare la dissenteria in chi scrive è che c’è già qualcuno disposto a comperarla.