La via della poesia educa a una vita più autentica

«Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia, avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Minstrels di Debussy […]» (Eugenio Montale, Intervista immaginaria)

Molti storici, riferendosi all’età contemporanea, parlano di «ibridazione» o «contaminazione» fra le arti. Se con le Avanguardie, nate dalle ceneri del Romanticismo ottocentesco, l’arte è uscita dalla cornice per conquistare nuovi spazi, nella seconda metà del secolo scorso le arti hanno iniziato a contaminarsi l’una con l’altra anelando al superamento dei confini che il mezzo (la tela, il marmo, il foglio di carta, il pentagramma…), in un certo senso, aveva loro imposto.
Negli abissi di questo contesto si muove la modenese Alessia Natillo, pianista e musicoterapeuta, che ha da poco pubblicato con A.CAR. il suo primo libro di poesie: Embrione selvatico. Il libro raccoglie componimenti che possono essere letti come veri e propri fogli d’album: melodie che si cristallizzano in parole, liriche che conservano il ritmo e il colore dei sentimenti. Contaminazione fra i linguaggi artistici significa proprio questo: scambio fluido e continuo fra mondi “diversi”, in questo caso fra musica e poesia. Che s’incontrano nei misteriosi recessi dell’inconscio.

Come hai vissuto la pubblicazione del tuo primo libro di poesie?
Emozionata e incredula nel vedere concretizzare la realizzazione del mio primo libro! Nella mia vita la poesia si è imposta. Mi ha  aiutato a comunicare in maniera più esplicita e a concedermi un po’ più di spazio. Certo: sono presenti i non detti e molto viene lasciato all’interpretazione. Proprio per queste caratteristiche hanno assunto la forma di «veicoli di emozioni»… E se queste emozioni raggiungono i lettori, il poeta ha raggiunto la sua meta.

Quali sono poeti che ami e a cui ami ispirarti?
Da Emily Dickinson, poetessa di enorme potenza sensitiva mentale e metafisica fino a Montale, dal linguaggio poetico perfetto ed essenziale. Dall’incontestabile genialità di Shakespeare a Charles Bukowski, esponente estremo del postmodernismo fino a Prévert, che non solo usava mezzi comuni – mi riferisco, per esempio, all’immagine visiva e verbale – ma condivideva l’immagine di un mondo e molti altri.

In alcuni dei tuoi componimenti sono presenti riflessioni legate all’universo femminile. In Fauci placide scrivi, riferendoti a una donna: «Abusa di egoismo e accordi. / E giace». È per caso una critica a come in alcuni contesti viene considerato il cosiddetto «sesso debole»?
I miei scritti  vogliono solo descrivere verità. Raccontare l’incredibile universo rosa o atteggiamenti di presunta superiorità blu può solo circoscrivere il quotidiano collettivo ricco di insoddisfatti, inappagati e infausti alla ricerca di letizia.

Natillo01Arriviamo al titolo della raccolta: Embrione selvatico. Cosa rappresenta? Ricordi la prima poesia che hai scritto, o la situazione che ti ha “costretto” a prendere carta e penna per dare forma ai tuoi pensieri?
Il titolo Embrione Selvatico nasce dalla mia primissima poesia scritta vent’anni fa. Questa voleva descrivere il genere umano partendo da un lavoro di scoperta e consapevolezza dell’io virando con incoscienza verso la più difficile delle consegne: l’abilità esistenziale. Scrivere mi ha aiutata a improvvisare, analizzare e cambiare le prospettive, educandomi a una vita più autentica.

Ermetica, futurista, lirica, cinematografica, rock, sinfonica, surrealista. Quale aggettivo sceglieresti per definire la tua arte? 
Ermetica e lirica, credo. La voglia di fare poesia è una conseguenza del mio modo di vivere e di cogliere le verità nascoste. Apprendo in profondità vere suggestioni facendo emergere, nelle pagine, quella razionalità, talvolta sospesa, come strumento di interpretazione insostituibile. Il libro infatti raccoglie e custodisce una vasta gamma di immagini e argomenti diversi fra loro, ma anche contemporaneamente riuniti e collegati, e spesso in preda all’agonia di una gioia artificiale, che irrompe anche laddove non sorge il sole. La mia esagerata passione per la musica ha fatto sì che gli scritti acquisissero musicalità attraverso una composizione lirica poco convenzionale e un ritmo salmodiante. Dopotutto, io nasco come musicista e musicoterapeuta.

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo luogo?
Non esiste per me un’isola dove estraniarmi. Se uno vuole scrivere deve faticare sulla pagina bianca, non avere fretta e scavare a fondo. Ogni contesto circoscritto alla mia quotidianità dà spazio alla mia urgenza. È innegabile che io parta sempre da me, da un’intuizione, da una storia, da quello che mi fa battere il cuore. Che poi trascrivo su fogli sparsi, scontrini e pubblicità.

Natillo02Stando alla tradizione, due sono – fondamentalmente – le categorie di poeta: c’è chi soppesa metrica e rime con rigore matematico, e chi si lascia travolgere dalle onde della creatività. Anna Marchesini, per esempio, diceva che i personaggi che scriveva le sono «sempre scappati come la pipì». Tu da che parte stai?
Entrambe le posizioni ritengo abbiano un valore collettivo. A loro modo rappresentano un tentativo di evasione fondata sulla centralità indiscussa dell’io, sul valore dell’esperienza soggettiva, sul ricorso spontaneo al sublime. Si possono conservare solide basi nella tradizione del Novecento segnati da una  lirica di impostazione romantica. Il mio confine non vuole essere né riformista né rivoluzionario ma responsabile di una ermetica varietà poetica e di ricerca stilistica. Non due tradizioni, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione.

C’è un luogo di Modena che ti ispira più di ogni altro? Un luogo in cui ti fermeresti, per comporre altre poesie?
Villa Ombrosa, parco dietro “La Punta” di via Vignolese: abbandonato, silenzioso ma di grande impatto. Langue abbandonato tra erbacce e insetti ma custodisce un silenzio dai mille suoni e dai mille volti. Un parco che rappresenta la mia infanzia e che convoglia le mie sensazioni. Dentro giace la storica villa del ‘700 appartenuta a Muratori: dimenticata, vandalizzata e occupata nel corso degli anni, diventerà la sede della Casa delle Donne. È previsto il recupero degli elementi architettonici e decorativi settecenteschi, che renderanno ancora più magico lo spazio.

Dove ti sta portando il tuo nuovo libro? Mi parlavi anche di appuntamenti a Milano, oltre al recente Buk Festival…
Dopo l’inaspettato successo di Buk presenterò il mio libro un po’ in tutta Italia, avendo incuriosito situazioni e realtà artistiche. Il mio futuro vedrà anche il debutto a maggio della prima nazionale dell’Unicità del caos, monologo teatrale scritto e diretto da me con in scena l’attrice Stefania Delia Carnevali. Descriverà la vita di Leonarda di Lilla Bio, una donna di circa quarant’anni che denuncerà quella che è divenuta la malattia del secolo, ovvero l’internet-dipendenza. L’ossessione clinica e i rischi smuoveranno in lei la necessità di allontanarsi da quel rifugio divenuto essenziale, ma privo di autonomia. Oltre al teatro, un romanzo dal titolo Finalmente lunedì – che ho iniziato da poco – incentrato sulla vita di mio padre, morto un mese fa di leucemia. Dal coraggio con cui è stata affrontata una terapia sperimentale, sapendo che tutto era irreversibilmente reale, fino al bacio dell’addio. In qualche modo dovrò “esorcizzare” altri miei progetti, perché credo che lo scambio metta in discussione. Aggiungo anche che bisogna saper gestire con generosità e amore l’Ovvio anche se spesso un sorriso può aiutarci a superare tutto.

Natillo03Anni fa (e nel cuore della notte…), quando collaboravamo al TeTe, avevamo conosciuto una poetessa di strada che ci raccontò la triste storia di una zanzara in pochissime versi da lei composti. Abbiamo riso e ci ha commossi. Te la ricordi?
La nostra condivisa genuina voglia di evadere nel cuore della notte ci ha portato al costretto e indotto incontro con colei che, pur di venderci una copia del libro, avrebbe recitato a memoria la Divina Commedia. La ricordo esuberante, insolente e presuntuosa ma incredibilmente vera,  autentica. Ci ha donato gioia ed emozioni attraverso le sua impenetrabile enigmaticità. Circondata da mistero, ignorava le nostre domande dirottando risposte spesso fatte di dittonghi.  Strabiliante!

Nell’era digitale ha ancora senso scrivere poesie e pubblicarle su carta?
Ogni cambiamento ha costituito un passo avanti nella civiltà e tutto fa pensare che anche l’avvento dell’ebook faccia parte di questo progresso. Così come si è passati, nel corso del tempo, dalle iscrizioni su pietra ai papiri e poi alla carta, dal lavoro manuale alla stampa, da una fruizione elitaria alla diffusione di massa. Ma sono fermamente convinta che il digitale non possa sostituire il cartaceo. L’ebook mette comodamente a disposizione il contenuto ma  l’importanza del libro risiede nella sua fisicità, nel fatto che porta addosso i nostri segni. Può essere toccato, annusato, sottolineato, stropicciato e  riposto. Ha un valore estetico che non può essere riprodotto.

In copertina: rielaborazione da Pixabay

Poesia, esci dalla camera e vai in piazza

“La poesia è un luogo dove si custodisce il linguaggio, che è strumento di conoscenza ma anche di potere, chiave di lettura delle cose ma anche grimaldello per modificare la realtà” ci racconta Stefano Serri, una bella penna di Fiorano Modenese, autore, tra gli altri, della recente raccolta in versi Nonostante la fine del mondo. Poesie tra le crepe dell’Emilia (Edizioni Kolibris, 2013). Abbiamo fatto con lui una chiacchierata in vista della nona edizione del Poesia Festival, dal 19 al 22 settembre. 

I giovani poeti, che sono tanti, trovano nella poesia “un luogo sacro” dove custodire le speranze della nuova generazione?
La poesia è un luogo dove si custodisce il linguaggio, che è strumento di conoscenza ma anche di potere, chiave di lettura delle cose ma anche grimaldello per modificare la realtà. A volte la poesia deve inquietare il linguaggio, togliere un po’ di fede per far crescere la speranza; altre volte deve aiutare a credere che nelle parole possiamo avere uno strumento di felicità. Leggendo i poeti di ieri e di oggi, scrivendo poesie (per i lettori di oggi e di domani), possiamo rendere sacro il luogo dove viviamo quotidianamente, grazie a una visione nuova di parole a volte logorate. Ma non dimentichiamo che “rendere sacro” si può tradurre con “sacri-ficio”.

La poesia può essere un buon antidoto al circostante che spesso ci delude, uno stimolo per guardarsi intorno con più entusiasmo e meno avvilimento?
La poesia, come le lacrime, rende gli occhi belli, ma lo fa con la verità e la felicità. È la pista per allenarsi (più maratoneti che centometristi) a uno sguardo consapevole. Influisce concretamente sulla realtà quotidiana sapere che la propria lingua (quella che si usa per nominare le cose, le persone, le esperienze) ha un potenziale enorme dentro, fatto di storia, musica, incontri. Ma non saprei dire se è la poesia che genera l’entusiasmo e la fede nella bellezza o viceversa. E non bisogna dimenticare che, ai margini del linguaggio, c’è una zona di indicibile che genera inquietudine e umiltà.

Cos’è per te la poesia?
Ci sono talmente tante belle poesie attorno (su pagina, nei dialoghi e negli incontri quotidiani) che se dessi una definizione domani una nuova poesia me la renderebbe inutile. Ma siccome non posso non rispondere, allora dico che la poesia è accorgersi della sempre nuova poesia.

Cosa troviamo dentro la tua ultima raccolta Nonostante la fine del mondo. Poesie tra le crepe dell’Emilia?
Dentro a questo libro (nato grazie all’attenzione e all’entusiasmo di Chiara De Luca) trovate una passeggiata lunga un anno tra le terre dell’Emilia. Di stagione in stagione, tra la città, la collina e le montagne, percorro alcune strade e alcuni sentieri, immerso nella mia storia personale senza voltarmi di fronte alla storia collettiva. L’esperienza del terremoto qui non è registrata come in un reportage, né domina il tono disperato o tragico. Infatti, la parola più importante del titolo, e che apre anche il libro, è “nonostante”.

Cosa ne pensi del “Poesia Festival”, ormai alle porte, evento che nato in una piccola provincia ogni anno attira parecchi visitatori e che sicuramente per i poeti emergenti rappresenta una grande occasione sia per farsi conoscere che per conoscere?
Ho avuto modo, grazie all’interessamento di Marco Bini, di partecipare un anno come autore, ma il mio interesse per il Festival è nato e continua in qualità di pubblico. Ci sono tanti festival letterari, non sono in grado di farne la classifica per valore, meriti, efficacia. So solo che in questi anni grazie al Poesia Festival ho potuto ascoltare voci di poeti da tutto il mondo. Ricordo in particolare una lettura di Mariangela Gualtieri alla Rocca di Vignola e una lezione di Viviane Lamarque. Molti di questi incontri sono stati motivo per nuove letture e nuove scritture, ma anche per ripensamenti sul valore “pubblico” (se non etico) della poesia. A un certo punto, la pagina deve uscire dalla camera e trovarsi bene in piazza. O in strada. O in osteria. Questo il Festival riesce a farlo bene.

Nel panorama della produzione poetica locale, puoi segnalare qualche voce particolarmente interessante?
La nostra terra è ricca di poeti e scrittori. Mi piace ricordare Nadia Cavalera, modenese d’adozione. Non esprimo giudizi di valore sulle sue numerose opere, ma apprezzo la coerenza del suo percorso poetico, la tensione sperimentale, a volte provocatoria, e l’attenzione per il linguaggio e la sua dimensione storica.

Perché scrivere poesie nel 2013?
C’è un anno in cui non ha avuto senso scrivere poesie? Finché c’è lingua, c’è poesia.

(Immagine in evidenza: josemanuelerre via photopin cc)