L’urlo assordante del silenzio

Il sistema della politica è così sorprendentemente autoreferenziale che è diventato impenetrabile. I partiti e le amministrazioni, con le loro liturgie e i loro appuntamenti più o meno consolidati nel tempo, non riescono più a dialogare con l’esterno. Contestualmente la società organizzata e i cittadini, non trovano più il modo, il motivo o anche solo il desiderio di entrare in contatto con una politica di cui sfugge il senso del suo traccheggiare.
Ecco perché è assordante il silenzio dei corridoi delle scuole in cui sono stati allestiti i seggi per queste “storiche” elezioni regionali in Emilia-Romagna. Due mondi non solo non si parlano più, ma se anche si sforzassero di farlo, non riuscirebbero a sentirsi.

Domenica sono andati a votare meno di un milione e mezzo di emiliano-romagnoli (il 37,7% dei 3,4 milioni aventi diritto), la metà di quelli che erano andati alle urne cinque anni prima (l’affluenza era allora del 68%). In passato era fisiologico aspettarsi fino al 20/25% di astensioni, ma con questi numeri non si può più dare la colpa alla “disattenzione” delle persone. Nemmeno si può elaborare la scusa (come è stato più volte fatto durante la campagna elettorale) del mancato traino nazionale (si è votato solo in due regioni, e quindi?) o della scarsa attenzione dei media e dei talk show (se per questo non si sono nemmeno visti manifesti per strada, salvo la settimana prima del voto?).

Questa è l’urgenza per i partiti e per i politici; il tema va affrontato rapidamente senza aspettare le analisi del voto, le riflessioni, le proiezioni, gli stratagemmi o i capri espiatori. O si crede nella partecipazione reale e s’inventa un nuovo modo di fare politica, o tanto vale giocare nello stadio a porte chiuse, consapevoli che prima o poi i cittadini-spettatori smetteranno di seguire “l’evento” anche in differita.

Insomma, l’urlo dell’astensione deve interessare tutti quanti i giocatori in campo: eletti, non eletti, presidenti, consiglieri, segretari dei partiti e dei circoli.

Al Pd – nonostante l’elezioni del suo candidato, che ora dovrà inventare un modo tutto nuovo per “governare” la Regione dopo tre mandati di Errani e guadagnarsi sul campo quella legittimità politica che è mancata col voto – è stato inferto uno dei colpi più duri. Il modenese Bonaccini è stato eletto da 615.723 persone, complessivamente il 17,7% degli aventi diritto (Errani nel 2010 grazie ai voti della coalizione era stato eletto con circa 1,2 milioni di preferenze). In questa tornata, quindi, la coalizione di centrosinistra ha perso oltre 582 mila voti, il Pd da solo ne ha persi 322.626. Chi si è voluto “punire” con la diserzione delle urne? Il vecchio sistema (rappresentato dagli apparati) o il futuro del partito tratteggiato in questo momento da Matteo Renzi?

La Lega si trova davanti a una nuova crescita di consensi. Già nel 2010 puntava a fare della regione la quarta gamba del Nord e, forte dei risultati (aveva superato il 10% in 308 dei 348 comuni della Regione), s’immaginava di completare la saldatura con le altre tre locomotive d’Italia (Veneto, Lombardia e Piemonte). Un entusiasmo che si è assopito dopo gli scandali nazionali che hanno portato al ritiro di Bossi, e alla perdita in Emilia di diversi “pezzi forti”. Alan Fabbri – che con circa il 30% delle preferenze (circa il 20% le preferenze del movimento) ha mandato in un angolo gli altri partiti del centrodestra approfittando dello sfarinamento berlusconiano di Forza Italia – può giocarsi un ruolo da protagonista se sarà in grado di crescere politicamente a livello personale, indipendentemente dal traino che gli ha fornito Matteo Salvini in campagna elettorale cavalcando alcuni “classici” del repertorio leghista, immigrazione in primis. A sentire le prime parole del giovane sindaco, ci pare un’impresa tutt’altro che scontata.

Grillo, infine, ci ha insegnato una volta per tutte a puntare al ribasso. Non ha messo piede in terra emiliana durante la campagna elettorale, salvo una comparsata qualche ora prima del voto in una sala con la candidata modenese Giulia Gibertoni e un gruppo di militanti. “Qui faremo un bel risultato, ma il bel risultato per me è mettere dentro 4 o 5 consiglieri, non è prendere la presidenza. Non siamo a caccia di una poltrona a tutti i costi”. I cinque consiglieri siederanno in Assemblea legislativa, ma con il 13,3% dei consensi cominciano una evidente parabola discendente, a conferma del fatto che l’astensione punisce anche chi ha interpretato da sempre il dissenso dell’antipolitica.

Non si salva nessuno? No. E non perché lo dicono i commentatori in tv o i politologi negli editoriali. Ma perché nessuno ha dimostrato di comprendere che se non si cresce si muore, se non si cambia si è destinati gradualmente o lestamente all’oblio.

Senza convincere, vincere non basta più

La volta precedente è stata colpa di un “cortocircuito”, poi è stato un “flop” e questa volta un “disastro”. Le primarie del Pd e di una buona parte del centrosinistra aprono un seria riflessione sull’utilità di tale strumento democratico e, soprattutto, interrogano sul contributo politico che esse consegnano al candidato vincente. Nel caso di quelle tenutesi domenica scorsa per il candidato alla presidenza della Regione, il modenese Stefano Bonaccini.

Tutti hanno delle risposte (più o meno preconfezionate) per cercare di giustificare il crollo dell’affluenza di domenica 28 settembre alle primarie (durante le quali hanno votato in circa 58 mila persone, su 75 mila iscritti al Pd) e tali analisi risultano essere in gran parte corrette: la campagna elettorale è stata troppo breve; nessun traino dalla politica nazionale; i giornali si sono disinteressati all’appuntamento; le vicende giudiziarie dei due (potenziali) candidati hanno allontanato ancora di più i cittadini. Tutti hanno una propria ragione e una propria giustificazione, ma tutti – ormai è tempo di ammetterlo – stentano a considerare le primarie come uno strumento democratico valido per tutte le stagioni.

Con il voto (o non-voto) di domenica scorsa anche il Pd ed i suoi dirigenti sembrano avere abdicato all’idea delle primarie come strumento utile in ogni circostanza e ad ogni condizione, se non altro perché esse non fanno ancora parte del dna del partito e, in alcuni casi, appaiono più tollerate che desiderate. Sembra aver ragione Arturo Parisi quando afferma che: ogni anno che passa queste si trasformano in “primarie preterintenzionali”. La gente, il popolo, l’elettore, anche quello meno affezionato alla politica, ha dimostrato di apprezzare lo strumento. A patto che sia chiaro l’obiettivo.

Lo ha fatto nel 2005 rafforzando la leadership di Romano Prodi (la sua candidatura a premier era scontata ancora prima di aprire i seggi). Con la vittoria di Prodi alle primarie di nove anni fa, è stata premiata la società civile vivace, quella con una maggiore disponibilità a prestare il proprio tempo gratuitamente per la causa pubblica (cf. analisi dell’Istituto Cattaneo del 27 ottobre 2005).

Lo ha confermato nelle primarie del 2012: una vera sfida tra Pierluigi Bersani e Matteo Renzi. In quel caso hanno funzionato gli endorsement, la sfida tra candidati profilati diversamente (il nuovo contro l’usato-garantito), la possibilità di urlare contro la Casta o di rimanere ancorati ai contenuti.

In questo fine 2014, invece, le primarie emiliano-romagnole sono risultate decisamente sottotono perché svuotate di senso. Si è sottovalutata l’importanza dell’appuntamento elettorale e ciò che ne risulta è un candidato vincitore che non può godere pienamente di questa vittoria. Come dire: se Atene piange, Sparta non ride. Quello che il Pd consegna al candidato alla presidenza della Regione Emilia-Romagna è un capitale politico criptico, un popolo da rimotivare, una rete di relazioni da riallacciare in un progetto sul presente (non solo sul futuro) possibilmente scevro di ogni forma automatica di retorica politica.

Lui, lei, l’altro

Domenica 2 marzo il popolo modenese del PD sceglierà il suo candidato sindaco. In dieci domande e dieci risposte, Francesca Maletti (@framaletti), Gian Carlo Muzzarelli (@Muzzarelli2014) e Paolo Silingardi (@paolosilingardi), spiegano, nello spazio di un tweet, la loro idea di Modena.

1.       Perché è lei il #candidatogiusto per la corsa a sindaco?

Maletti: Rappresento una nuova prospettiva di città: il progetto di cambiamento che ho in mente nasce dal coinvolgimento e ascolto dei modenesi

Muzzarelli: Perché Modena deve uscire dal perimetro delle mura e mettere una marcia in più, a partire da più lavoro e più sicurezza

Silingardi: C’è bisogno di rinnovamento, rilancio, nuove politiche. Non esistono politici per tutte le stagioni: idee nuove richiedono persone nuove

2.       Quali saranno le #primetrecose che farà da sindaco?

Maletti: Creare nuova economia e occupazione attraverso: investimenti sul turismo, sostegno al manifatturiero, nuovi brevetti ricerca e innovazione

Muzzarelli: Uscirò ad incontrare i lavoratori e le imprese, metterò mano alla burocrazia e rilancerò gli strumenti di partecipazione

Silingardi: Lotta al precariato nella Pubblica amministrazione. Integrazione delle piste ciclabili. Un progetto serio per la sicurezza e la prevenzione

3.       Come vorrebbe #cambiareModena?

Maletti: Penso a Modena smart, una città trasparente che progetta insieme ai cittadini e dove l’innovazione nasce dal basso

Muzzarelli: Riaccendendo l’orgoglio dei modenesi per la loro città, città di diritti e doveri, e rilanciando occupazione e imprese verso green economy

Silingardi: Modena deve diventare una vera città europea, solidale, bella, sana, dove sia facile vivere e lavorare

4.       Tre #puntidiforza di Modena da cui partire?

Maletti: La cultura, Il turismo, il manifatturiero. Ho in mente Modena laboratorio culturale e turistico, che crea lavoro e dà prospettive ai giovani

Muzzarelli: Il lavoro, la cultura e una grande storia di buongoverno, solidarietà e giustizia

Silingardi: La laboriosità e la capacità di fare impresa. La voglia di partecipare e di fare insieme. I prodotti tipici che ci rendono famosi nel mondo

5.       Come si rapporterà con il Partito Democratico in caso di #vittoriaalleprimarie?

Maletti: Mi impegnerò per un dialogo con la città. Al PD chiedo di sostenere in modo forte un progetto politico, aperto a diversi alleati

Muzzarelli: È il mio partito. Sarà il perno di un’alleanza del buon senso e della responsabilità, alternativa alla destra e a Grillo

Silingardi: Contribuendo ad un PD riformista, ambientalista, europeista, aperto al confronto e luogo di discussione ed elaborazione concettuale

6.       E come si rapporterà con il PD in caso di #sconfittaalleprimarie?

Maletti: I tre candidati si sono impegnati a sostenere chi vincerà. Sarà poi importante recuperare l’ampia partecipazione generata dalle primarie

Muzzarelli: È il mio partito. Mi comporterò come sempre, con la massima lealtà, per far vincere la sinistra

Silingardi: Sosterrò chi vince lealmente cercando di far pesare le idee e le proposte che ho sostenuto nella campagna elettorale

7.       Un impegno nei confronti dei #giovani?

Maletti: Wifi gratis, wifi bus e app sui servizi, scuole sicure, più servizi per l’università, il sapere come risorsa centrale per il futuro

Muzzarelli: Una città smart, con wi-fi libero, una città internazionale, senza precariato. Una città dei diritti, dei doveri e del merito

Silingardi: La lotta al precariato per ridare futuro ai giovani e un investimento forte sulla cultura come occasione di crescita ma anche di lavoro

8.       Un impegno nei confronti degli #imprenditori?

Maletti: Revisione delle procedure del Comune per ridurre obblighi e burocrazia, meno di sei mesi per autorizzare le imprese che aprono a Modena

Muzzarelli: Starò fuori dal palazzo, con loro, per meno burocrazia, più ricerca, più investimenti per un nuovo modello di sviluppo

Silingardi: Logistica e infrastrutture per superare la congestione e ridurre i costi. Innovazione e integrazione tra Università e mondo del lavoro

9.       Come ha vissuto l’esperienza delle #primarie?

Maletti: Con entusiasmo. Le persone che ho incontrato in questi mesi mi hanno trasmesso affetto e voglia di partecipare per il futuro della città

Muzzarelli: Una grande ed emozionante esperienza di rapporti umani, con migliaia di modenesi, che hanno alimentato la mia fiducia in questa città

Silingardi: Belle, faticose, interessanti. Mi hanno permesso di parlare con tanta gente, di diffondere idee, di ricevere aiuti e costruire rapporti

10.   #Qualcosadisinistra di cui la città ha bisogno?

Maletti: La scuola. Che non dovrebbe essere un tema di destra o sinistra ma al centro di ogni programma. È da qui che dobbiamo ripartire

Muzzarelli: Più uguaglianza. Più sicurezza. Più voglia di tornare a volare

Silingardi: Un welfare solidale per superare l’assistenzialismo e dare dignità a chi ha bisogno. La crisi si supera senza lasciare indietro nessuno

 

Il Governo val bene due euro

Forse ci è capitato di sentire l’espressione “Parigi val bene una messa” che significa che vale la pena sacrificarsi per ottenere uno scopo alto. Si dice che, nel 1594 dopo una sanguinosa guerra, Enrico di Navarra abiurò il calvinismo per il cattolicesimo pur di conquistare Parigi. Prima di farsi cattolico pronunciò appunto la celebre frase perché disposto a rinunciare alla sua religione pur di conquistare il Regno di Francia.

Per venire ai giorni nostri è sufficiente ricordare che ci sono stati circa 3 milioni di partecipanti alle ultime primarie del PD e poco prima 10 milioni di elettori per lo stesso partito. L’obiettivo in entrambi i casi era quello di conferire solidità e intraprendenza non solo al governo del partito di maggioranza relativa ma anche a quello del paese. Il dubbio che ora si pone è se queste aspettative sono state tradite oppure no. Se i rappresentanti sanno ancora rappresentare i desideri dei rappresentati. In attesa che il tempo faccia il mestiere di galantuomo e ci riveli l’(in)concludenza della sceneggiatura, sembra di poter dire che dietro le quinte si stia giocando una partita tra due gruppi di interessi ovviamente economici certamente dai contorni sfumati.

Da una parte c’è chi affida il proprio utile al treno della politica: sono coloro che fanno dipendere la propria redditività dalla rendita di posizione nell’apparato politico e amministrativo, negli enti di secondo e terzo livello, nell’accesso ai finanziamenti pubblici, ecc.. Il secondo gruppo invece si affida al proprio lavoro, al rischio degli investimenti, all’incertezza dei mercati alla reciprocità delle relazioni piuttosto che alla logica dello scambio. Allora di fronte alla scena attuale non ci resta che augurarci laicamente “quello che devi fare fallo al più presto” (Gv. 13,27).

Pd, adesso cambi le liturgie

Circa 10 milioni di elettori alle ultime politiche, quasi 3 milioni di partecipanti alle primarie e quasi 300 mila iscritti. C’è una qualche correlazione tra questi numeri che riguardano la storia recente del PD? Proviamo a fare qualche ipotesi alla buona.

Il 33% degli elettori che non hanno la tessere del partito sono disponibili però ad un tesseramento leggero, ad una partecipazione mirata, ad un obiettivo semplice e circoscritto con un esito certo. Quali, appunto, i termini delle primarie. La quota di adesione al partito si assottiglia enormemente se si considerano i soli iscritti. La tessera esprime una appartenenza forte, la partecipazione è costante nel tempo, l’esito democratico della partecipazione talvolta appare incerto. Proviamo ad invertire il rapporto.

Un iscritto al PD riesce a mobilitare 10 elettori alle primarie e 33 elettori alle elezioni politiche. Circa. Questo è il livello della produttività elettorale del tesserato democrat. La questione che ora si pone è come aumentare la produttività del PD per arrivare, al netto del sistema elettorale, ad essere il principale partito italiano ovvero che raccoglie la maggioranza assoluta degli elettori.

Che cosa fa l’elettore delle primarie tra una consultazione e l’altra? Non sarebbe il caso di coinvolgerlo sempre in maniera leggera e mirata su questioni rilevanti? Oppure, detto in un altro modo, come fa la segreteria del partito, nazionale o locale non fa differenza, a rapportarsi non con gli iscritti ma con un canale importante di consenso rappresentato dall’elettore delle primarie? Se cambiamento deve esserci questo va spinto fino in fondo al punto di cambiare certe liturgie ma anche certe impermeabilità che ostacolano il confronto libero e democratico.

Lo stile dei duellanti

bursi-schena
Di questi giorni di perenne campagna elettorale va segnalato favorevolmente il confronto tra Lucia Bursi e Giuseppe Schena che competono per la carica di segretario provinciale del PD.
Di solito il confronto fra politici, quello mediato dalla televisione, ci riporta una conflittualità fatta di offese personali, di ripicche puerili, di ricatti per nulla mascherati. Il contenuto delle proposte diventa strumentale al conflitto guerreggiato. In questi casi il politico di turno gioca tutta la propria identità sulla propria idea/proposta politica pertanto lo scontro diventa totale come quando due bambini si mettono a litigare per un giocattolo anche rotto e dopo due secondi quel giocattolo non interessa più a nessuno dei due e iniziano a litigare per qualcos’altro. Cambia l’oggetto del contendere ma la modalità rimane identica.

Dobbiamo invece ringraziare Lucia e Giuseppe per il loro operare calmo, mite e per nulla altisonante. In questo possono essere stati di aiuto la comune esperienza di amministratori e il fatto che la loro disponibilità a candidarsi assomiglia di più ad una risposta ad una chiamata di un raggruppamento politico che ad una autocandidatura. E’ evidente che esistono differenze sostanziali tra i due sindaci che dipendono dalla loro storia, dagli ambienti che frequentano, dalle caratteristiche personali e che contraddistingueranno la nuova segreteria; tuttavia hanno messo in circolo uno stile di fare politica di cui si erano perse le tracce e di cui invece ne abbiamo massimamente bisogno.

Nel video, l’intervista doppia a Schena e Bursi.

Lucius Quinctius Cincinnatus se ci sei batti un colpo

Pensando alla storia recente del PD, e non potrebbe essere altrimenti data la sua giovane età, mi viene da pensare a Cincinnato.
Una certa storiografia racconta che Cincinnato fu chiamato per ben due volte a fare il dittatore nella Roma del 400 a.C. strappandolo dal lavoro dei campi quale ultima speranza per l’autorità del popolo romano. Cincinnato viene, appunto, ricordato quale esempio di buona direzione, di servizio al bene pubblico e di modestia. Lo stesso Dante lo cita per ben due volte nel Paradiso.
Un certo spirito di quel tempo lo ritroviamo ancora oggi nel popolo italico quando ripone la speranza che un sol uomo possa risolvergli i problemi del vivere quotidiano: Presidente delle Repubblica, Presidente del Consiglio, Segretario del Partito, solo per citare i casi più noti.
Ma le cose stanno veramente così? Per dare una strategia politica al PD sarà sufficiente dotarsi di un nuovo segretario? Ad onore del vero i Segretari del PD son durati, in media, veramente poco ma non per modestia e nemmeno perché hanno raggiunto l’obiettivo.
Da più parti si annuncia o si desidera la riorganizzazione/rifondazione del PD e si chiede a gran voce che democraticamente sia eletto un nuovo segretario giovane, forte, bello, simpatico e, perché no, donna. A dire il vero Cincinnato, si dice, aveva circa ottantanni quando venne chiamato a fare il dittatore, faceva l’agricoltore nonostante fosse dotato di cultura politica.

Fuori di metafora. Al Pd serve una leadership piuttosto che un leader anche se questo la può rappresentare, possibilmente al meglio, basata su un gruppo di persone che si relazionano fra di loro e con gli altri partiti animati da una sana amicizia civica. Il programma e il simbolo devono essere un tutt’uno con la leadership. Ma mi viene un dubbio. Come possiamo fidarci di coloro che in un sol boccone si sono mangiati presidenza della repubblica e segreteria del partito. Ancora oggi non è dato sapere chi ha remato contro anzi tutti gli interessati negano di averlo fatto. E questo è un buon motivo per trovare nuovi candidati al più presto. Forse il nuovo Cincinnato democratico va ricercato in un campo fuori dal recinto dell’attuale partito.

Primarie, un sondaggio poco scientifico e poco democratico

Le primarie sono un sondaggio poco scientifico e poco democratico.
Il candidato che vince le primarie è poi quello che ha la maggiore probabilità di vincere anche le elezioni? Per decidere il loro leader o per individuare candidati a sindaco o ad altro, i partiti hanno bisogno delle primarie?
Chi scrive risponde negativamente ad entrambe le domande. Le primarie, in qualsiasi forma si facciano, sono l’espressione delle delega dei partiti all’opinione (doxa) del proprio ruolo di progettazione politica.
Con le primarie ci si affida all’opinione di un raggruppamento preselezionato di cittadini, che in ultima istanza è quella che conta, ma la rappresentatività del campione nelle primarie è meno scientifica di quella di un sondaggio sempre che l’obiettivo sia quello di raggiungere la maggioranza del consenso elettorale.
Detto in altri termini bisognerebbe che il voto/opinione per essere veramente democratico fosse libero, informato e il più ampio possibile. Nella maggior parte dei casi, però, non è così. E’ innegabile l’esistenza sotto diverse forme più o meno aggraziate del cosiddetto voto di scambio o di interesse o del voto estetico cioè di quella particolare scelta che considera se il candidato è simpatico o antipatico, bello o brutto, elegante o rozzo.
La questione che ora si pone riguarda i modi e il tempo che i partiti dedicano alla formazione dell’opinione pubblica. Quella che oggi è veicolata dai mass media appare più funzionale a coltivare l’applauso delle proprie tifoserie.

Per concludere: innanzitutto una classe dirigente che si consideri tale non si pone la questione del candidato all’ultimo secondo e non l’affida a delle primarie/sondaggio più o meno scientifiche; secondo, il contatto diretto con le persone per conoscerne i sentimenti, i problemi, le opinioni deve essere un bisogno vitale del politico al quale deve essere dedicato il tempo necessario; terzo, lo stesso tempo dedicato alla relazione calda (integrata casomai a quella virtuale) deve essere destinato a fornire le informazioni necessarie in una relazione di fiducia affinché le persone si formino una propria opinione consapevole e informata; quarto, le primarie banalizzano i temi ed estremizzano i rapporti fra le persone che da semplici competitori passano a nemici per la vita con il relativo stuolo di tifosi più o meno fedeli; quinto, l’individuazione del candidato, ad esempio, a sindaco non è un fatto “privato” interno ai partiti ma dovrebbe essere il frutto di una relazione di reciprocità della classe dirigente con il cosiddetto mondo esterno senza escludere nessuno anzi provando ad essere i più inclusivi possibili almeno fino al 51%.

Avanti un altro

Avanti un altro Presidente del Consiglio, che sembra uguale (il Consiglio) a quelli della Prima Repubblica a guida democristiana o meglio della sinistra democristiana. Si conferma la regola che se il centro sinistra vuole governare non può candidare come premier un politico dichiaratamente di sinistra.
Forse la fase di transizione per la quale si è adoperato Aldo Moro, che non si fidava della destra e che lavorava per una deriva democratica ed istituzionale dell’allora PCI, non si è conclusa almeno per buona parte degli italiani e dei politici che li rappresentano. La durata del Governo Letta e le cose che riuscirà a fare ci diranno a che punto siamo della visione di Moro. Al momento il PD appare come un partito mai nato ancora alla ricerca di una propria identità e di un proprio leader.
Da un altro punto di vista si rileva che la legge elettorale – fintamente maggioritaria – esaspera la necessità di trovare una coalizione dopo il voto in grado di esprimere un governo. In questo caso, poi, emerge il peggio delle storie delle relazioni tra politici. Per evitare tale spettacolo sarebbe bene che la permanenza in una carica elettiva non durasse più di 10 anni. Può sembrare paradossale ma se i criteri di scelta sono quelli dettati dal sistema comunicazionale garantiamoci almeno il ricambio e garantiamogli, al politico di turno, un’adeguata profilassi al virus contagioso del potere e la possibilità di rientrare in gioco dopo un necessario periodo di disintossicazione da trascorrere lavorando. Questo a tutti i livelli.

Abbiamo assistito in breve tempo a due gesti esemplari di amore intelligente apparentemente di segno opposto: uno di chi lascia, cioè Benedetto XVI e uno che, per le stesse ragioni, rimane ovvero Napolitano I. Ma questo sembra ancora non averci insegnato nulla. Purtroppo. Ciò che conta è la conservazione del proprio potere, ovviamente personale, riaffermare la propria posizione, contrastare con ogni mezzo quella degli altri. Niente di personale si dice, questa è la politica. La politica è ragionamento. Niente di più falso. Basta osservare l’uso del termine “nuovo”. Comunemente utilizzato come aggettivo, sulla bocca dei politici viene promosso a sostantivo. Ovviamente quando ciascuno parla di sé e non degli altri. Lo stesso vale per la parola “traditore”. Siamo abituati a pensare che ne esista uno all’interno di una moltitudine. Ora, invece, i traditori sono moltitudine. Tra l’altro sconosciuti e non organizzati. Questa è la forza del potere resistente individuale di cui al momento non conosciamo l’obiettivo anche perché non è stato nemmeno dichiarato.
Allora il fattore di differenziazione politica non andrebbe individuato tanto sull’asse della dichiarazione di appartenenza alla destra o alla sinistra quanto sull’asse autoreferenza/referenza. Con un sistema elettorale uninominale a doppio turno le comunità locali avrebbero la possibilità di scegliersi i politici da eleggere. Possibilmente quelli che sanno amare il loro Paese.

Quelli che… siamo i G.I.

Omaggio al grande Enzo.
Grazie, unico vero surrealista italico (a parte tutti quelli inconsapevoli qui sotto)!

Quelli che….siamo i G.I. (joe)

– Quelli che… non votano Marini perché si corre il rischio di spaccare il partito, oh yeah
– Quelli che… però poi “dobbiamo votare Prodi per ri-compattare il Partito”, oh yeah
– Quelli che… Prodi andava bene, però in 101 hanno tradito, oh yeah
– Quelli che… i 101 erano telecomandati da D’Alema che è telecomandato da Berlusconi, oh yeah
– Quelli che… D’Alema si è già messo d’accordo con Berlusconi per eleggerlo Presidente della Repubblica al prossimo giro, oh yeah
– Quelli che… vogliono fare il Congresso mentre c’è da votare il Presidente della Repubblica, mentre c’è da fare il Presidente del Consiglio, mentre c’è da dare la fiducia al Governo, mentre c’è da prendere una qualsiasi decisione… e non lo fanno quando dovrebbero, oh yeah
– Quelli che… “siamo la maggioranza onesta del Paese”, oh yeah
– Quelli che… dopo Fo, la Bonino, la Gabanelli, Gino Strada e Papa Francesco… Rodotà è la nostra prima scelta, oh yeah
– Quelli che… il Popolo italiano è tutto in piazza per eleggere Rodotà Presidente della Repubblica, oh yeah
– Quelli che… credono che 10.000 su Facebook siano il Popolo italiano, oh yeah
– Quelli che… credono che tutti usino internet anche per fare la spesa, oh yeah
– Quelli che… “mandiamo tutto in vacca o tutto in streaming?”, oh yeah
– Quelli che… va bene tutto “ma mai il Governo con Berlusconi”, oh yeah
– Quelli che… tutte le elette con Berlusconi sono puttane, oh yeah
– Quelli che… non votiamo Letta perché è un servo del Cavaliere, oh yeah
– Quelli che… Letta era già d’accordo con Gianni Letta che era d’accordo con Napolitano che era d’accordo con Berlusconi che era d’accordo con le banche che erano d’accordo con Letta…, oh yeah
– Quelli che… alla fine non è un Governo con Berlusconi… è un atto di responsabilità, oh yeah
– Quelli che… adesso tutto il Pd dia il sostegno a Letta, oh yeah
– Quelli che… applaudono Napolitano mentre gli dà degli irresponsabili, oh yeah
– Quelli che… vogliono ancora fare l’alleanza con i 5 stelle, oh yeah
– Quelli che… i grillini sono i “Compagni che non sbagliano”, oh yeah
– Quelli che… alla fine Casaleggio non ha tutti i torti perché tanto prima o poi arriva la terza guerra mondiale scatenata dai berlusconiani, oh yeah
– Quelli che… credono che il 25 aprile sia la festa contro Berlusconi, oh yeah
– Quelli che… credono che l’inno nazionale sia “O bella ciao”, oh yeah
– Quelli che… “non bisogna dividere il Paese”, oh yeah
– Quelli che… non c’è alcun conflitto generazionale, oh yeah
– Quelli che… abbiamo un grande dilemma: mettiamo come salva-schermo la faccia della giovane eletta del Pd quando gli passa dietro Brunetta, oppure la faccia di Brunetta quando la giovane eletta del Pd vota la fiducia al Governo Letta?, oh yeah
– Quelli che… adesso non votiamo la fiducia, facciamo l’opposizione e poi finalmente torniamo al voto che tanto Berlusconi è finito, oh yeah
– Quelli che… ci vorrebbe il compagno Bertinotti, oh yeah
– Quelli che… abbiamo sbagliato a non votare Renzi, oh yeah
– Quelli che… se c’era Renzi o Berlinguer o Vendola era un’altra cosa… oh yeah
– Quelli che… adesso però non bisogna mettere il partito nelle mani dei renziani, oh yeah
– Quelli che… Zero, zero, zero è il nuovo libro di Saviano dedicato a Bersani, i Giovani Turchi e a D’Alema, oh yeah
– Quelli che… adesso è il momento di Pippo Civati, poi arriva quello di Pippo Inzaghi al Milan, oh yeah
– Quelli che… è il momento di rifare il Partito comunista, oh yeah
– Quelli che… è trent’anni che voto a sinistra, ma la prossima volta voto Berlusca, oh yeah
– Quelli che… credono che la Costituzione sia un testo rivelato da Don Dossetti, oh yeah
– Quelli che… credono che la Costituzione l’ha scritta Dante (Alighieri), oh yeah
– Quelli che… prendono per il culo i nani perché “fa tanto di sinistra”, oh yeah
– Quelli che… credono di essere la parte onesta del Paese e che tutti gli altri sono dei delinquenti che votano dei delinquenti che mettono al mondo dei delinquenti…, oh yeah
– Quelli che… “Napolitano è una mummia traditrice”, oh yeah
– Quelli che… va bene Napolitano, però mettiamo i paletti al Governo del Presidente, oh yeah
– Quelli che… “adesso è ora di fare chiarezza nel partito”, oh yeah
– Quelli che… il Paese non ci ha capito, oh yeah
– Quelli che… adesso bisogna che spieghiamo al Paese cosa è successo, oh yeah
– Quelli che… sono i G.I. (joe)… i Giovani Idioti (joe)

– Quelli che… siamo pronti alle elezioni, oh yeah

– Quelli che… “adesso facciamo presto, perché è già tardi”, oh yeah
– Quelli che… togliamo i soldi ai politici di sinistra, oh yeah
– Quelli che… per prima cosa togliamo le tasse, oh yeah
– Quelli che… ridiamo (voce del verbo “ridere”) i soldi rubati agli italiani dal Governo Monti, oh yeah
– quelli che… non sapevo che mi avevano comprato una casa e li denuncio (tanto avrei dei dossier in casa), oh yeah
– Quelli che… il problema è stato il Governo dei Professori, oh yeah
– Quelli che… non entro nel Governo, ma faccio solo il garante dei giovani, oh yeah
– Quelli che… abbiamo dato al Paese le nostre forze migliori, oh yeah
– Quelli che… abbiamo saputo ascoltare il Paese che ci ha saputo capire, oh yeah
– Quelli che… abbiamo messo il nipote di Letta al Governo (peccato per quello di Confalonieri), oh yeah
– Quelli che… non possiamo vincere al 100%… ci bastano solo i ministeri chiave, oh yeah
– Quelli che… non abbiamo messo nessun paletto…solo sparato pallottole d’argento, oh yeah
– Quelli che… dobbiamo pacificare il Paese, ma basta con i Comunisti, oh yeah
– Quelli che… il Comunismo è morto, Dio è morto… meno male che Silvio c’è, oh yeah
– Quelli che… Berlusconi era a Dallas insieme agli altri Presidenti degli Stati Uniti, oh yeah
– Quelli che… appena Napolitano cede un po’ mettiamo Berlusconi Presidente della Repubblica, oh yeah
– Quelli che… stanno all’opposizione per prendersi le commissioni della Rai, oh yeah
– Quelli che… finalmente siamo presentabili in Europa, oh yeah
– Quelli che… adesso andiamo in Europa e glielo facciamo vedere alla Merkel (cosa?), oh yeah
– Quelli che… bisogna convincere la Germania a uscire dall’Europa, oh yeah
– Quelli che… il Cavaliere è il più grande statista della storia della Repubblica, oh yeah
– Quelli che… se non fosse stato che doveva salvare l’Italia, al Cavaliere avevano già chiesto di salvare il Vaticano (papy Silvio I), oh yeah
– Quelli che… adesso i magistrati la devono finire di romperci il cazzo, oh yeah
– Quelli che… credono che il Bunga Bunga sia la capitale del Burkina Faso, oh yeah
– Quelli che… aspettano il gioco del “Bunga-Bunga” per giocarci il sabato sera con gli amici, oh yeah
– Quelli che… credono che la Ruby è la nipote di Mubarak e lo votano in Parlamento, oh yeah
– Quelli che… credono che la figlia della Fico è del Cavaliere che però ha chiesto un favore a Balo, oh yeah
– Quelli che… credono che la Gabanelli è la cugina di Grillo, oh yeah
– Quelli che… dopo Benito… solo Silvio è riuscito a mettere a posto gli italiani, oh yeah
– Quelli che… Silvio in un bunker ha l’armatura di Iron Man pronta, oh yeah
– Quelli che… adesso il partito è ora di fare a meno di Berlusconi, oh yeah
– Quelli che… nel Pdl sta maturando la scelta di fare a meno di Berlusconi, oh yeah
– Quelli che… hanno vinto i giovani e le donne, oh yeah
– Quelli che… hanno vinto le giovani donne, oh yeah
– Quelli che… credono che la De Girolamo sia una esperta di agricoltura, oh yeah
– Quelli che… adesso estendiamo il modello della sanità lombarda a tutto il Paese, oh yeah
– Quelli che… Angelino si prepara a fare lo statista (o lo statistico?), oh yeah
– Quelli che… abbiamo dovuto “abbassare i desideri” di Brunetta per il bene del Paese, oh yeah
– Quelli che… bisogna togliere il Nobel a Montale perché era comunista, oh yeah
– quelli che… tutti i grillini sono comunisti che non hanno votato Bersani solo per mimetizzarsi, oh yeah
– Quelli che… “mi si consenta, ma in buona sostanza e con grande senso di responsabilità per il futuro di questo bel Paese, ve l’avrei dolcemente rimesso in quel posto”, oh yeah

– Quelli che… come Enzo avevano capito come andava a finire e se ne sono andati qualche giorno prima, oh yeah.