Un papa inglese per il Pd modenese

Il 2014 per lui è stato un campionato di quelli da ricordare. Un anno che il giovane Andrea Bortolamasi sintetizza non a caso con una metafora calcistica: “come passare da panchinaro in B nel Modena a titolare nel Manchester United”. Una cavalcata davvero a tutto campo: da signor Nessuno a coordinatore del Pd cittadino, vicecapogruppo in consiglio comunale dopo esser stato eletto con un bel pacchetto di preferenze, responsabile della segreteria del neopresidente della Regione Bonaccini, infine accreditato tra i papabili a prendere le redini del Pd locale in caduta libera, e salvare così se non la patria, almeno la prossima partita. Visto come sono andate le ultime.

Dal Braglia all’Old Trafford

Niente male passare dal Braglia all’Old Trafford, leggendario stadio dello United, per uno che fino a ieri giocava in un campetto di periferia come segretario di circolo. Metafore calcistiche che nel suo caso non sono un comodo espediente giornalistico. In primo luogo perché Bortolamasi è davvero tifoso sfegatato del Modena calcio e di calcio in generale, con una predilezione per quello inglese, ma soprattutto perché – come vedremo in seguito – la sua passione per lo sport più popolare al mondo ha contribuito a farlo diventare quel che è oggi: l’astro nascente del Pd locale.

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Al centro dell’immagine, Andrea Bortolamasi

Modenese doc, laureato in Scienze economiche e sociali, renziano della prima ora – con distinguo (“mi pare umiliante associarmi al cognome di un altro, chiunque sia, mi chiamo Bortolamasi, al massimo posso aggiungere il cognome di mia madre, Manni”) – ma non renzista, come la pletora di fan sfegatati del nuovo Líder máximo, Bortolamasi è uno dei pochi nativi dem che giura di avere poco a che fare con l’esercito di ex DS e ex Margherita perennemente l’uno contro l’altro armati. “Vengo da una famiglia di centrosinistra – racconta – ma nessuno che abbia mai fatto politica attiva. Io mi ci sono avvicinato per pura passione prima al liceo, poi all’Università e mi son fatto tutta la trafila del militante: attività di base nei circoli, volontariato alle feste, quei passaggi lì. La prima tessera è del 2008”.

La svolta per lui arriva nel dicembre 2013, con la conquista del partito di Matteo Renzi. Un terremoto per l’ingessato Pd modenese, rimasto bersaniano nel midollo. Anche se al secondo tentativo, quello vincente, la parola rottamazione è cancellata dal vocabolario renziano, il futurismo veloce e giovanilista del neo segretario nazionale entra immediatamente in circolo e Andrea Sirotti, fresco di una stentata riconferma come segretario cittadino, costruisce intorno a sé una squadra di giovani, con Bortolamasi come coordinatore. Nomina rispetto alla quale un qualche peso avrà sicuramente avuto anche il segretario regionale Bonaccini, che con Bortolamasi si scopre in particolare sintonia.

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Grazie al calcio, in primo luogo, di cui anche l’attuale presidente della Regione è appassionatissimo. Al punto da essere una specie di database vivente degli album dei calciatori della Panini. Basta inserire nella sua memoria personale il nome di un calciatore ed è in grado di snocciolarti al volo carriera, ruolo, goal, tutto. Una “malattia” che condivide con Bortolamasi che, a sua volta, si dice dotato di una “memoria autistica” per tutto quanto riguarda lo sport, passione adolescenziale mai rinnegata. Può sembrare poca cosa, ma nelle rare volte in cui non è presente un interesse tattico finalizzato al posizionamento personale, simpatia e sintonia in politica nascono nello stesso modo di qualsiasi altra relazione umana: da piccole o grandi cose che si hanno in comune.

L’annus horribilis del Pd

Peccato però che il 2014, l’anno della svolta per Bortolamasi, coincida con l’annus horribilis del Pd modenese i cui dirigenti sembrano incapaci di far altro che assistere impotenti a una débâcle dietro l’altra. A partire dalla sceneggiata delle primarie tra Muzzarelli, Maletti e Silingardi per la candidatura a sindaco – show che ha dato il suo bel contributo a portare per la prima volta nella storia della città il centrosinistra al ballottaggio – per finire con la vittoria spuntata dello stesso Bonaccini alle regionali, segnata da un astensionismo record in città, in provincia e in tutta la regione. Un terremoto. Che da dentro il partito viene etichettato alla voce “trasformazione in corso”. Ma che a guardarla di fuori, pare più una crisi. Nera.

“Una bella frattura – ammette Bortolamasi – che bisogna provare a ricucire definitivamente o non ce ne sarà più per nessuno. Perché, parafrasando una famosa massima sugli italiani di Winston Churchill: ‘Il Pd va alle primarie come se fossero elezioni, e alle elezioni come fossero primarie’. Amiamo di più farci la guerra tra di noi che farla all’avversario politico. Non se ne può più. O adesso apriamo una fase davvero costituente, una segreteria di decompressione e di mediazione tra le diverse anime, un nuovo inizio in cui ci riconosciamo l’un l’altro al di là delle antiche appartenenze, o rischiamo di strapparci davvero. Nonostante il Pd rimanga l’unico partito strutturato sul territorio che, tutto sommato, un rapporto con la città riesce a tenerlo”.

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Il segretario di “decompressione” che Bortolamasi invoca, potrebbe essere lui stesso, una volta che Sirotti si sarà fatto da parte, quasi sicuramente prima dell’estate. A suo favore gioca, oltre al sicuro appoggio di Bonaccini, il potere acquisito nell’impressionante scalata dell’anno scorso. Carte che però possono tranquillamente rivoltarglisi contro. Il ragazzo ha accumulato in un batter di ciglia un bel po’ di incarichi per guidare una segreteria che avrebbe bisogno di un commander in chief totalmente sul pezzo, se davvero vuole tirar fuori il partito dalle sabbie immobili in cui è sprofondato da troppo tempo. All’obiezione lui risponde che “una buona squadra in cui ciascuno gestisca in autonomia responsabilità e deleghe, può sopperire a una presenza fisica più sporadica del segretario”. Si vedrà.

Alla ricerca dell’identità perduta

A parte ciò, dichiara da candidato in pectore, il “programma è il partito”. Per il quale promette di impegnarsi al massimo per restituirgli orgoglio (“oggi vai fuori in mezzo alla gente e quasi ti vergogni a dire di essere al Pd”), senso di appartenenza e identità perdute (“Se oggi a dieci tesserati chiedi di declinarti altrettante parole chiave che definiscano il partito, ti daranno novanta risposte diverse”). Affermazioni che, con la crisi di rappresentatività di cui soffrono partiti e sindacati di mezzo mondo, potrebbero strappare un sorriso cinico se nei suoi occhi non si leggesse quel desiderio giovanile un po’ ingenuo di voler cambiare, per davvero, il mondo.

Nonché, passione e entusiasmo che paiono sinceri: “Quando mi invitano a parlare in un circolo davanti a dieci persone mi emoziono sempre. Non do nulla per scontato e mi inorgoglisce che qualcuno si prenda la briga di uscire di casa per venire ad ascoltarmi e confrontarsi con me. E’ qualcosa che va al di là dell’aspetto di servizio, della logica da ‘me lo ha chiesto il partito‘. E’ proprio un piacere. Quando sono entrato per la prima volta in Regione mi ha colpito una frase, letta su una parete, dell’ex consigliere regionale Maurizio Cevenini: la politica è provare a dar risposte alla gente. Ecco, se devo citare come esempio un modo di far politica che mi entusiasma, è il suo: stare in mezzo alle persone, riuscire a parlare con tutti, ai piani alti della Regione come in dialetto al bar, al mercato, in piazza, con la curva allo stadio, per provare appunto a dare almeno una risposta concreta a cinque domande. Vorrei riuscire a interpretare in maniera totale la mia modenesità come il Cev era Il bolognese per eccellenza. Lo so, magari tra quindici anni divento come Frank Underwood di House of cards, il cinismo fatto persona ma, al momento, questo sono”.

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Il partito che vorrei? Una start-up italoamericana

Un po’ ingenuo sì, ma non certo privo di consapevolezza. “Il Pd ha ereditato dalle tradizioni politiche che lo compongono strutture e organizzazioni territoriali certamente indebolite ma ancora ben presenti. Elementi che da un lato sono la nostra forza, dall’altro una debolezza. Facendo i conti con la realtà, la soluzione di un partito all’americana, un insieme di comitati elettorali, rischia di essere la più semplice, quella che più facilmente si sposa con lo spirito del tempo. Ma sono altrettanto convinto che il Pd dovrà trovare la propria strada nella via di mezzo tra comitatismo americano e il partitone che è stato”.

D’accordo, ma in pratica? “In pratica bisognerà avere un approccio flessibile, per esempio rispetto ai circoli. In alcune realtà hanno ancora assolutamente senso, in altre meno. Vorrei una segreteria che lavori a testa bassa sul tesseramento, sulle iniziative politiche, sulle manifestazioni ma anche sugli eventi sportivi, tanto per tornare su un campo che gradisco particolarmente. Insomma, l’obiettivo è quello di unire l’alto al basso”. Teoria e prassi. Scienza politica e cultura popolare. Terreno duplice nel quale Bortolamasi si muove con l’occhio insieme appassionato e distaccato di “uno studioso prestato alla politica”. Un intellettuale. Definizione che non gli dispiace affatto, anche perché, per quanto lo riguarda, ritiene assolutamente scevra da certa spocchia aristodem propria di tanti intellettuali di “sinistra”. Molti dei suoi studi e delle sue letture coincidono con un’altra sua passione, quella per il sottoproletariato inglese, pur se con quella erre arrotata e il look un po’ british sì, ma non certo da proletario, sembra più un fighetto di Bloomsbury, il cuore intellettuale di Londra, che un dropout partorito da un quartiere povero e marginale come East End. Ma l’apparenza, come noto, può ingannare.

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«No one likes us and we don’t care»

“Se il mio mito in positivo è Salvador Allende, il male assoluto, politicamente parlando, è Margaret Thatcher. L’opposto di quello che per me significa far politica. Ecco, io amo il mondo che contro la Iron Lady ha combattuto e quasi sempre perso, finendone travolto. Mi emoziono a ripercorrere le lotte dei minatori o degli omosessuali in quegli anni. Mi piace la rivolta antisistema del movimento punk, mi scuotono dentro pezzi come “Police on my back” dei Clash (“sono in fuga con la polizia incollata alle chiappe di lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato e domenica”) o lo Ska dei Madness (“Sarà meglio tu metta in moto i piedi e faccia un passo avanti verso il beat più rockie e pazzo che possa esistere”), guardo e riguardo i film di Ken Loach o altri come ‘Billy Elliot’. Con mio padre, quando riusciamo, scappiamo in Inghilterra a farci una full immersion di due o tre giorni nel calcio inglese. Andiamo soprattutto a vedere le partite della Football League Championship, la loro serie B, perché il clima che si respira in quegli stadi è ancora da calcio vero, non del tutto in mano al business più sfrenato. Il mio club preferito? Naturalmente i Lions del Millwall, un tempo conosciuti come “The Dockers” (scaricatori di porto), la squadra del proletariato portuale londinese. I tifosi del Millwall sono talmente prolet che non piacciono a nessuno, come cantano loro stessi: «No one likes us, no one likes us and we don’t care». A nessuno a parte me, naturalmente”.

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Amici e nemici

Ma chi, tra i big locali, può appoggiare la corsa di questo curioso “british mudnés” a parte il solito Bonaccini? Non Richetti, che Bortolamasi dice di conoscere appena e stimare il giusto, “Rispetto al rapporto che ha col territorio, ho idee un po’ diverse: sono più per una presenza attiva. A partire dai circoli e dalle feste”. Non Giuditta Pini, l’altra giovane più cool del momento, in pista di lancio per la segreteria regionale, rispetto alla quale il giudizio è lapidario: “una che ha beneficiato dell’effetto Renzi, pur appoggiando un’altra mozione. Se la vedo come segretaria regionale? No”. Dalla sua invece dovrebbe esserci Stefano Vaccari col quale dice di avere un “rapporto più confidenziale: gli ho dato una mano alle parlamentarie appoggiandolo anche se non stava con Renzi. Teto è una persona che stimo, prima come amministratore e oggi come senatore, per il rapporto che ha col territorio”. Di Baruffi invece gli piace molto lo stile: “Ha un approccio corretto al suo ruolo, lo si vede anche dalla comunicazione politica che ha sui social. E’ uno che lavora, ma non se la tira affatto, sembra che si prenda sul serio non più di quel che serve. Come piace fare a me”. Naturalmente per arrivare a una “candidatura unitaria”, auspicio di Bortolamasi come di qualsiasi altro candidato in pectore, non dovrà mancare in primo luogo il nulla osta dei diarchi della macchina comunale, quella che traduce in prassi tangibili per i cittadini qualsiasi velleità politica, i “fratelli in armi” Muzzarelli e Maletti. Con i quali afferma di avere un ottimo rapporto. E stop, troppo presto per andare oltre.

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Vuoi far ridere Dio?

A parte gli appoggi giusti, che per diventare segretario cittadino contano sicuramente per il 99%, in prospettiva bisognerà vedere se Bortolamasi riuscirà a conquistare il popolo dem. Visto che, se non gli mancano idee e intuizioni, difetta forse del carisma pop di cui abbonda invece il segretario nazionale e, a scalare, altri leader grandi e piccoli. Si vedrà, anche se per il momento lui non si preoccupa più di tanto, forte di un piano di quelli che lasciano poco spazio a variabili di minor importanza: cambiare il mondo. Considerata la mission, non se ne avrà a male – lui che ama le citazioni – se chiudiamo rubandone una a Woody Allen: “Se vuoi far ridere Dio, raccontagli i tuoi progetti”.

Voglia di primarie

Le primarie nel Partito democratico? Ormai sono state talmente introiettate dal popolo di centrosinistra che è semplicemente impensabile non effettuarle in ogni occasione elettorale. E tuttavia, c’è un “ma”. Le primarie sono indispensabili in questa fase politica in cui – suggerisce qualcuno – complessivamente le classi dirigenti dei partiti sono più scarse di quelle del passato, quando erano gli stessi organi dirigenziali ad effettuare una selezione in base a merito e capacità.

Cinquant’anni dopo

Tra due giorni prende il via la sesta Festa del Partito democratico (ex “Unità”) a Modena. Ma a Modena, come in tutta l’Emilia, queste feste, prima che un evento di “partito”, sono un fenomeno sociale che coinvolge migliaia di volontari – 1800 circa – e centinaia di migliaia di visitatori ogni anno.  Organizzate all’epoca dal Partito Comunista Italiano, la prima venne allestita nel 1945, a guerra appena conclusa, nei comuni di Mariano Comense e Lentate sul Seveso. Luciano Varini, oggi responsabile delle feste modenesi, racconta –  tra nostalgie del passato e orgoglio per il presente – cosa è cambiato da quando partecipò come volontario alla sua prima festa a metà degli anni ’60.

Matrimonio di Gaber, esperienza di convivenza ideologica applicabile ad un Partito democratico

OMBRETTACOLLIilsaporedellavitaindue2Molti probabilmente sanno che Giorgio Gaber è stato sposato per tutta la vita con Ombretta Colli. Era il 12 aprile 1965 quando i due si sposarono nell’Abbazia di Chiaravalle a Milano ed era il 2003 quando i due, purtroppo, si separarono a causa della dipartita terrena dell’ideatore del teatro-canzone. Come abbia fatto Giorgio Gaber, una delle bandiere della sinistra nazional-popolare degli anni ’70, a sposare e a restare per quasi quarant’anni con Ombretta Colli, destroide dentro nonché berlusconiana della prima ora, è un tema che di tanto in tanto riemerge nei dibattiti tra amici e parenti. Ovviamente, la cosa potrebbe anche essere letta al contrario, e ci si potrebbe chiedere perché Ombretta Colli, illuminata sulla via di Arcore, non abbia deciso di abbandonare il suo irredimibile partner sinistroide.
A prescindere dal punto d’osservazione maschile-o-femminile che si voglia assumere, risulta interessante applicare le ipotetiche ragioni – almeno tre – che sottendono alla strana convivenza politica tra il Gaber e la Colli all’esperienza vitale di un organismo politico grande-e-plurale quale è (o dovrebbe essere) un Partito democratico.

La prima ipotesi relativa alla resistenza matrimoniale di due persone ideologicamente agli antipodi quali Giorgio e Ombretta risiederebbe nel fatto che i due siano stati veramente innamorati l’uno dell’altra. L’amore, si sa, non guarda in faccia o nelle tasche di nessuno, e non guarda alle ideologie che vagano nei meandri cerebrotici degli innamorati. L’amore non guarda ai particolari, ma all’insieme, e non si ferma davanti alle differenze ideologiche. È questa l’ipotesi dell’amore, sintetizzabile nello slogan: l’amore ama. Punto.
La seconda ipotesi sulla longevità matrimoniale gaber-colliana potrebbe invece soggiornare nella ammaliante bellezza dell’allora giovane Ombretta Colli (attenzione, lei arrivò seconda a Miss Italia nel 1961) in grado di travolgere eternamente il nostro chansonnier che, al contempo, avrebbe conquistato il cuore della bella Ombretta con la forza dell’ironia e dello charme. L’attrazione, il piacere, non guarda alla convenienza razionale, ma a quella affettiva, e non si ferma davanti alle differenze ideologiche. Chiamiamo questa l’ipotesi del piacere, sintetizzabile nello slogan: il piacere tira. Punto.
La terza ed ultima possibilità, invece, risiederebbe nel fatto che i due si siano sbagliati. I due sarebbero stati attratti inizialmente dalla inspiegabile straordinarietà del caso, che li avrebbe condotti a sposarsi, a fare una figlia e a stare comunque insieme per tutta la vita (lei più su Milano, lui bazzicante Camaiore) nonostante la carenza di amore e di piacere. In questo caso, il cemento armato della relazione matrimoniale sarebbe da ricercarsi nel contratto matrimoniale, un vincolo morale (un dovere) a cui adempiere e a cui rimanere nei-secoli-fedeli anche di fronte a radicali differenze ideologiche. È l’ipotesi del dovere, sintetizzabile nello slogan: il dovere esiste. Punto.

Un Partito democratico che voglia far convivere almeno due differenti ideologie (siano esse culturali o tecniche) deve decidere se farle stare assieme per amore, per piacere o per dovere. Volendo per tutti e tre i motivi contemporaneamente. E deve tenere presente che, per far convivere le diversità, bisogna saziare almeno due prerequisiti: il primo, la conoscenza identitaria, conoscere bene le differenze/disuguaglianze per decidere di amarle-gustarle-accettarle; il secondo, la conoscenza identificatrice, conoscere bene le somiglianze/uguaglianze per decidere di amarle-gustarle-accettarle. L’integrità della conoscenza è alla base della convivenza, una conoscenza che va cercata “nella strada” (seguendo Gaber) e che serve ad evitare il rischio di con-vivere non per amore, non per piacere né per dovere, ma solamente per il gusto del potere (potendo!).
Corollario: rimane, ovviamente, anche la possibilità di lasciarsi. Ma pure lì, c’è modo e modo.

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Manterranno i nostri eroi le loro promesse? / 4

Dopo la “salita in campo” di Mario Monti, il PD come si sta preparando alle elezioni politiche e ad un eventuale governo del paese? E’ questa l’ultima riflessione che abbiamo chiesto ai quattro candidati democratici di Modena che hanno partecipato alle primarie dello scorso dicembre. Qui le prime risposte sulla “legge che vorrei” e su quella “che vorrei eliminare”. Qui le idee su come rendere più eque le retribuzioni in Italia.

 

Quali alleanze devono (o possono) essere fatte dal PD, dopo l’entrata in politica del premier “tecnico”? 

Stefano Vaccari

Monti ha svolto il compito per cui è stato chiamato a governare in una situazione di grave crisi del nostro paese. Sicuramente la sua figura ha fatto sì che il nostro Paese ritrovasse la dignità politica che merita in Europa e nel mondo. Dignità e credibilità gravemente compromessa dal Governo Berlusconi. Francamente il suo rigore e profilo professionale avrebbe tratto giovamento solo restando sopra le parti nella competizione elettorale.

Detto questo la posizione del PD è chiara e saldamente ancorata nel centro sinistra, a partire dalla condivisione avuta con SEL e i Socialisti alla vigilia delle Primarie. Diventa molto importante, in questa fase, saper ascoltare il Paese, i cittadini e dare voce al bisogno di discontinuità e di partecipazione. Eventuali nuove alleanze saranno la conseguenza di scelte di programma condivise e di una visione chiara sul futuro del Paese

Matteo Richetti

La “salita in campo” o la discesa a seconda di come uno la vede, restituisce senza dubbio chiarezza rispetto ai blocchi elettorali che si confronteranno alle elezioni. Ma credo che anche se il PD dovesse ottenere con la coalizione con la quale si presenta la vittoria completa sia alla Camera che al Senato, cosa che ovviamente auspico, sarà inevitabile confrontarsi con l’ex-presidente del Consiglio. La messa in sicurezza del Paese e soprattutto il suo rilancio che è il vero tema della prossima legislatura, ha bisogno di un contributo di grande responsabilità e serietà da parte di tutti.

Giuditta Pini

Scegliendo di candidarsi alle elezioni Monti ha perso il ruolo super partes e di terzietà che aveva caratterizzato la sua figura e il suo governo. La posizione del Partito democratico non è cambiata. Ci candidiamo a governare insieme alla coalizione Italia Bene Comune.

Maria Cecilia Guerra

La coalizione che si sta formando attorno a Monti rappresenta l’espressione di un centrodestra molto più responsabile rispetto a quello che conoscevamo, capitanato da Berlusconi e Bossi, e che per un ampio periodo ha incluso Casini e Fini. La divisione nel fronte del centrodestra, fra chi sta con Berlusconi e i più moderati che stanno con Monti, rappresenta indubbiamente un miglioramento del quadro politico del nostro paese. Non credo sia possibile né auspicabile un’alleanza preventiva né con Monti né con altre forze esterne al PD, o meglio alla coalizione di centrosinistra, che punta ovviamente ad avere la maggioranza attorno al proprio progetto politico. Diverso sarà il discorso dopo le elezioni quando, in ragione dei risultati elettorali, saranno anche noti i pesi che le forze politiche potranno esercitare nella contrattazione. Certamente la formazione che fa capo a Monti potrebbe costituire l’interlocutore principale con cui aprire un dialogo, dopo le elezioni, su temi cruciali per il futuro del paese e che per questo possano e debbano, per essere meglio accettati dai cittadini, raccogliere un consenso anche all’esterno della coalizione di centrosinistra.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse? / 3

Tra slogan, programmi e promesse, non sempre i cittadini si sentono coinvolti nelle campagne elettorali in vista delle elezioni politiche. Dopo aver chiesto ai candidati modenesi del Pd, vincitori delle primarie, di proporre almeno una nuova legge di cui l’Italia ha bisogno e quale “vecchia” legge vorrebbe, invece, vedere abrogata, guardiamo “dentro le tasche delle persone”.

 

Come ha recentemente spiegato la Banca d’Italia in un suo bollettino, la metà più povera delle famiglie italiane detiene il 9,4% della ricchezza totale, mentre il 10% più ricco detiene il 45,9% della ricchezza complessiva. A suo parere, quali misure il Parlamento potrebbe adottare nei prossimi mesi per rendere più equo il sistema della redistribuzione dei redditi?

 

Matteo Richetti 

Far crescere l’economia per re-distribuire reddito. Sono tue temi centrali che bisogna tenere insieme. Anche i dati che voi citate testimoniano in modo evidente che tutte le economie dei paesi sviluppati, ma l’Italia in modo particolare. hanno subito negli ultimi decenni un processo di redistribuzione dei redditi a favore dei profitti e delle rendite. Questa redistribuzione è una delle cause più importanti dell’attuale crisi. Bisogna intervenire con una riforma fiscale progressiva e redistributiva che faccia giustizia dell’evasione fiscale perché il primo problema e agire sull’ammontare della ricchezza reale e non solo quella di chi la denuncia. Bisogna contribuire a stimolare la crescita attraverso l’abbassamento delle tasse sugli investimenti produttivi e sul lavoro e attuare una riforma fiscale redistributiva. Più ricchezza, più giustizia sociale.

 

Stefano Vaccari

Il PD sta elaborando e proponendo politiche improntate ad una maggiore equità, che facciano comprendere l’importanza di prelevare risorse da chi ha di più, attraverso una tassazione progressiva e più incisiva sui redditi alti. Serve ridistribuire in maniera equa la pressione fiscale alleggerendo le famiglie più  povere e le imprese che investono e assumono. Lo sforzo che i cittadini di tutta Italia stanno facendo rischia di allargare drasticamente la forbice tra la fascia di popolazione ricca e quella povera, rischiando di lasciare sempre più ai margini della società quella parte che si attestava nella fascia media di reddito. Su questo occorre un cambio di passo netto.

 

Maria Cecilia Guerra

La redistribuzione dei redditi può essere migliorata intervenendo sia sul lato delle entrate che su quello delle spese. Per quanto riguarda il sistema fiscale si deve pensare ad una rimodulazione del prelievo fiscale che sposti l’onere dai lavoratori e dalle imprese verso la ricchezza e che sia più progressivo. Un sistema che porti i proventi di una seria lotta all’evasione in diminuzione della pressione fiscale per i non evasori. Per quanto riguarda la spesa bisognerebbe introdurre misure di contrasto della povertà assoluta di tipo universale, che siano però accompagnate anche da politiche attive di reinserimento sociale. In questa direzione già muove la sperimentazione della nuova social card che ho progettato nel mio periodo al governo, ma che ancora non so se sarà attuata viste le resistenze del ministro dell’Economia. Bisogna poi ricordare che è provato che i servizi pubblici, in particolare istruzione e sanità, sono particolarmente efficaci nella redistribuzione del reddito. Quindi penso che un elemento fondamentale per garantire una più equa distribuzione delle risorse sia sostenere il carattere universalistico e la qualità di questi servizi.

 

Giuditta Pini

Sicuramente è necessario combattere in modo serio e continuativo l’evasione fiscale e la criminalità organizzata. Poi bisognerà, in un’ottica europea, tassare le rendite finanziarie e  cominciare a tagliare le tasse sui consumi per tassare le rendite.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse? / 2

Prosegue il nostro viaggio per conoscere idee e programmi dei quattro candidati al Parlamento, vincitori delle primarie del Pd del 30 dicembre 2012. Dopo aver scoperto di quale “nuova” legge vorrebbero farsi promotori una volta eletti, ecco un’altra domanda.
Da neo-parlamentare, quale legge vorrebbe vedere abrogata?
 Giuditta Pini  
Giuditta Pini
La legge 40 sulla fecondazione assistita, la legge Bossi-Fini sull’immigrazione e quella Fini- Giovanardi sulle droghe leggere. Leggi ingiuste che non hanno portato nessun vantaggio alla cittadinanza, ma hanno esasperato il clima in tutta Italia.
Matteo RichettiMatteo Richetti
Tutte le leggi che hanno allargato le maglie sulla lotta contro le illegalità e la corruzione: la legge che depenalizza il falso in bilancio, le leggi ad personam. Accompagnate dall’introduzione di strumenti fondamentali nella lotta alla corruzione e alle mafie. Siamo l’unico paese in Europa a non prevedere come reato il reinvestimento di capitale illecitamente percepito da parte dell’autore del primo illecito. L’incriminazione dell’autoriciclaggio che consente ai colletti bianchi riciclatori di professione di farla franca. Va inoltre modificata la norma sullo scambio elettorale politico-mafioso (416 ter).
Stefano Vaccari
Stefano Vaccari 
Sono diverse le ingiustizie causate da una cattiva legislazione: legge elettorale, IMU, conflitto di interessi… priorità di revisione di cui sentiremo parlare a lungo in questa campagna. Se devo però concentrare la mia attenzione su un tema, lo farei sulla disciplina del Patto di Stabilità. Non è in discussione lo spirito e gli obiettivi di rigore, ma deve emergere la necessità di una revisione critica di tale impianto. E’ ormai insostenibile un meccanismo che ha imbrigliato gli enti locali depotenziandone la possibilità di realizzare investimenti, pur avendone la capacità economica, soprattutto in campo ambientale e sociale.
Maria Cecilia Guerra
Maria Cecilia Guerra 
Una delle leggi che vorrei vedere abrogata subito e sostituta con una nuova è la legge elettorale. Si tratta infatti di una legge che altera profondamente le regole della democrazia. Non solo perché impedisce agli elettori di scegliere i propri rappresentanti, ma anche perché, soprattutto per le regole che riguardano il Senato, permette che si determinino maggioranze diverse fra le due camere e contribuisce ad alimentare quella instabilità politica che il nostro paese, specialmente in questo momento, non si può permettere. Prevedendo un premio di maggioranza regionale molto forte, questa legge elettorale consegna un potere eccessivo a partiti che, come la Lega, siano fortemente radicati nelle regioni più popolose, come la Lombardia (non a caso la legge è stata inventata da Calderoli). È la legge elettorale che ha fatto convergere nuovamente, in questi giorni, gli interessi di Lega e Pdl, e che ha fatto si, nel 2006, che Prodi potesse contare al Senato solo su di una maggioranza risicata di voti. L’esperienza ci dice che la legge elettorale va cambiata all’inizio della legislatura. Alla fine risulta impossibile che non prevalgono gli interessi specifici sull’interesse generale.

Domani toccheremo con i politici le questioni che toccano direttamente i cittadini: i redditi.

Leggi la prima puntata.

Manterranno i nostri eroi le loro promesse?

Fatte le primarie. Presentati simboli e liste. Parte ora ufficialmente la (strana) campagna elettorale. Poco più di un mese a disposizione dei politici per cercare di convincere soprattutto i delusi ad andare a votare. Ai candidati del PD – certamente eletti in Parlamento – abbiamo posto quattro domande: due sul futuro impegno alla Camera e al Senato; sul welfare in Italia; sulle alleanze in casa Dem. Vi proponiamo le loro risposte in quattro puntate.

 

Una volta eletta/o, quale nuova legge vorrebbe proporre in Parlamento? A quale proposta di legge vorrebbe lavorare direttamente?

Maria Cecilia GuerraMaria Cecilia Guerra

Una delle proposte a cui mi sono dedicata e su cui mi piacerebbe continuare a lavorare è la riforma degli interventi a favore delle persone non autosufficienti. Ritengo infatti che la non autosufficienza sia una delle emergenze del paese. In particolare penso che sia importante procedere ad una maggiore integrazione fra gli interventi sanitari e quelli legati alla assistenza personale, intesa come aiuto a compiere gli atti della vita quotidiana (alzarsi, lavarsi, ecc.). Sicuramente in Emilia-Romagna la risposta a questo problema è oggi molto più avanzata che in altre parti del paese. Ma credo che ogni cittadino non autosufficiente dovrebbe avere la garanzia di essere preso in carico dal sistema pubblico: una volta valutata la sua condizione sociosanitaria, dovrebbe essere indirizzato, sulla base di un progetto personalizzato e di un budget coerente con il suo grado di non autosufficienza, a un percorso di assistenza che privilegi la domiciliaritá. In questo modo si garantirebbe ad un tempo una maggiore qualità della vita delle persone non autosufficienti e un miglior utilizzo delle risorse attualmente spese in ricoveri ospedalieri inappropriati o in ricoveri in Rsa resi necessari dalla mancanza di sostegno alle famiglie, che sarebbero pure disposte ad assicurare assistenza ai loro cari.

Giuditta Pini

Giuditta Pini

Per prima cosa è necessario trovare e mettere in sicurezza le risorse per la ricostruzione dell’area del cratere. In secondo luogo mi piacerebbe lavorare a una proposta di legge sui diritti civili delle coppie di fatto.

Matteo Richetti

Matteo Richetti

Credo che sia imprescindibile cercare di liberare risorse dalla spesa pubblica per sostenere le famiglie e le imprese. Pertanto vorrei poter lavorare a progetti di legge di riordino della spesa pubblica, definizione dei livelli retributivi nella pubblica amministrazione e di razionalizzazione degli Enti non fatta secondo le esigenze degli Enti, ma secondo le esigenze dei servizi che vengono erogati.

 

 
Stefano VaccariStefano Vaccari

Potrà sembrare una risposta ovvia, ma se sarò eletto lo sarò nelle liste del Pd, e l’agenda politica sarà in primo luogo dettata dal programma del mio partito. Credo però che l’impegno di tutti, me compreso, dovrà essere orientato nella direzione di dare risposte concrete alla grave crisi economica e sociale che colpisce duramente famiglie e imprese. In poche parole occorre liberare risorse per concentrarle sulle politiche per lo sviluppo (sostenibile), la crescita, il reddito. Serve una nuova politica pubblica su energia e ambiente, capace di avvicinare il Paese all’Europa, incentivando imprese e cittadini su inquinamento e recupero, punendo gli sprechi e i comportamenti non virtuosi.

Detto questo, per l’area colpita dal sisma occorre un ulteriore sforzo per dare risposte sul fronte fiscale e della copertura totale dei danni subiti da imprese e cittadini. Dobbiamo dare gambe e sangue alla ricostruzione sostenibile anche delle comunità.

Credo infine che ci sia la concreta possibilità di costruire finalmente una “lobby positiva” in Parlamento con le personalità che saranno elette, che affronti il tema di una legge quadro sullo sport.

 

 

Primo match per il Pd: promossi e bocciati

Le reazioni dalle pagine di Facebook dei candidati al Parlamento dopo le  primarie modenesi. Si misura la temperatura della squadra in vista delle elezioni politiche di febbraio. 

 

Tredici ore per rivoltare studioieffe modena-35478un partito. È successo al Pd di Modena lo scorso 30 dicembre, giorno delle primarie per i parlamentari. Il popolo democratico modenese è andato alle urne per scegliere i propri rappresentanti a Roma. Con esiti sorprendenti (qui i risultati definitivi).

Dietro al “renziano” Matteo Richetti e alla “tecnica” Maria Cecilia Guerra, è stata volata vera per gli altri due posti disponibili e a spuntarla sono stati gli outsider Stefano Vaccari e Giuditta Pini. Il vento di rinnovamento ha così spazzato via nomi illustri come la senatrice Mariangela Bastico, l’onorevole Manuela Ghizzoni e il segretario provinciale Davide Baruffi, uscito sconfitto per sole 89 preferenze dalle stesse regole Democratiche. Fuori dai giochi anche Roberto Adani, ultimo nella classifica delle preferenze.

I risultati hanno avuto un’eco nazionale, soprattutto per lo scacco della Pini, 28 anni, a Bastico (61) e Ghizzoni (51), mentre il popolo dei social network non ha mancato di festeggiare i vincitori, con le pagine di Facebook prese d’assalto da post e richieste d’amicizia. Letteralmente sommersa dai messaggi la pagina di Giuditta Pini, che già dal giorno dopo lo spoglio ha ricevuto i primi attestati di stima, a cui lei ha risposto ringraziando tutti (“vorrei abbracciarvi tutti uno per uno” si legge sulla sua bacheca) e ribadendo la sua missione (“Abbiamo cambiato la storia insieme e lo abbiamo fatto come sappiamo fare noi, con tenacia senza mai dimenticare la tenerezza”). Decisamente meno ricca la pagina di Maria Cecilia Guerra, che ha commentato così il successo: “Un grande GRAZIE a tutti quelli che mi hanno sostenuto. Un grande GRAZIE a chi mi ha dato la sua fiducia. Un grande GRAZIE a tutti quelli che sono andati a votare per queste primarie. E domani si ricomincia tutti insieme!”.

Conciso, quasi lapidario, Matteo Richetti, dominatore di queste primarie con 9504 preferenze e il 18,16% dei voti. Il 31 dicembre Richetti ha scritto nella pagina a lui dedicata “Un risultato straordinario. Non sarebbe stato possibile senza l’impegno, la passione e la generosità di tanti. Grazie a tutti, davvero di cuore”, raccogliendo 262 “Mi piace”. Ancora più breve il messaggio in bacheca di Stefano Vaccari, un semplicissimo “Stefano c’è”, a poche ore dal successo nel testa a testa con Baruffi. Il giorno seguente l’attuale assessore provinciale all’Ambiente, Mobilità e Sport ha ringraziato tutti, dagli elettori al mondo dell’associazionismo sportivo e del volontariato, passando per la famiglia e il popolo dei social network (su cui scrive: “Ho creduto fortemente nei nuovi mezzi di comunicazione, perché sono convinto possano dare una mano all’integrazione e all’inclusione di tutti”).

E gli sconfitti? Sulle bacheche ancora tanti ringraziamenti, programmi futuri, propositi di sostegno al partito in vista delle elezioni del 24 e 25 febbraio. In testa, forse, la sensazione di aver perso in casa. Dura lex (democratica) sed lex.

Intanto la segreteria regionale ha varato la lista dei candidati al Parlamento in vista dell’appuntamento elettorale del 24 e 25 febbraio. Nei prossimi giorni leggerete le loro proposte.

L’autogestione dei partiti

Fallito il tentativo di riforma, in Italia tra poche settimane si tornerà alle urne con il solito (vecchio) sistema elettorale. Tra primarie, congressi, assemblee e autogestioni, anche a Modena i maggiori partiti politici cercano di declinare sul territorio le indicazioni nazionali. Ne abbiamo parlato con i referenti locali. 

 

Il principale compito di una persona impegnata in politica è o dovrebbe essere quello di prendere delle decisioni. Prese di posizione che avranno ricadute sulla vita quotidiana di tutti e che incideranno sullo sviluppo di un territorio. Ma chi decide chi deciderà? La costruzione dell’organigramma e la scelta dei candidati in occasione dell’andata alle urne non avviene nelle stesse modalità e cambia da partito a partito. Punti di vista diversi ci sono anche sullo strumento delle primarie: per taluni fondamentale nella scelta del candidato, per altri legato alla situazione contingente. Ecco chi e come sceglie il proprio personale politico a Modena.

Il vicesindaco di Soliera, Roberto Solomita, è anche responsabile organizzativo del Partito Democratico. La struttura del partito nato dalla fusione di Ds e Margherita è complessa e a carattere territoriale, come spiega lo stesso Solomita: «L’unità organizzativa di base è il circolo. A Modena sono 86 per 150 mila iscritti. Il numero medio di tesserati per circolo è 200, ma si va da realtà molto piccole come Montese, che ha un decina di tesserati, ad altre come Carpi Ovest con circa 600 tesserati. In ogni circolo l’assemblea degli iscritti elegge il comitato direttivo e il segretario, che a sua volta nomina la propria segreteria, uno staff di circa cinque persone con funzioni esecutive. Nei comuni con più di un circolo l’assemblea comunale, rappresentativa dei circoli del Pd del territorio, elegge il segretario comunale, mentre il segretario provinciale viene eletto in fase congressuale dai delegati. Non sono previste primarie per le cariche del partito, ma solo per cariche monocratiche (il candidato sindaco, ad esempio). Negli unici due casi di elezione del segretario provinciale, le primarie non si sono rese necessarie, essendo le candidature di Bonaccini e Baruffi le uniche pervenute. Il segretario provinciale rimane in carica quattro anni, salvo nuovo congresso».

In sintesi, un’organizzazione a piramide, con alla base i circoli e al vertice il segretario provinciale. La scelta delle persone segue sempre la direzionalità dal basso verso l’alto o ci sono delle influenze? «Gli scenari politici locali e nazionali influenzano le candidature, ma in senso stretto interventi dall’alto non ci sono. Esiste uno scambio su vari ambiti, dal coordinamento ai singoli temi come la scuola, il lavoro o l’ambiente. Un partito grande come il Pd ha tra i suoi obiettivi quello di mantenere la democrazia interna ed essere il raccordo tra le istituzioni. A livello nazionale tracciano le linee guida, che noi seguiamo mantenendo una certa autonomia. Lo stesso vale per il programma e per le alleanze. Per quanto riguarda il programma, il Partito Democratico organizza dei forum, una forma più leggera dei vecchi dipartimenti, che riunisce gruppi di lavoro non solo riservati ai tesserati ma aperti agli interessati, per sviluppare varie tematiche e dare una direzione su un argomento specifico. In tema di alleanze l’influenza del partito nazionale è maggiore, ma non vincolante: di volta in volta si scelgono gli schieramenti più adatti per ottenere il principale obiettivo, ovvero la stabilità governativa, e in alcuni casi a prevalere sono questioni locali, per non dire personali».

I processi decisionali del Popolo della Libertà hanno un centro ben determinato: il congresso. Gian Paolo Lenzini, responsabile organizzativo del Pdl, riassume così le modalità di scelta programmatiche e dei candidati del suo partito: «I nostri leader sono espressione di un congresso, l’ultimo ha avuto luogo nella primavera di quest’anno (2012, ndr). In occasione del congresso, gli iscritti votano per le varie liste. Il candidato della lista vincente viene designato alla carica di coordinatore provinciale. Nell’ultimo congresso sono state presentate due liste, con Aimi che ha avuto la meglio su Barcaiuolo. Anche il comitato provinciale viene eletto, con sistema proporzionale, dal congresso. Il comitato provinciale è costituito da un gruppo di 25 persone, che ha il compito di coordinare l’attività, all’interno dei rispettivi settori. Si tratta del fulcro decisionale del partito. Telefonate da Roma? Non ne riceviamo. All’interno del Pdl c’è grande autonomia: sia del locale nei confronti del nazionale, sia viceversa. Anche in occasione delle elezioni la scelta dei candidati viene fatta dal comitato provinciale. La decisione se fare o meno le primarie è presa dalla segreteria nazionale ed è legata alla legge elettorale, ma per il momento la linea del partito è di non fare le primarie. Per quanto riguarda il programma, si costituisce una commissione a livello provinciale formata da otto dirigenti locali, che stabilisce i contenuti della proposta elettorale».

Un’organizzazione simile, fortemente incentrata sul congresso, è quella che si è data l’Unione di CentroFabio Vicenzi, segretario provinciale dell’Udc, spiega che «nel partito ci sono due segreterie, una economico-amministrativa e una politica, con funzioni del tutto separate. Il congresso riunisce tutti i tesserati, a Modena sono poco meno di 700, per eleggere segretario e comitato provinciale, formato da 80 persone. Il comitato provinciale vuole essere una rappresentanza del territorio, ed è quello che decide programmi e alleanze, con gruppi di lavoro su specifiche aree tematiche. Il segretario provinciale viene poi affiancato da una direzione provinciale, formata da 16 membri proposti dallo stesso segretario, con funzioni esecutive. Le nostre campagne di tesseramento sono invece organizzate dividendo il territorio in aree omogenee, con un referente per ogni area. Interferenze di Roma sui candidati? No, siamo autonomi. Certo, la specificità locale viene declinata all’interno di un quadro complessivo, ma direttamente non siamo influenzati. Non si arriva a stare in un partito se non si vive la realtà quotidiana del partito stesso; pensiamo sia fondamentale la partecipazione: se manca impegno politico, a tutti i livelli, è difficile rappresentare la propria parte politica. Questo è uno dei motivi che ci rende scettici in tema di preferenze».

Fonte immagine in evidenza: Politifake.org.