Brucia un impianto, in cenere i legami sociali

29 FOSSOLINel tardo pomeriggio di sabato 24 agosto a Fossoli di Carpi si è sviluppato un incendio di vaste dimensioni presso l’impianto dell’azienda Ca.Re, un centro di selezione e trattamento dei rifiuti da imballaggio provenienti dalla raccolta differenziata domestica e dai rifiuti speciali non pericolosi delle attività produttive che serve un bacino di 50 km di diametro, protendendosi sulle province di Modena, Reggio Emilia e Mantova. Una imponente nube nera, ben visibile sin dall’autostrada, ha spaventato gli abitanti del paese e ha attirato centinaia di curiosi sul posto. Nonostante l’intervento di Vigili del Fuoco, Protezione civile, Polizia municipale e Carabinieri – nonché di Arpa (Agenzia regionale di prevenzione e ambiente) ed Ausl che hanno avviato la verifica e il monitoraggio dei valori di inquinamento – le fiamme hanno attaccato i 3000mq di capannone causando l’inagibilità di gran parte dell’edificio e dei macchinari, con un danno di 5 milioni di euro.
IMG_4786Dopo una partecipatissima assemblea dei cittadini, proprio in questi giorni un nuovo video riporta l’incendio al centro delle cronache locali ma, al di là dei tentativi di strumentalizzare politicamente le responsabilità in gioco e le conseguenze reali o presunte dell’incendio, appare chiaro come disastri di questa portata abbiano ricadute pesanti su una popolazione già pesantemente colpita dal terremoto del maggio 2012.
Nella zona sono insediati, oltre all’impianto di Ca.Re, il compostaggio di Aimag, la piattaforma di trattamento dei RAEE di Tredcarpi, le attività di recupero degli inerti, l’acquedotto industriale di Aimag alimentato dalle acque reflue urbane adeguatamente depurate, le discariche con recupero di biogas per la produzione di energia. Un vero e proprio “distretto del recupero”, viene però da chiedersi quanto le istituzioni abbiano investito per far comprendere il valore delle proprie scelte strategiche – se così sono state – in termini di ambiente. Ma è chiaro che se i cittadini non si sentono consultati poi si ribellano.
La tensione e la paura causata dai recenti eventi geologici e ambientali, coesistono infatti con una forte asimmetria informativa, per cui i decisori pubblici sanno sempre più dei cittadini e lo sviluppo dell’uso dei social media è frutto della necessità di trovare canali diversi per far circolare le informazioni. Ma esiste anche un problema di controllo dell’informazione: la scienza non è mai neutrale e questo disorienta l’opinione pubblica che tende a cercarsi un po’ dove vuole le notizie a sostegno della propria posizione. Come è successo in questi giorni sui social network dove sono bastati alcuni click per incenerire il legame tra politici e cittadini.
IMG_4787Eppure, anche rispetto a progetti con un forte impatto sull’ambiente, possono esservi una serie di benefici sui quali gli amministratori devono investire e, ovviamente, informare. La comunità che si fa carico di un’opera importante per tutti – come un inceneritore, un impianto di smaltimento o una via di comunicazione – va risarcita. Non si tratta di un dare-avere – si sa che la salute non ha prezzo – ma di contrastare le disuguaglianze e aver cura del territorio e di chi lo abita. In termini, ad esempio, di qualità e costo della vita, ambienti e infrastrutture, tutela ambientale. L’incendio di Ca.Re pone questi piccoli agglomerati urbani sotto i riflettori: pochi sono gli spazi “pensati” a disposizione della gente, i parchi, le occasioni di aggregazione, mentre i nuovi quartieri residenziali rischiano di rimanere dei variopinti dormitori.
Forse più capacità progettuale e comunicativa e una maggiore reciprocità nel farsi carico delle cose aiuterebbe non solo il riciclo dei materiali ma anche il recupero degli spazi di socializzazione e la cura per la vita collettiva delle nostre città e frazioni.

 

 

Modena come la vorresti? Dillo con un sondaggio

Più zampone o più Ferrari? Più biciclette o più autobus? Verde o grigio? Come ti immagini la Modena del futuro? O meglio: quale città vorresti nei prossimi 20 anni?
Il Comune ha avviato il percorso partecipativo (per “100 prescelti”) in vista della definizione del nuovo PSC, piano strutturale comunale. Noi abbiamo ci rivolgiamo ai giovani dai 16 ai 35 anni per indagare sui simboli e la qualità della vita dei modenesi. Partecipa al sondaggio… bastano 2 minuti!

https://it.surveymonkey.com/s/LaModenaCheVorrei

Raccogliere sogni e bisogni della gente, nelle piazze

“Rigenerazione” e “trasformazione” sono termini che compaiono nelle Linee di indirizzo in vista della costruzione del PSC di Modena. E’ pura teoria? La partecipazione rimane un auspicio o una sfumatura dal sapore di promessa politica? Quali benefici possono arrivare da un reale processo che coinvolge i cittadini nella ideazione dello sviluppo della città? Dopo l’intervento del segretario dell’Ordine degli agronomi e dopo aver sentito un esperto di Agende 21, abbiamo interpellato sul tema Eugenio Ansaloni, architetto, già docente all’università di Bologna, che si dedica da anni alla ricerca sul recupero di ambiti urbani consolidati e alla progettazione di edifici eco-sostenibili a basso consumo energetico.

Nelle Linee di indirizzo si parla di “rigenerazione urbana”. Di che si tratta?
Il termine definisce un doppio obiettivo: fare scelte che incidano sul tessuto fisico della città e su quello socio-economico.
Mentre si punta alla riqualificazione del patrimonio immobiliare e a quello degli spazi pubblici si interviene anche sulla qualità urbana e sulla qualità delle relazioni sociali.
La tecnica pianificatoria urbana ha fatto progressi ma si ha la sensazione che, nonostante le rassicurazioni, nelle scelte strategiche incidano prevalentemente i gruppi organizzati piuttosto che la somma delle volontà dei singoli cittadini che non hanno la possibilità di esprimere idee o preferenze.

E’ possibile, in percentuale, indicare che quota di area già edificata può essere trasformata?
Studi e analisi effettuate su realtà simili a quella modenese hanno evidenziato come i quartieri consolidati degli anni 60-70 hanno subito nel tempo una trasformazione sociale tale per cui le condizioni insediative sono radicalmente mutate. Le famiglie non sono più le stesse o si sono profondamente trasformate, gli edifici mostrano il segno del tempo, i consumi energetici sono elevatissimi, ansalonile caratteristiche antisismiche non garantiscono la sicurezza e in molti casi la densità degli abitanti è abbastanza esigua.
La presenza sul territorio urbanizzato di qualificate e rilevanti dotazioni urbanistiche fanno immaginare di avere ampi margini per aumentare la densificazione, da attuare insieme ad un organico programma di riqualificazione urbana, quartiere per quartiere.

A volte il “burocratese” non consente ai cittadini di comprendere quali interventi effettivi si possono realizzare per “rimettere a nuovo” un vecchio edificio. Li possiamo elencare?
Gli interventi su un alloggio condominiale sono più limitati in quanto non possono interferire con le altre proprietà. Sostituzione dei serramenti, isolamento delle pareti dall’interno, sostituzione della caldaia e migliorie agli impianti sono le operazioni più frequenti. Nel caso di un edificio di una singola proprietà le strategie d’intervento si ampliano con la possibilità di isolare, con maggior efficacia, l’intero edificio dall’esterno “a cappotto” o introdurre pannelli solari o fotovoltaici.
Le soluzioni variano da edificio a edificio, e in ogni caso è possibile fare valutazioni per un ritorno economico per un periodo di tempo valutabile in 12-15 anni. In tal senso si possono attivare Società di servizi energetici (ESCO) appositamente create per finanziare gli interventi senza ingenti impegni economici immediati per le proprietà. Il risparmio sulla bolletta energetica e l’incentivo fiscale finanzierebbe l’esborso di capitale negli anni.

A proposito di coinvolgimento della cittadinanza in questa fase, lei crede che gli abitanti siano informati dello sviluppo della città? Quali strategie si dovrebbero mettere in campo per creare veramente una forma di partecipazione per un settore delicato come quello legato allo sviluppo della città?
Gli abitanti delle città hanno dimostrato che, se coinvolti in modo sincero nell’immaginare la nuova città, sanno rispondere con generosità e impegno. Se si diffonde il sospetto che si voglia ottenere il consenso su uno scenario già preventivamente deciso si genera ulteriore diffidenza verso la classe politica. Le più aggiornate tecniche di analisi territoriale prevedono i processi partecipativi, coinvolgendo i cittadini per rendere più trasparenti i processi decisionali. Se vorremo cogliere i “sogni e bisogni” degli abitanti dovremo chiederglielo.
Occorre aprire “punti di contatto” presso i luoghi più abitualmente frequentati (centri commerciali, parrocchie, parchi, polisportive, piazze ecc.). I desideri, gli obiettivi, le aspettative, le speranze e/o le difficoltà delle persone e delle famiglie variano da quartiere a quartiere.
L’interpretazione oggettiva di questi dati ci consentirebbero di immaginare una nuova città più vicina a quella auspicata dai suoi abitanti. La città delle persone.

Ci sono esempi di altre città in cui questa forma di partecipazione ha funzionato? Quali sono stati gli effetti?
Ritengo molto interessanti le recenti esperienze del Comune di Bolzano che dal 2010 sta operando per un nuovo PSC fondato principalmente sugli strumenti normativi per la riduzione del fabbisogno energetico degli edifici esistenti.
Si cerca attraverso un sistema mirato di delegificazione di consentire la densificazione diffusa della città.
Gli ampliamenti vengono consentiti fino al 20% solo se si riqualifica l’intero edifico secondo i migliori standard energetici. Sembra essere un modo efficace per uscire da uno stallo di una normativa molto conservativa con la possibilità di operare in deroga agli attuali indici di edificazione con lo scopo preciso di favorire una ripresa dell’attività edilizia, un incremento volumetrico del patrimonio edilizio in aree urbane ed un importante recupero energetico oltre che antisismico degli edifici esistenti.
Sarebbe un modo attivo per la città di Modena fare la propria parte nell’ambito dei principi espressi dalla direttiva europea (Energy Performance Building Directive) e del Patto dei Sindaci a cui Modena aderisce.

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(fonte immagine in licenza CC)

Partecipare è pretendere attenzione

La partecipazione è uno strumento molto potente… occorre metodo perché funzioni, altrimenti è energia sprecata!
Sono di questi giorni alcune critiche sulla “mancata” partecipazione dell’iter di approvazione del Documento di Indirizzi al PSC di Modena.
Organizzare tanti incontri in altrettante aule per esporre e spiegare e quindi raccogliere osservazioni e domande non è tanto “partecipare” quanto “divulgare”.
C’è una bella differenza!
La “partecipazione” oggi è praticamente una disciplina condotta da professionisti specializzati. Uno strumento strabiliante per le Amministrazioni in cerca di dialogo, uno strumento sorprendente per i cittadini bisognosi di ascolto e confronto.
Nell’ambito dei percorsi partecipati i cittadini non chiedono di decidere al posto degli amministratori, ma pretendono attenzione: invitati a fare osservazioni, queste devono essere prese in esame ed argomentate. In sostanza, gli amministratori e i tecnici coinvolti hanno il dovere di dare una risposta.

Ad esempio, ecco uno dei metodi della partecipazione: il Circolo di Samoa.
Il circolo di Samoa trae ispirazione dalle modalità di risoluzione delle dispute sociali in queste isole. Sempre più spesso adottato anche nel contesto delle democrazie occidentali, ricorda nel suo funzionamento il passaggio dalla regolazione del traffico stradale tramite semafori, alla auto-regolazione tramite rotonde. Si tratta di un meccanismo di regolazione della discussione pubblica molto semplice: i presenti sono seduti in due cerchi concentrici di cui quello interno ha una o due sedie vuote.
Per prendere la parola ci si deve spostare dal cerchio esterno alle sedie del cerchio interno e questo ognuno lo fa auto-regolandosi. Dopo un primo giro in cui viene esposto il problema in discussione e articolato dai primi interventi, la discussione procede in modo auto-regolato. Un espediente che aiuta a privilegiare il capire prima di decidere è chiedere a coloro che intervengono di adottare l’ascolto attivo, ovvero di esporre le proprie vedute e perplessità rispetto a quelli di altri in forma interrogativa, rivolgendo domande a specifici interlocutori. Se le sedie interne risultano a un certo punto tutte occupate, chi desidera intervenire si alza e si mette in piedi dietro una di queste con ciò invitando l’occupante a lasciarla libera.
Con la speranza che le prossime fasi dell’iter di approvazione del PSC vengano condotte con maggiore e migliore partecipazione.

Ludovica Carla Ferrari
dott. agronomo
segretario dell’Ordine dei Dottori agronomi e dei Dottori forestali della Provincia di Modena

Another one bites the Dast!

chimento-11From Dast (Istituto di design, arte, scienze e tecnica) to Dust: ecco una bella immagine per la polvere di stelle del paesello. Di questi giorni, infatti, la notizia che il progetto delle Ex-acciaierie viene abbandonato. La cronaca… di una morte annunciata del Tavolo di confronto creativo, comincia con il percorso partecipato (la partecipazione… grande utero passpartout della ipocrisia indigena), per naufragare nel 2010 su un’area da recuperare ridotta a un terzo, passando nel 2009 attraverso un concorso internazionale di idee (già archiviato nel 2010).

Sarebbe davvero molto educativo dal punto di vista civico seguire quella cronaca che, al diminuire dei mq. da riqualificare, vede mantenersi ben saldi i finanziamenti: dalle stelle alle stalle, dalle stalle allo stallatico.

Si parte nel gennaio 2007 con lʼidea di riqualificare 12.117 mq. in una “sede di studi, ricerca e sperimentazione dei linguaggi e delle pratiche della co-progettazione creativa in tutti gli ambiti della vita sociale, culturale e economica”. Alè, via e andare con il Dast (All together now!). L’idea piace tanto che in ottobre il progetto viene ridimensionato su un’area di 7.900 mq. e ribattezzato Dast 2 (La vendetta!). Nel 2008 si trovano 5 milioni di euro di finanziamento, come si dice in questi casi e per non fare gli sboroni, da parte del Comune di Modena (cioè dei geminiani). Con il concorso di idee pubblicato a luglio 2008, parte la fase del Dast 3 (Il ritorno dei morti viventi!): 60 i progetti arrivati, con 60.000 euro di premi per opere finite in un cassetto (Addio sogni di gloria). Nel 2010 è tanta la spinta a realizzare il progetto che l’area interessata si riduce notevolmente: 3.350 mq., per 5.350.000 euro.

Gli stakeholders (figura mitica dellʼinizio millennio: chi ha da guadagnarci qualcosa!), cominciano la fuga (Fuga per la vittoria). Il Dast (La Casa 1) diventa così Exfo (La Casa 2), una specie di Grande ammucchiata: in uno spazio che va sempre più restringendosi dovranno entrare i luoghi per la memoria delle ex Fonderie e del Lavoro, l’Associazione “Amici delle Fonderie”, la Galleria dei distretti industriali, la Fonderia delle Arti, l’Officina Emilia e il Laboratorio di disegno industriale, a cura dell’Università, uno spazio di uffici condivisi, la foresteria, oltre alla Finestra sul territorio e alla Piazza (Great Expectations): ci sarebbe forse anche lo spazio per spostarci la Ghirlandina (volete mettere le Due Torri).

Ad oggi nulla di tutto ciò è mai stato non diciamo, realizzato, ma neppure cominciato. Lʼarea sembra sempre più somigliare a un paesaggio da Ossi di seppia: Meriggiare pallido e assorto presso un rovente muro dʼorto… e i tra i “cocci aguzzi di bottiglia“ si riflettono anche tutte le altre opere pensate e mai realizzate della Giunta, tra le quali: l’ex AMCM (il salotto culturale di Modena…), la torre della discordia e la “postdamerplatz” à la modenese, la riprogettazione delle piazze – Roma, Mazzini e Matteotti – la porta di Gehry, la metrotramvia da 500 milioni di euro, presto tramontata anche nella versione “ripensiamoci“, la Piscina al Parco Ferrari, le case peep in via Cannizzaro, il campo di via Cesana, la palestra Virgin, il progetto di potabilizzare il Secchia, la riqualificazione dell’Errenord, di cui non si vede né il capo né la coda, vista anche la diatriba tra Esselunga e Coop per il centro commerciale.

Con un paio di decenni di ritardo, qualcuno si accorge che il paesello non è più unʼisola felice (Seconda stella a destra, questo è il cammino e poi dritto fino al mattino…); ci rimane solo il Triangolo della Crocetta (dove sembra che chi si perde, ritorni con le corna!), la maiala della tahilandia (a proposito chi lʼha presa in affido?), i viali con i parchimetri, il Novi Park vuoto e… Piazza Roma (che ne direste di mettere un balconcino… lì sulla sinistra…).

Non sarà che tutta sta partecipazione includeva solo gli amici (e gli amici degli amici) e adesso che bisognerebbe davvero collaborare con le forze vive e autonome della città, non le si trova più? A risolvere il problema, potrebbe pensarci la deputata Pini a cui si consiglia di costituire subito un Fronte Democratico Popolare per la libertà, la pace, il lavoro di Modena (naturalmente partecipato!).

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