La prima rivoluzione di Francesco

Francesco è l’unico leader credibile a livello internazionale. E non per la standing ovation che lo accoglie nei suoi viaggi; nemmeno per le “toccanti” frasi e i gesti “semplici” che distribuisce durante le udienze. Ma per la svolta antropologica che sta portando avanti all’interno dell’antica istituzione che governa: la Chiesa vecchia, rigida, tradizionalista e fredda lascia spazio a un nuovo modo di “essere pastore”. Questo non comporta un indebolimento della Chiesa. Che comunque continuerà a battersi per le ingiustizie e le immoralità che si consumano nel mondo. Lo farà, però, rispettando un nuovo paradigma. Perché – lo ha detto il papa stesso in una delle sue prime interviste – “chi sono io per giudicare gli altri?”.
È questa la fotografia scattata, a circa due anni dall’inizio del pontificato, da Gianfranco Brunelli, direttore della rivista “Il Regno”, nel corso di un incontro promosso dal Centro culturale F.L. Ferrari.

Quale modello di Chiesa ha in mente papa Francesco?
Per comprendere il nuovo “modello di Chiesa” che ha in mente Bergoglio, occorre tornare agli ultimi mesi del pontificato di Benedetto XVI che, attraverso le sue dimissioni, ha dimostrato “l’infragilimento della figura del papa” e confermato che, in fondo, «la “società perfetta” da contrapporre alla modernità non era più così perfetta». «Quel gesto – ha spiegato Brunelli – ha liberato una forza enorme dentro l’istituzione ecclesiastica», perché ha dettato un «cambio di paradigma».
Un cambio di paradigma che papa Francesco ha cominciato a interpretare subito dopo l’elezione. «La sua Chiesa non intende criticare il contemporaneo a partire dalla Dottrina, dal Magistero, da una formulazione concettuale – ha proseguito il direttore de Il Regno –. Vuole invece dialogare a partire da una svolta antropologica: al centro ci sono gli uomini e le donne del nostro tempo». Lo dimostra l’affermazione più radicale pronunciata da Francesco “Chi sono io per giudicare il mio fratello”: un’affermazione in sé assolutamente rivoluzionaria che mai dalla cattedra di un papa si era sentita.

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Pastori miti, non principi
A papa Francesco non interessa la “filosofia sull’umano”, ma l’uomo come “carne”, chi vive al limite della sopportabilità umana, il diseredato, il fallito. «Il suo è un modello di Chiesa che fa della scelta per i poveri non una scelta ideologica e neppure sociologica, ma evangelica, di conformazione a Cristo».
Lo si può comprendere bene quando il 21 giugno 2013, qualche mese dopo la sua nomina, riceve i nunzi pontifici, e parla lor del compito dei pastori.

Nel delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali siate attenti che i candidati siano Pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente. E’ un gran teologo, una grande testa: che vada all’Università, dove farà tanto bene! Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da “Principi”.

Secondo Brunelli una Chiesa di questo tipo, che fa della scelta dei poveri il modello di imitazione a Cristo, che si spoglia del proprio potere sacrale, che annuncia una modernità nuova nella fedeltà antica al vangelo – cioè la crescita della coscienza responsabile e spirituale così come della comunità cristiana – è una Chiesa che può amare solo il vangelo della tenerezza.

Il sinodo, la prima riforma di papa Francesco
Tanta enfasi è stata data dai media e dai commentatori alla prima parte del sinodo dei vescovi sulla famiglia. Un sinodo che, dal punto di vista delle procedure, ha inverato un diverso modo di essere della Chiesa. E per questo può essere considerato rivoluzionario. Francesco ha chiesto un coinvolgimento delle Chiese locali, di tutto il popolo di Dio, non solo dei vescovi. Ha applicato un “modello partecipativo”, tipicamente “conciliare”.
Al di là del tema della famiglia affrontato dai vescovi, l’effetto di questa riforma è di aver fatto «percepire al centro della Chiesa universale – a Roma – le diversità culturali, ambientali, di abitudini e anche le diverse miserie morali che ci sono nel mondo», e quindi di aver fatto «percepire una realtà che non è solo il frutto di un dibattito, che non può orientarsi solo a partire da noi, dall’Europa, dall’Italia, dall’Occidente, ma che deve guardare a come lo stesso tema e gli stessi valori comuni sono diversamente assunti nelle diverse aree del mondo».
Si è inaugurato, a detta del direttore de Il Regno, un «senso nuovo della Chiesa universale». Come avrebbe detto il teologo tedesco Karl Rahner «è finita l’epoca piana» quella di «una chiesa omogenea»: la Chiesa mondiale è una Chiesa che fa emergere le proprie diversità.

Emilia la virtuosa? Un tabù che balla

Non ci rimane che il Papa. Nei dibattiti pubblici ma anche nelle conversazioni private viene citato qualcosa che il Papa ha detto o ho fatto. E’ un modo, anche se passeggero, di provare a fare il punto, a dire qualcosa di sensato, a confermare o no le proprie tesi.
Nei giorni scorsi a proposito del fenomeno delle tangenti degli amministratori e cose simili, il Papa in una sua omelia quotidiana ha usato un’espressione molto forte pensando a chi è dedito a questa pratica: “dare da mangiare ai propri figli pane sporco”. Frase che si contrappone al comandamento di “portare il pane a casa con il lavoro onesto”. Nessuno di noi si sognerebbe lontanamente di dar da mangiare ai propri figli del pane sporco se non sull’orlo della fame. Ne va della loro salute o come dice sempre il Papa, il papà perderebbe la propria dignità.

La difesa, anche nel caso recente delle spese non a norma da parte dei consiglieri regionali dell’Emilia-Romagna, si appella al fatto che così fanno tutti. Chi doveva controllare non ha controllato, chi era appena arrivato si è adeguato alle abitudini del posto, chi sapeva ha taciuto e non si è opposto. Allora è del tutto evidente che il giudizio che conta è solo quello che ogni singola persona dà di se stessa. Mente sapendo di mentire e si autoassolve sapendo di aver commesso un reato.

Purtroppo lo stesso discorso vale anche per chi non emette fattura, chi fa uno scontrino su tre, chi accetta un qualche compromesso sul lavoro pur di portare a casa lo stipendio.
A questo punto viene da chiedersi come ci hanno alimentato i nostri padri e le nostre madri, se ci hanno mai dato del pane sporco? Se, invece, abbiamo mangiato del buon pane cos’è che non sta funzionando? Quali responsabilità abbiamo noi oggi? Abbiamo, il prima persona plurale è d’obbligo, la consapevolezza di essere nella stessa barca ma soprattutto abbiamo l’umiltà di riconosce di aver fatto un errore/reato/peccato? Avremmo l’animo più leggero ma soprattutto potremmo provare a cambiare insieme. Che è più facile. Il resto è solo noia, direbbe il poeta.

(Immagine in evidenza: elaborazione grafica da : Red Communist party)

E’ in arrivo il Gam-Bergoglio Style!

Oppa! Il Gam-Bergoglio Style è arrivato ed è in distribuzione, dal 13 di marzo, in tutte le parrocchie del mondo. Il nuovo Papa ha classe, ha classe da vendere, non c’è che dire. Papa Francesco in-men-che-non-si-dica ha infatti creato uno stil novo unico e memorabile, un modo di essere e di fare che gli analisti delle cose profane tendono ad attribuire (a mio parere sbagliando) alle sole sue abilità comunicative.
bp22Sono bastati alcuni incredibili e iniziali coup de théatre (il più clamoroso sicuramente quello di aver introdotto il suo primo discorso con un imprevedibile “Buonasera”), alcune mosse a sorpresa (stravagante che un Papa al debutto chieda al mondo di recitare un Pater-Ave-Gloria), alcune comparsate televisive con discorsi mirabolanti (fuori da ogni logica l’affermazione papale pronunciata nell’omelia per l’inizio del suo ministero petrino “non abbiate paura della tenerezza”) per diffondere in tutto il globo terracqueo il GBS, il Gam-Bergoglio-Style, una sorta di sistema di geo-refenziazione globale con cui fedeli e infedeli possono orientare il proprio comportamento e valutare quello altrui; uno standard di riferimento di livello mondiale di cui, comunque, c’era bisogno.
Il GBS si manifesta secondo caratteristiche estrinseche che fioriscono dalle profondità cavernose del cuore, ma (ed è questa la vera novità) hanno origine nelle interconnessioni cerebrali di cui è dotata quella sofisticatissima strumentazione cranio-sacrale chiamata mente.
La prima caratteristica estrinseca del GBS è sicuramente quella della bontà. Papa Francesco richiama alla memoria, infatti, uno dei suoi recenti predecessori, Papa Roncalli, noto al mondo per quel suo modo di fare dolce ed accogliente. Papa Bergoglio ricorda per certi versi il Papa Buono superandolo in bontà, se-così-si-può-dire, nel momento in cui incarna, con quel suo modo domestico di fare, la figura del padre sempre buono e misericordioso (ricordiamo il jingle del suo primo Angelus “Dio è il Padre amoroso che sempre perdona”). La definizione più efficace su questa caratteristica del new-Pope è stata sicuramente espressa dal Cardinale di New York Timoty Michael Dolan che, a Conclave chiuso, ha cinguettato così: “Abbiamo un nuovo Papa e ne abbiamo uno dannatamente buono”.
La seconda caratteristica del GBS è quello della semplicità. Papa Francesco è una persona che non ama le cerimonie e preferisce la normalità della vita quotidiana. Un Papa che sembra studiarsi i rituali solamente per distruggerli: niente scorta, utilizzo diffuso dei mezzi pubblici, passeggiate a piedi per le parrocchie romane ed altre innumerevoli diavolerie tra cui la più clamorosa rimane l’albergo-me-lo-pago-io. Roba da far rabbrividire la masnada di politicanti che bazzica spensierata per la capitale. Il bello della sua semplicità è il fatto di ricercare l’essenzialità e di andare in fondo ad ogni desiderio. Egli ci fa desiderare di essere semplici e belli come lui, in base al principio psicologico di Hannibal Lecter secondo cui: “noi desideriamo le cose che vediamo!”.
Bontà e Semplicità, tuttavia, non sono la vera novità portata da Francesco, ma sono solo i meccanismi di comunicazione di quell’involucro papale che ha nella fede la propria origine. Ciò che muove il Papa, infatti, è una fede-fiducia che – oralmente intesa – non mette al centro sé (io posso fidarmi di te?), ma mette al centro l’altro (tu puoi fidarti di me, perché io opero per il tuo bene!). In quest’ottica, il carisma di Francesco sgombra il campo da ogni dubbio nel momento in cui, superando il rischio di una comunicazione-intesa-come-promozione-di-sé, abbraccia una comunicazione-intesa-come-dono-di-sé. Quello che fa oggi Francesco non è di interpretare un’efficace strategia di comunicazione, quanto di rendersi protagonista di una comunicazione-straordinaria tesa a raccontare e a testimoniare (non sé, ma) la vita di un Altro: l’ordinaria presenza di Cristo risorto nel mondo. E non è solo una questione di stile.

L’odore delle pecore

Gentile direttore,

Particolare dell'Ultima cena - Pontile Duomo di Modena
Particolare dell’Ultima cena – Pontile Duomo di Modena

scrivo dopo aver partecipato alla Santa Messa Crismale in duomo a Modena, giustamente ricordata da mons. Lanfranchi come speciale momento di incontro e di comunione del vescovo con il presbiterio diocesano, riunito in preghiera insieme al popolo di Dio.
Da laico ormai attempato mi chiedo come sia stato possibile che al momento della distribuzione eucaristica un giovane parroco sceso dai monti si sia rifiutato di distribuire la particola nelle mani dei fedeli.
Non è successo solo nei miei confronti, ma di tanti presenti, suscitando mormorii di disappunto e disapprovazione tra quanti erano raccolti nella navata destra, nella quale mi trovavo. Con la conseguenza di distrarre i tanti presenti, trovatisi spaesati, dalla intimità del momento e dal raccoglimento che la situazione richiedeva, ma anche disattendendo anche la delibera 56-1989 della Conferenza Episcopale Italiana che richiama proprio tale opportunità.
Capisco che ciascun parroco nella propria parrocchia possa agire secondo coscienza, anche facendo obiezione di coscienza rispetto alle normative canoniche, ma che questo avvenga nella cattedrale cittadina e proprio nella S. Messa tra le più importanti e significative dell’intero anno liturgico mi sembra francamente eccessivo.
Tutto questo proprio mentre lo stesso pontefice Francesco abolisce onori e fasti in nome di una chiesa sobria e autenticamente centrata sull’annuncio del Vangelo ed adotta uno stile nuovo che dimostra l’animo del pastore che sente il desiderio di rivolgersi alle persone con un linguaggio vicino e comprensibile, in grado di attrarre e non a dividere se non, peggio, a scandalizzare i piccoli – di tutte le età – che credono in Gesù .
Grazie per l’attenzione.

Lettera firmata
Modena 28 marzo 2013

 

Sul punto di pubblicare la lettera, è stato reso noto dalla sala stampa Vaticana il testo del messaggio che papa Bergoglio ha rivolto ai sacerdoti del mondo intero durante la messa del Crisma. Ve ne proponiamo alcuni passaggi.

«Il sacerdote che esce poco da sé, che unge poco (…) si perde il meglio del nostro popolo, quello che è capace di attivare la parte più profonda del suo cuore presbiterale. Chi non esce da sé, invece di essere mediatore, diventa a poco a poco un intermediario, un gestore. Tutti conosciamo la differenza: l’intermediario e il gestore “hanno già la loro paga” e siccome non mettono in gioco la propria pelle e il proprio cuore, non ricevono un ringraziamento affettuoso, che nasce dal cuore. Da qui deriva precisamente l’insoddisfazione di alcuni, che finiscono per essere tristi, preti tristi, e trasformati in una sorta di collezionisti di antichità oppure di novità, invece di essere pastori con “l’odore delle pecore” – questo io vi chiedo: siate pastori con l'”odore delle pecore”, che si senta quello -; invece di essere pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini».

La redazione

I due papi

Francesco I, duca o Papa? Da questo interrogativo, comprensibile solo da chi vive a Modena e ne conosce la storia, ha preso il via l’incontro al Centro culturale Francesco Luigi Ferrari con padre Lorenzo Prezzi, direttore di Settimana, che ha raccontato il breve ma intenso periodo di transizione che ha portato all’elezione del nuovo pontefice.

Tutto ha avuto inizio a partire dalle dimissioni di Benedetto XVI, la più importante decisione del suo pontificato e quella con cui verrà maggiormente ricordato. Anche i precedenti papi avevano affrontato l’ipotesi della possibile rinuncia, ma nessuno l’aveva mai messo in pratica: come disse Wojtyla “non si scende dalla croce”, scegliendo la sua stessa consunzione come ultima testimonianza da offrire al popolo di Dio.
Benedetto XVI ha invece deciso di concludere il ministero petrino nella preghiera e nel silenzio, per evitare che altri gli prendessero la mano nel governare la vita della Chiesa, come ad esempio avvenuto con i 40 vescovi nominati da Giovanni Paolo II negli ultimi giorni di vita.
Una scelta, quella dei 115 cardinali elettori per il cardinale Bergoglio, che è risultata del tutto inaspettata sia per i suoi 76 anni di età, sia per essere già stato il più votato tra i non eletti al precedente conclave. Ed invece fra i due principali papabili, il cardinale di Milano Scola e il cardinale di San Paolo Schrerer, un terzo prelato proveniente dalla “fine del mondo” acquistava consensi scrutinio dopo scrutinio, fino a raggiungere un probabile plebiscito.
Una decisione che rivela lo spostamento del cattolicesimo verso il sud del mondo: oggi ormai due terzi dei cattolici vivono in Paesi del sud del mondo, spesso nella povertà delle immense megalopoli urbane.
Un’immagine, quella del nuovo Papa, che ha fatto irruzione nella storia con la più assoluta semplicità di un discorso partito dal saluto «Fratelli e sorelle, buona sera» e proseguito parlando di sé come vescovo di Roma valorizzando la collegialità episcopale, quasi mettendo da parte la sua investitura papale, recitando con la folla le preghiere più popolari e chiedendo su di sé un momento di preghiera silente, quasi una benedizione dal popolo.

Uno stile nuovo che dimostra l’animo del pastore che sente il desiderio di rivolgersi alle persone con un linguaggio vicino e comprensibile.
Ma al di là delle semplificazioni dei media, che difficilmente escono dalla logica “destra sinistra”, “conservatore e progressista”, chi è veramente il primo cardinale latino americano salito sul soglio pontificio?
È uomo di spirito ma non è spiritualista, la sua lettura della realtà sociale, storico culturale e politica è lucida e acuta, non lesina le accuse alle forme di sfruttamento, al narcotraffico, alle situazioni che generano povertà ed emarginazione e alle deviazioni provocate dagli eccessi dell’economia speculativa .
È uomo di Chiesa e assolutamente rispettoso dell’ortodossia dottrinale e della disciplina ecclesiastica, ma non è clericale, la sua attenzione al popolo e ai “suoi” poveri è continua ed incessante.
Insomma, è un pastore semplice, dal tratto umile, attento al suo interlocutore, vicino a tutti. Ha fatto per sé la scelta di una povertà personale e di una solidarietà di vita che lo avvicina a tutti e lo rende profondamente empatico.

In ultima analisi, Francesco I non è soltanto il nome di una persona ma un progetto di Chiesa povera, semplice e più evangelica, che rinuncia ai simboli del potere e a quei fasti secolari che tanto ostacolano la credibilità del suo messaggio. Soltanto il tempo ci dirà se quel progetto verrà realizzato.

Papa Francesco e la lezione della testimonianza

papa testimonianzaI gesti del nuovo pontefice stanno colpendo molto non solo gli esperti vaticanisti ma anche la gente comune che se li trova rimbalzati ed enfatizzati dai media. Forse era dagli immediati tempi del postconcilio che non si assisteva a un così radicale rinnovo del cerimoniale e degli atteggiamenti papali. Senza entrare nel merito delle prospettive teologiche e soprattutto di governo della Chiesa che sono sottese dai primi discorsi di papa Francesco, limitandoci ai gesti pubblici, così in tanti ne sono rimasti colpiti e così numerosi sono i commenti positivi giunti persino da laici incalliti da aver generato allo stesso tempo una piccola corrente di pensiero-contro che reagisce leggendo una certa costruzione forzosa e una ricerca della platealità negli atteggiamenti del nuovo pontefice e che sta trovando sfogo sui social.
Sicuramente c’è la consapevolezza in Bergoglio che quanto fa in pubblico è trasmesso urbi et orbi e diventa esso stesso una forma di catechesi, di trasmissione di un messaggio, così come questa consapevolezza c’è nella maggioranza dei personaggi pubblici, siano essi del mondo dello spettacolo, dello sport o della politica. Quello che però fa la differenza è dato da come si traducono questi atteggiamenti nella vita privata. Quante star televisive abbiamo visto farsi riprendere attorniati da piccoli africani nei loro villaggi per poi reintrare dopo un paio d’ore di volo nelle loro esistenze dorate, e quanti politici abbiamo sentito inneggiare alla difesa dei più deboli salvo poi cenare in ristoranti di lusso e godere di tenori di vita inimmaginabili per i loro tutelati?
Ecco, se il nuovo Papa sarà davvero coerente nella privazione alla propria persona degli agi di cui potrebbe godere, questo sarà segno di buona testimonianza, come lo furono i vari De Gasperi, La Pira e tanti altri che avrebbero ritenuto immorale per un politico anche solo condurre un’esistenza da abbienti e perseguire stili di vita sopra le righe, figuriamoci saccheggiare per scopi personali i soldi del gruppo o servirsi dell’elicottero di stato per recarsi al Gran Premio.
Per carità, la sobrietà personale non è tutto (pare che l’iraniano Ahmadinejad sia persona parca e frugale…), ma credo che a maggior ragione in un occidente in recessione economica un segnale di disinteresse al bene della propria persona possa spesso equivalere a un vero interesse verso il bene comune. L’uso dei mezzi pubblici per il trasporto, l’abbigliamento non ricercato, il panino al bar preferito agli spaghetti al caviale del boyscout Lusi sarebbero segnali assolutamente credibili che un parlamentare è lì dove si trova per servire gli altri e non a sè stesso. I politici assimilino dunque la lezione di papa Francesco…

Roberto Melotti

“Vi voglio tanto bene”

Argentina's Jorge Bergoglio, elected Pope Francis I (C) appears at the window of St Peter's Basilica's balcony after being elected the 266th pope of the Roman Catholic Church on March 13, 2013 at the Vatican.  AFP PHOTO / VINCENZO PINTOUna piccola e insignificante “puntura” a margine dell’inizio di pontificato di Francesco, “vescovo di Roma” e Papa che sta compiendo gesti di grandissima potenza e di altrettanto grande umanità. Ma non sono questi che vorrei mettere in luce, perché sono evidenti e stanno facendo innamorare tanti del Papa che viene “dalla fine del mondo”, quanto un’attenzione avuta per una categoria ultimamente non troppo stimata.
«Un ringraziamento speciale rivolgo a voi per il qualificato servizio dei giorni scorsi». E ancora «Vi voglio tanto bene. Penso al vostro lavoro e vi auguro di lavorare con serenità e con frutti, e di conoscere sempre meglio il Vangelo di Gesù Cristo e la realtà della Chiesa». A chi ha rivolto queste parole il Papa argentino?

A una categoria bistrattata, non sempre a torto per carità, quella dei giornalisti.
Già qualcuno potrà dire “Beh, usare la parola lavoro per i giornalisti è un po’ eccessivo”, e del resto il vecchio adagio “faccio il giornalista, sempre meglio che lavorare” è sempre di moda. Ma addirittura «Vi voglio tanto bene»! Un Papa che si rivolge così ai giornalisti, a tutti i giornalisti che hanno seguito i lavori del Conclave e che poi li benedirà con l’attenzione di ricordare come tra tutti i presenti vi fossero non cristiani e non credenti, ha sicuramente un cuore grande.
E da “mezzo giornalista” anche per questo merita davvero il grazie e ben più di una preghiera.

Errata Corrige! Il Papa Sudamericano

A nun buys a newspaper with the front page of Pope Francis, at a newsstandBueno!
lo Spirito Santo è uscito dal Vecchio continente e, dopo 1300 anni (!), se ne va dall’Europa per spirare anche oltre i modelli (molto vanagloriosi) della modernizzazione occidentale.
La (quasi) completa imprevedibilità dell’elezione del Cardinal Bergoglio, ci dice come i mass media creino una loro realtà a cui noi spettatori siamo costretti a riferirci: la realtà dei mass-media, appunto, e non la realtà.
Quello che è successo nel Conclave appena chiuso non dà affatto l’idea di un “colpo di scena” (come invece certamente è per il sistema dei mass media). Mi pare abbastanza sciocco pensare che la scelta di un Cardinale, già indicato da moltissimi confratelli nel precedente Conclave (dove Ratzinger aveva potuto godere di una vantaggio netto, quello di essere stato la voce teologica chiara, distinta e ferma, di Giovanni Paolo II), rappresenti davvero una sorpresa. La velocità con cui è stato deciso ci fa pensare che, di fronte ai primi voti forse un po’ dispersi, si sia trovata una convergenza molto forte proprio sull’argentino. D’altra parte il Conclave, per i motivi eccezionali dovuti alla decisione di Benedetto XVI, ha avuto il vantaggio di essere stato preparato con maggiore tempo e riflessione. I 115 Cardinali elettori si conoscono in modo diverso da quello che pensano i mass media. Si leggono, si ascoltano, si invitano e riflettono con parametri molto specifici, quasi sempre invisibili ai grandi giornalisti del globo (per non dire della Agenzie di scommesse!).
Lasciando perdere ogni gossip e ogni altra considerazione pseudo-razionale (attenzione perché già in alcuni siti cattolici, anche famosi, stanno comparendo considerazioni sinceramente “imbarazzanti” su Francesco I, sintomo che la religione fa molto bene a chi ha la testa a posto e molto male a chi l’ha già di per sé fuori posto), vorrei soffermarmi su due punti soltanto.

Pope Francis praying at Rome's Santa Maria Maggiore basilicaPrimo. La Chiesa cattolica entra definitivamente nella globalizzazione. Ne è stata certamente una delle cause originarie, anzi forse la principale dal punto di vista culturale e la storia stessa del Sud America ne è testimone. La Chiesa da sempre punta all’Universalismo e all’evangelizzazione delle genti, ed è senz’altro l’istituzione più globale del Mondo, più dell’Onu e del WTO (!). Con il Papa Francesco, però, il cattolicesimo rientra nella globalizzazione in modo nuovo. Uscire dall’Europa e andare nelle americhe significa proprio questo. Simbolicamente, ma non solo, significa innanzitutto cambiare il modo di pensare Roma e la cattolicità. Il riferimento del Papa alla Chiesa di Roma come “quella che presiede nella carità a tutte le chiese”, è ricco di conseguenze, così come l’idea che la bella città di Roma vada evangelizzata. Presto avremo una idea più chiara di cosa queste affermazioni significano sia dal punto di vista delle relazioni interne alla Chiesa (quale servizio spetta alla chiesa locale di Roma, rispetto alle altre chiese locali?), sia rispetto a una nuova visione di evangelizzazione e di rielaborazione della fede. In questo la Chiesa non stupisce affatto, tanto che si tratta di temi antichissimi per esempio già presenti in S. Ignazio d’Antiochia, ripreso tante volte da PaoloVI, oppure di linee guida per il futuro già ereditati saldamente da Benedetto XVI. Non si tratta soltanto di ribadire l’universalismo della Chiesa e della sua missione. La novità, a mio parere, sta nel fatto che – a differenza di una scelta che poteva essere nord americana od europea – lo Spirito appaia maggiormente attento al Popolo “minuto”, piuttosto che a quello in cui si specchia una chiesa occidentale più established. Si badi bene che la scelta sudamericana non riguarda solo un mero calcolo di potere, dettato dalla maggior presenza di cattolici nel globo. Riguarda simultaneamente un continente che da anni sta perdendo fedeli. Questo i mass media non lo capiscono bene. L’America Latina è fortemente in crisi perché attaccato da forme radicali di evangelizzazione (quelle per esempio pentecostali) che lo colpiscono proprio nel suo cuore caritativo e di prossimità: quello della pratica pastorale, della cura delle anime e (sopratutto) dei corpi. Da qui sembra ripartire la sfida cattolica, proprio dal centro della sua forza e della sua possibile debolezza. Cosa significa essere-fare-Chiesa? Cosa significa comportarsi come fratelli, figli dello stesso Padre? Cosa significa essere cristiani? Cosa distingue da altri, sempre più potenti, che sanno rispondere ai bisogni delle persone più in difficoltà? In quali strade cammina il volto del Cristo?

Secondo. Diversamente da una scelta nordamericana, quella di Bergoglio sembra sottolineare non tanto una apertura al modernizzazione intesa come ulteriore astrazione nel massmediologico, quanto un ritorno alle origini e alla presenza. Qui si scontrano due culture sociali potentissime: quella della comunicazione concepita come “astrazione virtuale” e “collegamento” e quella della interazione come “presenza” e “prossimità”. Ora, le due cose non sono assolutamente in contrasto, anzi è vero l’opposto; ma la scelta del Papa dei poveri e quella di chiamarsi Francesco, danno un tono “epocale” alla decisione. La Chiesa sembra voler ripartire dagli esclusi (e non dagli inclusi), dai deboli dispersi (e non dalla curia – etimologicamente l’assemblea dei potenti); dagli sconnessi (e non dai connessi), da chi non ha reti (e non da chi è in rete). Sembra voler essere una chiesa-Madre, che accoglie gli “ultimi” per parlare anche ai “primi”. Una Chiesa che, ben salda nella globalizzazione e nella società della comunicazione, punta le sue forze sulla cura e sull’amore messo in pratica: sulla presenza che salva! Se così fosse, la scelta argentina sarebbe chiara. Non tanto da New York o da Boston (e men che meno dalle antiche università europee) può arrivare il modello per questa sfida. Serve una Chiesa maggiormente abituata alla povertà, alla emarginazione e al contatto con la carnalità del male. Anche i Nordamericani lo hanno capito e, dall’alto delle loro competenze organizzative, hanno deciso di servire chi serve.

1363261930_184256_1363289040_album_normalVedremo: la sfida è certamente enorme anche perché esistono altri problemi che con questa idea di Chiesa saranno più difficili da intercettare. Per fare qualche piccolo esempio: l’evangelizzazione delle giovani generazioni occidentali ormai abituate alla virtualità, o il dialogo con i vecchi che verranno sempre più sedotti dalla ideologia tecnico-medica della “vita eterna”; la sfida del relativismo e del dialogo inter religioso che necessita di una specie di meta-teologia comune rispettosa delle teologie locali; la sfida della modernizzazione dei continenti africano e asiatico… ecc. D’altra parte il nome scelto dal Cardinal Bergoglio rimanda direttamente all’alter Christus e, sinceramente visti i tempi che corrono, non è un’eredità da poco. I critici sono già pronti a sparare sentenze. L’equilibrio necessario per tenere-insieme i cristiani del globo, con tutte le loro diversità, è difficilissimo da ottenere. La sfida della secolarizzazione e della cultura immanentista, paurosa. La disattenzione a Dio, drammatica. Le idee non molte. Servirebbe davvero un nuovo inizio, come lo fu al suo tempo Francesco per una Chiesa che, forse, era messa peggio di oggi. Questo fa ben sperare. Il Regno è già presente, ma nel frattempo, prima dell’Apocalisse, la Chiesa deve rivelare quotidianamente il volto del Padre, attraverso la memoria del Figlio e con l’aiuto dello Spirito. Ce n’è da fare, pur nell’attesa che il tempo si compia.
Tutto il resto, è noia.

Semplice

Non smetterò mai di ripeterlo, questo è il tempo dell’umiltà e della semplicità.
La Chiesa immobile e stanca ha avuto il coraggio di respirare il suo tempo e scegliere Francesco.

Per la politica è il tempo di una donna, del suo costante atteggiamento di cura e attenzione per le persone, specie quelle più deboli. Non riconoscerlo significa non ascoltare il presente. E le parole di Simone Wail diventano oggi di una contemporaneità straordinaria: “Non potrei desiderare di essere nata in un’epoca migliore di questa, cui tutto è perduto. La vita nella nostra epoca è in balia della dismisura. La dismisura invade tutto: azione e pensiero, vita pubblica e privata […] Noi viviamo in un’epoca che non ha precedenti, e che esige un certo tipo di santità, anche’essa senza precedenti. Essa deve scaturire d’improvviso, come un’invenzione, e mettere a nudo tutta la verità e la bellezza che sono nel mondo, nascoste sotto strati di polvere e di marciume”.

Nel tempo della dismisura, ci può salvare solo chi, con umiltà, sa ripartire dalle piccole ed essenziali cose della vita di ogni giorno. E metterle in fila.

Il Papa nordamericano

Il nuovo gioco di società che i mass media hanno lanciato, e che durerà ancora almeno una settimana, il quiz “vota il tuo Papa”, rappresenta bene quanto andiamo dicendo da questo blog fin dallʼinizio. Lʼinformazione è una merce spettacolare che va fatta fruttare, contro ogni “responsabile” appello a (in)formare lʼopinione pubblica così che essa possa comprendere il mondo in cui vive e decidere di conseguenza.
Tale è la situazione e nessuna geremiade può sconfiggerla, neppure le timide critiche della Sala stampa Vaticana.

san pietroLa riflessione che propongo, non fa parte di quel gioco. Vuole invece soffermarsi sulla elezione del nuovo Pontefice, in termini semplici ma precisi, per focalizzarsi sul futuro della Chiesa cattolica.
La domanda che mi pongo è: quale “immagine” di Chiesa è necessaria oggi – nellʼepoca della globalizzazione – e quale “figura” potrebbe rappresentarla.

Gran parte dei mass-media ha ridotto questo enorme pro-blema a un mero scontro interno tra forze “curiali” e forze “globali”. Le prime spingerebbero per lʼelezione di un Papa che conosce a menadito la presunta situazione “scandalosa” della Chiesa – in quanto piena di pietre dʼinciampo capaci di farla cadere a terra tagliando ogni rapporto con la trascendenza -: le seconde spingerebbero verso un Papa che, invece, è tutto pro-iettato fuori dalla “curia”, verso la nuova evangelizzazione di un mondo che è capace sempre meno di collegare in modo sensato fede e ragione (cultura), Dio e Mondo, presente e futuro, visibile e invisibile.
Non vi è dubbio che questa contrapposizione è semplicistica e del tutto sviante dal centro del problema, che sta invece proprio nel tenere unite – oggi – il governo della Chiesa cattolica (la sua conduzione in quanto Corpo di Cristo) e lʼapertura al mondo. Le due questioni fanno-unità e qualsiasi analisi che le contrapponga è semplicemente inefficace e idiotistica. Simul stabunt, simul cadent.

Per questi fondamentalissimi motivi penso che il prossimo Pontefice, appunto colui che costruisce ponti tra lʼimmanenza e la trascendenza, potrebbe essere un “Papa-statunitense”. Lo Spirito Santo, mezzo di comunicazione ante litteram, potrebbe parlare la lingua della comunicazione globale (insieme a un buon latino, a sua volta lingua globale di un tempo che oggi viene rivalutata).
Non intendo dire che sarà di passaporto nord-americano, bensì che probabilmente chiunque verrà eletto lo sarà perché i cardinali statunitensi gli faranno pervenire i loro voti.

Perché questa riflessione? Tre sono i motivi fondamentali che propongo.
Primo. La Chiesa statunitense nasce entro un contesto fortemente pluralistico ed è abituata ad essere una minoranza-attiva, capace di dialogare/combattere con altre fedi altre culture. Questo dà un vantaggio rilevante nel contesto della globalizzazione e del cosiddetto relativismo. Inoltre la Chiesa nordamericana è ricchissima di energie spirituali-operative e fortemente inter-etnica. Eʼ quindi “allenata” a discutere con pensieri diversi alla ricerca di punti di convergenza.
Secondo. La Chiesa statunitense vive al centro di quel mondo occidentale che, pur in declino, ha forgiato e continuerà a forgiare lʼepoca della globalizzazione. Eʼ una Chiesa abituata a vivere dentro alla cultura comunicativa e tecnologica, dentro cioè a quel potentissimo dispositivo globale tecnico-scientifico-informatico che rappresenta, per larga parte, ancora il futuro del pianeta. E questo dispositivo che genera il pericolo è più drammatico per la Chiesa e per chiunque altro sia ancora interessato a collegare immanenza e trascendenza. Il dispositivo tecnico-scientifico-informatico produce quella cornice immanente (immanent frame) che fa del pensiero di Dio una enorme favola da raccontare a bambini in cerca di vane sicurezza. La Chiesa nord-americana è da tempo impegnata nella lotta contro tale dispositivo, “figlio dellʼOccidente”, quel razionalismo immanentistico che nega ogni realtà a Dio. Lo si è visto su temi caldissimi del matrimonio, della salvaguardia della vita, della bio-etica e del contrasto alle potestà economico-scientifiche che vorrebbero ridurre lʼuomo a mera tabula rasa su cui imprimere ogni arbitraria volontà di potenza. La Chiesa statunitense è meglio attrezzata di altre per arrischiare il tentativo, quasi disperato a dire il vero, di mantenere la fede nel contesto della cultura, mantenendola ben salda sui binari di una ragione che non è mero calcolo-tecnico-economico. Solo così la fede potrà continuare un dialogo con gli uomini contemporanei, senza scivolare nel misticismo estetico, nella mera reazione al nuovo, nella completa irrazionalità “magica” o nella disperata volontà di farsi potenza religioso-politica del “secolo”, credendo di poterlo governare.
Infine la Chiesa nord-americana è quella che, con maggior forza, ha saputo affrontare gli scandali interni, forse senza risolverli tutti, ma senza mai abbassare lo sguardo sulla drammatica peccaminosità che è emersa in molte situazioni (spesso “sponsorizzata” da poteri che godrebbero di enormi vantaggi se la Chiesa cattolica crollasse a terra). Questo coraggio, non remissivo ma ricostruttivo, questo atteggiamento “affermativo”, la pone allʼavanguardia di una riforma interna, ma non curiale, che certamente attende in nuovo Pontefice. Ma, come tutti sanno, ecclesia semper reformanda est (e questa non è una novità).
Le chiese europee, africane, asiatiche e sudamericane, per motivi molto diversi, non rispondono a queste sfide in modo altrettanto forte. A mio parere non con-figurano quellʼequilibrio tra forze di conservazione e di trasformazione, di apertura e chiusura, di radicamento al mondo e di auto-trascendenza, che è necessario per il futuro. Vedremo dunque se il prossimo Papa sarà il “papa-(nord)americano“.