La sfida della casa comune

Una folla superiore alle attese quella convenuta a Palazzo Europa per la “prima uscita pubblica” sull’enciclica Laudato sì di papa Francesco organizzata nei giorni scorsi da Centro “F. L. Ferrari”, Cisl, Confcooperative e Centro Pastorale Sociale e del Lavoro.

Un’enciclica politica, non solo ambientale, che mette in discussione gli attuali modelli di sviluppo e che invita la politica a recuperare il primato sull’economia e sulla finanza, con una chiara scelta di campo in pieno spirito francescano verso i più poveri, che più di altri patirebbero le conseguenze del deterioramento della casa comune.

Non a caso padre Lorenzo Prezzi, direttore di Settimana, periodico dei padri Dehoniani, conia il termine di Sillabo “verde”, perché il Sillabo di Papa Pio IX ha rappresentato una posizione decisa, ostile e argomentata nei confronti della modernità. Allo stesso modo l’enciclica, che è una presa di posizione durissima contro l’egemonia imperante dell’economia e della finanza ma è anche un invito all’impegno che gli esseri umani devono assumere nei confronti di quanto è stato a loro affidato.

Pope Francis is driven through the crowd during his general audience, in St. Peter's Square, at the Vatican, Wednesday, March 27, 2013. (AP Photo/Andrew Medichini)

É un testo a tratti sorprendente, perché contiene importanti affermazioni sullo sviluppo sostenibile e sulla decrescita, con un approccio, anche di tipo poetico, verso la bellezza e l’estetica della Natura. Eppure è anche un testo di tipo tradizionale, perché riprende tutte le posizioni dei Papi precedenti a partire da Paolo VI, e perché lega il tema dell’ecologia alla persona umana, ambiente naturale e condizioni sociali vanno sempre di pari passo, con un’attenzione verso i più poveri, che è consuetudine del magistero ecclesiastico.

Questo doppio regime di assoluta apertura e di conferma delle tradizione pervade tutto il testo dell’Enciclica, in cui emergono i temi fondamentali della gravità del pericolo ambientale, della cultura ecologica che dovrebbe favorire sguardi nuovi e diversi verso l’ambiente, di nuovi stili di vita più sostenibili e delle responsabilità della politica per costruire un futuro migliore.

Anche secondo Vittorio Prodi, fisico e docente universitario, molte sono le novità di questo messaggio, a partire dalla descrizione delle dissennate conseguenze dell’agire umano sull’ambiente: riscaldamento globale e cambiamenti climatici, inquinamento e perdita della biodiversità, depauperamento delle risorse naturali e degrado sociale, diffondersi dell’iniquità e aumento delle povertà rappresentano un grande deterioramento sotto gli occhi di tutti della casa comune.

inquinamento_

L’invito rivolto a tutti, credenti e non credenti, uniti nelle medesime preoccupazioni in quanto abitanti della casa comune, è quello di tornare a vivere con equilibrio nel mondo, per non continuare a consumare più risorse di quante la natura ne disponga e per garantire a tutti il diritto al cibo e all’acqua. Ognuno deve quindi sentirsi responsabile del cambiamento e orientarsi all’azione, riducendo i propri consumi e scegliendo stili di vita più sobri .

Con un richiamo alla politica e alle istituzioni sovranazionali, perché i problemi sono globali, a ridisegnare il mondo che vogliamo e di compiere le scelte necessarie per cambiare rotta prima che sia troppo tardi. Solo in questo modo si potrà raggiungere la pace e un benessere pieno e condiviso da tutti.

 

Il male dimenticato

In tempi di psicosi (ancora in corso) per il virus Ebola, c’è un altro virus purtroppo sempre molto diffuso nel continente africano, ma anche dalle nostre parti, di cui però non si parla quasi mai. Non ci si preoccupa, non lo si sente nominare al bar, al contrario di Ebola. Eppure, secondo i dati diffusi dal presidente regionale Anlaids Pierluigi Valle, solo in Emilia-Romagna sono circa 350-400 all’anno i nuovi casi di contagio da Hiv. In tutta Italia sono circa 4mila. E ricordiamo che, secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), l’Aids è la quinta causa di morte nel mondo.

Un fenomeno talmente grave che anche Papa Francesco, in più occasioni, è intervenuto sul tema, incoraggiando “coloro che lavorano nell’apostolato sanitario della Chiesa, non ultimo nella cura di chi soffre per l’Hiv/Aids, e tutti coloro che si sforzano di educare con attenzione le persone per ciò che riguarda la responsabilità sessuale e la castità” e pregando a più riprese non solo per i malati, ma anche per medici e ricercatori incaricati alle cure.

A Modena l’infezione da Hiv è in diminuzione: 42 notifiche negli ultimi due anni secondo l’Osservatorio provinciale Aids. Per capirci, nel 1985 erano 179. A Modena il contagio per via sessuale è prevalente: tra le modalità di trasmissione nel 57% dei casi ci sono i rapporti eterosessuali, mentre nel 24% i rapporti omosessuali, mentre lo scambio di siringhe è sceso al 5% (per i motivi spiegati nel nostro articolo sull’eroina).

Nella provincia di Modena negli ultimi 5 anni sono stati diagnosticati 13 nuovi casi di Aids all’anno.

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Il problema principale, come ha spiegato il presidente Anlaids durante un congresso a Bologna, è la mancanza di consapevolezza sui rischi e sulle modalità di contagio, in particolare tra i giovani. Di conseguenza diminuisce la prevenzione, perché quello dell’Hiv e dell’Aids non sembra un pericolo che può riguardare chiunque di noi. Paradossalmente ci si preoccupa di un virus come l’Ebola ma non del più probabile Hiv (lo dicono i numeri). Perché?

Poca informazione, innanzitutto. Dai risultati emersi da un questionario sottoposto agli studenti si scopre che il 30% è convinto che il bacio sia lo strumento di contagio dell’Hiv (falso mito), il 40% che la pillola protegga dal contagio, e perfino un 8% che non ha mai sentito parlare dell’Aids.

Su Internet poi c’è un concentrato di falsi miti e leggende metropolitane, alcune veramente assurde e totalmente prive di validità scientifica, che non fanno altro che confondere i più giovani. Anlaids Lombardia e l’ASL di Milano qualche mese fa hanno lanciato la app Smart Sex con lo scopo di favorire l’educazione sessuale contro le infezioni da Hiv (e non solo).

Nel 2010 fece molto scalpore la lettera di una ragazza che scrisse al Corriere della Sera. Dopo quattro anni, merita ancora di essere letta. Iniziava così:

Scrivo questa lettera perché mi sento in dovere di farlo. Ho 21 anni e vivo a Milano, studio all’università Bocconi, sono una ragazza solare e appaio come una ragazza «normale». Eppure c’è un però, sono sieropositiva, e l’ho scoperto qualche mese dopo aver compiuto i miei 18 anni.

Il resto è sul Corriere della Sera, e merita di essere letta tutta.

Immagine di copertina, photo credit: Abode of Chaos via photopin cc.

Francesco è davvero un papa nuovo?

Se lo è chiesto Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, intervenendo ad un incontro al Palazzo Europa dal titolo “Osservando Francesco”. Ecco il suo ritratto del papa venuto dalla fine del mondo

 

frans1«Il nuovo papa è un papa nuovo, ma le sue novità sono relative». Sono parole di Giovanni Maria Vian, direttore de “L’Osservatore Romano”, intervenuto all’incontro organizzato dall’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Modena-Nonantola e dal settimanale diocesano Nostro Tempo, dal titolo “Osservando Francesco”. Nel corso dell’incontro, introdotto dalle parole dell’arcivescovo di Modena-Nonantola mons. Antonio Lanfranchi, Vian ha toccato vari aspetti del pontificato di Francesco, dalla sua straordinaria capacità di comunicare con i fedeli alle tante scelte che lo rendono diverso, forse unico, certamente popolare.

Oltre Porta Pia. «Da un punto di vista storico – spiega Vian – si può dire che con papa Francesco si è superato definitivamente il trauma di Porta Pia del 1870. Dopo il 1870 e per quasi un settantennio i papi non hanno messo fuori il naso non solo da Roma, ma dai giardini vaticani. Pio X non è mai uscito dal Vaticano, lo stesso ha fatto Pio XI, che cercava continue occasioni di incontro. Queste udienze interminabili di papa Francesco, in cui parla per una ventina di minuti, poi passa due o tre ore a salutare malati, bambini e anziani, sono annunciate negli anni Venti e negli anni Trenta da Pio XI, che aveva fatto costruire degli enormi armadi per conservare i regali portati dai fedeli».

papa-timeCome Giovanni Paolo II. «Solo con Paolo VI – spiega Vian –, pontefice che ritengo decisivo per il secolo scorso, il papa inizia a viaggiare. Per la prima volta con Montini il papa torna in Terra Santa e tocca tutti i continenti, in viaggi semplici e rapidissimi, concentrati in sette anni. Il pontificato di Luciani, anche se durato solo 33 giorni, ricorda molto quello di Francesco, proprio per la comunicazione straordinariamente efficace, anche se non così spontanea. Giovanni Paolo II, come novità, è quello che si avvicina di più a Francesco. In epoca recente, dopo l’annuncio, i papi uscivano, benedicevano e rientravano. Già Giovanni Paolo I avrebbe voluto pronunciare qualche parola dopo la benedizione, ma gli dissero che non usava. Probabilmente lo stesso venne detto a Giovanni Paolo II, ma fece di testa sua».

Uniti, ma distanti. Dopo Giovanni Paolo, ecco Benedetto, il papa che non voleva fare il papa, secondo Vian. «Benedetto XVI ha una personalità radicalmente diversa da quella di Francesco, ma a mio parere c’è una continuità di fondo. Benedetto e Francesco sono uniti da molto, anche se sono distanti. Il bavarese viene da una famiglia modesta, ma è nato intellettuale, ha passato trent’anni all’Università, abituandosi al confronto col mondo laico. Con l’elezione di Bergoglio per la prima volta si oltrepassa l’oceano, il vescovo di Roma è preso alla fine del mondo, una scelta sorprendente, perché è la prima volta che si esce dal mondo mediterraneo. Questo significa un cambio di prospettiva decisivo».

frans2Meglio Santa Marta. Bergoglio è il primo pontefice gesuita, altra grande novità secondo Vian, e la sua formazione incide profondamente nelle scelte che sta compiendo. «Anche quando era vescovo ha sempre compiuto scelte anticonformiste: rinunciare a vivere nell’arcivescovado di Buenos Aires, non avere segretari, viaggiare senza autisti e usare i mezzi pubblici. Tutto questo lo ritroviamo oggi con coerenza nella scelta di non lasciare Santa Marta, residenza predisposta per i cardinali durante il conclave e per il nuovo pontefice finché non è pronto l’appartamento papale. Papa Francesco sa perfettamente che non avrebbe potuto continuare la vita che faceva a Buenos Aires, quindi ha scelto di stare a contatto con la gente in questo modo».

“Miserando atque eligendo”. Il direttore de “L’Osservatore Romano” ha poi rivelato alcune abitudini dell’uomo Bergoglio, come quella di arrivare sempre in anticipo. «Si sveglia prima delle cinque, medita, prega e poco prima delle sette scende nella cappella di Santa Marta per prepararsi a celebrare la messa. Una volta finita, saluta tutti, anche se non sempre è possibile. Francesco anticipa sempre, e questo ha causato anche dei disguidi in Vaticano. Inoltre ci ha abituati ad una predicazione quotidiana, con omelie straordinariamente efficaci, su temi centrali come la misericordia. Nella visione papale, Dio prende l’iniziativa, ma si aspetta una risposta dell’uomo. Lo stesso motto di papa Francesco, “Miserando atque eligendo”, tratto dalle omelie di san Beda, vuole avere questo significato». E Francesco, con i suoi gesti e con le sue parole, chiede una risposta a tutti i cattolici.

Quando si dice “ius soli”

Negli anni Trenta non era facile mettere su famiglia, dalle parti di Torino come in molte città italiane. Sposarsi, trovare casa e lavoro e mettere al mondo dei figli confidando di potere offrire loro un esistenza dignitosa era impresa da spaventare davvero. Ed erano in tanti a scegliere di andarsene pur di non arrendersi all’idea che il futuro fosse impossibile.
Fu così che Regina Sivori, una giovane donna piemontese riuscì a convincere Mario, il suo futuro marito, che anche per loro l’avvenire poteva essere oltre l’orizzonte, dall’altra parte dell’oceano. Raggiunsero l’Argentina dove si sposarono e dove, nel 1936, nacque il loro primo figlio, al quale ne sarebbero seguiti altri.
Giorgio, come lo chiamavano loro da bambino.
O, meglio, Jorge, come stava scritto sui documenti stampati in quel paese che aveva dato alla loro famiglia l’opportunità di esistere. Giorgio ed i suoi fratelli sarebbero stati cittadini argentini. Per sempre. Pienamente. In ogni senso.
Perché sono nati lì, e non per caso.
La storia degli anni successivi ha talmente consolidato questa ineccepibile verità, che quando Giorgio/Jorge é stato eletto Vescovo di Roma, di lui non si diceva altro che questo: il primo Papa sudamericano, scelto alla fine del mondo. L’Arcivescovo di Buenos Aires viene a rappresentare la Chiesa povera e dei poveri. C’é voluto qualche giorno perché i cronisti tirassero fuori con chiarezza la storia dei suoi genitori italiani, così del primo Papa argentino oggi si dice – solo per completezza d’informazione – che i genitori avevano origini italiane.
Quando si dice “ius soli”

Un’ala di riserva, per non dimenticare come si vola

“Internati. Questa parola ci fa sentire gli ultimi della terra. Chi siamo? Siamo persone che hanno sbagliato ma che hanno già pagato con periodi più o meno lunghi di detenzione, i loro errori. Molti ci chiedono perché siamo qui. Non sappiamo nemmeno noi cosa rispondere”.

 Queste parole, piene di frustrazione e alienata stanchezza, sono state scritte in una lettera indirizzata a Papa Francesco da un gruppo di detenuti ed internati nella Casa di reclusione e Casa di lavoro di Castelfranco Emilia. “Lei dice che bisogna guardare agli ultimi, noi ci sentiamo tali. Ci benedica Padre”.

Ciclicamente si parla di case di lavoro (e di internati, ossia di coloro che vivono nelle case di lavoro). Evidentemente, però, non se ne parla abbastanza, dato che l’opinione pubblica non si è fatta ancora un’idea precisa e consapevole di chi siano gli internati e cosa siano le case di lavoro. E tanto per chiarirlo subito, i primi non sono detenuti e le seconde non sono carceri.

La definizione che più si attaglia alla permanenza presso una casa di lavoro, misura di sicurezza detentiva prevista dal codice penale italiano, è certamente quella di “ergastolo bianco”: gli internati, infatti, sono ex detenuti ritenuti ancora socialmente pericolosi e nei confronti dei quali il Magistrato di Sorveglianza può disporre un’ulteriore misura di sicurezza. Questa misura ha, almeno teoricamente, un termine: per uscire dalla Casa di Lavoro (dove spesso, beffardamente, di lavoro non ce n’è) gli internati devono dimostrare di avere un lavoro, una famiglia e una residenza. Tutte condizioni che, con un passato da detenuti e un presente da internati, sono difficili da soddisfare. Basti pensare che molti internati perdono persino la residenza: alcuni di loro raccontano di essere stati inseriti nella lista dei senza dimora dei comuni d’origine, paesi e città dove i più non vogliono ritornare, in quanto legati a trascorsi che vogliono dimenticare.

La Casa di lavoro è un carcere con tutti i problemi del carcere: sovraffollamento, mancanza di lavoro, povertà – è scritto ancora nella lettera – Ma una differenza c’è: i detenuti possono godere di benefici di legge, dall’amnistia all’indulto, delle misure alternative al carcere, possono cancellare sul calendario ogni giorno che passa e sperare che il fine pena si avvicini. Noi, no”.

 “Io posso considerarmi fortunato perché qui in B.V.A. a Modena ho la possibilità di sentirmi utile facendo del volontariato e soprattutto ho l’opportunità di conoscere persone e famiglie che non mi fanno sentire escluso” dice A.L., internato di Castelfranco, che incontriamo durante un sabato pomeriggio di festa alla parrocchia Beata Vergine Addolorata, capofila del progetto “Un’ala di riserva nella realizzazione di un percorso di facilitazione del reinserimento sociale di un internato della Casa Lavoro di Castelfranco Emilia nel periodo di attesa del termine della misura di sicurezza. Nella giornata di sabato l’internato svolge diverse attività, mettendo a disposizione le proprie capacità e competenze per le necessità parrocchiali, al fine di favorire il suo progressivo inserimento sociale attraverso la nascita di una rete amicale e di supporto che naturalmente va creandosi nel trimestre di realizzazione di questo progetto, che iniziato a marzo si concluderà alla fine di giugno. “E dopo giugno si vedrà “ sorride tristemente A.L.. Con lui c’è D.Z.A., un altro internato di Castelfranco in uscita pomeridiana che prima di rientrare ha raggiunto l’amico per un saluto.

“Abbiamo scritto a tutti, si sono fatti dei convegni, le conclusioni sono unanimi: è una norma assurda, forse anche anticostituzionale, ma nessuno vuole cancellarla – dicono i due internati ribadendo quanto già scritto in conclusione della lettera indirizzata a Papa Francesco – A chi può interessare difendere i “socialmente pericolosi”, i “delinquenti abituali o professionali” come veniamo definiti? Chi ha interesse a togliere una norma che, agli occhi della società, metterebbe in libertà delle persone indegne? Non sono bastati, evidentemente, gli anni di carcere che abbiamo scontato, a giusta punizione per quanto abbiamo fatto”.

“Questa misura fa acqua da tutte le parti, è da rivedere completamente: non si può pensare di attuare il reinserimento di un internato nella società senza dargli gli strumenti per farlo” esclama Ermido Lerose, coordinatore del progetto promosso dal Centro Servizi per il Volontariato di Modena, che vede il coinvolgimento di realtà e associazioni di volontariato modenesi all’interno ed esterno della Casa lavoro di Castelfranco – Noi come volontari nel nostro piccolo riusciamo a fare ben poco: lo facciamo col cuore ma facciamo quello che possiamo, perché a queste persone non riusciamo a dare né un alloggio né un lavoro, che è ciò di cui hanno più bisogno per rifarsi una vita e riappropriarsi della libertà, come è giusto che accada dopo aver scontato i propri errori”.

Quelli che… siamo i G.I.

Omaggio al grande Enzo.
Grazie, unico vero surrealista italico (a parte tutti quelli inconsapevoli qui sotto)!

Quelli che….siamo i G.I. (joe)

– Quelli che… non votano Marini perché si corre il rischio di spaccare il partito, oh yeah
– Quelli che… però poi “dobbiamo votare Prodi per ri-compattare il Partito”, oh yeah
– Quelli che… Prodi andava bene, però in 101 hanno tradito, oh yeah
– Quelli che… i 101 erano telecomandati da D’Alema che è telecomandato da Berlusconi, oh yeah
– Quelli che… D’Alema si è già messo d’accordo con Berlusconi per eleggerlo Presidente della Repubblica al prossimo giro, oh yeah
– Quelli che… vogliono fare il Congresso mentre c’è da votare il Presidente della Repubblica, mentre c’è da fare il Presidente del Consiglio, mentre c’è da dare la fiducia al Governo, mentre c’è da prendere una qualsiasi decisione… e non lo fanno quando dovrebbero, oh yeah
– Quelli che… “siamo la maggioranza onesta del Paese”, oh yeah
– Quelli che… dopo Fo, la Bonino, la Gabanelli, Gino Strada e Papa Francesco… Rodotà è la nostra prima scelta, oh yeah
– Quelli che… il Popolo italiano è tutto in piazza per eleggere Rodotà Presidente della Repubblica, oh yeah
– Quelli che… credono che 10.000 su Facebook siano il Popolo italiano, oh yeah
– Quelli che… credono che tutti usino internet anche per fare la spesa, oh yeah
– Quelli che… “mandiamo tutto in vacca o tutto in streaming?”, oh yeah
– Quelli che… va bene tutto “ma mai il Governo con Berlusconi”, oh yeah
– Quelli che… tutte le elette con Berlusconi sono puttane, oh yeah
– Quelli che… non votiamo Letta perché è un servo del Cavaliere, oh yeah
– Quelli che… Letta era già d’accordo con Gianni Letta che era d’accordo con Napolitano che era d’accordo con Berlusconi che era d’accordo con le banche che erano d’accordo con Letta…, oh yeah
– Quelli che… alla fine non è un Governo con Berlusconi… è un atto di responsabilità, oh yeah
– Quelli che… adesso tutto il Pd dia il sostegno a Letta, oh yeah
– Quelli che… applaudono Napolitano mentre gli dà degli irresponsabili, oh yeah
– Quelli che… vogliono ancora fare l’alleanza con i 5 stelle, oh yeah
– Quelli che… i grillini sono i “Compagni che non sbagliano”, oh yeah
– Quelli che… alla fine Casaleggio non ha tutti i torti perché tanto prima o poi arriva la terza guerra mondiale scatenata dai berlusconiani, oh yeah
– Quelli che… credono che il 25 aprile sia la festa contro Berlusconi, oh yeah
– Quelli che… credono che l’inno nazionale sia “O bella ciao”, oh yeah
– Quelli che… “non bisogna dividere il Paese”, oh yeah
– Quelli che… non c’è alcun conflitto generazionale, oh yeah
– Quelli che… abbiamo un grande dilemma: mettiamo come salva-schermo la faccia della giovane eletta del Pd quando gli passa dietro Brunetta, oppure la faccia di Brunetta quando la giovane eletta del Pd vota la fiducia al Governo Letta?, oh yeah
– Quelli che… adesso non votiamo la fiducia, facciamo l’opposizione e poi finalmente torniamo al voto che tanto Berlusconi è finito, oh yeah
– Quelli che… ci vorrebbe il compagno Bertinotti, oh yeah
– Quelli che… abbiamo sbagliato a non votare Renzi, oh yeah
– Quelli che… se c’era Renzi o Berlinguer o Vendola era un’altra cosa… oh yeah
– Quelli che… adesso però non bisogna mettere il partito nelle mani dei renziani, oh yeah
– Quelli che… Zero, zero, zero è il nuovo libro di Saviano dedicato a Bersani, i Giovani Turchi e a D’Alema, oh yeah
– Quelli che… adesso è il momento di Pippo Civati, poi arriva quello di Pippo Inzaghi al Milan, oh yeah
– Quelli che… è il momento di rifare il Partito comunista, oh yeah
– Quelli che… è trent’anni che voto a sinistra, ma la prossima volta voto Berlusca, oh yeah
– Quelli che… credono che la Costituzione sia un testo rivelato da Don Dossetti, oh yeah
– Quelli che… credono che la Costituzione l’ha scritta Dante (Alighieri), oh yeah
– Quelli che… prendono per il culo i nani perché “fa tanto di sinistra”, oh yeah
– Quelli che… credono di essere la parte onesta del Paese e che tutti gli altri sono dei delinquenti che votano dei delinquenti che mettono al mondo dei delinquenti…, oh yeah
– Quelli che… “Napolitano è una mummia traditrice”, oh yeah
– Quelli che… va bene Napolitano, però mettiamo i paletti al Governo del Presidente, oh yeah
– Quelli che… “adesso è ora di fare chiarezza nel partito”, oh yeah
– Quelli che… il Paese non ci ha capito, oh yeah
– Quelli che… adesso bisogna che spieghiamo al Paese cosa è successo, oh yeah
– Quelli che… sono i G.I. (joe)… i Giovani Idioti (joe)

– Quelli che… siamo pronti alle elezioni, oh yeah

– Quelli che… “adesso facciamo presto, perché è già tardi”, oh yeah
– Quelli che… togliamo i soldi ai politici di sinistra, oh yeah
– Quelli che… per prima cosa togliamo le tasse, oh yeah
– Quelli che… ridiamo (voce del verbo “ridere”) i soldi rubati agli italiani dal Governo Monti, oh yeah
– quelli che… non sapevo che mi avevano comprato una casa e li denuncio (tanto avrei dei dossier in casa), oh yeah
– Quelli che… il problema è stato il Governo dei Professori, oh yeah
– Quelli che… non entro nel Governo, ma faccio solo il garante dei giovani, oh yeah
– Quelli che… abbiamo dato al Paese le nostre forze migliori, oh yeah
– Quelli che… abbiamo saputo ascoltare il Paese che ci ha saputo capire, oh yeah
– Quelli che… abbiamo messo il nipote di Letta al Governo (peccato per quello di Confalonieri), oh yeah
– Quelli che… non possiamo vincere al 100%… ci bastano solo i ministeri chiave, oh yeah
– Quelli che… non abbiamo messo nessun paletto…solo sparato pallottole d’argento, oh yeah
– Quelli che… dobbiamo pacificare il Paese, ma basta con i Comunisti, oh yeah
– Quelli che… il Comunismo è morto, Dio è morto… meno male che Silvio c’è, oh yeah
– Quelli che… Berlusconi era a Dallas insieme agli altri Presidenti degli Stati Uniti, oh yeah
– Quelli che… appena Napolitano cede un po’ mettiamo Berlusconi Presidente della Repubblica, oh yeah
– Quelli che… stanno all’opposizione per prendersi le commissioni della Rai, oh yeah
– Quelli che… finalmente siamo presentabili in Europa, oh yeah
– Quelli che… adesso andiamo in Europa e glielo facciamo vedere alla Merkel (cosa?), oh yeah
– Quelli che… bisogna convincere la Germania a uscire dall’Europa, oh yeah
– Quelli che… il Cavaliere è il più grande statista della storia della Repubblica, oh yeah
– Quelli che… se non fosse stato che doveva salvare l’Italia, al Cavaliere avevano già chiesto di salvare il Vaticano (papy Silvio I), oh yeah
– Quelli che… adesso i magistrati la devono finire di romperci il cazzo, oh yeah
– Quelli che… credono che il Bunga Bunga sia la capitale del Burkina Faso, oh yeah
– Quelli che… aspettano il gioco del “Bunga-Bunga” per giocarci il sabato sera con gli amici, oh yeah
– Quelli che… credono che la Ruby è la nipote di Mubarak e lo votano in Parlamento, oh yeah
– Quelli che… credono che la figlia della Fico è del Cavaliere che però ha chiesto un favore a Balo, oh yeah
– Quelli che… credono che la Gabanelli è la cugina di Grillo, oh yeah
– Quelli che… dopo Benito… solo Silvio è riuscito a mettere a posto gli italiani, oh yeah
– Quelli che… Silvio in un bunker ha l’armatura di Iron Man pronta, oh yeah
– Quelli che… adesso il partito è ora di fare a meno di Berlusconi, oh yeah
– Quelli che… nel Pdl sta maturando la scelta di fare a meno di Berlusconi, oh yeah
– Quelli che… hanno vinto i giovani e le donne, oh yeah
– Quelli che… hanno vinto le giovani donne, oh yeah
– Quelli che… credono che la De Girolamo sia una esperta di agricoltura, oh yeah
– Quelli che… adesso estendiamo il modello della sanità lombarda a tutto il Paese, oh yeah
– Quelli che… Angelino si prepara a fare lo statista (o lo statistico?), oh yeah
– Quelli che… abbiamo dovuto “abbassare i desideri” di Brunetta per il bene del Paese, oh yeah
– Quelli che… bisogna togliere il Nobel a Montale perché era comunista, oh yeah
– quelli che… tutti i grillini sono comunisti che non hanno votato Bersani solo per mimetizzarsi, oh yeah
– Quelli che… “mi si consenta, ma in buona sostanza e con grande senso di responsabilità per il futuro di questo bel Paese, ve l’avrei dolcemente rimesso in quel posto”, oh yeah

– Quelli che… come Enzo avevano capito come andava a finire e se ne sono andati qualche giorno prima, oh yeah.

Francesco, l’ossimoro che sale in cattedra

IMG_7235 Un papa che indica la vocazione a una Chiesa viva, incrociando l’umanità del suo tempo. Con queste parole Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera, tratteggia la figura di papa Francesco. Accattoli è stato ospite alla Pasqua del Giornalista, evento organizzato dall’Ucsi e dall’Ufficio Diocesano Comunicazioni Sociali del’Arcidiocesi di Modena-Nonantola, e ha spiegato in tre passaggi la svolta del vescovo di Roma preso dalla fine del mondo.

La rinuncia di Benedetto. «In uno dei miei articoli – racconta Accattoli – ho scritto che la rinuncia di papa Benedetto è un fatto di Vangelo. Con questa espressione indico le testimonianze cristiane più pure, credibili, convincenti. Con questa rinuncia il papa ha compiuto una spoliazione di se stesso, contro la tradizione e la spiritualità della figura papale. Benedetto ha preso una decisione sanguinosa; ha svuotato se stesso non soltanto perché ha rinunciato alla più alta dignità che può essere conferita sulla terra a un cristiano, ma soprattutto perché è andato contro l’aspettativa, il convincimento e la spiritualità nella considerazione della figura papale, che era affermata da secoli e si credeva insuperabile. Si affermava come dottrina che il papa non si poteva dimettere. Ma un papa moderno – sottolinea il vaticanista – non può vivere nell’invalidità gli ultimi anni del proprio pontificato, come accadeva in passato. Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, tutti uomini straordinari e padroni della funzione papale, si sono posti il problema della rinuncia perché arrivati a malattie invalidanti e tutti sono arrivati alla conclusione che non si potevano dimettere, dopo aver consultato canonisti, teologi e collaboratori. Giovanni Paolo II disse che non c’era posto nella Chiesa per un papa emerito, mentre Benedetto ha stabilito che il suo titolo sarà proprio papa emerito. Questo svuotamento di sé è un atto di Vangelo, una dimostrazione di umiltà contro le aspettative della maggioranza del popolo di Dio, tutti convinti che non potesse avvenire».


IMG_7246La novità della scelta.
«Il giorno che si apriva il conclave – racconta Accattoli – ho fatto un elenco di sedici cardinali, che reputavo papabili, per preparami alla diretta della fumata dal sito del Corriere della Sera. Tra questi c’era anche cardinal Bergoglio. Ma quando il Corriere mi ha chiesto dieci profili non l’ho inserito, perché nel 2005, lo sappiamo con esattezza dal diario di uno dei conclavisti, Bergoglio era stato il più votato dopo Ratzinger sia al primo che all’ultimo scrutinio e dicevano che lui stesso aveva chiesto di non essere votato, perché non si sentiva all’altezza. In più era vecchio e già aveva rinunciato a Buenos Aires. Non era previsto per questi motivi, ma era prevedibile l’America Latina. Il “balzo nelle Americhe” mi era abbastanza chiaro, non solo perché è diventata l’area continentale con il maggior numero di cattolici, dove la gente continua ad andare a messa e invocare Dio nel dolore e nel ringraziamento, ma perché in Europa stiamo vivendo una crisi della Fede, come ha spiegato lo stesso papa Benedetto. È drammatica la rinuncia del papa e il motivo per cui rinuncia è che non sente più le forze per compiere l’impresa di rivitalizzare la fede in Europa. Allora si va a prendere il papa dove ci può essere l’antidoto alla crisi e lo si va a prendere nel continente dove il cristianesimo è buona notizia per i poveri, visto che la crisi della fede in Europa è il benessere e non può più essere presentato come tradizione, la cui forza oggi è molto indebolita».

IMG_7227Il nome Francesco. «Papa Francesco è un ossimoro. Questo ossimoro è definibile con l’incontro tra Francesco d’Assisi e Innocenzo III, avvenuto 800 anni fa. La Chiesa ha impiegato otto secoli per mettere un Francesco sulla cattedra di Pietro, per otto secoli c’è Francesco e c’è il papa, solo adesso si sono uniti. Papa vuol dire l’istituzione, il governo, la suprema autorità della Chiesa. Francesco vuol dire radicalità evangelica. Papa Francesco non prende le scarpe rosse e la mozzetta rossa, tiene solo la veste bianca, raccordo simbolico con i papi precedenti. Toglie quello che non è necessario, perché vuole togliere quello che si è aggiunto. Tiene la croce e la mitria di quando era vescovo, fa tutto ciò di francescano che si può fare nella condizione di papa. Un esempio è ciò che è accaduto il Giovedì Santo. I cultori della tradizione e del sistema tridentino dicono che il vescovo deve celebrare la messa In Coena Domini nella cattedrale, perché non può essere una celebrazione privata, e che si devono avere dodici uomini scelti. Papa Francesco invece va dai carcerati, tra cui c’erano due musulmani e due donne. Francesco va a vivere tra i lebbrosi e quando incontra papa Innocenzo III odora ancora di porcile, suo alloggio romano. Papa Francesco non celebra nella cattedrale di Roma con dodici uomini scelti, ma va in carcere, dove sono gli emarginati, nella periferia delle periferie. Non gli interessa che siano uomini scelti – conclude Accattoli –, gli interessa che sia l’umanità di oggi, alla quale portare la buona novella del Vangelo».

 

 

Ecclesia semper reformanda

ImmagineCollegare in un’unica visione d’insieme le lettere alla città del vescovo e gli orientamenti pastorali del nuovo papa Francesco: questo l’obiettivo dell’incontro promosso sabato 6 aprile dal Centro culturale Francesco Luigi Ferrari, durante il quale è stato presentato il volume che raccoglie per la prima volta tutte insieme le lettere che dal 1998 i vescovi di Modena hanno scritto alla città in occasione della festa del patrono San Geminiano.

«Le lettere – spiega Gianpietro Cavazza, presidente dal centro culturale – sono una tradizione che rimarca, anno dopo anno, il gesto di fraterna amicizia che il Pastore modenese intende compiere nei confronti di tutta la comunità locale. Una tradizione che ben si concilia con il nuovo stile pastorale di papa Francesco, i cui gesti e parole fanno già pensare a un cambio di rotta nella guida della Chiesa. Se non si può ancora parlare di una vera e propria rivoluzione, si può per lo meno rispolverare uno dei capisaldi della riforma protestante: Ecclesia semper reformanda. Questo riguarda la Chiesa in generale, ma anche la Chiesa di Modena, il suo “pastore” (il vescovo), il suo “gregge” (i credenti e le parrocchie), in rapporto con tutto il “popolo” cioè la città».

Un’occasione anche per soffermarsi sull’impatto che hanno avuto i messaggi dei vescovi sulla città, sui modenesi, sulla classe politica e sul mondo associativo e del volontariato. «La lettera – aggiunge Cavazza – è insieme uno strumento di comunicazione personale, perché aiuta a comprendere e riflettere sui fatti della vita personale, ma anche comunitario, in quanto l’identità del singolo si costruisce solo nella relazione con gli altri. Essa non intende rovesciare addosso alle persone o alla società modenese consigli e suggerimenti, piuttosto esprime un gesto di incoraggiamento e stimolo proponendo un cammino, un itinerario da farsi non da soli ma in compagnia».

Ma quale ricezione hanno avuto le lettere sulla città e nel tessuto della comunità ecclesiale? «Spesso le lettere alla città – ha affermato don Giuliano Gazzetti, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro – vengono ridotte ad un discorso sui valori, ma è soltanto questo l’aiuto che una Chiesa può dare alla sua città, l’aiuto a riscoprire o a rinfrescare certi valori e indicazioni etiche, oppure intende offrire una lettura spirituale della realtà? Compito della chiesa non è di “aiutare” la società ma di “salvarla”, ricordando che c’è solo una Persona che può trasformare i cuori delle persone in nome della redenzione avvenuta con il suo sangue».

Ma per promuovere una trasformazione del tessuto sociale occorre un reale rinnovamento della chiesa. Se i richiami contenuti nelle Lettere alla città non trovano riscontro nel vissuto ecclesiale, non possono essere realmente incisivi. «Già papa Benedetto XVI invitava a ripartire dalla vita di fede e dalla pratica liturgica per rinnovare la società, ponendo al centro del suo messaggio, mai abbastanza sottolineato, il concetto di purificazione del cuore e della ragione attraverso la vita di fede e i sacramenti, i quali, diversamente, si riducono ad una stanca osservanza rituale. Solo un popolo “purificato” sarà in grado di mettere il bene comune al primo posto, al di sopra anche degli interessi personali, e di partecipare all’edificazione della sua città».

«Le lettere alla città – ha aggiunto mons. Antonio Lanfranchi, arcivescovo di Modena-Nonantola, estensore diretto delle ultime tre – sono uno strumento importante per raggiungere tutti i modenesi, anche quanti sono fuori dalla vita della chiesa ma ne riconoscono l’autorità spirituale. Esse nascono dall’accogliere una domanda che viene dalla città, e nel cercare di accoglierla si arriva a parlare del ruolo e della missione della Chiesa nella città degli uomini. Il messaggio delle lettere intende suggerire atteggiamenti, che riguardano il modo di essere e di pensare, più che comportamenti esteriori o soluzioni concrete, che riguardano in modo autonomo le decisioni dei vari enti e associazioni».

Centrale l’idea del collegamento tra popolo di Dio e Vescovo, che si richiamano l’un l’altro, come insegna papa Francesco. «Se la chiesa perde la sua dimensione di popolo convocato, perde la sua significatività, se annulla l’essere in un territorio, perde la sua incarnazione. La Chiesa definisce se stessa fuori da sé, non al suo interno, in quanto deriva dal disegno di Dio e si rivolge agli uomini a cui è inviata. Occorre quindi che essa eviti di peccare di eccessiva autoreferenzialità, cioè di parlare di sé più che di Dio e dell’uomo».

Il volume “Ecclesia semper reformanda. Le lettere alla città del vescovo”, edito nella collana de I Quaderni del Ferrari, contiene anche un’ampia intervista a mons. Lanfranchi, alla guida della diocesi modenese dal 2010, che racconta la sua infanzia, gli studi, l’esperienza pastorale e il suo primo impatto con la città di Modena e la crisi economica, ma anche le sue letture preferite e le sue nuove responsabilità da vescovo.
Dalla lettura delle lettere emergono infine alcuni suggerimenti pastorali per migliorare le relazioni della chiesa con la città: riorganizzare le parrocchie come piccole comunità, sull’esempio delle prime comunità cristiane, al fine di rendere più densa e vitale la testimonianza del Vangelo, rafforzare e diffondere esperienze di comunione e di collaborazione tra i laici e di sperimentazione della corresponsabilità nella vita della chiesa locale, dotarsi di strumenti di resoconto pastorale al fine di rendere conto non solo delle attività realizzate ma anche del loro impatto pastorale nella comunità locale.