Chi ha tempo non aspetti tempo e viva!

A Marano all’ecovillaggio Tempo di Vivere Antonio, Gabriella, Katia, Ermanno e tanti altri condividono e riscoprono il valore del tempo, della natura e dei ritmi vitali. Parlano di decrescita consapevole e scollocamento solidale. Sono rilassati e sorridenti, hanno abbandonato il loro lavoro e si godono la natura nelle dolci valli del nostro Appennino.

Non hanno paura della crisi economica e per citare il filosofo J. Krishnamurti sostengono che “Non è un sintomo di buona salute vivere ben adattati in una società profondamente malata”.
Si sono uniti per creare per creare una comunità intenzionale, autonoma e autogestita, in cui ognuno possa portare le proprie esperienze e competenze per arrivare all’obiettivo di un’esistenza basata sulla centralità del singolo, nella condivisione e nella collaborazione, che permetta una crescita individuale e collettiva.

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Una domanda sorge spontanea: la crisi economica non vi spaventa?
No, non ci spaventa perché crediamo in noi, nelle nostre capacità, professionalità, nel progetto, nel gruppo e nella rete di relazioni e collaborazioni che stiamo creando attorno a noi.

Antonio Ciao viene da Firenze, Gabriella Oliva, Katia Prati, Ermanno Salvini, Andrea Cusati e Simona Straforini vengono da Milano. Poi ci sono i piccoli Isotta e Pietro, figli di Katia ed Ermanno, e oltre agli otto residenti, molti amici condividono con loro questo viaggio per periodi più o meno lunghi.

Tutti abbiamo fretta di collocarci in questo mondo dove mancano lavoro e certezze. Perché secondo voi abbiamo bisogno di scollocarci?
Scollocarsi non significa scegliere di abbandonare un lavoro per trovarne un altro, scollocarsi significa lavorare quanto serve, cioè quanto basta a soddisfare le proprie esigenze, fare ciò che piace e ciò che si vuole fare. Trovare in sé quegli strumenti per autorealizzarsi e mantenersi economicamente in modo dignitoso e sobrio, per essere finalmente soddisfatti del proprio modo di vivere, star bene con se stessi, con gli altri e con ciò che ci circonda. Significa uscire dal circolo vizioso “lavoro-produco-consumo”. E’ un processo fatto di tante scelte, spesso non comprese, non condivise e osteggiate, che ci mette a dura prova. In sostanza, significa attuare un cambiamento del proprio modo di vedere se stessi, la vita e il lavoro. Nasce dall’esigenza di pensare fuori dagli schemi abituali per vedere nuove prospettive, attraverso potenzialità e risorse individuali, trasformando la cosiddetta crisi in un’opportunità, con l’obiettivo di ottenere il proprio Ben-Essere.

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L’Ufficio di Scollocamento Solidale pensato da Tempo di Vivere ha l’obiettivo di preservare il capitale umano e naturale per soddisfare le necessità di tutta la comunità vivente presente e futura. E’ solidale perché ci proponiamo di accompagnare le persone verso la libertà di scelta per diventare responsabili di se stessi e delle proprie relazioni, nel lavoro, nella società e in famiglia.
La nostra forza sta nel fatto di essere un gruppo di persone già scollocate con cui è possibile un confronto diretto all’interno dell’ecovillaggio. Abbiamo tutti esperienze diversificate e tra di noi ci sono professionisti della crescita personale in grado di affiancare e sostenere in ogni fase del percorso di scollocamento. Abbiamo una rete solidale di contatti, proponiamo un percorso umano e formativo a vari livelli di approfondimento che costituisce un vero e proprio viaggio alla riscoperta del sé e del proprio ben-vivere.
Scollocarsi è importante nella situazione attuale, perché spesso la propria attività lavorativa non soddisfa, non è in linea con i propri valori, attitudini e interessi e assorbe tutto il tempo e le energie e impoverisce i rapporti umani. Scollocarsi significa permettersi di riconoscere i propri talenti e le proprie passioni , ritrovare il proprio ben-essere e costruire un mondo migliore a partire da noi.

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Tempo di vivere: come vivere? Qual è la vostra filosofia di vita?
La società attuale crea un’illusione di libertà di scelta e di pensiero, chiudendoci invece in “gabbie con sbarre invisibili” e, proprio perché tali, difficili da riconoscere e superare.
Siamo stati educati al senso del dovere, alla diffidenza, alla prevaricazione. Il nostro valore viene riconosciuto solo attraverso il denaro che possediamo. La felicità viene misurata attraverso ciò che possiamo comprare e mostrare. Le relazioni e l’amore sono vissuti come “anestetico” alla solitudine, come risposta al bisogno di accettazione, come punto di arrivo e di conquista, convinti che tutto ciò non richieda alcun impegno.
Tempo di Vivere nasce dalla volontà di superare il disagio e la frammentazione sociale. Il nostro ecovillaggio mette al centro la persona e le sue capacità ed è improntato ad una decrescita consapevole, in armonia con Madre Natura. Riteniamo che il primo passo sia quello di mettere in atto accoglienza, accettazione, ascolto attivo e non-giudizio, perseguendo una visione olistica rispettosa del benessere dell’uomo e dell’ambiente che ci circonda. Vogliamo essere un esempio per creare una nuova cultura e un nuovo sistema sociale in cui le diversità siano apprezzate come valori imprescindibili, così che le specificità di ognuno diventino potenzialità al servizio di tutti.

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Come mai avete scelto proprio Marano?
Ci siamo dedicati alla ricerca in Emilia-Romagna per la ricchezza sia ambientale che umana. Siamo rimasti affascinati dalla storia di apertura e accoglienza verso l’innovazione e il cambiamento tipica della popolazione, valori che caratterizzano anche il nostro progetto.
Nella nostra lunga ricerca la località “Bombanella”, nel comune di Marano sul Panaro, a soli 10 minuti dal centro abitato, ma immersa in una natura mozzafiato, è stato il luogo che più si è avvicinato al nostro sogno.

Quali domande dobbiamo porci – prima ancora di quali risposte dobbiamo darci – per vivere meglio in questa società afflitta? Ascoltare di più i tempi della natura è già una valida soluzione?
Capire che è necessario cambiare, aumentare la volontà e diminuire le resistenze al cambiamento. Impegnarsi e pianificare, attivare il piano e agire. In questo passaggio non semplice, avvicinarsi e conoscere realtà come la nostra, create da gente comune, può aiutare a sciogliere dubbie paure.
Nella società attuale il tempo che ci concediamo è sempre più ridotto. Ci si affanna, si corre, si maledice il tempo che non ci basta mai; le ore passate fuori casa aumentano, non c’è più tempo per noi, per il rapporto di coppia, con i figli e per la vita sociale. Bisogna andare in fretta e questo ci crea stress a tutti i livelli che non andiamo ad affrontare alla radice, ma nascondiamo con dei farmaci. Il Tempo è un aspetto che non consideriamo mai, ma che ci sfugge inesorabilmente.
Per tutto questo siamo convinti che seguire i tempi della natura, osservarla e riconoscerci come una parte di essa sia alla base per ritrovare il nostro equilibrio e concederci finalmente non il lusso, ma ciò che ci spetta di diritto: il Tempo per Vivere!

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Tanti i progetti in cantiere:
Autocostruzione: il 13 e 14 giugno workshop di autocostruzione di un forno in terra cruda; 3-5 luglio: workshop di autocostruzione di una cupola geodetica in bambù con giunti reciproci di Leonardo Da Vinci, guidato dall’architetto Biagio Di Carlo.
Decrescita e agricoltura sostenibile: 10-12 Luglio: Corso di Progettazione Partecipata in Permacultura con Stefano Soldati; 2-4 ottobre corso teorico-pratico di Food Forest con Elena Parmiggiani; ampliamento dell’orto sinergico già esistente; corsi di cucina naturale, di cosmesi naturale fai-da-te, di panificazione con pasta madre in forno a legna.
Benessere naturale e crescita personale: settimane di riequilibrio energetico-fisico; settimane per genitori e figli e per le coppie; corsi e laboratori di comunicazione efficace, comunicazione empatica ed ecologica; laboratori di gestione del conflitto.
Ufficio di Scollocamento Solidale (corso base e secondo e terzo livello).

Liberi di mangiare. Ma cosa?

Quest’estate ho collaborato con il progetto Wwoof (ho precedentemente parlato del progetto in questo post)
Ho vissuto a Babbinswood Farm, in Inghilterra (mappa) per sole tre settimane, le più salutari della mia vita. Io e gli altri volontari ci nutrivamo con ciò che l’orto, curato da noi, produceva ogni giorno, mixando gli ingredienti per realizzare ricette succulente.
Io, partita con uno stato di salute fisica approssimativo, avevo viaggiato con almeno un kg di medicinali. Non li ho mai usati né presi dalla valigia.
Al mio ritorno, fatto di ritmi serrati tra centri estivi, allenamenti, meetings e cinque gattini a cui trovare un proprietario, sono bastati:

– 2 giorni per perdere l’abitudine di cucinare in modo salutare,
– tre giorni per smettere di cucinare,
– sei giorni per dimenticare di pranzare.

Nel giro di una settimana ero malata e provavo nostalgia per le mie sane abitudini, gli amici wwoofers e il mio benessere.
Così mi sono guardata (disordinatamente) attorno per scoprire che, a Vignola, ogni estate, da tre anni, si tiene il Vegan Circus Fest, dove vegani da tutta Italia si riuniscono per condividere interessi in fatto di etica e di igiene alimentare, partecipando a conferenze concerti, spettacoli, pranzi, cene, aperitivi.

Io sono onnivora, e non mi vergogno di esserlo, almeno per il momento, ma ho deciso di offrirmi come volontaria in cucina. Nemmeno per un minuto mi sono sentita rifiutata e anzi ho trovato davvero costruttivo discutere importanti tematiche relative a ciò che ingeriamo realmente quando mangiamo una bistecca, ma anche uno yogurt, una galletta di riso o un’insalata.

Ammetto che, pochi giorni dopo questa esperienza, quando ho ospitato a casa mia Stephen, amico vegano, sono stata un tantino in apprensione: cosa mangerà? Come potrò non offendere la sua sensibilità?
Ho anche acquistato due pacchettini dall’aria semplice e salutare, uno di riso soffiato e uno di kamut soffiato. Con il kamut….. ah mi sentivo in una botte di ferro! Quale alimento suona più salutare del kamut? Anche se la maggior parte di noi non sa cosa sia, lo associamo all’alimentazione dei celiaci, dei vegetariani e di quelli sempre a dieta.
Il mio amico guarda il Kamut e sbarra gli occhi tra il perplesso e il preoccupato.

Imparo così che il Kamut non esiste, ma è un nome registrato per designare un tipo di grano (grano Khorasan) identificato per la prima volta in Iran, ma che esiste anche in Italia. Registrando il marchio, una grande azienda si è garantita tutto il mercato relativo a questo prodotto e blablabla….
Insomma, avevo sbagliato. Il “demonio” era ora nella mia dispensa.

Negli ultimi giorni mi ha fatto visita Samuel, un amico Wwoofer. Molto più serena riguardo all’alimentazione (ho un orto e le galline quindi non si muore di fame) mi sono solo assicurata di avere biscotti, latte e yogurt rigorosamente biologici nel frigo.
I biscotti sono addirittura fatti con uova di galline allevate a terra! L’ho fatto notare a Samuel, tutta contenta. Lui ha esaminato il packaging del prodotto e mi ha sorriso intenerito. Ancora una volta trattavasi di multinazionale.
Samuel ha detto che non vede l’ora che io lo porti a visitare questo grande allevamento di galline libere con le cui uova fanno i miei salutari biscotti, dovrebbe essere grande come la Sicilia, più o meno.

 

Un pomodoro che abbia sapore di un pomodoro

I pomodori non hanno più sapore. E’ ormai un luogo comune, un po’ come dire che non ci sono più le mezze stagioni, ma che ha un fondamento di verità che noi tutti possiamo constatare ogni giorno sul nostro piatto. I pomodori dell’agricoltura industriale, soprattutto quelli da insalata, molto spesso non hanno sapore. C’è chi ha preso la questione molto seriamente, ad esempio il ricercatore dell’Università della Florida Harry J. Klee, che al New York Times racconta i suoi esperimenti per creare semi per pomodori più saporiti. Le variabili ovviamente sono tante: quest’anno ad esempio dalle nostre parti i pomodori sono meno saporiti anche per colpa della stranissima estate appena passata. Poco sole e molta pioggia non favoriscono la maturazione ideale per un pomodoro. Ma Harry J. Klee vorrebbe trovare l’incrocio ideale che generi il pomodoro perfetto (quindi senza ingegneria genetica, anche perché i permessi per gli OGM costano troppo). Nel frattempo la soluzione è probabilmente l’agricoltura biologica e magari coltivare i propri pomodori in casa. Come ci spiega in questo video Antonio Lo Fiego in occasione del laboratorio “L’orto in casa. Come e perché” durante la “Festa dell’altra economia equa, solidale, sostenibile” al Parco Ferrari di Modena.

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)

Per fare tutto ci vuole un seme

Se hai una pianta di pomodori è molto probabile che qualche frutto, o anche solo uno, bello rosso, profumato, maturo, cadrà dalla pianta, rotolerà al suolo, lì marcirà e donerà alla terra ciò che di più prezioso ha da offrire: i suoi semi, vita in potenza. Questi semi, secondo una proposta di legge che la Commissione Europea sta prendendo in esame in questi mesi, sarebbero illegali. La “Plant Reproductive Material Law” impedirebbe di coltivare, riprodurre e commerciare semi di ortaggi che non siano certificati da un nuovo ente europeo denominato “Agenzia delle Varietà Vegetali europee”.

La proposta di legge sarebbe nata dalla volontà di garantire ai consumatori di vegetali una maggiore tutela per la loro salute, estendendo il controllo sulle sementi. Naturalmente questo scenario è stato avversato da molti agricoltori, con il sostegno di scienziati che si occupano di biodiversità. In effetti il pensiero che ogni operatore agricolo debba registrare (a pagamento) le proprie sementi a un’anagrafe europea (sperando che i prodotti rispondano a precise caratteristiche certificate) desta preoccupazione. Che ne sarà della consuetudine dei contadini di conservare i semi un anno per l’altro o scambiarseli fra di loro? Per non parlare dei costi di registrazione e di acquisto, spesso inaffrontabili per i piccoli agricoltori. Non si starà aprendo la strada a una sempre maggiore omologazione e impoverimento di tutti i prodotti?

Vandana Shiva, nota attivista e scienziata indiana ha affrontato il tema dal punto di vista del pericolo per la biodiversità e per la sovranità dei popoli (vedi qui). Secondo la vice presidente di Slow Food i semi  non devono essere brevettati per tutelare i consumatori ma, al contrario devono essere tutelati da ogni forma di controllo come quella prevista dalla “Plant Reproductive Material Law” che fa soltanto il gioco delle grandi multinazionali, le quali pretenderebbero di “possedere la vita”. Le sementi industriali della grande distribuzione, passate attraverso rigide selezioni o mutazioni genetiche, offrono una grande produttività ma devono essere riacquistate anno dopo anno poiché sono programmate per dare il massimo solo nella prima semina. Le sementi tradizionali invece, quelle che i nostri nonni si sono tramandati conservandole di anno in anno, sono sempre in potenza, come natura comanda! Utilizzando sementi tradizionali, inoltre, si scongiura il rischio che un solo parassita spazzi via il raccolto di interi Paesi caratterizzati dalle monoculture.
Ma se una legge deciderà che anche le sementi tradizionali dovranno superare rigidi controlli ed essere riacquistate ogni anno per essere legali, come ci metteremo al riparo dai rischi delle monoculture e dall’oppressione delle multinazionali? Come potremo sentirci ancora padroni del nostro raccolto e in comunione con la natura?
In realtà, lo scenario proposto dalla “Plant Reproductive Material Law” non è minaccioso come le considerazioni fatte fin’ora farebbero supporre. Per il momento infatti la legge è lontana dal costituire un attacco diretto contro gli orti fai da te e i piccoli agricoltori, per il fatto che il provvedimento non è applicabile a chi produce a scopo di consumo personale, a organizzazioni di volontariato e a piccoli produttori con meno di 10 impiegati… e si sta lavorando ad altre deroghe, meno male!

Viene comunque da chiedersi se sia davvero necessario ancora una volta, andare contro la natura, stabilendo regole, standard e omologazioni, – che il movente sia la tutela dei consumatori o delle multinazionali, siamo davvero sicuri di voler mettere alla prova la Terra? Gli unici che ci potranno rimettere siamo noi.

Per approfondimenti puoi vedere qui:

http://www.nexusedizioni.it/ambiente-e-salute/tag/agenzia-delle-varieta-vegetali-europee/
http://www.youthunitedpress.com/plant-reproductive-material-law-la-fine-dellagricoltura-fai-da-te-o-lennesimo-caso-di-disinformazione/

(photo credit: rogiro via photopin cc)

Jinn e la verità sotto il mallo, un racconto di bellezza

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Jinn durante la sua performance di Gombolo

“Questo è un albero di noci? Ma come può essere così grande?”
Jinn si porta le mani alla bocca per tenere a freno un’espressione di stupore totale, immenso e felice, che ho visto compiersi ormai decine di volte sul volto dai lineamenti asiatici.

Questa ragazza delicata ed entusiasta è nata e ha sempre vissuto in Malesia, in una regione molto industrializzata. Io l’ho conosciuta a Gombola di Polinago. Camminava per l’antico Borgo del minuscolo paesino, -quando non era dentro la Chiesa a ripassare i suoi passi di danza-, e osservava ogni dettaglio naturale e architettonico, attorno a sé. Osservava, e semplicemente… non ci poteva credere: non solo a quanto era grande il Noce, ma anche alle caratteristiche fisiche del mallo che proteggeva il frutto, all’aspetto dell’albero della prugna, alla pace che può esserci in un posto durante le prime ore del pomeriggio, al sapore delle carrube, al fatto che si può mangiare pane tutti i giorni (non come le diceva la nonna; che il pane fa male alla pelle).

Jinn incide il mallo della noce con l’unghia e ne rivela il guscio coriaceo. Infila il frutto in tasca e, commossa, mi dice che lo porterà a casa per farlo vedere agli amici.

“Nel Paese in cui vivo non ci sono gli alberi da frutto e così me li sono sempre immaginati, a partire dall’aspetto, dalla consistenza e dalle sensazioni che mi davano i frutti stessi!” mi spiega Jinn con quella sua aria trasognata. Fin dall’infanzia si è creata una personale mitologia della natura, immaginandola a seconda di ciò che i suoi sensi di artista corporea le suggerivano.

E io penso a quanto sia disumano essere gli inquilini di una natura che si può solo intuire. Mi viene in mente il Mito della Caverna di Platone; chi vive nelle città molto industrializzate è come se potesse vedere solo le proiezioni falsate della natura.

Jinn mi racconta che è felice di aver vinto la borsa di studio per partecipare a Dancewoods Festival, la quale le ha consentito di venire in Italia, perché con questa opportunità ha imparato ben più di alcune nozioni di danza: “è valsa la pena venire qui anche solo per vedere che un altro modo di vivere è possibile. Dove sto io c’è un altissimo tasso di suicidi a causa dello stress. Le persone lavorano tutto il giorno, dormono pochissimo, la loro vita è votata alla produttività. Anche i bambini sono stressati e si ammalano per questo”.

È bello pensare che ora, in Malesia, Jinn pensa ai paesaggi del nostro Appennino per evadere dalle situazioni di maggiore stress che la sua quotidianità le impone. Le nostre montagne che sono qui, vicine e disponibili e scontate, per una ragazza che vive dall’altra parte del mondo sono un’idea di verità e di benessere profondo.

La disumanità si vede dall’uovo

Vivere in campagna per un periodo della propria vita a mio parere dovrebbe essere obbligatorio per tutti. Si imparano tantissime cose che dovrebbero essere ovvie per noi come lo erano per i nostri genitori e nonni.

Per esprimere meglio questo concetto e non fare la figura della no-global/estremista/mi-curo-solo-con-le-erbe/non-mangio-animali-morti… racconterò una conversazione avuta con una carissima amica biologa a proposito del ciclo di riproduzione delle galline.

Amica: Quindi sei andata a vivere in campagna? Bella scelta! Hai anche gli animali?

coppiaspecchioIo: Sì certo, ho le galline, le oche….

A: Ma le galline fanno le uova?

Io: Sì, e anche le oche fanno le uova!

A: Bellissimo! Ma quante al giorno?

Io: Beh, al massimo ne fanno uno al giorno! Pensa che nella pancia della gallina deve formarsi un uovo così bello e perfetto col guscio e tutto… quanti vuoi che se ne formino in 24 ore? Le oche invece depongono ogni due giorni. E comunque non tutto l’anno!

A: Ah! Però non sono fecondate, vero?

Io: Sì lo sono, perché ho sia la gallina che il gallo.

A: No no Linda, le uova di gallina che si mangiano non sono fecondate, te lo posso assicurare. Non si possono mangiare! Infatti quelle che compri al supermercato non sono fecondate. Altrimenti mangeresti il pulcino.

Credo di potermi fermare qui. Nella realtà la conversazione è andata avanti perché riscontravo molte difficoltà a spiegare come funziona il ciclo riproduttivo della gallina, a cominciare dal fatto che, solitamente in primavera, essa ricomincia a fare le uova dopo la lunga pausa invernale. Poi le viene “la febbre” e si mette a covare. Il calore innescherà un processo che porterà alla formazione e sviluppo del feto. Nasceranno i pulcini e lei non deporrà finché non saranno cresciuti. E comunque se hai UN gallo e UNA gallina in salute, puoi stare certo che le uova saranno feconde!
Davanti all’ingenuo e sincero stupore della mia amica ho dovuto spiegare, non senza difficoltà, che le uova che mangiamo e quelle da cui nascono i pulcini… sono le stesse! E che le galline “in batteria” chiaramente non hanno mai visto un galletto nella loro vita quindi sì… depongono uova non feconde, quelle che poi compriamo al supermercato!

Ecco, quello che mi spaventa di questa storia, è il distacco sempre maggiore da aspetti della natura che sono fondamentali per la nostra sopravvivenza. Compriamo prodotti al supermercato come se nascessero lì e non fossero frutti di una macchina elaboratissima e a disposizione di tutti che si chiama natura.

Il distacco dalla natura è il distacco da noi stessi, cioè dall’umanità. Se continueremo ad allontanarci così velocemente dall’umanità…. meriteremo di estinguerci perché finiremo per essere, nei confronti della natura, soltanto un agente esterno e inquinante.

Giro giro tondo, casca il mondo, tutti giù per terra

Credo che sia venuto il momento di raccontare cosa può succedere a una comune cittadina divisa fra lavoro e attività casalinghe, se un giorno accetta di fare la custode di una casa di campagna abbandonata, per salvarsi dalle spese di affitti e tasse sulla casa…

La mia avventura, che da quasi due anni è la mia quotidianità, inizia proprio così: incapace di mantenermi autonomamente fuori dal nido genitoriale prendo la decisione (assieme al mio ragazzo) di accettare la proposta di un signore in cerca di custodi per la sua grande casa coloniale abbandonata nelle campagne castelvetresi.
DSC_0864Dopo numerosi sopralluoghi caratterizzati da un misto di entusiasmo scatenato e avvilimento paralizzante (c’era tanto lavoro da fare prima di poter vivere in quel posto) abbiamo trovato il coraggio di cominciare i lavori. E in qualche modo ora quello è il nostro nido. Ci viviamo in 8: Io, il mio ragazzo, Brina il gatto, Branca-Menta il cane, Bruce e Vida le oche, Brodo e Bhrama le galline.
Oggi sono una persona diversa da quando quasi due anni fa ho fatto quella scelta, dettata dalle difficoltà economiche.
Essere alle prese con una casa scricchiolante, con un pezzo di terra che risponde a “misteriose” leggi cosiddette “della natura” e a qualche animaletto che, se ben curato, rende la vita più simpatica e complicata, mi ha regalato una nuova prospettiva su una serie di cose.

In questo blog vorrei mettere a disposizione dei lettori, il piacere di ri-scoprire delle ovvietà quasi genetiche che abbiamo dimenticato perché abituati a vivere in un ambiente super-accessoriato al fine di proteggerci dalla natura.
Sto imparando che sono rari i momenti in cui davvero dobbiamo proteggerci da essa. Sono più comuni le occasioni per trarne energia. Sto imparando che l’inesorabile discesa in cui ci sta facendo cadere la crisi economica ci farà toccare il fondo… un fondo fertile perché fatto di terra.
Beh, dare una gran culata per terra è ciò che di meglio può accaderci perché la nostra è una terra piena di risorse, proprio quelle risorse su cui i nostri avi hanno costruito le basi per fondare il mondo in cui viviamo ora.

Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra.

(è un augurio, non un destino terribile).