La via della poesia educa a una vita più autentica

«Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia, avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Minstrels di Debussy […]» (Eugenio Montale, Intervista immaginaria)

Molti storici, riferendosi all’età contemporanea, parlano di «ibridazione» o «contaminazione» fra le arti. Se con le Avanguardie, nate dalle ceneri del Romanticismo ottocentesco, l’arte è uscita dalla cornice per conquistare nuovi spazi, nella seconda metà del secolo scorso le arti hanno iniziato a contaminarsi l’una con l’altra anelando al superamento dei confini che il mezzo (la tela, il marmo, il foglio di carta, il pentagramma…), in un certo senso, aveva loro imposto.
Negli abissi di questo contesto si muove la modenese Alessia Natillo, pianista e musicoterapeuta, che ha da poco pubblicato con A.CAR. il suo primo libro di poesie: Embrione selvatico. Il libro raccoglie componimenti che possono essere letti come veri e propri fogli d’album: melodie che si cristallizzano in parole, liriche che conservano il ritmo e il colore dei sentimenti. Contaminazione fra i linguaggi artistici significa proprio questo: scambio fluido e continuo fra mondi “diversi”, in questo caso fra musica e poesia. Che s’incontrano nei misteriosi recessi dell’inconscio.

Come hai vissuto la pubblicazione del tuo primo libro di poesie?
Emozionata e incredula nel vedere concretizzare la realizzazione del mio primo libro! Nella mia vita la poesia si è imposta. Mi ha  aiutato a comunicare in maniera più esplicita e a concedermi un po’ più di spazio. Certo: sono presenti i non detti e molto viene lasciato all’interpretazione. Proprio per queste caratteristiche hanno assunto la forma di «veicoli di emozioni»… E se queste emozioni raggiungono i lettori, il poeta ha raggiunto la sua meta.

Quali sono poeti che ami e a cui ami ispirarti?
Da Emily Dickinson, poetessa di enorme potenza sensitiva mentale e metafisica fino a Montale, dal linguaggio poetico perfetto ed essenziale. Dall’incontestabile genialità di Shakespeare a Charles Bukowski, esponente estremo del postmodernismo fino a Prévert, che non solo usava mezzi comuni – mi riferisco, per esempio, all’immagine visiva e verbale – ma condivideva l’immagine di un mondo e molti altri.

In alcuni dei tuoi componimenti sono presenti riflessioni legate all’universo femminile. In Fauci placide scrivi, riferendoti a una donna: «Abusa di egoismo e accordi. / E giace». È per caso una critica a come in alcuni contesti viene considerato il cosiddetto «sesso debole»?
I miei scritti  vogliono solo descrivere verità. Raccontare l’incredibile universo rosa o atteggiamenti di presunta superiorità blu può solo circoscrivere il quotidiano collettivo ricco di insoddisfatti, inappagati e infausti alla ricerca di letizia.

Natillo01Arriviamo al titolo della raccolta: Embrione selvatico. Cosa rappresenta? Ricordi la prima poesia che hai scritto, o la situazione che ti ha “costretto” a prendere carta e penna per dare forma ai tuoi pensieri?
Il titolo Embrione Selvatico nasce dalla mia primissima poesia scritta vent’anni fa. Questa voleva descrivere il genere umano partendo da un lavoro di scoperta e consapevolezza dell’io virando con incoscienza verso la più difficile delle consegne: l’abilità esistenziale. Scrivere mi ha aiutata a improvvisare, analizzare e cambiare le prospettive, educandomi a una vita più autentica.

Ermetica, futurista, lirica, cinematografica, rock, sinfonica, surrealista. Quale aggettivo sceglieresti per definire la tua arte? 
Ermetica e lirica, credo. La voglia di fare poesia è una conseguenza del mio modo di vivere e di cogliere le verità nascoste. Apprendo in profondità vere suggestioni facendo emergere, nelle pagine, quella razionalità, talvolta sospesa, come strumento di interpretazione insostituibile. Il libro infatti raccoglie e custodisce una vasta gamma di immagini e argomenti diversi fra loro, ma anche contemporaneamente riuniti e collegati, e spesso in preda all’agonia di una gioia artificiale, che irrompe anche laddove non sorge il sole. La mia esagerata passione per la musica ha fatto sì che gli scritti acquisissero musicalità attraverso una composizione lirica poco convenzionale e un ritmo salmodiante. Dopotutto, io nasco come musicista e musicoterapeuta.

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo luogo?
Non esiste per me un’isola dove estraniarmi. Se uno vuole scrivere deve faticare sulla pagina bianca, non avere fretta e scavare a fondo. Ogni contesto circoscritto alla mia quotidianità dà spazio alla mia urgenza. È innegabile che io parta sempre da me, da un’intuizione, da una storia, da quello che mi fa battere il cuore. Che poi trascrivo su fogli sparsi, scontrini e pubblicità.

Natillo02Stando alla tradizione, due sono – fondamentalmente – le categorie di poeta: c’è chi soppesa metrica e rime con rigore matematico, e chi si lascia travolgere dalle onde della creatività. Anna Marchesini, per esempio, diceva che i personaggi che scriveva le sono «sempre scappati come la pipì». Tu da che parte stai?
Entrambe le posizioni ritengo abbiano un valore collettivo. A loro modo rappresentano un tentativo di evasione fondata sulla centralità indiscussa dell’io, sul valore dell’esperienza soggettiva, sul ricorso spontaneo al sublime. Si possono conservare solide basi nella tradizione del Novecento segnati da una  lirica di impostazione romantica. Il mio confine non vuole essere né riformista né rivoluzionario ma responsabile di una ermetica varietà poetica e di ricerca stilistica. Non due tradizioni, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione.

C’è un luogo di Modena che ti ispira più di ogni altro? Un luogo in cui ti fermeresti, per comporre altre poesie?
Villa Ombrosa, parco dietro “La Punta” di via Vignolese: abbandonato, silenzioso ma di grande impatto. Langue abbandonato tra erbacce e insetti ma custodisce un silenzio dai mille suoni e dai mille volti. Un parco che rappresenta la mia infanzia e che convoglia le mie sensazioni. Dentro giace la storica villa del ‘700 appartenuta a Muratori: dimenticata, vandalizzata e occupata nel corso degli anni, diventerà la sede della Casa delle Donne. È previsto il recupero degli elementi architettonici e decorativi settecenteschi, che renderanno ancora più magico lo spazio.

Dove ti sta portando il tuo nuovo libro? Mi parlavi anche di appuntamenti a Milano, oltre al recente Buk Festival…
Dopo l’inaspettato successo di Buk presenterò il mio libro un po’ in tutta Italia, avendo incuriosito situazioni e realtà artistiche. Il mio futuro vedrà anche il debutto a maggio della prima nazionale dell’Unicità del caos, monologo teatrale scritto e diretto da me con in scena l’attrice Stefania Delia Carnevali. Descriverà la vita di Leonarda di Lilla Bio, una donna di circa quarant’anni che denuncerà quella che è divenuta la malattia del secolo, ovvero l’internet-dipendenza. L’ossessione clinica e i rischi smuoveranno in lei la necessità di allontanarsi da quel rifugio divenuto essenziale, ma privo di autonomia. Oltre al teatro, un romanzo dal titolo Finalmente lunedì – che ho iniziato da poco – incentrato sulla vita di mio padre, morto un mese fa di leucemia. Dal coraggio con cui è stata affrontata una terapia sperimentale, sapendo che tutto era irreversibilmente reale, fino al bacio dell’addio. In qualche modo dovrò “esorcizzare” altri miei progetti, perché credo che lo scambio metta in discussione. Aggiungo anche che bisogna saper gestire con generosità e amore l’Ovvio anche se spesso un sorriso può aiutarci a superare tutto.

Natillo03Anni fa (e nel cuore della notte…), quando collaboravamo al TeTe, avevamo conosciuto una poetessa di strada che ci raccontò la triste storia di una zanzara in pochissime versi da lei composti. Abbiamo riso e ci ha commossi. Te la ricordi?
La nostra condivisa genuina voglia di evadere nel cuore della notte ci ha portato al costretto e indotto incontro con colei che, pur di venderci una copia del libro, avrebbe recitato a memoria la Divina Commedia. La ricordo esuberante, insolente e presuntuosa ma incredibilmente vera,  autentica. Ci ha donato gioia ed emozioni attraverso le sua impenetrabile enigmaticità. Circondata da mistero, ignorava le nostre domande dirottando risposte spesso fatte di dittonghi.  Strabiliante!

Nell’era digitale ha ancora senso scrivere poesie e pubblicarle su carta?
Ogni cambiamento ha costituito un passo avanti nella civiltà e tutto fa pensare che anche l’avvento dell’ebook faccia parte di questo progresso. Così come si è passati, nel corso del tempo, dalle iscrizioni su pietra ai papiri e poi alla carta, dal lavoro manuale alla stampa, da una fruizione elitaria alla diffusione di massa. Ma sono fermamente convinta che il digitale non possa sostituire il cartaceo. L’ebook mette comodamente a disposizione il contenuto ma  l’importanza del libro risiede nella sua fisicità, nel fatto che porta addosso i nostri segni. Può essere toccato, annusato, sottolineato, stropicciato e  riposto. Ha un valore estetico che non può essere riprodotto.

In copertina: rielaborazione da Pixabay

Remida band, fra le ombre della musica e la “Luce delle stelle”.

I Remida sono fra le band modenesi emergenti che più di tutte hanno calcato i palchi italiani. Della prima formazione restano oggi solo Davide Ognibene (voce, chitarra, testi) e Alessandro Bosi (batteria), entrambi modenesi. Il progetto nasce fra i banchi di scuola con la volontà di comporre fin da subito pezzi propri, e nel 2008 arriva il primo album, “Sentimenti Fragili”, registrato nello studio storico di Ligabue. “Eravamo alla classica soglia dei 22, 23 anni, – racconta Davide – dove chi vuole fare il musicista di professione va avanti, mentre chi ha giocato si ferma”.

Dopo l’esordio in studio, la line up cambia e metà formazione prende altre strade. A Davide e ad Alessandro si aggiungono dalla Bassa modenese Mattia La Maida al basso, Giulio Saltini alle tastiere, ed Elia Garutti alla chitarra, delineando così il sound Remida: un pop influenzato dall’indie e dall’elettronica, in continua evoluzione. A un lungo tour seguono l’album “Vita” nel 2012 e l’EP “Equilibrio Stabile” nel 2014, poi ristampato nel 2015, che permette ai Remida di entrare nei network radiofonici.

Remida live a Grezzana (VR)

Abbiamo parlato con Davide Ognibene che ci ha raccontato il percorso dei Remida nel settore musicale, nel bene e nel male. Le logiche radiofoniche, i palchi importanti, le insidie del “web generalista”, le richieste del mercato e lo “snobismo da musicisti”. Ma anche la grande passione che muove tutto, quel brivido che si prova a cantare le proprie storie davanti al calore del pubblico. E il nuovo progetto in cantiere, dove Lucio Dalla incontra i Coldplay e i Depeche Mode.

Davide, dalla sala prove ai primi concerti, adesso suonate in giro per l’Italia e siete nelle classifiche: come è successo?
Il primo salto l’abbiamo fatto nel 2008 con il primo disco. Lì si è mosso un ingranaggio, abbiamo imparato la dimensione professionale del lavoro. Per il resto, succede tutto per caso. Da dentro non te ne rendi conto, ma ci metti impegno, a un certo punto capisci che quello che stai facendo è giusto e le cose arrivano, così ti ritrovi in giro a suonare. Non mollando mai, gli obiettivi pian piano si raggiungono e le cose si concretizzano. Poi l’asticella si alza sempre di più, io dico che si diventa sempre più ossessionati. È un labirinto da cui non esci.

Quali sono i tre pezzi dei Remida che meglio rappresentano il vostro percoso?
In primis “Luce delle stelle”, l’ultimo singolo uscito questa estate e apripista del nuovo disco. Ha segnato un cambio nel modo di scrivere, di affrontare la canzone e il sound. Tornando indietro sicuramente c’è “Fotografia”, a cui sono legato perché ci ha permesso di suonare a Radio Bruno Estate in piazza a Carpi davanti a 35.000 persone, di entrare nelle radio e in classifica per mesi. Il terzo è “Tasche”. Sono rimasto molto triste quando è stato deciso di lasciarlo fuori dalla ristampa di “Equilibrio Stabile” per l’etichetta Irma Records. È una ballad non radiofonica, non sfruttabile come singolo, ma è anche il brano dove non mi sono nascosto dietro una storia altrui e non ho avuto paura di descrivermi. Non sempre per un autore è facile parlare di sé ed è bello pensare che quando suoni un brano ti faccia venire la pelle d’oca: non è così scontato, si cade nell’abitudine, ma “Tasche” è uno di quelli che, quando lo suono, muove sempre un po’ lo stomaco.

Che novità ci saranno nel nuovo disco?
Le novità sono nel concetto stesso del disco, una specie di anti-social. Non parleremo di quanto è bello il mondo, come fanno molti adesso, ma toccheremo punti che non abbiamo mai toccato prima. L’infelicità che si nasconde dietro un sorriso su Instagram. La fuga di cervelli dall’Italia. Chi vorrebbe permettersi una famiglia, ma non ci riesce per il lavoro. A livello artistico e sonoro i punti di riferimento sono un po’ Lucio Dalla, un po’ Coldplay e un po’ Depeche Mode. Che, messi insieme, uno non ha idea di cosa possa venir fuori, ma noi siamo convinti di ciò che stiamo facendo!

In un’intervista a Bits Rebel hai detto che “lo snobismo da musicisti andrebbe cancellato”. Spiegaci un po’ che cosa intendevi.
Mi riferivo a Pechino Express e al brano che abbiamo fatto per Tina Cipollari e Simone Di Matteo. Quando mi arrivò il testo dal mio co-autore lo lasciai inizialmente da parte, perché lo snobismo da musicisti ti fa pensare che tanto è una cosa legata alla televisione, non di alto livello culturale e quindi chi se ne frega. In realtà questo è l’aspetto più logorante della musica in Italia. Se credi di appartenere a un genere, difficilmente ti apri ad altro oppure vedi ciò che fanno gli altri come qualcosa di sbagliato rispetto al tuo pensiero. Il settore musicale è ottuso e non gli fa bene il calderone derivante negli ultimi tempi dai talent, dal web che butta fuori artisti con la “a” minuscola, probabilmente. Ecco, sto già cadendo anche io nello snobismo, vedi? Ma la linea fra snobismo e realismo è molto sottile. Bisogna dare atto a chi riesce a fare il fenomeno di marketing, a chi è capace di suonare e a chi sa fare entrambi. Lo snobismo è misto a frustrazione, bisogna dirla come va detta: la musica ultimamente è un settore degradato, non ci sono più i nuclei di scena come negli anni ’70 e ’80, e sta diventando una guerra fra poveri. Questo non crea rete, ma forme di invidia.

Remida live

Voi siete stati snobbati?
Con il pezzo di Pechino Express ci siamo ritrovati a perdere locali dove abbiamo sempre fatto il nostro live tranquillamente, perché lo ritenevano una marchetta. Io sono il primo a dirlo, ma ciò non toglie che il pezzo sia stato suonato bene, arrangiato bene, prodotto bene e si sia cercato un tipo di serietà al suo interno. Poi si può non essere d’accordo sul contesto, ma a una certa età bisogna anche capire che un musicista non suona solo per la gloria. Se vuoi catalizzare gli ascolti e guadagnare due soldi è anche giusto così, ma vieni etichettato come “traditore della patria”. Eppure fai il tuo mestiere, come tutti.

Secondo te fino a che punto bisogna assecondare il mercato?
Partiamo dal presupposto che noi abbiamo assecondato molto. Forse è stato un errore, forse no, ma ormai quel che è fatto è fatto. Noi ci siamo sempre chiesti quello che il pubblico volesse da noi, per tutti questi anni, e ora stiamo lavorando per la prima volta in modo diverso. Assecondare troppo il mercato non è del tutto un bene, perché il mercato tende a schiacchiarti e a risucchiarti. Ci sono meccanismi perversi a partire dalle radio, dalla promozione… a starci dentro, la musica non è un ambiente sano e a volte bisogna avere coraggio. Se dovessi fare da produttore a qualcuno gli direi di avere molto più coraggio di quello che ho avuto io, su questo sono sincero.

Prima hai definito il web “un calderone”: i social nascondono solo insidie o in qualche modo riescono anche ad aiutare la musica?
Da un lato il social è ottimo per divulgare informazioni. Dall’altro, i numeri che contano ormai sono solo quelli e credo sia un po’ la disfatta dell’aspetto artistico e musicale. Oggi il popolo generalista – quindi quello del web – incide molto sulle scelte di un artista, mentre non dovrebbe essere così. Tu dovresti proporre qualcosa: se alla gente piace, ti segue, se alla gente non piace, non ti segue, senza farsi continuamente influenzare da quanti like ha una fotografia. Per non parlare dell’apparire… L’altro giorno guardavamo il video di un live di Lucio Battisti, e sul suo modo di fare ci è uscita la frase: “Ti è andata veramente bene!”. E stiamo parlando di Lucio Battisti, uno dei più grandi di sempre, ma chi se lo vede a farsi un selfie? Noi a Modena la storia dei selfie la conosciamo meglio di tutti, ma purtroppo di qualità artistica non c’è nulla, mi dispiace essere così sincero. Come non è musica Rovazzi: credo che lo sappia anche lui e sfido chiunque a smentire la cosa. Il web è questo, è generalista all’inverosimile, non c’è più un filtro, e anche il talent alla fine è un test: se funzioni già, bene, se no addio. Ma la musica non funziona così.

Remida band 02

Per finire, un piccolo confronto fra i palchi modenesi e quelli fuori città che avete calcato?
Modena è molto attiva come live anche se ha una scena molto provinciale, dove si cerca lo show che salva la serata. Non ci sono più punti fortemente aggregativi, come poteva essere la Tenda di una volta dove andavi lì con la tua chitarrina e suonavi. Comunque credo che sia una delle città più avanti in Emilia-Romagna, per quanto riguarda noi a Bologna e a Reggio abbiamo fatto ancora meno. Fuori dalla nostra regione i luoghi dove ci siamo trovati meglio sono stati il Veneto e il Friuli. Per dire, la scena di Milano è bella ma è fredda, sono abbastanza ingessati, mentre lassù probabilmente hanno la potenza delle grappe e ti trattano subito come un amico. C’è un gran divertimento. L’unica rottura è dover tornare a casa, quindi a un certo punto tirare giù il gomito e fermarsi, ma loro continuano a far festa stile Capodanno. Ogni volta che siamo andati è stato così, quindi direi che come accoglienza e calore è il massimo. Non siamo mai stati più giù di Roma, ma ci è stato detto che il Sud abbia un calore umano ancora diverso. Speriamo di provare questa esperienza la prossima estate con un tour che ci dovrebbe portare in Puglia, Calabria, Sicilia e Campania.

Avocadoz, “cantantessa” di cibo e nebbia

“Tu come lo fai il ragù? Manzo o maiale, scegli tu”. “Sono l’ultimo bignè nella pasticceria nell’orario del thè”. “Il tuo iphone è più importante di me: lui non lo lasci mai sul treno”. Nel mondo musicale di Avocadoz la ricetta del ragù si mischia a frammenti di vita, stralci quotidiani, rigorosamente in acustico: voce, chitarra e una manciata di canzoni caricate in rete. Essenziali e immediate.

Ma chi è, in realtà, Avocadoz? Il suo vero nome è Valentina Gallini, è tatuatrice e musicista. “Ho 24 anni, ma a quanto pare ne dimostro meno: quando vado alla Coop a comprare la birra mi chiedono sempre i documenti. – Racconta – Abito in provincia di Modena, in un paese bruttissimo che si chiama San Felice sul Panaro: anche se si chiama San Felice, non è tanto felice.”

Il progetto solista Avocadoz è nato circa un anno fa. Pur non essendo sfociato ancora in un album registrato, Valentina ha portato live le sue canzoni sia in area modenese sia fuori, arrivando fino in Polonia, a Lodz, dove si è esibita nell’ambito di un festival organizzato da associazioni di lavoratori all’estero. Il tutto, mosso dalla voglia di fare qualcosa di diverso con un pizzico di casualità perché, come dice lei stessa, “non so perché, ma a me le cose succedono sempre per caso”.

foto-avocadoz-3

Avocadoz” è il tuo unico progetto musicale?
No, il mio gruppo storico si chiama Camera Bordeaux, il primo con cui ho iniziato a fare musica e suonare in giro. È da tanto che ci siamo, facciamo rock alternativo. Ho anche un altro gruppo, i Lomax, e siamo più sul punk, più “cattivi”. Io suono la chitarra e canto in entrambi i gruppi. Poi, più o meno un annetto fa, nello stesso periodo dei Lomax, è nato Avocadoz: il mio progetto solista.

Come mai il nome Avocadoz?
È una storia un po’ strana perché è nato prima il nome: ho scritto delle canzoni perché volevo chiamarmi Avocadoz. Un giorno stavo cercando su internet una ricetta per fare un’insalata con l’avocado e mi è apparsa l’immagine di una Madonna in mezzo a due avocado. Allora mi sono detta che se mai avessi voluto fare un progetto solista mi sarei chiamata Avocados. Da lì ho scritto un po’ di canzoni a caso e le ho caricate su internet con il nome Avocadoz, perché “Avocados” c’era già. In realtà, dopo, ho scoperto che anche “Avocadoz” esiste già: è una band messicana country folk, ma ormai pazienza, va bene così.

foto-avocadoz-1A proposito di ricette, il cibo è una costante nei tuoi pezzi: c’è Ragù, Bigné, Pizza Pasta Pesce… come mai questo fil rouge, che tra l’altro è anche nel tuo nome?
Quando ho scritto queste canzoni – come dicevo, a caso – è andata così: mi sono messa lì e ho provato a scrivere un pezzo sulla prima cosa che mi veniva in mente. E siccome a me piace mangiare e cucinare – vengo dalla Bassa e qui viviamo di ragù e gnocco fritto -, effettivamente la prima cosa è stato il cibo. Mi è venuto così, ho scritto tre canzoni in un giorno. È stato un momento di pazzia! Poi, nei giorni successivi, riascoltandole, mi sono piaciute e ho deciso di scriverne altre. Ho capito che questa cosa un po’ piaceva, i miei amici canticchiavano le canzoni… Si vede che per caso ho fatto una cosa carina.

Tra l’altro “Ragù”, dove canti la ricetta, ha un’atmosfera quasi dark…
Sì, fare il ragù sembra proprio una cosa seria! Che poi è vero, bisogna saperlo fare, ci vuole concentrazione. Secondo me l’atmosfera della canzone è azzeccata. Per quanto sia rudimentale, perché alla fine è solo chitarra e voce.

Come ti sei avvicinata alla musica?
Suono la chitarra da quando avevo 14 anni. Ho iniziato perché tutti i miei amici avevano un hobby e io no. Prima ho provato con lo sport, ma non era proprio il mio. Poi un amico mi ha detto di comprarmi una chitarra da 40 euro e andare a fare lezione con lui, sono andata e da lì è nato tutto. Ho avuto un buon maestro. Voleva insegnarmi la teoria, come si legge uno spartito, ma a me non interessava, mi annoiava tantissimo. Lui l’ha capito e quindi mi ha insegnato altre cose e da queste, da sola, sono riuscita a sviluppare il resto, a fare quello che volevo, a trasportare l’idea sulla chitarra pur non sapendo leggere o scrivere la musica. Dopo tre anni di lezione ho continuato come autodidatta.

Ci racconti la prima esibizione live di Avocadoz?
È stato terribile! Io sono timida e mi sembrava una cosa molto stupida cantare il ragù. Non è così semplice come sembra, non è come cantare una canzone sull’amore, che dici va beh, è normale. Ero alla Fermata 23, un locale qui vicino casa mia. C’era stato un “festivalino” e verso la fine eravamo rimasti in pochi, fra cui degli amici che sapevano del progetto Avocadoz. Hanno insistito per farmi suonare e mi sono vergognata tantissimo, è stata la prima volta che ho fatto i pezzi di Avocadoz davanti a qualcuno. Non avevo mai avuto il coraggio di suonare da sola, perché è diverso rispetto a suonare con la band: sei più “scoperto” e tutto quello che fai è tuo, ti metti a nudo davanti alle persone. Però ho avuto delle ripercussioni positive: quella serata mi ha sbloccata e mi ha dato il coraggio di fare un vero live con Avocadoz.

foto-avocadoz-2E…?
Il primo vero live l’ho fatto sempre alla Fermata 23, qualche tempo dopo. Nel bagno. Mi sono detta, “Siamo arrivati a questo punto, possiamo anche andare oltre. Faccio canzoni sul maiale, quindi anche se sono nel bagno… ci sta: nella pazzia, facciamone anche un’altra!”. In realtà volevo fare qualcosa di diverso, sia come live sia come canzoni, perché mi ero un po’ annoiata di fare sempre cose standard. Tra l’altro ho scoperto che nei bagni c’è una gran acustica, si sente proprio bene!

Ci sono poche ragazze che suonano, molte band sono composte solo da maschi. Secondo te perchè?
Fra le persone che conosco io in realtà ci sono abbastanza donne che suonano. Nei Lomax, per esempio, siamo due donne e un maschio. Però è vero, maggiormente ci sono uomini, non so perché. Io non l’ho mai visto come un limite, secondo me se un artista è bravo a suonare può essere uomo o donna, è uguale. E non è vero che le donne suonino peggio: hanno delle altre idee e vedono la musica in modo diverso. Magari è più difficile trovare donne molto brave a livello tecnico, quello sì, però dal punto di vista dello scrivere una canzone hanno una sensibilità diversa, anche sui testi.

Per finire, la maggiore fonte di ispirazione della Bassa, a parte il cibo, qual è?
…Ho fatto una canzone anche sulla nebbia, vale? La nebbia di sicuro! Ma a parte tutto le mie canzoni parlano anche di storie vissute: situazioni, amori – finiti bene o finiti male – , in sostanza scrivo di quello che vedo. È un meccanismo abbastanza semplice: mi succede una cosa e io scrivo una canzone, come se te la raccontassi. Molti mi dicono che sembro un po’ Setti quando canto, e forse è vero. Infatti, a parte Setti, non ascolto musica acustica, cioè simile a quello che faccio io. Se vogliamo è una specie di omaggio perché altrimenti non avrei mai pensato di fare questa musica.

Slanting Dots: non chiamateli jazz trio

Sono nati dal jazz, ma sono diventati qualcos’altro. Sparpagliati su 1200 chilometri di distanza, dopo il primo album del 2013 intitolato “Unfold”, continuano il loro sodalizio lavorando alla seconda uscita prevista nel 2017. Musicisti, compositori, ma anche amici: sono gli Slanting Dots, “power trio” per due terzi modenese, formato dalla chitarra di Luca Perciballi, dal contrabbasso di Alesso Bruno e dalla batteria di Gregorio Ferrarese.

Tutti e tre sono musicisti e compositori, con una lunga esperienza di palco nell’ambito di festival jazz nazionali e internazionali. Luca Perciballi, modenese, si è formato fra il Conservatorio di Parma, il Codarts di Rotterdam e il Conservatorio di Milano. Recentemente ha vinto il Premio Internazionale Gaslini e il 2 dicembre presenterà il suo ultimo lavoro solista al Teatro Čajka di Modena. Alessio Bruno è l’altra parte modenese del trio. Formatosi al Conservatorio di Modena, ha vinto diverse borse di studio jazz fino ad approdare al Royal Conservatory dell’Aja: tuttora vive e lavora in Olanda. Gregorio Ferrarese invece è di Parma. Laureato in jazz presso il Conservatorio della sua città è anche insegnante presso la Music Academy di Reggio Emilia.

Dal 2007 i loro percorsi musicali e professionali si intersecano nel progetto Slanting Dots. Qui, fondono basi jazz e incursioni elettroniche, improvvisazione totale e partitura articolata. “Io sono quello che ha sempre ha spinto di più sulla classica contemporanea. – Racconta Luca Perciballi – Il lato più ruspante è Gregorio. A metà c’è Alessio, forse quello che ha più radici jazz di tutti. Ci siamo chiamati Slanting Dots poco prima di entrare in studio. Prima ci chiamavamo in un altro modo. Abbiamo avuto quella cosa terribile da jazzisti di prendere le iniziali di nomi e cognomi e combinarle in un modo che avesse senso in una lingua qualunque.”

slanting-dots-nau-jazz-day-2015-ph-credits-valentina-casali

Perché il jazz, come spiega Luca, non è che un punto di partenza: “Suoniamo tanto, – continua . suoniamo forte, suoniamo con molta energia”. Anche se nel mezzo ci corrono 1200 chilometri.

Luca, ciascun membro degli Slanting Dots è in un luogo diverso: come fate a gestire la distanza?
Grazie allo stesso motivo per cui gli Slanting Dots sono nati, cioè siamo amici. Io e Alessio ci conosciamo da sempre. Gregorio è stato mio compagno di studi al Conservatorio di Parma, quindi per anni ci siamo frequentati come marito e moglie. Sono due musicisti bravissimi, preparatissimi. Fortuna vuole che ci siamo trovati bene anche da un punto professionale e musicale, quindi riusciamo a tenere viva la cosa nonostante le difficoltà. Ci vediamo poco, ma avendo suonato insieme per anni recuperare l’intesa è come andare in bicicletta.

Gli Slanting Dots nascono dal jazz, un genere complesso e a volte non immediato all’ascolto…
A me dà fastidio il termine jazz per come viene comunemente inteso. Da musica vitale, estremamente interessante e piena di possibilità, si sta trasformando in qualcosa di stereotipato, tipo la jam session dove si fa finta di essere a Brooklyn negli anni ’50, e invece sei a Modena o dovunque tu voglia. È troppo scolarizzato, perché le scuole ormai stanno decollando, e c’è una standardizzazione dei metodi. È anche troppo abusato, se vuoi. Gli Slanting vengono dal jazz per gli studi e la passione iniziale, ma siamo da un’altra parte. Sono questioni formali quelle che ci avvicinano al jazz, come l’uso dell’improvvisazione all’interno di parti scritte e l’interplay, ossia l’interazione fra i musicisti, che è il succo della cosa. Slanting Dots si regge in piedi per l’intesa. Potremmo improvvisare concerti e suonare Slanting Dots.

Dove avete trovato maggiore riscontro di pubblico?
Quando si fa musica “difficile” per il senso comune, “pubblico” è un parolone. Nessuno è mai davvero preparato a quello che può sentire. Abbiamo suonato a Roma davanti a tre persone, numero reale compreso il giornalista che ci doveva intervistare dopo… e abbiamo suonato a Parma in una tana del jazz in cui abbiamo avuto un boato di pubblico. Per quello che dicevo prima sul jazz, i contesti sono molto particolari. Può andare malissimo, oppure quelle sere in cui pensi “Qua ci spellano vivi” trovi entusiasmo.

Pensi che l’Emilia-Romagna sia aperta a una musica di questo tipo, “difficile”, o si può fare di meglio?
La domanda è poca, ma è un problema a livello generale e si potrebbe estendere il discorso a tutto il Nord Italia. Sulle istituzioni ormai non ci puoi contare, si sforbicia dapperutto, sempre di più. Il pubblico e i locali, mah… c’è qualche realtà felice a Bologna, qualcosa di interessante anche a Modena. Per esempio il Node Festival è qualcosa di buono in questo senso. È un gran casino, ma non vale solo per noi. Siamo dei panda, ecco. Dei panda che si barcamenano in una riserva.

slanting-dots-2

Però se uno continua a farlo un motivo ci sarà… per voi qual è?
Posso parlare per me. Penso sia un momento per smontare il pensiero, trovare un pensiero vero, scardinato dalle cose di tutti i giorni. Suonare ha anche una valenza sociale: fai pensare, cerchi di provocare una reazione di qualche tipo. Il fatto che poi uno ci debba mangiare vizia un po’ la cosa, ma io per esempio non sono un tipo da grossi compromessi. E ogni volta si impara qualcosa, perché nella musica si studia sempre. Sempre. Non c’è scampo, se no sei poco onesto. Questo vale per tante cose, ma la musica te lo sbatte in faccia. È uno dei pensieri umani più ramificati che esistano.

L’Olanda: Alessio è rimasto e tu sei tornato. Che atmosfera avete trovato là dal punto di vista musicale?
Ci sono grandi mezzi, un investimento culturale che, per quanto si lamentino che viene tagliato, è epocale rispetto ai nostri standard. Io non mi posso lamentare: il Conservatorio di Parma è ottimo e ha buoni mezzi, però niente di paragonabile. Là c’è un’educazione di pubblico molto vasta, un ascolto di musica dal vivo che qui manca. Qui, nel locale, la musica live rompe le palle se non è contornata da un evento, cioè se non è un concerto ma un’altra cosa. D’altro canto in Olanda, essendoci una grande tradizione scolastica, c’è tanto accademismo, ma con un livello medio molto più alto. Nei conservatori italiani, per avere una mano sulle rette, ammettono anche gente che non sa suonare. Lì questo non succede. In più si suona molto nel circuito che gravita attorno alle scuole, come a Berlino, anche solo per 30,00 euro a sera, ma magari suoni tutte le sere. E questo è ottimo per uno studente che deve imparare o per chi ha bisogno di esperienza di palco: fai qualcosa per davvero e impari tanto. Però, a un certo punto, se si ha un’idea diversa, una proposta professionale chiara, ciascuno deve trovare i luoghi e i modi che permettano di svilupparla.

Leggi anche:
L’importanza di essere Kaos India
Le scintille musicali dei Collectin’ Sparks

Quando Setti parole e musica secondo valori desiderati non necessariamente conformi agli standard richiesti

Il mare d’inverno sembra cemento, sembra di averlo avuto dentro, eravamo io e te e un gabbiano tremendo. A un dato momento nello spazio e nel tempo trattenendo a stento un pianto eravamo io e te. E un osso di seppia gigante. Una Rimini invernale, sospesa e reale allo stesso tempo, è lo sfondo di “Seppia”, uno dei pezzi più delicati e riusciti di Nicola Setti.

Setti è modenese, classe 1985. Da collezionista di musica appassionato di letteratura e cinema, si è fatto apprezzare negli ultimi anni come cantautore, cominciando con registrazioni totalmente fatte in casa. “Astrid contro la ciminiera” (2008) è uno dei primi frutti: un EP “un po’ pop un po’ boh” dove le immagini sono immediate, diventano tenere e fanno sorridere come in “Solvente” (se avessi un solvente mi scollerei da te e probabilmente apprezzerei l’hip hop). Seguono “Le mirabolanti avventure di Siepe Frangivento” nel 2009, che contiene la filastrocca psichedelica “Oh Caposala” (oggi mia nonna mi ha dato del bastardo, è un buon inizio per un pomeriggio seppellito in una pelle di ghepardo, impiccato fra il cielo e l’affitto), e, per anni, altre produzioni home made in fitta successione.

Immagine di fotofoglia da Il sito di Setti.
Immagine di fotofoglia da Il sito di Setti.

La svolta è nel 2013 con l’uscita di “Ahilui”, primo cd inciso con la Barberia Records che gli frutta anche una menzione positiva su Rolling Stones. Qui trovano spazio il mare d’inverno di “Seppia”, le atmosfere riverberate di “Deserto”, l’essenzialità di “Zoo”: gli stralci di realtà e le immagini vivide sono portate decisamente a un livello superiore.

Ma Setti è anche noto per iniziative particolari a livello di live show. Nel 2012, sulla scia dell’EP “Biscotti” inaugura il “Setti fa Biscotti home tour”, una mini tournée a chiamata nelle case delle persone durante la colazione. Quest’anno, invece, con la partecipazione di Alessandro “Fox” Formigoni ha lanciato la due giorni “Setti nel frigo” presso la Galleria Hiro Proshu di Modena. “Una volta era un macelleria – spiega, – e c’è ancora un frigo. Quindi io stavo nel frigo e facevo entrare a turno una persona a cui cantavo una delle mie canzoni. Ne sono venute 80.”

Setti, quanti cd hai?
A-ah…! Non li ho mai contati, ne avrò duemila, tremila… Adesso ho ridotto parecchio. Per un paio di gruppi era legato ad avere il singolo, l’edizione limitata. Per gli altri era proprio cercare dei cd che mi interessavano e che facevo fatica a trovare, alla Fiera del Disco e così via. Mi piaceva proprio la ricerca.

setto02

Quando hai iniziato a collezionare cd avevi già in mente di diventare un compositore a tua volta, oppure è successo per caso?
Non ho esattamente la percezione di quello che ho fatto. Mi piaceva molto ascoltare musica, mi ha aiutato in certi periodi della vita. Poi ho cominciato un po’ a suonare, ho fatto un corso di avviamento alla chitarra classica flamenco, però ho capito che mi piaceva di più scrivere, sia musica che testi. Mi divertiva di più. Ho cominciato pensando di fare in italiano delle cose che mi piacevano molto all’estero, e che non vedevo fatte in Italia o comunque molto poco… intendo un certo tipo di approccio ai testi e alla musica, un’attitudine.

Fra le interviste che ti hanno fatto ce n’è una pubblicata su DLSO.it dove dici che in “Ahilui” racconti “storie vere di persone inesistenti”: spiegaci meglio che cosa c’è nel mondo di Setti.
Setti è nato perché… che poi sono io Setti, è il mio cognome… è nato perché volevo fare quello che mi pareva, non mi sono posto tanti problemi del tipo “mi creo un immaginario”. Mi piaceva un certo tipo di indie pop in quel periodo e quindi ero più orientato verso quell’atmosfera più dolce, più surreale, che ha definito – tra virgolette – il mio target. Mi piace giocare, scardinare a livello musicale e testuale. Mi diverto a creare mondi alternativi, però non saprei dire che mondi siano. Parlo di cose che per me sono vere. Il concetto, l’idea o il sentimento lo prendo dalla realtà, però i personaggi no… come qualsiasi opera di fiction, credo.

setta03

E l’America che compare ogni tanto nei titoli? Kentucky, Tennesse, Vermont…
L’America è un discorso interessante, prima o poi sfocerà in qualcosa. Mi ero innamorato di un disco anni fa che si chiama “Illinois”, di Sufjan Stevens, uscito dopo “Michigan”. Stevens voleva fare un disco per ogni stato degli Stati Uniti, in realtà ne ha fatti solo due, poi altri dischi meravigliosi. Lui faceva proprio il disco parlando dello stato e di sé, io ho cominciato facendo la prima, “Tennessee”, poi “Vermont”… ed è diventato un gioco mio. È un giocare con parole che hanno suoni belli, come quelli di alcuni stati, ma parlando di storie fittizie, inventate. È la mia visione di quegli stati, a volte non so neanche dove siano esattamente sulla cartina e non lo voglio sapere… è un esercizio mio di geografia interna.

settu04

Dai primi EP fatti in casa fino a un secondo disco che stai registrando in questi giorni, cosa ti ha fatto crescere di più come cantautore e musicista?
Il progetto Setti è stato molto naturale e molto lento. Le prime cose sono uscite nel 2007: non ero andato in vacanza e così ho fatto un EP a casa invitando un po’ di amici a darmi una mano. Poi l’ho messo su MySpace, così, e hanno cominciato a chiamarmi per suonare. Non tanto, ma qualcuno. Ho continuato a farne uno all’anno e mi continuavano a chiamare. Fondamentale è stata La Barberia Records, questo step mi ha aiutato tantissimo a portare in giro le mie cose. Io ero fan della Barberia, di loro come persone, ma non ho mai chiesto niente: è venuto tutto da sé, e adesso sono come una famiglia. Un’altra cosa che mi ha fatto crescere è stato andare per tentativi. A livello di scrittura sono uno che scrive tanto: per dieci pezzi che faccio uscire ne avrò fatti cinquanta e ne butto via quaranta. Quindi fare tentativi fino a trovare uno stile che mi piace e poi sbattersene totalmente! Ho capito che le cose che mi piacciono di più sono quelle che faccio quando non penso alle conseguenze. A livello artistico, eh!

Per finire, che cosa puoi dirci in anteprima sul prossimo album?
Sarà un disco molto diverso dall’altro, come atmosfere. Sarà un po’ più cupo, forse, più minimale per alcuni aspetti. Mi sono concentrato molto sui testi che spero possano avere più livelli di lettura: anche quando do un’impronta ironica vorrei che ci fosse un aspetto su cui pensare. Ci sarà “Barbecue”: un duetto con Avocadoz, una cantautrice geniale, giovanissima, della zona. Ci sarà un pezzo che si chiama “Il concerto dei Woods”, che è una cosa diversa a livello di testo rispetto quello che faccio. Parla del fatto che non sono riuscito ad andare a vedere i Woods perché c’era la fila in autostrada, ed è proprio quello che è successo pari pari… E poi ci saranno “Iowa” e “Wisconsin”!

“SibilaRonzaScoppia!”: la Serata Futurista di Modena in mostra

Prima di diventare famoso per il referendum che portò all’abolizione della monarchia e all’istituzione della repubblica in Italia, il 2 giugno fu famoso per qualcos’altro. Qualcosa di piccolo, se inquadrato nel turbinio della Storia, e certo meno lapidario di un cambio nella forma di governo nazionale. Per la verità non fu che il tassello di una precisa temperie sociale, artistica e culturale, ma servì a mettere sul piatto una stramba invenzione che lasciò impronte negli anni a venire. Stiamo parlando del 2 giugno 2013, quando il Teatro Storchi di Modena accolse una tumultuosa Serata Futurista. Ospiti speciali: il fiammeggiante papà del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti in persona, e Lo Scoppiatore, il primo Intonarumori creato dal pittore Luigi Russolo che lo presentò in anteprima proprio sul palco modenese.

E’ questa serata movimentata il cuore della mostra “SibilaRonzaScoppia!” allestita presso il Museo Civico di Modena. Curata da Cristina Stefani, è stata inaugurata nei giorni del Festival Filosofia sulla scia del tema “Agonismo”. Nel suo significato di “lotta”, “rivalità”, tanto fisica quanto intellettuale, l’ “agòn” greco trova infatti facile casa presso i Futuristi: noti provocatori, teste calde, interventisti, lanciati verso la modernità e tesi a scardinare ogni forma di passatismo, creativi energici e antagonisti in equilibrio “sul promontorio estremo dei secoli” senza sapere del buio acquattato dietro l’angolo. Ma soprattutto, inventori di spunti nuovi in pittura, in letteratura e… sì, anche nella musica.

mostra

Torniamo al 2 giugno 1913, al Teatro Storchi, in una Modena poco sensibile al futurismo della prima ora. “SibilaRonzaScoppia!” parte proprio dalla cronaca della serata, che ripropone anche in un bel video d’animazione targato Intersezione. “La Gazzetta dell’Emilia” è una delle preziose fonti per ricostruire la serata in questione, e ne racconta i momenti con quella prosa di una volta che ti fa proprio sembrare di essere lì. Lo Storchi è gremito d’intelleghenzia modenese, studenti e curiosi, mentre sul palco si alternano le declamazioni dei nostri futuristi. Prima Marinetti con i consueti cavalli di battaglia. Poi il musicista Balilla Pratella che legge il “Manifesto Tecnico della Musica Futurista”, ma con una vuslèina ben poco comprensibile. Il pubblico diventa presto irrequieto, rumoreggia, i toni si alzano. Rientra Marinetti per declamare alcune poesie futuriste (fra cui “La fontana malata” di Aldo Palazzeschi), ma ormai la platea è un subbuglio di fischi e urla. Da provocatore, Marinetti interrompe la lettura per declamare “La Vispa Teresa” a sancire così la natura superificiale e “poco futurista”del pubblico modenese.

futuristaDopo di lui, nel climax del tumulto, entra in scena Luigi Russolo. Inizialmente il pittore spiega a parole lo scopo del suo primo Intonarumori: riprodurre i gradevoli suoni della modernità, nel caso dello Scoppiatore i rumori prodotti dal motore a scoppio. Poi, lo strumento viene portato sul palco. Come racconta “La Gazzetta dell’Emilia”, “si tratta né più né meno di uno scatolone di cartone, ad una faccia del quale è applicata una specie di tromba pure di cartone che rassomiglia molto all’imbuto di un fonografo… passatista”, e continua: “l’apparizione del famoso Scoppiatore è accolta da risate omeriche e da grida violentissime. Voci: “Al manicomio!”.” Nonostante il tumulto, lo Scoppiatore viene avviato tramite una manovella e lo spazio del teatro è subito invaso dal rumore di automobili in corsa. Il pubblico protesta, non si tiene più, la serata termina. O meglio, termina allo Storchi, ma continua in strada, con risse e scompigli fra il Caffè Boninsegna e il Caffè Nazionale fino a tarda notte. In perfetto stile futurista.

locandina-serata-futurista-di-modena-2-giugno-1913

Dalla cronistoria della Serata, la mostra prosegue con una panoramica sul terreno culturale in cui Luigi Russolo matura l’idea degli Intonarumori (allo Scoppiatore seguono infatti il Gracidatore, il Ronzatore, l’Ululatore e tanti altri) e soprattutto su ciò che avviene dopo il 2 giugno 1913. L’invenzione di Russolo è infatti la prima possibilità di sintetizzare suoni e rumori, il primo passo verso un’utopia: il concetto di musica elettronica. Nel 1914 gli Intonarumori vengono regolarmente brevettati e in altri ambiti musicali si fa strada l’idea di inserire rumori moderni fra le partiture. Lo fanno per esempio Erik Satie e Jean Cocteau nel balletto “Parade” del 1916, con costumi e scene – fra l’altro – firmati Pablo Picasso.

Proseguendo su questa linea, nel 1924 Russolo costruisce anche il Rumorarmonio, una specie di pianoforte a muro con pedali capaci di attivare più Intonarumori alla volta: un’invenzione che darà la stura alla concezione dei primi veri e propri sintetizzatori. La scia delle sue invenzioni quindi sopravvive, e prosegue oltre le invenzioni stesse. La ricerca personale di Russolo, infatti, si esaurisce nel corso degli anni ’30 e tutti gli Intonarumori vengono distrutti in un bombardamento durante la Seconda Guerra Mondiale.

Eppure, per finire, la mostra propone nel suo spazio centrale proprio un insieme di Intonarumori in “carne e ossa”, alcuni dei quali funzionanti. Si tratta degli esemplari ricostruiti nel 1977 dal docente di conservatorio Pietro Verardo in occasione di una mostra dedicata a Luigi Russolo e all’Arte dei Rumori presso la Biennale di Venezia. Le fonti per la ricostruzione, avvenuta in 6 mesi di duro lavoro, sono state fotografie, il brevetto stesso, lettere di Russolo e i ricordi preziosi di suo nipote Bruno Boccato che da piccolo assistette alla costruzione degli originali.

La mostra “SibilaRonzaScoppia!” è aperta fino all’8 gennaio 2017 secondo i seguenti giorni e orari: dal martedì al venerdì (9:00 – 12:00), sabato, domenica e festivi (10:00 – 13:00 e 16:00 – 19:00). Giorni di chiusura: i lunedì non festivi.

In copertina: Luigi Russolo e Ugo Piatti con gli Intonarumori, 1916.

Le scintille musicali dei Collectin’ Sparks

L’incontro con i Collectin’ Sparks è nel luogo più modenese di tutti: Piazza Grande, vista Duomo. Eppure, non si tratta dell’orizzonte a loro più congeniale essendo nati e cresciuti nel fresco dell’Appennino, a Palagano, dove fa tuttora base fissa la loro sala prove.

Michele Fiorenzi (voce e chitarra), Nicola Fiorenzi (tastiera), Francesco Dignatici (chitarra), Andrea Albicini (basso), e Giammarco Agazzotti (batteria) raccontano la loro musica e la loro storia con piglio ironico, oscillando fra ricordi e battute, ma sezionando il discorso al millimetro quando si va nell’ambito della composizione musicale vera e propria. D’altronde, come spiega Michele, “La rovina di questo gruppo è che ci sono tre ingegneri, un ingegnere del suono e un chimico: il diverso sono io.”

Collectin' Sparks, live

Il progetto di raccogliere scintille

I Collectin’ Sparks nascono nel 2011 con uno scopo preciso: arrangiare e incidere una serie di canzoni composte fra il 1986 e il 1995 dal cantante e frontman Michele, quando aveva fra i 15 e i 24 anni circa. L’età sembra un filo conduttore della loro storia, infatti i componenti stessi vanno dalla classe ’69 alla classe ’92.

Racconta Michele “Quando Francesco era un bambino veniva a seguire le prove di una cover band che avevamo fatto io, Nicola e altri tre ragazzotti di Palagano. Lui già iniziava a suonare, si vedeva che era un virtuoso della chitarra. Questa cover band poi si è evoluta nel tempo, qualcuno ha lasciato e abbiamo preso delle altre persone. Alla fine del percorso Francesco è diventato membro in pianta stabile. Aveva 16/17 anni e lo dovevo tenere a freno quando suonavamo ai matrimoni.”

Poi, fra il 2010 e il 2011 succede qualcosa. Le cover non bastano più, come ricorda Nicola: “Ho suonato per l’ennesima volta Balliamo sul mondo e mi sono rotto le balle.” Continua Francesco: “A marzo 2011 Michele ci ha radunati, aveva già tutti i suoi pezzi su demo vecchi nella veste originale, devo dire interessante ma non più attuale. Chitarra e voce. Li abbiamo ascoltati e ce li siamo immaginati in maniera diversa.”

I palchi del modenese vengono quindi abbandonati e per i cinque Collectin’ Sparks seguono tre anni di prove in saletta. Metodiche. Rigorose. Nel 2013 le canzoni vengono pre-registrate nella loro nuova veste, e così ogni loro variante, e ogni variante della variante, per approdare all’inizio del 2014 allo Slide Studio di Vignola con una pre-produzione ben definita. Otto mesi dopo, il cd è pronto: Changes, Peter and Ann, Second Hand Love Man e tutte le altre vedono finalmente la luce.

Collectin' Sparks, in studio

“E’ tempo di fluttuare fra le cose”

Sul risultato del disco, “Collectin’ Sparks”, i componenti tirano fuori dal cilindro magico una serie approfondita di aggettivi. “Melodico”, “commercialmente suicida”, “vintage”, “antologico”, commenta Francesco, “Archeologico – scherza Michele, – e piovoso. Per me è stato un raccontarmi, principalmente a mia figlia. È nata nel 2007 e volevo raccontarle cosa ero stato.”

“Fermo restando che siamo fieri dilettanti e ci confiniamo all’ambito della passione, su quel disco si vede che ci era presa una sorta di responsabilità. – Continua Francesco parlando anche dello stile musicale – Penso che chi ha nell’orecchio un rock di un certo tipo può apprezzarlo. Io ci ho messo un po’ a capire dove andava a parare, quel disco lì. Secondo me, consapevolmente o no, abbiamo voluto rifare il suono di quello che girava quando i pezzi sono stati scritti. Il calderone dark, il grunge, il post grunge. Mi sono accorto recentemente che ci siamo rifatti anche a quei suoni.”

“Non avevamo l’idea di fare un gruppo e di andare in giro a suonare. – commenta Nicola – L’idea era proprio “facciamo questo cd, lo facciamo intero”. Non ci siamo detti “Poi ne faremo un altro”. Assolutamente no. Eravamo proprio convinti del fatto che questo sarebbe stato il primo e l’ultimo.”

E invece…

Collectin' Sparks, la band

The End is not the end

E invece qualcosa bolle di nuovo in pentola. Sebbene i Collectin’ Sparks suonino live saltuariamente e senza proporsi in modo sistematico, hanno regalato un’anteprima allo Stone Café: assaggi di un “secondo primo disco”, la cui registrazione dovrebbe partire a gennaio 2017.

Racconta Michele: “Io e Francesco ci siamo trovati a casa mia su in montagna, con una bottiglia di Franciacorta e una bottiglia di birra. Scura. Gli dico, bah io ho strimpellato un po’ di cose, gli dico se le vuole sentire. Fra una bottiglia e l’altra ci siamo detti che forse aveva senso continuare.”

Su questa imminente Seconda Fatica gli indizi sono seminati come parti di un rebus, come piccole scintille. La presenza del contributo autoriale di Francesco e Nicola. Un titolo che ha sempre a che fare con la luce, tratto da un “micro-libro” scritto da Michele sempre a 15 anni: l’unico residuo di legame con il passato in questa nuova produzione. Tredici pezzi. “Più stupidi da un lato, molto meno saggi. – conclude Francesco – Più immediati. Più depressi di quelli adolescenziali, ma conditi da un suono eccitante un po’ inglese. C’è sempre la melodia, ma stiamo reagendo a noi stessi. Rock moderno a tutti gli effetti. Gli inghippi della vita moderna e della vita in generale. Non perdere tempo, lasciare alle spalle il passato. La morte, le disillusioni, la fine di qualcosa, la componente inaspettata. Ma noi siamo felici eh!”

A raccogliere scintille, non si sa mai cosa può capitare dietro l’angolo, e la fine – The End, come la traccia fantasma di “Collectin’ Sparks” – può dare vita a un seguito a sorpresa: to be continued.

Leggi anche: L’importanza di essere Kaos India.

L’importanza di essere Kaos India

L’Emilia-Romagna ha sempre avuto un certo feeling con la musica. Che lo scenario di partenza sia dato da nebbia e fossi, frescura di montagna o chilometri di portici, il risultato regala sorprese ancora oggi, grazie a numerose band emergenti e indipendenti: una risorsa creativa del territorio tutt’altro che silenziosa.

I Kaos India, per esempio.

Il gruppo rock, composto da Mattia Camurri (voce, chitarra), Francesco Sireno (chitarra), Vincenzo Moreo (basso) e Joe Schiaffi (batteria), calca le scene modenesi e non solo dal 2011. Tuttavia i singoli componenti, che hanno da poco superato i 30 anni, hanno imbracciato i rispettivi strumenti in età adolescenziale. Nei lontani primi anni zero imparavano a conoscere le proprie corde e i propri rullanti, provando in salette foderate di gommapiuma o cartoni di uova. Mossi dalla frenesia giravano i locali, alla ricerca di gruppi che suonassero, spingendosi fuori dalla città alla scoperta di posti e tragitti, fino a portare in quegli stessi locali le proprie cover registrate (sul cd masterizzato, mica c’era youtube) e guadagnarsi qualche ingaggio.

Nel 2011, la svolta. Mattia, Francesco, Vincenzo e Joe Schiaffi decidono di unirsi e fare confluire la propria gavetta in un progetto nuovo con musica propria. Nascono i Kaos India, rock band che inizia subito a raccontarsi attraverso concerti ed EP: colazione a base di Moment per combattere un certo dolore (Moment for breakfast), la distanza che si può creare fra due persone (Overlover), la parte irrazionale di noi stessi che irrompe e spaventa (Underego), quelle volte in cui ti chiedono di restare anche quando vorresti partire (Stay).

Francesco Sireno - chitarra
Francesco Sireno – chitarra

Li incontro – di nuovo – in un pub del centro di Modena, circa cinque anni dopo il debutto alla festa del beat del 2011. Hanno passato la serata precedente a tinteggiare la loro nuova saletta e il giorno stesso presso il posto di lavoro ufficiale e quotidiano. Nel frattempo, stanno organizzando la prossime serate di Modena City Collection, alias Mo.Co, di cui fanno parte assieme ai gruppi Fakir Thongs e Exit Limbo: “Un collettivo che si propone di diversificare l’offerta culturale modenese – spiega Mattia -, per far suonare gruppi e unificare diversi tipi di arte: musica, installazioni visive, pittura…”.

Insomma, davanti a una certa birra pastorizzata che la loquace cameriera ci convince a ordinare, di cose da raccontare ne hanno. Un bel po’.


Qual è il percorso che i Kaos India hanno intrapreso dal 2011 a oggi?

FRANCESCO: All’inizio eravamo quattro teste e quattro cuori che suonavano quattro individualità molto forti, molto radicate nel proprio passato. Ognuno tirava dalla propria parte.

JOE: Venivamo da esperienze musicali che non c’entravano nulla le une con le altre, infatti questo si sente molto nel primo disco, molto eterogeneo.

VINCENZO: La cosa che è cambiata è che ci siamo capiti sempre di più. I pezzi sono naturalmente più uniformi e sono naturalmente più di tutti.

MATTIA: In questi cinque anni abbiamo trovato un amalgama. Abbiamo imparato a lavorare insieme e a fare uscire le cose in maniera partecipata. Siamo sempre stati amici, però lo siamo diventati in modo più intimo grazie a questo processo di condivisione. Condividere anche le difficoltà nel portare avanti un progetto di musica inedita in questa terra.

Joe Schiaffi - batteria
Joe Schiaffi – batteria


Voi curate molto l’aspetto dei testi, sembra che andiate a scandagliare l’animo umano. Quali sono i fili conduttori?

MATTIA: Nonostante abbiamo scelto l’uso della lingua inglese, noi parliamo tanto delle nostre esperienze, di cose vere, ciò che sentiamo in prima persona, che viviamo ogni giorno. Penso sia fondamentale che si parli di qualcosa di condivisibile. Interpretabile, ma condivisibile. Sono convinto che la musica sia un mezzo privilegiato con il quale fare viaggiare ciò che davvero si ha dentro. Zero fuffa, e, in qualche modo, sostanza.

FRANCESCO: Sia a livello testuale, sia a livello musicale, non troverai mai un pezzo dei Kaos India frivolo. Non che ci sia qualcosa di male. Anche band grandissime qualche pezzo frivolo l’hanno fatto, ma secondo me noi non ce la facciamo proprio. Il pezzo “felicione”, “saltellone”… noi non ce la facciamo a fare questa roba qua. Ogni nota, ogni parola, ogni ritmo di batteria è vissuto in maniera sanguigna, profonda e passionale. Tutto deve avere un senso forte.

VINCENZO: Nel senso che possiamo fare un pezzo allegro, ma non scritto con leggerezza. C’è sempre un’esperienza vissuta che porta a scrivere quel pezzo in quel modo.

Mattia Camurri - voce e chitarra
Mattia Camurri – voce e chitarra

A fine maggio partirete per una tournée in Est Europa. Avete già avuto esperienze fuori, per esempio in Polonia vicino Danzica: come è andata e cosa vi aspettate dall’Est Europa?

JOE: Siamo molto curiosi di confrontarci con realtà diverse dall’Italia, e intendo diverse in termini di fruizione della musica. Quando abbiamo suonato in Polonia sono state apprezzate cose che qui in Italia lasciavano più freddi. Del tipo: “Perché non fate più assoli?”, “Perché non inserite più momenti strumentali all’interno dei vostri pezzi?”

VINCENZO: Soprattutto in quel periodo, che era quello del primo EP, avevamo dei pezzi che molti in Italia ci avevano detto essere un po’ prolissi. “Togliete”, “scarnificate”, ci davano consigli di questo tipo. Quando siamo arrivati lì ci siamo trovati totalmente spiazzati. E poi non abbiamo mai firmato così tanti autografi!

JOE: E’ stato l’unico momento dalla morte di Michael Jackson in cui si siano venduti dei dischi!

Vincenzo Moreo - basso
Vincenzo Moreo – basso

Secondo la vostra esperienza, in Italia quanto è difficile trovare locali che accettino di fare esibire band con pezzi propri?

VINCENZO: Tanto quanto trovare gente che abbia voglia di ascoltare pezzi inediti.

FRANCESCO: Qui se una cosa è nuova è quasi un aspetto negativo. Le date si trovano, ma una band per sostenersi deve avere delle entrate. Noi adesso stiamo facendo 4 date al mese e non sono poche, però i locali pagano pochissimo perché la gente non ha fame di novità. Magari se nello stesso locale, nella stessa serata, ci fosse una cover band ci sarebbe il locale pieno. Noi suoniamo per farci conoscere, per fare sentire la nostra musica, però è molto dura. Stiamo investendo su noi stessi da anni: prendiamo i nostri stipendi e una parte ogni mese la mettiamo nei Kaos India. Volentieri.

VINCENZO: Comunque ci siamo detti più volte che crediamo molto nel contesto italiano. Si fa fatica, ma siamo speranzosi: più fiduciosi invece che depressi e senza voglia di fare.

JOE: Sì, siamo in una fase in cui i musicisti stessi hanno una grossa responsabilità, quella di ricostruire, ridare una scena, riportare la gente ai concerti. Questo lo si fa con la qualità. Bisogna continuare a martellare, a credere in ciò che si fa e portarlo avanti con la massima qualità possibile. E’ dura però secondo me non bisogna mollare. L’ultimo singolo che abbiamo scritto, “Don’t Stop”, è ispirato proprio a questo discorso.


Per concludere, dal momento che suonate tutti e quattro da molti anni, cosa vuol dire suonare a 18 anni e cosa vuol dire suonare a 30?

MATTIA: E’ una cosa contro la quale ultimamente ci stiamo scontrando spesso. A 18 anni hai tutto il tempo e le energie del mondo. Più vai avanti e più hai impegni di qualsiasi natura che prendono spazio nella tua vita: una relazione con una persona, il lavoro e le responsabilità che comporta il crescere. A 30 anni hai una consapevolezza differente, un bagaglio culturale e una mentalità diversi che ti permettono di gestire in maniera ottimale tutte queste cose. Sicuramente a 18 anni non saremmo riusciti a suonare la musica che stiamo creando oggi. Ciò che siamo è il frutto di un’evoluzione musicale durata 15 anni, incluse le esperienze personali che si riflettono nei contenuti dei nostri pezzi. Siamo musicisti migliori, persone più consapevoli, e abbiamo ancora energia per spaccare i culi… si può dire? In fondo facciamo rock and roll!

La Passione secondo Pärt

Alla vigilia della settimana santa, nella chiesa modenese di Gesù Redentore, è andata in scena la Passione di Cristo, composizione del grande compositore estone Arvo Pärt che, con la sua musica stringata, eppure carica di significato, ci propone una rappresentazione sacra intrisa di senso religioso e di spiritualità. Uno stile essenziale che ben si addice all’architettura contemporanea della chiesa del Gesù Redentore, molto apprezzata tra i modenesi, e non solo, per i suoi concerti di musica sacra.

 

Il compositore estone è stato ispirato dalle prime impostazioni monofoniche della Passione e l’opera, basata sul testo di Giovanni, risulta semplice e severa come la voce grave del basso che rappresenta Gesù e crea un rigido contrasto con la folla dei Giudei. Proprio come nelle rappresentazioni arcaiche della Passione, Part usa il coro (con e senza l’organo), per rappresentare il popolo, la folla dei Giudei. Invece nella parte iniziale, e nel resto dell’opera, gli evangelisti sono la voce narrante, ed il coro dei Giudei è rappresentato dal coro formiginese dell’associazione Beata Vergine Assunta. In un lucido dialogo, tra la monofonia dei soprani del coro degli evangelisti e del coro dei giudei, lo spettatore inizia un percorso di sofferenza spirituale che lo porta vicino al Cristo.

Fonte immagine: A different eye.
Fonte immagine: A different eye.

Il Figlio di Dio, con parole semplici, declama la propria innocenza. Il senso religioso dell’opera è tutto intimo, interiore, ed accompagna lo spettatore, lo avvolge. Nonostante la sua rigida impostazione musicale, l’opera ha un impatto diretto e profondo sullo spettatore, facendo parlare il testo in maniera oggettiva. In questo modo chi ascolta prova la solitudine del Cristo durante il processo mentre risponde a Pilato, e rivive la sua sofferenza nel martirio.

Fonte immagine: A different eye.
Fonte immagine: A different eye.

Nell’opera emerge la figura di Pilato che, negli assoli pieni di dignità del tenore, tenta invano di evitare l’inutile condanna della crocifissione voluta a tutti costi dal suo popolo. I giovani musicisti dell’insieme “Altre Voci Ensemble”, formato da violino, violoncello, oboe, fagotto e organo ci regalano un’esecuzione attenta che scandisce con precisione ed essenzialità la liturgia della Passione e va dritta al cuore di chi l’ascolta, riuscendo a trasmettere la spiritualità dello spettacolo della Passione che ogni anno si ripete e ci coinvolge.

Fonte immagine di copertina: A different eye. Da non perdere anche l’intero reportage fotografico della serata

Gli 80 anni di Rajna Kabaivanska, cittadina modenese

Abbiamo parlato tante volte di italiani che lasciano l’Italia, stranieri che vengono in Italia e poi scappano via, ma ci sono anche quelli che vengono qui e decidono di restare, e riescono miracolosamente a coltivare le proprie passioni, il proprio talento e aspirazioni. Rajna Kabaivanska è arrivata a Modena dalla Bulgaria negli anni ’60, “prima nemmeno sapevo dov’era Modena” ricorda, e poi, per motivi sentimentali, decise di restare. Aveva iniziato diplomandosi in canto al conservatorio di Sofia, dove debuttò nel 1957.

L’anno successivo, grazie a una borsa di studio, giunge in Italia per studiare canto, per poi finire a Modena. Il suo talento viene subito riconosciuto. Iniziare a girare per il mondo portando avanti una carriera nel mondo dell’opera nei più importanti teatri mondiali, dal Metropolitan di New York al Royal Opera House di Londra e il Bolshoi di Mosca. Dagli anni ’60 in poi diventa un soprano di fama mondiale, apprezzata dalla critica e amata dal pubblico, cantando soprattutto Verdi, Puccini e gli altri eroi del belcanto italiano, a volte più apprezzati all’estero che in Italia. Gira il mondo, come altri talenti emiliani (la Freni, Pavarotti) ma la sua base, la sua casa, resta e resterà sempre Modena.

Oggi la Kabaivanska insegna canto e porta a Modena molti aspiranti cantanti bulgari che vogliono seguire le sue orme. Il suo è un esempio di come le migrazioni a volte siano segnate dal caso: lei non ha mai scelto Modena, né Modena ha scelto lei. Come nei rapporti d’amore, è il caso che sceglie. Sta poi alle persone saper valorizzare l’altro, saper trovare la propria casa in un posto di cui nemmeno si conosceva il nome e là trovare spazio per le proprie attitudini e aspirazioni.

Il 15 dicembre Rajna Kabaivanska compie 80 anni. Sono tante le celebrazioni in suo onore, ce ne sono state a Parma, ce ne saranno a Modena, ad esempio domani 10 dicembre al teatro San Carlo ci sarà un concerto degli ex allievi della Kabaivanska. Noi la celebriamo con questo bellissimo video dove canta “Vissi d’arte” aria della Tosca di Puccini. Titolo quando mai appropriato per la grande artista bulgaro-modenese.