L’urlo assordante del silenzio

Il sistema della politica è così sorprendentemente autoreferenziale che è diventato impenetrabile. I partiti e le amministrazioni, con le loro liturgie e i loro appuntamenti più o meno consolidati nel tempo, non riescono più a dialogare con l’esterno. Contestualmente la società organizzata e i cittadini, non trovano più il modo, il motivo o anche solo il desiderio di entrare in contatto con una politica di cui sfugge il senso del suo traccheggiare.
Ecco perché è assordante il silenzio dei corridoi delle scuole in cui sono stati allestiti i seggi per queste “storiche” elezioni regionali in Emilia-Romagna. Due mondi non solo non si parlano più, ma se anche si sforzassero di farlo, non riuscirebbero a sentirsi.

Domenica sono andati a votare meno di un milione e mezzo di emiliano-romagnoli (il 37,7% dei 3,4 milioni aventi diritto), la metà di quelli che erano andati alle urne cinque anni prima (l’affluenza era allora del 68%). In passato era fisiologico aspettarsi fino al 20/25% di astensioni, ma con questi numeri non si può più dare la colpa alla “disattenzione” delle persone. Nemmeno si può elaborare la scusa (come è stato più volte fatto durante la campagna elettorale) del mancato traino nazionale (si è votato solo in due regioni, e quindi?) o della scarsa attenzione dei media e dei talk show (se per questo non si sono nemmeno visti manifesti per strada, salvo la settimana prima del voto?).

Questa è l’urgenza per i partiti e per i politici; il tema va affrontato rapidamente senza aspettare le analisi del voto, le riflessioni, le proiezioni, gli stratagemmi o i capri espiatori. O si crede nella partecipazione reale e s’inventa un nuovo modo di fare politica, o tanto vale giocare nello stadio a porte chiuse, consapevoli che prima o poi i cittadini-spettatori smetteranno di seguire “l’evento” anche in differita.

Insomma, l’urlo dell’astensione deve interessare tutti quanti i giocatori in campo: eletti, non eletti, presidenti, consiglieri, segretari dei partiti e dei circoli.

Al Pd – nonostante l’elezioni del suo candidato, che ora dovrà inventare un modo tutto nuovo per “governare” la Regione dopo tre mandati di Errani e guadagnarsi sul campo quella legittimità politica che è mancata col voto – è stato inferto uno dei colpi più duri. Il modenese Bonaccini è stato eletto da 615.723 persone, complessivamente il 17,7% degli aventi diritto (Errani nel 2010 grazie ai voti della coalizione era stato eletto con circa 1,2 milioni di preferenze). In questa tornata, quindi, la coalizione di centrosinistra ha perso oltre 582 mila voti, il Pd da solo ne ha persi 322.626. Chi si è voluto “punire” con la diserzione delle urne? Il vecchio sistema (rappresentato dagli apparati) o il futuro del partito tratteggiato in questo momento da Matteo Renzi?

La Lega si trova davanti a una nuova crescita di consensi. Già nel 2010 puntava a fare della regione la quarta gamba del Nord e, forte dei risultati (aveva superato il 10% in 308 dei 348 comuni della Regione), s’immaginava di completare la saldatura con le altre tre locomotive d’Italia (Veneto, Lombardia e Piemonte). Un entusiasmo che si è assopito dopo gli scandali nazionali che hanno portato al ritiro di Bossi, e alla perdita in Emilia di diversi “pezzi forti”. Alan Fabbri – che con circa il 30% delle preferenze (circa il 20% le preferenze del movimento) ha mandato in un angolo gli altri partiti del centrodestra approfittando dello sfarinamento berlusconiano di Forza Italia – può giocarsi un ruolo da protagonista se sarà in grado di crescere politicamente a livello personale, indipendentemente dal traino che gli ha fornito Matteo Salvini in campagna elettorale cavalcando alcuni “classici” del repertorio leghista, immigrazione in primis. A sentire le prime parole del giovane sindaco, ci pare un’impresa tutt’altro che scontata.

Grillo, infine, ci ha insegnato una volta per tutte a puntare al ribasso. Non ha messo piede in terra emiliana durante la campagna elettorale, salvo una comparsata qualche ora prima del voto in una sala con la candidata modenese Giulia Gibertoni e un gruppo di militanti. “Qui faremo un bel risultato, ma il bel risultato per me è mettere dentro 4 o 5 consiglieri, non è prendere la presidenza. Non siamo a caccia di una poltrona a tutti i costi”. I cinque consiglieri siederanno in Assemblea legislativa, ma con il 13,3% dei consensi cominciano una evidente parabola discendente, a conferma del fatto che l’astensione punisce anche chi ha interpretato da sempre il dissenso dell’antipolitica.

Non si salva nessuno? No. E non perché lo dicono i commentatori in tv o i politologi negli editoriali. Ma perché nessuno ha dimostrato di comprendere che se non si cresce si muore, se non si cambia si è destinati gradualmente o lestamente all’oblio.

Stiamo male!

Presidente, chi ha vinto?
Hanno vinto coloro che stanno male e che non si sentono rappresentati da questo sistema. Il 25% è rappresentato da coloro che non sono andati a votare, partito tendenzialmente in crescita di chi che ha perso completamente la fiducia, e l’altro 25% è il partito di Beppe Grillo.

In che senso ha vinto il partito di coloro che stanno male? E’ vero che tutti hanno esperienza diretta della crisi, ma è anche vero che c’è gente che è andata a votare l’ex premier Silvio Berlusconi, quello che – per essere benevoli – non è riuscito a traghettare l’Italia fuori dalla crisi, anzi l’ha lasciata in condizioni peggiori.
Il malessere c’è nella gente che non ha lavoro, fatica a pagare i mutui e le tasse, ma soprattutto nelle persone che in questa situazione vedono i propri rappresentanti politici inefficaci, lenti nelle decisioni, che usano risorse pubbliche in maniera impropria, ma anche che hanno comportamenti e stili di vita lontani da quelli della gente comune. Per questo non credono più in niente e hanno deciso che tanto con il voto non cambia niente. Poi c’è chi si è affidato a chi ha promesso un cambiamento radicale come Grillo: “mandiamo a casa quelli che se ne approfittano, e quelli che ci hanno condotti in questa situazione”.

Perché la gente non ha votato il Partito democratico? Che cosa è mancato al PD per essere scelto come partito su cui puntare?
Purtroppo è mancata una proposta che apparisse convincente agli occhi degli elettori.

Le primarie quindi non sono servite a niente?
Sono servite a mobilitare 3,2 milioni di persone che poi sono diventati soltanto 10 milioni al momento delle elezioni. Ciò mi fa dire che non è solo un problema di efficacia della campagna elettorale ma che c’è una forma partito che va modernizzata.

Il PD ha confermato la propria presenza nelle solite regioni come, ad esempio, l’Emilia o la Toscana.
Innanzitutto occorre registrare che anche in queste regioni ha preso piede il cosiddetto partito del malessere.

Forse il buon governo a livello regionale non basta?
Evidentemente non è sufficiente altrimenti anche nelle altre regioni l’opzione sarebbe dovuta andare a chi ha dimostrato di governare bene. C’è da dire che il buon governo è considerato dai più un diritto, una condizione minima da garantire da parte di qualsiasi partito. Va poi considerato l’impatto sull’elettorato delle scelte del governo Monti. Sia in un caso che nell’altro si è sottovalutato il malessere delle persone e la necessità di cambiamento. Vedremo nei prossimi giorni, quando i dati saranno ancora più precisi e si potranno fare paragoni anche con il passato.

Cosa occorre cambiare se si dovesse tornare a votare a breve?
Cambiare i leader e i criteri di selezione della classe dirigente. E riuscire a rappresentare e a dare risposta al malessere che si è presentato.

C’è questo malessere. Adesso chi è in Parlamento – persone elette – cosa devono fare?
Devono assolutamente trovare il modo di rappresentare questo malessere. Garantire la stabilità necessaria a fare le riforme che negli ultimi anni sono state lasciate nel cassetto. Fare bene e soprattutto in tempi rapidi. Essere credibili nei propri comportamenti e stili di vita.

Notizie, non missili

Parlare di giornalismo in campagna elettorale è pericolosissimo. Primo perché a qualche settimana dal voto è tutto più amplificato, i riflettori sono puntati più del solito sui partiti e sui politici, i microfoni sono aperti (quasi esclusivamente) alle dichiarazioni di candidati e portavoce. E’ un argomento rischioso anche perché puoi essere frainteso: il politico penserà che ti stai schierando, il sindacato – già in trincea – aspetterà l’inciampo per gridare allo scandalo, i diretti interessati (i giornalisti) storceranno il naso perché – secondo un’antica usanza – criticarsi tra colleghi non è mai da fare.

Per questo motivo accantono l’idea e parlerò più genericamente del “dovere della notizia” e del “doverla darla bene” la notizia. E parto da un episodio recentissimo, ahimè della campagna elettorale.

grilloEcco la notizia – la cronaca – in breve: Beppe Grillo, durante il comizio dello Tsunami tour del Movimento 5 stelle a Bologna, ha ribadito un concetto col suo solito linguaggio canzonatorio: Siamo contro la guerra; non accettiamo l’idea di essere alleati con i francesi che hanno deciso di bombardare il Mali; a noi i tuareg e i mussulmani non hanno fatto niente di male; se i francesi vogliono proprio bombardare qualcuno, che dirigano i propri missili verso il Parlamento italiano dove ci sono solo “politici morti” ecc. ecc. Questo il ritornello che il comico genovese sta ripetendo – uguale anche nelle virgole – da 15 giorni. E lo posso certificare dal momento che per lavoro, seguo i suoi comizi (in media 3 al giorno) in giro per l’Italia, dalla Sicilia all’Emilia, dalla Calabria al Lazio. Unico concetto “nuovo”, nella tappa bolognese, è stato:  se Al Queda decide di fare una rappresaglia anche l’Italia è a rischio… e quindi? a chi dovremmo dare la colpa in quel caso?

Un’agenzia di stampa nazionale, che seguiva in streaming il comizio, ha titolato (ha fatto un flash, in gergo giornalistico): “Grillo: Mali? Al Qaeda bombardi Roma invece”. Cinque minuti dopo un take (un lancio, un articolo per spiegare il flash) con un’aggiunta nel titolo: “Grillo: Mali? Se rappresaglia Al Qaeda bombardi Roma”. Il gestore del sito Repubblica.it, riprende l’agenzia e lancia “Dal palco allestito a piazza Maggiore a Bologna, tappa del suo tour elettorale, Beppe Grillo senza ombrello sotto la pioggia scrosciante lancia la sua ‘proposta shock’: “Al Qaeda bombardi Roma”. Fornisce le coordinate Gps, allude a una “ridente cittadina, un po’ più a Sud di Bologna” e invita Al Qaeda, in caso di rappresaglie per l’escalation militare in Mali, a indirizzare lì i propri missili.”.

La notizia viene anche letta in diretta dal palco, dove Grillo sta ancora parlando alla folla.

Panico a Bologna. Tra colleghi delle altre agenzie stampa ci si guarda. Nessuno aveva sentito l’invito fatto ad Al Qaeda di bombardare l’Italia. Per scrupolo si ascolta la registrazione, e si decide di non dettare una notizia sbagliata (perché di notizia sbagliata si tratta). Ma il danno ormai è fatto: Repubblica non smentisce e – ancora più ridicolo – pubblica sul sito il video integrale dal quale si capisce benissimo il fraintendimento (come il bambino che rompe un bicchiere, si presenta dalla mamma col bicchiere rotto in mano e dice “mamma, io non ho rotto il bicchiere”). Diversi altri quotidiani (chi nell’articolo, chi anche solo nel titolo) il giorno dopo seguono il giornale diretto da Ezio Mauro.

Lo dico con rammarico, perché Grillo e il suo movimento fanno da sempre una battaglia contro i giornalisti: la categoria ha perso l’occasione per riscattarsi agli occhi del M5s. Difficile smentire il leader che ha così commentato: “Ma vi rendete conto di quello che scrivono? Aizzano le persone. Questo è il vero fascismo. Viene completamente rovesciato il senso della mia battuta. Ho espresso pubblicamente la mia contrarietà e estraneità a un qualsiasi coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Mali, così come prevede l’art. 11 della nostra Costituzione. Io non ho niente contro il Mali, nulla contro i tuareg che vengono massacrati dalle forze golpiste sostenute dai francesi. Le coordinate gps erano un suggerimento ai francesi, a cui noi dovremmo fornire le basi logistiche. Solo dei giornalisti di regime potevano stravolgere il senso delle mie parole”.

Nel moltiplicarsi di mezzi di comunicazione, alcune “coordinate” possono servire sia a chi dà le notizie sia a chi le riceve.

Raccontare la politica non è come fare la telecronaca di una partita di calcio o di una gara di Formula Uno, dove c’è un inizio, un primo tempo, un podio e semmai le dichiarazioni finali degli allenatori o dei piloti. La notizia è più “lunga”, ha bisogno di più tempo per essere raccontata e per essere letta.

La malizia di certi discorsi politici, va contrapposta con racconti semplici, lineari; ma questo non significa che il giornalista deve accendere il registratore e trascrivere il sermone del politico di turno; un cronista deve mediare, deve obbligatoriamente mediare e fare quello sforzo in più richiesto anche in condizioni difficili, sotto la pioggia o quando si è di fretta.

La politica – che si fonda sulla comunicazione – deve essere onesta: deve usare la stampa per farsi capire dal cittadino e in questo il giornalista può essere un compagno di viaggio.

Il cronista, però, non può perdere tempo con le finte storie e finte notizie; deve essere impaziente di soffermarsi sui dettagli, di studiare i programmi, di confrontare gli annunci e gli impegni presi dai rappresentanti delle istituzioni, dai segretari di partito e dai candidati. Ieri, invece, si è perso tempo. Prezioso. Mentre le elezioni sono alle porte.

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