Quasi 6.000 km con un litro

Il veicolo che può vantare una percorrenza di 5.736 km con un litro di carburante – sì, avete letto bene – nasce a Modena. Ma, sorpresa, non in in delle tante eccellenze motoristiche della zona, ma in una scuola. Grazie al gruppo di studenti dell’Itis Da Vinci di Carpi, il “Team Zero C” (Consumo Zero di carbonio), che ha inventato un mezzo che somiglia più a un razzo che ad un’auto, e che occorre osservare più volte per comprendere come faccia a contenere un uomo, o quantomeno uno studente. I “prof” Stefano Covezzi e Marco Vidoni sono gli unici adulti nel laboratorio dove una manciata di ragazzi mostra orgogliosa Escorpio014, il veicolo alimentato a batteria ed energia solare classificatosi ottavo nella sua categoria – tra numerose scuole superiori e università europee – alla Shell Eco-Marathon che si è corsa quest’anno a Rotterdam, davanti a 25mila visitatori.

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“L’origine della competizione risale al 1939, in un laboratorio di ricerca Shell negli Stati Uniti, come una scommessa amichevole tra alcuni scienziati – spiega uno di loro, Elia Goldoni – il cui oggetto era come ottenere il massimo kilometraggio dai loro veicoli a partire da un litro di carburante”. Il concorso si è evoluto trasferendosi in Europa e richiamando migliaia di giovani ingegneri, sfidandoli su un semplicissimo principio: progettare e costruire un veicolo che utilizzi il minor quantitativo possibile di carburante – convenzionale (gasolio, benzina, benzina/GPL) oppure no (GTL, solare, bio-etanolo, idrogeno) – per percorrere una certa distanza. Si sfidano nella competizione gli istituti tecnici superiori e le università di tutta Europa e il team carpigiano vanta il primato italiano della sua categoria.

E così eccoli qui – tra loro ci sono futuri periti meccanici, elettronici e informatici – mentre candidamente ammettono che “il fatto di poter far parte di questo progetto è stata una motivazione sufficiente per frequentare questa scuola” ed osservano la loro creatura come una donna potrebbe osservare un paio di scarpe appena acquistato.
Non si creda che sia facile, che basti qualche ora “regalata” all’istituto. Già, perché il gruppo – 25 studenti in media ogni anno, e un team ristretto che poi parte per Rotterdam – lavora in orario extrascolastico, talvolta fino a notte e, osservano i ragazzi, “capita che passiamo più tempo a scuola il pomeriggio che al mattino. Soprattutto quando manca poco alla gara e in quattro giorni ti giochi tutto il lavoro di un anno”. Ma anche il rapporto coi docenti è diverso: “ci lasciano piena libertà di sperimentare le idee, ci appoggiano e ci spingono a fare sempre meglio”.

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“Il motore elettrico è del tipo a corrente continua a spazzole striscianti” spiegano i Daniele Timò e Luca Verzelloni scoperchiando il veicolo per mostrarne con orgoglio i componenti. “La scelta è stata fatta utilizzando un software che ci ha consentito di individuare il corretto rapporto di trasmissione massimizzando il rendimento del motore. Anche se già quando andavamo a idrogeno eravamo sempre dentro la top ten”, precisano.

Aerodinamica, scocca, freni, elettronica, motore, sterzo e ruote, tutto è stato costruito e assemblato tra i banchi di scuola: un progetto che costerebbe ogni anno 12mila euro, tra fabbricazione e trasferta… pochi per fabbricare un veicolo, tantissimi, troppi!, per farlo in un istituto superiore italiano. E infatti da un anno, oltre ad essere a consumo zero sono anche a budget zero. Come si fa? “Possiamo vivere solo grazie alle sponsorizzazioni esterne – chiarisce il professor Covezzi –. Ciò che non possiamo realizzare internamente per la limitatezza delle strutture che abbiamo a disposizione  lo chiediamo alle aziende del territorio coinvolgendo i ragazzi stessi. Ad esempio quest’anno dobbiamo costruire un veicolo del tutto nuovo, se vogliamo rispettare il rigidissimo regolamento della gara… per cui un pezzo che si aggira intorno ai 4000 euro devo trovarlo gratis. Il che significa che devo andare a parlare con le aziende, chiedere preventivi finché non ne trovo una che me lo faccia a questo prezzo”. E ovviamente in tutti questi passaggi i ragazzi sono in prima linea, a fronteggiare colloqui che “confrontandosi con i prezzi del mercato, ci permettono di portare a casa un piccolo miracolo” .

Oltre a spingere l’acceleratore sulle competenze dei ragazzi – tanto che tra loro c’è anche chi, come Lorenzo Ferrari, terminata la scuola e approdato a Ingegneria elettronica, prosegue nel progetto – questo impegno permette loro di costruirsi un bagaglio trasversale, utilissimo in azienda. “Il problem solving, l’attitudine alla cooperazione, la tenuta alla pressione, tutto questo sperimentato sulla propria pelle nei giorni di gara, nel confronto con i team migliori al mondo”, spiega Davide Malvezzi, team manager del gruppo, che si occupa degli aspetti burocratici, dell’iscrizione coi relativi documenti, del rapporto coi commissari di gara partecipando al briefing mattutini, rigorosamente in fluent english, rispondendo e accompagnandoli nelle ispezioni tecniche.

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“I miglioramenti li intuiamo guardando in gara al lavoro dei team migliori, sforzandoci di capirne le innovazioni. Perché il bello della competizione è che è tutto condiviso e libero e i team si possono confrontare – racconta Elia Goldoni –. Piano piano lo sguardo diventa esperto, ad esempio negli ultimi anni ci siamo accorti che aumentavano gli informatici intorno alle macchine nei paddock e abbiamo iniziato a studiare l’importanza dei dati e delle simulazioni, anche noi abbiamo inserito una componente elettronica significativa nel nostro veicolo. Ovviamente tutta autoprodotta perché ogni pezzo dev’essere realizzato internamente, con tanto di marchio di fabbrica”.

La domanda su come, otto anni fa, qualcuno si sia svegliato con l’idea di costruire un veicolo è d’obbligo: “cercando su internet materiale sul risparmio energetico è saltata fuori la Shell Eco-Marathon – racconta il professor Vidoni –. Ci siamo incuriositi, abbiamo scoperto che oltre a noi una sola scuola italiana partecipava, l’itis Bucci di Faenza. Siamo andati a trovare i colleghi che ci hanno incoraggiati a buttarci. Ora siamo noi a farci promotori a nostra volta di questa esperienza presso altre scuole”.

Nota:
Il team quest’anno è composto, tra gli altri, da Daniele Timò, Luca Verzelloni, Lorenzo Ferrari, Davide Malvezzi, Elia Goldoni e Alessandra Malagoli, che hanno parlato con me riuscendo a farmi capire (quasi) tutto, e che per bravura ed entusiasmo si meritano senza alcun dubbio di poter leggere il loro nome su queste pagine.

Deus ex Modena

Oggi vi parlo di un tema che mi sta a cuore. Modena, terra di motori. Ah beh, sai che novità.
Ma non è questo il punto. A Milano, nel sempre più trendy quartiere Isola, sorge un vero e proprio distretto di officine e laboratori per la personalizzazione e la vendita di moto. Moto d’epoca, moto custom, Vespe, biciclette. Tutte rigorosamente cool e super affascinanti. Un vero paradiso per chi ama il mondo biker, o anche solo per chi cerca un ambiente diverso, dal fascino rock e retrò. Il distretto è infatti ricco di altre attività a tema, come barbieri di una volta, negozi vintage e boutique di accessori imprescindibili come occhiali, caschi e bandane. Per questo motivo, circa 2 anni fa il mitico “Deus Ex Machina”, dopo Sidney, Bali e Los Angeles, decise di aprire proprio qui la sua prima branch europea.

Deus Ex Machina è un marchio australiano specializzato in motociclette, biciclette e tavole da surf. Mondi all’apparenza lontani, ma accomunati da creatività e abilità costruttiva tipica di un laboratorio artigiano e da un’immancabile passione per la creazione di opere uniche, sempre originali. Per chi non lo conoscesse, è vero punto di riferimento a livello internazionale per il mondo biker. Organizza contest di customizzazioni, ha una linea di abbigliamento e migliaia di fan in tutto il globo. Oggi questi laboratori del mondo Deus sono conosciuti come “I Templi dell’Entusiasmo”: grandi spazi espositivi con officina, negozio e caffè, dove sperimentare, vedere, toccare con mano oggetti rari e pezzi speciali. Un angolino da Milano proprio da non perdere, nel primo “moto quartiere” italiano.

A questo punto è giunto il momento di domandarsi: come mai a Milano possono vantare un “moto quartiere” e noi a Modena, terra di motori e culla delle più grandi case automobilistiche del mondo, non ce l’abbiamo??? Saremo forse meno modaioli e scatenati ma, diciamo la verità: noi a Modena le moto le sappiamo fare da sempre, in provincia smontare motori in garage è un hobby più praticato della pesca e i nostri nonni non ci portavano al parchetto ma negli autosaloni!
Siamo forse un po’ gelosetti “perché avremmo voluto farlo noi”?!

A rimediare ci hanno pensato due intraprendenti giovani modenesi che, insospettabilmente, hanno deciso di licenziarsi dai rispettivi lavori per aprire proprio un’attività di questo genere: un concept store legato al mondo delle due ruote e per di più nella via degli aperitivi! Se passate da via Gallucci non potrete non notare le vetrine di “Officina El Grippo”: tra sportive moto d’epoca, camice a quadrettoni e caschi sfavillanti, la coolness è assicurata! E non si tratta solo di tendenza perché se vorrete creare uno moto a vostra immagine e somiglianza, loro sono in grado di farlo veramente, studiando progetti personalizzati e mettendo a disposizione tutto il loro buon gusto e capacità.

Chissà quindi che questi due ragazzi e la loro Officina possano essere davvero per Modena un Deus ex Machina che, nel vero significato di questa espressione nel teatro greco, rappresenta quel qualcuno o quel qualcosa che risolve, inaspettatamente e d’improvviso, una vicenda reale che non riesce a trovare una sua autonoma risoluzione, venendo così a rompere l’immobilità di Modena di fronte a questa grande, bellissima opportunità.
(vi assicuro il Grippo non mi ha pagata per fargli pubblicità, eheh!)

Bolidi sull’asfalto a tutta birra: quando Modena aveva l’aerautodromo

“Nel doppiare i suoi concorrenti Pasolini ha la peggio sul suo diretto avversario e perde alcuni preziosissimi decimi di secondo!”

Per chi non avesse capito niente, chiariamo subito due cose: 1) no, non è quel Pasolini, e 2) sì, parliamo di motociclismo.

La frase viene dalla concitata cronaca di una gara motociclistica tratta dal film “Bolidi sull’asfalto a tutta birra!” – proprio così, col punto esclamativo – opera del 1970 del prolifico Bruno Corbucci. Prolifico non è tanto per dire. Per capirci, quello stesso anno Corbucci firmò la regia di altri due film: “Nel giorno del signore” e “Due bianchi nell’Africa nera”, con Franco e Ciccio. Altri tempi per il cinema italiano. Ma altri tempi anche per il motociclismo. Si partiva a spinta (cioè a motore spento, prendendo la rincorsa e saltando al volo sulla moto), i cronisti parlavano un italiano corretto e non sembravano sotto l’effetto di sostanze stupefacenti come quelli di oggi, e a bordo pista il massimo della sicurezza erano le balle di fieno: quasi un simbolo di quel passaggio dalla zappa alla moto, dalla civiltà contadina a quella dei motori. Altri tempi davvero. E ovviamente anche altre facce.

Basta guardare quella del Pasolini in questione, ovvero Renzo, campione di motociclismo negli anni ’60 e ’70, detto anche “il Paso”, che – nonostante l’aspetto da innocuo nerd occhialuto – era famoso per il suo stile spericolato, aggressivo e ultra-agonista. Suo rivale di quegli anni fu Giacomo Agostini, considerato tuttora uno dei più grandi campioni di tutti i tempi se non il più grande. Ed era proprio lui, Agostini, il “diretto avversario” della concitata lotta descritta sopra, anche se nel film viene chiamato Ambrosini.

La trama, diciamolo subito, non è granché: un giovane meccanico sogna di diventare un campione del motociclismo, ma non ha i mezzi per farlo, finché un amico – e una ragazza ricca – non gli danno la possibilità di entrare in una grande scuderia. A quel punto il giovane meccanico (ovvero Agostini, come avrete capito) dimostrerà a tutti che è davvero un campione.

Ma che c’entra Modena in tutto questo? C’entra, c’entra. Perché il merito di un film altrimenti dimenticabile come “Bolidi sull’asfalto a tutta birra!” – ricordiamo sempre il punto esclamativo – è quello di rappresentare una testimonianza di una Modena che non c’è più. Ma non in senso astratto e nostalgico sui bei tempi andati: intendiamo una parte di Modena che letteralmente non esiste più. L’epica lotta tra Agostini e Pasolini avviene infatti nell’autodromo di Modena, oggi scomparso. Un circuito considerato molto difficile, come testimoniano i giornali dell’epoca. Si trovava lungo la via Emilia ed è stato cancellato e in parte inglobato dalla città, nell’area dove oggi sorge il Parco Ferrari.

La sua corretta denominazione era aerautodromo. Una parola che per sicurezza ripetiamo, perché non è semplice né da scrivere né da pronunciare, e costringe la lingua ad acrobatiche evoluzioni: aerautodromo. Ovvero aeroporto più autodromo.

Si chiamava così appunto perché era sia aeroporto – con tanto di piste e torri di controllo – e sia autodromo, con box per le moto e tribune per gli spettatori. Ovviamente le due funzioni venivano svolte in momenti distinti, per quanto forse l’atterraggio di aerei in contemporanea allo svolgimento delle gare automobilistiche e motociclistiche avrebbe giovato allo spettacolo. Che comunque non mancò mai: per undici anni l’autodromo di Modena ospitò grandi corse agonistiche come quella raccontata in “Bolidi d’asfalto a tutta birra!”, diventando il simbolo del connubio Modena&motori e un patrimonio storico e culturale per la città. Ma tutte le storie hanno una fine.

I problemi, per l’aerautodromo di Modena, sorsero proprio per la difficile convivenza tra le varie funzioni: gare di moto e auto, decollo e atterraggio di aerei, ma anche pista per collaudo della Ferrari e scuola di pilotaggio. Troppe cose tutte insieme. Tanto che nel 1972 la Ferrari si spostò nel circuito di Fiorano, vicino allo stabilimento di Maranello. Da lì in poi per l’aerautodromo iniziò il declino. Alla fine degli anni ’70 fu chiuso ed è probabile che quella parola così difficile da ricordare non venne più pronunciata da nessuno. Ma forse i film dimenticabili, come quello di Corbucci, servono proprio a questo: a non dimenticare.

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Il glorioso e scomparso autodromo di Modena è stato il set anche di altri film, tutti più o meno oscuri come il sopraccitato “Bolidi sull’asfalto a tutta birra!”. Ad esempio “Il fantasma dell’autodromo” di Gennaro De Dominicis, “Les Mauvais coups” con Simone Signoret e “Rapporto Fuller, operazione Stoccolma” con Beba Loncar e Ken Clark, del 1967.

(Grazie a Paolo Battaglia per le informazioni)

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La prima puntata della serie “Il cinema a Modena”: “Quelle lacrime che tornano a scorrere dopo secoli“.