Ora le banche ci prendono le vene

Ci vogliono così: incoscienti, spericolati e col sorriso sulla bocca. Anzi, il sorriso non serve, tanto non ci guardano neanche più in faccia. Sono lontani i tempi in cui il funzionario della banca della città si recava nella scuola elementare, per consegnare ai “risparmiatori in erba” un salvadanaio. Quella piccola scatoletta in plastica (ma nelle case dei miei amichetti, almeno fino agli anni 80, giravano anche porcellini in terracotta e casette in legno con tanto di tetto e feritoia per far passare le 10, 50, 100 lire…) era il primo libretto di risparmio.

Poi il bancomat. L’idea di poter “toccare” i soldi a qualsiasi ora del giorno e della notte, senza aspettare di andare allo sportello della banca (rigorosamente chiuso il sabato e la domenica) sembrava un sogno invece era realtà.

Con la carta di credito hanno sdoganato per sempre il concetto: spendi, non ti curare, tappati gli occhi e tanto… pagherai… con gli interessi.

Le maxitruffe, l’euforia dei mercati, i “tassi con gli asterischi” che hanno portato sul lastrico centinaia di famiglie e piccoli risparmiatori non sono bastate. E per contribuire a uscire dalla crisi economica che ci sta accompagnando da ormai quattro anni, gli istituti di credito insistono sul messaggio: i soldi vanno usati e anche in fretta.

Unicredit, in perfetto clima natalizio, ha inaugurato il nuovo geniale pagamento biometrico touchless: vai al bancomat, allunghi la mano, non inserisci nessuna tessera e tantomeno il pin. Si chiama “Papillon” il sistema che riconosce attraverso un sensore la geometria delle vene delle mani. Il sensore non fa altro che “tradurre” simultaneamente questa mappa in un codice numerico univoco. L’ex risparmiatore deve solo registrarsi e permettere al sistema di tradurre le vene della sua mano in una serie di numeri. «Innoviamo per competere e crescere – ha detto l’amministratore delegato Federico Ghizzoni – lo richiede il mercato e ancor più i clienti». Ai quali non rimane che portare in solaio le cassettine senza monete dentro.

Povertà: tamponare non basta

Intervista a Francesca Maletti, assessore alle Politiche sociali del Comune di Modena: “L’ente locale deve creare azioni strutturali per dare impulso all’occupazione”.

 

I dati pubblicati da Note Modenesi descrivono una realtà dove anche a Modena aumenta in modo significativo la quota di poveri, o nuovi poveri. Non è una novità, ma leggere di tante famiglie che tirano avanti con 800 euro al mese, pur avendo uno o più figli, affitti e bollette da pagare, suscita un certo stupore.

Assessore Maletti, che cosa ne pensa?

La vera novità è che a partire dal 2008 sono cadute nella fascia della povertà famiglie e singole persone che fino ad allora erano autosufficienti dal punto di vista economico. Fino al 2008, cioè, i poveri delle nostre città erano essenzialmente le persone che vivevano quella situazione a causa di patologie o altri problemi: dalla non autosufficienza alla disabilità, dalla tossicodipendenza all’alcolismo, fino ai senza tetto o, comunque, a persone e famiglie che uscivano dagli standard.

 

E oggi, invece?

Oggi è diverso. Oggi i poveri sono come gli altri, sono come noi… Solo più vulnerabili e a volte non ce la fanno da soli. Sono circa 1.300 le famiglie in condizioni di disagio che hanno ottenuto contributi economici nell’ultimo anno dal Comune di Modena, la metà con minori a carico. E gli stranieri sono solo poco più di un terzo, quasi tutti con minori, verso i quali l’assistenza è obbligatoria per legge. Gli aiuti riguardano in particolare il mantenimento di casa e utenze. Oltre al sostengo dei minori, naturalmente.

 

Sono quindi vittime della crisi economica?

La crisi economica e occupazionale ha colpito subito i più giovani ma poi negli ultimi due anni si è allargata ad altre fasce della popolazione e per il 2013 le prospettive per il nostro territorio sono ancora preoccupanti rispetto ai dati sulla disoccupazione e della cassa integrazione, per esempio. E non sappiamo se ci sarà copertura.

 

Solo un problema di mancanza di lavoro, quindi?

Quello è il dato principale che rende vulnerabili, appunto, molte famiglie. Un altro elemento è  l’aumento del costo della vita. Un’inflazione del 3 per cento nel 2012 significa dover spendere di più per pagare le bollette e i generi di maggiore consumo proprio nel momento in cui in casa entra di meno perché, magari, un familiare ha perso il lavoro o è in cassa integrazione.

 

In questi casi come interviene l’ente locale? Cosa fanno i servizi sociali?

Oggi i servizi sociali possono e devono “tamponare” il problema, non hanno la possibilità di risolverlo. Ecco allora gli interventi per garantire la casa, in particolare gli alloggi in affitto con strumenti diversi per le diverse esigenze (dagli alloggi Erp all’Agenzia casa, fino ai contributi per sostenere il pagamento del canone ed evitare gli sfratti) e poi gli aiuti economici per evitare i distacchi delle utenze e le agevolazioni sulle tariffe per una spesa complessiva di circa otto milioni di euro. Insieme alle Caritas parrocchiale e alle altre associazioni, poi, si interviene anche con aiuti in generi alimentari. Sono circa 500 le famiglie con bisogni di questo tipo che sono state individuate nell’ultimo anno, ma spesso si vergognano a chiedere aiuto. Questa fragilità è una situazione a cui non sono abituate.

 

Quindi il Comune può solo “tamponare” il problema?

No, sarebbe un errore. L’ente locale deve andare oltre e nel 2013 sono necessarie azioni strutturali che contribuiscano a dare impulso all’occupazione. Ci sono infrastrutture strategiche, come lo scalo merci di Marzaglia, che possono attrarre investitori sul nostro territorio in grado di creare posti di lavoro, oltre a non fare scappare imprese che già operano qui. E poi c’è l’ambito della formazione da sviluppare ulteriormente per garantire al mercato le professionalità necessarie sia rispetto a operai specializzati o tecnici sia rispetto ai percorsi universitari. Modena, inoltre, deve affiancare ai settori caratteristici del suo sviluppo economico (come la metalmeccanica, il tessile, il manifatturiero in genere) anche nuovi ambiti, in particolare nella green economy. Una sua applicazione nell’edilizia, per esempio, con incentivazioni per la riqualificazione della città potrebbe garantire ottimi risultati occupazionali e risparmi energetici e ambientali. Inoltre è necessario proseguire con politiche volte a favorire percorsi per inserimenti lavorativi incentivando anche le imprese che fanno assunzioni.

Ciao 2012

Non so voi, ma mi sto chiedendo cosa vorrei tenermi di questo 2012. Un anno difficile (la crisi), violento (il terremoto), amaro (i giovani disoccupati). Un anno che molti, a giusta ragione, desiderano solamente seppellire e lasciarsi alle spalle, confidando che ‘il 2013 peggio non potrà essere’. Detto che lo spero, ma che non si può mai sapere e che comunque meglio o peggio sono categorie non propriamente scientifiche, vi dico cosa tengo del 2012 e perché.

Tengo i 50 anni del Concilio Vaticano II: le celebrazioni e il tentativo, anche a Modena, di mantenerlo vivo e vicino. Non una commemorazione, ma una riscoperta (o, per i più giovani, una scoperta) di quella che l’Azione Cattolica ha definito ‘La Chiesa bella del Concilio’.

Tengo le olimpiadi di Londra: le medaglie vinte dagli italiani (tre nomi per tutti, tutte ragazze: Jessica Rossi con la finale del tiro a volo seguita per radio in auto al ritorno dal mare; Elisa di Francisca e il fioretto femminile vera miniera d’oro per l’Italia; la casinalbese Cecilia Camellini e le sue Paralimpiadi da Regina d’Inghilterra), le medaglie di legno (Alessandra Perilli sempre nel tiro a volo: San Marino a un piattello dalla prima medaglia olimpica della storia!, Tania Cagnotto), le ingiustizie sportive (la schermidrice sudcoreana, Cammarelle nella boxe…), il ricordo della sconfitta immortale di Dorando Pietri.

Tengo la neve per San Geminiano (anche se dopo abbiamo un po’ esagerato) e la fila di persone (italiane e non) per salutare il santo dei modenesi.

Tengo il museo Casa Natale di Enzo Ferrari, al di là di come la si pensa un patrimonio per la nostra città e una struttura architettonica molto bella che meriterebbe maggiore valorizzazione e sinergie più strette (eufemismo…) con Maranello.

Tengo l’esperienza dei centri estivi nella Bassa di ‘Estate Insieme’, un modo (tutto sommato riuscito) di mettere attorno a un tavolo associazioni e realtà differenti del mondo ecclesiale e non solo.

Tengo il girone d’andata del Sassuolo e i gol di Ardemagni del Modena.

Tengo i sorrisi e la voglia di ripartire di tanti amici e conoscenti della Bassa: la lettera di Ione, la costanza di Alberto, i grazie (immeritati) di Bruna, la serenità di Giuseppe, il sorriso di Sissi, il carattere di Fernando, la tranquillità di Alberto, le telefonate di Vilma, la maturità di Luca…

E poi tengo tanto altro, che mi tengo per me e per la mia famiglia. Intanto, ovviamente, buon 2013!

Senza reddito e mi arrampico

“Work less, climb more”. Per qualcuno lavorare meno e arrampicarsi è un obiettivo per vivere più sereni nel 2013. Per 2.345 famiglie modenesi che dichiara reddito zero il nuovo anno sarà un arrampicarsi tra servizi sociali e sconti su tariffe.

 

Vivono in affitto o ospiti da amici o parenti. Dichiarano “reddito zero”. Non avendo un lavoro (o meglio uno stipendio in regola), possono contare solo su aiuti economici di conoscenti o enti caritativi. Per arrivare a fine mese, si rivolgono ai servizi sociali dei comuni e beneficiano di sconti o riduzioni di tariffe e bollette. È la condizione di oltre 2.300 famiglie modenesi (circa l’1% delle famiglie complessive), metà delle quali con due o più figli a carico, come emerge dalle dichiarazioni Isee presentate in provincia di Modena. Il dato è del 2009 e riguarda complessivamente 47.161 nuclei familiari residenti nel nostro territorio, su un totale di 300 mila famiglie al 31 dicembre 2011 (nel 2009 erano 293.799).

Nonostante lo strumento sia impreciso e a livello nazionale si stia tentando di riformarlo, la dichiarazione Isee – che deve essere compilata da chi vuole ottenere agevolazioni su tasse e tariffe o chiede di accedere ai servizi sociali del proprio comune – è uno spaccato della condizione economica delle famiglie modenesi. Potremmo dire un’ulteriore conferma della situazione che si manifesta ai servizi di prima assistenza o agli sportelli delle Caritas cittadine. Anche lo scorso anno, infatti, come emerge dall’Osservatorio sulle povertà a Modena, ai centri di ascolto si sono rivolte 4.696 persone che hanno ottenuto un aiuto materiale (buoni pasto, vestiti, piccoli sussidi); altre 1.527 persone, attraverso un colloquio con gli operatori, sono state accompagnate nella ricerca di un’abitazione o di un lavoro. Di questi “utenti”, la metà è sposata e il 28% celibe o nubile; la maggior parte (39%) è in possesso della licenza media inferiore e il 18% di quella superiore; l’età media è di 35/44 anni e l’80% di loro risulta disoccupato. I poveri (sempre più italiani) vivono in una casa in affitto (45,6%) o in un domicilio di fortuna (26,3% dei casi).

Tornando alle dichiarazioni Isee compilate alla fine del 2009, un dato deve far riflettere: l’1% delle famiglie che si rivolgono ai servizi sociali (2.345) dichiara di non percepire alcun reddito; circa il 10% (6.923 nuclei familiari) dichiara un reddito annuo inferiore ai 10 mila euro; circa il 12% (9.667 famiglie) ha una condizione economica inferiore ai 15 mila euro l’anno. Prendiamo in esame soltanto il primo caso (chi dichiara da zero a 10 mila euro di reddito): 1.680 famiglie hanno un solo figlio; 1.432 famiglie due figli; 1.349 famiglie hanno 3 figli; 1.433 ne hanno quattro; dichiarano cinque figli 654 nuclei; sei figli per 249 famiglie e per 256 si contano sette o più figli.

Come si può (soprav)vivere con circa 800 euro di reddito mensile? Come si fa, con questa cifra, ad arrivare a fine mese con due, tre o quattro figli a carico? Ribadiamo: i dati che si evincono dalle dichiarazioni Isee non possono essere esaustivi, ma indicano la condizione a cui sono costrette migliaia di famiglie anche in una terra da sempre considerata laboriosa e ricca. La fotografia del 2009 non può che essere peggiore a distanza di due anni. Nonostante diversi esponenti politici del precedente governo Berlusconi abbiano addirittura negato la gravità della crisi economica, l’Istat ha certificato il trend negativo: nel 2011 le famiglie in condizione di povertà relativa sono in Italia 2 milioni 782 mila (l’11,1% delle famiglie residenti) corrispondenti a 8 milioni 173 mila individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione; come emerge dall’ultimo Rapporto sulla coesione sociale, il rischio povertà o di esclusione sociale nel nostro Paese sale al 29,9%, in particolare tra le famiglie numerose.

Modena già da mesi deve fare il conto con l’aumento della disoccupazione e dell’utilizzo della cassintegrazione; gli effetti del terremoto dello scorso maggio non potranno che peggiorare la situazione. “Work less, climb more”: lavorare meno e arrampicarsi di più, ha augurato ai propri iscritti per il 2013 la sezione di Perugia del Club Alpino Italiano (vedi foto). Per qualcuno è un obiettivo da raggiungere per essere più sereni e rilassati. Invece per sempre più famiglie “lavorare meno” è un dato di fatto; la conquista è quella di “arrampicarsi” tra i servizi sociali per ottenere un contributo.

Come se fosse la prima volta

Trent’anni fa un gruppo di giovani, partecipando a un corso di avviamento al giornalismo, ha dato vita a “Note Modenesi”. La rivista aveva una duplice finalità: realizzare un momento di pratica giornalistica ed essere uno strumento di aggiornamento e di formazione politica per chi seguiva l’attività culturale del Centro Francesco Luigi Ferrari.

Anche allora, a cavallo tra il 1982 e il 1983, si viveva un tempo di crisi, e in un suo editoriale Luigi Paganelli scriveva: «“Note Modenesi” tenta di diventare pian piano, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, occhio più disincantato e voce più chiara per capire e far capire meglio i problemi» che la provincia di Modena, e il resto del Paese, vivono.

In trent’anni, grazie all’impegno di tante persone, il Centro Ferrari attraverso l’attività di ricerca e approfondimento, ha continuato ad essere una voce critica della società, una critica non fine a se stessa ma aperta a nuove proposte. Crediamo che questa esperienza non vada trascurata, ma anzi ammodernata.

In occasione di questo felice trentennale abbiamo deciso di fare un altro passo avanti e di lanciarci nella nuova avventura multimediale. Lo facciamo consapevoli dell’importanza e dell’efficacia dei nuovi linguaggi – è emblematico che una delle più importanti riviste al mondo, il settimanale americano Newsweek, abbia deciso col nuovo anno di interrompere la versione cartacea per dedicarsi esclusivamente all’informazione on-line – ma anche delle difficoltà che il settore della comunicazione, in Italia e nella nostra regione, sta vivendo.

Il lettore che accetterà di percorrere questa nuova avventura assieme a noi, avrà modo giorno dopo giorno di orientarsi nella struttura che il sito di Note Modenesi assumerà. Gli articoli di approfondimento, i reportage e le interviste che vi proporremo, saranno il frutto di un lavoro collegiale fatto durante le riunioni di redazione. Abbiamo dedicato inoltre uno spazio (i blog) alle opinioni, un luogo di confronto, dialogo e partecipazione. Avremo un ampio spazio video, per dare evidenza a fatti, avvenimenti e persone che, per diversi motivi, non salgono agli onori della cronaca.

Per troppo tempo c’è chi ha pensato che si potesse raccogliere senza arare, seminare e coltivare il campo. Quello presente appare il momento più opportuno per la semina, correndo consapevolmente il rischio che saranno altri a beneficiare del raccolto. Dopo trent’anni è come se fosse ancora la prima volta.

Promo video della nuova avventura

Per promuovere la nuova versione di “Note Modenesi” abbiamo realizzato un video promo che mette in evidenza alcuni degli obiettivi che ci siamo posti. In futuro su queste pagine i lettori troveranno molti altri video di inchiesta, reportage, servizi e interviste.

A questo scopo è aperto anche il canale Youtube della rivista che vi invitiamo a seguire.

Cavezzo riparte: «Ci siamo, ditelo a tutti»

Luca Barbieri e Deborah Tolomeo di Camera Caffè

Nasce Shopbox nella Bassa Modenese: le vite “in scatola” dei commercianti nei container, che dopo il sisma del 29 maggio 2012 si reinventano lavori e professioni. 

Le decorazioni natalizie sono luci che si stagliano forti nel profilo convesso della lamiera. Sono punti che brillano su una base grigia. Sono i segni della voglia di sentire le feste anche dopo le scosse. A pochissimi giorni dall’Epifania, le feste a Cavezzo sono le prime dopo il terremoto del 29 maggio: quello che, anche in questo piccolo paese dal centro distrutto, è passato a chiedere il conto in termini di vite umane. Il simbolo del commercio, sette mesi dopo, si chiama Cavezzo 5.9 ed è in piazza Martiri. Fuori ha il colore del sisma (con i container grigi e blu impilati uno sull’altro e le luci di natale che spezzano festose il metallo) e dentro ha la forza di chi ci vuole essere ad ogni costo. Complessivamente, in questa struttura a due piani composta da più di venti container marittimi, trovano spazio 12 attività, partite da poco più di due settimane. Ci sono un bar, un negozio di parrucchieri, un fiorista, una merceria, un negozio di abbigliamento. Ognuno di questi negozi stretti nel metallo porta con sé una storia. Che quasi sempre è una storia di lavoro e di passione.

La testimonianza
Luca Barbieri e Deborah Tolomeo dispensano sorrisi e caffè dal loro bar “Camera Caffé”, che prima era in via Cavour, nel complesso I Glicini. «Abitavamo in una delle palazzine accanto al bar. Sono crollate una sull’altra, e anche il bar è completamente inagibile». Casa (con l’arredamento appena rifatto e il mutuo da pagare) e lavoro che crollano in venti secondi d’inferno, nella vita di questa coppia con un figlio piccolo. «Subito dopo siamo partiti e siamo andati a Riccione per tre mesi – racconta Luca –. Abbiamo trovato in Riviera un’ospitalità squisita, e il campeggio nel quale soggiornavamo ci ha aiutato in più di un’occasione». In quel periodo di difficoltà, Luca ha trovato un lavoro stagionale in un bar della città. Perché è proprio il lavoro il filo conduttore nella vita di questa coppia che non ha mai voluto arrendersi, nemmeno di fronte alla polvere della casa collassata. «Poi siamo tornati – aggiunge ancora Luca –. E mentre a settembre io lavoravo in un bar di Carpi, Deborah allestiva il nuovo Camera Caffé nel centro del nostro paese». Eccolo qui, adesso, il bar rinato: bianco, decorato con attenzione e con spirito di forte accoglienza. Finito il loro turno nel centro commerciale dei container, Luca e Deborah, come tanti altri commercianti del posto, tornano a casa. Che, tanto per cambiare, è ancora un container. Ma il messaggio che esce con forza dalle vite in scatola dei commercianti terremotati è sempre quello: «Fateci lavorare, dite che siamo aperti. Dite a tutti che ci siamo».

Uniti dalle scosse, uniti negli affari
Arriva sempre da Cavezzo un’altra iniziativa congiunta tra i commercianti, compresi quelli che hanno potuto riaprire ai bordi della zona ancora rossa (quella della piazza del leone, quella nella quale è piombato il silenzio, quella intorno alla quale riparte lo stesso la vita): i punti acquisto e gli sconti-scambio. Acquistando qualcosa alla Casa della Gomma, alla fioreria La Corteccia, presso i parrucchieri Fuoriclasse e a Dolcemente si acquisisce un buono sconto del 10% da utilizzare presso un altro dei negozi di questa catena di solidarietà. Che incentiva il consumo fino addirittura al 31 marzo 2013. Per cominciare l’anno all’insegna delle spese e delle storie di ripartenza.

 

L’approfondimento sulle aree commerciali nella Bassa modenese continua

L’amicizia logora chi non ce l’ha

Da un po’ di tempo trovo insoddisfacenti le analisi sulla situazione politica italiana attuale. I riferimenti alla necessità di riforme strutturali sono in buona parte condivisibili tuttavia sento che manca ancora qualcosa. Ad un certo punto mi sono chiesto: quanta amicizia c’è nelle relazioni all’interno del Parlamento? Tra i partiti? All’interno di uno stesso partito? A scanso di equivoci non sto pensando all’amicizia interpersonale ma a quella civica che ha un impatto forte nelle relazioni sociali.

Che ci sia qualcosa che non funziona non si vede solo dal malaffare o dal confronto ringhioso, ma soprattutto dal modo con il quale la politica organizza le relazioni di potere che sono ormai un ostacolo alla partecipazione democratica, come rilevano il tendenziale calo alla partecipazione al voto e l’attenuazione del senso di comune appartenenza sociale ma anche dall’indolenza con la quale si acconsente al degrado dell’ambiente, alla costante crescita delle povertà e della disuguaglianza sociale.

Bisogna essere consapevoli che ci può essere un uso orgoglioso e dominatore del potere politico ad ogni livello, quindi, anche da parte di quei cittadini che avanzano interessi legittimi ma particolaristici, cioè a loro esclusivo vantaggio. Ciò riflette l’ambiguità del potere e la ricattabilità del politico.

Solo l’amicizia permette di saltarci fuori. A differenza di chi ha affermato che il potere logora chi non ce l’ha, è proprio per amicizia, ad esempio, che si deve chiedere all’amico, appunto, di lasciare quella determinata carica dopo un certo numero di anni. Ancor meglio se per amicizia si decide che è venuto il tempo di passare la mano. La relazione d’amicizia genera qualcosa di nuovo, di inaspettato, verso una maggiore autonomia delle persone e un miglioramento complessivo della società. Se le relazioni all’interno dei partiti fossero di questo tipo il ricambio sarebbe un fatto “naturale”. Ciò non significa che non ci devono essere forme democratiche di selezione della classe dirigente, ma sicuramente queste assumerebbero ben altro significato e impatto se svolte in un contesto di amicizia.

Questa stessa amicizia potrebbe essere anche un buon antidoto alla corruzione.

È fuor di dubbio che una legge anti-corruzione è quanto mai necessaria, possibilmente giusta ed efficace. Ma forse non basta. Una buona legge non sempre fa un buon cittadino mentre può essere che un buon cittadino faccia una buona legge e non solo. Viene da pensare che i politici corrotti non abbiano amici e se li hanno anche loro hanno partecipato alla festa. Un amico vero li avrebbe avvertiti che stavano sbagliando e che era anche disponibile a dare una mano per saltarci fuori. Se poi invece di un solo amico ce ne fossero due o più, è ancora meglio. Chi trova un amico trova un tesoro.

Il valore della cooperazione

Porta aperta, democrazia economica, partecipazione solidale, mutualità sono i principi cardine della cooperazione e la cooperativa è una società di persone nella quale, per definizione, l’apporto delle persone è più importante dei capitali che vengono utilizzati. All’interno di essa il rapporto è paritario ed è disciplinato dalla logica democratica del principio “una testa, un voto”.
Nonostante siano cambiati i modelli organizzativi e di aggregazione e le formule di interazione, i bisogni che portano alla nascita di una cooperativa rispondono sempre alle stesse domande: come insieme ad altri posso qualificare il mio prodotto, trovare lavoro, fare attività culturali?
“La cooperazione è un’organizzazione economica che si basa sul consenso democratico quindi sul principio maggioritario, ed è una delle forme più alte di attività economica, che risponde al bisogno dell’uomo di non essere sempre in guerra con gli altri ma di cercare una composizione che aiuti la persona a vivere in un contesto economico non come lupo tra i lupi ma come partner di tanti altri, operando sullo stesso piano” dice Gaetano De Vinco, presidente di Confcooperative Modena.

La cooperazione, ancora oggi, è la forma di democrazia sostanziale più sviluppata. In particolare, abbiamo le cooperative sociali che da una parte aiutano lo Stato a fornire servizi che altrimenti non sarebbe in grado di rendere e dall’altro integrano servizi ulteriori, come nel caso del badantato. “Le cooperative sociali nacquero alla fine degli anni Settanta perché a molti giovani di allora pesava la forte burocratizzazione dei servizi pubblici che andava delineandosi, e così contro quella ‘spersonalizzazione’ nacquero iniziative in tanti ambiti diversi con la finalità di rimettere la persona al centro dei servizi – spiega De Vinco -. In questi quarant’anni le cooperative sociali hanno conosciuto una profonda evoluzione e hanno svolto una funzione di completamento rispetto ai servizi gestiti direttamente dallo Stato nelle sue articolazioni. Da questa idea di cooperazione sociale è nata una forma di cooperazione e di società, intesa in senso lato, che non guarda solo all’interesse della propria base sociale ma tiene conto dei bisogni del territorio in cui vive e si impegna per favorire un miglioramento del medesimo e questo a mio avviso rappresenta un valore aggiunto che, al momento di decidere se far svolgere un determinato servizio a una cooperativa o a un’impresa di tipo classico, fa propendere la scelta per la prima.

Cooperazione e organizzazione democratica interna: oggi, al tempo delle multinazionali, delle scatole cinesi, delle stock option, riesce a sopravvivere il principio “una testa, un voto”?
Il mondo cooperativo si muove in un percorso di evoluzione continua, data dall’influenza reciproca tra mondi del lavoro e società civile nel suo complesso. I nostri sono tempi in cui ha vinto l’individualismo, il leader ricco e di successo, e quindi anche la cooperazione è stata attraversata da qualche tensione rispetto a questi temi: alcuni anni fa ci fu il tentativo di superare la formula cooperativa verso l’individuazione di public company, una scopiazzatura del sistema americano che trasformava le cooperative di fatto in aziende di capitali le cui azioni erano detenute da una gran massa di persone. Il movimento cooperativo tutto si è battuto condi tro questa idea che trasformava il modello cooperativo snaturandolo, trasformandolo in un succedaneo minoritario del modello della società di capitali, affermando e confermando la formula cooperativa di sempre.

Domanda d’obbligo: cosa fa Confcooperative per la crisi?
Questa che stiamo vivendo è una crisi nata come una crisi finanziaria, che poi si è trasformata in una crisi da mancanza di lavoro e oggi, come stiamo vedendo, è diventata una crisi da speculazione. Noi abbiamo subito proceduto a ridiscutere le relazioni con i nostri soci favorendo per i settori in difficoltà un apporto di contributi di professionalità per poter aprire nuovi campi di lavoro e allargare le prospettive che si stavano stringendo. Abbiamo ridefinito le relazioni interne favorendo il superamento del momento difficile per le cooperative, anche attraverso una maggiore attenzione alle regole di adesione a Confcooperative. Abbiamo poi attivato alcuni strumenti della finanza cooperativa come “sfondo sviluppo” (che è il nostro fondo di promozione cooperativa) per dare alle cooperative il massimo appoggio possibile, soprattutto in presenza di progetti importanti.

Percorrere rotte nuove

Le risposte alla crisi economica perdurante, lo sappiamo, sono poche e confuse. In questa nebbia le imprese navigano a vista, ma se il condottiero è abile, se l’equipaggio lo sostiene – e se la nave è ben costruita – è possibile non affondare. Percorrendo rotte nuove.
Per le aziende in difficoltà, metodi alternativi alle soluzioni più classiche – primi tra tutti gli interventi di integrazione salariale, ma anche delocalizzazioni, licenziamenti, chiusure – ci sono sempre stati, se si volevano usare; ultimamente qualche passo in più è stato fatto nell’ambito della responsabilità sociale d’impresa, che offre oggi nuovi strumenti a disposizione degli imprenditori più lungimiranti e, nel confronto tra esperienze diverse, occasioni per sperimentare, aggiornare, raffinare percorsi che siano poi a disposizione di altri.
È lo scopo, ad esempio, del Club Rsi di Modena (www.comune.modena. it/clubrsi), un laboratorio di idee finalizzato al miglioramento aziendale, dell’ambiente e del territorio. Cioè alla responsabilità sociale d’impresa, che diventa segno di distinzione commerciale e addirittura una leva competitiva. Nel Club nascono e si condividono buone pratiche e le aziende elaborano progetti da mettere a servizio di tutti: in quattro anni sono state un centinaio le proposte concrete, nel 2011 erano 47 le realtà inserite, tra grandi e piccole e medie imprese, per un totale di 10 settori industriali e di servizi rappresentati. “L’ascolto, il dialogo tra i diversi livelli dei collaboratori di un’azienda era in auge già negli anni Settanta”, spiega Walter Sancassiani, coordinatore tecnico del Club modenese, amministratore del centro di ricerche Focus Lab e tra i primi professionisti a livello nazionale ad occuparsi della promozione e sperimentazione di pratiche di progettazione partecipata. “Vi erano ad esempio i circoli di qualità, ovvero gruppi di lavoratori che si incontravano con il management per discutere e proporre azioni migliorative, erano strumenti di confronto che permettevano di andare al di là dei rapporti sindacali più tradizionali. Con la crisi però – precisa – emergono due macro scuole, due modus operandi che rimettono in discussione queste relazioni: da una parte rimane il rapporto di tipo classico e poco innovativo che sceglie, di fronte alle difficoltà, le scorciatoie e il non coinvolgimento di tutta la struttura aziendale; dall’altra l’imprenditore che si fa in quattro per non avvalersi degli strumenti statali e vive in una dimensione di reciproca responsabilità il rapporto con i dipendenti”.
Vi sono stati vari esempi, anche sul territorio, di dirigenti che si sono autoridotti lo stipendio per non mettere in difficoltà l’azienda e per dare respiro al personale, oppure si è assistito alla sperimentazione di modalità lavorative a rotazione che, se applicate in maniera corretta e non dequalificante, permettono ai dipendenti di aggiornare le proprie competenze e di acquisire maggiore consapevolezza del mestiere dei colleghi, con la conseguenza di un miglioramento organizzativo. Sono piccoli passi che aprono la strada a un metodo per affrontare la crisi che sia più partecipativo e democratico.
Nel periodo di difficoltà di alcune aziende, in accordo con la proprietà, i dipendenti in esubero hanno partecipato ad azioni di volontariato che hanno avuto una significativa ricaduta sul territorio e sulla qualità di vita degli stessi lavoratori; oppure, ma sono ancora rari sul piano italiano, gruppi di dipendenti sono riusciti a rilevare l’attività in crisi costituendosi in cooperativa. È quindi apprezzabile che recentemente sia stata da più parti richiamata l’importanza di iniziative legislative intese a favorire la partecipazione dei lavoratori alla proprietà e alla gestione delle imprese.
“Da qui – chiarisce Walter Sancassiani – si entra nell’orizzonte del cosiddetto welfare aziendale: occorre rivedere quelle garanzie che si davano per scontate per capire invece come aprirsi a soluzioni nuove”. Buoni spese, convenzioni e voucher, progetti di conciliazione famigliare, possono essere forme di coinvolgimento del personale nella dimensione aziendale. Gestiti direttamente e in maniera personalizzata, consentono di far fronte alle difficoltà degli enti locali contribuendo al miglioramento della qualità di vita e al mantenimento del potere d’acquisto forse più di molte forme classiche di welfare. E responsabilizzano i dipendenti che si sentono maggiormente coinvolti nell’andamento dell’azienda.
“Gli strumenti di partecipazione – precisa Sancassiani, che da 20 anni gestisce progetti di sviluppo locale orientati alla sostenibilità ambientale, sociale ed economica ed è tra i promotori della Scuola di alta formazione per la progettazione partecipata – permettono di salvaguardare l’azienda nei momenti di criticità e di emergenza, ma non possono rilanciare un’impresa destinata a fallire: presupposti per un’azienda sana sono prodotti buoni, strumenti finanziari adeguati, una buona organizzazione commerciale”.
E se le premesse ci sono, quella di utilizzare gli strumenti partecipativi sembra essere una strada percorribile. Accorgendosi che non basta l’apertura e la disponibilità dell’imprenditore: occorre imparare a coinvolgere i dipendenti, scardinare vecchi tabù e ridurre le distanze. Perché, conclude Sancassiani, “la responsabilità sociale d’impresa riguarda tutti, dipendenti compresi”.