Exodus, viaggio nel dramma del popolo Siriano

“…chi governa allora? Il denaro. Come governa?

Con la frusta della paura, della disuguaglianza, della violenza economica, sociale, culturale e militare che genera sempre più violenza in una spirale discendente che sembra non finire mai”

Riccardo Cristiano – Siria, Ultimo genocidio –

001Sabato scorso è andato in scena presso il Teatro Tenda di Modena, EXODUS, spettacolo teatrale a cura del regista Salvatore Molinaro in cui si è raccontato in maniera profonda e riflessiva il dramma delle popolazioni siriane e la fuga disperata dalle proprie case con ogni mezzo, in ogni condizione, verso un futuro incerto. La rassegnazione dei padri, delle madri. La speranza che vive e brucia ancora, nonostante tutto negli occhi dei bambini, il futuro di un popolo a cui non è rimasto nulla.

I protagonisti di questo spettacolo i ragazzi del Laboratorio Teatrale della Comunità Orione di Magreta Abdullah Yasir, Khalil Abbas Bhatti, Shakeel Abbas Bhatti, Antonio Bonavita, Anna Cesaro, Aziz Fatih, Mohsan Malik, Valentina Maloku, Hicham Sadiri, Ahsan Shabbir hanno commosso il pubblico, in un viaggio di disperazione e speranza attraverso il teatro, poesia e parole, così straordinariamente toccanti.

Note Modenesi ha incontrato il regista e gli attori.

Il regista e attore Salvatore Molinaro
Il regista e attore Salvatore Molinaro

Salvatore Molinaro, come nasce Exodus e la necessità di raccontare il dramma delle popolazioni siriane?
“Avevo voglia di creare uno spettacolo che raccontasse il dramma dei migranti, in fuga dalle più disparate parti del mondo a causa di guerre, dittature sanguinarie, o semplicemente in cerca di un futuro diverso. Nella Comunità Orione ci sono tanti di loro, ma nessun Siriano. Paradossalmente è stata proprio “l’assenza” dei Siriani a convincermi a raccontare la loro storia, la storia di un popolo martoriato da 6 anni di conflitto, un popolo in fuga. I Siriani come rappresentanti di tutti i migranti, quindi anche dei ragazzi presenti in Comunità. Le parole di Exodus, sono tutte parole vere. Escludendo la parte poetica del lavoro, il resto è un minuzioso collage di storie vere, legate perfettamente a costruire un racconto disperato, doloroso, mai pietoso però, sempre dignitoso e speranzoso”.

Quanto è importante coinvolgere i ragazzi in un progetto di così alto spessore sociale?
“Credo che sia importante coinvolgere i ragazzi in qualunque progetto culturale. In passato abbiamo realizzato con il laboratorio, diverse rappresentazioni, quasi tutte commedie molto leggere. Lo scopo era quello di divertirsi e far divertire. Con Exodus, abbiamo fatto il salto in un mondo diverso e i ragazzi hanno potuto saggiare il lato drammatico del fare teatro. Credo che questo salto, questo cambio di direzione li abbia fatti crescere molto non come attori, ma come persone”.

Cosa lasciano a Lei regista, umanamente e professionalmente i ragazzi a fine spettacolo?
“Bella domanda. Ormai con molti dei ragazzi, alcuni dei quali sono con me da tanti anni, si è creato anche un rapporto di amicizia. Altri vanno via, nuovi ne arrivano, ogni anno si riparte con visi sconosciuti e alcuni punti fermi, e si ricomincia. Le difficoltà sono tante: la lingua, la comprensione del testo, tenerli sempre attivi e concentrati, ma alla fine, quando li vedi sul palco, quando senti l’applauso del pubblico, pensi soltanto che tutta l’energia che hai messo in campo per portare in scena lo spettacolo è niente in confronto a ciò che ti ritorna umanamente. Hai solo voglia di continuare!”

002 fotografo Francesco Sani
Mohsan Malik, uno dei protagonisti dello spettacolo commenta riguardo le tragedie che stanno vivendo le popolazioni siriane “per me il mondo sta andando a rotoli e portare in scena Exodus significa far aprire gli occhi alle persone su quello che accade in Siria, di come le persone non hanno più rispetto nel genere umano, di come non hanno rispetto per le religioni degli altri”.

Exodus è un progetto che commuove e fa riflettere. Le sofferenze che questa guerra porta con sé, non possono essere dimenticate o ignorate da noi “spettatori” poiché i morti, i dispersi, le vittime innocenti, gli sfollati in patria e all’estero, sono troppi ed abbiamo quindi il dovere morale ed umano di reagire, di credere ancora nei valori del rispetto, convivenza ed accoglienza umana… e soprattutto ascoltare la voce di chi ha il diritto alla libertà, all’autodeterminazione ed alla dignità, senza alcuna discriminazione etnica o religiosa. Pace, libertà e giustizia per il popolo siriano.

Foto di Francesco Sani.

“Sole cuore amore”, dignità e libertà dentro un cappotto rosso

La locandina è semplice, essenziale. Una donna di spalle, avvolta in un cappotto rosso, con una coda di cavallo bionda che scende fra le scapole. Attorno a lei, lo spazio vuoto di una banchina della metropolitana. È questa l’immagine simbolo di “Sole cuore amore”, il nuovo film di Daniele Vicari, regista, fra gli altri, di “Diaz”. Ne è il simbolo anche perché, come si dice oggi, nelle scorse settimane quel cappotto rosso è diventato virale.

Rilanciato dalle recensioni e finito addirittura nella rubrica di Concita di Gregorio, il cappotto – e il resto dei costumi del film – è frutto del lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, film costume designers di Modena, sorelle gemelle che hanno firmato molti film fra cui “Diaz”, “Il passato è una terra straniera”, “Smetto quando voglio”, “Lo spazio bianco”, debuttando come assistenti in “Radiofreccia”.

Sono due donne anche le protagoniste di “Sole cuore amore”, Eli e Vale. La donna dal cappotto rosso è Eli (Isabella Ragonese), la protagnista: madre di quattro figli, barista in nero a due ore da casa, senza diritti e senza ferie, con un marito premuroso ma disoccupato. Quando esce alle 4:30 di mattina per andare al lavoro, la vita di Eli incrocia quella di Vale (Eva Grieco), sua coetanea, che rincasa a tarda notte e che ha scelto di seguire le sue doti artistiche diventando performer in risposta a una vita “borghese” apparentemente già tracciata. Due donne speculari, che vivono in parallelo una personale “lotta di sopravvivenza” nel mondo di oggi. Precario, difficile, frammentato, non più a misura di essere umano. Un mondo di dimenticati che si muovono in una periferia dell’anima, non solo geografica, cercando di non soccombere.

Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film
Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film

Riesco a incontrare Francesca Vecchi nello spazio arioso e accogliente de Il Posto, la loro magica fucina di costumi in Piazza della Pomposa, dove oggi è appeso il cappottino rosso di Eli. Roberta è a Roma, si sono divise per far fronte al turbine delle nuove produzioni: un tv movie di Daniele Vicari sul giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia, e il nuovo blindatissimo film di Luciano Ligabue.

Il cappotto rosso di “Sole cuore amore” ha centrato nel segno, come è arrivata l’idea?
Durante la preparazione Vicari ci parlava di questa Eli, una donna che reagisce alla bruttura che le sta intorno non solo con il suo modo di essere positivo, ma anche con i colori. E ci parlava della teoria di Goethe per la quale una persona è costretta a reagire di fronte a un colore. Il colore non può lasciare impassibili. Ci dava dei suggerimenti, ci parlava del rosso. Sembra banale, ma la semplicità non è banalità, anzi, spesso è più complicato togliere e arrivare all’esseziale. Come il titolo, che sembra banale ma a pensarci bene è essenziale. Sono le cose che fanno stare bene nella vita: il sole, la luce, i sentimenti, quello che tu riesci a trasmettere e a sentire. Abbiamo pensato di vestire Eli di rosso perché l’elemento fondamentale dell’amore tiene unita la sua famiglia nelle difficoltà. Oltre a questo, il rosso è anche un omaggio a “Diaz”, al sangue, l’abbiamo pensato subito quando Vicari ci parlava e quando abbiamo trovato il cappotto. Questa ricerca, comunque, è una sintesi di tantissime prove costumi e pensieri. E non c’entra Spielberg.

In effetti Spielberg e il suo “Schindler’s List” possono venire in mente: la bambina col cappotto rosso che irrompe nel bianco e nero…
Sì, spicca anche lei, esce dal gregge. Sarebbe stato banalissimo vestire Eli con un semplice piumino. Bisognava trasmettere allo spettatore, in pochissimo tempo, qualcosa di tenero e qualcosa che sopravvive alla bruttura di questo periodo storico e lavorativo. Qualcosa di poetico. E noi abbiamo cercato di trasmetterlo con la tenerezza di questo cappotto.

Presentazione del film a Roma
Presentazione del film a Roma

Dietro ogni costume c’è una ricerca simbolica di questo tipo?
Per come lavoriamo noi, sì. Secondo noi questo fa la differenza, ma devi lottare spesso contro il pressapochismo… non del regista, ma magari di tutta la macchina complessa che sta intorno e ti spinge, a volte, a fregartene. Noi partiamo con un metodo lavorativo serio, onesto, sempre approfondito. In “Smetto quando voglio”, per esempio, il personaggio in carne di Stefano Fresi rimane nell’immaginario grazie alla pelliccia. Ma questo è duro artigianato, un insegnamento delle cose positive che tramanda l’America: un personaggio deve rimanere nell’immaginario, se il film e il regista lo richiedono. Questo lo puoi fare solo lavorando e studiando psicologicamente l’attore e il ruolo scritto.

E il personaggio di Vale? Con lei come avete lavorato a livello di costumi?
Eli e Vale si compensano, i film di Vicari hanno sempre quest’idea del doppio. Se si vanno ad analizzare – lui non lo dice mai! – si lavora sempre sul doppio e quindi Vale è la parte mancante di Eli, e viceversa. Vale è una danzatrice che si è costruita sulla scuola di Pina Bausch. Noi amiamo Pina Bausch, quindi è stata una gioia, la chiusura di un cerchio. L’attrice, Eva Grieco, ha una fisicità meravigliosa: siamo partite dal suo corpo e siamo andate a ritroso arrivando alla sua formazione. Tutto il suo personaggio è stato costruito prendendo spunto dagli abiti cadenti e larghi che usava Pina Bausch e dalla mascolinità che aveva nella vita normale. Abbiamo giocato su questo. Poi Eva è una grande attrice, interpretava i costumi, quindi lavorare con lei è stato molto bello.

“Il Cinematografo” ha definito “Sole cuore amore” un film “necessario e urgente”. Concordi?
Sì, perché le donne, dal punto di vista del lavoro, hanno poca voce. In questo caso Vicari ha preso spunto da una storia vera, purtroppo, quella di una donna morta di stanchezza. Morta perché non ne poteva più. Non so il motivo, me lo sono chiesto… anche avendo le spalle forti, forse per una sorta di dolcezza nascosta in qualche cassetto o per una fragilità data forse dal fatto che puoi mettere al mondo, ci sono delle situazioni in cui le donne soccombono. Lo vediamo anche noi nel mondo del cinema. C’è una gerarchia fortissima e bisogna sempre dimostrare, dimostrare, dimostrare. Alla fine questo ti distrugge. Soprattutto donne come Eli che non accettano i soprusi, anche nei confronti delle più giovani. Lei, nel film, difende l’altra cameriera con cui lavora, il suo diritto allo studio, il diritto di parola, il diritto di libertà di espressione. Ed è la base, se si toglie questo si toglie l’essenza vitale. Dico sempre che noi l’abbiamo imparato da Vicari. Noi non facciamo i costumi. Noi, facendo i costumi, facciamo della nostra vita e della nostra professione espressione politica. E questo ce l’ha insegnato lui. Ci ha insegnato a non abbassare la testa, a saper ascoltare le ragioni dell’altro, ma non soccombere. E difendere le nostre idee.

L’algoritmo diventa arte, e si chiama A.N.N.A.

Il 20 aprile alle 18:00 inaugura presso la Sala dei Cardinali della Fondazione San Carlo l’installazione A.N.N.A, un’opera immersiva che dialoga in modo del tutto nuovo con lo spazio in cui è allestita, gli affreschi dipinti sul soffitto e lo spettatore. Chi salirà lo Scalone sotto lo sguardo vigile dei ritratti di collegiali illustri, al termine della Galleria d’Onore si troverà davanti uno spettacolo inedito. E forse, all’inizio, avrà un po’ di vertigini.

L’installazione è curata da Antonella Battilani e realizzata dal collettivo modenese Delumen. Formatosi nel 2013, è composto da una squadra di programmatori, musicisti, tecnici ed esperti in comunicazione, e ha all’attivo lavori in Italia e all’estero, dalla Germania a Dubai. Menti creative ed eterogenee che lavorano a braccetto con le nuove tecnologie, i membri di Delumen sono specializzati nell’intrattenimento artistico audiovisivo. Per questo motivo, A.N.N.A si inserisce in modo naturale all’interno dell’ultimo tema trattato nel ciclo di conferenze della Fondazione San Carlo: la presenza della tecnica nel mondo contemporaneo. (Ne avevamo parlato anche noi nell’articolo dedicato all’automa F.A.C.E, oggetto di uno degli incontri presso la Fondazione).

FSC Modena - Sala dei Cardinali
FSC Modena – Sala dei Cardinali

Con A.N.N.A vanno in scena le implicazioni che la tecnica può avere nel mondo dell’arte. E’ sufficiente dimenticare quell’iniziale senso di vertigine e avventurarsi nel mezzo della Sala dei Cardinali, sopra la pedana-specchio posta sul pavimento. A quel punto, ci si trova dentro l’installazione e si può guardare in basso o in alto. La sensazione è quella di essere immersi in un fluttuare di fili luminosi, macchie d’inchiostro, bolle di colore e nidi fosforescenti. E ancora, impulsi intermittenti che si muovono a branchi come acciughe dalla pancia brillante, sinapsi che diventano vortici viola, abissi accelerati. L’affresco spunta a tratti, si ricompone, si frantuma, si modella e rifà capolino. A ritmo di musica.

Lumiscenze di uno spazio dilatato nello spazio di un soffitto

Raoul Battilani
Raoul Battilani

Il segreto di A.N.N.A si chiama mapping procedurale. Ce lo spiega Raoul Battilani, art director di Delumen: “Abbiamo campionato l’affresco, i suoi colori e i suoi contrasti fra chiari e scuri grazie a un algoritmo che abbiamo scritto. Lo abbiamo ricostruito con la stessa tecnologia del mapping per le proiezioni architetturali. Però, quando si fa un mapping architetturale la struttura è passiva: siamo noi che decidiamo cosa dire, creando i contenuti in base all’architettura della struttura. Con il mapping procedurale, invece, l’affresco è attivo: ci ha dato lui le tonalità del suono, il tema, i colori, le cromie e tutto il resto”.

Fra le pieghe delle vesti che sbucano dalle architetture dipinte, fra le nuvole, il cielo e la prospettiva scorciata, l’affresco ci parla e rivela un sé nascosto, la sua rete neurale artificiale. Che fra l’altro dà il nome all’installazione: A.N.N.A significa infatti Artificial Neural Netwok. Continua Raoul Battilani: “Abbiamo creato l’algoritmo basandoci sulle connessioni della rete neurale, cioè il nostro processo legato a un’idea. La prima fase è l’input, quindi i recettori e le sinapsi che si attivano nel momento in cui abbiamo un impulso. Poi c’è la fase nascosta di creazione. Infine l’output, il risultato”. Queste fasi corrispondono anche alle tre parti in cui si articola A.N.N.A: la prima molto astratta, la seconda in cui l’affresco comincia a emergere e l’ultima in cui il colore diventa protagonista.

E l’ultima “A” di A.N.N.A? È il tocco finale, la pedana-specchio. Riflettendo il soffitto affrescato della Sala dei Cardinali, riflette anche il turbine delle sue immagini segrete dilatando lo spazio in modo ancor più illusionistico. Ovviamente, sullo specchio si può camminare. Anzi, si deve. “Non è stato facile trovare il vetro adatto, resistente e temprato al punto giusto, – conclude Raoul Battilani – ma il risultato permette allo spettatore di essere attivo”. E di immergersi testa e piedi dentro una magica sinestesia.

FSC Modena - Sala dei Cardinali

Per conoscere A.N.N.A

L’installazione A.N.N.A sarà visitabile fino al 5 maggio, dal lunedì al venerdì, dalle 16:00 alle 19:00.
Si prevedono aperture speciali secondo gli stessi orari il 22 aprile (con visita guidata a cura di Patrizia Curti alle 17:00) e il 29 aprile (con incontro con Raoul Battilani alle 17:00). L’installazione rimane chiusa il 25 aprile e il 1 maggio.

Tutte le immagini sono di Studio 129.

Diventare lettori consapevoli nella società della digestione veloce

Il 18 febbraio è stato presentato a Modena nell’ambito di BUK Festival il libro di Sandra TassiCome si legge un romanzo. Diventare lettori consapevoli”, edizioni Giubilei Regnani.

tassi01Sandra Tassi, modenese, ha lavorato nella scuola dal 1986 al 2011, prima come insegnante di lettere alle medie, poi come formatrice all’interno delle biblioteche dell’ ITC Barozzi e del Liceo Classico San Carlo. Una professione, quest’ultima, bandita a concorso dal Ministero come una novità, ma poi decaduta con il cambio di bandiera nel giro di qualche anno.

Nelle scuole Sandra Tassi si occupava di selezionare i libri in uscita adatti agli studenti, coordinando progetti sulla lettura in collaborazione con i professori: proposte che uscivano dalla comfort zone del programma, ma pur sempre realizzate nell’ambiente scuola. Il tutto unito a un’opera di valorizzazione della biblioteca scolastica e di formazione per gli insegnanti.

Questo bagaglio di esperienze è confluito nell’Associazione Il Leggio, fondata da Sandra Tassi nel 2015 per portare all’attenzione autori e libri attraverso il reading e altre attività satellite. “Come si legge un romanzo” è dunque il filo naturale di una vita dedicata agli scrittori, alla lettura, ma anche ai lettori. E Sandra Tassi ci spiega perché.

LETTURE PER DIGERIRE E LETTURE PER CAPIRE

“Credo che l’interesse del mio libro sia nel sottotitolo, cioè diventare lettori consapevoli. – Racconta Sandra -. Un romanzo si legge come si vuole, per cercare emozioni, risposte, consolazioni, divertimento, erudizione o desiderio di ampliare la cultura. Ma il romanzo contemporaneo è molto diverso e lontano rispetto al romanzo classico del secolo scorso, è difficile capirlo a fondo. Molti autori vengono lasciati da parte, etichettati come “difficili” a favore di letture più semplici ma meno significative. Il lettore consapevole dovrebbe essere quello che oggi riesce a leggere scrittori difficili mettendosi in sintonia con loro.”

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Sandra Tassi

E chi sono, oggi, gli scrittori difficili? Nel suo libro Sandra Tassi ne cita alcuni: Erri De Luca, per esempio. “C’è difficoltà nello scindere il personaggio politico da quello letterario, – Spiega – ma oggi è uno degli scrittori più importanti perché ha focalizzato l’interesse sul gusto della parola, qualcosa che stiamo perdendo. L’italiano è ricco di sinonimi che non si sovrappongono, ma che si accostano, e l’ultima generazione tende a usare un bagaglio lessicale molto stretto. La cura della parola, la sua ricerca, la sua apposizione all’interno della frase e la musicalità che ne consegue sono la cifra unica di De Luca, e per questo fa fatica a entrare in tutti i lettori. Come lui anche Murakami o Pamuk, grandi scrittori che vengono accostati con diffidenza, se non con scarsa capacità critica… Murakami è molto più che “fantascienza giapponese”!”

LE DIFFICOLTÀ DEGLI ADULTI

D’altro canto c’è un problema: l’Italia legge poco. I dati ISTAT indicano che la metà degli italiani non legge più di tre libri l’anno. Inoltre, anche chi legge, lo fa poco dato che lo “zoccolo duro” di lettori si attesta sul 13,7% della popolazione. Secondo Sandra Tassi le cause sono molte. “Siamo abituati a ritenere che il libro sia un bene di consumo come gli altri, ma la lettura ha bisogno di tempo, di volontà, di concentrazione, di capacità di dialogare con se stessi e con l’autore. Oggi però si legge per digerire. Ci sono anche libri fatti per questo, ma non tutti.”

“In più, il pubblico degli adulti attempati non ha capito il rapporto tra l’evoluzione socio-culturale e la scrittura. – Continua Sandra – Il finale aperto, per esempio. Per quanto Eco l’avesse già spiegato, questo pubblico non lo accetta ancora volentieri. Sono persone che nel romanzo cercano risposte, vogliono che il protagonista spieghi loro come affrontare la morte, il divorzio, il rapporto con un figlio o con una morosa. Oggi invece il romanzo è interlocutorio: pone problemi, non dà soluzioni, e il finale aperto lascia al lettore la libertà di far finire la storia come crede.”

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E I PIU’ GIOVANI, SAPRANNO DIVENTARE LETTORI CONSAPEVOLI?

I soliti dati ISTAT ci dicono anche che i ragazzi fra gli 11 e i 19 anni leggono più degli adulti, soprattutto nella fascia 15 – 17. Sandra Tassi si rivolge anche a questo target: uno dei progetti in corso con Il Leggio, infatti, è il laboratorio “Dalla lettura emozionale alla lettura per il reading” assieme a un gruppo spontaneo di sei adolescenti. Il focus è il libro “Bianca Neve” pubblicato dal loro coetaneo Andrea De Carlo. La scrittura per il reading comporta una piena immersione nel romanzo e nella sua struttura, significa entrare in connessione profonda con l’autore e ridare al tutto una forma adatta per la lettura teatrale. Anche questo è un modo per diventare lettori consapevoli.

“Fra la lettura emozionale e la lettura teatrale c’è il non-detto. – Spiega Sandra – Non è un corso di lettura e discussione, ma una ricerca sulle strade possibili che certe situazioni avrebbero potuto prendere: le varianti possibili della vita. E questo li entusiasma. Sono portati a fare qualcosa che in genere non fanno, cioè problematizzare.”

In definitiva, è possibile che i giovani millenials, sottoposti a mille stimoli in una società dalla “digestione veloce”, trovino il tempo per diventare lettori consapevoli? Sandra Tassi non ha dubbi. “Nei ragazzi ci sono due cose che gli adulti devono sollecitare: la curiosità e l’entusiasmo. Non è vero che i ragazzi di oggi non sono curiosi. Si dà per scontato che siano indifferenti a tutto piuttosto che guardare davvero come sono. Hanno bisogno di adulti affidabili, che dimostrino che anche se c’è la crisi e il mondo va a rotoli esiste ancora la passione per qualcosa. E credo che in questo la lettura sia uno strumento molto efficace.”

In copertina: un’immagine di Marketa in Licenza CC. 

Dalla Vecchia Scarpa alla Tenda: topografia del magone modenese

In italiano la parola “magone” significa “ventriglio di pollo”. È un lascito longobardo, viene dal tedesco “Magen” che, guardacaso, vuol dire “stomaco”. A Modena, invece, il magone è soprattutto una specie di spleen. È un nodo alla gola che diventa – appunto – peso sullo stomaco, provocato da disparati agenti esterni, fortemente soggettivi, spesso associati alla nostalgia. Non che Treccani sottovaluti questo significato: accanto ai ventrigli sfoggia infatti la seconda definizione di “accoramento, dispiacere”, una versione edulcorata che però non rende a pieno l’idea.

Tutti i modenesi hanno sperimentato il magone. A me, per esempio, fanno venire il magone quei posti che sono cresciuti con me e adesso non ci sono più.

Negli accaldati pomeriggi estivi dei 16 anni, passati a lasciar correre le ore sulle panchine di Sant’Agnese, a un certo punto veniva voglia di un gelato. Ed era molto gustoso dire a quel punto “Andiamo da Mattioli”. La frase scorreva, aveva un suo ritmo, scivolava su piccole allitterazioni. Ma Mattioli non è più Mattioli, pur essendo rimasta una gelateria. È Slurp, e “Andiamo da Slurp” risulta ostico, mi fa incespicare sull’ultima lettera perché mi viene in mente lo Slurm di Futurama. (Fra l’altro, programma cult di quegli stessi pomeriggi prima che venisse l’ora di andare a Santa e poi da Mattioli.)

Più avanti c’era Blockbuster, miniera di film in prestito e lenta morte degli stoici videonoleggi del centro. Nella fase dei 15 era la tappa obbligata del tardo pomeriggio, quella che avrebbe decretato il mood della serata. Non ho idea di cosa ci sia adesso, ma so che posso ricreare nella testa l’intera topografia del negozio, con quella bella parata di copertine horror sulla destra e una distesa di moquette a ovattare i passi.

Prima di entrare in centro, in Largo Garibaldi c’era il Pellini. Bar più che anonimo, con l’unico tocco chic riassunto in un angolo di soffitto dipinto a trompe l’oeil, nell’era dei 17 era stato eletto come bar dei pomeriggi d’autunno. Chissà poi perché. Grossi cappuccini con cioccolato e panna passavano sui tavoli, mentre MTV mandava a ripetizione i video del momento: “Per me è importante” dei Tiromancino, dove ci sono gli omini dei segnali stradali che prendono vita, e “Feel” di Robbie Williams, dove c’è lui a cavallo da qualche parte, in bianco e nero. E sulle tazze dei cappuccini c’era scritto da una parte “Dreams” e dall’altra “Conflicts”, in un maiuscolo bianco su sfondo pastello, ed era un riassunto perfetto di tutto.

Sui viali c’erano i chioschi dei viali. Il Lido Park era la scelta pop, siamo d’accordo, ma vogliamo mettere il coordinato bianco e rosso che gli dava quell’aria da gigantesco lecca-lecca vintage? Cosa mi significa El Paseo, la cui grafica tonda e verde fa a botte coi lampioncini bianchi fin de siècle? (Certo, sempre meglio del pendant coi pilastri transennati in cemento armato, questo è poco ma sicuro.)

Per sfangare la serata, la scelta ricadeva spesso sulla Vecchia Scarpa, chiusa qualche anno fa tra manifestazioni unanimi di cordoglio. Andare alla Vecchia Scarpa era un’esperienza a sé, significava mettersi in uno stato d’animo ben preciso. Per esempio, accettare di buon grado che le mani si attaccassero alla superficie appiccicosa dei tavoli in legno. Subire la zaffata di affumicato che ti rivestiva come un guanto appena varcata la soglia. Avere a disposizione una serie infinita di birre (ma poi andava a finire che sceglieva il Vecchio della Vecchia – in canotta e braghette bianche d’ordinanza – così in certi periodi ti beccavi solo la Lasko). Non chiedere mai (mai!) di abbassare la musica, perché “La musica va e viene”, e poi del resto era bella musica. Non chiedere mai (mai e poi mai!) la selezione di infusi, pena l’ira funesta: la scelta doveva avvenire a scatola chiusa fidandosi delle sibilline 3 F, “Fiori, Foglie o Frutti”. E ancora, ordinare in estate la brocca di sangria con la selezione di polentine e pop corn fiappi, in inverno il vino novello con le castagne di San Martino, e la sera della Vigilia un cocktail anni ’70, in barba alla Messa di mezzanotte. Infine, andare a fare la pipì e accettare il fatto che sul soffitto sopra di te pendessero due chiappe modellate in cartapesta come una spada di Damocle. Un minuto di silenzio per la Vecchia, soppiantata da un moderno “Bar à Vin” di prossima apertura.

A un certo punto, per molti di noi il sabato pomeriggio ha significato La Tenda in Piazza Matteotti. A partire dalle ore 16:00, schitarrate e colpi di batteria prendevano a pulsare dentro al grande tendone da circo. Si stava bene seduti a terra ad ascoltare “rock alternativo” un po’ stonato, eppure live – dal vivo, e vivo – suonato dalle band under 18 che vivevano il loro quarto d’ora di celebrità. Fuori, intanto, c’era chi imparava a fare il giocoliere con tre palline plasticose e piene di sabbia.

Sul vestiario, due tappe fondamentali si sono vaporizzate nel nulla. Gli alternativi che sognavano la Montagnola di Bologna andavano a comprare le borchie da Marengo in Piazza Mazzini, che aveva i bracciali in pelle con gli spunzoni, le collane con le sfere argentate (come Dexter Holland degli Offspring) e una certa varietà di piercing e toppe e articoli di giornale su Renato Zero appesi al muro. Poi, seguiva la tappa da Seta Cotta, in Corso Canalchiaro, il cui proprietario sembrava un Apache e vendeva roba figa che sapeva un po’ di scalmito, regno di jeans vintage, felpone dai colori sgargianti, magliette demodé e camicioni hippie.

Piccola concessione al tempo delle scuole medie, per fare un salto ancora più indietro nei secoli verso la fine dei grandiosi anni ’90: il negozio della Onyx poco prima di Largo Sant’Agostino. C’è stato un tempo terribile in cui andavano di moda accessori allucinanti come le zeppe, le borsone a tracolla, le magliette attillate con le maniche scure e un personaggio un po’ gangsta disegnato sul davanti, i pantaloni di acetato… Dalla Onyx c’era senz’altro la risposta a tutti i possibili desideri tamarri e a tutti i regali con budget ristretto.

Infine, che riposino in pace i negozi i musica in successione cadenzata sulla Via Emilia. Freetime, da dove provengono le mie prime cassette. Ricordi Media Store, che aveva una marcia in più: le colonnine con le cuffie per ascoltare i dischi in uscita. (Anche qui potrei ritrovare la sezione hard rock a occhi chiusi, facendo lo slalom fra i profumi e i rossetti di Sephora). E poi Fangareggi, l’ultimo pilastro a crollare sotto l’incedere dei negozi di telefonia mobile, prezioso rivenditore di biglietti per concerti e magliette di gruppi. Qui, il mio primo acquisto dopo il pensionamento della lira: “Elettrodomestico” dei Punkreas per la modica cifra di 7,50 euro.

Il tempo passa, Modena cambia, ma il magone resta. Lunga vita ai ventrigli di pollo, lunga vita al magone!

Remida band, fra le ombre della musica e la “Luce delle stelle”.

I Remida sono fra le band modenesi emergenti che più di tutte hanno calcato i palchi italiani. Della prima formazione restano oggi solo Davide Ognibene (voce, chitarra, testi) e Alessandro Bosi (batteria), entrambi modenesi. Il progetto nasce fra i banchi di scuola con la volontà di comporre fin da subito pezzi propri, e nel 2008 arriva il primo album, “Sentimenti Fragili”, registrato nello studio storico di Ligabue. “Eravamo alla classica soglia dei 22, 23 anni, – racconta Davide – dove chi vuole fare il musicista di professione va avanti, mentre chi ha giocato si ferma”.

Dopo l’esordio in studio, la line up cambia e metà formazione prende altre strade. A Davide e ad Alessandro si aggiungono dalla Bassa modenese Mattia La Maida al basso, Giulio Saltini alle tastiere, ed Elia Garutti alla chitarra, delineando così il sound Remida: un pop influenzato dall’indie e dall’elettronica, in continua evoluzione. A un lungo tour seguono l’album “Vita” nel 2012 e l’EP “Equilibrio Stabile” nel 2014, poi ristampato nel 2015, che permette ai Remida di entrare nei network radiofonici.

Remida live a Grezzana (VR)

Abbiamo parlato con Davide Ognibene che ci ha raccontato il percorso dei Remida nel settore musicale, nel bene e nel male. Le logiche radiofoniche, i palchi importanti, le insidie del “web generalista”, le richieste del mercato e lo “snobismo da musicisti”. Ma anche la grande passione che muove tutto, quel brivido che si prova a cantare le proprie storie davanti al calore del pubblico. E il nuovo progetto in cantiere, dove Lucio Dalla incontra i Coldplay e i Depeche Mode.

Davide, dalla sala prove ai primi concerti, adesso suonate in giro per l’Italia e siete nelle classifiche: come è successo?
Il primo salto l’abbiamo fatto nel 2008 con il primo disco. Lì si è mosso un ingranaggio, abbiamo imparato la dimensione professionale del lavoro. Per il resto, succede tutto per caso. Da dentro non te ne rendi conto, ma ci metti impegno, a un certo punto capisci che quello che stai facendo è giusto e le cose arrivano, così ti ritrovi in giro a suonare. Non mollando mai, gli obiettivi pian piano si raggiungono e le cose si concretizzano. Poi l’asticella si alza sempre di più, io dico che si diventa sempre più ossessionati. È un labirinto da cui non esci.

Quali sono i tre pezzi dei Remida che meglio rappresentano il vostro percoso?
In primis “Luce delle stelle”, l’ultimo singolo uscito questa estate e apripista del nuovo disco. Ha segnato un cambio nel modo di scrivere, di affrontare la canzone e il sound. Tornando indietro sicuramente c’è “Fotografia”, a cui sono legato perché ci ha permesso di suonare a Radio Bruno Estate in piazza a Carpi davanti a 35.000 persone, di entrare nelle radio e in classifica per mesi. Il terzo è “Tasche”. Sono rimasto molto triste quando è stato deciso di lasciarlo fuori dalla ristampa di “Equilibrio Stabile” per l’etichetta Irma Records. È una ballad non radiofonica, non sfruttabile come singolo, ma è anche il brano dove non mi sono nascosto dietro una storia altrui e non ho avuto paura di descrivermi. Non sempre per un autore è facile parlare di sé ed è bello pensare che quando suoni un brano ti faccia venire la pelle d’oca: non è così scontato, si cade nell’abitudine, ma “Tasche” è uno di quelli che, quando lo suono, muove sempre un po’ lo stomaco.

Che novità ci saranno nel nuovo disco?
Le novità sono nel concetto stesso del disco, una specie di anti-social. Non parleremo di quanto è bello il mondo, come fanno molti adesso, ma toccheremo punti che non abbiamo mai toccato prima. L’infelicità che si nasconde dietro un sorriso su Instagram. La fuga di cervelli dall’Italia. Chi vorrebbe permettersi una famiglia, ma non ci riesce per il lavoro. A livello artistico e sonoro i punti di riferimento sono un po’ Lucio Dalla, un po’ Coldplay e un po’ Depeche Mode. Che, messi insieme, uno non ha idea di cosa possa venir fuori, ma noi siamo convinti di ciò che stiamo facendo!

In un’intervista a Bits Rebel hai detto che “lo snobismo da musicisti andrebbe cancellato”. Spiegaci un po’ che cosa intendevi.
Mi riferivo a Pechino Express e al brano che abbiamo fatto per Tina Cipollari e Simone Di Matteo. Quando mi arrivò il testo dal mio co-autore lo lasciai inizialmente da parte, perché lo snobismo da musicisti ti fa pensare che tanto è una cosa legata alla televisione, non di alto livello culturale e quindi chi se ne frega. In realtà questo è l’aspetto più logorante della musica in Italia. Se credi di appartenere a un genere, difficilmente ti apri ad altro oppure vedi ciò che fanno gli altri come qualcosa di sbagliato rispetto al tuo pensiero. Il settore musicale è ottuso e non gli fa bene il calderone derivante negli ultimi tempi dai talent, dal web che butta fuori artisti con la “a” minuscola, probabilmente. Ecco, sto già cadendo anche io nello snobismo, vedi? Ma la linea fra snobismo e realismo è molto sottile. Bisogna dare atto a chi riesce a fare il fenomeno di marketing, a chi è capace di suonare e a chi sa fare entrambi. Lo snobismo è misto a frustrazione, bisogna dirla come va detta: la musica ultimamente è un settore degradato, non ci sono più i nuclei di scena come negli anni ’70 e ’80, e sta diventando una guerra fra poveri. Questo non crea rete, ma forme di invidia.

Remida live

Voi siete stati snobbati?
Con il pezzo di Pechino Express ci siamo ritrovati a perdere locali dove abbiamo sempre fatto il nostro live tranquillamente, perché lo ritenevano una marchetta. Io sono il primo a dirlo, ma ciò non toglie che il pezzo sia stato suonato bene, arrangiato bene, prodotto bene e si sia cercato un tipo di serietà al suo interno. Poi si può non essere d’accordo sul contesto, ma a una certa età bisogna anche capire che un musicista non suona solo per la gloria. Se vuoi catalizzare gli ascolti e guadagnare due soldi è anche giusto così, ma vieni etichettato come “traditore della patria”. Eppure fai il tuo mestiere, come tutti.

Secondo te fino a che punto bisogna assecondare il mercato?
Partiamo dal presupposto che noi abbiamo assecondato molto. Forse è stato un errore, forse no, ma ormai quel che è fatto è fatto. Noi ci siamo sempre chiesti quello che il pubblico volesse da noi, per tutti questi anni, e ora stiamo lavorando per la prima volta in modo diverso. Assecondare troppo il mercato non è del tutto un bene, perché il mercato tende a schiacchiarti e a risucchiarti. Ci sono meccanismi perversi a partire dalle radio, dalla promozione… a starci dentro, la musica non è un ambiente sano e a volte bisogna avere coraggio. Se dovessi fare da produttore a qualcuno gli direi di avere molto più coraggio di quello che ho avuto io, su questo sono sincero.

Prima hai definito il web “un calderone”: i social nascondono solo insidie o in qualche modo riescono anche ad aiutare la musica?
Da un lato il social è ottimo per divulgare informazioni. Dall’altro, i numeri che contano ormai sono solo quelli e credo sia un po’ la disfatta dell’aspetto artistico e musicale. Oggi il popolo generalista – quindi quello del web – incide molto sulle scelte di un artista, mentre non dovrebbe essere così. Tu dovresti proporre qualcosa: se alla gente piace, ti segue, se alla gente non piace, non ti segue, senza farsi continuamente influenzare da quanti like ha una fotografia. Per non parlare dell’apparire… L’altro giorno guardavamo il video di un live di Lucio Battisti, e sul suo modo di fare ci è uscita la frase: “Ti è andata veramente bene!”. E stiamo parlando di Lucio Battisti, uno dei più grandi di sempre, ma chi se lo vede a farsi un selfie? Noi a Modena la storia dei selfie la conosciamo meglio di tutti, ma purtroppo di qualità artistica non c’è nulla, mi dispiace essere così sincero. Come non è musica Rovazzi: credo che lo sappia anche lui e sfido chiunque a smentire la cosa. Il web è questo, è generalista all’inverosimile, non c’è più un filtro, e anche il talent alla fine è un test: se funzioni già, bene, se no addio. Ma la musica non funziona così.

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Per finire, un piccolo confronto fra i palchi modenesi e quelli fuori città che avete calcato?
Modena è molto attiva come live anche se ha una scena molto provinciale, dove si cerca lo show che salva la serata. Non ci sono più punti fortemente aggregativi, come poteva essere la Tenda di una volta dove andavi lì con la tua chitarrina e suonavi. Comunque credo che sia una delle città più avanti in Emilia-Romagna, per quanto riguarda noi a Bologna e a Reggio abbiamo fatto ancora meno. Fuori dalla nostra regione i luoghi dove ci siamo trovati meglio sono stati il Veneto e il Friuli. Per dire, la scena di Milano è bella ma è fredda, sono abbastanza ingessati, mentre lassù probabilmente hanno la potenza delle grappe e ti trattano subito come un amico. C’è un gran divertimento. L’unica rottura è dover tornare a casa, quindi a un certo punto tirare giù il gomito e fermarsi, ma loro continuano a far festa stile Capodanno. Ogni volta che siamo andati è stato così, quindi direi che come accoglienza e calore è il massimo. Non siamo mai stati più giù di Roma, ma ci è stato detto che il Sud abbia un calore umano ancora diverso. Speriamo di provare questa esperienza la prossima estate con un tour che ci dovrebbe portare in Puglia, Calabria, Sicilia e Campania.

In mostra a Milano l’«amore perduto» del duca Francesco I d’Este

Così come nella mitologia greca la bellissima Elena, sposa di Menelao, fu oggetto di contesa e origine della famosissima guerra di Troia (arrivata anche sul grande schermo con l’hollywoodiano Troy), allo stesso modo ci fu un dipinto, superbo concentrato di devozione e sfolgorante bellezza, che piacque da morire al duca di Modena e Reggio Francesco I d’Este (1610-1658), il quale decise di farlo suo. Si racconta che Francesco I amasse stupire i suoi ospiti mostrandolo come seducente trofeo, dopo aver sollevato con gesto teatrale il drappeggio scuro dietro cui lo teneva celato.

Correggio, Adorazione dei pastori
Correggio, Adorazione dei pastori

L’Adorazione dei pastori di Correggio – conosciuta anche come «La notte» – dal 1530 si trovava nella cappella di Alberto Pratonieri nella chiesa di San Prospero a Reggio Emilia. «Moltissimi pittori hanno voluto imitare quest’opera sublime con fare che un solo oggetto illumini tutti gli altri […]», scrisse nell’Ottocento Luigi Pungileoni in Memorie istoriche di Antonio Allegri detto il Correggio (Stamperia Ducale, Parma 1817-21). Il dipinto è sensazionale: nel fulcro della scena Gesù neonato emana una luce bianca e ultraterrena, abbacinante. Mentre i tre personaggi sulla sinistra ne sono quasi accecati, Maria lo contempla con infinito amore materno. Sullo sfondo, un paesaggio grigiazzurro come le tetre sere d’inverno e in alto, sulla sinistra, un gruppo di angeli incastonato nell’umida morbidezza di una nuvola. Sin dai primi anni, per la modernità del soggetto e la dolcezza della composizione, l’Adorazione iniziò ad avere una fortuna incredibile, a tal punto da diventare oggetto del desiderio anche di Diego Velázquez che, in qualità di agente del re di Spagna, era in cerca di capolavori per il suo sovrano.

Gianlorenzo Bernini, busto di Francesco I d'Este
Gianlorenzo Bernini, busto di Francesco I d’Este

Nella notte del 1° maggio 1640, in gran segreto, Francesco I riuscì finalmente a impossessarsi dell’ambitissima «preda», non dando alcun peso né alle proteste del parroco né tantomeno a quelle dei cittadini. Il vuoto lasciato nella chiesa reggiana fu poi colmato da una copia dell’Adorazione realizzata da Jean Boulanger, pittore di corte del duca.
Ma si sa, la fortuna è una ruota che gira. E infatti, circa un secolo dopo, Francesco III d’Este (1698-1780) si vide costretto a vendere oltre novanta capolavori della sua galleria a Federico Augusto II elettore di Sassonia. A una condizione, però: il compratore, stando a una clausola presente nel contratto, avrebbe dovuto pagare di tasca sua la copia della Notte di Correggio, che venne commissionata al pittore veneziano Giuseppe Nogari. Probabilmente, solo un pittore veneto sarebbe riuscito a ricreare l’incanto di luce che scivola sull’epidermide dei personaggi realizzato da Antonio Allegri.
E a quanto pare, anche la copia ebbe un notevole successo. Qualche tempo dopo, Napoleone in persona decise di impossessarsene e di portarla a Parigi, dove finì per adornare la cappella privata dello zio cardinale Joseph Fesch.

Giuseppe Nogari, Adorazione dei pastori
Giuseppe Nogari, Adorazione dei pastori

Il dipinto del Nogari tornò poi a Modena (oggi si può ammirare alla Galleria Estense), mentre l’Adorazione di Correggio è tuttora conservata alla Gemäldegalerie di Dresda.
La copia di Nogari è stata scelta per la mostra “Rubens e la nascita del Barocco” allestita a Palazzo Reale a Milano assieme ad altre due Adorazioni dei pastori: una di Pietro da Cortona (1626) e l’altra realizzata dallo stesso Rubens (1608), che senz’altro si ispirò al conteso capolavoro di Correggio.
L’occasione perfetta, insomma, per concedersi un weekend fuori porta nel capoluogo lombardo e lasciarsi sedurre dal dipinto che fece innamorare i potenti del passato.

Rezdóre di cent’anni fa: antichi ricettari narrano sapori (e qualche segreto)

La storia è un magma. Non si compone solamente di patti di non belligeranza, processi di Norimberga, editti imperiali, bolle papali eccetera. Quelli sono solo alcuni tasselli – importantissimi, ci mancherebbe -, che però non vanno a indagare tutti gli anfratti del passato. La storia di una città, di uno stato, o la storia di un’epoca può essere raccontata anche a partire da altre interessantissime prospettive: si può studiare la musica che veniva composta e ascoltata, è possibile ridare volto agli abiti che venivano confezionati e comprendere quali fossero le mode del tempo; oppure, si può studiare una società a partire dalle ricette, e quindi dai cibi che venivano consumati. In questo caso, leggendone alcune, ci si catapulta immediatamente in un antico banchetto e si ha così il privilegio di immaginare i sapori che accarezzavano e seducevano i palati dei nostri avi.

È capitato qualche mese fa: in occasione di uno dei tanti traslochi cui ho partecipato attivamente – durante i quali ci si rende conto anche di quante cose inutili siamo capaci di conservare, spesso senza alcun fine – mi sono trovato in mano, avvolti in un’ingiallita carta di giornale costellata qua e là di graziose muffe grigine, tre quadernetti: il primo recante sul frontespizio la rappresentazione della Marcia su Roma incastonata all’interno di un fregio inequivocabilmente stile Ventennio, un volto e un fascio littorio; l’altro di colore azzurro “carta da zucchero” con su scritto Segreti varj; il terzo poi, con tanto di etichetta da confettura su sfondo tartarugato, era decisamente più eloquente: Quaderno per le pietanze e dolci. All’interno degli stessi erano presenti vari foglietti sparsi, scritti con una grafia più veloce e imprecisa. In uno di questi infatti la signora annotò: «La molta fretta fa sì che ho scritto orrendamente, e chiedo perdono».
Mi sono messo a sfogliarli, con la stessa enfatica curiosità di Indiana Jones: erano tre quaderni di ricette e «segreti»: uno splendido affresco culinario e di economia domestica che merita davvero di essere raccontato. Ecco quindi alcune curiosità e delizie provenienti da precise rezdóre (ci si annotava un po’ di tutto…) vissute tra la fine del XIX e la prima metà del XX secolo.

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Il quadernetto azzurro, quello dei Segreti varj, è organizzato in ordine alfabetico, come se fosse un glossario: Aceto per averlo forte, Amaretti per farli, Bensoni dose per farli, Budino detto Blanc Blasé e così via. Mi soffermo ora sul primo segreto:
«Si gettino nell’aceto dei bocconi di pane di orzo e in due giorni sarà assai forte».
Facilissimo, insomma. Poche pagine dopo, compare anche una ricetta tipica del Trentino e non solo (molto probabilmente, ricette di questo tipo erano arrivate a Modena durante la Restaurazione), i “salcrauti”, dal tedesco Sauerkraut:
«Taglisi a liste sottili una verza bianca, e si ponga in un vaso salandola a strati; si comprima con un grosso peso, e si lasci così per almeno ventiquattr’ore. Dopo ciò, levate e spremute bene, si mettano a cuocere in casseruola con buon brodo, e dopo mezz’ora di cottura si aggiunga un po’ di aceto con qualche grano di ginepro, e si termini la cottura lentamente in quattro ore».
Facile sì, veloce un po’ meno. Poi, oltre alla mitica ricetta delle frappe, che tutti ancora conosciamo, compaiono alcuni consigli che potrebbero suonare un po’ strani. Uno di quelli che mi ha colpito è alla lettera v: «Vino a convertirlo subito in aceto». In poche parole si consiglia di gettare nel vino un’amalgama di sale e pepe e del lievito molto acido; o in alternativa si possono spegnere, sempre nel vino, «due tegole nuove roventi». A quanto pare, questi due trucchetti darebbero il la al processo di acetificazione.

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Il quaderno tartarugato invece è un vero e proprio ricettario: si va dai budini di riso agli amaretti di Spilamberto, fino al luccio alla romana. Molte delle ricette contenute sono conosciute da quasi tutti i modenesi. Alcune invece sono davvero particolari: viene spiegato, per esempio, come preparare la «salsa alla borghese», ideale per condire il lesso:
«Versate con olio caldo 4 acciughe salate, mettetele nella salsiera ed unitevi due spicchi d’aglio e un pugno di prezzemolo, che avrete trinciato sottilmente. Aggiungetevi 30 g di pan biscotto grattato passato per staccio [setacciato], ed infine prendete tanto aceto quanto ne occorra per ridurre la salsa alla densità occorrente. Adoperate questa salsa per il manzo o il lesso».
Altra curiosità, le «uova al pomidoro»: un secondo con contorno composto da una base di sugo al pomodoro e prezzemolo scaldato in padella, nel quale vengono poi versate le uova, che devono essere lasciate cuocere piano piano.

Il terzo quaderno, quello con la Marcia su Roma, contiene ricette più vicine, anche cronologicamente, al nostro gusto. I dettagli che più stupiscono sono i nomi dei piatti, in perfetto accordo con l’immagine presente sul frontespizio: si va dalle «Rocce dell’Impero», morbide meringhe spruzzate di cioccolato finissimo, alla «Coppa Impero» – chiaramente -, un golosissimo dolce a base di gelato al caffè, panna montata e violette candite di Parma, senza dimenticare il classico croccante e le celebri madeleines.

Ha un che di romantico perdersi nella lettura di consigli e ricette annotati oltre un secolo fa, ma sarebbe ancora più interessante riuscire a dare nuova vita a questi piatti che sicuramente hanno incantato numerosi commensali, rendendo orgogliosa e felice la rezdóra.

I primi dieci anni del Museo della Figurina

Lo scorso 15 dicembre il Museo della Figurina ha spento le candeline festeggiando i primi dieci anni di attività. Aperto grazie ai materiali donati nel 1992 da Giuseppe Panini, oggi conta 500.000 pezzi, 29 mostre temporanee realizzate dall’apertura – quasi tutte con pubblicazione – e un totale di 140.000 visitatori di cui 12.000 studenti, per una media di 15.000 ingressi l’anno.

La mostra organizzata per il decennale, “I migliori album della nostra vita: storie in figurina di miti, campioni e bidoni dello sport” è aperta già da settembre presso il Mata e visitabile fino al 27 febbraio 2017. Curata da Leo Turrini, è dedicata al tema che più di tutti incarna la figurina nell’immaginario popolare. Eppure, proprio grazie alle attività del museo, abbiamo scoperto che la figurina portata da Panini in tutte le case ha radici molto lontane. Oltre alle figurine propriamente dette, infatti, il museo espone materiali affini per tecnica e funzione, risalenti anche ai secoli scorsi, come calendarietti, bolli chiudilettera, cigarette cards, pubblicità in miniatura di tempi lontani. In pratica, un compendio unico nel suo genere di storia della piccola immagine a colori.

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All’indomani dei festeggiamenti, abbiamo parlato con Paola Basile, curatrice responsabile del Museo della Figurina, di questi primi dieci anni di attività e del futuro del museo, proprio adesso al centro di un progetto di cambiamento piuttosto consistente.

Dieci anni di Museo della Figurina: qual è il bilancio che vi sentite di fare?
Penso che il bilancio sia positivo. Va tenuto in conto un aspetto molto rilevante: il Museo della Figurina è l’unico museo pubblico totalmente dedicato a questo tipo di materiali. Quindi non si è trattato semplicemente di aprire un museo e farlo funzionare, ma di aprire un museo su tipologie di materiali totalmente nuovi nell’ambito della museologia pubblica. Esistono collezioni analoghe, ma non sono esposte: una grossa collezione di “cigarette cards” al British Museum, una piccola sezione al Metropolitan Museum, alcuni fondi a Parigi. Il nostro compito è stato soprattutto quello di fare uscire questi materiali dall’ambito prettamente collezionistico, agendo su un doppio binario. Da una parte, cercare contatto con i centri universitari facendo loro conoscere e valorizzare le nostre collezioni. Dall’altra, tramite mostre su diversi soggetti per coinvolgere più pubblico possibile. Non abbiamo mai voluto fare mostre che parlassero delle figurine in sé, ma parlare di altri temi attraverso le figurine.

figurina02Oggi avete modo di sapere chi sono i visitatori più interessati al museo?
Abbiamo diverse fasce d’età. Dipende molto dalla tipologia di mostra, spesso le persone vengono attratte dal tema che noi affrontiamo, quindi non sempre il pubblico è omogeneo. Ad esempio la mostra sulla fantascienza ha attirato anche molti giovani. Negli ultimi anni riproponiamo la mostra sugli anni ’80 e ’90, ogni volta con dei focus differenti, e continua ad attrarre. Anche quella attira tanti giovani, e devo dire anche persone di diverse generazioni: vengono i più piccoli, gli adolescenti, quelli che adesso hanno 30 anni, i nonni che guardavano i cartoni animati coi loro nipoti… ha attirato abbastanza la tipologia “famiglia”. Queste due mostre, assieme a “L’amore è una cosa meravigliosa”, sono quelle che hanno avuto più successo.

figurina04A livello universitario, invece, con chi avete collaborato?
Abbiamo collaborato diverse volte con Roberto Farné, di Scienze dell’Educazione, che ha curato per noi una mostra all’inizio in occasione del Festival della Filosofia sul Sapere. In occasione di Expo abbiamo collaborato con Alberto Capatti, ex Rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche. Con la mostra “Figurine di gusto ha estremamente valorizzato i nostri materiali dal punto di vista della storia dei prodotti alimentari industriali che venivano pubblicizzati attraverso le figurine.

Cosa riserva il futuro per il Museo della Figurina?
Al momento è in corso un progetto per la trasformazione del museo in fondazione. Sarà costituito questo Polo dell’Immagine insieme a Galleria Civica e Fondazione Fotografia, e dovrà essere trasferito al Sant’Agostino. Sono in corso adesso le selezioni per il nuovo direttore, che sarà direttore della fondazione. Quello che possiamo dire è che il progetto va nella direzione di un ampliamento, un allargamento, nella nuova sede. Quali saranno gli orientamenti, dipenderà dal direttore. Speriamo che andranno nella direzione della valorizzazione e dell’integrazione con le nuove tecnologie.

Avocadoz, “cantantessa” di cibo e nebbia

“Tu come lo fai il ragù? Manzo o maiale, scegli tu”. “Sono l’ultimo bignè nella pasticceria nell’orario del thè”. “Il tuo iphone è più importante di me: lui non lo lasci mai sul treno”. Nel mondo musicale di Avocadoz la ricetta del ragù si mischia a frammenti di vita, stralci quotidiani, rigorosamente in acustico: voce, chitarra e una manciata di canzoni caricate in rete. Essenziali e immediate.

Ma chi è, in realtà, Avocadoz? Il suo vero nome è Valentina Gallini, è tatuatrice e musicista. “Ho 24 anni, ma a quanto pare ne dimostro meno: quando vado alla Coop a comprare la birra mi chiedono sempre i documenti. – Racconta – Abito in provincia di Modena, in un paese bruttissimo che si chiama San Felice sul Panaro: anche se si chiama San Felice, non è tanto felice.”

Il progetto solista Avocadoz è nato circa un anno fa. Pur non essendo sfociato ancora in un album registrato, Valentina ha portato live le sue canzoni sia in area modenese sia fuori, arrivando fino in Polonia, a Lodz, dove si è esibita nell’ambito di un festival organizzato da associazioni di lavoratori all’estero. Il tutto, mosso dalla voglia di fare qualcosa di diverso con un pizzico di casualità perché, come dice lei stessa, “non so perché, ma a me le cose succedono sempre per caso”.

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Avocadoz” è il tuo unico progetto musicale?
No, il mio gruppo storico si chiama Camera Bordeaux, il primo con cui ho iniziato a fare musica e suonare in giro. È da tanto che ci siamo, facciamo rock alternativo. Ho anche un altro gruppo, i Lomax, e siamo più sul punk, più “cattivi”. Io suono la chitarra e canto in entrambi i gruppi. Poi, più o meno un annetto fa, nello stesso periodo dei Lomax, è nato Avocadoz: il mio progetto solista.

Come mai il nome Avocadoz?
È una storia un po’ strana perché è nato prima il nome: ho scritto delle canzoni perché volevo chiamarmi Avocadoz. Un giorno stavo cercando su internet una ricetta per fare un’insalata con l’avocado e mi è apparsa l’immagine di una Madonna in mezzo a due avocado. Allora mi sono detta che se mai avessi voluto fare un progetto solista mi sarei chiamata Avocados. Da lì ho scritto un po’ di canzoni a caso e le ho caricate su internet con il nome Avocadoz, perché “Avocados” c’era già. In realtà, dopo, ho scoperto che anche “Avocadoz” esiste già: è una band messicana country folk, ma ormai pazienza, va bene così.

foto-avocadoz-1A proposito di ricette, il cibo è una costante nei tuoi pezzi: c’è Ragù, Bigné, Pizza Pasta Pesce… come mai questo fil rouge, che tra l’altro è anche nel tuo nome?
Quando ho scritto queste canzoni – come dicevo, a caso – è andata così: mi sono messa lì e ho provato a scrivere un pezzo sulla prima cosa che mi veniva in mente. E siccome a me piace mangiare e cucinare – vengo dalla Bassa e qui viviamo di ragù e gnocco fritto -, effettivamente la prima cosa è stato il cibo. Mi è venuto così, ho scritto tre canzoni in un giorno. È stato un momento di pazzia! Poi, nei giorni successivi, riascoltandole, mi sono piaciute e ho deciso di scriverne altre. Ho capito che questa cosa un po’ piaceva, i miei amici canticchiavano le canzoni… Si vede che per caso ho fatto una cosa carina.

Tra l’altro “Ragù”, dove canti la ricetta, ha un’atmosfera quasi dark…
Sì, fare il ragù sembra proprio una cosa seria! Che poi è vero, bisogna saperlo fare, ci vuole concentrazione. Secondo me l’atmosfera della canzone è azzeccata. Per quanto sia rudimentale, perché alla fine è solo chitarra e voce.

Come ti sei avvicinata alla musica?
Suono la chitarra da quando avevo 14 anni. Ho iniziato perché tutti i miei amici avevano un hobby e io no. Prima ho provato con lo sport, ma non era proprio il mio. Poi un amico mi ha detto di comprarmi una chitarra da 40 euro e andare a fare lezione con lui, sono andata e da lì è nato tutto. Ho avuto un buon maestro. Voleva insegnarmi la teoria, come si legge uno spartito, ma a me non interessava, mi annoiava tantissimo. Lui l’ha capito e quindi mi ha insegnato altre cose e da queste, da sola, sono riuscita a sviluppare il resto, a fare quello che volevo, a trasportare l’idea sulla chitarra pur non sapendo leggere o scrivere la musica. Dopo tre anni di lezione ho continuato come autodidatta.

Ci racconti la prima esibizione live di Avocadoz?
È stato terribile! Io sono timida e mi sembrava una cosa molto stupida cantare il ragù. Non è così semplice come sembra, non è come cantare una canzone sull’amore, che dici va beh, è normale. Ero alla Fermata 23, un locale qui vicino casa mia. C’era stato un “festivalino” e verso la fine eravamo rimasti in pochi, fra cui degli amici che sapevano del progetto Avocadoz. Hanno insistito per farmi suonare e mi sono vergognata tantissimo, è stata la prima volta che ho fatto i pezzi di Avocadoz davanti a qualcuno. Non avevo mai avuto il coraggio di suonare da sola, perché è diverso rispetto a suonare con la band: sei più “scoperto” e tutto quello che fai è tuo, ti metti a nudo davanti alle persone. Però ho avuto delle ripercussioni positive: quella serata mi ha sbloccata e mi ha dato il coraggio di fare un vero live con Avocadoz.

foto-avocadoz-2E…?
Il primo vero live l’ho fatto sempre alla Fermata 23, qualche tempo dopo. Nel bagno. Mi sono detta, “Siamo arrivati a questo punto, possiamo anche andare oltre. Faccio canzoni sul maiale, quindi anche se sono nel bagno… ci sta: nella pazzia, facciamone anche un’altra!”. In realtà volevo fare qualcosa di diverso, sia come live sia come canzoni, perché mi ero un po’ annoiata di fare sempre cose standard. Tra l’altro ho scoperto che nei bagni c’è una gran acustica, si sente proprio bene!

Ci sono poche ragazze che suonano, molte band sono composte solo da maschi. Secondo te perchè?
Fra le persone che conosco io in realtà ci sono abbastanza donne che suonano. Nei Lomax, per esempio, siamo due donne e un maschio. Però è vero, maggiormente ci sono uomini, non so perché. Io non l’ho mai visto come un limite, secondo me se un artista è bravo a suonare può essere uomo o donna, è uguale. E non è vero che le donne suonino peggio: hanno delle altre idee e vedono la musica in modo diverso. Magari è più difficile trovare donne molto brave a livello tecnico, quello sì, però dal punto di vista dello scrivere una canzone hanno una sensibilità diversa, anche sui testi.

Per finire, la maggiore fonte di ispirazione della Bassa, a parte il cibo, qual è?
…Ho fatto una canzone anche sulla nebbia, vale? La nebbia di sicuro! Ma a parte tutto le mie canzoni parlano anche di storie vissute: situazioni, amori – finiti bene o finiti male – , in sostanza scrivo di quello che vedo. È un meccanismo abbastanza semplice: mi succede una cosa e io scrivo una canzone, come se te la raccontassi. Molti mi dicono che sembro un po’ Setti quando canto, e forse è vero. Infatti, a parte Setti, non ascolto musica acustica, cioè simile a quello che faccio io. Se vogliamo è una specie di omaggio perché altrimenti non avrei mai pensato di fare questa musica.