In mostra a Milano l’«amore perduto» del duca Francesco I d’Este

Così come nella mitologia greca la bellissima Elena, sposa di Menelao, fu oggetto di contesa e origine della famosissima guerra di Troia (arrivata anche sul grande schermo con l’hollywoodiano Troy), allo stesso modo ci fu un dipinto, superbo concentrato di devozione e sfolgorante bellezza, che piacque da morire al duca di Modena e Reggio Francesco I d’Este (1610-1658), il quale decise di farlo suo. Si racconta che Francesco I amasse stupire i suoi ospiti mostrandolo come seducente trofeo, dopo aver sollevato con gesto teatrale il drappeggio scuro dietro cui lo teneva celato.

Correggio, Adorazione dei pastori
Correggio, Adorazione dei pastori

L’Adorazione dei pastori di Correggio – conosciuta anche come «La notte» – dal 1530 si trovava nella cappella di Alberto Pratonieri nella chiesa di San Prospero a Reggio Emilia. «Moltissimi pittori hanno voluto imitare quest’opera sublime con fare che un solo oggetto illumini tutti gli altri […]», scrisse nell’Ottocento Luigi Pungileoni in Memorie istoriche di Antonio Allegri detto il Correggio (Stamperia Ducale, Parma 1817-21). Il dipinto è sensazionale: nel fulcro della scena Gesù neonato emana una luce bianca e ultraterrena, abbacinante. Mentre i tre personaggi sulla sinistra ne sono quasi accecati, Maria lo contempla con infinito amore materno. Sullo sfondo, un paesaggio grigiazzurro come le tetre sere d’inverno e in alto, sulla sinistra, un gruppo di angeli incastonato nell’umida morbidezza di una nuvola. Sin dai primi anni, per la modernità del soggetto e la dolcezza della composizione, l’Adorazione iniziò ad avere una fortuna incredibile, a tal punto da diventare oggetto del desiderio anche di Diego Velázquez che, in qualità di agente del re di Spagna, era in cerca di capolavori per il suo sovrano.

Gianlorenzo Bernini, busto di Francesco I d'Este
Gianlorenzo Bernini, busto di Francesco I d’Este

Nella notte del 1° maggio 1640, in gran segreto, Francesco I riuscì finalmente a impossessarsi dell’ambitissima «preda», non dando alcun peso né alle proteste del parroco né tantomeno a quelle dei cittadini. Il vuoto lasciato nella chiesa reggiana fu poi colmato da una copia dell’Adorazione realizzata da Jean Boulanger, pittore di corte del duca.
Ma si sa, la fortuna è una ruota che gira. E infatti, circa un secolo dopo, Francesco III d’Este (1698-1780) si vide costretto a vendere oltre novanta capolavori della sua galleria a Federico Augusto II elettore di Sassonia. A una condizione, però: il compratore, stando a una clausola presente nel contratto, avrebbe dovuto pagare di tasca sua la copia della Notte di Correggio, che venne commissionata al pittore veneziano Giuseppe Nogari. Probabilmente, solo un pittore veneto sarebbe riuscito a ricreare l’incanto di luce che scivola sull’epidermide dei personaggi realizzato da Antonio Allegri.
E a quanto pare, anche la copia ebbe un notevole successo. Qualche tempo dopo, Napoleone in persona decise di impossessarsene e di portarla a Parigi, dove finì per adornare la cappella privata dello zio cardinale Joseph Fesch.

Giuseppe Nogari, Adorazione dei pastori
Giuseppe Nogari, Adorazione dei pastori

Il dipinto del Nogari tornò poi a Modena (oggi si può ammirare alla Galleria Estense), mentre l’Adorazione di Correggio è tuttora conservata alla Gemäldegalerie di Dresda.
La copia di Nogari è stata scelta per la mostra “Rubens e la nascita del Barocco” allestita a Palazzo Reale a Milano assieme ad altre due Adorazioni dei pastori: una di Pietro da Cortona (1626) e l’altra realizzata dallo stesso Rubens (1608), che senz’altro si ispirò al conteso capolavoro di Correggio.
L’occasione perfetta, insomma, per concedersi un weekend fuori porta nel capoluogo lombardo e lasciarsi sedurre dal dipinto che fece innamorare i potenti del passato.

«TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia!»

Questa è una storia vera, basata su fatti realmente accaduti. Alcuni divertenti, altri impensabili, altri forse – agli occhi di qualcuno – surreali. Questa è una storia che vuole raccontare un’esperienza come tante nel nebuloso mondo del lavoro in un frenetico biennio del XXI secolo: 2014-2016. La mia storia all’interno di un’azienda leader nel settore del commercio elettronico è iniziata un po’ per caso, mentre frequentavo un master in editoria. Scrittura di articoli giornalistici, comunicazione d’azienda, editing dei testi più disparati, redazione scolastica, correzione bozze erano i fondamentali. Credevo che non sarei uscito più di tanto dal seminato. E invece…
A poche settimane dal termine delle lezioni, sono fioccate alcune proposte da varie realtà in cui fare lo stage. Interessato com’ero a tutto quello che riguardava il modo della storia dell’arte e dell’architettura, in prima battuta avevo optato per una casa editrice specializzata nella realizzazione di eleganti e fashionissimi cataloghi di mostre. Poi inaspettatamente la coordinatrice – che nel frattempo aveva indossato i suoi occhialini fucsia per scrutare meglio il documento delle assegnazioni – mi ha comunicato con una gioia velata di bonaria sfida: «ti mandiamo in un’azienda che si occupa di ecommerce! È la tua».

Sgomento. Dubbio. E anche un po’ di paura. “Ma cosa si fa in un’azienda di e-commerce? Si scriverà? E cosa si scriverà?”. Quasi leggendomi nel pensiero, mi ha subito fatto capire che mi sarei dovuto appigliare a un diverso modo di scrivere, perché in certe nuove aziende, dopotutto, «bisogna essere capaci di utilizzare le tecniche di scrittura anche in modo persuasivo, più cool». Ma tra il dire e lo scrivere, c’è di mezzo il mare magnum del web: un territorio senza confini né troppe regole, in cui bisogna navigare a vista, fra gli scogli impalpabili dell’etere.

L’atterraggio
Sono arrivato trafelato dall’altra parte di Milano, e mi sono fiondato alla reception dove, dietro al bureau, faceva capolino il mezzo busto di una ragazzina così impostata da sembrare la protagonista di un film di Visconti: mi ha chiesto a chi dovessi essere annunciato (l’utilizzo di certe espressioni ti fa sempre sentire quasi un alto prelato in attesa dell’udienza papale). In pochi minuti sono stato letteralmente catapultato alla scrivania, dopo un breve colloquio nell’ufficio della responsabile commerciale. «TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia! Dobbiamo agganciarci a qualunque evento per vendere». «Sai scrivere?» mi ha chiesto poi la tutor. «Sì», le ho risposto. «Ok, impostiamo una landing sui One Direction. Tieni come esempio quella sulle Tartarughe Ninja». Una landing page è, letteralmente, una “pagina di atterraggio”: la schermata su cui l’utente approda cliccando su uno dei milioni di risultati di ricerca che offre qualsiasi browser. Deve essere bella e invogliare, leggermente marchettara. «Ok, fatto!» ho risposto dopo alcuni minuti in cui mi ero immedesimato in una teenager innamorata pazza di Niall, Horan e compagnia. «Sì, ok: e i metadati?».

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Metadati

Le parole che non leggerà nessuno
Spesso si sente dire che sul web si devono utilizzare meno parole, bisogna andare dritti al sodo insomma, anche perché la lettura da smartphone risulta più difficoltosa, in quanto gli occhi si stancano molto prima. Vero. Ma è anche vero che cliccando su qualunque sito – non solo di e-commerce – e andando a scavare (provare per credere: basta pigiare contemporaneamente i tasti Ctrl e U dalla tastiera), ci si renderà conto della quantità di parole presenti nel dietro le quinte di una pagina web. Eccoli lì i famosi metadati! Tantissime parole, o intere frasi, che vengono date in pasto Google o simili, sperando che quest’ultimo ci ricompensi con la massima visibilità. Anche quelle parole avrei dovuto scrivere. Poche battute sulla tastiera e via. «Ok, mandale pure all’ufficio grafico, assieme alle immagini dei prodotti. È compito loro comporre la pagina». Dopo aver scritto una mail a persone di cui ignoravo i nomi e l’aspetto, credevo fosse finita così. Qualche ora dopo, ci è stata inviata. «Bisogna che adesso lo comunichiamo ai clienti. Hai mai scritto una newsletter?».

La newsletter, ossia il piccolo esercizio di schizofrenia
Ormai ogni azienda comunica con i suoi clienti tramite newsletter: una specie di graziosa brochure componibile da inviare spesso a migliaia di persone, in cui vengono ‘messe in vetrina’, solitamente, le novità o le promozioni più forti, e talvolta qualche chicca: se Sophia Loren compie ottant’anni perché non far sapere ai clienti iscritti che esistono tantissime perle del cinema in saldo con cui festeggiare – virtualmente – assieme alla Diva della Giornata particolare il suo genetliaco? Comunque: per scrivere una newsletter ben confezionata bisogna mettersi nei panni di persone potenzialmente interessate che, grazie a quella frase a effetto, potrebbero decidere di fare click e finalizzare l’acquisto. Ci si traveste, in un certo senso. Alla fine, quei testi così brevi sono come dialoghi scritti a perfetti sconosciuti. La trama fatta e finita di uno spettacolo sperimentale. Non sono mancati gli strafalcioni: stanco per i troppi pixel che si riflettevano sulle cornee e desideroso di lanciare la fatidica frase a effetto, per il Natale 2014, avevo proposto: «Tingi di rosso il tuo bianco Natale!». Troppo enfatica. Suonava più come una minaccia.

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C’è chi va, e c’è chi fattura
Un sito di vendite online per essere sempre sul pezzo deve cavalcare i trend del momento. Deve in sostanza sfruttare la notizia per proporre ai clienti una rosa di prodotti che tutti – o quasi – vorrebbero avere. I must have (altra sublime espressione di chi mastica un inglese che farebbe impallidire anche la Duchessa di York). In ogni caso, i prodotti che vendono di più sono il più delle volte le interpretazioni degli artisti da poco passati a miglior vita. Mrs Doubtfire è rimasto nella classifica dei più venduti svariati mesi a seguito della dipartita dell’iconico Robin Williams; prima del suo addio era molto venderne due copie l’anno… Ricordo molto bene anche la mattina che sono arrivato in ufficio dopo la morte di David Bowie; uno dei top manager è entrato nella stanza (correndo, ovviamente) e ha esclamato: «Avete sentito? È morto il Duca!». Pausa di riflessione. «Avete controllato che tutti i suoi prodotti abbiano le immagini a posto? Ragazzi, dobbiamo fatturare!». Più che CD o vinili, in quel momento ho avuto l’impressione che stessimo vendendo reliquie.

Nonostante questo breve racconto tragicomico, è indubbio che l’ecommerce ai tempi di una delle crisi economiche più rigide di sempre sia una vera e propria risorsa. Anche perché sta facendo nascere professionalità che fino a qualche anno fa nessuno avrebbe neppure immaginato: il web content editor (colui che cura i contenuti dei siti di qualsiasi realtà: dalla toelettatura per cagnolini fino al ristorante chic), lo usability manager (una sorta di piccola vedetta, il cui compito è quello di mettersi nei panni del cliente e valutare se il sito è facilmente navigabile oppure no), il social media manager (quello che su Facebook, Twitter, Instagram ecc. modera richieste, lamentele e commenti di clienti il più delle volte delusi e arrabbiati) e via dicendo. L’unico timore è che forse tra qualche tempo avremo sul cellulare un’app che ci consentirà di ordinare anche il caffè stando comodamente sdraiati davanti alla TV. Ma dovremo ricordarci di tenere aperta la finestra, magari in pieno inverno, per consentire a un drone in veste di cameriere di atterrare agevolmente sul bracciolo del divano.

Se nel ristorante di Pavarotti manca la sostanza

Ci sono alcune sere dove, chissà perché, ci si sente molto stanchi. Uscendo dal lavoro, il percorso verso casa sembra così lungo. Quando mi capita di incappare in questo spleen molto novembrino, spesso scelgo di reagire. Il mio personale modo, consiste in un semplice rito: attaccare le cuffie al telefono, aprire Spotify e scegliere “Luciano Pavarotti”. É buffo, ma molto efficace: alla prima nota mi torna già il buon umore. Provare per credere. Se riuscirete a superare lo scetticismo iniziale, proverete come certe melodie classiche, unite al bel canto, possano essere riparatrici e universali.

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La musica lirica nell’era moderna, è sempre erroneamente stata considerata di nicchia. Da Mozart in poi, essa è stata scritta per le masse, che tuttavia faticano a capirla. Tant’è che i cartelloni di concerti vanno via via diminuendo, così come lo studio della musica fra i più giovani. Probabilmente alcuni di noi ne hanno un vago ricordo di quando studiavamo il flauto alle medie, altri hanno avuto un timido approccio prenotando un biglietto per l’Aida all’Arena di Verona. Nonostante questo, possiamo dire che il canto lirico stia conoscendo una nuova stagione.

Ristorante Pavarotti (1)

Il Volo, un gruppo di 3 ragazzetti non ancora maggiorenni, hanno cambiato il punto di vista. Non possiamo considerarli innovatori, perché già il grande Big dimostró al mondo come la lirica possa incontrare il pop, ma loro stanno oggettivamente riscuotendo un successo planetario, firmando collaborazioni con artisti della portata di Barbra Streisand, fino a vincere il festival di San Remo e ad essere suonati come colonna sonora nelle esibizioni circensi su Rai 3. Il bel canto é d’altronde nel nostro DNA. Così come il buon cibo. Proprio su questo connubio si fonda l’idea che ha dato vita a Milano al ristorante del Maestro Pavarotti.

IMG_4530Al quarto piano della galleria Vittorio Emanuele, un luogo dove celebrare questi due elementi come codici culturali imprescindibili, da raccontare ai turisti di Expo, taste of Italy. Peccato che uno dei due elementi, purtroppo, faccia cilecca. Cibo Emiliano solo di nome, di scarsa qualità e inqualificabile tristezza. Mangiare male in un ristorante “emiliano”, una vera eresia e vergogna all’indomani della nomina di Forbes come “cucina migliore del mondo”. Tortellini industriali annegati nella panna, gnocco fritto unto e duro, mortadella senza profumo.

IMG_4519Una vera delusione e imbarazzo per l’immagine che abbiamo scelto di dare di noi. Non basta la location, con vista mozzafiato sulle guglie del duomo e passatoio vertiginoso sui tetti della galleria, non bastano i murales “All’alba vinceró” e la terrazza, dalla quale sorseggiare Lambrusco, se il cameriere, del tutto ignorante, ti offre un amabile da pasteggiare con le lasagne. No, no, no. Possibile che non appena si varchino le mura meneghine, tutto debba essere soltanto apparenza? Magari facciamoli venire in Emilia, quei turisti. Il bel canto e il buon cibo, sono affare nostro.

Le terme dove proprio non te le aspetti

Le terme. C’è chi è della parrocchia “terme si” e chi della parrocchia “terme no”. Io sono della parrocchia terme no. Le trovo noiose, eccessivamente meditabonde e non tollero di vedere le altrui nudità. Men che meno amo condividere la stessa vasca idromassaggio. Detto ciò, questa volta mi sono dovuta ricredere.
La motivazione di partenza è stata sempre la stessa: questa settimana ho esagerato, sono troppo stressata. Con l’aggravante di un successo da festeggiare e una domenica intera da sola in città, ci sono cascata con tutte e due le scarpe. Ho organizzato con cognizione, prenotato il biglietto e coinvolto un’amica. Ed eccomi li, ad alzarmi alle 8:30 di domenica, per trascorrere questa famigerata giornata alle terme.

La prima novità, è che si tratta di terme in città. Sono le terme di Porta Romana, nel cuore del quartiere milanese. Sembra impossibile, ma Milano è chic proprio per questo: solo lei può avere un centro termale, dentro a un sito archeologico, nel bel mezzo di una piazza (o incrocio stradale, che dir si voglia). Dentro alle mura spagnole che cingevano la città nel 1500, in un edificio liberty di rara bellezza, la società QC Terme (che gestisce anche le teme di Bormio, San Pellegrino, etc) ha realizzato l’impossibile. Un romantico giardino, con vasche in vetro trasparente incastonate negli scavi storici, dove rigenerarsi cautamente, su chaselongue di ardesia e getti d’acqua ti fanno subito capire che si, sono 50€ spesi bene.

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Questo è infatti il costo dell’ingresso, ma ci sono varie alternative per tutti i tipi di profili, come quella scelta da me, ad esempio, di €80 per ingresso e massaggio, per chi pragmaticamente vuole ottimizzare l’esperienza, di 104€ per ingresso e massaggio deluxe, per chi ha un livello di stress deluxe. Se invece appartenete al profilo inguaribili romantici, c’è un’opportunità anche per voi e scoprirete che può essere anche conveniente: entrando alle 17:30 il costo del biglietto è di 38€, e potrete fare aperitivo e bagno di mezzanotte inclusi nel prezzo. Altro che mazzo di fiori a San Valentino!

Dopo aver trascorso la mattinata fra idrogetti e cura del sole, con piccoli spuntini di anguria e succo di frutta serviti direttamente al lettino, ci concediamo il massaggio di cui sopra, svolto in maniera professionale da una operatrice in divisa che conosce il nostro nome. Dentro la palazzina liberty un piccolo light buffet è sempre adibito e a disposizione degli ospiti, con frutta fresca, yogurt al limone e cerali croccanti, tisane, grissini e altre leggerezze simili, ripara ai piccoli languori che tra un pisolino e l’altro vengono a farti compagnia. Dopo esserci rifocillate, toniche e idratate ci dirigiamo verso il centro benessere e scopriamo che il bello deve ancora venire.

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Nel piano interrato, infatti, si apre davanti a noi un lungo corridoio pieno di porte, a destra e a sinistra. Come in un film di tensione, ci guardiamo, scegliendo di partire dalla prima a sinistra: ed ecco il paese del Bengodi delle vasche idromassaggio, gli idrogetti, la cromoterapia e tutti quei nomi che ti ispirano benessere ma di cui non conosci il significato. Un’oasi che comprende oltre trenta pratiche relax, tra vasche sensoriali cromoterapiche, vasche con musicoterapia, percorso Kneipp, docce Vichy e pediluvi. E ancora, idromassaggi a pavimento, per tonificare i muscoli del dorso e dei glutei, ed idrogetti per stimolare la microcircolazione. C’è perfino la stanza delle cascate, per rilassare i muscoli delle spalle e della schiena e un letto di pietra su cui sdraiarsi, chiudere gli occhi, e ascoltare piccole gocce d’acqua fredde e calde che cadono prima piano e poi forte su tutto il tuo corpo.

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Dopo aver provato tutti i tipi di vasche possibili, ci concediamo una sauna, tra i mille tipi a disposizione: bagni turchi, bagni di vapore e hamman, c’è ne è anche una dentro ad un vecchio tram ATM, ma noi scegliamo quella romana. A questo punto, decidiamo che sia giunto il momento di accedere al Teatro. Immaginatevi una silenziosa grande stanza del relax con 3 aree. Una dedicata alla contemplazione del fuoco, che arde al centro dei soffici lettini in un caminetto di design, per rigenerarsi e prenderne l’energia. Una dedicata al calore e ai suoi effetti antiossidanti, con luci delicate di colore rosso che riscaldano ciascun lettino e, progressivamente, si spengono per lasciarti affondate in un delicato riposo. E infine, i nidi, installazioni concentriche dove sdraiarsi su un materasso memory che prende la forma del tuo corpo, ascoltare un leggero cinguettio di uccellini, con una lampadina che simula luce e ombra del vento tra le foglie.

C’è bisogno che io scriva altro? Siamo uscite che eravamo fresche e leggere, con la pelle di pesca di due bambine. Se decidete di farvi o fare un regalo, questa è un’esperienza che non lascerà delusi. Per una volta l’esperienza terme non promette di più di quello che può mantenere.

Medulla e l’artigianato a colori (sì, ma naturali)

Un tempo, nel loro antro, gli alchimisti lambiccavano sulla trasformazione dei metalli in oro, cercando di trasmutarli con l’aggiunta di zolfo e mercurio per arrivare alla perfezione e alla completa incorruttibilità della materia. Oggi, nel suo laboratorio di Nonantola, Davide Montorsi dà vita a paste colorate totalmente prive di additivi chimici e realizzate con pigmenti naturali, per produrre e commercializzare stampe artistiche su diversi supporti attraverso la tecnica della serigrafia.

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Il laboratorio di Medulla

Il nome di questa particolare impresa artigiana è Medulla (dal latino, midollo, essenza delle cose), e da due anni i suoi frutti sono t-shirt, borse in tela, stampe, manifesti e prodotti per la piccola editoria, che coniugano la tecnica alla collaborazione con artisti e realtà del territorio. Ma Medulla non è solo un luogo fisico; è anche uno stile di vita che strizza l’occhio al mondo del biologico, all’artigianato artistico, al concetto di sostenibilità. E a una ricerca continua, che Davide ha cominciato diversi anni fa per arrivare a trovare l’impasto naturale giusto, quello perfetto e incorruttibile, nonché il tempo di posa adatto a renderlo indelebile: basti pensare che nel caso della stampa su t-shirt bisogna attendere circa due settimane affinché il colore organico intrida le fibre nel modo ottimale.

Davide Montosi a Brera
Davide Montosi a Brera

Nato nel 1982, formatosi all’Istituto d’Arte A.Venturi di Modena e poi al DAMS Arte di Bologna, Davide Montorsi ha cominciato a lavorare con i colori naturali seguendo una specie di esigenza, di necessità. “Lavorare con lacche plastiche – spiega infatti -, oltre a essere dannoso per l’ambiente e per chi le odora, restituisce colori che non trovano secondo me un impatto completamente positivo neanche in chi ne usufruisce come cliente. La resa del colore influisce sulla nostra percezione. Le forme, i materiali, i colori, i metodi, influiscono sul nostro essere. Io ho trovato la tecnica e il materiale su cui costruire un metodo di stampa che influisce con maggiore positività su di me artigiano, sull’ambiente che mi circonda e sulle persone che decidono di stampare o comprare una stampa realizzata da Medulla.”

Anche la crisi ha fatto da motore, diventando per Davide l’occasione di reinventarsi riscoprendo tecniche del passato – una delle sue guide è stato “Il libro dell’arte” di Cennino Cennini, compilato nel XVI secolo – e adattandole al presente, creando al contempo una sorta di etica in cui Medulla ha trovato terra fertile per prosperare.

UNA RETE DI SINERGIE POSITIVE

Emilia Vascular System
Emilia Vascular System

Una componente forte di questa etica, spiega Davide, è anche lavorare con persone che lo possano arricchire e che gli diano motivo di migliorare. Tra robbia, indaco e clorofilla, la sua ricerca lo ha portato infatti a conoscere uno dei più grandi esperti di pigmenti naturali e di procedimenti di estrazione, Marco Fantuzzi, già collaboratore del Museo dei Colori Naturali di Lamoli, nelle  Marche, con il quale ha cominciato a lavorare sui pigmenti da lui estratti. Per il lancio di Medulla, invece, ha scelto di stampare su magliette di cotone organico alcune opere dei quattro artisti modenesi Francesco Bevini, Luca Zamoc, Marino Neri e Luca Lattuga: quello che Davide chiama il suo “dream team”.

“Un’altra collaborazione sul territorio – racconta – è quella con Cecilia Rinaldi, stilista modenese che ha deciso di impostare la sua linea di accessori abbigliamento solo con materiali ecosostenibili. Per lei ho realizzato le stampe per i rivestimenti interni delle giacche della collezione 2015 e ora stiamo lavorando sugli accessori della collezione 2016.”

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Philosophorum, concept di Giacomo Serafini

Restando in area modenese, si contano inoltre la collaborazione con l’associazione Postrivoro, impegnata in eventi e didattica in ambito eno-gastronomico, per la quale Medulla ha prodotto serie limitate di t-shirt, poster e accessori; la realizzazione del poster e delle t-shirt per il NODE Festival 2014; alcune stampe in collaborazione con la Galleria d406 e lo studio di comunicazione e web design Intersezione di Modena; i poster per la prima edizione di Borgo Indie lo scorso settembre, festival di editoria, musica e makers indipendenti sponsorizzato da Wired e Bookrepublic.

Poi, quest’anno, è arrivata una telefonata da Milano.

LA PREZIOSA LEZIONE DELL’ARTIGIANO

La matrice per il poster di NODE 2014
La matrice per il poster di NODE 2014

“L’insegnante di serigrafia dell’Accademia di Belle Arti di Brera era alla ricerca di metodi di stampa serigrafici diversi e ha trovato Medulla – racconta Davide -. Quando mi ha chiamato chiedendomi se avevo intenzione di tenere una lezione a Brera non ci ho creduto, ma questo qua continuava a parlare, a fare domande, a descrivermi il laboratorio di serigrafia. Era tutto vero. Penso di aver detto che non volevo soldi, che per me era una soddisfazione già grande abbastanza andare da loro, ma niente da fare: mi dovevano pagare per forza. A Milano ho portato i miei colori e qualche telaio. Il fatto che sia arrivato un’ora in anticipo dice abbastanza sul mio stato di agitazione. Ma una volta entrato mi sono immediatamente sentito nel mio laboratorio, con la differenza che ad ascoltarmi e a vedermi lavorare c’erano 40 studenti e qualche docente. ”

Pigmenti
Pigmenti

Per chi ha studiato arte, l’Accademia di Brera è quello che “il Madison Square Garden è per lo sport e lo spettacolo”, una delle più note istituzioni di formazione artistica, un luogo simbolicamente importante. Ma, commenta Davide, “non rappresenta un arrivo, né un nuovo inizio: rappresenta una conferma che il mio modo di operare con Medulla è corretto.”

Se infatti l’esperimento artigianale – quasi alchemico – di Medulla ha superato i propri confini, l’ha fatto anche quell’insieme di valori precedentemente evidenziati che ne costituiscono le linee guida. Non da ultimo, quel recupero di una dimensione di rispetto della propria etica, di lentezza e attesa, in antitesi alla grande produzione industriale e ai ritmi schizofrenici della nostra società. Un recupero di tempo e di valori: in breve, cio che è il midollo, l’essenza delle cose.

Élite per tutti

Questa settimana è stata importante, possiamo affermalo con una certa convinzione. Abbiamo un nuovo Capo dello Stato, da noi emiliani accolto benevolmente per via del cognome (eheh), Clio Make Up è diventata ancora più famosa a causa di un becero insulto in diretta radiofonica e la Scala di Milano ha ospitato la prima sfilata di moda della sua storia. Ecco, sono pronta ad essere colpevolizzata, ma la cosa che io trovo più sorprendente fra le 3, è proprio l’ultima.

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Siamo nel 2015, ci consideriamo open minded, ma esistono dei luoghi che sono come sacri. Luoghi intoccabili, che sono stati segnati nella loro storia dal passaggio di compositori unici, artisti incredibili, cantanti memorabili. Uno di questi luoghi è proprio la Scala di Milano.
Protagonista di cronache di basso livello a causa dei suoi cambi di direzione, la Scala è nel cuore di tutti. Chi ama l’opera, chi il balletto, chi ama Roberto Bolle (occhi a cuoricino!!) sa quanto sia importante la Scala, uno dei teatri più prestigiosi del mondo e un orgoglio per gli italiani.

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Questa settimana la Scala ha ospitato una sfilata di moda. Di Dolce & Gabbana, per di più. Tra i tanti che hanno guardato scandalizzati questo evento, perché un luogo del genere non deve essere “contaminato”, io ne sono stata invece una grande fan. Che cosa significa “sfilare alla scala”? Non è come affittare un capannone industriale, portarci 2 modelle magre, 4 stylist, un po’ di pubblico e il gioco è fatto! No, serve rispetto, sobrietà, eleganza. E così hanno fatto i 2 stilisti. La collezione di alta moda ha sfilato regale, pezzi unici e preziosi, tra le performance di ballerini straordinari e al ritmo di orchestra, in un tripudio di pura bellezza. Così, in silenzio, senza proclami, due eccellenze si sono contaminate, in un’esplosione artistica senza precedenti che ha lasciato a bocca asciutta tutti quelli che non attendevano altro che un’occasione da criticare.

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Ora, Dolce e Gabbana sono bravi, prima che stilisti sono eccellenti comunicatori. Leggendo una loro intervista, scopro che affermano di aver imparato questa lezione da un Maestro. Noi di Modena possiamo intuire a chi si riferiscano. Luciano Pavarotti, il capitano della contaminazione. Nel lontano 1992, il mitico Big non aveva avuto paura di mischiarsi con artisti che venivano da altri mondi. Aveva quest’idea di aprire la musica, anche quella alta, a tutti. Perché le eccellenze devono ispirare e guidare verso il bello! Anche tutti noi, che magari alla Scala non ci siamo mai andati e mai ci potremo permettere un Haute Couture possiamo goderne e rifarci gli occhi. In questo senso credo che la contaminazione di D&G gli sarebbe piaciuta.
Chapeau!

Sorpresa! La terza età va di moda

Proprio ieri qui a Milano si è conclusa la settimana della moda uomo. In location incredibili sparse per tutta la città sono state presentate le collezioni Spring/Summer 2016 dei principali brand internazionali. Uno dopo l’altro, li abbiamo visti presentare le loro proposte con tendenze e codici colore che, volente o nolente, nei prossimi mesi non potremo non considerare. Mentre sulle passerelle i ragazzi calcavano la scena, le strade della città si sono colorate dei look estremi dei vari appassionati, blogger e addetti ai lavori. Calzoncini corti, pellicce per uomo e fantasie a scacchi: sempre uno spettacolo che non lascia delusi. Ma voler banalizzare questi tipi di eventi non è cosa giusta. Come ci insegna la leggendaria Miranda, temibile boss del magazine Runaway nel film “Il diavolo veste Prada”, questi codici che ora possiamo a malapena decriptare influenzeranno lo stile di consumo e le nostre preferenze negli anni a venire. Il suo monologo sul color ceruleo è considerato un must della cultura post-moderna (qui il link per chi ha voglia di riassaporarlo.. ah!).

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Tornando alle collezioni, le voci più autorevoli in campo dicono che non si è trattato di una fashion week rivoluzionaria, ma che gli stilisti hanno preferito giocare in casa, “largely bolstering the codes of their respective labels without adding much to the overall fashion debate”, citando la testata londinese “Business of Fashion“. Se sul piano del design non ci sono novità trascendentali da menzionare, non possiamo certo dire che sia lo stesso sul piano dell’immagine. Sulle passerelle di Dolce & Gabbana, infatti, abbiamo visto comparire modelli per così dire “in età”, non meno affascinanti o magnetici, se vogliamo, ma sicuramente meno giovani. Allo stesso tempo, le campagne pubblicitarie del settore fashion di questa stagione sono ricche di esempi in cui, al posto della giovane e tonica modella, si sceglie di avere come testimonial una rugosa e pungente vecchietta. Si pensi che nella Top10 delle campagne pubblicitarie della stagione in ambito fashion, ben 3 hanno come protagonista persone anziane, e altre 2 ritraggono donne iconiche ma sopra ai 50 anni. Questo turning point ha trovato la sua massima esplosione nei social network, dove si sono registrati numeri inauditi in termini di risonanza mediatica.

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Tra le campagne campionesse di like troviamo quella di Céline, che il 6 gennaio ha rilasciato sul web un’immagine della leggendaria scrittrice americana Joan Didion che indossa griffati occhiali neri oversize. Il suo sorrisino beffardo ha letteralmente stregato il web, in barba ai tanti glutei sodi che, per dirla in modenese, sono sempre e comunque un bell’andare! Saint Laurent ha invece scelto l’icona anni ’70 della musica folk Joni Mitchell. E al primo posto nella Top10 di Business of Fashion troviamo proprio la mia preferita, la campagna di D&G, con 3 rezdore sicule in primo piano che si dedicano al gossip di paese. Non mancano i video di back stage dove Domenico Dolce, nell’accomodare il vestito di una delle anziane signore per uno scatto, dice a Stefano Gabbana “Passami un rosario!”, con pronta risposta della sciura “Ne ho io uno nella borsetta!”. Insomma, le nonne sono fantastiche e dolcissime, saremo anche tutti fashion victim ma la famigghia è la famigghia!

Ritorno ai valori primari o strategia mediatica? Giudicate voi, a me piace così.

Milano si prepara a diventare Grande

Le vacanze sono finite, l’anno nuovo è arrivato, i provinciali sono rientrati a Milano e la routine lavorativa è ricominciata. Senza giri di parole, posso affermare che per tanti si è trattato di un vero rientro traumatico (me compresa!): in una sola settimana siamo riusciti a toccare un record storico di straordinari, non senza crisi di pianto e minacce di dimissioni. Tuttavia, io sono fiduciosa e la città sta vivendo la calma apparente che precede la tempesta. Sono sicura infatti che Milano nel 2015 non ci deluderà.

Eletta a destinazione numero uno da visitare nel 2015 dal New York Times, subito davanti a Cuba, in seconda posizione, e Philadelphia, in terza, Milano è definita come «una città rivitalizzata che dà il benvenuto al mondo». Il giornale americano ha anche realizzato il video «36 hours in Milan»: cosa fare e vedere in 36 ore tra nuovi locali, negozi, ristoranti e luoghi d’interesse artistico e culturale. Altamente consigliato per chi è neofita in questa criptica città!

Sicuramente EXPO sta facendo da traino a tutta una serie di iniziative e attività che lasceranno il segno. Dal punto di vista infrastrutturale ci stiamo guadagnando una metropolitana che – alleluja – ci permetterà di non imbottigliarci con la macchina per andare ai concerti o alle partite di San Siro (nella gallery qui sotto, i moderni treni senza conducente). Dal punto di vista architettonico Piazza Gae Aulenti (nella gallery sopra) e il complesso di Porta Nuova sono belli da far invidia a Potsdamer Platz a Berlino. E dal punto di vista delle attrazioni c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Nel settore food, ad esempio, gli chef blasonati hanno fatto a gara per inaugurare ristoranti: Eugenio Boer lo troveremo da Essenza, Priyan Wicky aprirà Wicky’s, un nuovo concept nato dalla voglia di far scoprire agli italiani l’anima più autentica della cucina asiatica, Diego Rossi si sposterà in Porta Romana e Misha Sukyas aprirà Garage, un ristorante con pochi coperti e la quasi totale assenza del personale di sala. Il piatto arriverà infatti insieme allo chef, che si occuperà delle operazioni di finitura dei piatti direttamente al tavolo.
Ultimo e più importante, Yoji Tokuyoshi, il Sous Chef di Bottura, giapponese di origine ed emiliano di adozione, inaugurerà l’omonimo Tokuyoshi: mood fusion e cucina emiliana. Wow!

Insomma il fermento è palpabile. Tant’è che su siti e blog tematici si parla già di “Grande Milano”. Una storpiatura casereccia e ambiziosa di Grande Mela che mi ha fatto sorridere…esagerati!
Ma se stai pensando “tutti ballano tranne te”, come ci canzonava il mitico Fibra, ti sbagli.

Expo in città, il progetto del Comune di Milano che coordina e gestisce il palinsesto di eventi che avranno luogo nella Grande Milano durante i sei mesi di Expo 2015 (1 maggio – 31 ottobre 2015), è a tua disposizione. Se sei interessato a promuovere uno o più eventi nella cornice di Expo 2015 e inserirli nel calendario ufficiale, puoi inviare la tua candidatura. Inoltre, Expo in città promuove e organizza un catalogo virtuale che collega la domanda e l’offerta di spazi, per permetterti di individuare la location più adatta a ogni evento. Attraverso uno sportello dedicato, Expo in città offre infine un servizio di consulenza, supporto e gestione di tutte le autorizzazioni necessarie all’organizzazione di eventi.
Un invito a diventare protagonisti, contribuendo così all’offerta ricreativa di Milano durante l’Esposizione Universale. A me piacerebbe che anche Modena, la mia città, fosse presente con le sue eccellenze.
Se avete progetti, se sentite di avere le energie, fatevi avanti! La Grande Milano vi sta aspettando!

Anno nuovo, Allavita! nuova. Il biglietto per l’Expo

L’anno nuovo è arrivato, quasi tutti abbiamo ripreso la routine lavorativa e siamo pieni di buoni propositi. Fra questi, molti di noi annoverano sicuramente la promessa di non ridursi sempre all’ultimo, di non arrivare sul filo del rasoio. L’era del last minute è finita, inutile illudersi: comprare biglietti, prenotare le vacanze, pianificare in anticipo conviene sempre.

A tutti questi miei compagni di proposito, vorrei consigliare in particolare una cosa. Se pensate di visitare Expo 2015, acquistate fin da ora il biglietto. La società di Expo ha infatti deciso di attuare una politica di segmentazione di prezzo. Come quando compri un biglietto aereo, ci saranno diverse tariffe e diversi tipi di biglietti: giornalieri, pomeridiani e serali. Ma anche abbonamenti per più giorni e a tempo illimitato (che costeranno di più, visto che agli organizzatori conviene sapere prima quando un turista si presenterà all’ingresso).

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Acquistando ora il biglietto online, potrete godere di uno sconto fino al 20% rispetto a quanto si pagherà a partire dal primo giorno di Expo, pagando quindi 32 euro (invece di 39 euro) per la visita giornaliera con data aperta (vale a dire che decidete voi quando andare), o 27 euro per una data predeterminata. Ci sono poi numerosi sconti dedicati a specifiche categorie: gli studenti under 26 pagano 23 euro; gli over 64 pagano 20 euro; i disabili (l’accompagnatore non paga) 13 euro; i bambini da 4 a 13 anni sempre 16 euro. Ci sono poi gli sconti per le famiglie, che sono un po’ intricati: un adulto con un bambino (34 euro); 2 adulti e un bambino (58 euro); un adulto e 2 bambini (44 euro); 2 adulti e 2 bambini (67 euro). Considerando anche gli sconti legati all’età dei visitatori e gruppi, il prezzo medio del biglietto Expo sarà di 22 euro.

E per l’inaugurazione? Niente da fare, al momento non è possibile acquistare biglietti per la giornata del 1° maggio 2015. La società Expo ha spiegato che per quanto riguarda questa data non sono ancora state prese decisioni definitive. Anche chi fosse interessato solo ad Expo by night dovrà attendere ancora, quello che è certo è che purtroppo non vi rientreranno i biglietti per i concerti.

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Tra gli spettacoli, infatti, è attesissima la performance del Cirque du Soleil. Si chiamerà Allavita! e verrà rappresentato dal 6 maggio al 23 agosto 2015 nello spazio dell’ Open Air Theater, che è in grado di accogliere 11 mila persone su prato e gradinate. Un mix tra danza, musica e performance circensi interpreteranno il Tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita. Danzatori e artisti internazionali e italiani animeranno uno show che miscelerà musica, arte, colori, tradizioni culturali e cibo. “La nostra sfida era fare ‘assaggiare’ il cibo al pubblico attraverso la performance. Allavita! sarà una festa per i sensi che coinvolgerà il pubblico attraverso uno spettacolo fisicamente sbalorditivo ed emotivamente avvincente” ha dichiarato la regista Krista Monson.

Dove si comprano, però, questi ambiti biglietti? Online, sul sito di Expo2015 nell’apposita sezione. Altrimenti ci si può recare all’Expo Gate di largo Cairoli, alla biglietteria della Triennale di Milano, nelle filiali di Banca Intesa, nei punti vendita Telecom o anche negli infopoint presenti negli aeroporti di Torino, Milano Malpensa, Milano Linate, Bergamo Orio al Serio, Venezia, Bologna, Roma Fiumicino, Roma Ciampino, Napoli e Catania.

Dopo queste premesse, spero di averti convinto a prenotare. Anche perché i buoni propositi, vanno sempre rispettati…

Natale a Palazzo Reale

Seppure il clima non sia tanto invernale, anche quest’anno il Natale è alle porte e risulta fondamentale sapere come prepararci per non fare brutte figure.
A Milano il clima natalizio scatta con la festività di Sant’Ambrogio, giorno del santo patrono della città, che si celebra il 7 dicembre. Seppure quest’anno sia caduto di domenica, si tratta di una delle feste più importanti dell’anno per Milano e i milanesi non mancano di concedersi un week end in montagna, ai mercatini o qualche altra scappata fuori porta. Se anche si è costretti a rimanere in città, questa data segna inequivocabilmente l’inizio di una vera e propria corsa al Natale, con alcuni step fondamentali da non dimenticare.

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Innanzitutto, il vero milanese non fa mai l’albero prima di Sant’Ambroeus, momento che generalmente inizia con un brain-storming per capire gli addobbi rimasti, organizzazione veloce e assegnazione ruoli (palline, luci, statuine, etc), momento operativo con assemblaggio albero (10 min max) e uscita per il centro e passeggiata alla fiera degli Oh bej Oh bej, il mercatino tipico del periodo natalizio milanese. Anche il momento passeggiata può risultare un po’ stressante: basta tentare di fare due passi in zona Duomo durante il week end dell’8 dicembre per rischiare una attacco di nervi. Tra odore di formaggi sardi, unte specialità sicule e suppellettili di ogni genere, il milanese guarda il Rolex con aria di compatimento per la plebe che si fa attirare da questo tipo di amenità e cerca di farsi largo tra la calca “Uè, vidovetelevare, che domani si fattura e io ho fretta”.

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Tra i templi dello shopping, letteralmente presa d’assedio è la Rinascente. In qualità di grande magazzino più in tiro a Milano, è il primo posto dove andare a dare un’occhiata per i regali. Quest’anno la sua aurea di lusso e buon gusto è resa ancora più affascinate delle stupende vetrine natalizie realizzate dall’illustratore Amedeo Piccione: tra paesaggi onirici e libri giganti che si aprono per dare vita a fiabe in 3D, meritano una fermata sotto i portici, con inevitabile tappo alla calca che rischia di perdere le staffe.

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Infine, non posso non citare l’offerta natalizia di Palazzo Reale. Con una serie ben farcita di mostre, si assicura la solita fila di 500 persone che hanno pensato bene di non prenotare proprio nel week end più affollato. Van Gogh, Giovanni Segantini, Marc Shagall e The Cal, la mostra per il 50esimo del calendario Pirelli, vera gloria e istituzione per la città, sono le più gettonate. Insomma, la noia non è proprio contemplata e la città è un vero splendore. Un invito ai modenesi a fare un giro fuori porta!

“E vegn Natal.
L’è la festa general.
Chi che vegn a truvà ul bambin
du toch de pan e un bucer de vin.
l’è rua ul mument bun.
Prestinè fa ul panetun!”