Dov’è la mafia in Emilia-Romagna? Risponde il sito “Mafie sotto casa”.

Martedì 15 novembre è stato presentato ufficialmente a Bagnacavallo il progetto “Mafie sotto Casa“. Realizzato da una rete di singole persone e associazioni impegnate nella promozione della legalità e del contrasto alle mafie, si tratta di un sito dove vengono mappate tutte le attività di stampo mafioso in Emilia-Romagna. Il risultato è un quadro impietoso, nero su bianco, che arriva dritto al punto.

Nella mappa di “Mafie sotto casa“, infatti, i puntatori individuano il luogo e il tipo di avvenimento legato alle mafie sul territorio regionale. Si va dai roghi dolosi ai beni confiscati, dai fatti di sangue ai soggiornanti obbligati, dalle minacce fino ai comuni sciolti o commissariati. Le fonti sono nutrite: una lunga rassegna stampa, sentenze dei tribunali, studi di settore e documenti normativi. Lo scopo, “aiutare la comunità a comprendere meglio il fenomeno mafioso“, essere “uno strumento a disposizione di tutti” e contribuire alla definzione di un “contesto di insieme” utile a capire come si muovono le mafie sul territorio. E dunque, utile a contrastarle.

E a Modena, dove sono le mafie? Ad oggi “Mafie sotto casa” mette sul territorio modenese 23 puntatori. Contiamo sette espropri (due a Nonantola, gli altri a Maranello, Formigine, Castelfranco, Finale Emilia e Magreta); otto soggiornanti obbligati (due a Modena, due a Bastiglia, gli altri a Bomporto, Sorbara, Carpi e Cavezzo); due ex-soggiornanti (uno a Serramazzoni e uno a Sassuolo, quest’ultimo niente meno che Gaetano Badalamenti qui “confinato” a metà degli anni ’70 dove continuò a gestire traffici illeciti); tre fra intimidazioni e minacce (la prima a Vignola, le seconde a Modena); tre operazioni con arresti (“Point Break” e “Untouchables” a Sassuolo, e “Pressing San Cipriano” a Modena che portò all’arresto di una ventina di Casalesi tutti residenti in città e dintorni). La pronvincia di Modena sembra stretta fra i roghi dolosi che punteggiano Reggio Emilia e la pletora di aziende eliminate dalla white list che infesta Bologna. Ma è davvero così?

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Lo abbiamo chiesto a Gaetano Alessi, autore del libro “Mafie in Emilia-Romagna” e co-autore del dossier “Tra la Via Aemilia e il West“. Siciliano di origine e oggi residente a Bologna, Alessi è fra i promotori e realizzatori di “Mafie sotto casa”.

Innanzitutto, quanta consapevolezza c’è fra gli abitanti dell’Emilia-Romagna riguardo il fenomeno mafioso sul territorio?
C’è una consapevolezza molto bassa, purtroppo, e più gli anni passano più questo è inspiegabile perché sui media se ne parla. Ci sono zone dove la consapevolezza è quasi nulla, come Cesena, Forlì, Ferrara. C’è un’idea di mafia legata alle figure di Falcone e Borsellino, che fanno parte della Storia, non al fatto che oggi la mafia l’abbiamo sotto casa ed è inutile andarla a cercare da un’altra parte.

L’area di Modena come è messa in quanto a consapevolezza?
Modena è uno degli epicentri dei fatti di mafia. Dopo l’Operazione Aemilia la consapevolezza è che “la mafia c’è, ma è a Reggio”. Se ne parla, ma scaricando il peso sulla provincia di fianco. E’ una cosa che succede anche in Sicilia.

Eppure, guardando la vostra mappatura, i puntatori su Reggio Emilia sono molto più numerosi rispetto quelli su Modena…
Perché Reggio è caduta dentro l’Operazione Aemilia che ha già avuto sentenze con riti abbreviati, quindi abbiamo potuto inserire tutti i puntatori con certezza. Modena, per esempio, non ha ancora avuto la sentenza su CPL Concordia quindi bisogna essere cauti. Noi abbiamo raccolto tutta la documentazione, ma non abbiamo messo puntatori perché finché non c’è una sentenza che dica il contrario ciascuno è innocente.

Quindi, tra i fatti accertati, secondo lei quali sono le maggiori criticità a Modena?
La presenza fisica dei Casalesi, le bische, il riciclaggio dietro le sale bingo… a Modena manca la maxi operazione di polizia come è successo a Reggio. C’è però un meccanismo particolare, ossia il rapporto fra Casalesi e ‘Ndrangheta: qui non abbiamo una mafia che schiaccia l’altra, ma due mafie che si sono trovate e fanno affari insieme. E’ un fenomeno inquietante che non ha eguali nel resto della regione.

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Noi non baciamo le mani

“Se ogni cittadino nel suo piccolo facesse la sua parte le cose potrebbero cambiare”. Una dichiarazione d’intenti che, per una volta, non puzza lontano un chilometro del gattopardismo a cui siamo abituati da sempre in Italia, ma risulta davvero credibile. Perché è a pronunciarla è un ragazzo di appena 22 anni che, insieme un gruppo di compagni e amici coetanei, ha dimostrato coi fatti che sì, a crederci e a impegnarsi, a non aver paura, le cose possono cambiare davvero. In meglio.

Serata antimafia a Casalgrande (RE)
Serata antimafia a Casalgrande (RE)

In un sabato pomeriggio di sole autunnale, riesco a rubare mezz’ora di telefonata a Elia Minari, coordinatore della redazione della web-tv studentesca Cortocircuito di Reggio Emilia, che con la video-inchiesta  “La ‘Ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana” –  ne abbiamo parlato giorni scorsi sempre su queste pagine – ha dato vita a un vero e proprio terremoto politico. Col sindaco PD di Brescello Marcello Coffrini messo alla sbarra per le sue discutibili dichiarazioni sulla presenza mafiosa nella cittadina ( «La criminalità organizzata a Brescello non esiste: è un leitmotiv») e in particolare su Francesco Grande Aracri – imprenditore edile residente in paese, condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso – descritto dal sindaco come «un uomo composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello». Peccato per il buon Coffrini e per tutte le anime belle che ancora vogliono credere all’esistenza di un ‘mondo piccolo’ come quello di Peppone e Don Camillo raccontato da Guareschi, che tutti i rapporti danno la criminalità organizzata di stampo mafioso non solo infiltrata, ma ormai stabilmente radicata in Emilia-Romagna. Ragion per cui è difficile credere che il classico saluto al boss, “Baciamo le mani” non sia diventata una consuetudine, magari non esibita, anche qui da noi.

L’inchiesta dei ragazzi di Cortocircuito non è scivolata nel silenzio omertoso come spesso accade quando si parla di certi temi: ne ha dato ampiamente conto sia la stampa locale che nazionale. Perciò, sono giorni intensi per Elia e i ragazzi di Cortocircuito: hanno scoperchiato un vaso di Pandora difficile da richiudere.

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Parte della redazione di Cortocircuito

La storia e l’attività di questa associazione studentesca fa riflettere molto su come in Italia i media affrontano il tema della criminalità organizzata. 15 ragazzi, età media 20 anni, una telecamera, coraggio e competenza. Un gruppo di formazione eterogenea, che ha all’attivo una decina di cortometraggi e 5 inchieste, impegnato nell’organizzazione di incontri antimafia e iniziative di informazione e sensibilizzazione sulla criminalità organizzata. Insomma, loro la “lotta alla mafia” la fanno sul serio, con tutti i mezzi a loro disposizione.

«Siamo un’associazione studentesca, non c’è una struttura gerarchica ufficiale – spiega Elia, 22 anni, studente di Giurisprudenza, a cui non piace il termine ‘caporedattore’ – La nostra avventura parte nel 2009 quando frequentavamo le superiori, come giornalino studentesco indipendente di diverse scuole superiori di Reggio Emilia. Strada facendo, ci siamo concentrati su alcune indagini che interessavano Reggio Emilia e l’Emilia-Romagna in generale perché sentivamo l’esigenza di capire meglio e di porci domande partendo da documenti ufficiali. Vedevamo che si faticava a parlare di certi fatti, relegati alla pagine di cronaca nera dei quotidiani, quando invece, spesso, gli elementi più importanti sono quelli economici, pur senza sottovalutare certi fatti inquietanti di cronaca nera.

Per cercare di capire meglio il fenomeno, abbiamo iniziato facendo qualche intervista, poi cortometraggi e infine inchieste. Ad esempio sulla realizzazione di opere e servizi pubblici e collegamenti con la criminalità organizzata di stampo mafioso. Tutto questo lo abbiamo fatto da cittadini prima ancora che da studenti, facendo incontri nelle scuole, con giornalisti ed esperti del fenomeno mafioso».

Per l’ultima inchiesta realizzata, Cortocircuito ha impiegato l’intera estate: «ci è voluto molto tempo per la ricerca e lo studio dei documenti, fare le interviste, selezionare il materiale: non è stato facile trovare immediatamente storie interessanti. Siamo rimasti molto sorpresi dal fatto che tanti emiliani abbiano preferito non essere intervistati, trincerandosi dietro un silenzio imbarazzante» afferma deciso Minari.

Il manifesto della serata di presentazione della video-inchiesta realizzata da Cortocircuito
Il manifesto della serata di presentazione della video-inchiesta realizzata da Cortocircuito

E i genitori cosa ne pensano di tutto questo coraggio e intraprendenza? Non hanno qualche timore? La mafia fa paura, no? «Sono contenti del nostro impegno anche se c’è un po’ di preoccupazione – sorride Minari – Ci sono pressioni di diverso tipo, bisogna metterle in conto se si affrontano certe tematiche – ammette candidamente lo studente – Noi ci basiamo su documenti ufficiali e stiamo molto attenti a come usiamo le parole. Raccontiamo dati e fatti: questa è la nostra certezza. Non vogliamo insegnare nulla a nessuno: nel nostro lavoro, ci limitiamo a porre delle domande sulla base di documenti e voci autorevoli raccolti. In questi giorni così difficili ci sono arrivati tanti messaggi da calabresi onesti che hanno scelto da che parte stare e che non si riconoscono nelle frasi dei loro conterranei».

«Ognuno di noi fa costantemente delle scelte: scegliamo quale locale frequentare la sera, a quale azienda fare ristrutturare casa nostra, cosa comprare al supermercato. Noi abbiamo deciso di confrontarci tra cittadini su questi argomenti, di declinare in questo modo il nostro ‘essere cittadini’. La speranza è quella che si sia capita l’urgenza del tema, la necessità di parlarne senza evitare o procrastinare la questione. Non è facile ammettere che l’Emilia debba affrontare questo ostacolo; io in primis ho dovuto mettere in discussione tanti miei pregiudizi e luoghi comuni della città in cui sono nato, della realtà in cui sono cresciuto e che mi era stata descritta in modo diverso».

Ma la realtà, evidentemente, è un’altra. E ci sono voluti dei ragazzi di vent’anni per farcelo ricordare.

Quei bravi ragazzi

Giovanissimi, età media sui vent’anni, hanno deciso che per combattere la mafia, ormai radicata più che infiltrata in Emilia, poteva andar bene anche un giornalino scolastico. E così si sono messi a fare inchieste e reportage che possono far invidia ai giornali “seri”, quelli realizzati “dai grandi”. Si chiama Cortocircuito il loro giornale nato nel 2009 a Reggio. Inizialmente solo su carta, poi diffuso anche via web. Così come dalla parola scritta sono passati a utilizzare la telecamera creando una vera e propria web tv, premiata nel 2013 dall’Università di Bologna come migliore tv online di denuncia col “Teletopo”, l’oscar delle web-tv italiane.

«L’idea è nata dalla costatazione che i media ufficiali spesso faticavano ad approfondire quei temi che invece noi percepivamo come importanti per la nostra città», ha spiegato al Corriere della Sera Elia Minari, 21 anni, coordinatore della web tv «e quindi abbiamo pensato che ci fosse bisogno di una corretta informazione dal basso». Detto, fatto. Anche troppo. La loro video inchiesta “La ‘Ndrangheta di casa nostra. Radici in terra emiliana”, presentata in anteprima lo scorso 18 settembre a Casalgrande (Reggio Emilia), ha fatto il botto.

I ragazzi di Cortocircuito
I ragazzi di Cortocircuito

E ha fatto finire nei guai Marcello Coffrini, sindaco Pd di Brescello (il paese dei leggendari Peppone e Don Camillo raccontati da Guareschi), che, a domanda diretta dei ragazzi di Cortocircuito sulla presenza mafiosa in paese, ha risposto: «La criminalità organizzata a Brescello non esiste: è un leitmotiv». Lo stesso Coffrini ha poi descritto Francesco Grande Aracri – imprenditore edile residente a Brescello, condannato in via definitiva per associazione di stampo mafioso a cui sono stati sequestrati tre milioni di euro – come un uomo composto, educato, che ha sempre vissuto a basso livello.

Mentre magistrati e forze dell’ordine sostengono che le mafie siano particolarmente radicate a Brescello, i cittadini seduti al bar, intervistati dal collettivo, tengono la testa china sul giornale e non proferiscono verbo. Gli esercenti commerciali tacciono, hanno paura. Il non vedo, non sento, non parlo siciliani e calabresi sono anche reggiani.

Uno dei pochi che risponde, frequentatore del Caffè Peppone, per anni gestito dalla famiglia Grande Aracri, se la ride esclamando che la ‘Ndrangheta è una cosa giusta perché dà da lavorare alla gente.

Secondo lei è giusto fare lavorare in un cantiere pubblico un’azienda che non ha il certificato antimafia?
Il sindaco di Montecchio Paolo Colli in merito ai lavori alla scuola media del paese, affidati a una ditta della provincia di Caserta priva della certificazione antimafia, si limita a dire che il comune ha optato per l’offerta economicamente più vantaggiosa. “Non ho capito, scusa”. Colli annaspa e prende tempo per districarsi nell’intervista, arrivando addirittura a negare i palesi ritardi del cantiere.

Dati ufficiali rivelano che a Reggio Emilia ci sono 10.867 appartamenti vuoti. Prima della crisi erano 7.000. “Sono numeri enormi – denuncia un imprenditore emiliano intervistato in anonimo dal collettivo – Come fa un’impresa edile a costruire senza aver venduto gli appartamenti edificati prima? Forse c’è chi ha bisogno di riciclare denaro di provenienza illecita?”.

Come rivela l’inchiesta di Cortocircuito, negli ultimi tre anni le prefetture di Modena e Reggio Emilia hanno bloccato oltre 50 aziende in odore di mafia, tra queste alcune sono emiliane doc: il terreno emiliano è fertile e ben disposto ad accogliere le radici della ‘Ndrangheta.

La nostra Regione “è considerata terra di conquista: in molte zone dell’Emilia Romagna le infiltrazioni criminali – facilitate anche dai mafiosi mandati con le proprie famiglie in soggiorno obbligato, e ben radicati nel tessuto sociale delle zone di confino – hanno ormai raggiunto livelli di colonizzazione. Con il trascorrere del tempo le mafie si sono spartite il territorio” si legge nel Rapporto Mafia Emilia-Romagna 2014. “In Regione vi è anche un consistente numero di beni confiscati alle mafie. Come si rileva dal sito www.benisequestraticonfiscati.it dell’Agenzia Nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, i beni confiscati presenti nelle Province della Regione sono 112 (rispetto ai 109 del 2012, un bene in gestione in più a Bologna, Modena e Rimini)”.

Giornalisti competenti, coraggiosi e indipendenti i ragazzi di Cortocircuito – come il “nostro” Giovanni Tizian, il cui caso è ormai, purtroppo, noto a tutti – Una mezz’ora da vedere, capire e diffondere.

Un nuovo presidio di Libera contro la mafia nel modenese

Domenica 23 marzo, ai piedi del Santuario di Serramazzoni, si è tenuto un corteo per onorare la ricorrenza del giorno della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime della mafia. Contestualmente è stata ufficializzata la costituzione del dodicesimo presidio di “Libera” della Regione Emilia Romagna: “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte”, dedicato alla memoria dell’assessore salentina assassinata nel 1984.

libera2 La nuova sezione si basa su un “patto di presidio” sottoscritto, per ora, da 6 associazioni dell’Appennino modenese e volto a far crescere una comunità attiva, consapevole e capace di lottare contro la corruzione e il disagio sociale.
Non è un caso che il presidio trovi la sua sede fisica proprio a Serramazzoni, comune portato alla ribalta della stampa nazionale per un susseguirsi d’indagini sulle relazioni tra l’allora sindaco Luigi Ralenti e alcuni esponenti della ’ndrangheta. Al momento sono 5 i processi aperti e finchè essi non saranno arrivati a conclusione non si potrà parlare di matrice mafiosa. Eppure il quadro ricostruito nell’ordinanza di custodia cautelare è composto di episodi che nulla hanno da invidiare alla sceneggiatura de “il Padrino”. Non possiamo più far finta di non vedere la penetrazione di certi poteri forti nella nostra comunità.

Ho incontrato Mariella Badodi, referente della nuova sezione, la quale mi ha spiegato il percorso di costituzione del “Presidio territoriale del Frignano, Renata Fonte” in relazione ai fatti che hanno scosso e traumatizzato la comunità montana.

Quando è maturata la decisione di fondare un nuovo presidio di Libera?
libera4Un anno fa i cittadini di Serramazzoni hanno sentito il bisogno di riunirsi per superare il periodo difficile che la comunità stava attraversando. Il Comune era commissariato e le indagini in corso imponevano una serie di limitazioni: gli uffici dell’urbanistica e dell’edilizia privata furono chiusi per dieci mesi bloccando tutte le pratiche, con notevoli disagi; il campo sportivo fu sequestrato; la programmazione estiva di eventi fu sospesa. Ci siamo chiesti dove eravamo noi mentre succedevano certe cose sotto i nostri occhi, cosa abbiamo deciso di non vedere e quali erano le nostre responsabilità. Abbiamo convenuto che Libera potesse essere la bandiera giusta sotto la quale fare un percorso di consapevolezza e di lotta.

Qual è stato il primo passo dopo aver maturato una nuova coscienza di cittadini?
Prima di tutto abbiamo partecipato a un percorso di formazione alla legalità indicatoci dal coordinamento di Libera di Modena. Tra le esperienze fatte cito un corso per tutti, che si chiama “Carte in Regola”. In seguito, il 26 febbraio, è stato formalizzato il Patto di Presidio alla presenza di 21 persone, tutte coinvolte in modo diretto e personale.

Concretamente quali sono le azioni del Presidio?
Siamo orientati a lavorare in prevenzione, affinchè il passato funzioni da memoria storica e ci renda capaci di reagire a certi segnali che ora abbiamo imparato a riconoscere. Per fare questo serve tanta formazione sulla cultura della legalità. Ecco perché ci stiamo già confrondo con le scuole e le amministrazioni locali.
–       abbiamo organizzato un ciclo di assemblee d’Istituto nelle scuole medie dei 6 Comuni del Frignano, per attivare percorsi di formazione che insegnino ai ragazzi a riconoscere come operano le organizzazioni mafiose;
–       abbiamo sottoposto ai cittadini che si candideranno come sindaci alle elezioni di maggio, di firmare un documento in cui si impegnano a seguire i principi fondanti di Libera nella lotta alla corruzione. Tutti hanno sottoscritto il documento.

libera3Queste le azioni svolte dal momento della costituzione del Presidio a oggi. Ora ci impegneremo, con chiunque voglia unirsi a noi, a svolgere le seguenti azioni, in tutto il Frignano:
–       diffusione della conoscenza di come opera il sistema mafioso corruttivo sul territorio;
–       educazione alla cultura della legalità e della giustizia sociale rivolta a studenti;
–       partecipazione alle attività promosse da Libera e da enti affini, come la commercializzazione dei prodotti “Libera Terra”;
–       promozione del dialogo con Istituzioni ed Enti del Territorio e attenzione costante all’operato delle amministrazioni locali;
–       monitoraggio sul territorio delle attività di “gioco d’azzardo”, “spaccio di stupefacenti” e “sfruttamento”;
–       contrasto ai fenomeni di estorsione e usura;
–       supporto e conforto ai cittadini più deboli e alle vittime della mafia.

Il 4 Maggio siamo tutti invitati a Serramazzoni, alla presenza della figlia di Renata Fonte. Si parlerà di memoria, impegno, legalità, vittime della mafia e verrà piantato un albero come atto di radicamento di Libera nel territorio montano. Che siano radici di un nuovo atteggiamento da parte di tutti, nei confronti della criminalità organizzata.

Non mi arrendo. La guerra infinita di Giovanni Tizian

9788852036828-la-nostra-guerra-non-e-mai-finita_copertina_piatta_foEsce domani, edito da Mondadori, il nuovo lavoro di Giovanni Tizian: “La nostra guerra non è mai finita“. Dopo il successo della sua prima opera, “Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea“, tizianbimboun reportage sull’infiltrazione mafiosa al Nord, il giornalista, modenese d’adozione, con questo secondo libro torna alle origini di tutta la sua vicenda umana e professionale: l’omicidio del padre nell’ottobre del 1989 in Calabria, terra d’origine di Tizian.

Dopo la morte del padre, Tizian fugge letteralmente dalla Calabria “per approdare in una città accogliente come Modena, nel tentativo di rimuovere, di dimenticare il passato, di trovare una normalità. Nascondendo a tutti, persino a me stesso, la rabbia e la sofferenza. E così ho fatto per tanto tempo – prosegue – fino a quando, ormai ventenne, ho chiesto in lacrime a mia madre di guidarmi nel doloroso esercizio della memoria. Ho voluto sapere tutto di quella sera del 23 ottobre 1989, di quei colpi di lupara sparati contro la Panda rossa di mio padre. Dopo, per me è stato l’inizio di una nuova vita”.

Una nuova vita che lo ha portato al giornalismo, per cercare di capire, spiegare, raccontare. Accorgendosi però che “la ‘ndrangheta aveva viaggiato più veloce di noi ed era già lì, nell’Emilia terra della Resistenza, a conquistarsi sul campo il predominio della criminalità organizzata e pronta a zittire le mie inchieste giornalistiche. Dopo avermi rubato l’infanzia, voleva portarmi via anche il presente, la libertà e – adesso lo so – la vita”.

A causa delle sue inchieste sulla Gazzetta di Modena e alle successive collaborazioni con Repubblica e L’Espresso, dal dicembre 2011 Giovanni è sotto scorta per le minacce ricevute. Minacce che non hanno fermato la sua indignazione e il suo desiderio di continuare a combattere, con le sue armi, la criminalità organizzata.

Qui sotto, la video-intervista delle Officine Tolau a Giovanni Tizian, “Il caso non è chiuso”, pochi giorni prima che gli fosse assegnata la scorta.

 

 

Il nuovo contratto con gli italiani (ovvero, come misurare la propria intelligenza)

Qui da Note Modenesi, siamo entrati in possesso del prossimo “contratto“ che i politici firmeranno con gli italiani. È una piattaforma molto articolata che sarà capace di dare finalmente vita a una grande Coalizione. Potrebbe essere utilizzata anche come test per lʼintelligenza dei votanti. Per ogni punto del contratto date un voto (da 1 a 5) relativo a quanto ci credete, poi dividete per 28: se superate la media di 1 siete da revisionare.

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Al primo Consiglio dei Ministri, il Primo ministro provvederà a realizzare:

1. abolizione dellʼImu e restituzione di quella versata nel 2012 (trovando i soldi con un bel lʼaccordo fiscale sui capitali esportati in Svizzera, senza però chiederlo alla Svizzera e anche se i soldi non sono più là ma già da qualche altra parte);

2. assunzione da parte delle aziende di dipendenti, senza pagare le imposte sul lavoro (e magari senza pagare neanche i lavoratori);

3. condono tombale, anzi solo delle multe e delle penalità di chi ha avuto problemi col fisco (in alternativa abolire il fisco per evitare ogni tipo di problemi);

4. abolizione dellʼEuro e introduzione al suo posto di conchiglie e/o figurine Panini (in alternativa reintroduzione della Lira o ancora meglio dei ducati);

5. trasformare Equitalia in un servizio consultoriale e in un centro ricreativo per anziani;

6. abolire il finanziamento dei partiti, eliminare i privilegi della politica, abolire il teatrino della politica, abolire la politica, fare uscire la politica dai politici; fare uscire i politici dalla politica;

7. dimezzare i parlamentari; ridurre gli stipendi ai politici, tagliare le Province, aggregare i Comuni (se ci si riesce abolire il Parlamento e ogni altra istituzione politica);

8. dare forza alle politiche familiari istituendo il matrimonio per omosessuali e possibilità di adozione dei figli per coppie omosessuali; proibire il matrimonio a chi esprime una preferenza per lʼeterosessualità, proibire i nomi propri al maschile o al femminile aggiungendo alla fine solo un * (Carl*-Francesc*-Martin* Silvi*, etc.); abolire su tutti i documenti “padre e madre“, abolire la parentela; permettere lʼincesto;

9. dare la libertà di porre fine alla vita, la libertà di dare inizio alla vita, la libertà di mettere in stand-by la vita;

10. rimettere il reato di falso in bilancio (in alternativa la legge sul conflitto di interessi);

11. impedire la speculazione internazionale e che i cattivi guadagnino (in alternativa impedire che il denaro circoli);

12. impedire i terremoti in Italia;

13. includere la Baviera e la Catalogna in Italia (dare la Calabria e la Sicilia alla Germania);

14. abolire le banche e sostituirle con le fondazioni (o viceversa); abolirle tutte e due e sostituirle con i partiti; abolire i partiti e sostituirli con aziende municipalizzate; municipalizzare tutte le aziende;

15. abolire il debito pubblico imputandolo ai privati (non agli amici, però);

16. abolire la destra e la sinistra (in alternativa, rendere neutrale il riferimento alla destra e alla sinistra… tipo, per favore svolti al centro!);

17. proibire il proibizionismo, autorizzare lʼautoritarismo, totalizzare il totalitarismo, rendere popolare il populismo;

18. multare chi multa, tassare chi tassa, punire chi punisce, incarcerare chi incarcera;

19. scarcerare i carcerati; incarcerare gli altri;

20. liberare lʼItalia dal problema energetico (come? inserendo una spina in Sicilia e prendendo energia a sbafo dai Paesi Arabi: in alternativa inserirsi con un manicotto nel gasdotto russo, dando la colpa ai francesi);

21. mantenere lʼAlitalia; avere una banca;

22. imposta patrimoniale su chi ha patrimoni, matrimoniale su chi ha matrimoni, filiale su chi ha figli;

23. eliminare la mafia oppure spostarla altrove, fuori dai confini (in alternativa: lasciare lʼItalia alla Mafia e spostare gli italiani altrove);

24. fare la Pace nel mondo disarmando chi fa la guerra; fare allʼamore con i nemici;

25. abolire la precarietà, stabilizzare i precari, precarizzare chi ha certezze, certificare chi fa falso in bilancio;

26. fare uscire i politici dalla Rai, fare uscire la Rai dalla televisione, fare uscire la Tv dalla casa degli italiani, fare uscire gli italiani da casa;

27. una volta che sono usciti, manette a tutti gli italiani e in galera fino a che non dimostrano di essere onesti;

28. abolire la morte (in alternativa, se non ci si riesce, resuscitare i morti).