Diventare lettori consapevoli nella società della digestione veloce

Il 18 febbraio è stato presentato a Modena nell’ambito di BUK Festival il libro di Sandra TassiCome si legge un romanzo. Diventare lettori consapevoli”, edizioni Giubilei Regnani.

tassi01Sandra Tassi, modenese, ha lavorato nella scuola dal 1986 al 2011, prima come insegnante di lettere alle medie, poi come formatrice all’interno delle biblioteche dell’ ITC Barozzi e del Liceo Classico San Carlo. Una professione, quest’ultima, bandita a concorso dal Ministero come una novità, ma poi decaduta con il cambio di bandiera nel giro di qualche anno.

Nelle scuole Sandra Tassi si occupava di selezionare i libri in uscita adatti agli studenti, coordinando progetti sulla lettura in collaborazione con i professori: proposte che uscivano dalla comfort zone del programma, ma pur sempre realizzate nell’ambiente scuola. Il tutto unito a un’opera di valorizzazione della biblioteca scolastica e di formazione per gli insegnanti.

Questo bagaglio di esperienze è confluito nell’Associazione Il Leggio, fondata da Sandra Tassi nel 2015 per portare all’attenzione autori e libri attraverso il reading e altre attività satellite. “Come si legge un romanzo” è dunque il filo naturale di una vita dedicata agli scrittori, alla lettura, ma anche ai lettori. E Sandra Tassi ci spiega perché.

LETTURE PER DIGERIRE E LETTURE PER CAPIRE

“Credo che l’interesse del mio libro sia nel sottotitolo, cioè diventare lettori consapevoli. – Racconta Sandra -. Un romanzo si legge come si vuole, per cercare emozioni, risposte, consolazioni, divertimento, erudizione o desiderio di ampliare la cultura. Ma il romanzo contemporaneo è molto diverso e lontano rispetto al romanzo classico del secolo scorso, è difficile capirlo a fondo. Molti autori vengono lasciati da parte, etichettati come “difficili” a favore di letture più semplici ma meno significative. Il lettore consapevole dovrebbe essere quello che oggi riesce a leggere scrittori difficili mettendosi in sintonia con loro.”

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Sandra Tassi

E chi sono, oggi, gli scrittori difficili? Nel suo libro Sandra Tassi ne cita alcuni: Erri De Luca, per esempio. “C’è difficoltà nello scindere il personaggio politico da quello letterario, – Spiega – ma oggi è uno degli scrittori più importanti perché ha focalizzato l’interesse sul gusto della parola, qualcosa che stiamo perdendo. L’italiano è ricco di sinonimi che non si sovrappongono, ma che si accostano, e l’ultima generazione tende a usare un bagaglio lessicale molto stretto. La cura della parola, la sua ricerca, la sua apposizione all’interno della frase e la musicalità che ne consegue sono la cifra unica di De Luca, e per questo fa fatica a entrare in tutti i lettori. Come lui anche Murakami o Pamuk, grandi scrittori che vengono accostati con diffidenza, se non con scarsa capacità critica… Murakami è molto più che “fantascienza giapponese”!”

LE DIFFICOLTÀ DEGLI ADULTI

D’altro canto c’è un problema: l’Italia legge poco. I dati ISTAT indicano che la metà degli italiani non legge più di tre libri l’anno. Inoltre, anche chi legge, lo fa poco dato che lo “zoccolo duro” di lettori si attesta sul 13,7% della popolazione. Secondo Sandra Tassi le cause sono molte. “Siamo abituati a ritenere che il libro sia un bene di consumo come gli altri, ma la lettura ha bisogno di tempo, di volontà, di concentrazione, di capacità di dialogare con se stessi e con l’autore. Oggi però si legge per digerire. Ci sono anche libri fatti per questo, ma non tutti.”

“In più, il pubblico degli adulti attempati non ha capito il rapporto tra l’evoluzione socio-culturale e la scrittura. – Continua Sandra – Il finale aperto, per esempio. Per quanto Eco l’avesse già spiegato, questo pubblico non lo accetta ancora volentieri. Sono persone che nel romanzo cercano risposte, vogliono che il protagonista spieghi loro come affrontare la morte, il divorzio, il rapporto con un figlio o con una morosa. Oggi invece il romanzo è interlocutorio: pone problemi, non dà soluzioni, e il finale aperto lascia al lettore la libertà di far finire la storia come crede.”

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E I PIU’ GIOVANI, SAPRANNO DIVENTARE LETTORI CONSAPEVOLI?

I soliti dati ISTAT ci dicono anche che i ragazzi fra gli 11 e i 19 anni leggono più degli adulti, soprattutto nella fascia 15 – 17. Sandra Tassi si rivolge anche a questo target: uno dei progetti in corso con Il Leggio, infatti, è il laboratorio “Dalla lettura emozionale alla lettura per il reading” assieme a un gruppo spontaneo di sei adolescenti. Il focus è il libro “Bianca Neve” pubblicato dal loro coetaneo Andrea De Carlo. La scrittura per il reading comporta una piena immersione nel romanzo e nella sua struttura, significa entrare in connessione profonda con l’autore e ridare al tutto una forma adatta per la lettura teatrale. Anche questo è un modo per diventare lettori consapevoli.

“Fra la lettura emozionale e la lettura teatrale c’è il non-detto. – Spiega Sandra – Non è un corso di lettura e discussione, ma una ricerca sulle strade possibili che certe situazioni avrebbero potuto prendere: le varianti possibili della vita. E questo li entusiasma. Sono portati a fare qualcosa che in genere non fanno, cioè problematizzare.”

In definitiva, è possibile che i giovani millenials, sottoposti a mille stimoli in una società dalla “digestione veloce”, trovino il tempo per diventare lettori consapevoli? Sandra Tassi non ha dubbi. “Nei ragazzi ci sono due cose che gli adulti devono sollecitare: la curiosità e l’entusiasmo. Non è vero che i ragazzi di oggi non sono curiosi. Si dà per scontato che siano indifferenti a tutto piuttosto che guardare davvero come sono. Hanno bisogno di adulti affidabili, che dimostrino che anche se c’è la crisi e il mondo va a rotoli esiste ancora la passione per qualcosa. E credo che in questo la lettura sia uno strumento molto efficace.”

In copertina: un’immagine di Marketa in Licenza CC. 

La via della poesia educa a una vita più autentica

«Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia, avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Minstrels di Debussy […]» (Eugenio Montale, Intervista immaginaria)

Molti storici, riferendosi all’età contemporanea, parlano di «ibridazione» o «contaminazione» fra le arti. Se con le Avanguardie, nate dalle ceneri del Romanticismo ottocentesco, l’arte è uscita dalla cornice per conquistare nuovi spazi, nella seconda metà del secolo scorso le arti hanno iniziato a contaminarsi l’una con l’altra anelando al superamento dei confini che il mezzo (la tela, il marmo, il foglio di carta, il pentagramma…), in un certo senso, aveva loro imposto.
Negli abissi di questo contesto si muove la modenese Alessia Natillo, pianista e musicoterapeuta, che ha da poco pubblicato con A.CAR. il suo primo libro di poesie: Embrione selvatico. Il libro raccoglie componimenti che possono essere letti come veri e propri fogli d’album: melodie che si cristallizzano in parole, liriche che conservano il ritmo e il colore dei sentimenti. Contaminazione fra i linguaggi artistici significa proprio questo: scambio fluido e continuo fra mondi “diversi”, in questo caso fra musica e poesia. Che s’incontrano nei misteriosi recessi dell’inconscio.

Come hai vissuto la pubblicazione del tuo primo libro di poesie?
Emozionata e incredula nel vedere concretizzare la realizzazione del mio primo libro! Nella mia vita la poesia si è imposta. Mi ha  aiutato a comunicare in maniera più esplicita e a concedermi un po’ più di spazio. Certo: sono presenti i non detti e molto viene lasciato all’interpretazione. Proprio per queste caratteristiche hanno assunto la forma di «veicoli di emozioni»… E se queste emozioni raggiungono i lettori, il poeta ha raggiunto la sua meta.

Quali sono poeti che ami e a cui ami ispirarti?
Da Emily Dickinson, poetessa di enorme potenza sensitiva mentale e metafisica fino a Montale, dal linguaggio poetico perfetto ed essenziale. Dall’incontestabile genialità di Shakespeare a Charles Bukowski, esponente estremo del postmodernismo fino a Prévert, che non solo usava mezzi comuni – mi riferisco, per esempio, all’immagine visiva e verbale – ma condivideva l’immagine di un mondo e molti altri.

In alcuni dei tuoi componimenti sono presenti riflessioni legate all’universo femminile. In Fauci placide scrivi, riferendoti a una donna: «Abusa di egoismo e accordi. / E giace». È per caso una critica a come in alcuni contesti viene considerato il cosiddetto «sesso debole»?
I miei scritti  vogliono solo descrivere verità. Raccontare l’incredibile universo rosa o atteggiamenti di presunta superiorità blu può solo circoscrivere il quotidiano collettivo ricco di insoddisfatti, inappagati e infausti alla ricerca di letizia.

Natillo01Arriviamo al titolo della raccolta: Embrione selvatico. Cosa rappresenta? Ricordi la prima poesia che hai scritto, o la situazione che ti ha “costretto” a prendere carta e penna per dare forma ai tuoi pensieri?
Il titolo Embrione Selvatico nasce dalla mia primissima poesia scritta vent’anni fa. Questa voleva descrivere il genere umano partendo da un lavoro di scoperta e consapevolezza dell’io virando con incoscienza verso la più difficile delle consegne: l’abilità esistenziale. Scrivere mi ha aiutata a improvvisare, analizzare e cambiare le prospettive, educandomi a una vita più autentica.

Ermetica, futurista, lirica, cinematografica, rock, sinfonica, surrealista. Quale aggettivo sceglieresti per definire la tua arte? 
Ermetica e lirica, credo. La voglia di fare poesia è una conseguenza del mio modo di vivere e di cogliere le verità nascoste. Apprendo in profondità vere suggestioni facendo emergere, nelle pagine, quella razionalità, talvolta sospesa, come strumento di interpretazione insostituibile. Il libro infatti raccoglie e custodisce una vasta gamma di immagini e argomenti diversi fra loro, ma anche contemporaneamente riuniti e collegati, e spesso in preda all’agonia di una gioia artificiale, che irrompe anche laddove non sorge il sole. La mia esagerata passione per la musica ha fatto sì che gli scritti acquisissero musicalità attraverso una composizione lirica poco convenzionale e un ritmo salmodiante. Dopotutto, io nasco come musicista e musicoterapeuta.

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo luogo?
Non esiste per me un’isola dove estraniarmi. Se uno vuole scrivere deve faticare sulla pagina bianca, non avere fretta e scavare a fondo. Ogni contesto circoscritto alla mia quotidianità dà spazio alla mia urgenza. È innegabile che io parta sempre da me, da un’intuizione, da una storia, da quello che mi fa battere il cuore. Che poi trascrivo su fogli sparsi, scontrini e pubblicità.

Natillo02Stando alla tradizione, due sono – fondamentalmente – le categorie di poeta: c’è chi soppesa metrica e rime con rigore matematico, e chi si lascia travolgere dalle onde della creatività. Anna Marchesini, per esempio, diceva che i personaggi che scriveva le sono «sempre scappati come la pipì». Tu da che parte stai?
Entrambe le posizioni ritengo abbiano un valore collettivo. A loro modo rappresentano un tentativo di evasione fondata sulla centralità indiscussa dell’io, sul valore dell’esperienza soggettiva, sul ricorso spontaneo al sublime. Si possono conservare solide basi nella tradizione del Novecento segnati da una  lirica di impostazione romantica. Il mio confine non vuole essere né riformista né rivoluzionario ma responsabile di una ermetica varietà poetica e di ricerca stilistica. Non due tradizioni, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione.

C’è un luogo di Modena che ti ispira più di ogni altro? Un luogo in cui ti fermeresti, per comporre altre poesie?
Villa Ombrosa, parco dietro “La Punta” di via Vignolese: abbandonato, silenzioso ma di grande impatto. Langue abbandonato tra erbacce e insetti ma custodisce un silenzio dai mille suoni e dai mille volti. Un parco che rappresenta la mia infanzia e che convoglia le mie sensazioni. Dentro giace la storica villa del ‘700 appartenuta a Muratori: dimenticata, vandalizzata e occupata nel corso degli anni, diventerà la sede della Casa delle Donne. È previsto il recupero degli elementi architettonici e decorativi settecenteschi, che renderanno ancora più magico lo spazio.

Dove ti sta portando il tuo nuovo libro? Mi parlavi anche di appuntamenti a Milano, oltre al recente Buk Festival…
Dopo l’inaspettato successo di Buk presenterò il mio libro un po’ in tutta Italia, avendo incuriosito situazioni e realtà artistiche. Il mio futuro vedrà anche il debutto a maggio della prima nazionale dell’Unicità del caos, monologo teatrale scritto e diretto da me con in scena l’attrice Stefania Delia Carnevali. Descriverà la vita di Leonarda di Lilla Bio, una donna di circa quarant’anni che denuncerà quella che è divenuta la malattia del secolo, ovvero l’internet-dipendenza. L’ossessione clinica e i rischi smuoveranno in lei la necessità di allontanarsi da quel rifugio divenuto essenziale, ma privo di autonomia. Oltre al teatro, un romanzo dal titolo Finalmente lunedì – che ho iniziato da poco – incentrato sulla vita di mio padre, morto un mese fa di leucemia. Dal coraggio con cui è stata affrontata una terapia sperimentale, sapendo che tutto era irreversibilmente reale, fino al bacio dell’addio. In qualche modo dovrò “esorcizzare” altri miei progetti, perché credo che lo scambio metta in discussione. Aggiungo anche che bisogna saper gestire con generosità e amore l’Ovvio anche se spesso un sorriso può aiutarci a superare tutto.

Natillo03Anni fa (e nel cuore della notte…), quando collaboravamo al TeTe, avevamo conosciuto una poetessa di strada che ci raccontò la triste storia di una zanzara in pochissime versi da lei composti. Abbiamo riso e ci ha commossi. Te la ricordi?
La nostra condivisa genuina voglia di evadere nel cuore della notte ci ha portato al costretto e indotto incontro con colei che, pur di venderci una copia del libro, avrebbe recitato a memoria la Divina Commedia. La ricordo esuberante, insolente e presuntuosa ma incredibilmente vera,  autentica. Ci ha donato gioia ed emozioni attraverso le sua impenetrabile enigmaticità. Circondata da mistero, ignorava le nostre domande dirottando risposte spesso fatte di dittonghi.  Strabiliante!

Nell’era digitale ha ancora senso scrivere poesie e pubblicarle su carta?
Ogni cambiamento ha costituito un passo avanti nella civiltà e tutto fa pensare che anche l’avvento dell’ebook faccia parte di questo progresso. Così come si è passati, nel corso del tempo, dalle iscrizioni su pietra ai papiri e poi alla carta, dal lavoro manuale alla stampa, da una fruizione elitaria alla diffusione di massa. Ma sono fermamente convinta che il digitale non possa sostituire il cartaceo. L’ebook mette comodamente a disposizione il contenuto ma  l’importanza del libro risiede nella sua fisicità, nel fatto che porta addosso i nostri segni. Può essere toccato, annusato, sottolineato, stropicciato e  riposto. Ha un valore estetico che non può essere riprodotto.

In copertina: rielaborazione da Pixabay

Giro in quel buio che abbiamo dentro

I veri libri devono essere figli non della luce e delle chiacchiere ma dell’oscurità e del silenzio.
(Marcel Proust)

Sandro Campani – classe 1974, da Montefiorino – ama i capolavori di David Lynch e ha un legame fortissimo con le cose che abitano il paesaggio in cui viviamo. Molto spesso, l’incanto del suo fare letteratura avviene proprio nella minuziosa descrizione di un luogo, o di creature che come ombre popolano i boschi profumati di resina e rugiada: proprio da lì, dalle entità concrete, i personaggi – e di conseguenza il lettore – vengono proiettati in un altrove, che seduce e spaventa al tempo stesso. Dopo “E’ dolcissimo non appartenerti più” (2005), “Nel paese del Magnano” (2010) e “La terra nera” (2013), domani 31 gennaio 2017 esce pubblicato da Einaudi il suo ultimo libro “Il giro del miele“.

giromieleÈ la storia di Davide, un ragazzo di montagna semplice e tormentato, nel quale il padre falegname non ha voluto riporre abbastanza fiducia. Più che del figlio, il burbero genitore, si fida di Giampiero, suo collaboratore di sempre, al quale lascerà l’attività. In una notte nera e gonfia di tempesta, Davide bussa alla porta di Giampiero. Quell’incontro, che dà il la alla narrazione, era però già stato annunciato da una visione del tutto inaspettata. Facendo idealmente due passi sulle morbide colline dell’Appennino, abbiamo parlato del nuovo libro, divagando di tanto in tanto e amabilmente fra le sue passioni e i ricordi legati alla Modena in cui ha studiato.

Il giro del miele esce il 31 gennaio, il giorno dedicato a San Geminiano. Pensi sia un segno del destino?
No, sinceramente non ci ho mai pensato [ride]. Non ho un legame così profondo con la tradizione modenese cittadina, pur avendo studiato a Modena: una città che ho sempre abitato un po’ da “spiantato”, da persona che non vedeva l’ora di tornare su.

Ci sono però dei luoghi di Modena che sono “tuoi”?
Senz’altro il Venturi, la scuola che ho frequentato. Di Modena mi piace molto l’aspetto decadente, un po’ “squallido”: la stazione delle corriere, il Novi Sad dell’epoca, i viali dietro l’Accademia… Mi piace la sua allure malinconica: la città mi mette comunque un senso di oppressione addosso abbastanza forte. Alla fine mi piacciono i posti a cui sono legato: il Condor, perché ci andavo a ballare, l’Oasis di Sassuolo… a cui è ispirata la discoteca dove lavora il protagonista del libro.

Chi è il protagonista?
Davide è il classico ragazzotto di montagna poco avvezzo a parlare e ai discorsi. Ѐ un timido (le nonne lo chiamerebbero «bravo figliolo»), un po’ impacciato, grande e grosso. Per una serie di vicissitudini si trova a fare il buttafuori in un locale, in una maniera che io ho cercato di gestire in modo molto pulito, rispettando i personaggi. Perché prima di tutto bisogna portare rispetto ai propri personaggi e a quello che si racconta; quindi, volutamente, mai calcando eccessivamente sugli aspetti sensazionalistici. Davide arriva a una degenerazione morale che non riesce a governare e distrugge la storia con Silvia, il suo grande amore. Cerco di avere un punto di vista rispettoso e laterale rispetto agli eventi che racconto.

Sandro Campani
Sandro Campani

In un certo senso rispetti la privacy dei tuoi personaggi…
Sì, ma rispetto anche il lettore proprio perché io, da lettore, forse mi scoccerei nel vedere che qualcuno mi sta tentando di abbindolare con degli effettacci da quattro soldi. Amo scavare nel mio personaggio, cercando di mantenere sfaccettate e piene di spunti le sue azioni. Non mi accontento dello stereotipo, o almeno cerco. Questa vuole essere un’avvertenza per chi leggerà il libro: Davide non diventa un mostro, arriva ‘semplicemente’ a contatto con una parte di sé che non riesce a gestire.

Parliamo del titolo, che mi suona un po’ come uno scherzo del destino. Il miele, così dolce, si pone quindi come contrasto netto con la sua esistenza?
Su questo elemento ci abbiamo “giocato”: è uno dei motivi per cui l’abbiamo scelto. Innanzitutto suo padre, uomo biblicamente burbero, è un falegname e costruisce arnie per gli agricoltori. Quando lascia la falegnameria al proprio aiutante Giampiero (da cui il protagonista, di fatto, è stato cresciuto), Davide pensa di lanciarsi in un’attività sua e sceglie proprio l’apicoltura, anche perché conosceva già il mestiere. Il contrasto tra la dolcezza del nettare delle api – che s’invera anche nel rapporto con la moglie Silvia – e la sua vita, sempre più triste e angosciante, funziona. Poi c’è anche da dire che un titolo così mi suonava bene: ricorda un po’ La casa in collina di Pavese o Il taglio del bosco di Cassola. Sono titoli che contengono parole legate al lavoro, conservando un forte legame con la terra. Mi piace il contatto con le cose…

Il «giro» ricorda anche l’idea della fortuna che gira, o Il giro di vite
Certo, ma potrebbe anche rappresentare il gesto che si compie nel mescolare il miele. Ѐ un titolo evocativo, ma interpretabile, e fatto di parole concrete. Vedi: abbiamo già scovato assieme altre interpretazioni! In qualche modo gli spiriti e i fantasmi in quello che faccio hanno sempre una loro parte, quindi non è un’associazione d’idee del tutto peregrina.

A chi ti ispiri?
Essendo abbastanza fanatico dei film di David Lynch, mi piace moltissimo lavorare sulla descrizione degli oggetti reali in una maniera simile alla sua, o come facevano i pittori fiamminghi, attenti ai minimi dettagli.

FiginoTipo le nature morte, quindi. Mi viene in mente quel famosissimo dipinto di Ambrogio Figino, una delle prime nature morte della storia, in cui l’osservatore focalizzandosi sull’oggetto viene poi catapultato altrove.
Sì, esatto. Ma non caricandolo di una valenza allegorica, attenzione! Non utilizzo oggetti per significare un concetto astratto. Per me descrivere l’oggetto significa entrare così a fondo nel reale, con una concentrazione puntigliosa e precisa, da “stabilire un contatto” con elementi o entità che trascendono l’oggetto stesso.

Un esempio nel Giro del miele?
Nel libro c’è l’incontro tra la sorella di Davide e una lince (anch’io ne ho incontrata una, ma nessuno mi credeva all’inizio…). Lei è in macchina, di notte. L’animale le attraversa la strada come un fulmine. E lei trasfigura questa visione in una chiave quasi mistica: pensa di avere un passeggero in macchina, che non è uno spirito ma solo una presenza. Così, sentendosi “guidata”, inizia a viaggiare ripercorrendo i luoghi che hanno a che fare col padre defunto. Il passaggio della lince si ricollega, nell’ottica di lei, allo spirito del genitore. In realtà nel libro sono più, volutamente, “opaco”…

… perché ognuno possa dare una propria interpretazione.
Esatto. Come quando Lynch inquadra gli angoli o le porte buie. Non m’importa mostrare quello che c’è nel buio, m’importa che chi mi legge provi una certa sensazione. Se sei un autore serio devi sapere che, ogni volta che prendi in prestito dalla natura qualcosa, questo “qualcosa” si porta dietro tutta una storia fatta di simboli e collegamenti.

Cosa rappresenta la lince?
Quando Davide arriva a casa di Giampiero dice di averla vista, quella lince. Anche lui la tratta come messaggero di qualcosa. Quando ho capito che fra i due personaggi era necessario si instaurasse un rapporto più profondo – doveva esserci un fatto di cui i due erano all’oscuro -, sono andato a documentarmi sulle varie simbologie legate alla lince, animale individualista e avvezzo a muoversi da solo, e ho scoperto che rappresenta una sorta di custode dei segreti. Vedi che tutto torna?

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Un’altra cosa: ci sono personaggi che hai davvero conosciuto e che hai poi inserito nel libro? Tipo l’Ida, la moglie di Giampiero…
Ѐ difficile che ispiri un personaggio inventato a una persona che conosco davvero. Di solito procedo così: parto da un’immagine, un luogo, un’idea… l’idea è come un seme, e inizia a fare le radici. Pian piano capisci che su quella cosa vuoi lavorare anche per quattro anni della tua vita e farci un romanzo. Io “pesco” dalla mia vita, o di altri, elementi che posso utilizzare, rielaborati, per metterli dentro a un personaggio che ho inventato.

Un po’ come una tavolozza di colori?
Più che una tavolozza, un serbatoio. Il personaggio in prima battuta è inventato, poi attingo alla mia esperienza reale o a quella di persone realmente esistenti per costruirlo e riempirlo di elementi realistici.

Parliamo della montagna, in un certo senso il tuo “ambiente”.  Qualche anno fa una signora che lavora a Zocca mi disse: «Guarda, dalla montagna o si scappa o ci si resta per sempre». Condividi?
Frase molto vera… chi ci vuole restare per sempre sa che dovrà fare grossi sacrifici. Ѐ complicato avere un lavoro se non ti inventi qualcosa. In particolar modo per un giovane: la condizione d’essere spiantato, te la tieni addosso. Adesso vivo a metà, nella bassa collina, in un piccolo paese ma non troppo distante dalla città, dove ci sono i daini e i lupi… e va bene così.

Montebabbio Castellarano
Veduta di Montebabbio, frazione di Castellarano. Uno scatto in licenza CC di Giorgio Galeotti

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo «luogo ameno»?
Scrivo a casa al computer, in una stanza, quella in cui non dormo e in cui non mangio. Meno male che l’hanno inventato: cancello e riscrivo la stessa frase anche una ventina di volte! Prendo ovviamente valanghe di appunti scritti, ma anche appunti vocali sul telefono, che poi trascrivo. Ma se devo scrivere la pagina, lo faccio direttamente al computer.

Il giro del miele è anche il tuo primo romanzo con Einaudi… Come ci sei arrivato?
Quelli di Einaudi mi seguivano da un po’, e sono molto seri. Quando ho concluso Il giro del miele, l’ho inviato tramite l’agente in casa editrice e hanno deciso di crederci. Ero felicissimo! Visti gli autori con i quali sono cresciuto, l’Einaudi è il massimo della vita. Non c’è autore che adori che non sia nel loro catalogo. Facendo assieme a loro l’editing sul testo e ragionando su tutto quello che sta attorno al testo (il titolo, la copertina, la quarta, ecc.) mi sono trovato molto bene.

Una nota di colore?
Per il personaggio del buttafuori mi sono avvalso della consulenza di «Morris», Giulio Golfarelli, che è stato buttafuori in tanti locali storici della provincia. In un certo giro, a Modena, si sa chi è Morris!

In copertina: Badlands (Canossa, RE). Uno scatto in licenza CC di Giorgio Galeotti. 

 

“Cosmo” di Marino Neri: il viaggio di un ragazzo per salutare le stelle

“Uomo: trenta litri d’acqua, grasso per sette pezzi di sapone, ammoniaca sufficiente per pulire una casa, sale per un pranzo, zucchero per venti tazzine di caffè, fosforo per trentasei scatolette di fiammiferi, tanto ferro da fare un chiodo.”

cosmo-copertinaQuesta riduzione impietosa ai minimi termini dell’umano è una delle riflessioni pungenti e toccanti che percorrono “Cosmo”, graphic novel del modenese Marino Neri, edita da Cononino Press – Fandango. E’ la terza produzione dell’artista, classe 1979, pubblicata quest’anno dopo “Il re dei fiumi” (2008) e “La coda del lupo” (2011)

Il protagonista è un ragazzo di 15 anni, Cosimo, detto Cosmo. Appassionato di astronomia e poco predisposto al contatto umano, Cosmo vive in un centro di riabilitazione. Nel giorno del suo compleanno decide di scappare assieme al suo amico immaginario, il ragazzo ombra, per raggiungere il deserto di Atacama. Cosmo sa bene che è il punto migliore per vedere la Via Lattea e salutare le stelle che, per effetto dell’universo in espansione, si stanno allontanando.

marino-neri-2Del resto tutto si muove, e in “Cosmo” tutto è mosso da qualcosa che ci sembra grande e inafferrabile. Oppure, all’estremo opposto, privo di senso. Le balene per esempio, come racconta il ragazzo, percorrono in una vita tutti i chilometri che ci separano dalla luna. Le farfalle monarca invece hanno una specie di bussola interna che nell’arco di quattro generazioni le porta dal Canada al Messico. E gli uomini? “Gli uomini – dice Cosmo – sono sempre alla ricerca della felicità. Alcune persone la definiscono come la migliore condizione che si può vivere. Io penso però che gli uomini siano animali con molti problemi.” E mentre questi uomini si affannano sulla loro quotidianità, le stelle si allontanano e nessuno ci può fare niente.

Il tratto fluido di Marino Neri accompagna così Cosmo nel suo viaggio iniziatico. Colori pieni e opachi, alternati a larghe macchie scure, ci portano con lui attraverso una campagna piatta che ricorda certe distese emiliane dove il cielo si srotola all’infinito. E nella campagna, si nascondono i personaggi a cui Cosmo si aggrappa come se fossero liane per poi andare oltre. In certi casi, fuggire.

marino-neri-1La trama delle citazioni letterarie, volute o meno, scivola come un sottotesto. C’è un Ismael, come in “Moby Dick”, ma è un vagabondo tatuato più simile al polinesiano Queequeg (e come lui ha un debole per le teste). Ci sono i due bifolchi, Brano ed Ezio, che sembrano usciti dalla penna di Lansdale. C’è una volpe amica, come nel “Piccolo Principe”, e c’è una giovane Ofelia scollegata a sua volta da ciò che è la sua vita.

Il piglio cinematografico dei disegni di Neri ci fa immergere nelle esistenze di queste persone e richiama il dettaglio con pochi tratti. Un armadio un po’ datato, un pupazzo a forma di Stregatto, un poster di Harry Potter, un tappeto peloso, ed eccoci nella camera di Ofelia. Rassicurante quanto minacciosa. Proprio come gli interni incrostati della roulotte dell’uomo cieco, dove l’odore della discarica circostante esce dal foglio e arriva alle narici. Eppure, saranno proprio la generosità e il coraggio dell’uomo cieco (e dei suoi gatti) ad aiutare il ragazzo a proseguire per la sua strada.

Ce la farà Cosmo ad arrivare ad Atacama? Non ve lo diciamo, ma speriamo che a quel punto le stelle non siano già troppo lontane.

2084. Capisco come, ma non capisco perché

Immaginate se in un paese come il nostro, tutto a un tratto, non ci fossero più libri, scrittori, poeti, librerie, biblioteche e case editrici. Nemmeno fumetti e fumetterie. Pensate se all’improvviso sparissero tutte le opere d’arte da tutti i palazzi e i musei in cui sono conservate, e con esse anche i luoghi che le conservano. Nessuna mostra, nessuna galleria d’arte avrebbe più senso e così gli artisti di oggi: sparirebbero anche loro. Pensate alla recitazione, diventata di punto in bianco superflua. Niente più attori, siano essi di cinema o di teatro. E di conseguenza, niente più sale cinematografiche né teatri, ingombranti fossili d’archeologia industriale. Poi la musica: svaniti nel nulla tutti gli strumenti musicali, i più comuni e i più strani, e con loro anche chi li suona. E gli archivi pieni di filze polverose che custodiscono la nostra memoria? Dissolti irreversibilmente, in un batter d’occhio.

Finalmente ci siamo arrivati. È giusto così, d’altronde erano tutte cose superflue. Non si potevano mangiare. Non servivano a curare i mali del corpo. Non restituivano un guadagno immediato. Erano soltanto passatempi per ricchi fannulloni scansafatiche che pretendevano ci si nutrisse con la poesia e ci si guarisse con la pittura, che giocavano a fare gli attori e i musicisti, che si nascondevano dietro l’assurdo pretesto dell’estro creativo e della cultura umanistica. Nient’altro che sedicenti curatori d’anime, moderni ciarlatani.

Tutte le anticaglie del passato, poi, è giusto che restino nel passato; è quello il loro posto. Cosa ce ne saremmo fatti noi adesso, nel presente? Ingombravano le strade, impedivano il progresso. Tutti quei libri ammassati e quei documenti vecchi e stantii producevano solo polvere, occupavano spazio e facevano starnutire. E comunque, la storia che dicevano di rappresentare era troppo lunga, vecchia e noiosa per essere di qualche aiuto nel mondo di oggi, così dinamico e flessibile che il futuro è una sorpresa ogni giorno.

Adesso siamo un paese senza cinema, teatri e musei: passatempi anacronistici e superati, adatti a minoranze strane che se ne faranno una ragione. Siamo un paese senza più scrittori, artisti, attori e musicisti: imparassero una volta per tutte qual è il vero lavoro e andassero a timbrare un cartellino. E anche tutti quegli inutili intermediari, quella selva di umanisti e operatori culturali che hanno intasato le università, imparassero quali sono le cose che contano, quelle davvero difficili, quelle che servono.

Con pazienza e dedizione abbiamo eliminato tutto questo. Ce l’abbiamo fatta, finalmente. Ora è più facile. Anche se ci sentiamo disperatamente soli.

(Immagine in evidenza. photo credit: David Blackwell. via photopin cc)

Dall’Appennino modenese a Portland, andata e ritorno. Con 25 dollari in tasca

Tra Palagano e Portland, in linea d’aria, ci sono 9mila chilometri. In mezzo ci sono gli Appennini, l’Oceano Atlantico e un sacco di altre cose. Il primo, Palagano, è un paesino del modenese di circa 2mila abitanti, si trova nella valle del torrente Dragone, i suoi abitanti si chiamano palaganesi e ha una squadra di calcio che milita in terza categoria.

Portland invece si trova nell’Oregon, nella costa Ovest degli Stati Uniti, ha 575mila abitanti ed è nota, fra i vari motivi, per aver dato i natali a personalità importanti del mondo della cultura e della tecnologia. E’ qui ad esempio che sono nati il giornalista e militante John Reed, il creatore dei Simpsons Matt Groening, il padre di Linux Linus Torvalds e l’inventore del mouse Douglas Engelbart.

Il nome di Palagano sembrerebbe venire dal latino palaga, cioè “pepita d’oro”, anche se non ci sono notizie di ritrovamenti d’oro da quelle parti. Chissà se Sisto lo sapeva quando decise di andare in Oregon, dato che anche qua, alla fine dell’800, arrivarono i cercatori d’oro. Forse no.

Fatto sta che la storia di Sisto inizia e finisce a Palagano, non a Portland.

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Nord-italiani e sud-italiani

Siamo nel 1913. Nessuno può ancora immaginare il mouse e tantomeno i Simpsons. Sisto abita a Palagano, ha 24 anni ed è soprannominato Sisto d’ù Ròss (del rosso) perché suo padre aveva barba e capelli rossi. Decide di partire in America, direzione Oregon, dove vuole raggiungere un suo compaesano per lavorare come boscaiolo. L’America in quel periodo è chiamata la Terra delle Opportunità e anche Sisto, come molti altri suoi coetanei, ne vuole cogliere una per sé.

Dopo la traversata sul piroscafo francese Savoie arriva a Ellis Island, New York, il 2 giugno del 1913. E’ qui che arrivano tutti gli immigrati che vogliono accedere alle opportunità del Nuovo Mondo. Prima di entrare però bisogna passare vari controlli. Ad esempio le donne sole vengono rispedite subito a casa, perché considerate incapaci di sostenersi, così come malati di mente, i ciechi e gli infermi.

Gli ispettori di Ellis Island non si fidano nemmeno di chi ha già un contratto di lavoro in tasca. Dettaglio che a noi oggi può apparire paradossale, ma il fatto è che dietro un contratto già pronto poteva nascondersi una situazione di sfruttamento. Paradossi e contraddizioni che descrivono bene quanto fosse complessa la situazione di chi migrava in America nei primi anni del Novecento.

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Nel registro di arrivo Sisto dichiara di saper leggere e scrivere. In tasca ha 25 dollari. Non sa quanto tempo si fermerà negli Stati Uniti. Alla voce “razza” l’ispettore della Sala dei Registri scrive “nord italiana”. Infatti gli italiani del sud e gli italiani del nord erano considerati appartenenti a due razze diverse, come si poteva leggere dai giornali:

“Gli immigrati che vengono dalle province sotto il 45° parallelo sono malfattori, con pochissime eccezioni. Quelli dalle province a nord di questo parallelo, sono buoni lavoratori ed onesti cittadini”

(dal San Francisco Chronicle del 1904)

Considerando però che le conoscenze geografiche di chi lavorava a Ellis Island non dovevano essere poi così approfondite, è probabile che – per la gioia dei lombrosiani – gli ispettori si basassero anche sull’aspetto fisico. Sembri un terrone? Sei di razza sud italiana. E  benvenuto in America.

La chitarra hawaiana di Sisto

Anche per Sisto, come per molti altri immigrati italiani, Ellis Island è solo l’inizio del viaggio. Il suo vero obiettivo è arrivare dall’altra parte dell’America, in Oregon, stato di boschi, fiumi e castori. Da New York sono quasi 3mila chilometri. Oggi, secondo Google Maps, con la macchina ci vorrebbero almeno 42 ore non stop. Oppure, con i mezzi pubblici, 3 giorni e 8 ore. Ma dato che Sisto ha affrontato questo viaggio nel 1913, e presumibilmente in treno, avrà impiegato come minimo una settimana.

In Oregon lavora come boscaiolo e suona con gli amici. In una foto lo vediamo assieme ad altri italiani e due immigrati hawaiani, seduto con la sua slide guitar, una particolare tecnica chitarristica inventata alle Hawaii e poi portata al successo da molti blues-man americani.

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La slide guitar è una semplice chitarra che si tiene sul grembo, orizzontale, e si suona con una sbarretta di metallo che si fa scorrere sulle corde ottenendo così un suono glissato (che vuol dire appunto “slittare, scivolare”, dal francese “glisser”).

Dopo dieci anni di vita da boscaiolo nell’Oregon Sisto torna a casa, a Palagano, con un piccolo gruzzolo di denaro e la sua slide guitar. Mette a posto la casa di famiglia, apre un’osteria e suona di tanto in tanto con un gruppo di amici. Si sposa con Adele, anche lei con un passato da migrante in Francia e in Nord Africa, e insieme mettono su famiglia. Non parlerà quasi mai dei dieci anni passati in America, dove non tornerà mai più.

L’obiettivo di Sisto era raggiunto: usare una di quelle famose “opportunità” offerte dagli Stati Uniti, e poi tornare a casa. E’ uno dei tanti “birds of passage”, come li chiamavano, ovvero uccelli di passo: quegli immigrati temporanei che si stabilivano in America solo il tempo necessario per raggruppare un piccolo gruzzolo e poi tornare a casa. Circa il 40% degli italiani rientrò dagli Stati Uniti dopo periodi di lavoro più o meno lunghi.

Questo è uno dei tanti motivi per cui erano malvisti dagli americani, che li consideravano sanguisughe, parassiti: cittadini che sì lavoravano, ma non per il benessere dell’intera nazione; bensì per il loro esclusivo interesse: loro e della famiglia. E in più stavano sempre tra loro, non consumavano, erano insomma dei cittadini di serie B.

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Gli italiani rubano il lavoro ai neri

Gli immigrati italiani erano grandi lavoratori. Facevano di tutto, in particolare i lavori più umili. Fabbriche, miniere, campi: poteva capitare che facessero concorrenza agli afroamericani per lavorare nelle piantagioni, come si vede nella foto qua sopra. Sono italiani raccoglitori di arance a Ormond, in Florida. In casi come questi gli italiani venivano sfruttati e utilizzati come manovalanza a bassissimo costo al posto dei lavoranti neri.

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Nella foto a sinistra un giovane contadino italiano lavora sotto il sole in un campo di fagioli del New Jersey. Lo scatto è di Marion Post Wolcott, una fotografa americana che documentò le condizioni di vita e di lavoro degli immigrati nell’America rurale. La foto di destra invece è di Lewis Hine, famoso per aver documentato il lavoro minorile negli Stati Uniti nei primi anni del ‘900. Il bambino ritratto non ha più di 5 anni e raccoglie mirtilli sotto il comando dei padroni, agenti abusivi che procuravano manodopera a basso costo. Ovvero quello che noi oggi chiamiamo caporalato.

Gli italiani di tutte le età erano usati anche nelle miniere, come documenta quest’altro stupendo scatto di Lewis Hine.

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I giovani minatori conducevano i muli nelle gallerie oppure rompevano i pezzi di carbone per selezionarli e separarli dalle impurità. Naturalmente gli incidenti erano frequenti e quasi sempre mortali. Nel 1907 nel disastro di Monongah Mine morirono 171 italiani. Nel 1909 furono 73 le vittime italiane di un altro terribile incidente a Cherry Mine.

Queste e molte altre storie sono raccontate tramite le fotografie tratte dalle collezioni della biblioteca del Congresso, selezionate e raccolte da Paolo Battaglia e Linda Barrett Osborne nel volume “Trovare l’America – Storia illustrata degli Italo Americani nelle collezioni della Library of Congress”, con testi di Mario B. Mignone e Antonio Canovi e la premessa di un italoamericano d’eccezione, Martin Scorsese. Il volume, edito dalla modenese Anniversary Books, racconta la storia degli italoamericani da Cristoforo Colombo in poi ed è stato recentemente presentato negli Stati Uniti a New York e a Washington.

Battaglia è partito proprio dalla storia di Sisto, il 24enne con la slide guitar, nonno di sua moglie, e ha poi allargato la sua ricerca a tutti gli italiani che, in periodi diversi, lasciarono la propria casa per quella famosa Terra delle Opportunità. Italiani che spesso condividevano origini simili ma che avranno tutti destini diversi: gli onesti lavoratori, gli sfruttati e sottopagati, quelli che faranno successo nel mondo del crimine e altri nel mondo del cinema o della musica, ma anche personaggi interessanti e poco conosciuti come Filippo Mazzei, consigliere di Thomas Jefferson, e Costantino Beltrami, il primo esploratore a raggiungere le sorgenti del Mississippi.

Ma sono più spesso le facce delle persone qualunque a raccontare di più, a impressionare il lettore proprio per la loro assoluta normalità. A loro è dedicata “Facce e nomi”, l’ultima sezione del libro, dove fra l’altro si legge:

“Guardate le facce di queste pagine. In esse si può leggere la storia degli italiani in America. Hanno un aspetto italiano? I loro nomi sono italiani?  Non ha importanza.”

Foto e nomi di persone che potrebbero essere tranquillamente dimenticate dalla Storia, quella con la esse maiuscola, e a volte anche dai loro stessi parenti, se non fosse per libri come questo di Anniversary Books e Library of Congress. Un mirabile lavoro di ricerca e documentazione (Battaglia e Linda Barrett Osborne hanno passato molto tempo nella fornitissima biblioteca del Congresso) che rappresenta anche un prezioso spunto di riflessione per un Italia che per la prima volta si trova ad essere non solo un punto di partenza dei flussi migratori ma – come ci viene ricordato tragicamente quasi ogni giorno – anche un punto di approdo.

E se è vero che le parole fanno riflettere e che una fotografia vale mille parole, le oltre 500 foto contenute in “Trovare l’America” dovrebbero far riflettere un bel po’.

 

Libri nati dalla scossa

terremotoScrivere aiuta. Serve a chi scrive per buttare fuori pensieri ed emozioni. E serve a chi legge, per immedesimarsi, sentire cosa sia l’empatia, provare a vedere senza essere lì e annusare l’atmosfera senza averla vissuta. Ma nel caso letterario del terremoto, serve soprattutto a raccogliere fondi e a mostrare la faccia culturale della solidarietà. Il sisma del maggio scorso ha distrutto tanto: vite, sogni, futuro, lavoro. Ha seminato sentimenti nuovi: paura, ansia, senso di impotenza. Bisogna adattarsi, e bisogna ricostruire.
Per tutto questo, e per molto altro, ecco alcuni dei libri nati intorno al terremoto. Sorti dalle macerie, scritti di getto, dettati dalle scosse e raccontati dal disastro. Gli autori? Tantissimi. Giornalisti, fotografi, ma anche maestre, operai, editori e musicisti. Tutti hanno scritto qualcosa: perché in questi libri non è il mestiere che conta ma è la passione. Non di scrivere o di saper scrivere, non di vedere il proprio nome stampato sulla carta: ma la passione per il proprio paese rovinato, la passione per un luogo caro andato in polvere, la passione per un senso di comunità da rifare. Ecco perché questi libri sono tutti belli. E poi, il loro ricavato va tutto a tanti diversi progetti di ricostruzione.

La gatta sul tetto che scossaLa gatta sul tetto che scossa
Una favola illustrata interamente autoprodotta da Maria Elinda Giusti (autrice del testo) e da Emanuela Fiorani che l’ha disegnata. Immagini e testo che si fondono nel racconto dei sentimenti di una bella gattona di nome Calzetta. Perché anche gli animali il terremoto lo hanno sentito eccome. L’offerta minima per questa storia dedicata ai bambini è di 5 euro. Il ricavato sostiene l’associazione Rock No War che a Medolla ha finanziato la costruzione di una nuova scuola materna.

Cosa c'è sottoCosa c’è sotto? Il terremoto a casa mia
È stato uno dei primi libri ad essere pubblicato: già alla fine di agosto 2012 Artestampa era in prima fila per raccogliere fondi e raccontare ai più piccini come si affronta un sisma. La storia e le illustrazioni sono di Antonella Battilani (che raffigura il terremoto come un coccodrillo cattivo e non nasconde le emozioni dei bambini, tra cui il semplice farsi la pipì addosso). Ma il libro si arricchisce anche dei contributi di Milena Bertacchini e Mario Pennacchio. Disponibile anche in formato ebook. Il ricavato va alle scuole Dante Alighieri di Mirandola. Finora sono stati raccolti più di 6mila euro.


I bambini e il terremotoI bambini e il terremoto. Racconto di una passione che non finisce

Questo libro ha tante facce: la prima è quella dei bambini diversamente abili del centro La Lucciola di Stuffione di Ravarino, che trovano in questo luogo magico la propria dimensione di realizzazione personale e di lavoro. La seconda è la distruzione del terremoto che ha segnato il cetro, rendendolo inagibile e fermando una macchina di serenità unica nel suo genere. La terza faccia è quella sorridente di Patrizia Ori, mamma di uno dei piccoli ospiti de La Lucciola, che scrive una storia in cui a parlare è la villa stessa che ospita il centro, che nonostante le scosse non è crollata. Tutto il ricavato (il libro costa 10 euro) verrà devoluto a La Lucciola onlus di Stuffione di Ravarino.