Pennac a Modena: una vertigine di metafore

amicoIn una serata, dall’atmosfera rilassata, lo scrittore francese Daniel Pennac si concede al pubblico modenese che lo conosce da sempre e a chi non l’ha mai visto prima per presentare il nuovo libro “L’amico scrittore”. Si tratta di un libro-intervista, una conversazione amichevole con Fabio Gambaro, giornalista a Parigi, che lo conosce da circa vent’anni e ci rivela subito che Pennac non ha molta memoria, quindi ogni volta per lui è la prima volta… non si ricorda mai delle domande che gli pongono. Approfittando di quest’attacco, lo scrittore ci spiega quanto la sua mancanza di memoria abbia influito sul suo andamento scolastico come già ricordato nel suo “Diario di scuola”. Pennac racconta che l’oblio può essere divertente perché dà luogo ad una serie di gaffes ed episodi esilaranti ma resta pur sempre un deficit. La fantasia è l’unico mezzo di soccorso che gli consente di supplire alla mancanza di memoria. Ciò accade soprattutto nel suo lavoro di scrittura.

Mentre come insegnante non aveva problemi di memoria perché rispondeva alla passione e alla pulsione di trasmettere il sapere ai suoi studenti.

Emozionante è stato il suo appello in sala ai professori affinché, con uno sguardo benevolo, o, con una rassicurazione, facciano il possibile per eliminare la paura dai propri alunni, perché è la paura che blocca e impedisce di apprendere. Pennac parla a questo proposito della sua esperienza di giovane professore nella banlieu. Per vincere i timori di una classe di ragazzi svantaggiati, decide con il docente di matematica di insegnare loro il gioco degli scacchi e di costruire insieme ai ragazzi una grande scacchiera. Quest’esperienza li ha talmente coinvolti da rendere il gioco degli scacchi il veicolo per apprendere anche altre discipline, rendendoli così protagonisti del proprio apprendimento.

pennacIl Pennac scrittore è un vortice creativo, un affabulatore che fa un uso abbondante di metafore riguardanti il mestiere della scrittura. Una concerne il dubbio che attanaglia colui che scrive, inducendolo a riflettere sul significato della propria scrittura, a meditare davanti alla pagina bianca. Proprio allo stesso modo il dubbio attanaglia Mosè mentre guida il proprio popolo nel deserto facendolo dubitare del dono divino di una bacchetta in grado di far sgorgare l’acqua da un’arida roccia solo toccandola. L’altra, invece, paragona lo scrittore ad un cetaceo, una balena che si immerge nel proprio elemento naturale: la lingua, scandagliando negli abissi della grammatica, della fonetica, della prosodia, del ritmo, della musica delle parole, poco nel loro significato; proprio come la balena quando si immerge nell’oceano.

Quando la balena però diventa “autistica”, troppo solitaria , ha bisogno di tuffarsi nella vita; ecco perché Pennac si è accostato al teatro, il teatro è vivo, il testo diventa vivo, l’attore con la sua rappresentazione ogni volta sempre diversa deve impegnarsi, deve essere vivo per catturare l’attenzione dello spettatore. “Curandogli il raffreddore”, facendogli passare la voglia di starnutire con uno spettacolo che parla di vita, più esattamente del corpo umano.

Daniel Pennac sorprende tutti a teatro con “Storia di un corpo“, che narra la storia di un uomo ma non la storia di un ‘anima”. Non è giornale intimo, come la formula francese per dire “diario”. Il suo personaggio racconta, vive e trascrive cosa il corpo fa, come reagisce. L’autore afferma che molto spesso la società ci dà un’immagine consumistica del corpo, invece lui voleva concentrarsi sulla mente e sul corpo, sul loro rapporto, senza toccare temi sociali. Molti ritengono sconveniente parlare del corpo perché è un argomento ripugnante, mentre invece si tratta solo di materia nel senso oggettivo del termine.

Viaggio colorato tra i portici di Modena

Modena non è mai stata una delle tappe principali dei viaggiatori del passato. Quelli dei Grand Tour, per intenderci. Quelli che venivano in Italia per completare la propria formazione intellettuale, artistica, umana o spirituale, a seconda dei casi. L’Emilia-Romagna, in generale, era vissuta in queste occasioni come un luogo di passaggio per raggiungere le varie Venezia, Firenze, Roma, attraversata via terra o via acqua e ritenuta pure noiosa poiché piatta e monotona.

Nell’ottobre 1786, Johann Wolfgang Goethe nel corso del suo viaggio in Italia in direzione sud fa tappa veloce a Ferrara, Cento e Bologna, città, questa, di cui ammira i portici poiché le persone possono passeggiarvi al riparo dal sole o dal maltempo. Non passa da Modena, ma la scorge in lontananza dall’alto della Torre degli Asinelli. A fine aprile 2014, invece, François ed Elsa, due giovani alsaziani che stanno viaggiando verso l’India in bicicletta (adesso sono in Iran) attraversano l’Emilia-Romagna per andare da Pistoia a Venezia. Come Goethe, fanno tappa a Bologna e Ferrara, sottolineando lo scarso interesse del panorama, tralasciando “la Cathedrale de Modène“, ma annotando la gradevole presenza dei portici arancioni che punteggiano le strade del capoluogo emiliano.

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Chi l’avrebbe mai detto che, a un occhio esterno, i portici potessero risultare così esotici? E i modenesi, cosa ne pensano? “I portici sono la testimonianza dello spirito geloso, misterioso, segreto della vecchia Modena popolare e ducale, popolare e patrizia. Portici sensibili come l’antro a spirale di una grossa conchiglia, da cui giunge il rombo continuo di una mareggiata, di un lontano tifone”. Questo è Dario Zanasi in “Modena mio paese”, anno 1968. Antonio Delfini, invece, descrive il portico modenese come una “magica terrazza sull’orizzonte” da cui fare scomparire la città immaginando al suo posto filari di alberi e fieni ammucchiati, acquitrini e neri barconi (da “Il ricordo della basca”, 1938).

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Non sono che due esempi, ma indicano un fatto: i portici di Modena non sono solo un luogo, sono uno stato dell’anima. E tra l’altro, non sono solo arancioni, ma anche verdi, rosa, gialli, rossi e color tortora. Dato che nessuno è profeta in patria viene da chiedersi: ma qualche viaggiatore del passato se n’è accorto? Certo che sì.

Il francese André Maurel, all’inizio del secolo scorso, dedica alle città minori d’Italia un viaggio e un libro, “Petites villes d’Italie”, edito a Parigi nel 1910. Il capitolo su Modena si intitola poeticamente “Dalla mia barca leggera”, poiché Maurel arriva nella nostra città dopo un tratto di strada via fiume. E’ l’alba. E’ solo. E l’unico movimento che lo circonda così tanto da stordirlo è quello dei nostri portici.

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“Questo sogno è decisamente delizioso, non svegliatemi! Da solo, qui? Che ebbrezza! Ma non sono io ad essere ebbro, è la città stessa, o almeno lo è questa via che freme davanti a me. Portici, solo portici, a sinistra, a destra, in fondo, all’angolo, uno dietro l’altro, dappertutto portici che hanno l’aria di giocare ad “abbracciate chi volete”. Vestiti di giallo e di rosso, si contorcono e sollevano le gonne, ma in modo così casto da non poter scorgere nulla sotto. Si incurvano, fanno giravolte, si avvolgono senza che se ne possa indovinare la fine. Più si avanza, più si allungano in volute, in anelli da serpente. Portoni e negozi si nascondono sotto la loro ombra, e ciò che rivelerebbe un po’ di vita in queste vie deserte, resta invisibile. Tutto questo, abbagliante nelle sue tonalità ocra e cremisi, va, viene, riparte, ritorna, offrendo all’occhio nient’altro che curve, flessioni di seta albicocca, fragola o mela di ottima fattura.”

A distanza di più di un secolo, in quelle giornate in cui c’è una certa luce e poca gente in giro, se alziamo la testa dal nostro smartphone o dalla punta delle nostre scarpe, si può rivivere esattamente la stessa sensazione.

Quando Facebook diventa una palestra narrativa

landi1Marco Landi, classe 1982, vive a Formigine, ed è laureato in economia e marketing aziendale. Fa il suo mestiere per pagare le spese che abbiamo tutti, poi prende chitarra e macchina fotografica e si rivela per ciò che è davvero, un artista. Dal suo profilo Facebook tantissimi “amici” diventano testimoni dei suoi concerti e di alcune mostre fotografiche. Negli ultimi 3 anni chi conosce Marco è diventato testimone anche di un dramma: il coma cerebrale della madre Cristina. Facebook è così diventato uno spazio come un altro su cui riversare malessere, angoscia, domande e nuove consapevolezze. Scrivere si è rivelato essere una necessità fisica ed emotiva, ancora più impellente dopo le frequenti visite alla madre.

Oggi ci sono libri che nascono da Facebook. Come vogliamo schierarci? Ricordo che dieci anni fa, forse di più, venivano dati alla stampa i primi libri nati dai blog. Non si sapeva cosa pensarne. A volte vinceva lo scetticismo verso le “fredde innovazioni tecnologiche”. E prendeva il sopravvento una perplessità che forse era solo invidia: “ma insomma… uno che scrive i propri sfoghi personali sul computer non si può dire che sia uno scrittore!”.

landi2Come e quando è avvenuta la metamorfosi dei tuoi racconti da post su facebook a un libro, “Vivace/Grave”, edizioni Terra Marique dove abbini racconti e fotografie?
Come e quando, chiedi… Beh, sicuramente nel momento in cui ho sentito la necessità, sempre più impellente, di chiudere il cerchio. Un social network mi stava “stretto”. Era come un’esigenza imprescindibile di imprimere l’accaduto, e tutto le emozioni che esso ha suscitato, su carta o su qualcosa che fosse, almeno all’apparenza, più “immortale”. Toccare con mano e avere nella facciata a fianco del racconto la foto che volevo abbinare era sicuramente più espressivo e comunicativo.

Non tutti i racconti narrano vicende relative al tuo dramma, alcuni sembrano delirare senza scopo, come per evadere completamente dalla razionalità. Cosa rappresentano questi racconti? Hai detto bene. Un’evasione in parte. Trasmettere consapevolezza degli stati d’animo estremi raggiungibili in situazioni logoranti come quella che ho vissuto. Sì, sottolineo nuovamente quello che dici tu; un delirio alienante.

Ora che puoi osservare con più distacco ciò che è accaduto, puoi tentare di spiegare come hai vissuto il rapporto con i tuoi lettori su Facebook? Beh, Io lo definirei un collaudo; un testare il terreno. Capire reazioni. Ho avuto modo di affrontare i più colorati feedback e fiutare se il mio lavoro sarebbe poFacetuto essere, post pubblicazione, effettivamente “fuori dalla massa” e discorde. Insomma, uno di quei rari libri che, terminata la lettura, rimarrà tatuato nel cuore e nella mente.

Le reazioni dei tuoi “amici” di facebook” sono state quindi determinanti nella decisione di pubblicare il libro? Se non ci fosse stato facebook avresti cercato il rapporto con il pubblico in un altro modo? Assolutamente sì. Il lavoro meritava di essere fatto, e fb o non fb, prima o dopo, la pubblicazione o qualsiasi altra tipologia di rapporto con il pubblico sarebbe stata inevitabile! D’altronde prima dei cellulari o dei social, libri di spessore o altre opere lodevoli avevano trovato il modo di spiccare, no?!

Caccia al libro “cementato” nel muro

chiavetteSe la letteratura si “cementa” nel muro, valla a prendere. Salvala dai mattoni, tirala fuori, usala. Leggila. Raccontala. Fanne buon uso. E poi rimettila lì, affinchè altri possano farne lo stesso uso. O un uso diverso, non importa. Eccola qui, la filosofia della caccia al tesoro “letteraria” che sta per partire nel cuore di Modena. Comincia tutto da un libro. Si chiama Nhb24 il romanzo d’esordio dello scrittore modenese John 5:31. Chi è? Non si sa. E’ un autore che si cela dietro uno pseudonimo impegnativo. John 5:31 è il famoso passo del Vangelo di Giovanni sul valore della testimonianza. E questa persona vuole essere testimone eccome: di un uovo modo di concepire la letteratura, anzitutto. E poi anche di un modo diverso di coinvolgere il lettore. Che, oltre a leggere, deve cercare.

dead dropLa caccia
John 5:31 ha scritto un libro. Ma non lo ha pubblicato su carta. E nemmeno su internet. Per ora lo ha diviso in capitoli, e li ha caricati su tante chiavette usb diverse. Fatto questo, sta letteralmente “cementando”, o comunque racchiudendo quelle stesse chiavette in tanti angoli della città. Punti elettronici di diffusione della cultura, finestre aperte su una tecnologia che produce conoscenza. E come si fa, allora, a leggere Nhb24, romanzo di fantascienza dalla narrazione alternata in prima e terza persona? «E’ semplice – spiega l’autore, che dice di chiamarsi John e di abitare in provincia (come a dire che nulla di più ci è dato sapere) -. Basterà connettersi alla mia pagina Facebook, osservare e decifrare gli indizi che posterò a partire dalla prossima settimana. Questi indizi indicheranno la posizione esatta della chiavetta usb con i capitoli successivi del romanzo. Una volta trovata la chiavetta, è sufficiente connettersi con il proprio pc, scaricare i file e leggerli. Credo che oggi il pubblico chieda di essere coinvolto: io cerco di farlo con questa moderna riedizione dei libri game». E che cosa c’è di più bello, allora, che muoversi negli angoli della propria città alla ricerca di un libro nascosto in una chiavetta? Provare per credere, perché John ha avuto una bella idea. Se funziona, forse prima o poi potremo leggere Nhb24 (la curiosa storia di Trevor e dei suoi poteri di visione temporale) anche su carta.