I rom sono lo 0,25% della popolazione, ma perché sembrano molti di più?

Qualche giorno fa il leghista Matteo Salvini ha pubblicato su Facebook uno spezzone video ripreso da un programma di Canale 5 dove due presunte ragazzine rom raccontano di rubare mille euro al giorno. La notizia però non è questa, ma quante persone hanno visto questo video su Facebook. Il post infatti al momento ha:

  • 9 milioni di visualizzazioni
  • 100mila mi piace
  • 260mila condivisioni

Numero enormi, da post virale. Oltre al consueto delirio che si è scatenato nei commenti – inviti a bruciare vive le ragazze, foto di Hitler e Mussolini, proposte di arrostire tutti i rom già da bambini – quello che colpisce è l’enorme sproporzione tra questi numeri e quelli reali della popolazione rom e sinti in Italia.

Secondo un rapporto recente i rom e sinti in Italia sono tra i 120 e i 180mila, pari allo 0,25% della popolazione. Se poi consideriamo solo quelli che vivono nei campi, minoranza della minoranza, arriviamo a circa 40mila persone, ovvero lo 0,06% della popolazione italiana, cioè più o meno quanti gli abitanti di Sassuolo. Si tratta ovviamente di stime, dato che è difficile ottenere dati certi sulle comunità rom e sinte.

rom pweQueste stime però dimostrano che l’Italia è tra i paese europei con la più bassa percentuali di rom ma allo stesso tempo anche uno dei più ossessionati e spaventati.

Una ricerca sulle minoranze in Europa svolta dal Pew Research Center aveva evidenziato come l’Italia sia il paese dove l’opinione negativa verso i rom è più diffusa. Secondo quella ricerca l’85% degli italiani era contrario ai rom. Tra altre nazioni come Francia, Grecia, Regno Unito, Polonia, Germania e Spagna, l’Italia era l’unica ad avere una maggioranza quasi totale di opinioni contrarie ai rom.

Ecco uno dei motivi per cui la campagna di Salvini si concentra sempre di più sui rom, e in particolare sui rom dei campi, cioè il famoso 0,06%. Perché conviene. Anche perché, secondo un’altra ricerca, il 35% degli italiani pensa che i rom siano molti di più di quanti siano in realtà.

L’8% pensa che in Italia ci siano oltre 2 milioni di rom, una stima di circa 10 volte superiore alla realtà. Questo significa che l’immaginario collettivo italiano in relazione ai rom è totalmente drogato da false notizie e false convinzioni.

Ovviamente Salvini non è il solo a cavalcare l’onda diffamatoria e razzista alimentata quotidianamente da gran parte della stampa e da diversi movimenti politici, che spesso – com’è stato dimostrato più volte – diffondono consapevolmente false notizie per fomentare l’odio verso i rom con lo scopo di portare più voti verso i propri partiti.

Dalla leggenda più antica, quella dei rapimenti dei bambini, si è passati in tempi più recenti a una serie lunghissima di bufale sui presunti privilegi di cui solo i rom possono godere.

Dalla pagina Facebook di Matteo Salvini
Dalla pagina Facebook di Matteo Salvini

Quella del privilegio è la bufala attualmente più efficace, soprattutto se associata al concetto di minoranza. A quanto pare il nostro cervello è particolarmente portato a credere a questo tipo di notizie, dato che il privilegio è per definizione qualcosa di esclusivo, appannaggio di un’élite, e quindi ci sembra di fare un semplicissimo 2 + 2 che per forza di cose deve fare quattro.

Pensateci: i politici sono pochi e hanno dei privilegi: vero. I ricchi sono pochi e hanno privilegi: vero. I rom sono pochi e quindi anche loro hanno privilegi. Non è vero, ma può sembrarlo.

Ecco quindi le case lussuose fornite dal comune, i pass speciali per viaggiare gratis sui mezzi pubblici, la depenalizzazione dei furti sotto i 200 euro solo se commessi da rom e altre false notizie sempre più assurde e sempre più credibili. Il fatto che la criminalità tra i rom sia diffusa – così come in tutte le etnie – ovviamente non aiuta. Se i rom fossero una minoranza di santi o frati trappisti probabilmente non se ne parlerebbe tanto e non sarebbero al centro della comunicazione di Salvini, che avrebbe scelto un altro obiettivo.

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Molti rom delinquono, molti rom restano emarginati ed esclusi dalla società, molti rom hanno un’identità culturale così forte da rifiutare tutto ciò che è esterno alla loro comunità. Tutte queste cose insieme rendono più facile attaccare la comunità intera. La conseguenza è che i rom sono rimasti tra i pochi, forse gli unici, a dover rispondere come popolo delle responsabilità dei singoli individui.

Ogni rom, come popolo, è responsabile di ogni singolo reato commesso da un suo simile. Sarebbe come prendere un napoletano a caso e accusarlo di essere un camorrista. Qualcuno forse lo fa ancora, qualcuno forse lo pensa: ma il punto è che la società stigmatizzerà questo comportamento, così come si stigmatizzano tutti i comportamenti razzisti o xenofobi verso altre etnie o religioni.

Sensibilità, civiltà oppure “buonismo” e “politicamente corretto”, chiamatelo come volete: il punto è che pochi di noi, per quanto convintamente razzisti, hanno il coraggio di prendersela con i negri per strada, più che altro per paura di essere socialmente criticati ed emarginati. Insomma, non sta bene. Abbiamo perfino paura di pronunciarla, la parola “negro”.

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Con i rom invece non c’è nessun problema. Verso i rom resiste una forma di razzismo arcaica, inattaccabile e socialmente accettata. Potete tranquillamente, con nome e cognome e con la vostra faccia, proporre di bruciare vivi dei bambini rom, e saranno in pochi ad alzare il ditino e a dirvi che forse, ecco, non si dovrebbe fare. Il razzismo verso i rom è diffuso e accettato anche nei luoghi più puliti e insospettabili. E di ogni parte politica.

Altro motivo per cui a Salvini interessano tanto e li presenta come pericolo nazionale. I leghisti, avendo messo da parte l’idea della seccessione – esistente ormai solo nei sogni di qualche povero vecchio leghista della prima ora – sono interessati al nord ma anche al centro e al sud, e i rom hanno il privilegio (ancora una volta) di riunire tutta l’Italia nel nome dell’odio.

Gli slogan contro di loro funzionano in Lombardia così come in Emilia-Romagna o in Calabria. Basta ripeterli sempre uguali e cambiare solo la felpa con il nome della regione in cui ci si trova e il gioco è fatto: qualcuno per questo vi considererà perfino “un grande comunicatore”.

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Dal Rapporto 2014 dell’Associazione 21 luglio

In più, proprio il loro essere minoranza, rende i rom perfetti anche per i più cinici e matematici calcoli elettorali. Sono pochi e generalmente non votano. Se ad esempio Salvini se la prendesse con i napoletani, come faceva la Lega di una volta, ci sarebbero più ostacoli nel consenso sui social network, e magari si perderebbe anche qualche voto. Idem per comunità di immigrati più popolose e inserite nella società.

Dei rom invece, per dirla brutalmente, non frega niente a nessuno. Ecco perché cavalcare in maniera così ossessiva e costante l’odio verso una minoranza di 180mila persone in tutto, di cui il 50% ha cittadinanza italiana e il 60% ha meno di 18 anni, a conti fatti, conviene. Ricopri d’odio uno 0,25% ma hai 9 milioni di visualizzazioni, come una popstar, e qualche centinaia di migliaia di voti in più.

Sosta vietata ai nomadi, Albettone, Vicenza
Sosta vietata ai nomadi, Albettone, Vicenza

Come abbiamo già scritto altre volte, il problema dei campi rom però esiste ed è reale: ma va risolto soprattutto per i rom, con i rom. Non finanziando ulteriormente i campi come ha fatto la Lega (Maroni ministro dell’Interno, 2008) in linea con la solita politica dell’emergenza che ha portato a emarginare e ghetizzare sempre di più questa etnia, né con sgomberi forzati o altre misure discriminatorie, dannose e inutili, se non per arricchire qualche mafioso fascista, come Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, che al telefono, non sapendo di essere intercettato, spiegava che “gli utili li abbiamo fatti sugli zingari”.

Ma piuttosto puntando agli sgomberi dei campi in accordo con le stesse comunità rom – come è recentemente successo nel comune di Alghero – e con progetti di reale inclusione. A parte alcune rarissime eccezioni, anche il 2014 del governo Renzi – secondo quanto riportato dall’Associazione 21 luglio – è stato all’insegna di un “approccio emergenziale” che non ha “significato un sostanziale mutamento delle condizioni di vita delle comunità rom e sinti”. Insomma niente di nuovo, a parte qualche mi piace in più per Salvini.

Matteo Salvini a Mosca
Matteo Salvini a Mosca

Ma sminuire il discorso politico di Salvini, minimizzarlo come un puro fatto di comunicazione per accaparrarsi qualche voto in più, considerare i vari inni a Hitler e Mussolini o le proposte di roghi e camere a gas come qualcosa di folkloristico, vuol dire sottovalutare ingenuamente il rischio rappresentato dal razzismo verso i rom.

Come si legge nel già citato rapporto dell’Associazione 21 luglio:

“La pericolosità di questo clima di ostilità latente è insita nel fatto che esso rende maggiormente accettabili se non addirittura condivisibili da parte dell’opinione pubblica posizioni estreme e apertamente razziste, e risulta quindi un terreno fertile per un’eventuale ulteriore escalation di odio nei confronti di queste comunità.

In un ambiente dove l’opinione pubblica viene ripetutamente “bombardata” da più fronti con una retorica stigmatizzante che amplifica e replica stereotipi e pregiudizi negativi, esiste il rischio concreto che la graduale sedimentazione dell’ostilità possa improvvisamente sfociare in episodi di violenza, che del razzismo sono la naturale manifestazione.

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Per questi motivi l’onda d’odio che Salvini si diverte tanto a cavalcare può facilmente trasformarsi in uno tsunami che sarà impossibile controllare. Già Facebook, attento censore su altri temi, si è dimostrato molto tollerante sui messaggi che incitano all’odio, come sa chiunque abbia segnalato dei contenuti al social network, ricevendo come risposta che rispettavano gli standard della comunità.

E di fatto, così è: siamo in una comunità dove, in nome della libertà d’espressione scambiata per un faccio e dico quello che voglio, è accettato proporre pubblicamente di bruciare vive delle persone. Salvini non lo fa direttamente – anzi, lo ricordiamo già molto spaventato per il parabrezza rotto e più recentemente di fronte a un maiale, insomma: non ci sembra un uomo d’azione – ma lascia fare il lavoro sporco a chi lo segue, come i generali della prima guerra mondiale che mandavano avanti i soldati semplici.

Allo stesso modo Salvini lancia l’amo su Facebook e nei commenti c’è chi propone roghi e forni a gas. Se poi Facebook, per eccesso di segnalazioni, decide miracolosamente di sospendere per un po’ il profilo, Salvini dice che è perché ha usato la parola “zingari”, non invece perché nei commenti c’era tutto il peggio dell’immaginario nazista dei suoi sostenitori. Campione olimpico di rigirare la frittata a suo favore, sfrutta l’ingenuità dei suoi stessi sostenitori per aumentare i mi piace e di conseguenza i voti, aizzando la folla contro quello 0,25% di rom.

E così come il criminale Salvatore Buzzi dichiarava di “fare utili sugli zingari”, allo stesso modo Salvini guadagna clic e voti sulla loro pelle. Ma il conto, in entrambi casi, lo paghiamo noi.

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Immagine di copertina, photo credit: Ciganos via photopin (license).

I leghisti alla guerra

Dev’esserci qualcosa di sbagliato nel cervello di quelli che trovano gloriosa o eccitante la guerra. Non è nulla di glorioso, nulla di eccitante, è solo una sporca tragedia sulla quale non puoi che piangere.

Lo scriveva Oriana Fallaci nel 1968 in un articolo per L’Europeo.

Il recente attentato alla redazione del settimanale francese Charlie Hebdo ha sovreccitato molte menti e molti cuori anche nella nostra nebbiosa e tranquilla Emilia. In molti hanno reagito ai fatti di Parigi con una vera e propria chiamata alle armi.

A meno di 48 ore dall’attentato il segretario della Lega Nord Emilia Fabio Rainieri auspicava su Facebook una “ricognizione di tutti i luoghi di culto e aggregazione islamici in Emilia Romagna”, accompagnando la dichiarazione con una foto degli elicotteri delle forze speciali francesi in assetto da guerra.

“Quello che abbiamo visto oggi a Parigi è il vero volto dell’Islam” scrive Fabio Rainieri. “E’ il momento di alzare la testa” aggiunge, probabilmente in attesa del rombare degli elicotteri.

Per capire il livello di sovreccitazione dei leghisti basti considerare che il precedente post del segretario della Lega Nord Emilia, scritto prima dell’attentato parigino, aveva come argomento principale il ponte di Gramignazzo.

Ma dopo l’attentato è cambiato tutto: il ponte di Gramignazzo, pur sempre di importanza strategica nelle mappe leghiste, è passato in secondo piano, ed è ritornata prioritaria la “difesa dei confini” contro l’invasione in atto.

Dopotutto anche il suo superiore Matteo Salvini a caldo, il 9 gennaio, scriveva su Facebook: “Qualcuno, nel nome di Allah, ci ha dichiarato guerra. Ci sono ancora dei dubbi?” eccitando le sue truppe che sparavano raffiche di commenti e mi piace e proponevano strategie di difesa quando a Parigi ancora si piangevano i morti e si cercava di capire cosa fosse successo.

Ma in guerra, si sa, non c’è tempo da perdere, non c’è tempo per ragionare. Bisogna intervenire subito.

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“L’Islam è pericoloso: nel nome dell’Islam ci sono milioni di persone in giro per il mondo e anche sui pianerottoli di casa nostra pronti a sgozzare e a uccidere”. In molti – me compreso – dopo aver letto questa dichiarazione scioccante, si sono diretti in punta di piedi allo spioncino della porta per controllare la situazione del pianerottolo. Per il momento nessuno sgozzatore.

Ma la pagina Facebook di Salvini dopo l’attentato di Parigi è diventato un bollettino di guerra. Non che prima fosse un’oasi di sobrietà, pacatezza e riflessione, ma dal 9 gennaio sembra che il segretario della Lega scriva i post indossando una divisa, pronto in ogni momento a partire (anche se lo ricordiamo particolarmente scosso da un semplice parabrezza rotto, qualche mese fa). E mentre altrove si discuteva sulla complessità della situazione, sul concetto di laicismo, sui limiti della satira e della libertà d’espressione, sul rispetto delle religioni, il segretario della Lega era già sceso in strada per diffondere volantini con le vignette rappresentanti Maometto di Charlie Hebdo, e aggiungendo che “Non è più tempo di rispondere alla violenza con il buonismo, l’accoglienza e la tolleranza”.

Insomma: À La Guerre!

Nel frattempo Borghezio attaccava le vignette di Charlie Hebdo sui negozi di kebab, da sempre nemici storici della Lega:

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E Bruno Vespa imbracciava un finto kalashnikov in diretta su Rai 1, portando l’eccitazione della guerra nel salotto degli italiani:

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Come si legge nel saggio sulla psicologia della violenza “Il nemico ha la coda”:

“La guerra, per le sue qualità di forte eccitazione e di azione visiva immediata, risulta più telegenica della pace”

Ma, come in ogni guerra, anche in questa ci sono piccole e grandi battaglie. In attesa degli elicotteri il soldato semplice Fabio Rainieri stava combattendo la sua. Rainieri infatti è lo stesso che è stato recentemente condannato a un risarcimento di 150mila euro nei confronti dell’eurodeputata Cecile Kyenge per aver pubblicato su Facebook nel 2013 un fotomontaggio sull’ex ministro dell’Integrazione rappresentandola come una scimmia.

Secondo la giustizia italiana si tratta di diffamazione con l’aggravante dell’incitamento all’odio razziale, ma per i leghisti si trattava di satira e la condanna dunque rappresenta una minaccia alla libertà d’espressione. E infatti, poche ore dopo, nella pagina del segretario della Lega Nord Emilia appariva l’immagine simbolo “Je suis Charlie”, e subito dopo questo toccante manifesto:

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Ottenendo ovviamente il sostegno del leader Matteo Salvini, anche se, diciamo la verità, la battaglia per la libertà d’espressione del povero Fabio Rainieri rischia di passare in seconda piano, dato che è in atto un’invasione. Ancora Salvini: “Questa non è immigrazione, è un’invasione di territorio”. E ancora raffiche di mi piace, di commenti, di sovreccitazione collettiva, di voglia di mettere mano alla pistola.

Ma proviamo a prendere seriamente la dichiarazione di Salvini. In Italia è in atto un’invasione?

In realtà i dati più affidabili e recenti, quelli dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati, fotografano una situazione un po’ diversa. Il nostro paese è al sesto posto per numero di richiedenti asilo. Ai primi posti ci sono Germania, Usa e Francia

I rifugiati arrivano soprattutto in Pakistan, Libano, Turchia (quasi tutti siriani). Le richieste d’asilo sono quasi tutte verso Germania, Francia, Stati Uniti, Svezia, Turchia. In Italia nella prima metà del 2014 sono state registrate 24mila richieste d’asilo. E come abbiamo già visto, nella maggior parte dei casi si tratta di persone che vanno poi altrove, dato che l’Italia è spesso considerato un semplice paese di transito.

L’urlo assordante del silenzio

Il sistema della politica è così sorprendentemente autoreferenziale che è diventato impenetrabile. I partiti e le amministrazioni, con le loro liturgie e i loro appuntamenti più o meno consolidati nel tempo, non riescono più a dialogare con l’esterno. Contestualmente la società organizzata e i cittadini, non trovano più il modo, il motivo o anche solo il desiderio di entrare in contatto con una politica di cui sfugge il senso del suo traccheggiare.
Ecco perché è assordante il silenzio dei corridoi delle scuole in cui sono stati allestiti i seggi per queste “storiche” elezioni regionali in Emilia-Romagna. Due mondi non solo non si parlano più, ma se anche si sforzassero di farlo, non riuscirebbero a sentirsi.

Domenica sono andati a votare meno di un milione e mezzo di emiliano-romagnoli (il 37,7% dei 3,4 milioni aventi diritto), la metà di quelli che erano andati alle urne cinque anni prima (l’affluenza era allora del 68%). In passato era fisiologico aspettarsi fino al 20/25% di astensioni, ma con questi numeri non si può più dare la colpa alla “disattenzione” delle persone. Nemmeno si può elaborare la scusa (come è stato più volte fatto durante la campagna elettorale) del mancato traino nazionale (si è votato solo in due regioni, e quindi?) o della scarsa attenzione dei media e dei talk show (se per questo non si sono nemmeno visti manifesti per strada, salvo la settimana prima del voto?).

Questa è l’urgenza per i partiti e per i politici; il tema va affrontato rapidamente senza aspettare le analisi del voto, le riflessioni, le proiezioni, gli stratagemmi o i capri espiatori. O si crede nella partecipazione reale e s’inventa un nuovo modo di fare politica, o tanto vale giocare nello stadio a porte chiuse, consapevoli che prima o poi i cittadini-spettatori smetteranno di seguire “l’evento” anche in differita.

Insomma, l’urlo dell’astensione deve interessare tutti quanti i giocatori in campo: eletti, non eletti, presidenti, consiglieri, segretari dei partiti e dei circoli.

Al Pd – nonostante l’elezioni del suo candidato, che ora dovrà inventare un modo tutto nuovo per “governare” la Regione dopo tre mandati di Errani e guadagnarsi sul campo quella legittimità politica che è mancata col voto – è stato inferto uno dei colpi più duri. Il modenese Bonaccini è stato eletto da 615.723 persone, complessivamente il 17,7% degli aventi diritto (Errani nel 2010 grazie ai voti della coalizione era stato eletto con circa 1,2 milioni di preferenze). In questa tornata, quindi, la coalizione di centrosinistra ha perso oltre 582 mila voti, il Pd da solo ne ha persi 322.626. Chi si è voluto “punire” con la diserzione delle urne? Il vecchio sistema (rappresentato dagli apparati) o il futuro del partito tratteggiato in questo momento da Matteo Renzi?

La Lega si trova davanti a una nuova crescita di consensi. Già nel 2010 puntava a fare della regione la quarta gamba del Nord e, forte dei risultati (aveva superato il 10% in 308 dei 348 comuni della Regione), s’immaginava di completare la saldatura con le altre tre locomotive d’Italia (Veneto, Lombardia e Piemonte). Un entusiasmo che si è assopito dopo gli scandali nazionali che hanno portato al ritiro di Bossi, e alla perdita in Emilia di diversi “pezzi forti”. Alan Fabbri – che con circa il 30% delle preferenze (circa il 20% le preferenze del movimento) ha mandato in un angolo gli altri partiti del centrodestra approfittando dello sfarinamento berlusconiano di Forza Italia – può giocarsi un ruolo da protagonista se sarà in grado di crescere politicamente a livello personale, indipendentemente dal traino che gli ha fornito Matteo Salvini in campagna elettorale cavalcando alcuni “classici” del repertorio leghista, immigrazione in primis. A sentire le prime parole del giovane sindaco, ci pare un’impresa tutt’altro che scontata.

Grillo, infine, ci ha insegnato una volta per tutte a puntare al ribasso. Non ha messo piede in terra emiliana durante la campagna elettorale, salvo una comparsata qualche ora prima del voto in una sala con la candidata modenese Giulia Gibertoni e un gruppo di militanti. “Qui faremo un bel risultato, ma il bel risultato per me è mettere dentro 4 o 5 consiglieri, non è prendere la presidenza. Non siamo a caccia di una poltrona a tutti i costi”. I cinque consiglieri siederanno in Assemblea legislativa, ma con il 13,3% dei consensi cominciano una evidente parabola discendente, a conferma del fatto che l’astensione punisce anche chi ha interpretato da sempre il dissenso dell’antipolitica.

Non si salva nessuno? No. E non perché lo dicono i commentatori in tv o i politologi negli editoriali. Ma perché nessuno ha dimostrato di comprendere che se non si cresce si muore, se non si cambia si è destinati gradualmente o lestamente all’oblio.

Quel Peppone in camicia verde

manfredini“Sono ricoverato in quanto a seguito delle cure sto subendo un blocco intestinale, scatenatevi mandatemi volgarmente a cagher, grazie”. Un letto di ospedale, le lenzuola arrotolate sotto i piedi, un paio di fantasmini bianchi recanti l’immancabile sole delle Alpi. Questo l’ultimo post pubblicato su Facebook lo scorso 22 settembre da parte di Mauro Manfredini, personalità di spicco della Lega Nord modenese – ma in fondo dell’intera città che a suo modo ha sempre rappresentato nel suo essere così tipicamente mudnès – mancato ieri in seguito a una grave malattia che lo aveva colpito da poco più di un anno. Un post che riassume in una manciata di parole il carattere, il lato ironico, umano e politico del “Manfre”, soprannome con cui era conosciuto praticamente ovunque in città e non solo, visti gli ultimi nove anni da consigliere regionale. Una personalità fatta, nel bene e nel male, di ruvida passione, di profonda geminianità.

Nel 2014 è fin troppo facile, non fa neanche notizia, descrivere un politico indicandolo come “diretto” o capace di tenere “un contatto con laggente”, espressione il cui abuso ha portato alla fusione l’articolo e il sostantivo con il raddoppio della consonante. L’esperienza da commerciante nel settore dell’abbigliamento – vendeva biancheria intima al mercato gli ha permesso con il tempo di sviluppare delle doti di empatia più uniche che rare che gli permettevano di entrare in sintonia con l’interlocutore, di instaurare un livello di confidenza e immediatezza capace di travalicare attriti ed eventuali divergenze politiche. Chi lo conosceva ha perso una persona sincera, da cui ricevere una disponibilità totale e un confronto sempre aperto.

Mauro Manfredini con Paolo Tomassone ai tempi di "Occupiamo l'Emilia"
Mauro Manfredini con Paolo Tomassone ai tempi di “Occupiamo l’Emilia”

Chi non lo conosceva può tentare di comprenderne il carattere leggendo il tredicesimo capitolo di “Avanti Po”, opera di Paolo Stefanini risalente al 2010: in poco più di una dozzina di pagine, l’autore lascia a Manfredini l’opportunità di raccontarsi, di mostrarsi nella sua nuda quotidianità di leghista e di modenese con pregi e difetti, culminando sul finale con una viva commozione per il malore che poco tempo prima aveva colpito Umberto Bossi, figura per cui il capogruppo in consiglio regionale aveva sempre nutrito una laica devozione.

Manfredini, ex comunista di quelli che negli anni ’70 andavano casa per casa a distribuire L’Unità, era già stato “sdoganato” a livello nazionale da Adalberto Signore e Alessandro Trocino in “Razza Padana” saggio del 2008 sull’avanzata della Lega, anche in quell’Emilia rossa che divenne poi oggetto del documentario delle Officine Tolau, “Occupiamo l’Emilia“, in cui il Manfre ebbe ruolo di protagonista in una lunga intervista concessa passeggiando per il centro della “sua” Modena.  Sul Corriere della Sera aveva fatto il suo debutto addirittura nel 1997 nel “Racconto dell’epopea dei Comunisti Padani“, lista di sinistra che corse alle elezioni del parlamento padano con l’allora imberbe Matteo Salvini. Nessuna di queste produzioni, però, riesce a raccontare Mauro Manfredini con la stessa finezza delle poche pagine di “Avanti Po!”, in quel modo che permette al lettore quasi di percepire l’odore dei sigari a cui il capogruppo del Carroccio era affezionatissimo.

Ancora durante le riprese di "Occupiamo l'Emilia".
Ancora durante le riprese di “Occupiamo l’Emilia”.

L’ultima grande occasione pubblica a cui Manfredini prese parte in città risale allo scorso 23 febbraio, in cui il centro storico venne percorso da un corteo leghista in risposta al pacco bomba rinvenuto davanti la sede del Carroccio in viale Caduti in Guerra. Affranto dalla malattia, ma con lo sguardo ancora fiero, ha manifestato assieme ai suoi compagni, è salito sul palco per il comizio senza temere i fischi e le contestazioni, anche ingenerose, da parte del suo stesso pubblico che, senza il suo impegno, forse non sarebbe neanche esistito: pochi giorni prima, la Procura di Bologna aveva chiesto il processo per le spese rendicontate in Regione. Nella giornata di ieri, amara ironia della sorte, il nome di Manfredini figurava tra i sette capigruppo dell’Assemblea legislativa regionale condannati dalla Corte dei Conti a risarcire viale Aldo Moro per il cosiddetto scandalo delle “interviste a pagamento” (il legale ha già annunciato ricorso).

Una vecchia Oldsmobile
Una vecchia Oldsmobile

A quel corteo, Manfredini era in tutto per tutto assimilabile a una magnifica Oldsmobile d’epoca, ovviamente di colore verde, rappresentante di un’era definitivamente tramontata, con qualche ammaccatura dettata dall’età e dagli errori commessi in più di 20 anni di politica attiva: nonostante il potere acquisito in seno al partito, non si curò mai di allevare eredi all’altezza. Il risultato? Una ribellione da parte di giovani (e meno giovani) ambiziosi che lo scorso maggio hanno portato il partito fuori dal civico consesso con percentuali distanti anni luce dai numeri a doppia cifra delle precedenti amministrative.

“Insieme a Mauro Manfredini, muore anche la Lega Nord non soltanto a Modena, ma in tutta la provincia” dice Andrea Taschini, ex segretario carpigiano della Lega interpellato dalla Gazzetta di Modena. Spetterà alle imminenti elezioni regionali scrivere o meno la parola “fine” sul sogno leghista in Emilia. A Modena, ora, c’è altro a cui pensare. Nel commentare questo lutto, l’ex capogruppo Pdl in provincia Dante Mazzi è stato forse quello più capace di tutti a descrivere Manfredini nel commentare la sua ultima foto: “Mauro era questo: un padano schietto e gioviale anche nel dolore”.

Angaangaq, Billy Jean, Freddy Mercury e va tutto bene madamalamarchesa!

Sono appena tornata da un viaggio con le mie due figliole. Dopo il rito delle elezioni politiche, sentendomi sicura di aver fatto il mio dovere di cittadina e di aver contribuito a dare un governo stabile al Paese, sono partita per il deserto del Sahara, così tanto per abituarmi a come sarà il centro di Modena dopo la ristrutturazione di Piazza Roma. Nel Sahara però non ci sono ancora le strisce blu, ma su questo torneremo.
5951683083_7f15fe4bba_bPrima di partire ho portato la mia figlia più piccola, ancora da maritare, all’evento culturale modenese dell’anno: l’incontro al Forum Monzani con gli specialisti di cure alternative, rigenerazione spirituale ed energia mentale. La mia bambina cercava un filtro d’amore per fare innamorare un tale modenese che dicono guadagni 820.000 euro all’anno per dire che tutto va bene (madamalamarchesa). Abbiamo parlato con lo sciamano esquimese Angaangaq che ci ha risposto serafico: «se la avessimo noi quella pozione, con sti paio di igloo che resteremmo al freddo in Groenlandia a fare dei buchi nel ghiaccio…».
Purtroppo tra ossi di caribù, trecce di avena nordica e caraffe magiche, non abbiamo visto lo stand del Comune dove speravamo d’incontrare l’Assessore al Bilancio, occupato con fondi di caffé e zampe di gallina, a far quadrare i conti. Sembra che non gli abbiano accordato il pass in quanto le metodologie utilizzate per redigere l’importante documento, non sono state ancora certificate dai druidi della finanza internazionale… Vedremo se il prossimo anno gli organizzatori chiederanno al responsabile del culto degli antenati aborigeni di mettersi in contatto con il sindaco, per capire cosa bolle nel pentolone.

In ogni caso, di ritorno dal Sahara ho trovato la situazione politica nazionale proprio come me la aspettavo, cioè all'”italiana”. Quel milioncino e più di radical chic, un po’ di destra, molti di sinistra, ma con anche tanti piccoli imprenditori illuminati, che hanno votato all’ultimo momento il Grillo, volendo far parte del 20% degli indignati-super-fighi (cioè, nella vulgata attuale, la parte intelligente e onesta del Paese…!!!!), hanno invece fatto sì che il Movimentone sia asceso al 30% circa, rendendo di fatto ingovernabile il Paese. Bravi! Ottima scelta! Da veri italianissimi che poi adesso si lamentano che manca un punto diPil!
5858858941_9579957aa8_bDa quel momento la situazione si è dipanata come segue: 1) Monti è così contento del suo partito che ha dichiarato di non volerne più essere il leader, perché non ne può più; 2) Bossi e il suo cerchio magico (vedi il Forum Monzani) hanno tirato calci ai Maroni degli altri leghisti e ora pensano di formare un altro partito (già vediamo il titolo: “il partito di Maroni si spacca: si va verso la soluzione di due testicoli indipendenti!); 3) nel Pd ci sono ormai più leader che iscritti e ognuno vuol fare fuori gli altri; 4) i grillini, tra una gita sui colli e l’altra (“s’annamo a divertì, nannì, nannì!”) fanno le quirinarie e i nomi che ne escono sono quanto di più vecchio, omologato, convenzionale e banale possa esistere (mancano solo il “Che”, Freddy Mercury e la Marylin, poi siamo al completo!). L’unico che fila dritto, non avendo problemi di partito (che non c’è) e di democrazia interna, è il solito Cav. che, tra un processo e l’altro, continua a rapprersentare al meglio ciò che l’italia davvero è: Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!
In pratica il risultato sarà il seguente. Nuove elezioni a Giugno dove gli italiani si ricompatteranno su due grandi coalizioni, esattamente la situazione disastrosa per cui era stato necessario chiamare il tedesco Monti al capezzale. Abbiamo fatto il giro dell’oca e ora torniamo al punto di partenza!!! Questa volta però ci manderanno direttamente l’esercito teutonico a risolvere il problema.

Nel Paesello invece non succede proprio nulla, sempre le solite tre cose. Le piscine Dogali vengono date in gestione sempre agli stessi e gli altri si arrabbiano, però poi dicono che se anche vincono non le gestiscono loro (non svegliare il can che dorme!); c’è chi dice che i reati sono diminuiti, ma stranamente sono aumentate drammaticamente le rapine e i furti (va tutto bene… madamalamarchesa!); il Comune per far finta di essere ancora comunista (adesso si dice liberalsocialdemocratico) si inventa una Fondazione dove mettere dentro gli educatori dei nidi, ma solo per pagarli meno; la società che gestisce i parcheggi toglie un po’ di strisce bianche e le sostituisce con le blu, ma sempre più strette! Adesso per parcheggiare bisogna fare un corso all’autodromo di Maranello. Stranamente a questa stessa società va anche il 10% delle multe.

MJ1In conclusione solo due piccoli consigli. 1) Invece che fare le strisce blu e bianche con i parchimetri, fate delle strisce arcobaleno! Uno parcheggia poi quando torna scopre quale era il colore. Se era bianco, non paga; se era blu, paga anche una bella multa. Al sistema potreste collegare una specie di Lotteria Modena, e il 6 di gennaio fare una estrazione. Chi vince fa una settimana di vancanza da Longagnani a istruirsi. 2) Poiché si va verso la pedonalizzazione del centro strorico, perché non approffittarne? Io direi di pavimentare tutto il centro con dei rettangoli che si illuminano e si spengono a caso, come nel video “Billy Jean” di Michael Jackson (vi ricordate?). I pedoni camminano, poi a un certo punto scatta una sirena e tutti si devono fermare (tipo Uno, due, tre stella!): se siete su un cubo illuminato pagate una multina (1 euro) se invece siete su un cubo spento, potete proseguire.