“Sole cuore amore”, dignità e libertà dentro un cappotto rosso

La locandina è semplice, essenziale. Una donna di spalle, avvolta in un cappotto rosso, con una coda di cavallo bionda che scende fra le scapole. Attorno a lei, lo spazio vuoto di una banchina della metropolitana. È questa l’immagine simbolo di “Sole cuore amore”, il nuovo film di Daniele Vicari, regista, fra gli altri, di “Diaz”. Ne è il simbolo anche perché, come si dice oggi, nelle scorse settimane quel cappotto rosso è diventato virale.

Rilanciato dalle recensioni e finito addirittura nella rubrica di Concita di Gregorio, il cappotto – e il resto dei costumi del film – è frutto del lavoro di Francesca e Roberta Vecchi, film costume designers di Modena, sorelle gemelle che hanno firmato molti film fra cui “Diaz”, “Il passato è una terra straniera”, “Smetto quando voglio”, “Lo spazio bianco”, debuttando come assistenti in “Radiofreccia”.

Sono due donne anche le protagoniste di “Sole cuore amore”, Eli e Vale. La donna dal cappotto rosso è Eli (Isabella Ragonese), la protagnista: madre di quattro figli, barista in nero a due ore da casa, senza diritti e senza ferie, con un marito premuroso ma disoccupato. Quando esce alle 4:30 di mattina per andare al lavoro, la vita di Eli incrocia quella di Vale (Eva Grieco), sua coetanea, che rincasa a tarda notte e che ha scelto di seguire le sue doti artistiche diventando performer in risposta a una vita “borghese” apparentemente già tracciata. Due donne speculari, che vivono in parallelo una personale “lotta di sopravvivenza” nel mondo di oggi. Precario, difficile, frammentato, non più a misura di essere umano. Un mondo di dimenticati che si muovono in una periferia dell’anima, non solo geografica, cercando di non soccombere.

Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film
Roberta e Francesca Vecchi davanti alla locandina del film

Riesco a incontrare Francesca Vecchi nello spazio arioso e accogliente de Il Posto, la loro magica fucina di costumi in Piazza della Pomposa, dove oggi è appeso il cappottino rosso di Eli. Roberta è a Roma, si sono divise per far fronte al turbine delle nuove produzioni: un tv movie di Daniele Vicari sul giornalista Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia, e il nuovo blindatissimo film di Luciano Ligabue.

Il cappotto rosso di “Sole cuore amore” ha centrato nel segno, come è arrivata l’idea?
Durante la preparazione Vicari ci parlava di questa Eli, una donna che reagisce alla bruttura che le sta intorno non solo con il suo modo di essere positivo, ma anche con i colori. E ci parlava della teoria di Goethe per la quale una persona è costretta a reagire di fronte a un colore. Il colore non può lasciare impassibili. Ci dava dei suggerimenti, ci parlava del rosso. Sembra banale, ma la semplicità non è banalità, anzi, spesso è più complicato togliere e arrivare all’esseziale. Come il titolo, che sembra banale ma a pensarci bene è essenziale. Sono le cose che fanno stare bene nella vita: il sole, la luce, i sentimenti, quello che tu riesci a trasmettere e a sentire. Abbiamo pensato di vestire Eli di rosso perché l’elemento fondamentale dell’amore tiene unita la sua famiglia nelle difficoltà. Oltre a questo, il rosso è anche un omaggio a “Diaz”, al sangue, l’abbiamo pensato subito quando Vicari ci parlava e quando abbiamo trovato il cappotto. Questa ricerca, comunque, è una sintesi di tantissime prove costumi e pensieri. E non c’entra Spielberg.

In effetti Spielberg e il suo “Schindler’s List” possono venire in mente: la bambina col cappotto rosso che irrompe nel bianco e nero…
Sì, spicca anche lei, esce dal gregge. Sarebbe stato banalissimo vestire Eli con un semplice piumino. Bisognava trasmettere allo spettatore, in pochissimo tempo, qualcosa di tenero e qualcosa che sopravvive alla bruttura di questo periodo storico e lavorativo. Qualcosa di poetico. E noi abbiamo cercato di trasmetterlo con la tenerezza di questo cappotto.

Presentazione del film a Roma
Presentazione del film a Roma

Dietro ogni costume c’è una ricerca simbolica di questo tipo?
Per come lavoriamo noi, sì. Secondo noi questo fa la differenza, ma devi lottare spesso contro il pressapochismo… non del regista, ma magari di tutta la macchina complessa che sta intorno e ti spinge, a volte, a fregartene. Noi partiamo con un metodo lavorativo serio, onesto, sempre approfondito. In “Smetto quando voglio”, per esempio, il personaggio in carne di Stefano Fresi rimane nell’immaginario grazie alla pelliccia. Ma questo è duro artigianato, un insegnamento delle cose positive che tramanda l’America: un personaggio deve rimanere nell’immaginario, se il film e il regista lo richiedono. Questo lo puoi fare solo lavorando e studiando psicologicamente l’attore e il ruolo scritto.

E il personaggio di Vale? Con lei come avete lavorato a livello di costumi?
Eli e Vale si compensano, i film di Vicari hanno sempre quest’idea del doppio. Se si vanno ad analizzare – lui non lo dice mai! – si lavora sempre sul doppio e quindi Vale è la parte mancante di Eli, e viceversa. Vale è una danzatrice che si è costruita sulla scuola di Pina Bausch. Noi amiamo Pina Bausch, quindi è stata una gioia, la chiusura di un cerchio. L’attrice, Eva Grieco, ha una fisicità meravigliosa: siamo partite dal suo corpo e siamo andate a ritroso arrivando alla sua formazione. Tutto il suo personaggio è stato costruito prendendo spunto dagli abiti cadenti e larghi che usava Pina Bausch e dalla mascolinità che aveva nella vita normale. Abbiamo giocato su questo. Poi Eva è una grande attrice, interpretava i costumi, quindi lavorare con lei è stato molto bello.

“Il Cinematografo” ha definito “Sole cuore amore” un film “necessario e urgente”. Concordi?
Sì, perché le donne, dal punto di vista del lavoro, hanno poca voce. In questo caso Vicari ha preso spunto da una storia vera, purtroppo, quella di una donna morta di stanchezza. Morta perché non ne poteva più. Non so il motivo, me lo sono chiesto… anche avendo le spalle forti, forse per una sorta di dolcezza nascosta in qualche cassetto o per una fragilità data forse dal fatto che puoi mettere al mondo, ci sono delle situazioni in cui le donne soccombono. Lo vediamo anche noi nel mondo del cinema. C’è una gerarchia fortissima e bisogna sempre dimostrare, dimostrare, dimostrare. Alla fine questo ti distrugge. Soprattutto donne come Eli che non accettano i soprusi, anche nei confronti delle più giovani. Lei, nel film, difende l’altra cameriera con cui lavora, il suo diritto allo studio, il diritto di parola, il diritto di libertà di espressione. Ed è la base, se si toglie questo si toglie l’essenza vitale. Dico sempre che noi l’abbiamo imparato da Vicari. Noi non facciamo i costumi. Noi, facendo i costumi, facciamo della nostra vita e della nostra professione espressione politica. E questo ce l’ha insegnato lui. Ci ha insegnato a non abbassare la testa, a saper ascoltare le ragioni dell’altro, ma non soccombere. E difendere le nostre idee.

I lavoratori freelance sono alieni. Anzi, no.

Il lavoratore freelance non fa notizia, fa più notizia il pensionato. Ma intanto con i soldi della Gestione Separata si stanno pagando tutte le pensioni baby per ripianare i debiti INPDAP. Se le persone che hanno smesso di lavorare presto prendono la pensione è perché i lavoratori autonomi versano.”

Sono le parole di Irene Bortolotti, referente per l’Emilia-Romagna di ACTA, l’associazione italiana dei freelance. Si tratta di una forza-lavoro ormai ben presente, lavoratori autonomi non iscritti a ordini professionali che svolgono la loro professione con regolare partita IVA, pagando le tasse e versando i contributi previdenziali alla Gestione Separata dell’INPS. Non imprenditori, né dipendenti, né tanto meno commercianti, artigiani o professionisti ordinisti.

Irene Bortolotti
Irene Bortolotti

“Quelli con cui abbiamo avuto contatti noi – spiega Irene Bortolotti – lavorano soprattutto nel settore digitale, nel web, nell’intelligenza artificiale, nelle traduzioni e nell’interpretariato, ma anche nel settore creativo quindi fotografi, illustratori, disegnatori, o nel campo editoriale.” Ma non è tutto, ci sono anche professioni più “tradizionali” come la guida turistica o il tour leader, e professioni nuove ma non necessariamente digitali, come il mediatore culturale che non ha neanche un codice ATECO chiaro di riferimento.

Un esercito vario, insomma, la cui portata è difficile da stimare con precisione, spesso viziata dal problema delle “false partite iva” e da pregiudizi strutturali più o meno radicati. “Gli approcci al lavoro freelance sono i più disparati. – Racconta Irene Bortolotti– Abbiamo persone di tutte le età. C’è chi ha fatto questa scelta da tempo, chi invece è uscito da un’azienda e si è creato un’alternativa mettendo a frutto la sua professionalità. I giovani sono i meno preparati a questa condizione, pochi vengono da un contesto famigliare con esperienza di lavoro autonomo. Danno per scontato che la sicurezza del lavoro a tempo indeterminato non ci sia più, e alcuni lo accettano volentieri vedendo il lavoro impiegatizio come un ripiegarsi su se stessi.”

Quello che pochi sanno di questa situazione, è che sta prendendo forma lo Statuto dei Lavoratori Autonomi: un secondo Jobs Act a cui è stata riservata ben poca attenzione rispetto al discusso “parente” per i lavoratori dipendenti. Eppure lo Statuto dei Lavoratori Autonomi parla di diritti, in alcuni casi per la prima volta. È stato proposto dal Governo al Senato, dove ha già fatto il primo passaggio nel burrascoso periodo del referendum costituzionale. “Non era neanche scontato che con il cambio del Governo l’iter sarebbe continuato. – Continua Irene Bortolotti -. La legge sarebbe potuta finire in un cassetto come tante altre.”

Fonte immagine: ACTA.
Fonte immagine: ACTA.

Irene, come mai il lavoro autonomo viene spesso considerato solo come condizione precaria giovanile?
Perché abbiamo una classe dirigente politica e amministrativa in parte culturalmente vecchia, con un’idea novecentesca del lavoro. Vede questi nuovi sviluppi e non riesce a capirli, quindi è facile mettere etichette. Ormai le professioni diventano sempre più sfumate, il lavoro è più fluido e diversificato, mentre nel ‘900 era tutto più semplice da incasellare, tutto molto più netto. L’idea di imparare un lavoro entro i primi 25 anni della propria vita e poi continuare a farlo fino alla pensione è un concetto superato. La società sta cambiando velocemente e continuamente. In certi contesti questo è acquisito, ma è difficile da capire per chi sta nelle stanze dei bottoni.

A cosa porta questa difficoltà di comprensione?
Porta a compiere errori in scelte che riguardano grosse quantità di persone. Molti errori a livello istituzionale sono fatti perché non si è capita a fondo la problematica. È più facile parlare di diritti e doveri in termini astratti, ma nel concreto bisogna fare uno sforzo considerevole. A livello di ricerca universitaria in Italia ci sono pochi giuslavoristi, tutti concentrati sul lavoro industriale, non in un contesto fluido. In più, avendo una classe politica che non è preparata su queste cose, si permette a chi vuole fare un lavoro di lobbying di insinuarsi e cercare di far passare determinate norme. Sta succedendo adesso con lo Statuto del Lavoro Autonomo.

Che cosa sta succedendo?
Il testo proposto al Senato dal Governo andava abbastanza bene. È sopravvissuto al passaggio del Senato, adesso è in Commissione Lavoro alla Camera e sono stati proposti molti emendamenti. Alcuni tirano l’acqua al mulino di specifici interessi di associazioni e categorie, volendo vincolare i diritti che i freelance potrebbero ottenere sul fronte della copertura sanitaria all’adesione ad associazioni che rientrano nella L. 4/2013. Sarebbe come dire che un dipendente ha diritto alla malattia o maternità solo se è iscritto a un sindacato. Non è costituzionale, stiamo parlando dei diritti della persona sanciti dalla Costituzione: il diritto al lavoro e il diritto alla salute.

Si può dire che l’aver pensato a uno statuto dei lavoratori autonomi sia comunque l’inizio di una presa di coscienza anche nelle stanze dei bottoni? 
È stato importante, nell’ultimo anno e mezzo si è cominciato a ragionare sui problemi dei lavoratori autonomi. Prima di tutto viene risolto un equivoco, riconoscendo che i freelance sono lavoratori e non imprenditori, i quali hanno alle spalle un certo tipo di struttura, dei dipendenti, dei locali. Poi, il diritto alla maternità e alla copertura sanitaria in caso di malattia grave. In questo momento non è riconosciuta la malattia se non per il periodo di ricovero in ospedale. L’unica battaglia davvero vinta, passata definitivamente con l’ultima Legge di Stabilità, è stata l’aliquota della Gestione Separata al 25%. Tutti parlano degli esodati, ma nessuno si è accorto che la legge Fornero avrebbe portato i contributi dei freelance al 33%.

Fonte immagine: ACTA.
Fonte immagine: ACTA.

C’è anche un altro equivoco, ossia il freelance che viene considerato un evasore: come mai?
Il lavoratore autonomo con cui l’uomo della strada ha a che fare normalmente è l’idraulico, l’elettricista o il medico privato. Chi lavora con il privato ha possibilità di evadere, e alcuni l’hanno fatto per anni, ma gran parte delle partite IVA non ha rapporto con il privato. Uno che fa i siti web non li fa per il pensionato. Uno che fa le traduzioni non le fa per la casalinga. È facile per i sindacati fare slogan e dire che si va avanti con le tasse dei dipendenti, ma i freelance lavorano per aziende o Università, soggetti interessati ad avere la fattura. Se un lavoratore autonomo versa in un certo anno meno tasse, in linea di massima è perché guadagna meno di un dipendente. Per i più giovani che vengono al nostro sportello siamo nell’ordine di 10.000-11.000 euro l’anno, meno di molti dipendenti part-time.

E il problema delle “false partite Iva”, il lavoro dipendente mascherato da lavoro autonomo?
Sicuramente c’è una quota forzata. Lo Stato non è esente da questo: Province, enti, o Università che non possono dare borse di studio o assegni di ricerca ingaggiano così. È molto difficile delimitare questa quota ed è molto facile dire che questi sono solo precari che un giorno vorrebbero qualcos’altro. Nemmeno Istat è capace di fare un distinguo.

Per finire, come possiamo dire dell’Emilia-Romagna su questo tema? 
L’Emilia-Romagna è indietro. Come regione con potere legislativo, per esempio, non si è adeguata alle normative europee sui bandi. Questi dicono chiaramente che anche i freelance possono accedere ai bandi europei, ma in Emilia-Romagna – come in molte regioni – non si può, mentre in Lombardia e in Toscana sì. Ci si aspetterebbe che in una regione come la nostra, considerata un modello per molti aspetti, ci fosse più sensibilità su certi temi. L’Assemblea regionale ha commissionato all’Università di Bologna una ricerca sui lavoratori autonomi, forse se ne stanno rendendo conto e vogliono cominciare a capirci qualcosa.

Il giorno dopo l’intervista, Acta ha pubblicato un punto della situazione aggiornato circa i 300 emendamenti presentati allo Statuto dei Lavoratori Autonomi, sottolineando come in mezzo alle citate proposte corporative vi siano anche “piacevoli sorprese” quali un contrasto al calo dei compensi e ulteriori tutele in caso di forte riduzione del reddito. Forse misure non facilmente attuabili da subito, ma uno spiraglio aperto…: eppur si muove?

«TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia!»

Questa è una storia vera, basata su fatti realmente accaduti. Alcuni divertenti, altri impensabili, altri forse – agli occhi di qualcuno – surreali. Questa è una storia che vuole raccontare un’esperienza come tante nel nebuloso mondo del lavoro in un frenetico biennio del XXI secolo: 2014-2016. La mia storia all’interno di un’azienda leader nel settore del commercio elettronico è iniziata un po’ per caso, mentre frequentavo un master in editoria. Scrittura di articoli giornalistici, comunicazione d’azienda, editing dei testi più disparati, redazione scolastica, correzione bozze erano i fondamentali. Credevo che non sarei uscito più di tanto dal seminato. E invece…
A poche settimane dal termine delle lezioni, sono fioccate alcune proposte da varie realtà in cui fare lo stage. Interessato com’ero a tutto quello che riguardava il modo della storia dell’arte e dell’architettura, in prima battuta avevo optato per una casa editrice specializzata nella realizzazione di eleganti e fashionissimi cataloghi di mostre. Poi inaspettatamente la coordinatrice – che nel frattempo aveva indossato i suoi occhialini fucsia per scrutare meglio il documento delle assegnazioni – mi ha comunicato con una gioia velata di bonaria sfida: «ti mandiamo in un’azienda che si occupa di ecommerce! È la tua».

Sgomento. Dubbio. E anche un po’ di paura. “Ma cosa si fa in un’azienda di e-commerce? Si scriverà? E cosa si scriverà?”. Quasi leggendomi nel pensiero, mi ha subito fatto capire che mi sarei dovuto appigliare a un diverso modo di scrivere, perché in certe nuove aziende, dopotutto, «bisogna essere capaci di utilizzare le tecniche di scrittura anche in modo persuasivo, più cool». Ma tra il dire e lo scrivere, c’è di mezzo il mare magnum del web: un territorio senza confini né troppe regole, in cui bisogna navigare a vista, fra gli scogli impalpabili dell’etere.

L’atterraggio
Sono arrivato trafelato dall’altra parte di Milano, e mi sono fiondato alla reception dove, dietro al bureau, faceva capolino il mezzo busto di una ragazzina così impostata da sembrare la protagonista di un film di Visconti: mi ha chiesto a chi dovessi essere annunciato (l’utilizzo di certe espressioni ti fa sempre sentire quasi un alto prelato in attesa dell’udienza papale). In pochi minuti sono stato letteralmente catapultato alla scrivania, dopo un breve colloquio nell’ufficio della responsabile commerciale. «TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia! Dobbiamo agganciarci a qualunque evento per vendere». «Sai scrivere?» mi ha chiesto poi la tutor. «Sì», le ho risposto. «Ok, impostiamo una landing sui One Direction. Tieni come esempio quella sulle Tartarughe Ninja». Una landing page è, letteralmente, una “pagina di atterraggio”: la schermata su cui l’utente approda cliccando su uno dei milioni di risultati di ricerca che offre qualsiasi browser. Deve essere bella e invogliare, leggermente marchettara. «Ok, fatto!» ho risposto dopo alcuni minuti in cui mi ero immedesimato in una teenager innamorata pazza di Niall, Horan e compagnia. «Sì, ok: e i metadati?».

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Metadati

Le parole che non leggerà nessuno
Spesso si sente dire che sul web si devono utilizzare meno parole, bisogna andare dritti al sodo insomma, anche perché la lettura da smartphone risulta più difficoltosa, in quanto gli occhi si stancano molto prima. Vero. Ma è anche vero che cliccando su qualunque sito – non solo di e-commerce – e andando a scavare (provare per credere: basta pigiare contemporaneamente i tasti Ctrl e U dalla tastiera), ci si renderà conto della quantità di parole presenti nel dietro le quinte di una pagina web. Eccoli lì i famosi metadati! Tantissime parole, o intere frasi, che vengono date in pasto Google o simili, sperando che quest’ultimo ci ricompensi con la massima visibilità. Anche quelle parole avrei dovuto scrivere. Poche battute sulla tastiera e via. «Ok, mandale pure all’ufficio grafico, assieme alle immagini dei prodotti. È compito loro comporre la pagina». Dopo aver scritto una mail a persone di cui ignoravo i nomi e l’aspetto, credevo fosse finita così. Qualche ora dopo, ci è stata inviata. «Bisogna che adesso lo comunichiamo ai clienti. Hai mai scritto una newsletter?».

La newsletter, ossia il piccolo esercizio di schizofrenia
Ormai ogni azienda comunica con i suoi clienti tramite newsletter: una specie di graziosa brochure componibile da inviare spesso a migliaia di persone, in cui vengono ‘messe in vetrina’, solitamente, le novità o le promozioni più forti, e talvolta qualche chicca: se Sophia Loren compie ottant’anni perché non far sapere ai clienti iscritti che esistono tantissime perle del cinema in saldo con cui festeggiare – virtualmente – assieme alla Diva della Giornata particolare il suo genetliaco? Comunque: per scrivere una newsletter ben confezionata bisogna mettersi nei panni di persone potenzialmente interessate che, grazie a quella frase a effetto, potrebbero decidere di fare click e finalizzare l’acquisto. Ci si traveste, in un certo senso. Alla fine, quei testi così brevi sono come dialoghi scritti a perfetti sconosciuti. La trama fatta e finita di uno spettacolo sperimentale. Non sono mancati gli strafalcioni: stanco per i troppi pixel che si riflettevano sulle cornee e desideroso di lanciare la fatidica frase a effetto, per il Natale 2014, avevo proposto: «Tingi di rosso il tuo bianco Natale!». Troppo enfatica. Suonava più come una minaccia.

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C’è chi va, e c’è chi fattura
Un sito di vendite online per essere sempre sul pezzo deve cavalcare i trend del momento. Deve in sostanza sfruttare la notizia per proporre ai clienti una rosa di prodotti che tutti – o quasi – vorrebbero avere. I must have (altra sublime espressione di chi mastica un inglese che farebbe impallidire anche la Duchessa di York). In ogni caso, i prodotti che vendono di più sono il più delle volte le interpretazioni degli artisti da poco passati a miglior vita. Mrs Doubtfire è rimasto nella classifica dei più venduti svariati mesi a seguito della dipartita dell’iconico Robin Williams; prima del suo addio era molto venderne due copie l’anno… Ricordo molto bene anche la mattina che sono arrivato in ufficio dopo la morte di David Bowie; uno dei top manager è entrato nella stanza (correndo, ovviamente) e ha esclamato: «Avete sentito? È morto il Duca!». Pausa di riflessione. «Avete controllato che tutti i suoi prodotti abbiano le immagini a posto? Ragazzi, dobbiamo fatturare!». Più che CD o vinili, in quel momento ho avuto l’impressione che stessimo vendendo reliquie.

Nonostante questo breve racconto tragicomico, è indubbio che l’ecommerce ai tempi di una delle crisi economiche più rigide di sempre sia una vera e propria risorsa. Anche perché sta facendo nascere professionalità che fino a qualche anno fa nessuno avrebbe neppure immaginato: il web content editor (colui che cura i contenuti dei siti di qualsiasi realtà: dalla toelettatura per cagnolini fino al ristorante chic), lo usability manager (una sorta di piccola vedetta, il cui compito è quello di mettersi nei panni del cliente e valutare se il sito è facilmente navigabile oppure no), il social media manager (quello che su Facebook, Twitter, Instagram ecc. modera richieste, lamentele e commenti di clienti il più delle volte delusi e arrabbiati) e via dicendo. L’unico timore è che forse tra qualche tempo avremo sul cellulare un’app che ci consentirà di ordinare anche il caffè stando comodamente sdraiati davanti alla TV. Ma dovremo ricordarci di tenere aperta la finestra, magari in pieno inverno, per consentire a un drone in veste di cameriere di atterrare agevolmente sul bracciolo del divano.

La differenza è sempre una risorsa

Sabato 13 giugno 2015 ore 17 si terrà a Modena, presso il Centro Famiglie di Nazareth (Strada Formigina 319) l’evento “Ora Labora!” per parlare di disabilità e lavoro, in particolare di persone con autismo.

“L’intento di questo evento è quello di cambiare gli schemi mentali abituali riferiti al mondo dell’autismo per poi condividere un momento conviviale e musicale (grazie all’ associazione Nazionale Alpini Modena e Ciburrasca per il buffet, e il maestro Claudio Patuto per la musica di sottofondo) che sia opportunità di scambio tra i partecipanti” spiega Angela Salis, Disability Case Manager, curatrice di un interessante progetto semi-lavorativo in biblioteca per persone autistiche adulte che verrà presentato proprio sabato.

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Durante l’incontro si parlerà di differenti abilità come risorsa, del tirocinio lavorativo di terzo e quarto tipo in Emilia-Romagna, del progetto Libridine della Cooperativa S. Vitale di Ravenna (per un confronto con ciò che esiste sul tema nella nostra regione), della collaborazione tra famiglia e servizi per creare una rete coesa e percorsi sempre più personalizzati ma fruibili per tutti. Ci saranno inoltre testimonianze dirette non solo dalla famiglia di Fabio (protagonista del progetto di Salis) ma anche di altre famiglie.

“Le persone con Autismo – afferma la dott.ssa Salis – sono a mio parere una risorsa essenziale per ambienti nei quali le loro caratteristiche (per esempio l’ordine, la sistematicità, la sequenzialità, la routine metodologica) sono fondamentali per ottenere buoni risultati, caratteristiche che spesso mancano alla maggior parte delle persone.

Non possiamo dimenticare il detto “Il lavoro nobilita l’uomo” e le persone con autismo sono prima di tutto uomini e donne che hanno il diritto di dare il loro contributo alla società grazie alle loro abilità.

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Bisogna quindi imparare a cambiare “il punto di vista” focalizzando l’attenzione sulle abilità, non sulle disabilità. Proprio per questo credo che la formazione costante sia molto importante per capire il mondo dell’autismo, e che non sia utile limitarsi ad un solo approccio, perché ogni persona è diversa e può apprendere in modo differente.

Le linee guida presenti in materia eleggono come prima scelta le metodiche comportamentali, le stesse che in effetti sono state usate nel percorso di Fabio e che io stessa in più di dieci anni di carriera, continuo a preferire non solo perché scientificamente validate ma perché posso “toccare con mano” la reale efficacia e i progressi dei miei ragazzi.

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Il mio progetto con Fabio è consistito nel mettere in pratica la stessa serie di attività lavorative di un qualsiasi operatore in biblioteca: scrivere al computer le etichette, stamparle e apporle nei testi che vengono poi messi a scaffale. Il progetto in realtà è stato modificato nel tempo e Fabio si sta cimentando anche nell’attività di un potenziale cameriere, con buoni risultati.

Credo che Modena sia una città sensibile e attiva su questo argomento anche se la risposta certa l’avremo solo sabato sera in base alle presenze effettive all’incontro. A mio parere, la nostra città ha le possibilità e le risorse per “fare e dare tanto”  alle persone con Autismo: tanto è stato fatto ma tanto si può ancora fare mettendo in rete tutti gli attori pertinenti”.

Palmiro, l’omino che insegna a cambiare le regole del gioco

Tattiche di sopravvivenza in azienda e addirittura (s)management delle risorse umane: ma non sarà un po’ esagerato? «Per niente!». A rispondere è Arduino Mancini, consulente aziendale e coach specializzato in formazione e gestione del cambiamento, che di recente ha presentato a Sassuolo il libro “Palmiro e lo (s)management delle risorse umane – Tattiche di sopravvivenza aziendale”. Il protagonista è… Palmiro. Attraverso brevi ed efficaci capitoli, a cui si aggiungono le vignette disegnate dallo stesso autore, parla dei problemi reali legati alla vita in azienda, alla libera professione, al ruolo della risorse umane, e aiuta a tracciare una personale road map di definizione della propria identità professionale. Come farsi aumentare lo stipendio? Come valuti la qualità del tuo lavoro? Ha senso investire nella formazione? Quanto vale l’ignoranza? Come si scrive una lettera di dimissioni? Come si costruisce l’anti-curriculum?

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Nel polo dell’industria ceramica «la gestione delle persone non è troppo diversa da quella che incontriamo in altri distretti» spiega il coach Mancini il cui operato è tendenzialmente richiesto in aziende di medie dimensioni. «A Sassuolo ho trovato spesso persone che potevano essere valorizzate meglio e una predisposizione alla creatività non completamente sfruttata, come il design ceramico» spiega Mancini.

Arduino Mancini, lei cosa intende per “tattiche di sopravvivenza” in azienda?
«Con questo termine ho voluto indicare quelle azioni che Palmiro, il protagonista del libro, mette tutti i giorni in atto per cavarsela, uscire da situazioni difficili e raggiungere i suoi obiettivi. Perché tattiche? Perché Palmiro tenta diverse soluzioni; a volte ce la fa, altre fallisce. Ma si rialza sempre e prova qualcosa di diverso».

Ci dà soluzioni?
«No, Palmiro non offre soluzioni già confezionate. Egli mette a disposizione il suo bagaglio di esperienza, ciò che ha funzionato e ciò che farebbe oggi in modo diverso. Ma lascia sempre il lettore libero di scegliere e di progettare le sue azioni».

Si parla ormai spesso di capitale intellettuale e di capitale umano. Gli HR manager (figure che gestiscono le risorse umane all’interno delle aziende) sono davvero consapevoli del “patrimonio” che gestiscono?
«Il cambiamento è in atto. Cresce il numero di giovani HR manager che ha capito che il business lo fanno le persone e che il capitale umano va coltivato con cura. Tuttavia troppi professionisti credono ancora che gestire il personale significhi amministrare un contratto di lavoro e produrre buste paga».

In poche parole che cos’è l’anti-curriculum a cui lei dedica un approfondimento nel libro?
«Riporta senza riserve la vita professionale, inclusi gli insuccessi e le situazioni in cui la sorte ha avuto un ruolo decisivo (in un senso o nell’altro): insomma, quello che non scriveresti mai in un CV ufficiale per timore di essere escluso dalla selezione. Perché impiegarlo? Perché i selezionatori in gamba non credono al CV di chi non ha mai sbagliato niente e se vuoi distinguerti…».

Il soffitto di cristallo esiste davvero?
«Il soffitto di cristallo è una barriera invisibile che impedisce alle donne e alle minoranze di accedere alle posizioni di responsabilità: le donne guardano in alto e non vedono ostacoli, ma l’atmosfera che si respira in azienda è paritaria solo in apparenza. Mi domandi se esiste? Certo, ed è solidissimo. Specie in Italia».

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E come colpisce l’economia?
«Profondamente. Nel libro presento studi che mostrano come le donne alla guida delle imprese sappiano fare meglio degli uomini, poiché le aziende con un numero superiore di donne in C.d.A. producono utili significativamente più elevati. Inoltre, hanno livelli di istruzione più elevati e rappresentano un bagaglio di conoscenza enorme che teniamo a margine della produttività».

Che cosa ne pensa della “caccia ai giovani talenti”?
«Che sia dannosa. Essa si basa sulla convinzione che siano le persone più dotate a portare a casa i risultati, non l’organizzazione nella sua interezza. Una volta dichiarato che l’impresa investe sui talenti le altre persone si sentono autorizzate a tirare i remi in barca. Tutti devono avere la sensazione di poter offrire un contributo importante, altrimenti la motivazione finisce sotto i tacchi».

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Accade che professionisti siano al top delle loro energie tra i 30 e i 40 anni. Ma è noto che in Italia i passaggi di carriera importanti arrivano dopo i 40. Lei vede un’evoluzione nel futuro?
«Eurostat ci informa che in Italia solo il 27% dei manager ha meno di 40 anni, la percentuale più bassa in Europa. Si arriva a coprire posizioni di comando molto tardi e si tende e a rimanere ancorati alla mèta raggiunta fino alla pensione; in queste condizioni diminuisce drammaticamente la propensione al rischio e gli obiettivi dell’organizzazione vengono in secondo piano rispetto a quelli personali».

Il sospetto nasce. Dovremo forse aggiungere nel dizionario la parola smanagement (cattiva gestione) come il contrario di management (buona gestione)?
«Quando oltre la metà delle imprese che incontri ha una gestione delle persone improntata all’improvvisazione e quando, nella sua ricerca annuale circa l’impiego della tecnologia nella gestione del personale, il Politecnico di Milano sostiene che “la trasformazione dei processi di gestione rappresenta un percorso in atto che oscilla tra rivoluzioni già compiute per alcune Direzioni, e altre largamente incompiute”, come possiamo parlare di una gestione orientata a creare valore?».
…La domanda rimane aperta e sul blog Tibicon.net – gestito dall’autore – si possono dare le proprie risposte e scambiare esperienze con la community.

Non si bloccano le trasformazioni per legge

Tra una quindicina di giorni –  il 20 febbraio in Consiglio dei Ministri – verranno definiti i decreti attuativi relativi alla legge delega 183 sul riordino delle riforme contrattuali, l’ormai celebre “Jobs Act”. Nel dicembre scorso il Jobs Act è stato approvato da entrambe le Camere ma quel documento che non disciplina nel dettaglio la materia: contiene una serie di principi e criteri entro i quali il governo viene “delegato” a legiferare attraverso i decreti attuativi. L’argomento è di quelli tosti e ha provocato nei mesi scorsi discussioni infinite su questa riforma importantissima voluta dal governo Renzi.  Il contenuto di due decreti attuativi sono già stati presentati il 24 dicembre scorso: il primo riguarda il “contratto a tutele crescenti” e l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, il secondo gli “ammortizzatori sociali”. Il pacchetto completo lo avremo, come detto, dal 20 febbraio in poi.

Sul Jobs Act interviene oggi con un interessante articolo pubblicato su Linkiesta, Francesco Seghezzi, direttore di ADAPT, l’associazione di studi e e ricerche sul lavoro fondata dal giuslavorista Marco Biagi nel 2000, convenzionata con con il Centro Studi Internazionali e Comparati DEAL dell’Unimore. Fatte salve le dovute cautele in attesa di poter visionare nel dettaglio quelle che saranno le decisioni del Consiglio dei Ministri, l’opinione di Seghezzi è molto critica nei confronti dell’impianto complessivo del Jobs Act e parte da un assunto di fondo: “Costruire una riforma sulla centralità del contratto a tempo indeterminato significa non cogliere la molteplicità dei mestieri e delle professioni che si stanno sviluppando”. Significa, sempre secondo Seghezzi, ragionare secondo logiche del lavoro che non esistono più o che sono ormai in parabola discendente e, di conseguenza, rischiare di approvare una riforma che più che benefici, arrechi ulteriori danni a un mercato del lavoro già in gravissima difficoltà, con una percentuale di disoccupati pari al 12,8 %.

Scrive infatti Seghezzi:

Sappiamo che il lavoro sta subendo una grande trasformazione ormai da molti anni. Le ultime evoluzioni tecnologiche, con la diffusione della connettività mobile, stanno mettendo in crisi il sistema socio-economico sul quale si basava il paradigma contrattuale della subordinazione, espresso perfettamente nel contratto a tempo indeterminato. Con il contratto a tempo indeterminato il dipendente era tale in quanto, non possedendo i mezzi di produzione, necessitava del datore di lavoro in tutto e per tutto e per questo era vincolato ai tempi e ai luoghi da lui decisi. Oggi il concetto di flessibilità è sempre più un fenomeno spazio-temporale, anziché sinonimo di incertezza economico-sociale. Il lavoratore può benissimo esercitare la sua professione da casa, per più datori di lavoro, negli orari che preferisce, e anche nelle fabbriche classiche i sistemi di produzione e di organizzazione danno sempre più un ruolo centrale alla valutazione della produttività individuale.

Il lavoro è in piena trasformazione per tutte le categorie. Photo credit: Connected Monk via photopin (license)
Il lavoro è in piena trasformazione per tutte le categorie. Photo credit: Connected Monk via photopin (license)

Secondo il direttore di ADAPT,  il governo non avrebbe una chiara visione di questa trasformazione epocale in corso nel mondo del lavoro tale da orientare in maniera adeguata i propri provvedimenti. Ma anzi, nel tentativo di combattere gli abusi che hanno favorito l’esplosione di un precariato spinto ripristinando forzatamente la centralità del lavoro a tempo indeterminato (ma soprattutto le logiche che lo presiedevano), rischia di bloccare attraverso una norma la grande trasformazione in atto. Che è del tutto indipendente dal mondo in cui l’abbiamo (mal) gestita in Italia. Ma, conclude, “quando la costruzione giuridica non segue la realtà dei fatti si creano problemi, e la società troverà sempre un modo di sfuggire alla legge, in questo caso attraverso il lavoro nero, che è un danno enorme per i lavoratori oltre che per le casse dello Stato”.

Immagine di copertina, photo credit: Reading the news via photopin (license)

La scuola rapida

I bizantinismi dell’attuale sistema di reclutamento, la condizione di insegnanti demotivati, stanchi e soli, la necessità che la meritocrazia diventi parte integrante dell’intero sistema scolastico, sono solo alcuni dei talloni d’Achille che azzoppano il cammino della scuola italiana.

Come la nostra Costituzione ci dice da un bel po’, la scuola è di tutti e non dovrebbe passare inosservata la possibilità, fino al 15 novembre, di dire la nostra accedendo a labuonascuola.gov.it – la piattaforma che illustra il piano che il Governo offre a tutti i cittadini come proposta di riforma della scuola italiana mandando un nostro commento – rapido eh! – per costruire insieme la Buona Scuola. Servirà a cambiare qualcosa? O si tratta dell’ennesima, traballante stampella, che non basterà a tenere in piedi la nostra scuola? Ne abbiamo parlato con due giovani docenti precarie modenesi.

venturelli

Partecipa commentando: ma con meno caratteri di un tweet

«Qualche giorno fa un’alunna ha detto una cosa che mi ha colpito: prof, a me sto discorso del merito mi fa rodere. Tutti con ‘sta meritocrazia, la meritocrazia.. Ma che significa? E chi non merita? E noi altri che stiamo indietro, che non ce la facciamo, noi non contiamo niente? Per me la buona scuola è quella capace di rispondere a questa domanda». Giulia Venturelli, laureata in Filosofia nel 2010, da due anni insegnante presso l’Istituto Dante Alighieri di Modena ha partecipato al questionario perché «in quanto docente mi sento assolutamente coinvolta, non avrei potuto non farlo. Ovviamente non considero una consultazione on line una “costituente sulla scuola”, ma è comunque un primo passo.

L’idea del “commento rapido” mi ha molto colpita. La rapidità sembra essere la cifra (una delle uniche, veramente) di questo governo, peccato che con la scuola e con quello che ci sta dentro ci azzecchi ben poco. L’insegnamento e l’apprendimento, l’educazione, sono in sé procedimenti lenti, sedimentati, e la rapidità poco si presta a descrivere l’ambiente che tali processi crea e custodisce: la scuola, appunto. Secondariamente, mi colpisce il termine “commento”: non “proposta”, non “progetto”. Commento, à-la social network. Più che protagonisti, la consultazione si rivolge a degli spettatori. Più che favorire la partecipazione, mi pare uno strumento per organizzare (uso un termine forte) il “consenso”. Capisco che una dissertazione sul significato dei termini possa risultare pesante, ma è questo ciò che si fa a scuola, è questo ciò che la scuola dovrebbe insegnare a fare: a distinguere e a riempire le parole di significati.

“Veloci” o solo superficiali?

A pensarci bene, quello della rapidità (diciamo pure superficialità) è l’aspetto più paradossale dell’intero questionario. Anche nel caso di una domanda aperta, il limite della risposta è sempre di pochissime battute. Poco più di una riga, molto meno di un tweet, per capirci. Finisce che ci si esprime come questo governo, per spot. Rimane però quanto meno curioso che si chieda alle persone di attivarsi e di esprimere un’opinione, ma sempre entro un limite di (pochissime) battute. Se decidi che le persone le vuoi ascoltare, le devi ascoltare veramente. Altrimenti è solo propaganda. In pratica, o dici che sei d’accordo, o non hai materialmente lo spazio per argomentare le tue posizioni».

Leggi anche: “La dura vita di una supplente“.

Una riforma che non migliorerà nulla?

sghedoniAnche Cristina Sghedoni, laureata in Lettere moderne nel 2008, insegnante in una scuola che dovrà lasciare presto, sperando che la chiamino in un’altra dato che non è abilitata e non compare tra i “precari” da assumere con la riforma e per questo ha molta paura di dover cambiare mestiere, ha pensato di rispondere e ha invitato altri a rispondere perché teme una riforma della scuola che non migliori nulla. «Credo che insegnanti ma anche genitori, educatori, tutti quelli che hanno a cuore il futuro debbano interessarsi del futuro della scuola con la speranza di venire ascoltati. Però non mi piace questo metodo che interpella i singoli in un tempo breve; avrei voluto una riflessione condivisa, un tempo più disteso per il confronto, l’elaborazione e il vaglio di proposte alternative. Ci sono molte belle parole, nella proposta di riforma, ma ci sono cose molto pericolose: l’assunzione dei precari è una priorità, sì, ma credo sia necessario riflettere bene su chi si assume e con quale obiettivo. Mi spiego: ho incontrato molti buonissimi insegnanti, ma ho visto anche che è possibile, una volta avuto il ruolo, spesso con un anno di prova di pura formalità, smettere di avere passione e cura nell’insegnamento. Ci sono insegnanti demotivati, stanchi e soli: dobbiamo ragionare insieme per individuarli e non dobbiamo permettere che si allarghi questa categoria».

Il coraggio di dire: questo mestiere non fa per te

Cristina è molto toccata dal tema del reclutamento degli insegnanti e sostiene che si eluda il problema che sta alla base e che è: come selezionare e formare insegnanti con una preparazione relazionale oltre che culturale idonea? «La proposta di un biennio di abilitazione che abbia come seguito un concorso mi pare fonte di molta frustrazione perché avremmo di nuovo persone che hanno investito molto in un percorso e poi si ritrovano a giocarsi il posto di lavoro in una giornata di quiz. Sarebbe meglio mettere la selezione all’inizio e soprattutto durante il percorso per l’abilitazione, con insegnanti esperti che, con una accurata osservazione, possano prendersi la responsabilità anche di dire: “Questo mestiere non fa per te”. Mi sembra più importante e più rispettoso verso i giovani ragionare bene sul percorso di formazione degli insegnanti, perché possa durare nel tempo, piuttosto che fare in fretta una sanatoria e poi mettere la selezione degli insegnanti nelle mani dei quiz!».

«È paradossale che una riforma che si annuncia basata sul merito, lasci fuori dal sistema scolastico i meritevoli “tieffini” (docenti abilitati tramite il percorso del TFA – Tirocinio Formativo Attivo) che hanno affrontato e superato tre dure prove selettive con posti calcolati sulla base del fabbisogno, oltre ad aver sostenuto un costo di circa 2.500 euro per la frequenza del corso – le fa eco Giulia – Non si può continuare ad accedere a questa professione solo per anzianità di servizio, occorrono anche i meriti. Questo mi sembra un principio abbastanza “renziano”. Peccato che nei fatti la sua riforma vada nella direzione esattamente opposta. Anche qui, come nel caso dell’art. 18, creare delle separazioni tra lavoratori di serie A e di serie B (giovani/vecchi, abilitati/non abilitati, con anni di servizio/senza esperienza) non facilita nessuno, di sicuro non noi che siamo gli ultimi ma anche gli unici che, finora, hanno accettato di sottoporsi a selezione e valutazione.

E nella scuola entrano sponsor e pubblicità

Sono molto scettica sulla proposta di riforma – prosegue Giulia – Essa non mi convince nel merito, nei contenuti. Riesce là dove le precedenti riforme Moratti e Gelmini avevano solo sperato di arrivare, porta alle estreme conseguenze quella idea di scuola. Ci ricordiamo le famose 3 “i”? Inglese, internet, impresa. A questo, ora si aggiunge il “preside-manager”; i privati che entrano a scuola con sponsor e pubblicità; i docenti valutati (lo fossero sul serio, ma prima di essere assunti!). Ancora, gli scatti stipendiali che diventano “premi” in base alla “produttività”; questa concezione punitiva della valutazione da cui dipendono tutti, docenti e studenti».

A Giulia piacerebbe sapere cosa si fa contro l’abbandono scolastico. «La scuola dove insegno raccoglie per la maggior parte ragazzi che non riescono a rimanere nella scuola statale, perché non hanno il passo “giusto” degli altri. Si dice qualcosa in questo testo sulla lotta alle disuguaglianze nelle condizioni di partenza?  Secondo me questo elemento, per dirne uno, deve essere il cardine della buona scuola. Il progetto renziano invece applica la meritocrazia al contrario: con gli studenti e non con i docenti, per i quali si prospetta la solita sanatoria all’italiana. La situazione andrebbe invece rovesciata: i docenti migliori per recuperare tutti gli studenti (non solo quelli che ce la fanno e ce la farebbero a prescindere dagli insegnanti che ricevono in sorte).

Credo che la scuola sia buona quando gli alunni ci vanno volentieri perché è un luogo che li aiuta a scoprire e a valorizzare il loro tipo di intelligenza – conclude Cristina – Mi pare che sui banchi si possa e si debba insegnare la fatica e la soddisfazione di “fare le cose bene” e credo che sia fondamentale che gli insegnanti si propongano come persone da stimare e da imitare, perché in fondo abbiamo tutti, crescendo, inseguito qualcosa che abbiamo intravisto come felice e bello in chi ci è stato vicino».

Stagisti seriali. Oggi il “lavoro” è solo così

Le province di Modena, Reggio Emilia, Bologna e Ferrara saranno presto protagoniste dell’ultima iniziativa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo. Il 7 ottobre, infatti, sono stati pubblicati tre bandi per reclutare centocinquanta neolaureati under 29 che verranno impiegati per sei mesi presso enti del Ministero attualmente in situazioni di emergenza.

Di questi, quindici saranno destinati alla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia-Romagna, con l’obiettivo di ripristinare la fruizione del patrimonio dell’area terremotataGli altri centotrentacinque verranno ingaggiati in Campania, in Abruzzo, presso le Biblioteche Nazionali di Roma e di Firenze, l’Archivio Centrale dello Stato e diversi Archivi di Stato sul territorio nazionale (tra cui quello di Bologna).

Per tutti i centocinquanta selezionati, la forma di ingaggio sarà lo stage e la retribuzione 1000 euro lordi al mese, ossia il doppio della quota media attualmente fissata per il rimborso degli stagisti in Italia. Ma certo molto meno  – guardandola dal punto di vista di un lavoro – di una paga da considerarsi minimamente dignitosa.

Un segno di vita o un’occasione a metà?

Giovani archeologi al lavoro. Immagine dal sito turistipercaso.it
Giovani archeologi al lavoro. Immagine dal sito turistipercaso.it

La buona notizia cela però una contraddizione, ossia la mancanza di una strategia a lungo termine nell’affrontare il nodo dell’occupazione negli enti periferici del MiBACT, dove spesso c’è penuria di risorse umane. Sarebbero addirittura seicento i posti vacanti, non proprio quisquilie.

I tirocini saranno finanziati tramite 1 milione di euro proveniente dal Fondo 1000 giovani per la Cultura, istituito per promuovere attività formative di alto livello nel settore dei beni culturali rivolte ai “giovani più capaci e meritevoli”. Peccato però che tale Fondo nasca in seno al famoso Decreto Legge del 2013 volto a definire “interventi urgenti per la promozione dell’occupazione”. Occupazione o formazione? Questo è il problema.

Nello stesso anno, tra l’altro, altri 2,5 milioni di euro sono stati destinati alla formazione dall’ex Ministro Massimo Bray per attivare 500 tirocini di un anno presso enti statali nell’ambito della digitalizzazione del patrimonio. Di nuovo, perché tirocini e non incarichi professionali o, magari, un concorso? Perché, spiegò Bray sul suo blog rispondendo alle polemiche, “il MiBACT non può assumere personale in base alle leggi vigenti”.

Archivio storico
Archivio storico

Formazione eterna e risorse umane che non ci sono

Lo stage si rivela quindi la via più immediata per reclutare personale e cominciare a risolvere qualche emergenza: il tutto necessariamente a breve termine, poiché uno stage nel settore pubblico non prevede un inserimento successivo. I 150 tirocini dei bandi in corso, poi,  potrebbero non essere svolti da veri e propri neolaureati. Nella valutazione dei titoli, infatti, la laurea vale dai 2 ai 14 punti. Un ulteriore diploma presso una Scuola di Specializzazione, però, ne vale 20, così come periodi di stage o collaborazioni pregresse nel settore, mentre un Dottorato ne vale 30.

Alla fine dei conti, chi è più formato viene premiato con altra formazione. Pur edulcorando la pillola con un maggiore benefit economico, il concetto di long life learning sembra ridursi a quello di stagismo seriale e tale situazione è avallata non solo dal MiBACT, ma anche dai Ministeri del Lavoro e per la Semplificazione, tutti firmatari delle modalità di accesso al Fondo 1000 giovani.

Per concludere, il MiBACT ha senza dubbio ricominciato ad essere propositivo e la nostra regione ne trarrà beneficio. Tuttavia, cominciare a considerare le risorse umane formate dalle Università come un investimento sul lungo periodo e non come oggetto di misure assistenzialistiche potrebbe contribuire a fare davvero la differenza. Sia per “i giovani più capaci e meritevoli”, sia per il patrimonio del nostro paese.

Perché vivere d’arte è quasi impossibile

“L’artista non produce niente finché chi guarda non dice: Hai prodotto qualcosa di meraviglioso. Chi guarda ha l’ultima parola”. Marcel Duchamp, uno dei più grandi artisti del XX secolo, spiega così a Calvin Tomkins del New Yorker il suo pensiero sull’arte e sulla stretta connessione tra autore e pubblico. Era il 1964 e in America si iniziava a parlare di Pop Art. Per Duchamp l’artista di domani (quindi di oggi, ndr) deve ambire alla clandestinità per non “avere uno status equivalente a quello dell’avvocato o del medico, che vengono pagati per i servizi che rendono”. Quella da cui fuggire, secondo l’artista francese, è la mercificazione che da una parte permette di avere soldi per vivere ma dall’altra è “esteticamente dannosa perché porta a lavorare con velocità. Oggi un artista può essere un genio, ma se si lascia contaminare dal fiume di denaro che gli gira intorno il suo genio si scioglierà, fino a scomparire”.

Circa sei anni dopo l’intervista a Duchamp, dall’altra parte del mondo, a Modena, il pittore Wainer Vaccari vendeva la sua prima opera e con quelle 50mila lire partiva per un viaggio a Parigi, dove avrebbe visto il Louvre per la prima volta, insieme alla fidanzata che gli aveva prestato il volto per il quadro. «Mi sembrava un miracolo», racconta. Una sensazione conosciuta agli artisti di tutte le generazioni, perché se è vero che la crisi economica di questi anni ha dato un duro colpo al mercato dell’arte cancellando quella classe media che storicamente investiva nei giovani, è altrettanto vero che la gavetta, se così vogliamo chiamarla, è stata simile per tutti.

Wainer Vaccari
Wainer Vaccari. Foto di Paolo Terzi.

In un certo senso Duchamp aveva ragione: il futuro è la clandestinità, solo che nella maggior parte dei casi non è voluta ma subita. E anche se dopo, con gli anni, il successo arriva, gli inizi sono simili per tutti: «I primi lavori li ho esposti in un negozio, c’era quella possibilità e andava benissimo – racconta Vaccari – Non c’è da stupirsi. L’artista per farsi conoscere deve costruire dei canali e ci vuole tempo. Oggi c’è Internet come vetrina ma non funziona sempre per tutto». Vivere della propria arte, almeno all’inizio, è difficile se non impossibile e anche Vaccari, che oggi espone nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo, faceva altri lavori: dal ritocco delle foto all’illustrazione. Poi talento e fortuna hanno fatto il loro gioco, ma in mezzo c’è stata la costruzione di un mondo di relazioni indispensabili per vendere il proprio prodotto.

«L’artista deve crearsi delle relazioni e spesso è disposto a farlo gratis. Il ricatto è che l’autore, giovane o no, ha necessità di trovare gli occhi degli altri per vedervi un complice. E mentre li cerca decide di donare la propria immagine». Franco Guerzoni, in questi giorni è in mostra alla Triennale di Milano con un percorso espositivo che ripercorre proprio gli anni degli esordi, quando lui e il fotografo Luigi Ghirri, giovanissimi, si sperimentavano in una serie di viaggi randagi nella campagna modenese: «Eravamo ragazzi e a Ghirri non solo veniva raramente riconosciuto il lavoro ma spesso addirittura era lui stesso a regalare i suoi scatti. Vinceva l’idea che se uno diceva che la foto era bella, il riconoscimento del gesto artistico bastava a se stesso. Nessuna parcella, nessun soldo».

Guerzoni

Franco Guerzoni. Foto di Paolo Terzi.

La colpa, quindi, non è solo di chi non vuole pagare e non riconosce il lavoro dell’artista, ma anche dello stesso autore disposto a concedere le proprie opere gratuitamente per farsi conoscere. «L’artista è disposto a molto per essere ascoltato – continua Guerzoni – ma ci sono cose eternamente sbagliate che non cambiano, come chi pensa: Io ti faccio fare qualcosa, vuoi anche dei soldi? Oggi però c’è più consapevolezza. Noi avevamo una visione romantica e non solo non venivamo pagati ma combattevamo anche il mercato, pur non conoscendolo». Guerzoni ricorda bene la prima opera venduta e la sensazione di stupore: «Feci un’enorme coperta imbottita, come un pavimento, e la comprò Rossana Chiessi, una signora molto elegante. Rimasi stupefatto. Fu la prima opera venduta se escludiamo quelle che facevo da ragazzo per i miei parenti. Rimase l’unica per anni».

Essere pagati per un servizio, come un medico o un avvocato, è davvero così dannoso per un artista? La risposta chiaramente è “no” ma Duchamp non aveva sbagliato visione. Oggi grazie alle nuove tecnologie la produzione di un’opera – non necessariamente un dipinto – è potenzialmente infinita e questo sicuramente può influire sia sulla qualità che sul valore. Inoltre, la velocità del web è diventata il metro delle nostre vite e anche questo ha un peso. Su una cosa però l’artista francese si sbagliava: i fiumi di soldi scarseggiano e oggi è più probabile trovare un giovane artista o creativo in bolletta piuttosto che corrotto dal denaro.

Vaccari

Wainer Vaccari. Foto di Paolo Terzi.

La questione, negli anni Duemila, è che in Italia difficilmente le idee vengono pagate. Che sia un quadro, una scultura, un video, una foto o un progetto creativo l’autore raramente vedrà del denaro se non può garantire – e all’inizio non può farlo – che questa cosa che ha realizzato porterà un vantaggio economico a chi l’acquista o ci investe. Una situazione demoralizzante che ha portato alla nascita di proteste sia fisiche che virtuali, tra cui la famosa campagna #coglioneNo del collettivo Zero oppure il video di Tony Cotina sull’artista che vede per la prima volta dei soldi.

Il problema però è che in futuro questi mestieri assolutamente sottovalutati potrebbero essere gli unici a esistere. Fantascienza? Non secondo la multinazionale dei mass media Aol, che afferma che “metà dei lavori di oggi spariranno nel giro di vent’anni” e gli unici a sopravvivere saranno proprio quelli che “richiedono empatia, creatività e capacità di negoziazione”, in poche parole quello che non potrà – almeno per il momento – essere sostituito da una macchina. Come un artista, tanto per capirci.

 

La dura vita di una supplente

26 Settembre 2014,
Facebook
: “Odi et amo cara scuola”
è il commento più recente che compare sulla bacheca facebook di Silvia Gozzi, classe 1986, 39 di scarpe, libro vicino al cuore: “Il tempo non basta mai” scritto dalla figlia di Alberto Manzi, conduttore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che ha alfabetizzato tanti italiani.

silvia1Silvia è una maestra di scuola primaria, anzi, una supplente. Si è laureata a Reggio Emilia lo scorso anno e risale al 13 novembre il suo primo ingresso nella scuola pubblica nel ruolo d’insegnante, con un contratto di ben tre giorni!

«Ero fuori dalle graduatorie ma ho lavorato tutto l’anno, in dieci diverse scuole, grazie alla cosiddetta “messa a disposizione” mandata tramite mail alle scuole della Provincia di Modena. A volte, in mattinata ricevevo fino a cinque telefonate da parte di scuole diverse cui serviva una supplenza. Si trattava sempre di qualche giorno. Io accettavo la prima e via. Vivevo in un perenne stato di attesa e angoscia, con il cellulare acceso fin dal mattino presto, sul comodino di fianco al letto perché potevano chiamarmi alle 7.40 e dirmi che mi aspettavano alle 8.00 in una terza. 
Ecco tutto quello che potevo aspirare a sapere: che classe era. Non sapevo se c’erano bambini problematici, se l’insegnante di ruolo aveva lasciato indicazioni, se un bimbo soffriva di epilessia, dove erano i bagni e la mensa, chi erano i miei colleghi. È come cambiare lavoro ogni due o tre giorni e rivivere tutto, dallo stato di eccitazione iniziale, ricco di aspettative domande curiosità, alla difficoltà di inserirsi. Però non hai mai l’occasione di inserirti e poi tu sei la maestra, il punto di riferimento e non puoi permetterti di essere troppo disorientata».

silvia219 novembre 2014,
Facebook: “Forse lo spirito giusto per affrontare una supplenza è pensare che non sarò tanto io a ‘dare qualcosa’, perché in poche ore qui, alcune ore lì, altre 2 ore là, non posso pensare di ribaltare il mondo o trasmettere chissà quante informazioni. Forse è più giusto pensare a quanto loro daranno a me. Quindi ecco, sono pronta a imparare! E al più presto sarò prontissima a restituirvi tutto quello che potrò”.

Come definisci la tua prima esperienza da neolaureata nella scuola elementare?
«La prima supplenza è stata traumatica. Mi è stato affidato un bambino autistico nonostante io non abbia l’abilitazione, perché non c’erano altre possibilità. Gli insegnanti, non appena sono arrivata, mi hanno detto: è autistico, non autosufficiente in bagno e in mensa, è manesco e tende a scappare, e poi lo hanno messo nelle mie mani».

silvia4Come è possibile che in Italia ci siano tante insegnanti disoccupate e nello stesso tempo nelle scuole si verifichino questo tipo di emergenze per mancanza di personale?
«Me lo chiedo periodicamente. Io ho lavorato tutto l’anno pur essendo fuori dalle graduatorie e anche in ruoli per i quali non sono abilitata. Le spiegazioni che ho trovato sono due:
 molte insegnanti non si mettono a disposizione per supplenze molto brevi, è frustrante essere sempre di passaggio, non riesci a organizzarti e non ti fa vivere bene il tuo lavoro;
 nella Provincia di Modena si cerca di coprire anche poche ore di “buco” mentre in altre Province cercano di regolarsi con l’organico interno. 
Queste sono le “mie” spiegazioni, ma la scuola è un mondo complesso. Io ho impiegato mesi a capire come funzionano le graduatorie!».

Come funzionano? Ma funzionano?
«Ci sono due graduatorie, la GAE (Graduatorie ad esaurimento) è nazionale e comprende tutti gli aspiranti insegnanti a prescindere dal percorso di studi previsto dalla legge nel periodo in cui hanno preso l’abilitazione all’insegnamento, quindi troviamo chi ha il diploma magistrale insieme a chi ha fatto anche la SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) e ai laureati in Scienze della formazione primaria immatricolati fino al 2007/2008. Poi c’è chi, seppure al di fuori dalla GAE, è “arrivato in tempo” per partecipare e vincere l’ultimo “concorsone”. Gli unici esclusi sono quelli che, come me, si sono immatricolati dall’anno 2008/2009, hanno ottenuto la laurea in  in scienze della formazione primaria ma non hanno avuto la possibilità di inserisrsi in GAE perchè ormai definitivamente chiusa!; la GI è a livello di Istituto: ogni insegnante esprime, per la scuola primaria, le dieci istituzioni in cui preferirebbe lavorare, da questi dati le scuole stilano la propria graduatoria sulla base del punteggio di ciascun candidato. Ha un punteggio maggiore chi, per esempio, ha più anni di servizio, più titoli di studio, certificazioni linguistiche o specializzazioni varie.
È un sistema macchinoso che fa assomigliare le graduatorie a dei gironi infernali dove ogni singolo insegnante ha le sue ragioni per pretendere il diritto di lavorare. 
Ci sono insegnanti che stanno aspettando il posto per materie che nella scuola italiana non vengono più insegnate! Ad esempio la materia “trattamento testi e dati”».

silvia3Come dovrebbe comportarsi la politica nei confronti di questi elenchi infiniti di aspiranti insegnanti? Secondo te come si sta comportando il governo?
«

Ciò che ho capito lavorando a scuola è che, politicamente parlando, come ti muovi sbagli. A parer mio dovrebbe essere istituito un solo canale di reclutamento, ma bisogna tenere conto del retaggio storico. Se ci troviamo a questo punto è per via di una politica disordinata, con “cambi di regole” troppo repentini. Ritengo giusta l’idea di tenere la Gae bloccata, chiusa. Se è già difficile “smaltire” chi vi sta dentro, figuriamoci aggiungere altre migliaia! Ma le parole hanno un peso e se ai tempi della mia immatricolazione la legge prevedeva il mio inserimento in GAE, non è corretto cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Ricordiamoci che la GAE è a tutt’oggi l’unico metodo per ambire a un lavoro stabile, insieme ai “concorsoni”… quando vengono fatti! 
Il ministro dell’istruzione Giannini dice “le supplenze fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, sono in pieno accordo. Credo che l’attuale Governo voglia imporre alle scuole di fare maggiori assunzioni in modo da esaurire la Gae immettendo tutti in ruolo e ridurre il bisogno di supplenti, a fronte di un organico maggiore in ogni scuola. Funzionerà? Ho amiche che proprio quest’anno hanno beneficiato di immissioni in ruolo. Non io, che sono l’ultima ruota del carro, anche se nell’unica supplenza lunga che ho potuto fare (con conferme di settimana in settimana eh? Guai avere il “privilegio” di poter pianificare un lavoro di lungo periodo!) i bambini volevano me e i genitori hanno scritto una lettera alla Preside perché rimanessi con loro. Ma purtroppo non sono né la Preside né i genitori a decidere».

silvia5E intanto la scuola rimane la scuola, cioè un posto in cui ci sono tanti futuri cittadini che crescono guidati dalle loro insegnanti, sia che esse sappiano dove si trova il bagno sia che si ritrovino a improvvisare il loro lavoro ora per ora.

17 marzo 2014,
Facebook: “Componi brevi frasi con parole a tua scelta”. Ne riporto una, su tutte, perché le vere verità meritano di essere condivise! 
Parola: CIABATTE= Le ciabatte del papà puzzano”.

6 giugno 2014, 
Facebook: “Oggi è stato il giorno dei bambini koala, quelli incollati. Al mio cuore si son di certo incollati. W l’ultimo giorno di scuola, ma quanto è agrodolce”.

Immagine di copertina, photo credit: Pensiero via photopin cc.