Quelli tra droni e startup: la storia di Archon Dronistics

Archon Dronistics è una startup basata a Knwobel, l’incubatore di Spilamberto, avviata per automatizzare operazioni ripetitive e talvolta rischiose per l’uomo, tra cui la videosorveglianza, l’ispezione e il monitoraggio di infrastrutture critiche attraverso il volo autonomo dei droni.

Concepiti inizialmente per uso militare, oggi i droni sono sempre più oggetto di studio e sperimentazione in ambito civile, grazie allo sviluppo di diverse tecnologie che hanno permesso la loro evoluzione nella forma, nelle dimensioni e nelle possibilità di applicazione.

E’ proprio questa la direzione in cui va Archon Dronistics, fresca di secondo premio nel settore Meccanica del concorso “Intraprendere a Modena”. Il suo nucleo è tutto italiano e internazionale al tempo stesso: Davide Venturelli, Davide Ghezzi, Matteo Ruina, Francesca Lorenzoni e Giovani Landi sono infatti attualmente sparpagliati tra l’Italia, la Silicon Valley e Santiago del Cile.

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Troppo facile parlare di cervelli in fuga, anche perché un piede in Italia c’è sempre seppur con i limiti che può avere attualmente il nostro paese. Come racconta Davide Venturelli, modenese classe ’83 e fondatore di Archon Dronistics, sono tanti gli ingredienti che servono per mettere in piedi una startup: dal capitale umano ai necessari percorsi di assistenza e finanziamento, ma anche fiducia nei propri soci – “l’unico modo per superare le difficoltà iniziali” – e “il coraggio di uscire e non mangiare bene per mesi”.

La formazione universitaria di Davide Venturelli inizia a Modena, alla Facoltà di Fisica. Dopo la laurea specialistica presso la Scuola Normale Superiore di Lione, ottiene un dottorato alla SISSA di Trieste e all’Università di Grenoble. Lavora poi come post-doc alla Normale di Pisa fino a che, poco più di due anni fa, non diventa ricercatore per la NASA, in quella Silicon Valley dove tuttora vive e dove ha sviluppato il progetto imprenditoriale che ci racconta in questa intervista.

droni4Come è nata l’idea di Archon Dronistics e come si sta sviluppando?
L’idea è nata a Singularity University, un programma di educazione e creazione di impresa americano in cui i partecipanti sono aiutati a creare un business che usi le tecnologie emergenti per attaccare grandi problemi, con l’obiettivo di fare un impatto positivo su un miliardo di persone entro 10 anni. Siamo al secondo anno. Dopo Singularity ho formato un team ‘tutto italiano’ e abbiamo continuato con percorsi di mentorship e accelerazione con “Start up Chile” fino all’incorporazione a Modena e l’incubazione a Democenter (Fondazione della Rete Regionale di Alta Tecnologia dell’Emilia-Romagna presso la Facoltà di Ingegneria di Modena, ndr). Abbiamo vinto diversi premi e ottenuto finanziamenti per sviluppare la parte scientifica avanzata del nostro prodotto, ma non siamo ancora profittevoli sul mercato, soprattutto perché siamo in attesa delle regolamentazioni per il volo automatico dei droni, che i governi stanno per emanare.

Perché proprio i droni?
E’ una tecnologia che sta per esplodere, ed è la frontiera della robotica a breve termine. Comunque il nostro focus è la sicurezza. Il drone è solo un mezzo per avere una telecamera volante, per avere occhi nel cielo dove necessario in casi di emergenza.

Il vostro è un team di italiani che però è presente con i suoi uffici in Cile e USA: preferite parlare di internazionalizzazione oppure di cervelli in fuga?
Nessuna fuga. Il mondo è globale e noi andiamo dove c’è opportunità.

Infatti non solo alcuni membri si trovano in Italia, ma la vostra sede produttiva è Knowbel, l’incubatore di Spilamberto: come mai questa scelta?
Modena è molto più avanti di Milano secondo me! Siamo stati aiutati non poco da Knowbel, su questioni burocratiche e sulle opportunità di networking. Ma devo ammettere che la decisione non e’ stata presa sotto la Ghirlandina. Un giorno ho incontrato un gruppo di modenesi a una festa in piscina a casa mia (che condivido con altre 7 persone, alcuni dei quali imprenditori molto più esperti di me) in Silicon Valley… Il resto è storia.

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Parlando di startup. Qui da noi passa la giusta informazione su questa realtà oppure arriva un’interpretazione distorta?
Non ne ho idea, non vivo più a Modena da un pezzo, anche se torno spesso. La qualità delle startup italiane in generale non è altissima, ma la qualità degli italiani come mentalità e capacità è fuoriclasse. Quindi suppongo che vi sia un deficit di informazione o assistenza. Ma d’altronde avere tutta la pappa pronta non aiuta necessariamente… Gli investimenti di qualità si trovano spesso all’estero, le persone di qualità spesso in Italia o in Est Europa. Ci sono ovviamente eccezioni, ma questa è la mia esperienza.

Quindi, vissuto da dentro, cosa vuole dire veramente avviare una startup?
Per me l’idea di fare una startup è arrivata come uno shock. Non ci avevo mai pensato prima di venire in America. Ho sempre inseguito opportunità accademiche o di carattere politico/associazionistico. Ho capito che lanciare un business spesso è il modo più efficace per avere una chance di cambiare il mondo. Avviare una startup è qualcosa di turbolento, a meno che non avvenga quando un prodotto sia già stato creato e che ci sia già domanda di mercato. Non è il nostro caso. Noi puntiamo su un business che non era possibile neanche due anni fa e formalmente non è ancora possibile. Ma lo sarà entro i prossimi due anni e noi saremo pronti.

Visti da fuori: guida pratica alle curiosità dei Francesi sull’Italia.

Gli Italiani non lasciano indifferenti gli altri popoli del Pianeta. Sono amati e ammirati, ma anche criticati e odiati; a volte ammirati e odiati, più spesso amati e criticati. (…) L’Italiano accende le passioni degli altri che, sfortunatamente, tendono talvolta a emettere giudizi semplicistici e un po’ leggeri sulle situazioni, spesso ben complicate, della vita della penisola.”
Questo è un brano tradotto dal libro “Sacrés Italiens!”, edizioni Armand Colin, scritto all’inizio del 2014 dal giornalista Alberto Toscano per spiegare ai Francesi la strana complessità dell’Italia e dei suoi abitanti.

01E Berlusconi? E’ in prigione?”
Questa invece è la prima domanda alla quale deve rispondere, sempre nel 2014, l’Italiano che si trova in Francia. Il tono è quello che si usa per sapere che fine ha fatto lo zio burlone che non ne combina una da un po’.

E’ l’inizio di una storia che si svolge a Bordeaux, la città del Sud-Ouest dai maestosi palazzi in pietra dove la Garonna si allarga per gettarsi nell’Oceano Atlantico, dove nessuna automobile si ferma alle strisce pedonali e dove i pedoni attraversano con il rosso. Non ha la pretesa di sviscerare la verità assoluta su come è vista l’Italia dai fierissimi Francesi, bensì essere, nel suo piccolo, un termometro della situazione.

E dunque, dov’è finito Berlusconi? Lo chiede Evelyne, che è contabile da vent’anni per un’azienda vinicola e ama la Sardegna. Lo chiede suo marito Louis, che conosce il concetto di “mamma italiana”. Lo chiede Boulbaba, un signore tunisino che ha visto tutti i film di Fellini e chiama gli Italiani “cugini”. Lo chiede Fabien, un giovane responsabile di diffusione teatrale che conosce la parola “osso buco” e la serie tv di “Romanzo Criminale”.

In tutti i casi si finisce col parlare di case di riposo e di Nicolas Sarkozy, che per loro stessa ammissione è “il Berlusconi in salsa francese”, mentre il novello Matteo Renzi non suscita la benché minima curiosità. “Ah sì, abbiamo sentito dire che c’è un tipo nuovo che ha tante idee. Com’è che si chiama?” Et voilà, il riassunto della nuova credibilità internazionale dell’Italia è presto fatto in due parole: Renzi chi?

Anche il secondo prodotto da esportazione resta un grande classico. …Et la mafià italienne, si vede così tanto?”
Fortunatamente, l’eco degli arresti di Roma non arriva. Qui si parla piuttosto di problemi nazionali: scarti di bauxite versati in mare nell’area protetta delle calanques di Marsiglia, la regione del Midi di nuovo sott’acqua dopo le pesanti piogge, la nascita del blog “ruines d’université” dedicato alle Università più “sgarrupate” di Francia, i contratti a tempo indeterminato sempre più rari. Dopo il TG, se non fosse per il caffè, l’Italiano si sentirebbe quasi a casa.

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A seconda dell’interlocutore, dopo le solite “Frequently Asked Questions”, la terza domanda può rivelarsi un gioco al massacro.
Perché non fate niente per lo ius soli?”
“Qual è quel posto dove c’erano tutti i rifiuti qualche anno fa?”
“Mi scusi, ho sentito che parlavate dell’Italia. Ma quante cose torbide avete nel vostro passato? E il Vaticano, soprattutto il Vaticano?!”
“Sono finiti i lavori per quel ponte nel sud?”
Ma in che situazione terribile vivono i vostri attori di teatro?”

Quest’ultima spunta durante una riunione presso Iddac, un ufficio pubblico di sostegno alla cultura. Svelatasi una presenza italiana al tavolo, un brusio concitato percorre i partecipanti che si scambiano sguardi terrorizzati. C’è un perché. In Francia, un sistema illuminato detto “intermittenza” permette da tempo agli artisti di avere una certa autonomia lavorativa. Ora che la crisi inizia a erodere i diritti e a chiudere i rubinetti con continue revisioni al ribasso, l’Italiano, proveniente da un paese che in barba alla sua storia reputa l’espressione artistica come l’ultima ruota del carro, non è altro che uno scomodo memento mori.

Ma una voce esce dal coro, determinata. “Anche io sono Italiano, però non so l’italiano”, afferma a sorpresa un signore in impermeabile di nome Dominique, al termine della stessa riunione. I suoi genitori pagarono il prezzo della discriminazione per essere figli di immigrati italiani e, per risparmiargli le stesse vessazioni, non gli insegnarono mai la loro lingua madre. Tuttavia Dominique, da grande, ha voluto ricucire i pezzi mancanti ed è andato a scoprire quell’Italia che gli appartiene: i dolci declivi dell’Umbria e il morbido tramonto dei laghi prealpini, “un luogo per innamorati”.

Come lui, ricostruisce i pezzi della sua italianità una ragazza senza nome che aspetta l’autobus notturno per tornare a casa, tra frotte di adolescenti alticci con iphone a pezzi e bottiglie di whiskey sottobraccio. La ragazza ha i nonni italiani, nelle Alpi piemontesi, e sul nostro paese non ha dubbi: “Avete un senso dell’ospitalità che noi Francesi dovremmo imparare. Sì, da voi c’è più crisi, ma i problemi sono dappertutto. Sì, parlate sempre a voce alta, ma è un segno di vitalità e comunica gioia di vivere. Ogni estate vado in Italia e se per qualche motivo non ci riesco, ci sto male. E’ il mio angolo di paradiso”.

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E’ inutile, siamo troppo complicati. Siamo una contraddizione. Siamo belli e dannati. Abbiamo la dote rara di saper ridere di noi, ma in fondo non ci vogliamo abbastanza bene, perché le autocritiche che ci rivolgiamo, spesso, sono più distruttive che costruttive. Come è scritto in “Sacré Italiens!”, siamo “una splendida melodia e una terribile cacofonia allo stesso tempo”. E’ questo lo stereotipo più vero, mentre non è vero che è tutto oro ciò che luccica al di là dei nostri confini.

Per questo, anche il rumoroso e gesticolante popolo dello Stivale deve avere il diritto di sentirsi fiero nel rispondere alla domanda più bella (e più semplice):
E’ un meraviglioso accento italiano quello che sento?” Sì, proprio così.

La dura vita di una supplente

26 Settembre 2014,
Facebook
: “Odi et amo cara scuola”
è il commento più recente che compare sulla bacheca facebook di Silvia Gozzi, classe 1986, 39 di scarpe, libro vicino al cuore: “Il tempo non basta mai” scritto dalla figlia di Alberto Manzi, conduttore della trasmissione “Non è mai troppo tardi”, che ha alfabetizzato tanti italiani.

silvia1Silvia è una maestra di scuola primaria, anzi, una supplente. Si è laureata a Reggio Emilia lo scorso anno e risale al 13 novembre il suo primo ingresso nella scuola pubblica nel ruolo d’insegnante, con un contratto di ben tre giorni!

«Ero fuori dalle graduatorie ma ho lavorato tutto l’anno, in dieci diverse scuole, grazie alla cosiddetta “messa a disposizione” mandata tramite mail alle scuole della Provincia di Modena. A volte, in mattinata ricevevo fino a cinque telefonate da parte di scuole diverse cui serviva una supplenza. Si trattava sempre di qualche giorno. Io accettavo la prima e via. Vivevo in un perenne stato di attesa e angoscia, con il cellulare acceso fin dal mattino presto, sul comodino di fianco al letto perché potevano chiamarmi alle 7.40 e dirmi che mi aspettavano alle 8.00 in una terza. 
Ecco tutto quello che potevo aspirare a sapere: che classe era. Non sapevo se c’erano bambini problematici, se l’insegnante di ruolo aveva lasciato indicazioni, se un bimbo soffriva di epilessia, dove erano i bagni e la mensa, chi erano i miei colleghi. È come cambiare lavoro ogni due o tre giorni e rivivere tutto, dallo stato di eccitazione iniziale, ricco di aspettative domande curiosità, alla difficoltà di inserirsi. Però non hai mai l’occasione di inserirti e poi tu sei la maestra, il punto di riferimento e non puoi permetterti di essere troppo disorientata».

silvia219 novembre 2014,
Facebook: “Forse lo spirito giusto per affrontare una supplenza è pensare che non sarò tanto io a ‘dare qualcosa’, perché in poche ore qui, alcune ore lì, altre 2 ore là, non posso pensare di ribaltare il mondo o trasmettere chissà quante informazioni. Forse è più giusto pensare a quanto loro daranno a me. Quindi ecco, sono pronta a imparare! E al più presto sarò prontissima a restituirvi tutto quello che potrò”.

Come definisci la tua prima esperienza da neolaureata nella scuola elementare?
«La prima supplenza è stata traumatica. Mi è stato affidato un bambino autistico nonostante io non abbia l’abilitazione, perché non c’erano altre possibilità. Gli insegnanti, non appena sono arrivata, mi hanno detto: è autistico, non autosufficiente in bagno e in mensa, è manesco e tende a scappare, e poi lo hanno messo nelle mie mani».

silvia4Come è possibile che in Italia ci siano tante insegnanti disoccupate e nello stesso tempo nelle scuole si verifichino questo tipo di emergenze per mancanza di personale?
«Me lo chiedo periodicamente. Io ho lavorato tutto l’anno pur essendo fuori dalle graduatorie e anche in ruoli per i quali non sono abilitata. Le spiegazioni che ho trovato sono due:
 molte insegnanti non si mettono a disposizione per supplenze molto brevi, è frustrante essere sempre di passaggio, non riesci a organizzarti e non ti fa vivere bene il tuo lavoro;
 nella Provincia di Modena si cerca di coprire anche poche ore di “buco” mentre in altre Province cercano di regolarsi con l’organico interno. 
Queste sono le “mie” spiegazioni, ma la scuola è un mondo complesso. Io ho impiegato mesi a capire come funzionano le graduatorie!».

Come funzionano? Ma funzionano?
«Ci sono due graduatorie, la GAE (Graduatorie ad esaurimento) è nazionale e comprende tutti gli aspiranti insegnanti a prescindere dal percorso di studi previsto dalla legge nel periodo in cui hanno preso l’abilitazione all’insegnamento, quindi troviamo chi ha il diploma magistrale insieme a chi ha fatto anche la SSIS (scuola di specializzazione all’insegnamento secondario) e ai laureati in Scienze della formazione primaria immatricolati fino al 2007/2008. Poi c’è chi, seppure al di fuori dalla GAE, è “arrivato in tempo” per partecipare e vincere l’ultimo “concorsone”. Gli unici esclusi sono quelli che, come me, si sono immatricolati dall’anno 2008/2009, hanno ottenuto la laurea in  in scienze della formazione primaria ma non hanno avuto la possibilità di inserisrsi in GAE perchè ormai definitivamente chiusa!; la GI è a livello di Istituto: ogni insegnante esprime, per la scuola primaria, le dieci istituzioni in cui preferirebbe lavorare, da questi dati le scuole stilano la propria graduatoria sulla base del punteggio di ciascun candidato. Ha un punteggio maggiore chi, per esempio, ha più anni di servizio, più titoli di studio, certificazioni linguistiche o specializzazioni varie.
È un sistema macchinoso che fa assomigliare le graduatorie a dei gironi infernali dove ogni singolo insegnante ha le sue ragioni per pretendere il diritto di lavorare. 
Ci sono insegnanti che stanno aspettando il posto per materie che nella scuola italiana non vengono più insegnate! Ad esempio la materia “trattamento testi e dati”».

silvia3Come dovrebbe comportarsi la politica nei confronti di questi elenchi infiniti di aspiranti insegnanti? Secondo te come si sta comportando il governo?
«

Ciò che ho capito lavorando a scuola è che, politicamente parlando, come ti muovi sbagli. A parer mio dovrebbe essere istituito un solo canale di reclutamento, ma bisogna tenere conto del retaggio storico. Se ci troviamo a questo punto è per via di una politica disordinata, con “cambi di regole” troppo repentini. Ritengo giusta l’idea di tenere la Gae bloccata, chiusa. Se è già difficile “smaltire” chi vi sta dentro, figuriamoci aggiungere altre migliaia! Ma le parole hanno un peso e se ai tempi della mia immatricolazione la legge prevedeva il mio inserimento in GAE, non è corretto cambiare le carte in tavola in corso d’opera. Ricordiamoci che la GAE è a tutt’oggi l’unico metodo per ambire a un lavoro stabile, insieme ai “concorsoni”… quando vengono fatti! 
Il ministro dell’istruzione Giannini dice “le supplenze fanno male a chi le fa e a chi le riceve”, sono in pieno accordo. Credo che l’attuale Governo voglia imporre alle scuole di fare maggiori assunzioni in modo da esaurire la Gae immettendo tutti in ruolo e ridurre il bisogno di supplenti, a fronte di un organico maggiore in ogni scuola. Funzionerà? Ho amiche che proprio quest’anno hanno beneficiato di immissioni in ruolo. Non io, che sono l’ultima ruota del carro, anche se nell’unica supplenza lunga che ho potuto fare (con conferme di settimana in settimana eh? Guai avere il “privilegio” di poter pianificare un lavoro di lungo periodo!) i bambini volevano me e i genitori hanno scritto una lettera alla Preside perché rimanessi con loro. Ma purtroppo non sono né la Preside né i genitori a decidere».

silvia5E intanto la scuola rimane la scuola, cioè un posto in cui ci sono tanti futuri cittadini che crescono guidati dalle loro insegnanti, sia che esse sappiano dove si trova il bagno sia che si ritrovino a improvvisare il loro lavoro ora per ora.

17 marzo 2014,
Facebook: “Componi brevi frasi con parole a tua scelta”. Ne riporto una, su tutte, perché le vere verità meritano di essere condivise! 
Parola: CIABATTE= Le ciabatte del papà puzzano”.

6 giugno 2014, 
Facebook: “Oggi è stato il giorno dei bambini koala, quelli incollati. Al mio cuore si son di certo incollati. W l’ultimo giorno di scuola, ma quanto è agrodolce”.

Immagine di copertina, photo credit: Pensiero via photopin cc.

Mamma, vado a fare l’orto in Giappone!

4statoWorld Wide Opportunities on Organic Farms: un titolo particolare per un progetto di quelli che ti fanno pensare “allora gli esseri umani sono ancora capaci di avere buone idee”!
Sì, ne siamo capaci, e non solo! Sappiamo anche avere buone idee che non distruggono il pianeta! Che bella notizia!
Wwoof mette in rete le aziende agricole biologiche del mondo che ospitano lavoratori volontari
dotati di voglia di imparare nei settori dell’agricoltura, dell’allevamento, della gastronomia biologica e del turismo sostenibile. Queste aziende offrono vitto e alloggio in cambio di mezza giornata di lavoro nei campi, nella stalla, in cucina… Non occorre essere degli agricoltori, non bisogna contraccambiare questa ospitalità con chissà quale competenza. È sufficiente aver voglia di imparare a fare qualcosa e immergersi nello spirito del progetto, fatto essenzialmente di rispetto per la natura e condivisione.

wwoofingPer una persona che desideri viaggiare in modo sostenibile, sia dal punto di vista economico che dell’impatto ambientale, si tratta di un’esperienza molto interessante. Conosco ragazzi che hanno viaggiato per mesi spostandosi da un’azienda all’altra. Ciò permette di circondarsi di amicizie locali, di avere un luogo familiare cui fare riferimento durante gli spostamenti, di penetrare ancor meglio nel territorio attraverso il lavoro nei campi e la gastronomia contadina.

Asini-Cà-Penelope-agriturismoIl progetto Wwoof è una buona risorsa anche per le aziende, che possono attingere per tutto l’anno a volontari che offrono il loro prezioso lavoro. Ogni persona che fa visita all’azienda inoltre porta un proprio personale contributo in termini di esperienza o di “reportage” dal proprio Paese incentivando l’interculturalità sottesa al progetto.
Purtroppo non in tutti i paesi esiste una rete Wwoof ben organizzata e indicizzata, ma esiste comunque un sito web globale che, previa selezione del Paese prescelto, indirizza l’utente (che sia una azienda o un volontario) a un altro sito dove recuperare notizie e procedere all’iscrizione. Una volta iscritti (con una tassa annuale simbolica che varia da paese a paese) si potrà accedere all’elenco delle altre aziende e degli altri volontari e procedere a contattare la realtà più adeguata alle proprie esigenze.
A volte nascono veri innamoramenti tra un’azienda e un volontario e quest’ultimo finisce con il trasferirsi più volte all’anno o con l’essere assunto stabilmente. Ma la Rete Wwoof non è pensata per trovare lavoro, bensì per far circolare persone, idee e buone pratiche.

(Immagine di copertina, photo credit: Egan Snow via photopin cc)

Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania

mazzi«L’integrazione è una bella cosa se si è in due a portarla avanti».
Questa la risposta di Lisa Mazzi, modenese emigrata in Germania negli anni ’70 e autrice del volume “Donne mobili“, quando le chiedo la sua idea a riguardo. E continua: “Negli ultimi anni le politiche mirate ad integrare i migranti nella società tedesca sono aumentate. Sembra che il Paese abbia capito che gli stranieri che vengono in Germania per lavorare non possono essere più trattati esclusivamente come Gastarbeiter (Lavoratori Ospiti), e stia finalmente cercando di recuperare il tempo perduto.”

Il tema dell’immigrazione è molto caro a Lisa Mazzi, che in questo suo ultimo libro, ha posto l’accento su un aspetto poco noto delle migrazioni avvenute nell’ultimo secolo tra Italia e Germania: le donne. Lo studio condotto dall’autrice ci apre gli occhi su un tema prima non documentato come quello della migrazione femminile, e su come questo fenomeno si sia intrecciato con l’evoluzione politico-economica dei due paesi.
Attraverso interviste e ricerche d’archivio l’autrice porta alla luce le storie di molte italiane che tra il 1890 e il 2010 hanno lasciato il proprio paese in cerca di lavoro non per ricongiungersi a un familiare ma per iniziativa propria.Una vera e propria migrazione indipendente.
Dobbiamo sfatare questo mito” – dice Lisa – “non è vero che alla fine del 1800 solo gli uomini emigravano per trovare lavoro in Germania. Molte donne, specialmente provenienti dalla pianura padana, hanno fatto la stessa scelta coraggiosa disancorandosi da una società patriarcale e una morale cattolica che le voleva madri amorevoli e mogli onorate, per andare a fare le contadine nel sud della Germania”

Lisa Mazzi ha vissuto in prima persona il significato e i risultati del processo migratorio.
Da quarant’anni si è stabilita in Germania dove concilia la carriera accademica con il ruolo di madre e moglie.

donne mobiliCi siamo incontrate per la prima volta in una delle riunioni della Onlus Rete Donne Berlino e.V. dove donne italiane di tutte le età si incontrano e condividono la propria esperienza migratoria con l’obiettivo di contribuire alle politiche d’integrazione attraverso progetti e iniziative culturali sia a livello locale che federale.
Pochi giorni dopo la rivedo in un bar del quartiere Mitte per farle qualche domanda sull’Italia, sulla Germania e sull’importanza del Network tra connazionali.
Iniziamo parlando della Onlus dove ci siamo conosciute.

Qual è la tua opinione su Rete Donne ?
Rete Donne è la prima associazione sociale valida che si rivolge trasversalmente alle italiane che vivono in Germania. Ne fanno parte donne di vecchia come di nuova immigrazione che vogliono scambiare esperienze e competenze rendendosi attive nel loro nuovo paese senza perdere di vista le proprie radici. Rete Donne ha sede in diverse città della Germania tra cui Amburgo, Berlino e Francoforte. Pur non vivendo nella stessa città le persone che fanno parte di questo network hanno una meta e idee comuni. Questo ha fatto di Rete Donne un gruppo attivo e in crescita che vuole rispondere alle esigenze delle donne italiane facendo propria un’internazionalità non solo bi-nazionale ma aperta a 360 gradi.

Spesso in Italia si parla di politiche di genere. In cosa si differenziano le donne italiane e tedesche?
La donna tedesca è sempre stata più autonoma perché non ha mai dovuto combattere quelle battaglie civili che sono state così necessarie in Italia. Tutto quello che da noi è stato ottenuto a cavallo degli anni ’70, in Germania esisteva già dall’inizio del secolo. La fine del secondo conflitto mondiale e la morte di migliaia di uomini durante la guerra hanno portato le donne tedesche ad assumere un ruolo attivo nella ricostruzione delle città ma anche della società tedesca, ruolo che continua a venir loro riconosciuto. È importante però sottolineare come anche la donna italiana, attraverso le lotte del ’68, abbia portato avanti una lotta consapevole e agguerrita per raggiungere insieme all’emancipazione diritti civili importanti quali divorzio, aborto e il superamento della potestà familiare.

Donne e lavoro. Com’è la situazione in Germania?
Come ho scritto nel mio libro, il motivo per cui la mano d’opera femminile italiana è stata ricercata in Germania fin dalla fine dell’Ottocento sta nella sua economicità. Le donne venivano apprezzate in quanto billig und willig: costavano meno degli uomini e lavoravano molto.
Oggi, nonostante l’associazionismo femminile sia molto forte e il governo investa per migliorare le pari opportunità nel paese, questa differenza di salario tra i due sessi in Germania continua ad esistere ed è stata stimata intorno al 20%. Anche in Italia ci sono associazioni come Se non ora quando, che lavorano su questi temi importanti ma sfortunatamente la situazione politica del paese rimane un ostacolo al miglioramento delle politiche di genere.

it-ger1Siamo di fronte a una nuova ondata migratoria di giovani verso la Germania ma soprattutto verso Berlino. Cosa ne pensi?
Durante le ricerche fatte per il mio libro, mi sono resa conto che sono due le motivazioni ricorrenti alla base di una scelta migratoria: il “viaggio” e la “fuga”. Il viaggio come scoperta, e la fuga come risposta a condizioni materiali e sociali del paese d’origine. Penso che questi due elementi continuino ad essere oggi molto attuali.

In molti scelgono Berlino per lo spirito internazionale, l’offerta culturale e la grande vitalità che la città offre. Questo flusso rappresenta senz’altro una grande ricchezza per la città. A Fronte di questa grande potenzialità in arrivo però, spesso Berlino non è in grado di dare un lavoro a tutti. Basti pensare che il tasso di disoccupazione della città quest’anno ha raggiunto l’11%. In ogni caso è interessante vedere come gli stranieri che hanno scelto di vivere qui stiano apportando un grande impulso, anche identitario al tessuto socio-culturale della capitale.

In questo contesto in cambiamento il network diventa sempre più importante per orientarsi in un contesto nuovo per chi è appena arrivato, ma non solo. Proprio grazie a Rete Donne ho la fortuna di incontrare ragazze giovani a cui posso dare il mio contributo ma che al tempo stesso mi fanno aprire gli occhi su una esperienza migratoria molto diversa dalla mia. Io vivo questa nuova emigrazione come un’ondata di vitalità e di integrazione europea.

Quando pensi a Modena cosa ti manca?
La cucina rimane un luogo comune, anche se oggi non è più come trent’anni fa quando in Germania i ristoranti e i prodotti italiani non erano ancora così diffusi.
Mi mancano i portici, l’illuminazione di certi vicoli del centro storico come quelli della zona intorno a Calle di Luca e la familiarità che si prova nell’andare a prendere il caffè due giorni di seguito nello stesso bar.

Lisa Mazzi ha scritto racconti brevi e poesie in tedesco, trovando in quella che per molti è solo una lingua straniera una seconda casa. In una di queste ricompare Modena tra la nebbia.

Unreal city

Non c’era Dio ad attendermi alle porte di Modena,
L’ho incontrato piú tardi sul fiume nella nebbia.
Fear death by water
L’acqua scura é piena di ombre,
non pensavo fossero tante.
Luci nel profondo del fiume mi invitano a seguirle,
mi lusingano, cercano di sedurmi.
Vittima inerme, coraggiosa eroina?
Dio é la via
non so se questa sia giusta per me.
Troppo lontana é Modena, troppo irreale
La cittá con la sua torre stagliata nella nebbia.

[Unreal City. An den Toren von Modena habe ich Gott nicht getroffen/ Er ist mir später am Fluss im Nebel begegnet./ Fear death by water/ Das schwarze Wasser ist voller Gestalten/ Ich hätte nicht gedacht so viele./ Lichter in der Tiefe des Flusses laden mich ein,/ ihnen zu folgen, schmeicheln mich, versuchen mich zu verführen./ Wehrloses Opfer? Mutige Heldin?/ Gott der Wegweiser/ Ich weiß bloß nicht, ob dies der richtige Weg ist./ Zu weit weg ist Modena, zu unwirklich/ die Stadt mit ihrem hohen Turm im Nebel].

(Immagine in evidenza: photo credit: ♥KatB Photography♥ via photopin cc)

L’Italia che si disfa

Un’Italia che si frantuma, si sbriciola, che crolla e si disfa. Non è una metafora per parlare della decadenza culturale e politica: sono parole che vanno prese alla lettera. Ed è la fotografia della penisola secondo il web-documentario Dissesto Italia: un sito che mette insieme video, testi, foto e infografiche sul tema del dissesto idrogeologico, realizzato da un gruppo di giornalisti e associazioni che si occupano del tema.

Mentre in Emilia-Romagna l’allerta alluvione continua, Dissesto Italia ricorda che i disastri idrogeologici non sono un’eccezione o un’emergenza del momento: ma un problema costante e continuo, che costringe l’Italia a una permanente condizione di instabilità, precarietà e provvisorietà (tutti sinonimi di “dissesto”, come anche disordine, caos, squilibrio).

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Ogni tanto una casa crolla, ogni tanto un paese si allaga, e sembra sempre la prima volta. Ma non è così.

In realtà, scorrendo la “timeline” del sito vediamo che quella del dissesto è una storia lunga che è andata peggiorando. Dal 1910 al 2013 (mancano, per ovvi motivi, i casi più recenti), dal Vajont a Messina, da Olbia a Genova, i disastri idrogeologici attraversano confini geografici e temporali. La storia d’Italia dell’ultimo secolo diventa la storia di una frattura, una frattura continua, come una ferita sempre aperta che non si rimargina mai.

A parlare non sono solo le persone, i testimoni del dissesto, ma anche i dati: 61,5 miliardi di euro i costi dei danni idrogeologici in Italia negli ultimi 68 anni. Numeri enormi. Eppure si continua a spendere poco per la prevenzione: “Lo Stato continua a intervenire per sanare i danni, anche se agire in emergenza costa in media di più degli interventi di prevenzione” si legge nel sito.

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Le cause sono note: abusivismo, mancata prevenzione, piani regolatori che consentono di costruire dove non si dovrebbe, lentezza e burocrazia nella messa in sicurezza.

Il web-documentario Dissesto Italia è un progetto realizzato da Next New Media con l’Ance, il Consiglio degli architetti, il Consiglio dei geologi e Legambiente.

Vedi anche: Con l’acqua la gola, l’alluvione nel modenese

Video

PRESENTAZIONE 6 FEBBRAIO from #DissestoItalia on Vimeo.

Modena si affaccia sul Bosforo

Sarebbe un incredibile errore prospettico considerare qualcosa di lontano da noi ciò che sta avvenendo in questi giorni in Turchia. Per diversi motivi. Il primo è che purtroppo in Italia abbiamo fatto scuola in tutto il mondo in quanto a capacità di repressione poliziesca. Genova 2001 è una ferita ancora aperta che probabilmente un giorno i libri di storia riporteranno così come oggi si studia il massacro di Bava Beccaris.

Poi, ancora, perché non ci possiamo certo considerare un Paese dove il rapporto tra Cesare e Dio, tra Stato laico e la principale confessione praticata, assume contorni netti e ben distinti tra loro. Non tanto per la Chiesa, che ho sempre ritenuto impegnata a fare il proprio mestiere, ma per la complessiva ignavia di una classe dirigente tendenzialmente prona a ogni potere, compreso evidentemente quello che esercita a suo modo il Vaticano. Ecco allora che guardare dall’alto in basso la progressiva islamizzazione della Turchia perseguita dal governo di Recep Tayyip Erdogan, mi sembra un atteggiamento che non possiamo permetterci di assumere con la sufficienza di chi certe questioni non le ha mai dovute affrontare o, al limite, se le è lasciate alle spalle.

Infine, perché nel pianeta globale, al di là delle differenze culturali tra nord e sud, est e ovest del mondo, vi è una tendenza comune da parte delle varie oligarchie (trans)nazionali a cercare di mantenere il proprio potere con ogni mezzo, in un’epoca di cambiamenti epocali di cui ancora facciamo fatica a comprendere appieno la portata. Ancora una volta, una questione chiave da cui in Italia siamo tutt’altro che esentati. Enrico Letta avrà tutto il tempo per dimostrare di essere qualcos’altro dalla punta di diamante del gattopardismo all’italiana, quello che tutto cambia, tutto riforma, per non riformare né cambiare niente. Per ora, come riportava  l’altro ieri su Repubblica Barbara Spinelli a proposito del finanziamento pubblico ai partiti, i segnali sono scoraggianti. E non poco.

Ecco allora che il reportage (lo si può leggere qui o scaricare in epub o pdf) di Giuse Sapienza, giovane mirandolese in trasferta per un anno a Istanbul con l’Erasmus, assume tutt’altro spessore dal semplice racconto esotico di ciò che sta accadendo sul Bosforo. Ci tocca da vicino. Del suo lungo racconto,  mi ha colpito soprattutto lo scoppio del tutto improvviso della protesta che, fino a poco prima, era sopita, carsica. Ma che evidentemente covava sottotraccia e aspettava solo l’occasione giusta per esprimersi. La scintilla.  Forse che da noi non potrebbe accadere lo stesso?

Ciò che aspettavano era una scintilla, un evento che richiamasse tutti ad un collettivo coinvolgimento, l’ultima goccia che facesse traboccare il vaso. Quest’ultima goccia si è concretizzata lo scorso venerdì negli avvenimenti legati alla manifestazione nel parco di Gezi. Come è iniziato il tutto? Martedì 28 maggio un centinaio di attivisti si erano accampati nel parco di Gezi, situato vicino alla piazza di Taksim, uno dei punti più frequentati e trafficati della città, per impedire la demolizione da parte delle autorità di una delle poche aree verdi rimaste, al cui posto è stata prevista la costruzione di un centro commerciale. Al mattino di giovedì 30 maggio la polizia ha represso la manifestazione pacifica tramite gas lacrimogeni e bruciando tende e zaini dei manifestanti. Un incredibile passaparola ha diffuso la notizia tramite i social network ed ha richiamato centinaia di persone, soprattutto studenti, a ritrovarsi in quel punto venerdì notte per riguadagnare il controllo della piazza.

Io mi trovavo nel mio appartamento a Kadikoy, nella parte asiatica, a seguire incredula le sporadiche notizie provenienti da Taksim, che si facevano sempre più preoccupanti: uso pesante di lacrimogeni, getti d’acqua sulla folla, una donna uccisa, molti I feriti. Evidentemente non solo io, ma tutta la Turchia stava seguendo con il fiato sospeso le notizie della repressione da parte della polizia. E infatti, improvvisamente, verso le 2 di notte, sento dalla finestra la versione turca di “Bella Ciao” suonata per le strade e un crescendo di ciocchi metallici: forchette e cucchiai sbattuti sulle grate delle finestre da tutti gli appartamenti della zona.

Ci affacciamo alla finestra e il mio coinquilino australiano D. esprime a parole una domanda di cui sapevamo già entrambi la risposta: “Cosa stanno facendo?”, “Si stanno svegliando!! Stanno suonando come possono un richiamo per incitare tutti a svegliarsi!”.

Giuse partecipa direttamente alla protesta, convinta com’è che non si tratti semplicemente di una questione “turca”. Perché si sente parte di quel flusso e non una straniera garantita dalla sua condizione di “occidentale” e perciò protetta e immune da tutto ciò che le accade intorno. Sia a Modena che nel mondo intero. Conosco Giuse da qualche anno, da quando è diventata una delle migliori amiche di una delle mie figlie. Dopo le superiori, ha fatto un anno di volontariato nelle Filippine, poi si è iscritta all’Università a Bologna. Posso dire senza alcun timore di smentita che Giuse rappresenta a suo modo la nostra meglio gioventù. La più sana e più bella. Quella che un giorno spero prenda in mano questo Paese disastrato e lo renda un po’ migliore. Adesso Giuse è a Istanbul. Aspettiamo che ritorni per raccontarci direttamente i suoi giorni in Turchia. Per raccontarci che in fondo, italiani e turchi non sono altro che una faccia, una razza.

Quando si dice “ius soli”

Negli anni Trenta non era facile mettere su famiglia, dalle parti di Torino come in molte città italiane. Sposarsi, trovare casa e lavoro e mettere al mondo dei figli confidando di potere offrire loro un esistenza dignitosa era impresa da spaventare davvero. Ed erano in tanti a scegliere di andarsene pur di non arrendersi all’idea che il futuro fosse impossibile.
Fu così che Regina Sivori, una giovane donna piemontese riuscì a convincere Mario, il suo futuro marito, che anche per loro l’avvenire poteva essere oltre l’orizzonte, dall’altra parte dell’oceano. Raggiunsero l’Argentina dove si sposarono e dove, nel 1936, nacque il loro primo figlio, al quale ne sarebbero seguiti altri.
Giorgio, come lo chiamavano loro da bambino.
O, meglio, Jorge, come stava scritto sui documenti stampati in quel paese che aveva dato alla loro famiglia l’opportunità di esistere. Giorgio ed i suoi fratelli sarebbero stati cittadini argentini. Per sempre. Pienamente. In ogni senso.
Perché sono nati lì, e non per caso.
La storia degli anni successivi ha talmente consolidato questa ineccepibile verità, che quando Giorgio/Jorge é stato eletto Vescovo di Roma, di lui non si diceva altro che questo: il primo Papa sudamericano, scelto alla fine del mondo. L’Arcivescovo di Buenos Aires viene a rappresentare la Chiesa povera e dei poveri. C’é voluto qualche giorno perché i cronisti tirassero fuori con chiarezza la storia dei suoi genitori italiani, così del primo Papa argentino oggi si dice – solo per completezza d’informazione – che i genitori avevano origini italiane.
Quando si dice “ius soli”

Se la spesa alla spina fosse “hipster”

hip

Ecco un fenomeno di cui si sentiva parlare da anni ma che, come dire… non attecchiva: la spesa alla spina! Finalmente cominciano a farsi strada anche a Modena negozi che propongono merce da vendersi a peso, senza imballaggi. Ci siamo ormai abituati ai distributori di latte crudo, li troviamo in tutta la provincia, specialmente nei pressi di aziende agricole casearie.

C’è poi l’acqua: sono sempre più i Comuni modenesi che implementano il distributore pubblico di acqua depurata da spillarsi gratuitamente previa collezione di bottiglie vuote… Altri prodotti facilmente reperibili in modalità sfusa, e non solo nei grandi centri commerciali, sono i detergenti. Si possono trovare rivendite di detersivi e saponi sfusi in città, ma anche a Formigine, Nonantola, Carpi, Mirandola. Sul sito web  www.washmaps.com si può accedere a una vera mappa di punti vendita di diverse marche, tutti accomunati dal modo di vendere i detersivi: alla spina! Ancora un prodotto spillato volentieri dai consumatori è il vino, che viene presentato nella versione sfusa come alternativa vantaggiosa a chi desidera risparmiare.

A Modena i locali che offrono questa possibilità sono più di uno e cercano di conquistare la clientela mettendo a disposizione qualche coperto per gustare aperitivi.
Un esempio? Recatevi alla “Vinoteca” in viale Ciro Menotti, ha aperto da poco ma ha già conquistato la sua piccola fama. Molti altri alimenti senza imballaggio, pasta, cereali, legumi, thè, caffè, olio, possono essere acquistati nei negozi che promuovo l’alimentazione biologica e senza conservanti. Un esempio è NaturaSì, di cui a Modena esistono più di un punto vendita.

Sarebbe auspicabile che tale fenomeno diventasse per tutti noi un’abitudine… allora risparmieremmo centinaia di kg di rifiuti, anche se… gireremmo con l’automobile piena di bottiglie, sacchetti e contenitori di ogni tipo per riempirli al primo distributore!
Un po’ scomodo… credo che l’unica possibilità affinché si realizzi il sogno della spesa alla spina, sia che essa diventi di moda! Se sono diventate “cool” le shopping bag  possono diventarlo anche le bottiglie per il detersivo!
C’è da augurarsi che gli studenti squattrinati adottino la spesa alla spina come caratteristica distintiva e di autoaffermazione. Se poi, tra loro, ad abbracciare l’avanguardistico modo di acquistare beni di prima necessità, ci saranno i cosiddetti “hipster”… l’ascesa di tale buona ed ecologica abitudine sarà spianata, anzi spillata.

Hipster è un’etichetta sociale nata negli anni 40 per indicare giovani bianchi di classe sociale media, appassionati di jazz e bebop. Nel secondo dopoguerra il movimento era legato alla beat generation: anarchico e decadente. In tutte le epoche gli hipster si sono caratterizzati per la volontà di distinguersi dai comportamenti conformistici, ma si sono ripetutamente affermati come precursori di nuove mode.
Oggi gli hipster sono generalmente ragazzi di classe medio-alta, istruiti, che abitano nei centri urbani, si interessano alla cultura alternativa, parlano fluentemente inglese e vestono con uno stile dal sapore retrò un po’ sgangherato. L’hipster postmoderno fa acquisti nei negozi di abiti usati, mangia cibo da agricoltura biologica, preferibilmente a km zero, solitamente è vegetariano o vegano, preferisce consumare birra locale oppure la produce in casa… insomma gli manca solo la spesa sfusa! 

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Siamo davvero pigri e maleducati!

Domenica pomeriggio, mentre bevevo un caffè a Shinjuku, quartiere di Tokyo, un simpatico cameriere giapponese mi si è avvicinato dicendo: “Italiana? Berlusconi bunga bunga”. Dopo aver sorriso acidamente, ho risposto facendo i complimenti per l’arredo del locale.

stereotipi

Non più tardi di due ore dopo, un amabile vecchietto giapponese mi ferma sotto casa, chiedendomi da dove venissi. Saputa la mia nazionalità, ha iniziato a tessere le lodi del lago di Como, dove lui soggiorna “ben tre volte l’anno, in hotel”, perché visita per lavoro una nota impresa di fertilizzanti della zona (sto ancora cercando di capire di quale si tratti). Dopo avermi spiegato tutto il possibile sui fertilizzanti, si è sentito in dovere di proseguire con i complimenti, dicendo che “sì, siete in piena crisi, ma del resto gli italiani sono individualisti e pigri”. Ho sorriso e ho salutato.
Anche pochi giorni prima ho sorriso, quando una ragazza giapponese ha insultato i Siciliani, pigri (di nuovo!) e bugiardi, evitando di dirle che, ahimè, ne ho sposato uno un mese fa.

Ho deciso di non sorridere più. Va bene, siamo una nuova generazione di immigrati di lusso, inviati all’estero da imprese italiane, non costretti da seri motivi a lasciare il Paese. E’ vero, qui siamo pur sempre ospiti, ma ospiti che tutti i giorni si fanno in quattro per rispettare e comprendere costumi e linguaggi di questi Paesi.

Sono stanca di essere presa in giro da anni per colpe e stereotipi che non rappresento e non ho contribuito a diffondere. La prossima volta non starò zitta.

Così potranno dire che siamo davvero maleducati!