La crisi sociale durerà più di quella economica

I giovani, i minori e le famiglie con a capo disoccupati o lavoratori autonomi di piccole imprese sono i più poveri d’Italia.

È questa la situazione tracciata da Linda Laura Sabbadini, direttrice del Dipartimento per le Statistiche sociali e ambientali dell’ISTAT, in occasione della IX edizione dell’annuale “Lettura Ermanno Gorrieri”: “La società diseguale. Soggetti e forme delle disuguaglianze nell’Italia della crisi”, svoltasi il 10 giugno a Modena.

«La crisi economica iniziata nel 2008 è stata profonda, intensa e lunga, ma anche trasversale − ha detto − perché ha toccato vari segmenti della popolazione italiana: ha colpito più gli uomini che le donne, più al Sud rispetto al Centro-Nord e ne hanno risentito di più i giovani e i minori».

Dopo il clamore suscitato dal recente Rapporto annuale dell’ISTAT sulla situazione sociale del paese, che ha indicato l’Italia come uno dei paesi europei con il maggior tasso di disuguaglianza, non solo sotto il profilo reddituale ed economico, ma sulla base dei principali indicatori della disuguaglianza sociale, Linda Laura Sabbadini ha sottolineato alcune dinamiche emerse dalla raccolta dati fatta: «Le famiglie e la cassa integrazione hanno svolto il ruolo di ammortizzatori sociali e hanno protetto i giovani e i capifamiglia cosicché gli effetti in termini di povertà non sono stati così devastanti come si pensava. Tuttavia la crisi economica ha ridefinito la geografia e i soggetti delle diseguaglianze sociali: alcune si sono aggravate (per esempio la situazione dei giovani e dei cinquantenni senza lavoro), altre ridotte (per esempio quella degli anziani)».

L’aspetto sicuramente più preoccupante − ha incalzato − è che «è in atto un processo di rimozione collettiva del problema che riguarda il Mezzogiorno: il Sud si sta allontanando e impoverendo sempre di più dal resto d’Italia e non sembra interessare a nessuno».
«La crisi sociale che stiamo vivendo durerà più di quella economica – ha concluso Linda Laura Sabbadini -. Chiediamoci, dunque, come si riuscirà a riassorbire i disoccupati o quel segmento di popolazione che non cerca più lavoro, i cosiddetti “sfiduciati”? Come si potranno ridurre le forme di disagio più intense e gravi? Non basterà certo far crescere l’occupazione. L’unica possibilità è che la politica lavori seriamente a ridurre le disuguaglianze.

Terzo a chi?

Il Forum Terzo Settore di Modena si riunisce in assemblea per fare il punto su una realtà in crescita, nonostante la crisi

Numeri in controtendenza, nei tempi in cui ci si è abituati a cifre con il meno davanti o vicine allo zero, quelli relativi al Terzo Settore in Italia. Un’indagine Istat, pubblicata nei mesi scorsi, rivela come il numero delle organizzazioni no profit attive in Italia, negli ultimi dieci anni (2001-2011) sia aumentato del 28% arrivando a toccare quota 301.191. Con 4 milioni e 758mila volontari e 680mila dipendenti il no profit costituisce la principale realtà produttiva del Paese nei settori dell’assistenza sociale e delle attività culturali, sportive, di intrattenimento e divertimento. Un terzo settore, quindi, che si fa propulsore del welfare e che incrementa il capitale sociale, civile ma anche quello economico del territorio.
E’ proprio questo il tema al centro dell’incontro in programma per sabato 12 ottobre dalle 9 (sede Avis, via Borri 40 a Modena), in occasione dell’assemblea annuale del Forum Terzo Settore Modena, che raggruppa 110 organizzazioni del territorio modenese, dalle più piccole a quelle più articolate.

Foto Sudioieffe.it Modena
Foto Sudioieffe.it Modena

«Le organizzazioni entrate a far parte del nostro Forum – commenta Albano Dugoni, portavoce del Forum del Terzo Settore di Modena – sono aumentate e sono passate dalle 70 di tre anni fa alle 110 di oggi. La crescita delle organizzazioni non riguarda solo attività di cura legate al welfare nei servizi alla persona e alla organizzazione e pratica del tempo libero ma anche quelle di salvaguardia e tutela dei territori, dei diritti, della cultura e della legalità. Oggi, al pari  dello Stato e del Mercato, il Terzo Settore è in grado di dare un contributo autonomo a nuovi percorsi e processi di sviluppo». E i percorsi, come indica lo stesso Dugoni, vanno nella direzione di un ripensamento dell’idea di welfare tradizionale, avvicinandosi a quanto teorizzato dall’economista Zamagni con il concetto di “sussidiarietà circolare”: una nuova sinergia tra enti pubblici, imprese e società civile organizzata, un patto triplice per garantire il benessere dei cittadini.

«Se proviamo  a prendere, ad esempio, due grandi temi su cui l’opinione pubblica è molto sensibile, come l’immigrazione e l’invecchiamento della popolazione – prosegue Dugoni -, è del tutto evidente che non troveremo mai le risorse pubbliche per farvi fronte. E’ quindi necessario un sistema integrato nel quale Stato, Mercato e Terzo Settore trovino sinergie per progetti di innovazione sociale, contrastando le attuali  derive del mero abbattimento dei costi delle prestazioni e di un welfare residuale. Il fallimento del modello neoliberista è il naturale riconoscimento per chi, come noi, da tempo sostiene che Prodotto e Benessere Interno Lordo debbano essere le due facce della stessa moneta».

Nel corso dell’assemblea, che vedrà tra le altre cose la presentazione del bilancio di mandato 2010-1013, l’esame e l’approvazione del consuntivo 2012 e il rinnovo delle cariche sociali, si farà anche il punto su un percorso intrapreso dal Forum modenese per la creazione di Forum Terzo Settore di carattere distrettuale. Il primo Forum distrettuale ha già visto la luce lo scorso maggio nel Frignano mentre sono in corso incontri e percorsi formativi, col supporto del Centro Servizi per il Volontariato di Modena, per la realizzazione del Forum Unione Terre d’Argine.
«E’ un percorso che ha le sue difficoltà – conclude Dugoni -. Si va in un territorio in cui le organizzazioni sono abituate a lavorare autonomamente e si propone un terzo soggetto di cui l’associazione si deve fidare, a cui deve dare la responsabilità di sedere al tavolo col comune capo distretto per discutere di politiche comuni. Sono deleghe forti quelle che le associazioni ci danno. Il Terzo Settore siede già ai tavoli di contrattazione a livello nazionale, regionale e provinciale. Ora occorre sia così anche a livello distrettuale, facendo fronte in questo modo al processo di riorganizzazione degli enti locali che vede le province perdere progressivamente importanza a favore di altre realtà, come, per l’appunto, i distretti».

Precariato: i ritardi del sindacato – Prima parte

Ieri l’Istat ha certificato che i precari, compresi i cassintegrati e disoccupati, sono ormai in maggioranza rispetto a quelli che hanno un lavoro stabile. Parte da questo elemento la nostra inchiesta per capire perché i sindacati sono in grave ritardo rispetto alla tutela dei diritti della maggioranza dei lavoratori: i precari. Prima parte: intervista a Veronica Marchesini della Nidil-Cgil.

(Fonte immagine in evidenza: Graphiweb via photopin cc)

Deficit di attenzione

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Non siamo per niente concentrati sulla crisi e sugli effetti che sta provocando anche nel nostro paese. Chi dovrebbe aiutarci a uscire da questa situazione (la politica, i governanti, i “poteri influenti”) fa di tutto per distrarci. Non dico che l’attenzione è l’unico efficace strumento a nostra disposizione per tornare a crescere, per creare posti di lavoro, per garantire un futuro alle prossime generazione e per riprendere a sperare. Ma è una condizione importante per diversi motivi.
Prima di tutto perché nessuno, al momento, almeno in Italia, è in grado di capire veramente l’entità del fenomeno per i prossimi mesi. Ogni settimana siamo bombardati soltanto da numeri. Ieri i sindacati: per la Cisl ci sono 148.000 occupati in meno tra quarto trimestre 2011 e quarto trimestre 2012, circa 600.000 lavoratori equivalenti attualmente in cassa integrazione, dei quali 178.000 a rischio di perdita di lavoro nei prossimi mesi; per la Cgil oltre 365 milioni di ore di cassa integrazione, 530mila lavoratori coinvolti a zero ore, una perdita di reddito per 1,4 miliardi di euro. L’ultima rilevazione dell’Istat si sofferma sull’inflazione che in sette anni ha massacrato le famiglie più povere: +20,2% rispetto al +16,3% di quelle più abbienti. I numeri sono pericolosi per due ragioni: la prima perché fotografano un fenomeno e non indicano le soluzioni; la seconda perché – ancora una volta – distolgono l’attenzione.

I professori Simons e Chabris hanno fatto un esperimento sul disturbo da deficit attentivo.

Se non siamo in grado – noi cittadini – di accorgerci della presenza del “gorilla”, sicuramente fatichiamo a percepire i “tranelli” nelle ricette di chi annuncia la crisi ormai alla fine.

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Credo che gli italiani non possano più confidare in “interventi dall’alto” e debbano cominciare a muovere i primi passi da soli. Ecco perché questa insistenza sull’attenzione.
Condivido, a mo’ di flash, alcuni episodi che hanno attirato la mia attenzione nelle ultime ore. Come al solito sono soltanto “spunti” di riflessione, nulla di più.
1. Il primo riguarda la foto sopra: 49.835.341.381 (circa 50 miliardi). “Grazie a voi, stiamo per arrivare a 50 miliardi di app scaricate”. E’ il messaggio in home su sito di Apple che precisa: “Con 50 miliardi di passi puoi fare il giro del mondo più di 800 volte. 50 miliari di mattoni basterebbero a costruire 12 Grandi Muraglie cinesi. Per contare fino a 50 miliardi ci vorrebbero 1600 anni”. Insomma, un sacco di persone nel mondo hanno spinto il dito indice sullo schermo dell’iPhone o iPad per scaricare giochi, mappe, musichette, aggeggi per fare i colori “seppia” nelle foto… Se ogni giorno circa 50 miliardi di indici toccassero il telecomando per spegnere la tv e lo usassero per sfogliare qualche giornale o qualche libro, risolveremmo in buona parte quel bel deficit tutto italiano che riguarda l’analfabetismo (6 milioni di persone!?!?).
2. L’operatore ecologico che raccoglie la carta nel palazzo in cui vivo, l’altra mattina ha rovesciato il bidone dentro il furgoncino e poi ha separato con le proprie mani (e guanti) la monnezza di plastica che un idiota-ignorante ha infilato nel posto sbagliato. Io ho spiato lo spazzino, ma se il coinquilino si fosse sentito spiato al momento giusto, avrebbe evitato di fare il gesto incivile? Se invece di parlare di Imu si promuovesse uno sconto delle tasse in chi fa “realmente” la raccolta differenziata, tutti ne potrebbero beneficiare (non solo i proprietari di una, due o tre case) e tutti si sentirebbero responsabili.
3. Questa sera nella mia città (Modena), una fantastica compagnia teatrale ha danzato appesa alla Ghirlandina, la torre della fine del 1.100, bene protetto dall’Unesco. I cittadini sono usciti di casa e hanno alzato la testa per guardare il “loro” patrimonio artistico-culturale.
4. Dopo aver raggiunto il record dei 50 miliardi di click sul sito della Apple, fissiamo altri obiettivi: ridurre la quota degli astenuti (o aumentare quella dei votanti) alle prossime elezioni; svuotare le strade e “imbottigliare” di biciclette le piste ciclabili; imporre il ricambio a tutti tutti tutti i livelli, dalla scuola ai partiti, dal volontariato alle imprese. A breve, tanto per cominciare, il Parlamento dovrà trovare un sostituto alla guida dell’Istat, dopo l’incarico di ministro al Lavoro affidato a Giovannini: ci vanno bene tutti (ci mancherebbe!!), ma se fosse giovane, sconosciuto nei palazzi e non usasse i numeri come si fa col pallottoliere gradiremmo ancora di più.

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La crisi delle 23

alarmOrmai non ci faccio più caso alle telefonate assurde ricevute sul telefono fisso di casa. Anche perché qualcuno (per sbaglio) ha associato il mio numero a una pizzeria d’asporto… e piovono ordinazioni di ogni tipo. La conversazione dell’altra sera, però, è stata malinconica più del solito.

Sono le 23 circa. «Pronto?!?» faccio io. «Buonasera. Chiedevo se avevate bisogno di personale?» spiega la voce maschile di mezz’età. Dopo una manciata di secondi di silenzio con allargamento della bocca e abbassamento della mandibola, il dialogo si è interrotto: «No, ha sbagliato numero, questa è un’abitazione».

Dopo, sul divano, ho ripensato alla voce maschile di mezz’età. Un esodato in preda alla disperazione? Un cassintegrato? Un single cacciato dall’azienda a causa della crisi economica? Un universitario fuoricorso in cerca di spiccioli, tra un trancio di pizza e un capitolo della tesi? Quante telefonate avrà fatto quella persona prima di contattare la “mia pizzeria”? Si rivolgerà al suo interlocutore con la stessa frase “cercate personale” o è contemplata qualche “variante sul tema” nella sua impresa? Quanti curricula avrà spedito in cerca di un contratto?

Questa mattina, a Roma, durante la riunione del gruppo di lavoro “Osservatorio sul precariato” all’Ordine dei giornalisti, mi sono passate sotto gli occhi ancora decine e decine di storie assurde: giornalisti che riempiono pagine e siti di notizie e non sono pagati da sei, otto e dieci mesi; editori che si nascondono dietro la “crisi del settore” e pensano così di aver chiuso l’argomento, come quando si appoggia la cornetta del telefono “ha sbagliato numero”.

Oggi una ricerca sul Corriere della Sera su dati Istat, si soffermava sulla difficoltà per gli “over 55” a ricollocarsi in azienda dopo il licenziamento. E l’articolo cominciava così: «Vietato mollare. Proibito sentirsi vecchio». Quando, a che punto, a che ora una persona in cerca di lavoro si sente inutile in questo Paese? Alle 23 è già notte, forse è ora che qualcuno si svegli.

Senza reddito e mi arrampico

“Work less, climb more”. Per qualcuno lavorare meno e arrampicarsi è un obiettivo per vivere più sereni nel 2013. Per 2.345 famiglie modenesi che dichiara reddito zero il nuovo anno sarà un arrampicarsi tra servizi sociali e sconti su tariffe.

 

Vivono in affitto o ospiti da amici o parenti. Dichiarano “reddito zero”. Non avendo un lavoro (o meglio uno stipendio in regola), possono contare solo su aiuti economici di conoscenti o enti caritativi. Per arrivare a fine mese, si rivolgono ai servizi sociali dei comuni e beneficiano di sconti o riduzioni di tariffe e bollette. È la condizione di oltre 2.300 famiglie modenesi (circa l’1% delle famiglie complessive), metà delle quali con due o più figli a carico, come emerge dalle dichiarazioni Isee presentate in provincia di Modena. Il dato è del 2009 e riguarda complessivamente 47.161 nuclei familiari residenti nel nostro territorio, su un totale di 300 mila famiglie al 31 dicembre 2011 (nel 2009 erano 293.799).

Nonostante lo strumento sia impreciso e a livello nazionale si stia tentando di riformarlo, la dichiarazione Isee – che deve essere compilata da chi vuole ottenere agevolazioni su tasse e tariffe o chiede di accedere ai servizi sociali del proprio comune – è uno spaccato della condizione economica delle famiglie modenesi. Potremmo dire un’ulteriore conferma della situazione che si manifesta ai servizi di prima assistenza o agli sportelli delle Caritas cittadine. Anche lo scorso anno, infatti, come emerge dall’Osservatorio sulle povertà a Modena, ai centri di ascolto si sono rivolte 4.696 persone che hanno ottenuto un aiuto materiale (buoni pasto, vestiti, piccoli sussidi); altre 1.527 persone, attraverso un colloquio con gli operatori, sono state accompagnate nella ricerca di un’abitazione o di un lavoro. Di questi “utenti”, la metà è sposata e il 28% celibe o nubile; la maggior parte (39%) è in possesso della licenza media inferiore e il 18% di quella superiore; l’età media è di 35/44 anni e l’80% di loro risulta disoccupato. I poveri (sempre più italiani) vivono in una casa in affitto (45,6%) o in un domicilio di fortuna (26,3% dei casi).

Tornando alle dichiarazioni Isee compilate alla fine del 2009, un dato deve far riflettere: l’1% delle famiglie che si rivolgono ai servizi sociali (2.345) dichiara di non percepire alcun reddito; circa il 10% (6.923 nuclei familiari) dichiara un reddito annuo inferiore ai 10 mila euro; circa il 12% (9.667 famiglie) ha una condizione economica inferiore ai 15 mila euro l’anno. Prendiamo in esame soltanto il primo caso (chi dichiara da zero a 10 mila euro di reddito): 1.680 famiglie hanno un solo figlio; 1.432 famiglie due figli; 1.349 famiglie hanno 3 figli; 1.433 ne hanno quattro; dichiarano cinque figli 654 nuclei; sei figli per 249 famiglie e per 256 si contano sette o più figli.

Come si può (soprav)vivere con circa 800 euro di reddito mensile? Come si fa, con questa cifra, ad arrivare a fine mese con due, tre o quattro figli a carico? Ribadiamo: i dati che si evincono dalle dichiarazioni Isee non possono essere esaustivi, ma indicano la condizione a cui sono costrette migliaia di famiglie anche in una terra da sempre considerata laboriosa e ricca. La fotografia del 2009 non può che essere peggiore a distanza di due anni. Nonostante diversi esponenti politici del precedente governo Berlusconi abbiano addirittura negato la gravità della crisi economica, l’Istat ha certificato il trend negativo: nel 2011 le famiglie in condizione di povertà relativa sono in Italia 2 milioni 782 mila (l’11,1% delle famiglie residenti) corrispondenti a 8 milioni 173 mila individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione; come emerge dall’ultimo Rapporto sulla coesione sociale, il rischio povertà o di esclusione sociale nel nostro Paese sale al 29,9%, in particolare tra le famiglie numerose.

Modena già da mesi deve fare il conto con l’aumento della disoccupazione e dell’utilizzo della cassintegrazione; gli effetti del terremoto dello scorso maggio non potranno che peggiorare la situazione. “Work less, climb more”: lavorare meno e arrampicarsi di più, ha augurato ai propri iscritti per il 2013 la sezione di Perugia del Club Alpino Italiano (vedi foto). Per qualcuno è un obiettivo da raggiungere per essere più sereni e rilassati. Invece per sempre più famiglie “lavorare meno” è un dato di fatto; la conquista è quella di “arrampicarsi” tra i servizi sociali per ottenere un contributo.