Non conviene sposarsi

Marcello e Annalisa, finita la cena, mentre i tre figli erano già corsi ad accendere tv e Playstation, e in sala volavano bambole e macchinine, hanno continuato a fissarsi uno di fronte l’altra. Poi lui, rompendo il silenzio imbarazzante, ha riassunto e distribuito i compiti: «Domani si va dall’avvocato e avviamo la pratica per la separazione». I nomi sono di fantasia, ma la storia è vera. Anzi, le storie, perché aumentano sempre più i casi di separazione non per la fine di un amore, ma per una questione di “bilancio familiare”. Sì, in Italia non conviene essere più sposati e fare famiglia… almeno come la si intendeva in passato. Non per una questione di “moda” o di ideologia, ma per sopravvivere all’aumento delle tasse, alla negazione di contributi o alle mancate agevolazioni.

Costituzione a parte (la Carta del 1948 riconosce che “la famiglia educa, istruisce e mantiene”), perché due giovani dovrebbero convincersi a unirsi in matrimonio se lo Stato (e a seguire gli enti locali) penalizza la loro unione? Essendo quello della famiglia un tema “sensibile” e oggetto di scontro a livello politico (l’ultima – finta – discussione è stata alimentata dopo le dichiarazioni di Guido Barilla), la questione può essere affrontata soltanto basandosi su numeri concreti.

Ci ha pensato l’Acli di Brescia, che ha pubblicato “10 buoni motivi…” per non sposarsi ai giorni d’oggi. Un agile manuale per spiegare quello che negli slogan in piazza, nei discorsi in Parlamento o nelle dichiarazioni nei Tg non si dice. In Italia – è la tesi di fondo dello studio – non conviene sposarsi; sono numerosi i casi in cui lo Stato discrimina e penalizza chi “mette su famiglia” rispetto a ci non lo fa o chi non lo fa in forma “ufficiale”, magari per godere di quei benefici insiti nelle pieghe delle normative fiscali.

La prima “discriminazione” riguarda il calcolo dell’ISEE (l’indicatore della situazione economica equivalente), calcolato in base alla composizione del nucleo familiare, quello che risulta anagraficamente residente in una stessa abitazione, cioè quello indicato sullo stato di famiglia. Senza entrare troppo nel tecnicismo, proviamo a spiegare perché si crea una disparità di trattamento fra una famiglia con figli i cui genitori sono sposati e una stessa famiglia ma con genitori non sposati. Se i due genitori sono sposati, il nucleo familiare è composto da 4 soggetti e si calcolano i redditi di entrambi i coniugi; se i due genitori non sono sposati, il nucleo familiare potrebbe essere diverso: in caso di genitori conviventi anagraficamente non ci sarebbero differenze ma, in caso di genitori non conviventi, uno dei due non rientra nel nucleo, con la conseguenza che neppure il suo reddito ne entra a far parte (anche se, di fatto, non è così).

Un altro esempio riguarda le detrazioni Irpef per i figli a carico che varia dal reddito del genitore ed è, ovviamente, proporzionalmente decrescente al crescere del reddito complessivo (più basso è il reddito, maggiore la detrazione spettante). L’Agenzia delle Entrate, per stabilire l’entità di questo beneficio, va a verificare la dichiarazione dei redditi nella quale il marito, per esempio, deve indicare il codice fiscale della moglie. Dai controlli automatizzati risulta molto facile stabilire se marito e moglie stanno beneficiando in modo corretto delle detrazioni per i figli; questo non avviene per chi non è sposato, perché nella sua dichiarazione dei redditi non deve indicare il codice fiscale dell’altro genitore. Un meccanismo simile viene adottato per l’assegnazione di “assegni al nucleo familiare” e di “esenzioni ticket”: per il calcolo non si considera il nucleo anagrafico che risulta dallo stato d famiglia, ma solo il nucleo fiscale andando a creare una discriminazione nei confronti di due coniugi con figli rispetto a due genitori, con lo stesso numero di figli, ma non sposati.

E’ iniquo anche il regolamento adottato dagli enti locali per la graduatoria degli asili nido: si assegna in partenza un vantaggio a figli i ragazzi-padre o ragazze-madri, di genitori separati o divorziati, o anche di genitori separati o divorziati con affidamento congiunto. Il principio, in linea di massima, può essere giusto, però si presta a facili giochi truffaldini, come capita spesso a sentire i resoconti di indagini della Guardia di Finanza.

Il Comune di Modena ha spiegato che «da giugno alla fine di ottobre sono state accolte 94 nuove domande di cittadini e famiglie che hanno bisogno di una casa in affitto a canone calmierato e gli uffici stanno verificando il mantenimento dei requisiti di tutte le domande giacenti, che ammontano a circa 400, per valutare meglio anche a fronte della crisi i bisogni espressi dalle famiglie». Ecco, appunto, la verifica dei requisiti: per le case popolari c’è, nella maggior parte dei casi, una corsia privilegiata per donne e uomini soli, con figli a carico; così come per il sostegno all’affitto e all’assegno sociale.

Si trova avvantaggiato chi, ufficialmente, una famiglia non ce l’ha anche per l’integrazione al trattamento minimo e alle maggiorazioni sociali che vengono subordinate al reddito coniugale (il matrimonio, per essere espliciti, potrebbe far perdere il diritto all’integrazione con conseguente riduzione delle entrate per la coppia). Il problema non riguarda soltanto le giovani coppie: anche per l’assegnazione della pensione di reversibilità si nascondono falle: due vedovi, per esempio, che si trovano e vogliono farsi una vita insieme, trovano molto più conveniente scegliere la convivenza che non il matrimonio perché si assicurerebbero una doppia prestazione che, altrimenti, verrebbe immediatamente meno dal momento che avrebbero diritto unicamente alla liquidazione di una “doppia annualità”.

Povertà: tamponare non basta

Intervista a Francesca Maletti, assessore alle Politiche sociali del Comune di Modena: “L’ente locale deve creare azioni strutturali per dare impulso all’occupazione”.

 

I dati pubblicati da Note Modenesi descrivono una realtà dove anche a Modena aumenta in modo significativo la quota di poveri, o nuovi poveri. Non è una novità, ma leggere di tante famiglie che tirano avanti con 800 euro al mese, pur avendo uno o più figli, affitti e bollette da pagare, suscita un certo stupore.

Assessore Maletti, che cosa ne pensa?

La vera novità è che a partire dal 2008 sono cadute nella fascia della povertà famiglie e singole persone che fino ad allora erano autosufficienti dal punto di vista economico. Fino al 2008, cioè, i poveri delle nostre città erano essenzialmente le persone che vivevano quella situazione a causa di patologie o altri problemi: dalla non autosufficienza alla disabilità, dalla tossicodipendenza all’alcolismo, fino ai senza tetto o, comunque, a persone e famiglie che uscivano dagli standard.

 

E oggi, invece?

Oggi è diverso. Oggi i poveri sono come gli altri, sono come noi… Solo più vulnerabili e a volte non ce la fanno da soli. Sono circa 1.300 le famiglie in condizioni di disagio che hanno ottenuto contributi economici nell’ultimo anno dal Comune di Modena, la metà con minori a carico. E gli stranieri sono solo poco più di un terzo, quasi tutti con minori, verso i quali l’assistenza è obbligatoria per legge. Gli aiuti riguardano in particolare il mantenimento di casa e utenze. Oltre al sostengo dei minori, naturalmente.

 

Sono quindi vittime della crisi economica?

La crisi economica e occupazionale ha colpito subito i più giovani ma poi negli ultimi due anni si è allargata ad altre fasce della popolazione e per il 2013 le prospettive per il nostro territorio sono ancora preoccupanti rispetto ai dati sulla disoccupazione e della cassa integrazione, per esempio. E non sappiamo se ci sarà copertura.

 

Solo un problema di mancanza di lavoro, quindi?

Quello è il dato principale che rende vulnerabili, appunto, molte famiglie. Un altro elemento è  l’aumento del costo della vita. Un’inflazione del 3 per cento nel 2012 significa dover spendere di più per pagare le bollette e i generi di maggiore consumo proprio nel momento in cui in casa entra di meno perché, magari, un familiare ha perso il lavoro o è in cassa integrazione.

 

In questi casi come interviene l’ente locale? Cosa fanno i servizi sociali?

Oggi i servizi sociali possono e devono “tamponare” il problema, non hanno la possibilità di risolverlo. Ecco allora gli interventi per garantire la casa, in particolare gli alloggi in affitto con strumenti diversi per le diverse esigenze (dagli alloggi Erp all’Agenzia casa, fino ai contributi per sostenere il pagamento del canone ed evitare gli sfratti) e poi gli aiuti economici per evitare i distacchi delle utenze e le agevolazioni sulle tariffe per una spesa complessiva di circa otto milioni di euro. Insieme alle Caritas parrocchiale e alle altre associazioni, poi, si interviene anche con aiuti in generi alimentari. Sono circa 500 le famiglie con bisogni di questo tipo che sono state individuate nell’ultimo anno, ma spesso si vergognano a chiedere aiuto. Questa fragilità è una situazione a cui non sono abituate.

 

Quindi il Comune può solo “tamponare” il problema?

No, sarebbe un errore. L’ente locale deve andare oltre e nel 2013 sono necessarie azioni strutturali che contribuiscano a dare impulso all’occupazione. Ci sono infrastrutture strategiche, come lo scalo merci di Marzaglia, che possono attrarre investitori sul nostro territorio in grado di creare posti di lavoro, oltre a non fare scappare imprese che già operano qui. E poi c’è l’ambito della formazione da sviluppare ulteriormente per garantire al mercato le professionalità necessarie sia rispetto a operai specializzati o tecnici sia rispetto ai percorsi universitari. Modena, inoltre, deve affiancare ai settori caratteristici del suo sviluppo economico (come la metalmeccanica, il tessile, il manifatturiero in genere) anche nuovi ambiti, in particolare nella green economy. Una sua applicazione nell’edilizia, per esempio, con incentivazioni per la riqualificazione della città potrebbe garantire ottimi risultati occupazionali e risparmi energetici e ambientali. Inoltre è necessario proseguire con politiche volte a favorire percorsi per inserimenti lavorativi incentivando anche le imprese che fanno assunzioni.

Senza reddito e mi arrampico

“Work less, climb more”. Per qualcuno lavorare meno e arrampicarsi è un obiettivo per vivere più sereni nel 2013. Per 2.345 famiglie modenesi che dichiara reddito zero il nuovo anno sarà un arrampicarsi tra servizi sociali e sconti su tariffe.

 

Vivono in affitto o ospiti da amici o parenti. Dichiarano “reddito zero”. Non avendo un lavoro (o meglio uno stipendio in regola), possono contare solo su aiuti economici di conoscenti o enti caritativi. Per arrivare a fine mese, si rivolgono ai servizi sociali dei comuni e beneficiano di sconti o riduzioni di tariffe e bollette. È la condizione di oltre 2.300 famiglie modenesi (circa l’1% delle famiglie complessive), metà delle quali con due o più figli a carico, come emerge dalle dichiarazioni Isee presentate in provincia di Modena. Il dato è del 2009 e riguarda complessivamente 47.161 nuclei familiari residenti nel nostro territorio, su un totale di 300 mila famiglie al 31 dicembre 2011 (nel 2009 erano 293.799).

Nonostante lo strumento sia impreciso e a livello nazionale si stia tentando di riformarlo, la dichiarazione Isee – che deve essere compilata da chi vuole ottenere agevolazioni su tasse e tariffe o chiede di accedere ai servizi sociali del proprio comune – è uno spaccato della condizione economica delle famiglie modenesi. Potremmo dire un’ulteriore conferma della situazione che si manifesta ai servizi di prima assistenza o agli sportelli delle Caritas cittadine. Anche lo scorso anno, infatti, come emerge dall’Osservatorio sulle povertà a Modena, ai centri di ascolto si sono rivolte 4.696 persone che hanno ottenuto un aiuto materiale (buoni pasto, vestiti, piccoli sussidi); altre 1.527 persone, attraverso un colloquio con gli operatori, sono state accompagnate nella ricerca di un’abitazione o di un lavoro. Di questi “utenti”, la metà è sposata e il 28% celibe o nubile; la maggior parte (39%) è in possesso della licenza media inferiore e il 18% di quella superiore; l’età media è di 35/44 anni e l’80% di loro risulta disoccupato. I poveri (sempre più italiani) vivono in una casa in affitto (45,6%) o in un domicilio di fortuna (26,3% dei casi).

Tornando alle dichiarazioni Isee compilate alla fine del 2009, un dato deve far riflettere: l’1% delle famiglie che si rivolgono ai servizi sociali (2.345) dichiara di non percepire alcun reddito; circa il 10% (6.923 nuclei familiari) dichiara un reddito annuo inferiore ai 10 mila euro; circa il 12% (9.667 famiglie) ha una condizione economica inferiore ai 15 mila euro l’anno. Prendiamo in esame soltanto il primo caso (chi dichiara da zero a 10 mila euro di reddito): 1.680 famiglie hanno un solo figlio; 1.432 famiglie due figli; 1.349 famiglie hanno 3 figli; 1.433 ne hanno quattro; dichiarano cinque figli 654 nuclei; sei figli per 249 famiglie e per 256 si contano sette o più figli.

Come si può (soprav)vivere con circa 800 euro di reddito mensile? Come si fa, con questa cifra, ad arrivare a fine mese con due, tre o quattro figli a carico? Ribadiamo: i dati che si evincono dalle dichiarazioni Isee non possono essere esaustivi, ma indicano la condizione a cui sono costrette migliaia di famiglie anche in una terra da sempre considerata laboriosa e ricca. La fotografia del 2009 non può che essere peggiore a distanza di due anni. Nonostante diversi esponenti politici del precedente governo Berlusconi abbiano addirittura negato la gravità della crisi economica, l’Istat ha certificato il trend negativo: nel 2011 le famiglie in condizione di povertà relativa sono in Italia 2 milioni 782 mila (l’11,1% delle famiglie residenti) corrispondenti a 8 milioni 173 mila individui poveri, il 13,6% dell’intera popolazione; come emerge dall’ultimo Rapporto sulla coesione sociale, il rischio povertà o di esclusione sociale nel nostro Paese sale al 29,9%, in particolare tra le famiglie numerose.

Modena già da mesi deve fare il conto con l’aumento della disoccupazione e dell’utilizzo della cassintegrazione; gli effetti del terremoto dello scorso maggio non potranno che peggiorare la situazione. “Work less, climb more”: lavorare meno e arrampicarsi di più, ha augurato ai propri iscritti per il 2013 la sezione di Perugia del Club Alpino Italiano (vedi foto). Per qualcuno è un obiettivo da raggiungere per essere più sereni e rilassati. Invece per sempre più famiglie “lavorare meno” è un dato di fatto; la conquista è quella di “arrampicarsi” tra i servizi sociali per ottenere un contributo.