Maturità 2017: tra gaffe da cabaret, sound check ed elicotteri in volo

«Maturità, t’avessi preso prima
Le mie mani sul tuo seno
È fitto il tuo mistero»
(Antonello Venditti,
Notte prima degli esami)

Chiedere a qualcuno cosa ricorda del suo esame di maturità è sempre un’esperienza mistica. C’è anche chi lo sogna ancora, o sogna di non averlo passato e di doverlo sostenere di nuovo. Dopotutto, è la prima grande occasione per dimostrare a se stessi e agli altri quanto si vale, raccogliendo i frutti di cinque anni di studi. È un momento catartico – quasi un rito d’iniziazione – in cui si dà l’addio a scuola e adolescenza (non rendendosene conto fino in fondo), per lanciarsi in nuove avventure: il lavoro, l’università o il mitico anno sabbatico. La maturità del 2017, bisogna essere sinceri, non è nata proprio sotto una buona stella con la gaffe di ortografia sul sito del Miur che ha fatto ridere tutta la tribù: «Traccie prove scritte». Un banale refuso. Ma il web e il tempo reale non perdonano: dopo la moltitudine di condivisioni sui social, il ministero ha dovuto subito fare ammenda: «Abbiamo visto il refuso sul sito degli Esami di Stato e siamo subito intervenuti per farlo correggere. Si tratta di un errore di battitura, di un errore materiale che, naturalmente, non doveva esserci, tanto più su una pagina che riguarda gli Esami».
Eppure, a quanto pare, non è stata l’unica gaffe cabarettistica che quest’anno è arrivata dal ministero. Ho incontrato Antonella Battilani, professoressa di Discipline Grafiche all’Istituto Superiore d’Arte “A. Venturi”, per passare in rassegna le calde giornate dell’esame di quest’anno, vissuto ‘in trincea’ fra esplosivi sound check e fragorosi elicotteri.

Tre giorni di tour de force
Il caldo prosegue assillante, anche dopo la maturità. La prof è già seduta in uno dei pochi ritagli di ombra di cui può godere il bar dove ci siamo dati appuntamento. Appoggiamo i fogli della seconda prova sul tavolino in legno e iniziamo a passarlo in rassegna. Il tema prevedeva la progettazione di una collana di libri di testo per il liceo artistico – con focus su tre materie a scelta dello studente – oltre allo studio e alla realizzazione di materiale promozionale, un catalogo di 36 pagine e tre loghi.
«Già il titolo», mi fa notare, «è autoreferenziale: siamo al liceo artistico, e cosa ti fanno progettare? Una collana di libri di testo per il liceo artistico. La cover di per sé è un bellissimo tema di grafica editoriale. L’unico picco creativo era scegliere le materie e interpretarle con tre stili diversi. Quindi: tre cover con tre pensieri progettuali forti e tre linguaggi espressivi avrebbero già costituito un esame completo. Ci si poteva fermare lì, no? Per noi docenti sarebbe stato più che sufficiente per dare le valutazioni. E invece no…».

maturità-2017-prova-liceo-artistico Infatti, i vari problemi sono sorti – secondo la professoressa – per le altre e numerose richieste inserite nella prova. Scorro il testo, e mi saltano all’occhio le parole «folder di 36 pagine». Alzo lo sguardo, e chiedo delucidazioni.
«Il folder di 36 pagine, in realtà, non può esistere», risponde. «Il folder – dall’inglese to fold, “piegare” – è qualcosa che si piega o, al massimo, una cartellina. Quello che al ministero immaginavano è un catalogo, forse. Noi abbiamo deciso di fare realizzare agli studenti tre doppie pagine in cui evidenziare copertina, quarta di copertina, l’introduzione e una doppia interna per vedere come è stata strutturata la gabbia. Con questa richiesta, insomma, siamo entrati nel delirio».
Ma non è finita. Nelle ultime righe del primo foglio leggo: «In prima di copertina: autore, titolo, nome della disciplina a cui si riferisce, logo dell’editore, nome o logo della collana; in quarta di copertina: un testo di presentazione del volume di 300 battute, indicazione per testi accessori come IBAN, prezzo, box […]» eccetera.
IBAN? Ma l’IBAN non è forse l’International Bank Account Number?
«Questa è la vera chicca», mi dice la prof ridendo di gusto. «Pensa che io in aula, il testo, l’avevo letto giusto. Lectio facilior, si suol dire. Solo qualche minuto dopo è arrivata la presidente facendomi notare che era stato scritto davvero IBAN anziché ISBN. L’altra ‘perdita di tempo’, oltre al folder, sono stati i loghi: il logo de “Le Guide” in primis più altri due. In tre giorni, con quaranta gradi, uno ‘schiavismo’ totale».

Scene di ordinaria surrealtà
«La classe più piccola è stata messa nell’aula più grande, e quella più grande nell’aula più piccola. Allora, per evitare che gli studenti stessero male, li abbiamo disposti su due aule. I ventilatori non bastavano, neanche quelli acquistati da noi docenti». L’unico modo per fare entrare il poco ossigeno rimasto, in un’aria densa come vapore nebulizzato, era quello di aprire ancora di più le finestre.
Ed è con il sorriso che la prof mi racconta come hanno fatto: «Il vicepreside, con atto eroico, è entrato in aula munito di bastone di legno con cucchiaino in punta rigirato ed è riuscito ad aprire una parte delle finestre basculanti». Una sorta di opera d’arte dadaista incastonata per errore in Amarcord.
Ma i primi giorni della maturità non è stato solo il caldo a creare disagi a studenti e insegnanti: prima il sound check del concertone di Vasco e poi gli elicotteri sono stati altri elementi di disturbo in una situazione già soavemente in bilico.
«Pensa che uno dei miei studenti, anziché scrivere ‘Saperi in Espansione’ nell’headline della locandina, ha scritto ‘Sapori in Espansione’: aveva fame – in testa probabilmente aveva il gnocco fritto – ma l’abbiamo perdonato. Oltretutto, ha realizzato un lavoro davvero stupendo».
Mentre parliamo, arrivano due suoi studenti. Neanche a farlo apposta. Contenti e orgogliosi, con in mano il book fresco di stampa che presenteranno all’orale.
Chiedo anche a loro un parere sulla prova di progettazione. «È stata stimolante». Non sembrano sconvolti, né dall’IBAN né dal folder di 36 pagine.
«Vedi? Basta presentare e spiegare nel modo giusto le cose ai propri studenti», sottolinea la prof. «Quello che a loro dico sempre, come lezione di vita, è: “Trovate il modo di divertirvi in qualunque cosa facciate”».
I due ragazzi si siedono al tavolo accanto al nostro, continuando a parlare di grafica con inesauribile passione.
«Comunque, se il trend nelle tracce di maturità è questo», conclude la docente, «mi aspetto che l’anno prossimo chiederanno ai ragazzi di progettare la grafica per delle coppette di gelato. Speriamo di no».

 

L’insostenibile leggerezza di un amore a distanza

Poco prima di intervistare Marianna Sautto sul tema dell’amore a distanza, avevo ascoltato alla radio una canzone che entrerà probabilmente nella top ten dei tormentoni estivi. Una canzone che, sia nel ritmo sia nelle riprese “effetto Studio Uno” del videoclip, strizza simpaticamente l’occhiolino agli anni Sessanta. Il titolo è L’esercito del selfie, e con un’elevata probabilità tutti – volenti o nolenti – a breve la canticchieremo. Il ritornello – «Ma tu mi manchi, mi manchi, mi manchi in carne ed ossa […]» – ironizza sul fatto che oggi moltissime persone preferiscano comunicare e condividere le proprie esperienze sui canali social, dimenticandosi di quanto sia importante – specialmente in coppia – vedersi, sfiorarsi viversi. Ecco, conoscendo più da vicino la storia d’amore di Marianna, quel ritmo giocoso ha lasciato spazio a riflessioni più profonde, legate ai temi della distanza e del lavoro. Quasi da due anni, infatti, ogni venerdì da Modena prende l’aereo e va a Londra per raggiungere l’uomo che ama. Ed è proprio in situazioni come la sua che ci si accorge che – nonostante Facebook, Skype, Whatsapp e Facetime – la lontananza resta ancora una barriera.

MariannaIn un articolo pubblicato di recente su Internazionale, lo scrittore Alain de Botton parla degli aspetti positivi del vivere a distanza. Vorrei quindi un tuo parere, visto che è una situazione che vivi molto da vicino.
«Per me, di positivo, c’è poco. Credo questo dipenda anche dall’età in cui uno vive una relazione a distanza. Magari i ventenni o i trentenni la vivrebbero certamente meglio. Alla mia età [quasi 39 a settembre], ci sono aspetti che ti mancano davvero tanto. Mi manca, in primis, la quotidianità nel rapporto. Ho già avuto convivenze, quindi so cosa vuol dire vivere assieme il quotidiano».

Alain de Botton sostiene che uno degli aspetti positivi della distanza sia la comunicazione, cosa che a molte coppie oggi pare mancare. Chi ama da lontano deve raccontare, descrivere, analizzare diversi aspetti…
«È vero, ma dipende anche dalle persone. Io per esempio ho bisogno del contatto fisico con la persona che amo. Con i ritmi di oggi però è anche difficile trovare il tempo per concentrare tutto in una telefonata. E comunque tra me e lui c’è sempre in mezzo un barriera, un filtro. Se volevi intervistarmi per avere conferma degli aspetti positivi, non sono proprio la persona giusta [ride]».

E invece credo di sì, perché un po’ la penso come te. Mettiamola così: farò la banderuola tra gli aspetti positivi del vivere a distanza e quelli negativi.
«La mia relazione è da sempre fondata sulla distanza e sui posti che non mi appartengono: lui è romano, io vivo a Formigine. Ci siamo conosciuti in Sicilia, al mare, e in tre giorni ci siamo innamorati. Inizialmente abbiamo fatto un periodo fra Modena e Roma, poi lui si è trasferito a Londra. Ci vediamo praticamente tutti i weekend. Questi spostamenti hanno un costo, e notevole. Quindi la relazione è anche economicamente difficile da sostenere. Siamo d’accordo che la distanza non potrà durare ancora per molto».

Il vostro progetto è quello di ricongiungervi?
«È tutto molto complicato. Lui è nella “fase calda” della sua carriera e vuole conquistare una certa posizione dal punto di vista lavorativo. Ha in progetto di spostarsi ancora, ma certamente non di tornare in Italia. Quello che all’estero puoi ottenere a livello lavorativo – e non parlo solo dell’aspetto economico – in Italia non puoi averlo. Purtroppo».

Immagino lui abbia fatto questa scelta perché era una proposta che non si poteva rifiutare…
«Era una buona proposta, sì. Probabilmente, sarò io che mi dovrò spostare: anche se non so ancora dove andrò. Ci siamo posti come limite un anno: in quel momento decideremo. Stare insieme un giorno e mezzo rende tutto falsato: è come vivere in una realtà virtuale, compressa, costruita. Smetto di lavorare il venerdì pomeriggio, prendo l’aereo e vado a Londra per ritornare la domenica sera o a volte il lunedì mattina. La situazione che stiamo vivendo, insomma, è stancante anche da un punto di vista fisico. O sono in ufficio o sono in aereo».

marianna2È più facile gestirla, secondo te, con gli strumenti che si hanno a disposizione adesso? La vostra stessa situazione, quindici anni fa, come sarebbe evoluta?
«Probabilmente non l’avrei presa in considerazione. Per come la vivo ora, credo sarebbe stata insopportabile. Già adesso per me non è abbastanza, nonostante le possibilità di contatto che ci offre la tecnologia».

È triste pensare al fatto che abbiate dovuto accettare questo compromesso in parte a causa di una situazione lavorativa terribile in cui tuttora versa l’Italia.
«Assolutamente sì. Lui ama Roma, la sua città, ma ha dovuto scegliere Londra per un lavoro che qui non avrebbe mai potuto avere. Fra l’altro, c’è un altro problema connesso a questo argomento: io sono figlia unica, e il fatto di dover cambiare vita a quasi quarant’anni sarà molto difficile. Sono un sostegno per la mia famiglia, dato che mio padre è rimasto senza lavoro. La mia famiglia è sempre stata benestante, ma purtroppo mio padre lavorava nell’edilizia…».

Credo che un paese come l’Italia dovrebbe sentirsi responsabile di una situazione come la vostra.
«Hai presente le frasi che senti dire spesso in TV e che non immagini potrebbero mai entrare a far parte della tua esistenza? Ora la dico a me stessa: “non pensavo saremmo arrivati a questi livelli”. La nostra situazione sta diventando davvero complicata. Non voglio lanciare alcun j’accuse, né perdermi in ragionamenti di politica sociale, ma così è».

Torno un attimo all’argomento dell’amore a distanza. Avete vissuto inizialmente la vostra relazione tra Modena e Roma, ora vi barcamenate tra Modena e Londra. Immagino sia stata da subito una sfida. Ma – si sa – le sfide si accettano solo se il sentimento è potente.
«Sì, ci siamo conosciuti nell’estate del 2014. Poi, dopo circa sei mesi, il mio compagno è andato nel Regno Unito. A Londra ho conosciuto una realtà che avevo solo intravisto, e mi sono resa conto di quanto sia limitata la vita qui. L’aspetto positivo è questo: quando deciderò di spostarmi, sceglierò una città che mi possa dare tanto. Mi dovrò reinventare a 39 anni, ma ci sono paesi che possono rendere questo salto molto più “indolore”. Se uno a quarant’anni da Londra venisse qui, che lavoro potrebbe fare? La relazione a distanza mi ha sconvolto l’esistenza, perché mi ha fornito una nuova prospettiva da cui guardare il mondo. Un lato positivo della distanza – vedi?! – alla fine l’abbiamo trovato».

Vivi all’ombra della Big Ben Tower da due anni solo nel weekend, ma immagino ti senta a casa ormai, anche solo per poche ore. Qual è il tuo luogo di Londra?
«Mi vengono subito in mente alcuni posti, legati al rito della colazione: la colazione per me è uno dei momenti più intimi del vivere una relazione. Il rito del nostro breakfast ha luogo nella Nappy Valley (il “quartiere dei pannolini”): o andiamo in un caffè italiano che fa torte buonissime o da Gail’s. Ogni tanto, ci concediamo una colazione ipercalorica british style».

Nappy Valley?
«È un quartiere curato, grazioso, in cui vivono molte coppie giovani (e abbastanza ricche) con figli».

Come ti senti oggi?
«È come vivere due vite parallele: quando il mio compagno mi raggiunge a Magreta, passa dalla megalopoli alla sinuosa campagna emiliana. Siamo sempre o su un treno o su un aereo o su una metropolitana. A Londra mi sono creata alcuni punti di riferimento, perché ho l’esigenza inconscia di vivere la quotidianità per non sentirmi sempre in viaggio, o in prestito. All’inizio tutto era nuovo, andare là era solo un bel viaggio. A pochi passi da London Eye, lungo il Tamigi, c’è una bancarella di libri usati a cui sono molto legata: il primo libro che ho acquistato è stata la prima edizione di un Harry Potter. Torno sempre lì, per cercare altri libri del maghetto: è l’ennesimo rito, l’ennesimo momento nostro che ci lega nei weekend britannici. La verità, però, è che ci metterei la firma ad averlo qui».

Suonare le campane è (quasi) un gioco da ragazzi

«Che hanno le campane,
che squillano vicine,
che ronzano lontane?
È un inno senza fine,
or d’oro, ora d’argento,
nell’ombre mattutine.»
(Giovanni Pascoli,
Alba festiva)

Quando ho chiesto ad Andrea Galli, segretario dell’Unione Campanari Modenesi “Alberto Corni”, un incontro per farmi raccontare notizie e aneddoti relativi all’antica arte campanaria che affonda le radici nel XVI secolo, mi ha subito dato appuntamento alla chiesa di san Francesco. Per l’esattezza «sotto al campanile». Un’ora e mezza prima che iniziasse la funzione del Corpus Domini, l’ho incontrato assieme ad altri tre campanari: Gabriele Manzini, Giancarlo Felicani e Vittorio Lanzarini. Nella navata laterale sinistra, ammantati dalla penombra di una san Francesco da poco restaurata, i quattro iniziano a prendere accordi col parroco sulle tempistiche da rispettare: l’ultimo rintocco avrebbe dovuto risuonare per le afose vie del centro alle 20:30 precise, qualche secondo prima dell’inizio della funzione. Poi, finita la messa, le campane avrebbero accompagnato – come in una scena operistica – il lento incedere della processione. Galli apre una porticina leggermente scricchiolante, e mi invita a salire sul campanile. La prospettiva che si ha del centro storico è davvero mozzafiato. Infatti, mentre si percorre la stretta scala a chiocciola che si abbarbica sui muri della torre ottagona, affacciandosi di tanto in tanto da uno degli oculi, è possibile vedere numerosi e insoliti scorci di Modena. Questione di punto di vista. «È anche questo il bello di fare i campanari», mi fanno notare; «Modena da qui è stupenda». Arrivati in cima, aprono una botola: quattro enormi campane, ancora immobili, pendono sulle nostre teste. Lo spazio è stretto, lo stridìo delle rondini si fa sempre più vicino, mentre il clamore della città sfuma nel vapore di una calda sera di giugno. A metà fra terra e cielo, in un luogo segreto e denso di storia. E pensare che quelle campane non suonerebbero più, se alcuni membri della stessa associazione non le avessero sistemate nell’ottobre 2013.

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Il gergo del campanile
Il sistema campanario modenese deriva da quello bolognese, costituitosi all’interno di San Petronio nella seconda metà del XVI secolo con lo scopo di rendere ancora più solenni e “concertistiche” le funzioni religiose. Un sistema raffinatissimo, che si è poi espanso andando a lambire anche le diocesi limitrofe.
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A Modena e a Bologna è il battaglio che, seguendo il movimento della campana, va a percuoterne il calice; ben diversi sono i sistemi presenti in Veneto o nell’area lombarda in cui è la campana che percuote il battaglio, lasciato pendente e praticamente fermo. Il suono più brillante e festoso è proprio del sistema bolognese-modenese».
Non è un caso che lo stesso codice linguistico utilizzato dai campanari si sia formato in seno alla tradizione dialettale della dotta Bologna. «Il linguaggio dei campanari è per iniziati», sottolinea Galli: «le corde di diametro maggiore vengono chiamate ciappi; poi ci sono i ciappetti che invece sono corde meno spesse utilizzate per “aiutare” una campana da una certa distanza; corde ancora più sottili che servono per creare particolari “legature” vengono definite sforzini. Il codice linguistico della campaneria viene dal dialetto, in particolare da quello bolognese».
Mentre i quattro iniziano a far oscillare le campane, un attimo prima di iniziare a suonarle, uno esclama «Ainlivéli!». La cosa mi incuriosisce parecchio e chiedo quindi il significato di questo “segnale”.
«La campana più grossa inizia a oscillare», mi spiegano. «Poi, a ruota, la seguono le altre che devono mettersi “in segno”. A quel punto tutte assumono una posizione angolare ben definita. Quando siamo pronti, il campanaro che suona la più piccola dà il segnale (noi per esempio esclamiamo Ainlivéli, che in una forma dialettale molto vicina al bolognese significa “Alziamoli! [i battagli]”). Il sistema che serve per trainare la campana, invece, viene definito chèvra (“capra”): un termine molto probabilmente preso a prestito dal linguaggio contadino. Come vedi, il “gergo del campanile” è ben preciso e possiede tantissime peculiarità».

La dura legge del “goal”
Suonare le campane secondo il sistema bolognese-modenese non è per nulla semplice. I campanari, spesso in posizioni scomode, devono letteralmente domare calici in bronzo di parecchie tonnellate per dare vita a gioiosi richiami polifonici. «Per suonare campane come queste sono indispensabili forza fisica, destrezza e precisione. Ci vuole almeno un anno per imparare a gestirle. Sono molto pesanti e se non sai farle oscillare nel modo giusto potrebbe essere pericoloso», mi fanno notare tra un brano e l’altro, puntando di tanto in tanto gli occhi sull’orologio dello smartphone.
Un altro vantaggio di suonare le campane è lo stare assieme. Andrea, Gabriele, Giancarlo e Vittorio sono come un’orchestra e si danno segnali ben precisi, come farebbero i maestri di un quartetto d’archi. «Per suonare le campane come facciamo noi è necessaria una grandissima coordinazione», dice Manzini; «è un vero e proprio gioco di squadra. Un po’ come se fossimo una squadra di calcio: se vuoi fare goal, bisogna essere affiatati. Crediamo sia un modo splendido per fare gruppo: questo lo dico soprattutto pensando ai giovani».
Le quattro campane di san Francesco continuano a oscillare, spandendo per la città un suono festoso e d’altri tempi. «La tradizione vuole che la campana sia il tramite fra Dio e gli uomini», aggiungono sorridendo. «Quando la bocca della campana ruotando si trova in alto, si dice che attinga la voce del divino per restituirla ai fedeli come canto di gioia».
«Le campane raccontano storie anche attraverso i loro fregi e le loro iscrizioni», continuano; «in ognuna di loro puoi trovare preghiere tipo “Proteggici dalla fame, dalla peste e dalla guerra”. La campana, da sempre, ha segnato il tempo di una comunità: a seconda dei rintocchi, i cittadini sapevano se era nato un bimbo o una bimba, se si stava svolgendo una funzione particolare, o se era morto qualcuno».

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I campanari modenesi, oggi
L’Unione Campanari Modenesi è stata fondata nel 1969, per volere di alcuni campanari che facevano parte del gruppo “San Bartolomeo di Modena”. L’associazione è stata poi intitolata al maestro campanaro Alberto Corni. Il suo principale scopo è quello di mantenere viva, far conoscere e amare l’arte campanaria, sia prestando servizio alle parrocchie in occasione di particolari solennità religiose sia eseguendo concerti nelle piazze durante manifestazioni o feste popolari. «Ci sono documenti che attestano la presenza di un’associazione campanaria già attiva alla fine dell’Ottocento, la “Campanaresca Modenese”», sottolinea Gabriele Manzini. Dal 2000 la sede sociale è stata fissata presso la parrocchia di Recovato – frazione di Castelfranco Emilia – dove è attiva una scuola per l’apprendimento e il perfezionamento della nostra tradizione campanaria, il cosiddetto «suono a doppio alla bolognese». Oggi i soci sono circa un centinaio. «Possiamo anche vantare una decina di giovani allievi di età compresa fra i 13 e i 30 anni, di cui due ragazze», conclude. «Sono loro il nostro futuro: senza le nuove leve un’arte antica come questa non avrebbe alcun futuro. Se qualcuno vuole contattarci, può scrivere direttamente una mail ad Andrea Galli (andreagalli13@alice.it)».

Tra sigari e rhum, quelle serate al club per soli gentlemen

Riusciremmo a immaginare Winston Churchill, Che Guevara, il De Niro di “C’era una volta in America”, Groucho Marx o Philippe Daverio senza un sigaro tra le labbra? Anche nell’immaginario televisivo e cinematografico, il sigaro è il simbolo che viene spesso associato al gentleman, al filosofo, all’uomo di potere. Fumare un sigaro dietro a una enorme scrivania in radica, con l’immancabile bicchiere di whiskey on the rocks, è diventato un topos. Facendo poi una rapida ricerca su Google – o, se vi aggrada maggiormente l’espressione da web maniaci, googlando i termini – uomo che fuma il sigaro, vi renderete conto di quanto il sigaro possa diventare anche sinonimo di “rude” sex appeal e strumento di seduzione. Fumare un sigaro, secondo i ragazzi che hanno fondato Puro Habano – Gentlemen’s Club, può anche essere un rito per stare assieme, chiacchierare amabilmente tra fluttuanti brume di tabacco, cioccolato fondente e rhum. Cubano, ovviamente.
Li ho incontrati per capire meglio qual è l’idea che sta dietro alla loro associazione, i loro futuri progetti (e perché ero troppo curioso di conoscere ragazzi, di età comprese tra i 20 e i 30 anni, con una passione che conserva le sfumature di una Londra ottocentesca e decadente).
Conoscerli è diventato sempre più interessante nel momento in cui mi hanno detto che uno dei ragazzi ha chiesto di mantenere l’anonimato. Appena ci siamo seduti, è infatti arrivato un suo whatsapp: «Mi raccomando, occultate la mia identità!».
Degli altri, invece, i nomi si possono fare: Federico Magnani, Lorenzo Pini, Riccardo Montecchi, Luca Ricci e Giacomo Torricelli.

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Perché un club dedicato al sigaro? Ve lo domando perché il sigaro mi dà l’idea di qualcosa di “antico”, da salotto britannico ottocentesco…
È la controtendenza alla moda di adesso, che per molti giovani – a mio avviso – significa buttarsi via. Il sigaro è un momento più conviviale di amicizia, un modo per trovarsi assieme di fronte al camino d’inverno o in giardino d’estate. La degustazione dei sigari viene accompagnata anche al rhum o alla cioccolata. Il sigaro non è per tutti: va assaporato con la consapevolezza di “perdere tempo” e volersi rilassare.

Dove vi trovate di solito?
Per adesso a casa di uno di noi, circa ogni due settimane. Dopotutto l’associazione è nata da poco.

Sul vostro sito, nel logo, avete indicato Gentlemen’s Club, che richiama i famosi salotti della Londra vittoriana. E se vi scrivesse una ragazza che ama i sigari o che vuol entrare a far parte del club?
Magari! Dalle un nostro contatto, subito. La scelta di quello strillo è più legata a un’idea di marketing: al nostro club può partecipare chi vuole.

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La vostra associazione è presente sul web, ma fa da aggregatore a serate ed eventi. Trovo sempre interessante raccontare storie positive legate al web, andando controcorrente. Se usato con coscienza, non è vero che allontana le persone…
Per noi il web è un mezzo, ci serve per fare gruppo. Fumare un sigaro su internet è impossibile…

E tramite webcam sarebbe ancora più triste.
Ai limiti della depressione, direi.

Quando è nata l’idea di fondare il club?
Al compleanno dell’Anonimo, il 13 settembre dell’anno scorso. Era un dopocena, stavamo chiacchierando col sigaro e, scherzando, uno di noi lanciò l’idea. Tempo due mesi, eravamo dal commercialista a firmare i vari documenti di rito per diventare associazione senza scopo di lucro. Sulla pagina Facebook lavoriamo un po’ tutti; manca il profilo Instagram: lì ci sono competitor abbastanza forti, va studiata bene. Dovremo iniziare a fumare sigari più costosi! Il sigaro è un modo d’essere: vorremmo diventare la “Francescana del sigaro”.

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Oltre al whiskey e al cioccolato, mi immagino un libro accanto al sigaro. Siete d’accordo o è solo una mia associazione d’idee?
La lettura è più personale: un tête à tête col romanzo. Alla fine, nel nostro gruppo ci sono diverse professionalità – un futuro ingegnere, un imprenditore, un venditore di auto ecc. – e ognuno ha la sua storia da raccontare. Lo stare assieme fumando un sigaro ha la stessa valenza, a nostro avviso, della lettura di un libro. Il nostro è un club britannico rivisitato in chiave modenese. A una nostra cena, gnocco e tigelle non mancano mai.

Quali sono i riti per avere un sigaro al top?
Dipende dal tipo. Il toscano puoi fumarlo in modo più tranquillo, alla Don Camillo e Peppone; a un cubano devi stare più dietro. Tra l’altro, un sigaro cubano si divide in terzi, come si dice in gergo: il gusto della fumata è diverso nelle sue tre parti, sfuma e si modifica nel corso della degustazione. Se è un sigaro buono, è così. Poi va fumato bene all’inizio, con calma, perché un eccesso di condensa lo rovinerebbe. Bisogna anche imparare a conservarli: si utilizzano apposite scatole in legno dotate di igrometro (detti humidor). Un cubano, per esempio, deve trovarsi in un ambiente con un grado di umidità del 70%. Guai a conservare un toscano in mezzo ai cubani nello stesso humidor! Si rovinerebbero.

Che musica mettereste come sottofondo ai vostri incontri?
Non l’abbiamo mai messa, in realtà. Il sottofondo ideale sono le voci, i discorsi, i pensieri. Il sigaro sicuramente aiuta a parlare di più. Ovvio, fumare non fa bene. Ma il sigaro è certamente meno dannoso della sigaretta.

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Se uno si volesse iscrivere?
Puoi fare la tessera: per gli under 25 viene 20 euro; per gli over 25, 30 euro. Cerchiamo di avere un occhio di riguardo sul costo, soprattutto per i giovanissimi. Quali sono i vantaggi della tessera? Avere sconti agli eventi e alle cene che organizziamo, oltre che un trattamento di favore nella tabaccheria di fronte all’ingresso del Duomo. Roberto Nadalini ne è il proprietario, ed è proprio lui che ci ha fatti appassionare ai sigari. Sai, le prime volte – da neofita – compri sigari a caso: è dunque importante conoscere qualcuno che ti consigli bene.

Che consiglio dareste a chi vuole iniziare a degustare i sigari? C’è un percorso che suggerite? Se in un grande ristorante ti servono un piatto con le varie stagionature di un formaggio, per esempio, ti inviterebbero a partire da quello più giovane…
Abbiamo tutti iniziato a fumare in modo diverso, non c’è un modo giusto. Chiaramente, se uno inizia con sigari da 30 euro l’uno probabilmente non ne capirebbe il valore, i tratti peculiari e non continuerebbe. Il budget va tenuto controllato sin dall’inizio. Consiglierei di partire da quelli leggeri, i Montecristo, per arrivare poi a quelli più corposi, tipo i Partagás.

A quando il vostro primo evento?
E’ stato appena due giorni fa, sabato 20 maggio! C’è stata prima la cena, con prodotti tipici modenesi, e alla fine la fumata di sigaro tutti assieme. All’evento le persone hanno avuto la possibilità di scegliere con quale sigaro concludere la serata.

Guarda come Dondolo!

A quanto pare, Modena non sarà più associata solo alla buona cucina, ai motori, alla strepitosa tradizione lirica o alle figurine. Nella città della Ghirlandina, infatti, è appena nata la nuova casa editrice civica “Il Dondolo”, diretta da Beppe Cottafavi. Più che una casa editrice, una vera e propria factory – per dirla con Andy Warhol – e dunque centro nevralgico fatto di cultura e divertimento, attorno al quale ruotano i nomi di grandi autori, illustratori e  creativi. Gli ebook del Dondolo sono pubblicati su MLOL – Media Library Online – che ne è il distributore: scaricarli è gratis. La scelta del nome, ça va sans dire, non è casuale: Il Dondolo (Rocking Chair) venne infatti progettato a metà dei rutilanti anni Settanta dagli architetti modenesi Franca Stagi e Cesare Leonardi, e fu una delle superstar alla mostra “Italy: The New Domestic Landscape”, che ebbe luogo nella Grande Mela nel 1972. Si tratta di uno splendido esempio di design: una seduta pensata per accogliere il gesto del “dondolare”, quasi un punto di contatto fra il progettare ludico di Achille Castiglioni e il “Futurismo” hi-tech di Zaha Hadid. Proprio a partire da questo capolavoro, ho iniziato a parlare con Cottafavi della nuova casa editrice made in Modena.

Tra una fetta di salame e un calice di lambrusco
«Da quello che mi risulta», spiega Cottafavi, «l’identità del formato di questa casa editrice è il primo al mondo. Credo che sia la prima volta che una casa editrice abbia queste tre caratteristiche: digitale, civica e autarchica. Per partecipare al progetto, infatti, bisogna essere di Modena: il progetto è gratuito e autarchico. In questo, c’è ontologicamente un segno dell’unicità di questa città». Poi, indica il palazzo prospiciente il suo balcone con sguardo rivolto ai ricordi. «Siamo nel posto giusto, su questa terrazza, perché lo studio di Cesare Leonardi, dove è stato disegnato il Dondolo, si trovava proprio in quella casa là. La stessa casa, tra l’altro, dove viveva Enzo Ferrari. Ѐ un punto d’osservazione interessante, insomma. Conosco Cesare da quando ero ragazzo perché, mentre facevo l’università, dopo aver studiato, andavo da Cesare Leonardi e Franca Stagi: era un posto molto accogliente, in cui si potevano fare alti e meravigliosi discorsi sbevazzando lambrusco e sfettolando salame. Sto parlando della metà degli anni Settanta: e sul Dondolo, mi ci stravaccavo! Ci siamo sempre divertiti assieme. Ho sempre amato molto Cesare per la sua testa libera e anarchica, come penso di avere io, e un pessimo carattere. Nonostante i nostri reciproci cattivi caratteri, è da tutta la vita che siamo amici e ci vogliamo bene. Io penso che Cesare sia un genio in varie discipline, dal design all’architettura degli alberi, fino alla fotografia. Ѐ stato sciaguratamente dimenticato, anche per il cattivo carattere. Modena in questi ultimi anni dal punto di vista urbanistico e architettonico ha dato veramente il peggio: avendo avuto un genio dell’architettura, nessuno degli amministratori ha mai tirato su il telefono per chiedergli un parere. Questo ci dà la misura della discrasia fra le energie intellettuali che ci sono in una città e la loro amministrazione».

Poi, lo sguardo va al futuro. «Ora, dell’amministrazione te ne parlerò anche bene. La mia idea è stata appoggiata con grande accoglienza da parte del comune e delle biblioteche di Modena. Ho voluto quel segno e quel titolo come emblema dell’intelligenza e del saper fare dei modenesi, e penso che sia un ottimo brand per presentarci sulla rete. Ne parlerò anche sabato 22 aprile a Milano a “Tempo di Libri”. Credo si possa parlare di Modena in termini eccellenti anche senza parlare di cucina, di motori, di do di petto o figurine. Del resto, Modena ha una grande tradizione di scrittori, giornalisti, filosofi e politologi. L’idea del Dondolo è proprio quella di trovare un laboratorio e un punto d’incontro per fare dondolare le idee di tutte le menti dei geminiani illustri».
«Come ti venuta questa idea?», gli chiedo.
«Per caso, mentre facevo un’intervista».

La cinquina vincente
Gli autori dei primi ebook pubblicati dal Dondolo sono tre «venerati maestri» – Berselli, Siti e Santagata – e due giovani autori: Calabrese e Bellei.
«Alessandro Calabrese, finalista l’anno scorso al Premio Calvino col suo romanzo T-Trinz. Bastardi al Grandemilia», commenta l’editore, «è un giovane di grandi qualità: il suo romanzo è molto interessante perché innovativo dal punto di vista della struttura narrativa. Nella sua vita, ha visto più serie TV di quanto libri abbia letto. E questo gli ha giovato moltissimo. È proprio grazie a questa sua caratteristica che è riuscito a costruire un romanzo con una struttura narratologica molto innovativa, fatta di una sintassi completamente frammentata e tante storie che filano in parallelo: i medesimi codici narrativi delle serie TV. Lui fa bene anche una cosa che pochi autori sanno fare bene: scrivere i dialoghi. Il romanzo è ambientato in un luogo che racconta il degrado post-industriale dell’Emilia: la zona ex AMCM. Mentre il romanzo di Elena Bellei, Oriele e la fabbrica del tabacco, è invece ambientato nell’ex manifattura tabacchi. In qualche modo, attraverso questa scelta, mi interessava anche indicare spazi del disastro urbanistico contemporaneo. Sono due luoghi simbolici e semiotici rispetto alla vita contemporanea di Modena».

dondolo_Quindi, gli domando come vengono scelti i nuovi autori da pubblicare sul Dondolo. Dopotutto, siamo nell’era del self publishing in cui, a detta di molti, tutti possono scrivere. Ma la sua è una casa editrice “vecchio stampo”, giustamente, e infatti mi risponde: «Il mio compito – da direttore editoriale – è scegliere, decidere e marchiare col mio brand o con la mia firma un lavoro. È lo stesso compito che spetta al Ct della nazionale di calcio: c’è chi verrà scelto e chi no. Quelli scelti sono contenti, qualcun altro s’incazzerà anche, e dovrà impegnarsi per essere scelto. Con questa cinquina voglio esemplificare qual è lo spirito delle mie scelte».

Dall’Autobus al Dondolo: nuovi orizzonti
Tutto (ri)torna: infatti Cottafavi, negli anni Settanta, aveva già vissuto un’esperienza in stile Factory di Warhol.
«Quand’ero ragazzo, ho avuto dall’allora assessore alla cultura, Dino Motta, l’incarico di fare un mensile di informazione culturale: Autobus. Per l’occasione Motta ebbe l’intuizione geniale di chiamare Massimo Dolcini, che realizzò per questo giornalino un disegno e una gabbia meravigliosi. Lì nacque una nidiata di grafici straordinari, tra cui Tugliozzi, Ognibene, Partesotti e Goldoni. Anche in quegli anni, sotto l’egida del comune, si era creata una fucina di creativi davvero interessante… insomma: ho fatto l’Autobus, adesso volentieri faccio il Dondolo!».
Ma non è finita qui. Infatti per i prossimi mesi sono già in cantiere nuove iniziative, pronte a dondolare nel perimetro della neonata casa editrice civica.
«Ho potuto innescare con questa idea un circolo virtuoso per cui ho coinvolto il dream team degli artisti modenesi che mi hanno fatto le copertine. Poi ne saranno ingaggiati altri ovviamente: Menfredini, Guerzoni, Della Casa, Battilani e non solo. Tutto il giro degli artisti modenesi sarà coinvolto: ne nascerà poi una mostra. Oltre al supporto del comune e delle biblioteche, presidio fondamentale, i partner sono stati Giulio Blasi con la straordinaria piattaforma MLOL [a questo link, potete leggere la sua intervista] –  il target potenziale si aggira quindi attorno ai milioni di lettori – e Sartoria Comunicazione, che mi ha fatto una splendida grafica anni Settanta. Ecco cosa vuol dire casa editrice civica: download di ebook gratuito e lavoro di squadra. Il Dondolo è una factory: lavoriamo assieme, divertendoci. Ci mancherebbe che non ci divertissimo…».

 

“Stando in libreria è inutile girare il mondo: è lui che gira attorno a te”

«[…] meritiamo un’altra vita
più giusta e libera se vuoi
nata sotto il segno
nata sotto il segno dei pesci.»
(Antonello Venditti,
Sotto il segno dei pesci)

Dopo aver fatto la classica vasca lungo la via Emilia in direzione Sant’Agostino, alla Muratori, ci siamo passati davanti tutti. Lasciandosi alle spalle la silenziosa e imperturbabile Ghirlandina, superato lo spazio quasi metafisico di piazza Matteotti, ci si imbatte nella statua del Muratori che, col capo leggermente reclinato, osserva. Proprio lì, di fronte alla libreria a lui dedicata, piccolo grande fulcro di cultura di una Modena che fu. La libreria in cui Franco Rossi, amatissimo libraio di svariate generazioni di geminiani, ha esercitato la professione con dedizione e infinito amore. Vendere libri, infatti, era solo una parte del suo lavoro: il signor Franco regalava anche consigli e aneddoti ai suoi clienti. Sapeva alla perfezione quale sarebbe stato il libro preferito di ognuno. In un certo senso ti leggeva dentro, ti ascoltava, poi spariva per qualche secondo nello stretto retrobottega e tornava con quel libro, che neppure tu sapevi ti avrebbe coinvolto così tanto.
Oggi, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, la Muratori è destinata a chiudere. Il 30 giugno di quest’anno, un altro tassello della vecchia Modena lascerà un vuoto nel centro cittadino e nei cuori di chi ha sempre varcato la soglia della libreria.
Sono entrato nuovamente in quel piccolo grande spazio che profuma di carta e cultura, per incontrare Ivana, titolare e sorella di Franco, e Lisa, la storica collaboratrice del «signore dei libri».

Nata sotto il segno dei Pesci
Inizio a conversare con Ivana, accanto alla scrivania dove stava sempre anche Franco. «Mio fratello aprì il 3 marzo del 1958: il 3 marzo 2017 la Libreria Muratori ha compiuto 59 anni», sottolinea la titolare. Pour parler, le faccio notare che la Muratori è nata sotto il segno dei Pesci. «Peccato! Non le ha portato fortuna. Anzi, no: è giusto. Il Pesci è un segno romantico e fantasioso, e Franco è stato uno degli ultimi Romantici. C’era una frase che nostro nonno gli ripeteva sempre: “È inutile che tu giri il mondo. Stando in libreria è il mondo che gira attorno a te”.
È innegabile: nelle librerie di una volta s’instaurava un rapporto stretto coi clienti, un rapporto di amicizia e complicità. Se ne conoscevano i gusti, le passioni, gli interessi. «La libreria indipendente è una cosa, le altre il più delle volte sono solo magazzini di libri. Ovviamente, hanno le ultime novità; ma un certo tipo di ricerca non te la fanno», mi dice Ivana. «Se viene qualcuno a chiederci un libro non presente nel ‘circuito normale’ degli editori, glielo mandiamo a prendere. Il nostro servizio non è freddo e anomalo, da computer a computer. Altrove, dopo aver solo guardato sullo schermo, ti direbbero “No, non c’è”. La nostra clientela ci può richiedere anche dei testi che sono a Londra, di difficile reperibilità. Noi, quei testi, li troviamo».
Nella Muratori sono più i fuori catalogo delle nuove pubblicazioni. Il dato è davvero singolare: anche perché Franco, in oltre cinquant’anni di attività, non ha mai fatto un reso. «Mio fratello, piuttosto che convertire i libri in lire o euro, preferiva tenerli. Di là abbiamo un magazzino pieno di fuori catalogo. Spesso gli dicevo: “Franco, ma cosa ce ne facciamo di tutti questi libri?”; e lui mi rispondeva: “Ti danno forse fastidio? Allora lasciamoli lì!”».

Dedica di Giulio Andreotti a Franco Rossi
Dedica di Giulio Andreotti a Franco Rossi

Il magazzino: memoria del luogo, luogo della memoria
Qualche minuto dopo Ivana m’invita a dare un’occhiata al magazzino, dove ora la maggior parte dei libri viene svenduta a soli 3 euro al pezzo. Vecchie edizioni ancora custodite all’interno del cellophane, come antiche sculture, stanno lì in attesa che qualcuno le porti a casa per farle rivivere e per amarle nuovamente, come faceva Franco.
«In questo magazzino lui ha messo dentro i libri dal primo all’ultimo: li conosceva uno a uno e veniva spesso a trovarli. Mio fratello era la memoria storica di questo luogo. Se non riuscirò a venderli, verranno mandati al macero. Molti libri che avevo in magazzino sono stati acquistati da un libraio di Milano: il titolare di un’antica libreria meneghina, bellissima. Ma sai, Milano è diversa. C’è un movimento di persone non paragonabile con Modena. Purtroppo devo dirlo: grazie alle politiche commerciali adottate negli ultimi anni dal Comune, da Corso Duomo a qui, abbiamo una via Emilia di “serie B”. La gente arriva sì in Corso Duomo, ma non va oltre. Un tempo la via Emilia era il cuore pulsante del commercio modenese, era il salotto. Cosa vengono a vedere adesso? La stessa Piazzetta Muratori è una chicca: ma anche questo spazio non è per nulla valorizzato. Guarda la statua di Ludovico Antonio: neanche un lumino gli danno».
Camminando fra gli scaffali, Ivana, come in un flashback, ricorda il passato: «Forse erano altri tempi: c’erano il Museo, l’Ospedale Sant’Agostino: tutti professionisti, medici, direttori di clinica… la clientela era ben diversa. E oggi purtroppo i giovani non s’interessano più alla storia o alla filosofia. Questa libreria era l’immagine di mio fratello. Ma negli ultimi periodi anche lui era molto demoralizzato. Qui dentro ci sono 59 anni di storia. Ora, svendo quasi ogni libro per liberare il magazzino. A malincuore, soprattutto in memoria di mio fratello, sono costretta a chiudere. Lo pensava anche lui, ma non ne aveva il coraggio perché questo era il suo parto. Chiudere, per lui, sarebbe stato come uccidere un figlio».

Il magazzino della libreria
Il magazzino della libreria

Una modenese a Berlino
A un certo punto fa capolino, a sorpresa, una cliente storica della Muratori, una modenese che lavora a Berlino ormai da anni. Con stupore e infinita tristezza entra in magazzino esclamando: «Mi viene da piangere!».
A quel punto Ivana la guarda e le dice: «Ma perché non vi mettete assieme – due o tre ragazzi giovani – e non continuate a farla vivere?».
«Vivo a Berlino da più di vent’anni ed è da tanto che non venivo qui. Sto male nel vedere la libreria così…».
Perdendosi fra un testo e l’altro (spunta anche un dizionario di lingua magiara), alla cliente viene in mente un aneddoto legato al libraio: «A questo posto ero affezionata. Mi ricordo ancora una volta in cui ero venuta a prendere un libro di Jean-Pierre Vernant e Franco mi disse: “Be’ adesso posso dirti un segreto: sono andato a pescare tanti anni con Vernant”. Sono rimasta di sasso. Quindi a Modena non rimarrà più una libreria».
La giovane donna è alla ricerca di testi di autori greci, e inizia quindi a sfogliare le pagine ingiallite dal tempo di tragedie di Sofocle.
«Guarda qui», esclama Ivana; «addirittura dei vecchi trattati di medicina. Qualche giorno fa è passato un anestesista che, appena ha visto il libro su cui aveva studiato, ha voluto acquistarlo». È proprio vero, quindi: certi libri diventano parte integrante della nostra vita, e da quei libri non riusciremo a separarci. Uscendo dal magazzino noto una stampa che raffigura Modena. La titolare aggiunge sommessamente: «Prima eravamo in due, e ci sostenevamo. Adesso da sola non ce la faccio: non ho la sua preparazione. Stava qui coi suoi clienti a parlare di storia e filosofia per ore. Era il vero geminiano: Diceva sempre: “Io devo vedere la Ghirlandina: già se vado a Castelfranco Emilia canto Terra Straniera!“».


La nostra intervista a Franco Rossi, esattamente due anni fa.

Il futuro delle librerie
Secondo un’indagine AIE pubblicata a dicembre 2016 in concomitanza della chiusura di “Più libri più liberi”, sarebbero 13 milioni gli italiani che vivono in città prive di una libreria. Ma il dato più preoccupante è la stretta correlazione fra l’assenza di librerie e gli indici di lettura: in sostanza, l’assenza di librerie fa sì che le persone leggano sempre meno. Questo il parere di Giovanni Peresson, responsabile dell’Ufficio Studi AIE. E secondo Ivana, le librerie stanno tendendo a una crescente computerizzazione dei processi: «Il libraio è quello che ti invoglia anche a scegliere il tuo prossimo libro. Il futuro delle librerie sarà automatizzato e impersonale. O sai quello che vuoi, o niente».
La presenza di Franco all’interno della Muratori è ancora palpabile: sfogliando alcune foto assieme alla sorella lo si vede accanto ai più grandi autori del panorama editoriale italiano: da Pansa a Casati Modignani, da De Crescenzo a Montanelli e non solo. Da un plico di fogli spuntano anche una dedica di Giulio Andreotti e una di Alberto Bevilacqua.
«Una volta Franco citò a Spadolini un suo libro», racconta la sorella. «E il giornalista gli rispose: “È stato uno dei miei primi: pensi che non lo trovo più”. Franco si fermò un attimo, andò di là e tornò dicendo: “È questo?”. Lo stesso Spadolini fu sconvolto nel vedere proprio quel libro. E Franco, sorridendo, gliene fece omaggio».

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La dedica di Alberto Bevilacqua

I segreti di un giornale (locale) di successo nell’era del web

Nel vivo di un periodo difficile, in cui la crisi continua a non mollare la presa, c’è chi ce la fa. La giornalista Antonella Cardone tre anni fa ha fondato il quotidiano online sulPanaro.net che oggi, con le sue 10 mila visualizzazioni giornaliere, è il sito d’informazione di riferimento per la Bassa modenese. Nato come blog, si è progressivamente trasformato in un quotidiano di successo andando a offrire un servizio a un preciso pubblico – quello della Bassa appunto – solitamente penalizzato dai tradizionali organi di informazione concentrati per lo più sul capoluogo. A dimostrazione che nel profondo processo di trasformazione che sta vivendo la stampa di tutto il mondo, un pubblico in cerca di informazioni (molto) mirate, puntuali a attendibili non smette di esser presente garantendo – a chi sappia coglierne i bisogni – interessanti margini di crescita, soprattutto a livello locale. Spazi che Cardone e il suo prodotto hanno saputo riempire con crescente successo, tanto che il 21 febbraio scorso la giornalista, insieme alla socia Ginevra Cretì, ha fondato la società sulPanaro Srl.

Cardone e Cretì
Cardone e Cretì

Qual è la storia di sulPanaro.net, da poco diventato società? Come ci si sente dopo la firma dal notaio?
È un passo importante perché diventa una società con più persone. Prima ero da sola… Cominciamo quindi a dar lavoro ad altre persone. Strano, vero? Far nascere un’impresa in questo momento di forte crisi è quantomeno insolito. Il sito appena è nato ha avuto molta attenzione – è stato segnalato da Prima Comunicazione, ha vinto il primo premio dell’edizione 2015 di Intraprendere –  ed è poi riuscito ad attestarsi in poco tempo a 10 mila visualizzazioni giornaliere. In molti mi hanno domandato come ho fatto, a costo zero, a ottenere questo risultato. Il sito è anche diventato anche un caso di studio. Oggi sono tre anni che lavoriamo, e quindi sulPanaro.net non è più una meteora.

Ma tu eri da sola, prima?
Sì.  Io nasco come libera professionista nel mondo dell’informazione e sono stata collaboratrice di diversi giornali: “La Repubblica”, “L’Unità”, “Il Riformista”, “Italia oggi”… Nel 2009 il nostro settore – quello dell’informazione – è stato tra i primi a essere pesantemente colpito dalla crisi, a causa dell’aumento del costo della carta. Quindi i compensi dei collaboratori, chiaramente, sono stati i primi a essere tagliati. Poco dopo, ho iniziato a fare una battaglia politica e sociale: lì è nato il mio impegno al sindacato e nell’Ordine dei Giornalisti, come consigliera nazionale. Da una simile prospettiva mi sono resa conto del panorama di totale desolazione che avevo di fronte: vedevo le mancanze dei nostri editori, dei nostri imprenditori e degli organismi di categoria. Ma paradossalmente, ho capito che proprio a causa di questi vuoti il momento era buono per iniziare a fare informazione: il pubblico continuava ad aver fame di notizie e con internet poteva più agilmente accedervi. Quindi mi sono rimessa a studiare… da WordPress al SEO, fino alle lingue: ho fatto una gran fatica. Ho provato a realizzare diversi siti e quello che ha funzionato meglio da subito è stato proprio sulPanaro.net.

Da cosa è nata l’idea di creare sulPanaro.net?
Da un’esigenza professionale – aggiungere altre competenze al curriculum – e da quella di presentarmi alla nuova comunità in cui andavo a vivere: Rivara. Piangevo quasi ogni sera in quel periodo. Ho deciso di presentarmi per quella che ero: una giornalista. Ho iniziato il 4 gennaio 2014: pochi giorni dopo c’è stata l’alluvione del Secchia. Nessuno sapeva niente. Ero scioccata: non venivano date informazioni in merito a un evento calamitoso di quella portata! Di conseguenza mi sono messa a fare il “collettore” delle informazioni che venivano da varie fonti. Un lavoro che può fare solo un giornalista, dico con una punta di arroganza. La verifica delle fonti e il fiuto, sono qualità prettamente giornalistiche. Da lì le notizie venivano pubblicate su questa piattaforma, condivise su Facebook e su Twitter. E’ andata subito bene. per chi volesse ulteriormente approfondire, gli albori di sulPanaro.net li ha raccontatati molto bene Gianluca Diegoli su Minimarketing.it.

sulPanaro non nasce quindi dalle ceneri di un quotidiano locale preesistente, giusto?
È nato come blog di WordPress. Niente di più e niente di meno. Dopo qualche mese, è stato sistemato ed è diventato un quotidiano online. Un blog che gioco forza diventa quotidiano giornalistico.

Antonella Cardone
Antonella Cardone (immagine tratta dal suo profilo Facebook)

Perché, secondo te?
Perché la richiesta era forte. Le persone hanno iniziato a scriverci per richiederci informazioni. Bello e scioccante allo stesso tempo. Pensa che i comuni non sapevano quello che veniva fatto da quelli confinanti… Pubblicavo sulla piattaforma le ordinanze, in modo tale che tutti potessero accedervi.

È incredibile immaginare una cosa del genere nel secondo decennio del 2000. Trovo molto interessante che il sito sia nato dall’esigenza di voler essere informati. In fin dei conti, è l’essenza del fare giornalismo. Ti accorgi dell’importanza dell’informazione quando non ce l’hai. Riflettevo anche su un’altra cosa: è vero che i quotidiani online non hanno spese per la stampa, la carta ecc. ma è anche vero che oggi passa erroneamente l’idea che l’informazione presente su internet debba essere gratis.
La colpa è stata del primo che ha messo l’informazione gratis sul web, non del web. Perché mai dovrebbe essere gratuita? Io la metterei a pagamento.

Le persone tendono a volersi informare solo online, oggi: una ricerca pubblicata qualche tempo fa sul sito dell’AIE evidenzia il fatto che dalla fine del 2013 si è aperta la forbice fra digitale e cartaceo: il quotidiano di carta è passato di moda…
Non solo: le persone vogliono informarsi solo su Facebook. Con i nuovi smartphone, ci si informa solo sui social. Per gli editori, la sfida è fare in modo che l’utente s’installi l’app sul telefonino, ma non capiscono che invece bisogna stare su Facebook e su Twitter.

Analizzando il vostro sito, si vede infatti che la maggior parte delle persone arrivano a sulPanaro.net da Facebook.
Troppi venivano da Facebook. Abbiamo dovuto fare un investimento forte su Google per riequilibrare gli accessi. Da quando è stata fatta questa scelta, gli accessi sono globalmente triplicati.

Ci sono ancora persone, tantissime anche in ambito editoriale, che hanno paura di Facebook e non fanno una pagina.
[Ride] Hanno ragione. E ti spiego anche il perché: i grandi editori ancora stentano a credere che internet abbia futuro. C’è l’idea che sia una meteora. Quelli che hanno dato vita alle redazioni web pensano nel 2017 il lavoro sul web sia ancora quello di “creare massa”. È impensabile. Quando aprivamo un sito negli anni ‘90 ci veniva detto che era necessario avere tanta massa: ecco perché, per esempio, “Il Fatto Quotidiano” ha tutti quei blog. Proprio perché avendo tante pagine, quel sito ha massa, e dunque è pesante. Anche gli altri sulla sua scia continuano a caricare, caricare, caricare. Oggi le redazioni dei quotidiani sono oberate di lavoro: le persone sono lì a caricare continuamente articoli nel sistema. Grandi strutture non riescono ad attuare cambiamenti con rapidità.

Quali sono sul tuo quotidiano le notizie più cliccate?
Le più cliccate in assoluto sono, ovviamente, le notizie di cronaca nera. Poi, al secondo posto, ci sono quelle sulla viabilità, cosa che non mi aspettavo. Qui nella Bassa è come se ci fosse una città diffusa. Esempio: io dormo a Rivara, vado a lavorare a Mortizzuolo, il mio compagno sta a Cavezzo e mio figlio a San Possidonio. Quindi io devo conoscere la viabilità globale per poter organizzarmi al meglio. Anche a far la spesa si va nel paese accanto, magari ci sono offerte più vantaggiose.

L'account Twitter di sulPanaro.net
L’account Twitter di sulPanaro.net

È bello vedere che sulPanaro.net è diventato un caso di successo coniugando la flessibilità di Internet con un modello di informazione “vecchio stampo”… Per aver successo, insomma, sei tornata alla verità e alla semplicità dell’informazione.
Esatto: proporre informazione di qualità. Perché è vero che il pettegolezzo tira: sui social si collezionano tanti click con notizie del genere, ma ci si squalifica. Questo è il rischio: quello di finire nel calderone. Il giornalista è tornato a essere un’autorità, anche morale, al pari del prete e del sindaco. È quello che sa e che ha l’ultima parola nelle discussioni. Il che è molto bello…

Comunque sui social i giornali vengono spesso offesi quando propongono notizie spazzatura…
Io sto molto attenta a non fare refusi. Non è vero che gli utenti si fermano al titolo, anzi. Basta una minima dimenticanza e ti viene fatta notare subito. Il refuso dà l’idea di sciatteria.

Anche curare la forma è fondamentale. È informare anche questo.
Noi dobbiamo in qualche modo educare i lettori, infatti. Poi ci sono eventi che notoriamente creano scompiglio: quando si parla di profughi, per esempio, volano parole terribili sui social ed entrano in scena gli urlatori arrabbiati. Sono proprio i giornalisti che devono fare tutta un’opera di spiegazione e illustrazione di vari fenomeni, anche perché spesso le autorità politiche o religiose stanno zitte o divagano. Addirittura madri di famiglia e amorevoli vecchiette, quando abbiamo pubblicato una notizia sul tema, hanno lanciato parole agghiaccianti… nel caso specifico abbiamo dovuto fare un lavoro capillare di moderazione dei commenti. L’attività principale legata al sito era proprio quella di moderazione. Questo lavoro paga tantissimo sul lungo termine: perché sei tu che detti le regole del gioco.

A loro volta, secondo me, i commenti diventano parte integrante dell’articolo. L’articolo racconta la notizia, e i commenti in calce diventano uno spaccato della società, analizzabile quindi anche da un punto di vista psicologico. Anche quello è articolo, a mio avviso.
Ho tenuto fuori i commenti dal mio sito: i commenti possono essere inseriti fornendo l’email e dopo una mia revisione. L’abbiamo fatto per motivi legali. Come dici tu però – è vero – mi perdo una parte dell’articolo. Facciamo però articoli in cui raccontiamo quello che succede sui social, perché non è detto che tutti siano iscritti a Facebook. Se c’è un dibattito molto pregnante su Sei di San Felice se…, riportandolo online, diventa fruibile anche da chi non è su Facebook.

Statistiche di sulPanaro.net (30 gennaio 2017)
Statistiche di sulPanaro.net (30 gennaio 2017)

Ho chiesto a varie persone che lavorano a Milano, sempre in ambito editoriale: «Ma come mai non avete Facebook?». Mi è stato risposto: «Perché abbiamo paura dei commenti».
Lo so. Ci vuole tanta energia e spesso una risorsa dedicata. Però paga tantissimo moderare discussioni anche molto accese: perché tu, diventi il leader. Se ne esci male però è un disastro. È una sfida… Chi non è su Facebook deve andarci. Il rischio, nei prossimi anni, è che se non ci sei, qualcun altro potrebbe spacciarsi per te. I profili fake saranno sempre di più. Il social è irto di pericoli, ma è fondamentale.

Il panorama dell’editoria è davvero in profondo cambiamento…
L’ultima parola nell’impresa editoriale ce l’ha l’informatico. Un’idea che ci piace può essere realizzata solo da lui. Il mondo è così, adesso. E i giornalisti, per esempio, devono mettersi nell’ottica di fare il marketing della notizia.

C’è uno scambio fra diverse professionalità. Il fatto che il giornalista scriva su WordPress implica che abbia un minimo di conoscenze di html, così come il tecnico, se deve agire su un impaginato, a sua volta dovrà confrontarsi con un ambito più prettamente editoriale. Dove stiamo andando?
Il giornalista prima doveva fare tutto: dalle foto alla scrittura dell’articolo fino al video e non solo. Io tengo il corso di giornalismo al liceo di Mirandola e ho fatto vedere ai miei studenti quali sono i contenuti multimediali di vari siti. Ho riportato alcuni esempi anche di siti esteri: i contenuti multimediali presenti su siti non italiani sono davvero meravigliosi. L’ultimo che abbiamo visto era esilarante: avevano fatto ubriacare diverse coppie di persone chiedendo loro una riflessione su San Valentino. Pagano il regista, lo sceneggiatore e realizzano contenuti multimediali di altissima qualità. È chiaro che prodotti di questo tipo costano, e non poco. Tra l’altro è coraggioso far vedere un video con persone che si ubriacano…

Sì, qui in Italia si griderebbe in men che non si dica all’incitamento all’alcolismo…
Lo direbbero, e allora? Bisogna difendere le proprie scelte, se fatte con scienza e coscienza. Forse è anche questo che manca: il coraggio. Tutti dobbiamo diventare come BuzzFeed: realizzare contenuti appositamente per il web e crearli multimediali. Il contenuto multimediale non è un testo che viene caricato online assieme a due immagini. Meglio fare una bella photogallery che un video brutto.

Il futuro del giornalismo sul web qual è?
Un prodotto che parli il linguaggio sul web. I giornalisti in Italia sono tantissimi: che dobbiamo fare? O scompariamo, oppure iniziamo a fare un minimo di informazione tecnica e ci rimettiamo a studiare per rispondere a quelle che sono le esigenze del mercato. In alternativa, si deve cambiar mestiere.

Chi ti è stato vicino nell’ultimo periodo?
In questi tre anni è stato essenziale l’apporto del mio compagno, Lorenzo Longhi, che mi ha aiutato tantissimo con il sito. È giornalista anche lui, e quando nel 2015 abbiamo vinto il primo premio come migliore idea di impresa della provincia, alla cerimonia andò lui dato che ero appena diventata mamma.

Progetti futuri?
Ora introdurremo nel team un giornalista! Stiamo capendo come fare, ma se qualcuno ci vuole mandare cv può scriverci a direttore@sulpanaro.net.

 

La via della poesia educa a una vita più autentica

«Quando cominciai a scrivere le prime poesie degli Ossi di seppia, avevo certo un’idea della musica nuova e della nuova pittura. Avevo sentito i Minstrels di Debussy […]» (Eugenio Montale, Intervista immaginaria)

Molti storici, riferendosi all’età contemporanea, parlano di «ibridazione» o «contaminazione» fra le arti. Se con le Avanguardie, nate dalle ceneri del Romanticismo ottocentesco, l’arte è uscita dalla cornice per conquistare nuovi spazi, nella seconda metà del secolo scorso le arti hanno iniziato a contaminarsi l’una con l’altra anelando al superamento dei confini che il mezzo (la tela, il marmo, il foglio di carta, il pentagramma…), in un certo senso, aveva loro imposto.
Negli abissi di questo contesto si muove la modenese Alessia Natillo, pianista e musicoterapeuta, che ha da poco pubblicato con A.CAR. il suo primo libro di poesie: Embrione selvatico. Il libro raccoglie componimenti che possono essere letti come veri e propri fogli d’album: melodie che si cristallizzano in parole, liriche che conservano il ritmo e il colore dei sentimenti. Contaminazione fra i linguaggi artistici significa proprio questo: scambio fluido e continuo fra mondi “diversi”, in questo caso fra musica e poesia. Che s’incontrano nei misteriosi recessi dell’inconscio.

Come hai vissuto la pubblicazione del tuo primo libro di poesie?
Emozionata e incredula nel vedere concretizzare la realizzazione del mio primo libro! Nella mia vita la poesia si è imposta. Mi ha  aiutato a comunicare in maniera più esplicita e a concedermi un po’ più di spazio. Certo: sono presenti i non detti e molto viene lasciato all’interpretazione. Proprio per queste caratteristiche hanno assunto la forma di «veicoli di emozioni»… E se queste emozioni raggiungono i lettori, il poeta ha raggiunto la sua meta.

Quali sono poeti che ami e a cui ami ispirarti?
Da Emily Dickinson, poetessa di enorme potenza sensitiva mentale e metafisica fino a Montale, dal linguaggio poetico perfetto ed essenziale. Dall’incontestabile genialità di Shakespeare a Charles Bukowski, esponente estremo del postmodernismo fino a Prévert, che non solo usava mezzi comuni – mi riferisco, per esempio, all’immagine visiva e verbale – ma condivideva l’immagine di un mondo e molti altri.

In alcuni dei tuoi componimenti sono presenti riflessioni legate all’universo femminile. In Fauci placide scrivi, riferendoti a una donna: «Abusa di egoismo e accordi. / E giace». È per caso una critica a come in alcuni contesti viene considerato il cosiddetto «sesso debole»?
I miei scritti  vogliono solo descrivere verità. Raccontare l’incredibile universo rosa o atteggiamenti di presunta superiorità blu può solo circoscrivere il quotidiano collettivo ricco di insoddisfatti, inappagati e infausti alla ricerca di letizia.

Natillo01Arriviamo al titolo della raccolta: Embrione selvatico. Cosa rappresenta? Ricordi la prima poesia che hai scritto, o la situazione che ti ha “costretto” a prendere carta e penna per dare forma ai tuoi pensieri?
Il titolo Embrione Selvatico nasce dalla mia primissima poesia scritta vent’anni fa. Questa voleva descrivere il genere umano partendo da un lavoro di scoperta e consapevolezza dell’io virando con incoscienza verso la più difficile delle consegne: l’abilità esistenziale. Scrivere mi ha aiutata a improvvisare, analizzare e cambiare le prospettive, educandomi a una vita più autentica.

Ermetica, futurista, lirica, cinematografica, rock, sinfonica, surrealista. Quale aggettivo sceglieresti per definire la tua arte? 
Ermetica e lirica, credo. La voglia di fare poesia è una conseguenza del mio modo di vivere e di cogliere le verità nascoste. Apprendo in profondità vere suggestioni facendo emergere, nelle pagine, quella razionalità, talvolta sospesa, come strumento di interpretazione insostituibile. Il libro infatti raccoglie e custodisce una vasta gamma di immagini e argomenti diversi fra loro, ma anche contemporaneamente riuniti e collegati, e spesso in preda all’agonia di una gioia artificiale, che irrompe anche laddove non sorge il sole. La mia esagerata passione per la musica ha fatto sì che gli scritti acquisissero musicalità attraverso una composizione lirica poco convenzionale e un ritmo salmodiante. Dopotutto, io nasco come musicista e musicoterapeuta.

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo luogo?
Non esiste per me un’isola dove estraniarmi. Se uno vuole scrivere deve faticare sulla pagina bianca, non avere fretta e scavare a fondo. Ogni contesto circoscritto alla mia quotidianità dà spazio alla mia urgenza. È innegabile che io parta sempre da me, da un’intuizione, da una storia, da quello che mi fa battere il cuore. Che poi trascrivo su fogli sparsi, scontrini e pubblicità.

Natillo02Stando alla tradizione, due sono – fondamentalmente – le categorie di poeta: c’è chi soppesa metrica e rime con rigore matematico, e chi si lascia travolgere dalle onde della creatività. Anna Marchesini, per esempio, diceva che i personaggi che scriveva le sono «sempre scappati come la pipì». Tu da che parte stai?
Entrambe le posizioni ritengo abbiano un valore collettivo. A loro modo rappresentano un tentativo di evasione fondata sulla centralità indiscussa dell’io, sul valore dell’esperienza soggettiva, sul ricorso spontaneo al sublime. Si possono conservare solide basi nella tradizione del Novecento segnati da una  lirica di impostazione romantica. Il mio confine non vuole essere né riformista né rivoluzionario ma responsabile di una ermetica varietà poetica e di ricerca stilistica. Non due tradizioni, quindi, e tantomeno due movimenti, ma due diverse reazioni psicologiche al progressivo esaurimento della tradizione.

C’è un luogo di Modena che ti ispira più di ogni altro? Un luogo in cui ti fermeresti, per comporre altre poesie?
Villa Ombrosa, parco dietro “La Punta” di via Vignolese: abbandonato, silenzioso ma di grande impatto. Langue abbandonato tra erbacce e insetti ma custodisce un silenzio dai mille suoni e dai mille volti. Un parco che rappresenta la mia infanzia e che convoglia le mie sensazioni. Dentro giace la storica villa del ‘700 appartenuta a Muratori: dimenticata, vandalizzata e occupata nel corso degli anni, diventerà la sede della Casa delle Donne. È previsto il recupero degli elementi architettonici e decorativi settecenteschi, che renderanno ancora più magico lo spazio.

Dove ti sta portando il tuo nuovo libro? Mi parlavi anche di appuntamenti a Milano, oltre al recente Buk Festival…
Dopo l’inaspettato successo di Buk presenterò il mio libro un po’ in tutta Italia, avendo incuriosito situazioni e realtà artistiche. Il mio futuro vedrà anche il debutto a maggio della prima nazionale dell’Unicità del caos, monologo teatrale scritto e diretto da me con in scena l’attrice Stefania Delia Carnevali. Descriverà la vita di Leonarda di Lilla Bio, una donna di circa quarant’anni che denuncerà quella che è divenuta la malattia del secolo, ovvero l’internet-dipendenza. L’ossessione clinica e i rischi smuoveranno in lei la necessità di allontanarsi da quel rifugio divenuto essenziale, ma privo di autonomia. Oltre al teatro, un romanzo dal titolo Finalmente lunedì – che ho iniziato da poco – incentrato sulla vita di mio padre, morto un mese fa di leucemia. Dal coraggio con cui è stata affrontata una terapia sperimentale, sapendo che tutto era irreversibilmente reale, fino al bacio dell’addio. In qualche modo dovrò “esorcizzare” altri miei progetti, perché credo che lo scambio metta in discussione. Aggiungo anche che bisogna saper gestire con generosità e amore l’Ovvio anche se spesso un sorriso può aiutarci a superare tutto.

Natillo03Anni fa (e nel cuore della notte…), quando collaboravamo al TeTe, avevamo conosciuto una poetessa di strada che ci raccontò la triste storia di una zanzara in pochissime versi da lei composti. Abbiamo riso e ci ha commossi. Te la ricordi?
La nostra condivisa genuina voglia di evadere nel cuore della notte ci ha portato al costretto e indotto incontro con colei che, pur di venderci una copia del libro, avrebbe recitato a memoria la Divina Commedia. La ricordo esuberante, insolente e presuntuosa ma incredibilmente vera,  autentica. Ci ha donato gioia ed emozioni attraverso le sua impenetrabile enigmaticità. Circondata da mistero, ignorava le nostre domande dirottando risposte spesso fatte di dittonghi.  Strabiliante!

Nell’era digitale ha ancora senso scrivere poesie e pubblicarle su carta?
Ogni cambiamento ha costituito un passo avanti nella civiltà e tutto fa pensare che anche l’avvento dell’ebook faccia parte di questo progresso. Così come si è passati, nel corso del tempo, dalle iscrizioni su pietra ai papiri e poi alla carta, dal lavoro manuale alla stampa, da una fruizione elitaria alla diffusione di massa. Ma sono fermamente convinta che il digitale non possa sostituire il cartaceo. L’ebook mette comodamente a disposizione il contenuto ma  l’importanza del libro risiede nella sua fisicità, nel fatto che porta addosso i nostri segni. Può essere toccato, annusato, sottolineato, stropicciato e  riposto. Ha un valore estetico che non può essere riprodotto.

In copertina: rielaborazione da Pixabay

Giro in quel buio che abbiamo dentro

I veri libri devono essere figli non della luce e delle chiacchiere ma dell’oscurità e del silenzio.
(Marcel Proust)

Sandro Campani – classe 1974, da Montefiorino – ama i capolavori di David Lynch e ha un legame fortissimo con le cose che abitano il paesaggio in cui viviamo. Molto spesso, l’incanto del suo fare letteratura avviene proprio nella minuziosa descrizione di un luogo, o di creature che come ombre popolano i boschi profumati di resina e rugiada: proprio da lì, dalle entità concrete, i personaggi – e di conseguenza il lettore – vengono proiettati in un altrove, che seduce e spaventa al tempo stesso. Dopo “E’ dolcissimo non appartenerti più” (2005), “Nel paese del Magnano” (2010) e “La terra nera” (2013), domani 31 gennaio 2017 esce pubblicato da Einaudi il suo ultimo libro “Il giro del miele“.

giromieleÈ la storia di Davide, un ragazzo di montagna semplice e tormentato, nel quale il padre falegname non ha voluto riporre abbastanza fiducia. Più che del figlio, il burbero genitore, si fida di Giampiero, suo collaboratore di sempre, al quale lascerà l’attività. In una notte nera e gonfia di tempesta, Davide bussa alla porta di Giampiero. Quell’incontro, che dà il la alla narrazione, era però già stato annunciato da una visione del tutto inaspettata. Facendo idealmente due passi sulle morbide colline dell’Appennino, abbiamo parlato del nuovo libro, divagando di tanto in tanto e amabilmente fra le sue passioni e i ricordi legati alla Modena in cui ha studiato.

Il giro del miele esce il 31 gennaio, il giorno dedicato a San Geminiano. Pensi sia un segno del destino?
No, sinceramente non ci ho mai pensato [ride]. Non ho un legame così profondo con la tradizione modenese cittadina, pur avendo studiato a Modena: una città che ho sempre abitato un po’ da “spiantato”, da persona che non vedeva l’ora di tornare su.

Ci sono però dei luoghi di Modena che sono “tuoi”?
Senz’altro il Venturi, la scuola che ho frequentato. Di Modena mi piace molto l’aspetto decadente, un po’ “squallido”: la stazione delle corriere, il Novi Sad dell’epoca, i viali dietro l’Accademia… Mi piace la sua allure malinconica: la città mi mette comunque un senso di oppressione addosso abbastanza forte. Alla fine mi piacciono i posti a cui sono legato: il Condor, perché ci andavo a ballare, l’Oasis di Sassuolo… a cui è ispirata la discoteca dove lavora il protagonista del libro.

Chi è il protagonista?
Davide è il classico ragazzotto di montagna poco avvezzo a parlare e ai discorsi. Ѐ un timido (le nonne lo chiamerebbero «bravo figliolo»), un po’ impacciato, grande e grosso. Per una serie di vicissitudini si trova a fare il buttafuori in un locale, in una maniera che io ho cercato di gestire in modo molto pulito, rispettando i personaggi. Perché prima di tutto bisogna portare rispetto ai propri personaggi e a quello che si racconta; quindi, volutamente, mai calcando eccessivamente sugli aspetti sensazionalistici. Davide arriva a una degenerazione morale che non riesce a governare e distrugge la storia con Silvia, il suo grande amore. Cerco di avere un punto di vista rispettoso e laterale rispetto agli eventi che racconto.

Sandro Campani
Sandro Campani

In un certo senso rispetti la privacy dei tuoi personaggi…
Sì, ma rispetto anche il lettore proprio perché io, da lettore, forse mi scoccerei nel vedere che qualcuno mi sta tentando di abbindolare con degli effettacci da quattro soldi. Amo scavare nel mio personaggio, cercando di mantenere sfaccettate e piene di spunti le sue azioni. Non mi accontento dello stereotipo, o almeno cerco. Questa vuole essere un’avvertenza per chi leggerà il libro: Davide non diventa un mostro, arriva ‘semplicemente’ a contatto con una parte di sé che non riesce a gestire.

Parliamo del titolo, che mi suona un po’ come uno scherzo del destino. Il miele, così dolce, si pone quindi come contrasto netto con la sua esistenza?
Su questo elemento ci abbiamo “giocato”: è uno dei motivi per cui l’abbiamo scelto. Innanzitutto suo padre, uomo biblicamente burbero, è un falegname e costruisce arnie per gli agricoltori. Quando lascia la falegnameria al proprio aiutante Giampiero (da cui il protagonista, di fatto, è stato cresciuto), Davide pensa di lanciarsi in un’attività sua e sceglie proprio l’apicoltura, anche perché conosceva già il mestiere. Il contrasto tra la dolcezza del nettare delle api – che s’invera anche nel rapporto con la moglie Silvia – e la sua vita, sempre più triste e angosciante, funziona. Poi c’è anche da dire che un titolo così mi suonava bene: ricorda un po’ La casa in collina di Pavese o Il taglio del bosco di Cassola. Sono titoli che contengono parole legate al lavoro, conservando un forte legame con la terra. Mi piace il contatto con le cose…

Il «giro» ricorda anche l’idea della fortuna che gira, o Il giro di vite
Certo, ma potrebbe anche rappresentare il gesto che si compie nel mescolare il miele. Ѐ un titolo evocativo, ma interpretabile, e fatto di parole concrete. Vedi: abbiamo già scovato assieme altre interpretazioni! In qualche modo gli spiriti e i fantasmi in quello che faccio hanno sempre una loro parte, quindi non è un’associazione d’idee del tutto peregrina.

A chi ti ispiri?
Essendo abbastanza fanatico dei film di David Lynch, mi piace moltissimo lavorare sulla descrizione degli oggetti reali in una maniera simile alla sua, o come facevano i pittori fiamminghi, attenti ai minimi dettagli.

FiginoTipo le nature morte, quindi. Mi viene in mente quel famosissimo dipinto di Ambrogio Figino, una delle prime nature morte della storia, in cui l’osservatore focalizzandosi sull’oggetto viene poi catapultato altrove.
Sì, esatto. Ma non caricandolo di una valenza allegorica, attenzione! Non utilizzo oggetti per significare un concetto astratto. Per me descrivere l’oggetto significa entrare così a fondo nel reale, con una concentrazione puntigliosa e precisa, da “stabilire un contatto” con elementi o entità che trascendono l’oggetto stesso.

Un esempio nel Giro del miele?
Nel libro c’è l’incontro tra la sorella di Davide e una lince (anch’io ne ho incontrata una, ma nessuno mi credeva all’inizio…). Lei è in macchina, di notte. L’animale le attraversa la strada come un fulmine. E lei trasfigura questa visione in una chiave quasi mistica: pensa di avere un passeggero in macchina, che non è uno spirito ma solo una presenza. Così, sentendosi “guidata”, inizia a viaggiare ripercorrendo i luoghi che hanno a che fare col padre defunto. Il passaggio della lince si ricollega, nell’ottica di lei, allo spirito del genitore. In realtà nel libro sono più, volutamente, “opaco”…

… perché ognuno possa dare una propria interpretazione.
Esatto. Come quando Lynch inquadra gli angoli o le porte buie. Non m’importa mostrare quello che c’è nel buio, m’importa che chi mi legge provi una certa sensazione. Se sei un autore serio devi sapere che, ogni volta che prendi in prestito dalla natura qualcosa, questo “qualcosa” si porta dietro tutta una storia fatta di simboli e collegamenti.

Cosa rappresenta la lince?
Quando Davide arriva a casa di Giampiero dice di averla vista, quella lince. Anche lui la tratta come messaggero di qualcosa. Quando ho capito che fra i due personaggi era necessario si instaurasse un rapporto più profondo – doveva esserci un fatto di cui i due erano all’oscuro -, sono andato a documentarmi sulle varie simbologie legate alla lince, animale individualista e avvezzo a muoversi da solo, e ho scoperto che rappresenta una sorta di custode dei segreti. Vedi che tutto torna?

lince2

Un’altra cosa: ci sono personaggi che hai davvero conosciuto e che hai poi inserito nel libro? Tipo l’Ida, la moglie di Giampiero…
Ѐ difficile che ispiri un personaggio inventato a una persona che conosco davvero. Di solito procedo così: parto da un’immagine, un luogo, un’idea… l’idea è come un seme, e inizia a fare le radici. Pian piano capisci che su quella cosa vuoi lavorare anche per quattro anni della tua vita e farci un romanzo. Io “pesco” dalla mia vita, o di altri, elementi che posso utilizzare, rielaborati, per metterli dentro a un personaggio che ho inventato.

Un po’ come una tavolozza di colori?
Più che una tavolozza, un serbatoio. Il personaggio in prima battuta è inventato, poi attingo alla mia esperienza reale o a quella di persone realmente esistenti per costruirlo e riempirlo di elementi realistici.

Parliamo della montagna, in un certo senso il tuo “ambiente”.  Qualche anno fa una signora che lavora a Zocca mi disse: «Guarda, dalla montagna o si scappa o ci si resta per sempre». Condividi?
Frase molto vera… chi ci vuole restare per sempre sa che dovrà fare grossi sacrifici. Ѐ complicato avere un lavoro se non ti inventi qualcosa. In particolar modo per un giovane: la condizione d’essere spiantato, te la tieni addosso. Adesso vivo a metà, nella bassa collina, in un piccolo paese ma non troppo distante dalla città, dove ci sono i daini e i lupi… e va bene così.

Montebabbio Castellarano
Veduta di Montebabbio, frazione di Castellarano. Uno scatto in licenza CC di Giorgio Galeotti

Di solito dove scrivi? Qual è il tuo «luogo ameno»?
Scrivo a casa al computer, in una stanza, quella in cui non dormo e in cui non mangio. Meno male che l’hanno inventato: cancello e riscrivo la stessa frase anche una ventina di volte! Prendo ovviamente valanghe di appunti scritti, ma anche appunti vocali sul telefono, che poi trascrivo. Ma se devo scrivere la pagina, lo faccio direttamente al computer.

Il giro del miele è anche il tuo primo romanzo con Einaudi… Come ci sei arrivato?
Quelli di Einaudi mi seguivano da un po’, e sono molto seri. Quando ho concluso Il giro del miele, l’ho inviato tramite l’agente in casa editrice e hanno deciso di crederci. Ero felicissimo! Visti gli autori con i quali sono cresciuto, l’Einaudi è il massimo della vita. Non c’è autore che adori che non sia nel loro catalogo. Facendo assieme a loro l’editing sul testo e ragionando su tutto quello che sta attorno al testo (il titolo, la copertina, la quarta, ecc.) mi sono trovato molto bene.

Una nota di colore?
Per il personaggio del buttafuori mi sono avvalso della consulenza di «Morris», Giulio Golfarelli, che è stato buttafuori in tanti locali storici della provincia. In un certo giro, a Modena, si sa chi è Morris!

In copertina: Badlands (Canossa, RE). Uno scatto in licenza CC di Giorgio Galeotti.