Tu vuò fa l’imprenditore

Per tutti arriva il giorno, o il momento, dove ci si sveglia e si realizza: “Chi sono io? Cosa sto facendo di speciale? Qual è il mio percorso? Cosa lascerò ai posteri?”

15310835217_bd0cfc8be7_bForse non in quest’ordine, o forse in maniera meno consapevolmente tragica, queste domande – prima o poi – arrivano. Facile dirsi che siamo umani, che le domande esistenziali sono parte del nostro io, ma qui si tratta di avvertire dentro che si ha una missione. Uno scopo da perseguire, un’esigenza da appagare. Soprattutto all’alba dei 30 anni, tutto ciò ci arriva dritto e violento come un ice bucket challenge e, accidenti, per alcuni diventa un pensiero fisso. Amici che si buttano in piccole cordate per lanciare una nuova app, società di web marketing, linee di abbigliamento: sono piena di esempi intorno a me che si sono avventurati in un’esperienza imprenditoriale. Chi con successo, chi non ancora, stanno costruendo un nuovo valore, creando qualcosa di diverso. A dire il vero inizio a essere un po’ invidiosa e penso: “Quando sarà il mio momento?”

wired_31072014_1813_rdax_390x533Qualche mese fa ho partecipato ad una serata alla Bocconi dove l’Università premiava un ex alunno che si è distinto per meriti speciali. Quest’anno era la volta di un tipetto con gli occhiali, il suo nome è Federico Marchetti. Originario di Ravenna, Marchetti è CEO e fondatore di YOOX, il primo portale di e-commerce in ambito fashion e design d’Europa, con sede a Zola Predosa, in provincia di Bologna. Diplomato alla Bocconi e poi alla Columbia University, Marchetti fondò YOOX proprio all’alba dei 30 anni, nel 2000, grazie all’investimento di un visionario venture capitalist italiano che credette nel suo progetto. Chiamato a raccontare la sua esperienza, Marchetti parlò proprio di quel momento in cui si avverte quella sensazione, la sensazione di potercela fare, da soli. Con un’idea in tasca, un business plan ben strutturato, il sogno di fare impresa preme nell’indole di alcuni, che in nome di una causa sono pronti ad accollarsi oneri e onori. Il momento in cui buttarsi, rinunciare alla garanzia dello stipendio fisso e crederci, fino alla fine, per lui è arrivato. “Se avessi aspettato un po’ di più, con una famiglia sulle spalle e magari un buon stipendio, non so se lo avrei fatto”, ci esorta a non esitare e a saper riconoscere il momento giusto.

yooxProprio ieri l’altro Marchetti era sulle prime pagine di tutti i giornali per via della fusione di YOOX con Net-a-Porter, principale retailer online di prodotti fashion di lusso, controllata da Compagnie Finaciere Richemont. Nasce così un colosso da 1,3 miliardi di ricavi, che noi ragazze sentiamo già come nostro migliore amico! Scherzi a parte, Marchetti nel seguire il suo istinto da imprenditore, ha fondato un’azienda da far invidia alle big della Silicon Valley (ma a Zola Predosa! Viva i provinciali, eheh!!)

Leggendo numerose interviste ai due, mi ha colpito una frase della CEO di Net-a-Porter, Natalie Massenet: ”Oggi apriamo le porte al più grande store al mondo di moda e lusso. Questo negozio non chiude mai, non ha confini geografici, ma anzi crea connessioni, ispira, serve e offre a milioni di stilosi e coscienti consumatori un accesso ai migliori prodotti ed etichette di moda. Una sorta di grande vetrina interattiva sul mondo. Grazie alle nostre competenze di tecnologia, logistica, contenuti e vendita abbiamo ridefinito il concetto di fashion, media e retail. Il miglior modo di predire il futuro della moda, è crearlo.”

Wow. La potenza di questa frase mi affascina. Sapere di avere uno spazio infinito di possibilità, usare la creatività per costruire nuovi scenari, nuovi codici, mi affascina. Amici, è ora di rimboccarsi le maniche. Il miglior modo di predire il nostro futuro, è crearcelo.

Donne, riprendiamoci i nostri campi

E’ una domanda classica che si sente porre almeno da quando è nato il movimento femminista: se le donne avessero più potere, il mondo sarebbe migliore? Ci sarebbe meno violenza, meno diseguaglianze, meno ingiustizia? Dal punto di vista dell’ambiente, se ci fossero più donne in posizioni di “potere” nella gestione della terra a livello globale, saremmo comunque a questo livello di sfruttamento della terra e di perdita della sua preziosa biodiversità? In antropologia, esiste una corrente di pensiero che si può far risalire al volume pubblicato nel 1856 dall’antropologo Johann Bachofen ” Il matriarcato”, secondo la quale almeno fino al neolitico, epoca in cui l’umanità introdusse l’agricoltura e l’allevamento, le società erano matriarcali, per essere solo in seguito sostituite dal patriarcato.

agri3Vere o meno che siano le tesi di Bachofen, sta di fatto che la donna ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella gestione agricola, soprattutto per gli aspetti collegati alla produzione e trasformazione degli alimenti, vegetali e animali, necessari al sostentamento dei nuclei familiari e delle società. Ma il potere,da allora, è rimasto saldamente nelle mani dei maschi. In agricoltura come in tutti gli altri settori.

Anche in Italia il sistema agricolo è nelle mani di imprenditori uomini: le aziende a conduzione femminile rappresentano un terzo di tutte le aziende agricole italiane. A livello regionale le imprese condotte da donne si attestano sulle quasi 14.000 unità, il 22% delle aziende agricole presenti sul territorio Emiliano-romagnolo. Dal 1999, molte imprenditrici agricole italiane hanno scelto di mettersi in rete, all’interno della Confederazione Italiana Agricoltori, fondando l’associazione “Donne in Campo”. Una realtà che oggi in Emilia Romagna raccoglie circa mille tesserate.

Ma quali sarebbero le differenze tra un’agricoltura a conduzione maschile e una femminile? Secondo l’attuale Presidente regionale, Sofia Trentini, «le aziende agricole femminili trovano una propria specificità nel tema della sostenibilità ambientale. Sono orientate all’agricoltura biologica e al recupero delle antiche tradizioni culinarie o di prodotto del mondo contadino. Ecco perché le imprenditrici agricole della nostra associazione s’impegnano molto a creare e mantenere contatti diretti con i consumatori: spiegano loro esattamente come viene ottenuto quel prodotto agricolo o l’eventuale utilizzo in cucina e nell’alimentazione. Una filiera produttiva e culturale rigorosamente intrecciata. Non a caso, le donne della nostra associazione coltivano principalmente frutta e ortaggi per la trasformazione e la vendita diretta. Hanno piccoli allevamenti di animali da cortile e capre o vacche. Trasformano in proprio il latte. Gestiscono anche, in alcune realtà territoriali, aziende di medie grandi dimensioni, vitivinicole o di produzione industriale, serre o pomodoro da industria».

Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/
Fonte immagine: http://historyproject.ucdavis.edu/

Insomma, a far la differenza, in agricoltura come in tanti altri settori, sarebbe la diversa sensibilità, la cultura, il modo di approcciarsi alla quotidianità e alla vita in generale. «C’è una radicale differenza tra un uomo e una donna – continua Trentini – nel modo di gestire l’impresa. Da molti punti di vista: non ultimo, la disponibilità di tempi e orari. Una donna-moglie-madre organizza la giornata e il lavoro agricolo in modo diverso da un uomo perché, oltre a dover pensare all’azienda, è solitamente lei a doversi occupare della preparazione dei figli che vanno a scuola, dei famigliari anziani non autosufficienti, di tutte le piccole incombenze familiari (spesa, visite mediche, commissioni per i figli). Di conseguenza gli imprenditori agricoli donne tardano l’inizio della loro giornata in azienda, la quale finisce inevitabilmente per prolungarsi fino a tarda sera. Viene da sé che risulta molto faticoso amministrare la propria azienda rifacendosi a schemi tipicamente maschili, e ancora più difficile è proseguire sulla propria strada senza adattarvisi. Per questo è importante essere in rete: miriamo all’integrazione di genere nel settore agricolo, fattore chiave per uno sviluppo rurale sostenibile e lottiamo per adeguare in tal senso la legislazione».

agi4All’atto pratico? «Ciò per cui lavoriamo è l’ascolto della molteplicità di visioni. Per certi aspetti l’adattamento è inevitabile poiché l’organizzazione generale maschile di modi e tempi lo richiede, ma dall’altra parte non possiamo sopportare che nei documenti che circolano a proposito del nostro settore non vengono utilizzati sostantivi al femminile, come se la presenza di donne agricole in posizioni di comando non fosse nemmeno contemplata. Il riconoscimento del ruolo femminile all’interno della Confederazione è avvenuto chiedendo una “quota obbligatoria” femminile nella composizione degli organi di rappresentanza. Siamo partite con un sistema per lo più di volontariato e di “gruppo”, poi con la rivendicazione del 5% di quota femminile negli organi, poi del 20% fino a raggiungere l’obbligo statutario del 30%, in virtù del tesseramento socie al 35% del totale dei soci.

agri5Con questo passaggio è divenuto obbligatorio indicare nelle Giunte Regionali la componente Presidente Ass. DIC “come di diritto” al voto, non più solo invitata a volte su tematiche specifiche, per la gestione del Sistema Confederale. Ora la nostra sfida è dare rappresentanza a un mondo che esiste e che ha diritto di poter portare avanti le sue azioni con la modalità culturale che le è propria. Posso dire che il lavoro di riconoscimento del genere femminile nella gestione delle politiche è concluso? No, si è solo all’inizio. Le imprenditrici agricole all’interno degli organi devono formarsi ed individuare i momenti giusti dove poter intervenire per fare le integrazioni, le modifiche: un lavoro non semplice ed immediato!».

Insomma, la rivendicazione di un “potere femminile”, se non “matriarcale” certamente non solo di facciata ma di sostanza, parte dai campi. Come se, simbolicamente, si chiudesse un cerchio. Quello che dal culto della Madre Terra, nutrice e simbolo di fecondità, risalente addirittura ad epoca paleolitica, porta fino ad oggi. Epoca in cui le donne stanno ancora faticosamente cercando di ritagliarsi propri spazi in una società, checché se ne dica, ancora fortemente segnata dalla sua impronta patriarcale.