Sopravvivere alla lunga notte siriana

La Siria vive nella guerra civile da sei anni. La situazione è quanto mai complicata e i fronti molteplici: l’esercito regolare di Bashar al-Assad, le forze di opposizione, i combattenti curdi, ma anche le frange estremiste di Al Nusra e Isis. La soluzione, oggi, non c’è. Fin dall’inizio del conflitto, la fondazione modenese Time 4 Life si è impegnata nell’aiuto ai profughi, soprattutto ai bambini, prima su territorio siriano e poi a Kilis, sul confine turco. Perché si sa: in certe situazioni, ad andarci di mezzo, sono sempre i civili.

In seguito ai recenti fatti che hanno di nuovo portato la tragedia siriana in prima pagina, nei giorni in cui la Siria sembra diventare materia per una rinnovata “guerra fredda” fra USA e Russia, abbiamo parlato con Lanfranco Maini, volontario di Time 4 Life e responsabile del progetto a Kilis. Che, fra una considerazione e l’altra, ci ha invitati tutti alla fiaccolata in ricordo delle vittime che si terrà questa sera in Piazza Grande a Modena, alle 21:00.

Lanfranco Maini
Lanfranco Maini

Lanfranco, Time 4 Life oggi porta aiuti in diversi paesi, ma è nata proprio con le missioni sul confine turco-siriano. Com’è successo?
Elisa Fangareggi, la presidente, cominciò ad andare ad Aleppo alla fine del 2011, era appena scoppiata la guerra civile. Iniziò raccogliendo aiuti in maniera personale, portandoli lei stessa tramite un amico che aveva parenti ad Aleppo. Con il passaparola trovò altre persone con cui collaborare e allestimmo un ospedale pediatrico ad Aleppo: funzionò per due o tre mesi, poi fu bombardato, per fortuna senza vittime. A quel punto seguimmo il percorso dei profughi spostandoci a nord, verso la Turchia, zone allora più sicure. Per un anno operammo nel campo di Bab Al Salam – sul confine, ma in territorio siriano – poi anche lì vennero meno i requisiti di sicurezza, quindi passammo il confine assieme a tanti profughi e ci fermammo nella prima cittadina, Kilis. Siamo lì da tre anni e interveniamo sull’emergenza. Abbiamo il nostro referente locale che ci coadiuva nella distribuzione degli aiuti: circa 150 bambini sono sostenuti dall’Italia e ricevono mensilmente un pacco alimentare che permette a loro e alla famiglia di patire un po’ meno la fame. Riusciamo anche a fornire un minimo di copertura sanitaria.

Qual è la situazione al campo profughi di Kilis?
Kilis è a 7 km dal confine. Era un posto tranquillo di 80.000 abitanti, che viveva di agricoltura e di quel poco commercio con la Siria. L’arrivo di 140.000 profughi ha destabilizzato il tessuto sociale e i servizi socio-sanitari. Negli ultimi tempi sono arrivate anche nuove famiglie, questo va di pari passo con ciò che accade al di là del confine. I profughi sono sistemati in alloggi di fortuna come garage, capanne, case abbandonate o in costruzione. Quando entro vedo bambini scalzi, gente senza luce e con un rubinetto di acqua fredda in comune con altre tre o quattro famiglie. E penso che erano famiglie come la mia, che avevano i nostri standard di agio e comodità. Persone che, da un momento all’altro, hanno preso i sacchetti della spesa, li hanno riempiti con qualche vestito e sono scappati. Alcuni prima di me li hanno visti attraversare campi minati coi bambini, mettendo un materasso davanti all’altro per cercare di non far saltare le mine. Li abbiamo visti dormire in buche scavate nei campi coltivati.

Bambini profughi a Kilis
Bambini profughi a Kilis

Che cosa si capisce della questione siriana vedendo certe cose di persona?
Ti rendi conto di tante cose. Per esempio, di quanto il governo turco, fino a qualche mese fa, non avesse le idee chiare. Accoglieva i profughi, ma lasciava passare anche persone poco raccomandabili. Alcuni venivano in Turchia per fare acquisti, si rifornivano di apparecchi tecnologici e altro. All’inizio del 2016 la Turchia cominciò a costruire un muro sul confine e l’Isis, vedendosi chiudere il passaggio, prese a tirare colpi di mortaio e missili sul territorio turco confinante. Io l’ho visto, a Kilis abbiamo avuto 22 vittime fra cui 8 bambini. Le persone hanno vissuto nel terrore per cinque o sei mesi, e noi abbiamo dovuto sospendere le missioni per un periodo perché era troppo rischioso. Dopodiché, con il benestare dei russi, la Turchia ha creato una fascia di sicurezza di 20-30 km per proteggere il confine.

Il 4 aprile c’è stato l’attacco con armi chimiche a Idlib, e non è il primo. In seguito all’attacco chimico del 2013 Obama non è intervenuto militarmente. Trump, invece, sì. Come vengono vissute queste cose a Kilis?
Sempre con terrore. Idlib è a 40 km da Aleppo, in linea d’aria saranno 80 km dal confine con la Turchia, quindi la paura c’è. Il contesto mediorientale è una polveriera, per questo motivo la risposta di Trump va ad aggiungere confusione dove ce n’è già abbastanza. Secondo me Obama aveva un piano di politica estera che poteva piacere o no, ma era ben definito, ossia non intervenire direttamente in quella zona. Questo nuovo presidente sembra agire secondo un opportunismo immediato, senza una politica di fondo, e lo vedo come un elemento estremamente negativo. La sua è stata una dimostrazione di forza, mi sembra un personaggio a cui piace fare il cowboy.

Come mai rispetto agli attacchi chimici c’è sempre confusione nell’attribuzione della responsabilità?
Adesso sembra certa la responsabilità dell’esercito regolare siriano, ma per qualche tempo ci sono state ipotesi raffazzonate. Di fronte a queste cose, ripeto: purtroppo il Medio Oriente non è semplice. Oltre alle strategie politiche e militari, ci sono strategie di intelligence che, secondo me, sono a capo di tante azioni militari volte a destabilizzare o conquistare obiettivi. Bisogna anche dire che all’inizio di questa guerra in tanti hanno visto il proprio tornaconto. Alla Turchia faceva comodo finirla coi Curdi una volta per tutte, alla Russia faceva comodo avere lo sbocco sul Mediterraneo… tutta una serie di ragioni che portano sempre al peggio. Nel 2011 le persone che sono scese in piazza in Siria sono partite da presupposti giusti, ma in queste situazioni ci si infila sempre il peggio del peggio. E c’è chi dall’Occidente foraggia tutto questo per i propri interessi.

Consegna di carbone per l'inverno a Kilis
Consegna di carbone per l’inverno a Kilis

La Siria è coinvolta anche quando si parla di flussi migratori: in Italia è appena stato approvato il decreto Minniti-Orlando, lei cosa ne pensa?
Per me i decreti rimangono regole per risolvere qualcosa, ma il problema grosso andrebbe risolto a monte, a livello di Europa e di ONU. Ci vorrebbe un’Europa di governo, che avesse dei riferimenti nelle zone critiche o negli stati vicini. Per quanto riguarda la Siria parliamo di rifugiati, gente che scappa perché ha dei bambini, vuole mangiare, non vuole morire e non guarda le condizioni del posto in cui arriva. Il nuovo decreto è per gli immigrati in generale, non per i rifugiati in particolare. Forse è un palliativo, ma dovrebbe regolamentare un po’ meglio il precedente stato di cose.

Un’altra notizia fresca è il G7 degli Esteri, appena concluso a Lucca. Il ministro francese Ayrault ha detto “Non c’è una soluzione per la Siria finché Assad è al potere”. È vero?
È una frase lapidaria e molto da “buone intenzioni”. Se si vuole vedere il mondo perfetto, sì, è così, ma purtroppo bisogna essere più concreti. Assad e la sua parvenza di democrazia sono una dittatura a tutti gli effetti. D’altra parte, senza questo cosa succede? Nel mondo musulmano c’è una frammentazione religiosa e di potere impressionante, c’è un grande odio fra fazioni e non si esita a tirar fuori le armi. Non so cos’abbia in mente il ministro degli esteri francese, e quello che hanno in mente i francesi a volte mi fa un po’ paura. In Libia hanno scatenato un putiferio, ma la Libia è a 200 km dalle nostre coste e i problemi arrivano in Italia. Sono discorsi da inserire in un contesto di macropolitica: in Europa, non essendoci una politica comune, ciascuno guarda ancora ai suoi interessi economici.

Secondo lei come andrà a finire?
Per avere un’idea sul futuro della Siria ci vuole una bella sfera di cristallo. Ci vorrà tanto, tanto tempo. Ne uscirà un paese massacrato, basta guardare le foto di com’era Aleppo prima, un città di cultura e benessere, e com’è ridotta adesso. Ci vorranno anni per ripulire la zona e per la risoluzione militare. E poi, un grosso punto interrogativo sul “dopo”: i tempi di ricostruzione civile e, spero, democratica saranno ancora più lunghi. A parte i morti e le cose più tangibili, c’è anche la disgrazia di avere distrutto una convivenza, e rimettere assieme questo non è semplice. Poi ci sono gli altri interessi. La Russia ha la sua fetta di importanza territoriale e strategica, l’Europa e gli Stati Uniti ne vogliono un’altra: torniamo alla contrapposizione di due blocchi e nel mezzo tanta gente che muore.

Nell’immagine di copertina, una veduta di Kilis.

I giornali, il caldo e l’odio per i profughi

Sono giorni caldi, caldissimi. I giornali non fanno che ricordarcelo. Ma a fianco alle notizie sul termometro che sale e i soliti accorgimenti per evitare colpi di calore, ci sono altre notizie che in qualche modo contribuiscono a surriscaldare l’ambiente: quelle sui profughi che arrivano nelle città italiane. Si tratta di cittadini stranieri richiedenti asilo provenienti principalmente da Siria, Somalia, Nigeria e soprattutto Eritrea, paese che definire infernale è riduttivo. Ecco perché la maggior parte dei richiedenti asilo arrivano da lì.

In realtà, stando ai numeri, ne stanno arrivando meno di quanti ne erano stati previsti. Nonostante questo, un po’ come per la temperatura reale e quella percepita, la percezione di gran parte di italiani è che sia in atto addirittura un’invasione e i profughi – mettendo per un attimo in pausa i rom e i sinti – sono diventati il nuovo capro espiatorio su cui far convergere rabbia, esasperazione e rancore sociale.

da Il Secolo XIX
da Il Secolo XIX

In alcuni casi la situazione è degenerata in modo preoccupante, come abbiamo visto prima a Quinto di Treviso, con il rogo e l’assalto da parte di Forza Nuova e di alcuni cittadini contro le forze dell’ordine e i richiedenti asilo, quando i militanti del partito neofascista hanno aggredito una dipendente della cooperativa a cui sono stati assegnati i profughi.

Sulla pagina Facebook i militanti di destra si vantavano di aver “impedito la distribuzione del cibo”, alla faccia dei diritti umani. In questo caso è da notare che il nemico non è solo lo straniero che “invade”, ma anche l’italiano che lo aiuta. La vicenda è stata commentata così da Matteo Salvini: “Quello che è successo a Quinto di Treviso io non lo temo, io me lo auguro”.

Solo qualche giorno dopo i fatti di Treviso una situazione simile si è verificata a Casale San Nicola, Roma, dove già da tempo la brace covava sotto la cenere, ma la situazione si è letteralmente infiammata (sono stati bruciati dei cassonetti) quando alcuni dei residenti, con i militanti del movimento di estrema destra CasaPound e alcuni membri dei Fratelli d’Italia hanno aggredito la polizia che scortava i profughi nel centro destinato ad accoglierli.

Roma, scontri a San Nicola (da Repubblica)
Roma, scontri a San Nicola (da Repubblica)

E’ evidente che, mentre alcuni partiti politici preferiscono il silenzio o l’indifferenza di fronte a certi temi, o un’ambigua comprensione “pur non condividendo il metodo” (parole del sindaco di centro-sinistra di Treviso, Giovanni Manildo), altre parti politiche – Lega Nord, Forza Nuova e movimenti come Casa Pound soprattutto – ci vanno giù duri e traggono vantaggio da queste situazioni e da un certo clima di odio ed esasperazione che loro stessi contribuiscono a generare. Molte di queste manifestazioni che vengono presentate come “spontanee” hanno dietro la mano e la testa dei partiti di estrema destra. E’ il loro momento: più roghi e aggressioni, più voti e sostenitori.

Forza Nuova, saluti vecchi
Forza Nuova, saluti vecchi

Per dare un’idea del clima, il coordinatore comunale di Fratelli d’Italia di Ferrara, Fabrizio Florestano, parlando dei migranti che sbarcano, ha scritto su Facebook: “Certo, io ne prendo 100 alla volta: tempo di sparare per farli cadere in una buca e me ne date altri 100. In una giornata ne faccio fuori quanti ne sbarcano”. La cosa sorprendente non è tanto il commento, ma la reazione successiva: si è autosospeso ma non ha fatto un passo indietro, spiegando che “Non è Fratelli d’Italia che non si riconosce più nelle mie posizioni, sono io che me ne vado. Mi autosospendo dal partito perché in questo momento non mi riconosco più in una linea troppo morbida sulla questione degli immigrati”.

Ma va detto che i partiti xenofobi un aiuto notevole lo ricevono anche dalla stampa, in particolare da quella locale, e dal modo in cui queste notizie così delicate vengono raccontate. I giornali hanno un ruolo fondamentale nel contribuire a generare un certo clima o quantomeno ad aumentarlo. Continuando il parallelo con la situazione meteo, è come accendere il riscaldamento al massimo in questi giorni e notti di caldo torrido, gettare benzina sul fuoco, e dove non c’è il fuoco, accenderlo per poi gettarci la benzina.

Roma, scontri a San Nicola (da Repubblica)
Roma, scontri a San Nicola (da Repubblica)

I giornali più politicamente schierati portano avanti questa strategia in maniera esplicita, fomentando l’odio verso i richiedenti asilo in maniera diretta, senza porsi problemi sulle possibili – disastrose – conseguenze. I giornalisti che scrivono questi articoli stanno al sicuro nelle loro redazioni, davanti al computer, con l’aria condizionata al massimo: lasciano che ad andare per strada sotto il sole a fare barricate e incendiare cassonetti sia la gente comune, che poi magari si becca qualche denuncia per aggressione a pubblico ufficiale o altri reati simili.

In altri casi, su giornali apparentemente moderati, la cosa avviene in maniera più subliminale ma non per questo meno efficace. A Modena ad esempio sono in arrivo duecento richiedenti asilo e il budget a disposizione per accoglierli per 153 giorni è di circa un milione di euro. Come ha riportato la notizia la stampa locale?

La Prefettura ha reso pubblici i bandi di gara per l’affidamento del servizio di accoglienza. Da questi dati uno dei giornali locali, la Gazzetta di Modena, ha tratto un articolo dove apparentemente si limita a “dare la notizia”, né più né meno. Eppure ci sono vari modi di dare una notizia, e il “come” si può valutare anche dalla reazione che la notizia provoca nei lettori.

gazzetta-di-modena-titolo

In questo caso, almeno a giudicare dai commenti e dall’altissimo numero di condivisioni, la notizia dei costi dell’accoglienza a Modena è stata data in un modo che ha provocato una reazione decisamente ostile nei confronti dei profughi da parte di molti cittadini modenesi. Oltre al fatto in sé, è il modo di darla che spinge il lettore a concentrarsi su certi dettagli e non su altri.

Nel titolo e nell’articolo si insiste sui costi (la notizia non è che arrivano i profughi, ma quanto costano: sono cifre, euro), ma soprattutto sui servizi che si dovranno offrire per l’accoglienza. Ad esempio il sommario dell’articolo (cioè il sottotitolo) precisa che tra i servizi previsti nel bando ci sono anche “le sigarette”. Le sigarette appaiono ai lettori come un servizio superfluo, e dunque scatenano la loro ira. “Ma come, io fatico a pagare le bollette e a questi che nemmeno conosco danno non solo da mangiare ma anche le sigarette?”

Ecco alcuni dei commenti apparsi sulla pagina Facebook della Gazzetta:

commentgazz3

commentgazz22commentgazz2

La frase “Come non si fa a non essere razzisti?” è emblematica. Inoltre l’articolo della Gazzetta è stato entusiasticamente condiviso anche nella pagina Facebook nazionale di Forza Nuova – fatto che di per sé dovrebbe far riflettere – dove sono presenti altri interessanti commenti di modenesi e non:

commentofnfn commento-1

L’argomento delle sigarette può sembrare un dettaglio di poco conto ma, al contrario, è un argomento che merita di essere approfondito. In realtà ai richiedenti asilo non vengono date le sigarette. Si parla dei 2,50 euro “pro capite / pro die” (cioè a persona e al giorno) per spese che esulano dalla mera sussistenza (mangiare, dormire, lavarsi). La Prefettura, come esempi, cita schede telefoniche, fototessere, biglietti per il trasporto pubblico e sì, anche sigarette. Si parla, ripetiamolo, di 2 euro e mezzo al giorno, per un massimo di 7 euro e mezzo per nucleo famigliare.

Basta riflettere un attimo senza ascoltare la voce di Salvini alle nostre spalle per capire che non è poi così strano: è una piccola cifra necessaria semplicemente per il fatto che i richiedenti asilo, se si trovassero ad uscire dalla struttura di accoglienza, non avrebbero in tasca nemmeno dieci centesimi. Non potrebbe comprare una bottiglietta d’acqua, non potrebbero fare una fototessera magari necessaria per i documenti: non avrebbero nulla. A quel punto cosa dovrebbero fare? O mendicare, o rubare. “Oppure trovarsi un lavoro”, potrebbe dire qualcuno.

Forza Nuova condivide l'articolo della Gazzetta di Modena
Forza Nuova condivide l’articolo della Gazzetta di Modena

Ma in realtà queste persone che fuggono dai paesi africani non vengono qua per forza “in cerca di lavoro”, ma semplicemente perché scappano. E forse è proprio questo che ci fa uscire di testa, come notato anche dal sociologo Aldo Bonomi:

“Abbiamo un impianto normativo, figlio della legge Bossi-Fini, principalmente, che ha una base unicamente giuslavorista: l’accoglienza e la socializzazione dei diritti sono solo per l’immigrato lavoratore. Altre forme di migrazione non sono contemplate, chiunque non rientra in questa normativa va respinto. Abbiamo fatto nostra la massima di un noto scrittore svizzero, che parlando dei migranti italiani che andavano a lavorare in terra elvetica scrisse che «ci aspettavamo braccia e sono arrivate persone».”

In pratica molti italiani non accettano che queste persone vadano aiutate semplicemente perché è giusto aiutarle. E i giornali su questo aspetto ci marciano a suon di articoli pelosi dove il dovere di assistere i profughi viene trasformato in un privilegio che genera il famigerato “razzismo al contrario”, a causa del quale gli italiani vengono penalizzati a scapito degli stranieri: è in sostanza il discorso che la Lega Nord porta avanti da anni con grande successo.

FlŸchtlinge warten am GrenzŸbergang Ventimiglia auf Weiterreise

Nell’articolo della Gazzetta si precisa poi che i generi alimentari dovranno essere “di prima qualità e garanti a tutti gli effetti di legge per quanto riguarda la genuinità, lo stato di conservazione e l’igiene”. Anche qui, si tratta di un ingenuo copia e incolla del documento diffuso dalla Prefettura di Modena, e anche qui, un fatto normalissimo – cioè che alle persone accolte venga dato del cibo non avariato e in condizioni igieniche che non provochino problemi di salute – viene presentato quasi fosse un privilegio, un lusso, qualcosa di immeritato, e non come un fondamentale diritto umano, il famoso “dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati”, tanto per citare quel testo sovversivo e buonista adorato dalla sinistra radical-chic, ovvero il vangelo (Matteo 25, ovviamente non Salvini). Come se ai richiedenti asilo fosse dato un pass per mangiare ogni sera gratis da Massimo Bottura. 

Profughi eritrei
Profughi eritrei

Ma chi sono questi richiedenti asilo? I giornali raramente lo spiegano e lettori se li immaginano come dei turisti scrocconi che non vedevano l’ora di visitare Modena e le altre città italiane. Non è esattamente così. La definizione è questa:

“I richiedenti asilo sono persone che hanno subito persecuzioni o temono, sulla base di fondati motivi, di subire una persecuzione individuale a causa della loro razza, della loro religione, della loro nazionalità, della loro appartenenza ad un certo gruppo sociale o delle loro opinioni politiche. Essi possono richiedere asilo nel nostro Paese presentando una domanda di riconoscimento dello status di rifugiato.”

Il paradosso è che, arrivando nei paesi che li ospitano come il nostro, anche qua subiscono “persecuzioni in base alla loro razza”. Non esattamente il modello di accoglienza auspicato, anzi, tutto il contrario.

Secondo il Regolamento di Dublino ai richiedenti asilo viene dato un permesso di soggiorno provvisorio e “l’assistenza economica degli enti locali e il contributo di prima assistenza” per le persone “prive di mezzi di sussistenza”.

Se pensate che l’Europa sia troppo gentile con i profughi sappiate che già due anni fa il Commissario per Diritti umani del Consiglio d’Europa, Nils Muiznieks, definì il regolamento di Dublino ingiusto e parlò di “mancanza di solidarietà da parte dell’Unione Europea” citando inoltre come esempio le condizioni in cui si trovavano “ridotti i rifugiati nel Palazzo della Vergogna a Tor Vergata a Roma. Condizioni indegne di un ricco paese dell’Unione europea”.

Somalia
Somalia

Eppure, leggendo i giornali locali, quelli che sono diritti fondamentali per persone che scappano da situazioni di guerra, morte, povertà assoluta e disperazione, appaiono come privilegi che fanno incazzare il lettore che non arriva a fine mese. E parliamo di una delle città più ricche – Modena è al terzo posto nella classifica del “Sole 24 Ore” sulla qualità della vita e al primo posto assoluto in Italia per il tenore di vita – di una delle regioni più ricche d’Europa.

In realtà, anche numericamente, si tratta di una situazione perfettamente gestibile per un paese come l’Italia, ma che sta sfuggendo di mano e che viene enfatizzata e amplificata dalla stampa e dai movimenti politici già citati. Non a caso un Salvini dice una frase come “Quello che è successo a Quinto di Treviso io non lo temo, io me lo auguro”. E noi, conoscendolo, gli crediamo con tutto il cuore.

Ecco perché in questo contesto, limitarsi a informare i cittadini con un copia e incolla della Prefettura sottolineando gli aspetti che possono colpire di più la pancia del lettore, come “le sigarette” o “il cibo di qualità”, diventa qualcosa di diverso dal semplice “limitarsi a dare la notizia”. Diventa qualcosa di rischioso, che surriscalda un clima già rovente. E credo che nessuno, a parte i partiti di estrema destra, abbia voglia di esportare i fatti di Treviso e Roma anche a Modena. O almeno così si spera.

25 aprile, Festa della Liberazione!

Paradossale, però, festeggiare questa festa nel bel mezzo della grande invasione alla quale è sottoposto il nostro sacro patrio suolo. Un’invasione costante e crescente, di un esercito Brancaleone di uomini, donne e bambini; un esercito dotato di una temibile Marina, composta di flotte di imbarcazioni disarmate e barcollanti; una Marina alla quale la nostra non riesce ad opporsi, seppur dotata di cannoni, mitraglie ed elicotteri. Una Marina Brancaleone che non spara né siluri né obici, ma persone, cariche di disperazione, paura e stanchezza. Persone che non distruggono case, ma minano certezze; soldatini e soldatesse che non sparano, ma colpiscono gli occhi, occupano le menti di ragionamenti cervellotici e impegnano le braccia con sacchi di riso e coperte.

Paradossale festeggiare questa Liberazione di 70 anni fa con quegli alleati che oggi voltano le spalle; quegli stessi alleati che invasero le nostre terre per liberarle da altri occupanti, che mandarono i loro padri di famiglia e le loro giovani speranze, ma che oggi si chiudono per paura che siano anche le loro case ad essere ancora occupate. I nostri alleati oggi ci dicono che le frontiere non sono loro, ma solo nostre, che il suolo di attracco è italiano, quindi italiano è il problema. Ma come?? Non è in caso di invasione che l’Alleanza si stringe e difende i varchi? Ma la frontiera del sud non è il confine meridionale di tutta l’alleanza? O, davvero, è solo quello di una parte di essa?

Paradossale questa Festa della Liberazione. Paradossale e molto triste.

Se lo spirito partigiano fosse rimasto, oggi avremmo il coraggio di dire ai nostri alleati: “questa festa non la celebro con te, mio caro ex alleato, ma con questi occupanti, che, in realtà, sono fuggitivi, che scappano dalla loro terra occupata da schiavismo, illegalità e disuguaglianza. La festeggio con loro, caro ex alleato, perché loro oggi gridano una richiesta di aiuto. 70 anni fa, tu, caro ex alleato, raccogliesti il mio grido. Io ricordo cosa vuol dire essere ascoltati. La Festa, che festa non è, la non-celebro con il nuovo occupato, che è occupante per disperazione. E anche a te, ex nemico, oggi alleato, chiedo scusa se non trovo il tempo di bere birra con te. Non ho mica cambiato idea sul tuo cambiamento. Ma, oggi anche tu, mi lasci solo. E bere da soli è proprio triste. La festeggio con loro soprattutto grazie al fatto che 70 anni fa tutti voi, cari alleati, avete combatutto per me e con me; ma oggi non ci siete più ”.

La festa della Liberazione-Occupazione la passo in riva al mare, preoccupato per la prossima imbarcazione di occupanti che sbucherà all’orizzonte; colpito dai proiettili donne-bambini-giovani-uomini disperati; preoccupato per la prossima imbarcazione che non sbucherà all’orizzonte, perché so che era partita.

Buona Festa dell’Occupata Liberazione.

Modena città aperta: intervista a Francesco Falcone

 

Francesco-FalconeA Modena non ha mai abitato, ma ci ha passato gran parte della vita – “dalle sette del mattino alle sette di sera, a volte anche oltre” – come segretario generale della Cisl. Francesco Falcone è un modenese d’adozione di origine pugliesi, oggi abita con la famiglia a Scandiano e lavora a Bologna, “anche se ancora adesso una volta a settimana sono a Modena per lavoro”. Attualmente è presidente dello IAL – Innovazione Apprendimento Lavoro, uno dei principali soggetti formativi dell’Emilia-Romagna, nato negli anni ’50 proprio dalla Cisl.

Come è arrivato a Modena?

“Io sono nato a San Giovanni Rotondo, ormai 58 anni fa. Sono arrivato in Emilia-Romagna nel ’77, ho iniziato come operaio alla Ceramica Valsecchia di Castellarano. Poi subito dopo, alla fine negli anni ’70, ho cominciato a lavorare per la Cisl, prima a Reggio e poi a Modena, e da allora non ho mai smesso. Nel 2011 ho dato le dimissioni da segretario generale della Cisl di Modena, dopo 11 anni di incarico.

Venendo dalla Puglia come apparivano Modena e l’Emilia all’epoca?

Modena era un punto di riferimento per i giovani meridionali. Io ero partito provvisoriamente, poi sono passati 40 anni e sono ancora qua. Il mio obiettivo era studiare e lavorare, poi purtroppo gli studi non li ho completati perché il sindacato mi ha assorbito completamente. Io sono della vecchia scuola, quindi penso che il sindacato, se lo fai per passione, non lascia spazio ad altro.

Allora l’Emilia era una regione in forte crescita, in espansione, un riferimento per tutto il resto d’Italia. Oggi forse meno: come tante altre regioni manifesta alcuni ritardi nell’innovazione, ad esempio nel sistema infrastrutturale, nella viabilità. Ma penso anche al sistema del dissesto idrogeologico del territorio o al problema dell’inquinamento. E ancora la disoccupazione, che qua sembrava impossibile, con una crescita occupazione inarrestabile, e invece poi abbiamo scoperto che non è così. Però la cosa che oggi mi amareggia di più è vedere i segnali di infiltrazioni mafiose, che, come sappiamo, erano presenti già diversi anni fa.

Ha mai vissuto con disagio la condizione di immigrato?

No, non ho mai vissuto la condizione di immigrato come disagio. Io ho sempre considerato Modena una città accogliente, seppur con certe contraddizioni mai risolte. Proprio il caso dell’immigrazione ne è un esempio. Circa metà dei cittadini di Modena non sono modenesi, si sono fatti grandi passi avanti ma si fatica a trovare un equilibrio. Quello dell’integrazione è un processo complesso, sempre in corso, sempre alla ricerca di nuove soluzioni. E una soluzione definitiva non si trova mai perché le situazioni cambiano, dunque si è sempre alla ricerca di nuovi equilibri.

Io, all’epoca, avevo l’idea di lavorare dove venivo collocato dalla provvidenza, e quindi se mi ritrovavo in Emilia dovevo cercare di dare il meglio di me stesso qua, come avrei fatto da un’altra parte. Sapevo cosa fare, volevo studiare e lavorare. Dovevo spostarmi per forza, era normale. In Puglia all’epoca molte facoltà non c’erano, alcune sono arrivate di recente. Quindi spostarmi era la prassi. Modena dava lavoro, sembrava avere una crescita illimitata, anche se negli ultimi anni abbiamo scoperto di avere dei limiti e di soffrire di certi ritardi.

Secondo lei quali sono le cause di questi ritardi?

Guardi, io mi ricordo che qua è sempre stato così: si ragionava molto, si facevano molte analisi, e poi si era molto lenti nel prendere le decisioni. Prenda la bretella Campogalliano-Sassuolo: sono 40 anni che se ne discute. Quarant’anni che si parla sempre della stessa cosa. Bisognerebbe essere più operativi. Ai tempi miei si discuteva tre anni se fare o non fare la piscina al parco Ferrari, e dopo tre anni di discussioni si arrivava alla conclusione che la piscina non si doveva fare. Oppure lo scalo merci di Marzaglia. Doveva essere operativo anni fa, e ancora si aspetta. Si rischia di parlare del nulla per anni, fare analisi, proposte, ma il problema di solito è decidere cosa fare, avere anche il coraggio e la responsabilità di fare. E’ inutile avere delle idee innovative che vengono realizzate dieci anni dopo.

Il paradosso sa qual è? Che si arriva alle conclusioni giuste, ma 15 anni dopo, quando ormai quelle conclusioni non hanno più senso. E’ come se oggi ordinassi una macchina nuova che però mi arriva fra tre anni, quando ormai sarà superata. Ci vuole più tempestività, più velocità nelle decisioni. Un altro esempio: la metropolitana di Modena. Ora, chiunque, anche appena arrivato in città, si accorge che la si può attraversare tutta a piedi in venti minuti, da est a ovest. Eppure si è discusso per anni di questa metropolitana. Alla fine ovviamente non si è fatta.

Oggi le cose sono diverse?

Secondo me Modena ha un gruppo dirigente in grado di risolvere i problemi, ma come molte comunità sconta il problema dei limiti della rappresentanza. Su Muzzarelli devo dire che, per come lo conosco io, penso che abbia le competenze amministrative e la conoscenza del territorio che possano portare la città a una svolta. Modena deve puntare a essere la numero uno, solo così sarà competitiva. Ma bisogna saper pensare insieme, progettare insieme, perchè l’individualismo in una comunità porta poco lontano.

Breviario urbano per cittadini del mondo

Per me Natale significa tornare a Modena.
Saremo in molti in molti nelle prossime due settimane ad affollare gli aeroporti e le stazioni per migrare verso casa  facilitati  da voli accessibili e confini facilmente valicabili.
Ognuno ha la sua storia. C’è chi torna da un semestre a Madrid e chi fa un PHD a Stoccolma, chi si è trasferito a Londra per un’offerta di lavoro vantaggiosa e chi lavora a Bruxelles.  C’è chi è partito per fare un’esperienza, chi perché non aveva niente da perdere. Per non parlare delle tante coppie miste che si sono formate in quest’andirivieni di generazioni Erasmus ed Europa post crisi.

mig1Ognuno ha moventi diversi, ma siamo tutti – in modo più o meno permanente – migranti. Privilegiati dalla facoltà di scegliere e di tornare a casa per Natale, ma pur sempre divisi tra il paese da cui veniamo e quello in cui abbiamo deciso di vivere.

Per questo ogni volta che rimpatrio per le Feste mi colpisce come tutti parlino d’immigrazione. Troppi la menzionano come se fosse una cosa che non li riguarda, molti la dipingono come una minaccia o la trasformano in una battaglia intellettuale da difendere strenuamente, ma sempre troppo pochi (per la maggior parte addetti ai lavori) ne parlano con cognizione di causa.

mig2Non si tratta di un argomento semplice da affrontare in un paese come l’Italia dove vengono scagliate banane e insulti all’ ex Ministro dell’integrazione e dove programmi quali Mare Nostrum e Triton di Frontex lavorano in costante condizione di emergenza. Ma proprio per questo vorrei porre l’accento, piuttosto che sui problemi macroscopici emersi in seguito ai recenti flussi migratori, sull’invisibilità  e sulla mancanza di riconoscimento sociale (se non addirittura istituzionale nel caso dei clandestini) attribuita ai migranti nel nostro paese.  Per farlo porto ad esempio quella che potrebbe essere definita una best practice made in Germany.

Arrivata a Berlino due anni fa, pur essendo europea tra europei, ho potuto toccare con mano alcune delle problematiche migratorie tra cui l’incomunicabilità dovuta a una lingua straniera, la difficoltà d’inserimento nel mercato del lavoro, per non parlare delle problematiche culturali e identitarie relazionate a stereotipi e sentimenti d’apparenza. Ed è proprio camminando per le strade di Berlino – alla fermata dell’autobus per l’esattezza – mi sono trovata per la prima volta faccia a faccia con le grafiche (o Pittogrammi) del collettivo MIGRANTAS.

Il passaggio da disegno a Pictogram: non sono una terrorista
Il passaggio da disegno a Pictogram: non sono una terrorista

Incontro Francesca La Vigna, italiana anche lei, per farle qualche domanda e saperne di più. Ci incontriamo in un caffè a Friedrichshain e di fronte a una cioccolata calda mi racconta della partecipazione al workshop di Migrantas tenutosi a Berlino, del suo contributo per l’allestimento della mostra finale nei locali della Rotes Rathaus (palazzo comunale) e dell’impegno che sta mettendo nel cercare di mettere in piedi una collaborazione tra il collettivo berlinese e associazioni italiane per esportare il progetto anche da noi.

mig4Ma facciamo un passo indietro, che cos’è Migrantas?
Come suggerisce il nome, Migrantas è un collettivo fondato dall’artista Marula Di Como e dalla grafica Florencia Young, entrambe argentine con origini italiane, che lavora a stretto contatto con donne, migranti anche loro. L’obiettivo del progetto è quello di rendere visibili nello spazio urbano le idee e i sentimenti di chi ha lasciato il proprio paese per vivere in un altro. Migrantas usa il linguaggio visivo per esplorare problematiche relative al percorso migratorio, al concetto di identità e di dialogo interculturale. I progetti portati avanti dal collettivo negli ultimi dieci anni hanno coinvolto scuole e municipalità in Germania e Europa. Far sì che i bambini comprendano la complessità alla base di una realtà multiculturale e facciano proprio uno sguardo libero da pregiudizi è senz’altro uno degli obiettivi di Migrantas.

Qual è il processo che è alla base di  questo progetto?
Tutto parte da un workshop in cui  donne migranti con diverse provenienze vengono portate a riflettere insieme su aspetti cruciali della loro esperienza migratoria. Dopo un lungo dialogo, durante il quale storie opinioni e impressioni sono raccontate a messe a confronto, si passa alla parte creativa in cui le idee vengono disegnate su carta. Durante questo processo capita spesso che emergano immagini ricorrenti che stanno ad indicare esperienze o percezioni condivise. Ed è a questo punto che il collettivo si mette all’opera per creare i Pictograms, condensando concetti complessi in un linguaggio visivo comprensibile a tutti.

mig5A cosa si deve il successo di quest’azione di guerrilla marketing?
A fronte dei diversi background culturali e linguistici delle migranti, chiunque si può riconoscere nelle rappresentazioni dei poster affissi per la strada o delle cartoline lasciate nei bar. I Pictograms sono uno strumento semplice, immediato e universale ma al contempo capace di trasmettere emozioni. Le grafiche di Migrantas usano i canali e gli strumenti dalla comunicazione pubblicitaria diventando un linguaggio visivo comune attraverso il quale l’esperienza migratoria si fa tangibile agli occhi dei passanti. I risultati sono due: da una parte viene restituita la visibilità a chi – in quanto straniero – rischia di essere escluso dal paesaggio urbano dominante, e dall’altra induce lo spettatore a un momento di autoriflessione raggiunto attraverso un intelligente gioco di specchi.

Fortunatamente Berlino fa parte di quelle metropoli internazionali, dove essere stranieri non significa (o non per forza) essere al margine dell’interazione urbana. Grazie a una sempre maggiore mobilità globale infatti, oltre che alla pressione fatta dalle molte comunità di rifugiati che rivendicano il loro diritto di permanere sul suolo tedesco, Berlino si sta trasformando velocemente preparandosi a diventare ciò che i sociologi chiamano una città “Super-Diverse”: dove la popolazione è caratterizzata da etnicità multiple, più paesi d’origine e diversi status migratori. Di fronte a tale complessità diventa fondamentale tanto per i “migranti” quanto – concedetemi il termine – per gli “indigeni” conoscere chi condivide con noi ogni giorno la città. Per fare questo il linguaggio visivo è senz’altro uno strumento efficace capace di raccontare storie che altrimenti resterebbero invisibili alla maggior parte della società, nascoste tra le pieghe dei flussi migratori.

Se stai leggendo questo articolo sicuramente migrazione e immigrazione sono argomenti di tuo interesse,  per questo ti chiedo e mi chiedo: quanti immigrati conosci davvero? Con quanti parli almeno una volta a settimana al di fuori dei rapporti lavorativi spesso legati a etichette quali *badante o *pachistano? Di quanti conosci la storia (da dove vengono, come e perché sono finiti a Modena)? Quante volte ti capita di frequentare i posti in cui i “non italiani” si riuniscono e quante volte invece ti capita di evitarli? Quanti dei tuoi giudizi sono dettati da stereotipi? E infine se, statistiche alla mano, Modena e l’Emilia Romagna ospitano così tanti stranieri perché risulta essere così difficile conoscersi o almeno incontrarsi?

mig6

Concordo con Francesca. Sarebbe bello se questo progetto fosse esportato anche in Italia. Se nel nostro paese i migranti fossero coinvolti in progetti costruttivi, invece che essere oggetto ed esempio per una demagogia paritaria che troppo spesso li tratta come un’entità astratta e spersonalizzata. Se non mi credete ecco un esperimento: durante le feste uscite di casa e fate due passi per la vostra città. Mentre l’Italia si ferma per festeggiare in famiglia, noterete che alcuni negozi resteranno aperti, che per strada nonostante il freddo ci saranno più biciclette che macchine e che nelle piazze e nei parchi si formeranno capannelli di persone che festeggiano questo giorno in modo diverso da voi. Fateci caso perché finite le Feste il rischio è che loro tornino ad essere invisibili nel vostro paese. Ma non è detto che non succeda lo stesso a voi (o ai vostri figli) una volta rifatte le valige e ripreso l’aereo che vi (o li) porta da dove siete partiti. Lontano da casa, dove sarete voi ad essere i migranti con le vostre  storie da raccontare.

Italiani: razza bianca pelle scura

C’è stato un tempo, fra il 1880 e il 1920, in cui anche gli italiani emigravano su navi stracolme, trovando talvolta la morte per assideramento o per asfissia, ma spesso arrivando su un isola, Ellis Island, dove potevano essere ritenuti idonei per entrare nel Nuovo Mondo: gli Stati Uniti d’America. Qui, li attendeva la quarantena. Un sistema meccanicamente rodato sottoponeva i migranti ad approfondite visite mediche e test di intelligenza, perché non era opportuno fare entrare nel paese persone malate nel fisico, analfabete o “deboli di mente”.

Vedi anche: Dall’Appennino modenese a Portland, andata e ritorno. Con 25 dollari in tasca

Secondo il pensar comune di allora, la razza dominante anglo-sassone non poteva infatti permettersi di essere imbastardita da flussi migratori di scarsa qualità, economicamente necessari ma socialmente indesiberabili poiché appartenenti a una razza considerata inferiore. Perché a Ellis Island c’era anche questo, la classificazione razziale. E per gli italiani, specialmente quelli del sud, la razza era annotata come “bianca”, ma la carnagione come “scura”. GUGLIELMO-J_italiani1

Parte da qui la raccolta di saggi a cura di Jannifer Guglielmo e Salvatore Salerno intitolata “Gli italiani sono bianchi ?” (Il Saggiatore, 2006), che illustra una serie di esempi storici frutto di studi e ricerche su come l’integrazione degli immigrati italiani negli USA non abbia seguito un percorso lineare, bensì una strada tortuosa legata a doppio filo alla “linea del colore“.

RAZZA MEDITERRANEA E INCLINAZIONE ALLA VIOLENZA.  Il Darwinismo Sociale che circolava in Europa, secondo cui esistevano razze superiori destinate a comandare le razze inferiori, aveva attecchito molto bene anche nelle classi dirigenti americane che lo applicavano alla stregua di una certezza scientifica. In questo quadro, la “razza mediterranea” nella quale erano stati inclusi gli italiani prevalentemente del sud, pur essendo bianca, presentava tratti somatici e caratteriali comuni alla “razza nera”, tra cui l’inclinazione alla criminalità e alla violenza. Nel film “Nuovomondo”  di E. Crialese (2006), la famiglia siciliana protagonista decide di emigrare perché è venuta a sapere che in America crescono ortaggi giganti, gli alberi sono carichi di soldi e si può fare il bagno nel latte.

Vedi anche: Quei sogni a stelle e strisce

Partono col vestito buono e con le scarpe, per arrivare in America “vestiti come i prìncipi”. Non serve: gli italiani non potevano aspirare ad essere bianchi a tutti gli effetti, in quanto semplici dago e guinea. Alcuni rafforzarono questa situazione accettando, da bianchi, di fare lavori  “da neri”, con i neri, al di là della segregazione razziale. Altri cercarono invece di affrancarsi dall’etichetta, comportandosi quanto più possibile “da bianchi” e prendendo le distanze dalla comunità nera.

UN BAGNO NEL LATTE NEL PAESE DELLE CONTRADDIZIONI. I neri, dal canto loro, passarono dalla triste storia della schiavitù alla triste storia della segregazione razziale. Ottennero gli stessi diritti dei bianchi solo nel 1964. I “bianchi scuri”, invece, li ottennero prima, negli anni ’30, attraverso le politiche del New Deal. Con la crisi del 1929, le mutate situazioni politiche a livello internazionale, lo spettro comunista e i movimenti sindacali ben nutriti di esponenti italiani, la classe dirigente americana decise di estendere anche agli immigrati i diritti di cittadinanza, l’accesso ai mutui, tutele sul lavoro, possibilità imprenditoriali e sussidi. E così gli italiani, arrivati negli USA senza una vera e propria idea sul colore della propria pelle, diventarono bianchi davanti alla legge.

Qualche tempo fa circolava su Facebook una frase che diceva : “Perché un italiano che va all’estero lotta per il proprio futuro mentre un extracomunitario che viene in Italia ruba il lavoro ?“. I flussi migratori esistiti ed esistenti tuttora non si contano neanche più. Molti, a distanza di decine di anni, ancora si somigliano. La maggior parte sono generati da condizioni sociali e politiche che possono continuare, anche dopo, a dettarne le sorti, in negativo come in positivo. Ma tutti, bene o male, hanno uno scopo comune seppur talvolta disatteso: cercare un mondo nuovo dove poter fare il bagno nel latte. Magari sulle note di Nina Simone.

Immagine di copertina: Una sequenza del film di Emanule Crialese, “Nuovomondo”.

Il biglietto per la Germania è molto caro per i siriani

La polizia di Varese ha fermato un traffico di stranieri che partivano dalla Sicilia a Saronno, passando per Modena, con meta finale il nord Europa. Funzionava così: i profughi siriani arrivavano in Sicilia, dove venivano contattati da un imprenditore di una ditta di volantinaggio, Khalid Saleh, nonchè attivista di organizzazioni umanitarie. Poi da Pozzallo, provincia di Ragusa, Saleh forniva ai profughi le indicazioni per raggiungere la Lombardia – in autobus o treno – dove i siriani venivano ospitati in un hotel di Saronno, naturalmente non registrati.

A quel punto venivano accompagnati a Modena, dove partiva l’autista – un modenese di Marano sul Panaro – che in auto li portava oltre il confine, soprattutto in Germania, Austria e Danimarca. All’autista modenese andavano 1000/1500 euro. Un siciliano che parte da Catania e vuole arrivare a Dusseldorf con Ryanair paga circa 32 euro e ci mette due ore e mezza. Ma per i profughi siriani la via verso il nord è molto più costosa e complicata.

Si trattava quasi sempre di famiglie con bambini. La maggior parte dei minori sbarcati in Italia nei primi 6 mesi del 2014 sono siriani: 1542 su un totale di 2124 minori. L’età media è molto bassa: 5 anni. Di solito sono accompagnati da uno o entrambi i genitori, ma ci sono molti casi di minori soli, non accompagnati.

Vedi anche: L’Italia, il paese dove nessuno vuole stare? I paradossi dei flussi migratori

A scappare dalla Siria sono quasi sempre persone appartenenti alla classe media, gli unici che hanno i soldi per permettersi un viaggio così lungo e costoso. C’è chi ci mette anche 2 anni, passando dal Libano e dall’Egitto. E a ogni tappa ci sono soldi fa sborsare.

Come abbiamo visto l’Italia non è quasi mai il paese dove i profughi vogliono restare, anche se è quello dove sono obbligati a stare secondo il Regolamento di Dublino perché è il primo paese che li accoglie. Per questo motivo spesso evitano di farsi identificare dalle autorità, ed è in questo momento che “operatori turistici” come Khalid Saleh e l’autista modenese intervengono: li portano via dalla Sicilia e poi, in cambio di un biglietto per niente low cost, li portano via dall’Italia.

Immagine di copertina, photo credit: CharlesFred via photopin cc, tratto dall’album “Springtime in Syria

Quando gli albanesi erano loro

Prima di scrivere questo articolo ho cercato su Google Immagini la parola “albanesi”, così, per curiosità. Il risultato è interessante: ci sono solo foto di persone arrestate, qualche nave stracarica di profughi degli anni ’90 e, tra le ricerche suggerite, i “fotomodelli albanesi”. Da questa veloce ricerca sembrerebbe che gli albanesi per gli italiani si dividano in due categorie: i criminali e i bellocci fotomodelli. “Tutt’oggi l’albanese è la persona che deruba le ville o che fa il ballerino, con tutto il rispetto per quest’ultima categoria” conferma Olti Buzi. “Ma l’albanese è anche scrittore, docente all’università, un impiegato come un qualsiasi cittadino italiano, uno studente, una madre che porta il suo bambino all’asilo come fanno tutte le madri italiane”. Insomma, chiunque. Non c’è solo la mafia albanese e non c’è solo Kledi Kadiu. Così come l’italiano non è solo Totò Riina o Marcello Mastroianni: ci siamo anche noi, nel mezzo.

albanesi-su-google

Olti Buzi è il direttore editoriale di Albania News, il primo quotidiano albanese online in lingua italiana. “Il giornale ha sede a Modena perché parte dei fondatori risiede in Emilia Romagna” dice Buzi. “Io, da direttore editoriale, abito a Modena dal 2000, altri colleghi abitano a Bologna o Ferrara. Va detto che in questa regione c’è una forte realtà associativa, e questo ha aiutato. Ma, alla fine, si tratta di un fatto puramente organizzativo, poiché ricopriamo e rappresentiamo la comunità albanese in tutta Italia”.

Nella provincia di Modena gli albanesi residenti sono più di 10mila, “tra i quali circa 1000 hanno studiato o stanno studiando attualmente presso l’Università di Modena e Reggio Emilia” ci tiene a precisare Buzi. In Emilia Romagna l’Albania è il paese più presente dopo Romania e Marocco. L’immigrazione albanese fu la più grande degli anni ’90. A Brindisi arrivarono migliaia di profughi su imbarcazioni che spesso non sarebbero state in grado di fare un metro in più. Il 7 marzo del 1991 si calcola che arrivarono 27mila migranti. Qualche mese dopo, in agosto, la nave Vlora ne portò altri 20mila. Le immagini di giovani seminudi che si calano dalle funi della nave o si tuffano direttamente nel mare pugliese sono rimaste impresse nella memoria di chiunque abbia visto un telegiornale in quel periodo. L’Italia era allora la terra promessa.

180221891-aba53137-6b75-4daa-b3c8-9ba73ea1b251

Di tempo n’è passato tanto e le cose sono un po’ cambiate. “Gli albanesi hanno sognato di trovare l’America in Italia” racconta Buzi, “e per qualcuno si è realizzato. Qualcuno l’ha vista come ancora di salvezza nel primo decennio post-comunista dell’Albania. Questi fatti sono benissimo raccontati nei documentari “Anija” di Sejko e “La nave dolce” di Viccari. Oggi la realtà è ben diversa anche per gli italiani stessi. Dopo il periodo transitorio vissuto in Albania fino negli anni 2000, gli immigrati albanesi stessi hanno intravisto una chance per reintegrarsi nel nuovo tessuto economico e sociale nella terra madre. Le difficoltà economiche che sta vivendo l’Italia ultimamente, hanno dato una ulteriore spinta a questo fenomeno di migrazione al contrario”.

vlora_sbarco_bari_albanesi_foto_lazzaris

Infatti, come abbiamo già visto, sono sempre di più gli albanesi che lasciano l’Italia per ritornare in Albania ma anche gli italiani che si trasferiscono là alla ricerca di nuove opportunità. “Subito dopo il crollo del regime comunista nei primi anni ’90, l’Italia è diventato il principale partner commerciale dell’Albania e gli italiani i principali investitori” continua Buzi. “Ai tempi però l’Albania presentava una serie di fattori proibenti tra i quali l’incertezza del diritto, la minima dotazione di infrastrutture”.

Passano 20 anni e l’Albania è cambiata: ora si presenta agli investitori in modo molto diverso, con un’economia stabile e in crescita, bassi costi di manodopera e una burocrazia meno problematica di quella italiana. “Questo, unitamente alle difficoltà finanziarie che le imprese italiane si trovano ad affrontare nel proprio paese d’origine, ha fatto sì che sempre più imprenditori italiani si trasferiscano in Albania. L’America, di questi giorni, sembra essersi spostata dall’altra parte dell’Adriatico”.

Ma dopo oltre 20 anni di convivenza con gli immigrati albanesi abbiamo imparato qualcosa di loro, della loro lingua, della loro cultura, o sono ancora tutti esclusivamente criminali da arrestare o fotomodelli e ballerini da applaudire? Insomma: la cultura albanese è conosciuta in Italia? Lo chiedo a Olti Buzi e la risposta è decisamente secca.

“No. A volte mi sento chiedere domande del tipo ‘Ma l’Albania fa parte della comunità europea, no?’. Che, non è tanto preoccupante per il fatto che non conoscono l’Albania, quanto del fatto che non conoscono l’Unione Europea. C’è stato, a mio avviso, un percorso di integrazione che non è stato adeguatamente percepito”.

Albania News è nato anche con questo scopo: favorire l’integrazione, in un senso e nell’altro. “La lingua italiana è stata una scelta per dare la possibilità anche a chi non parla l’albanese ad avere più informazioni sull’Albania” spiega il suo direttore. “ L’altro motivo alla base di tale scelta è quello di favorire ulteriormente l’integrazione dei cittadini albanesi che vivono in Italia. Vi era poi un’altra esigenza, della quale però ci siamo resi conto solo una volta avviata. Concerne la seconda generazione, i figli di migranti che spesso hanno il problema inverso e fanno fatica a comprendere la lingua dei propri genitori pur essendo interessati alla realtà del Paese delle Aquile”.

Oggi se si cerca su Google Immagini “Vlora”, il nome di quella nave che portò in Italia tanti disperati una generazione fa, si trovano solo le immagini delle bellissime spiagge della città di Valona (Vlora in albanese). Segno che quei tempi sembrano lontani e qualcosa è cambiato, o almeno sta cambiando. Magari non sarà davvero la nuova America, ma un posto dove fare le vacanze, questo sì.

3837303435_45c82789b4_z

vlore8

Immagine di copertina, photo credit: Godo-Godaj via photopin cc

Il paese dove nessuno vuole stare?

Nel 2013 circa 94mila italiani hanno lasciato l’Italia per trasferirsi all’estero.

L’anno precedente erano stati 78mila (dati del Rapporto Italiani nel Mondo, Fondazione Migrantes), nel 2011 circa 50mila. Un sacco di numeri per dire che negli ultimi anni aumentano gli italiani che lasciano l’Italia.

Negli anni scorsi si è sempre parlato dei famosi cervelli in fuga, ma chi lascia la penisola non è sempre un ricercatore, un medico, un astronauta o un ingegnere aerospaziale. Dopotutto, fino a prova contraria, anche un grafico, un pizzaiolo, un operaio e forse perfino un giornalista è dotato di cervello, e anche loro rientrano nel grosso numero di italiani che se ne vanno. O forse bisogna per forza avere una laurea per essere considerato un cervello in fuga? E se sì, che laurea?

Inoltre, se non per sfatare il mito dei cervelli in fuga almeno per ridimensionarlo, secondo un’indagine di qualche anno fa dell’Istat, la maggior parte dei dottori di ricerca continuano a risiedere nelle regioni dove si trovavano prima del dottorato: la migrazione è più che altro interna e avviene soprattutto dal sud verso il nord Italia. Secondo i dati di questa indagine (relativa però al periodo 2004-2006) solo il 6,4% si erano spostati all’estero.

italy_epa_1657734b

Resta il fatto che dal 2012 al 2013 gli italiani che si sono spostati all’estero sono aumentati del 16%, sempre secondo i dati Migrantes. L’America di oggi è quella più facile da raggiungere: Germania, Regno Unito, Svizzera, Francia.

Al primo posto, nel 2013, c’è la Gran Bretagna, che va molto soprattutto tra i 20-30enni (4351 persone in quella fascia d’età – in un solo anno – secondo i dati Aire, ma probabilmente sono di più dato che non tutti segnalano il trasferimento all’ufficio anagrafe degli italiani all’estero).

Non si tratta solo di motivi geografici: per citare ancora una percentuale (poi basta), la disoccupazione giovanile in Italia è al 44%, in Germania al 7,9%. Va precisato però che chi lascia il Paese spesso lo fa anche per motivi personali, ricerca di identità, voglia di cambiare: è semplicistico giustificare questi numeri sempre e solo con spiegazioni di tipo economico (“vanno a cercare lavoro”). C’è anche chi se ne va semplicemente perché se ne vuole andare, perché vuole fare un’esperienza, perché vuole imparare una lingua, perché vuole raggiungere la fidanzata.

immigrato-con-manifesti-leghisti

Tra le nuove mete dove cercare lavoro o rifarsi una vita ci sono anche paesi fino a qualche decennio fa insospettabili, come Albania e Romania. Secondo quanto dichiarato dal ministro albanese Erion Veliaj in Albania ci sono circa 19mila italiani. Un numero difficile da prevedere dodici anni fa, quando Gian Antonio Stella, nel suo notissimo libro sull’emigrazione italiana negli Usa – L’Orda – sceglieva come sottotitolo la frase “quando gli albanesi eravamo noi”. Allo stesso tempo, mentre gli italiani vanno in Albania, gli albanesi arrivati anni fa via mare iniziano a tornare a casa: in 1450 si sono cancellati all’anagrafe italiana nel 2012.

Puntare sulla mobilità e sulla migrazione per tenere a bada le conseguenze dell'invecchiamento della popolazione sul mercato del lavoro europeo. È la conclusione dello studio 'Matching economic migration with labour market needs' (Conciliare la migrazione economica con le esigenze del mercato del lavoro) pubblicato oggi da Commissione europea e Ocse (fonte)
Puntare sulla mobilità e sulla migrazione per tenere a bada le conseguenze dell’invecchiamento della popolazione sul mercato del lavoro europeo. È la conclusione dello studio ‘Matching economic migration with labour market needs’ (Conciliare la migrazione economica con le esigenze del mercato del lavoro) pubblicato da Commissione europea e Ocse (fonte)

Nel frattempo, secondo i dati Ocse, tra il 2011 e il 2012 è diminuito il flusso migratorio verso l’Italia. Aumentano gli sbarchi, è vero, come drammaticamente ricordato dalle numerose tragedie nel Mediterraneo e dai più recenti dati dell’operazione Mare Nostrum: 160mila sbarchi, principalmente da Eritrea, Siria e Mali, solo dal gennaio 2014. Molti vengono per lavoro, moltissimi semplicemente perché non hanno alternative: hanno perso la casa e scappano da paesi con guerre e dittature.

Ma questa è la facciata più evidente del fenomeno migratorio verso l’Italia. Gli sbarchi rappresentano una minoranza di disperati pronti a tutto: storicamente la maggior parte dei migranti arriva in aereo o via terra. E qui succede qualcosa di strano. Perché come sentiamo dire da anni, l’Italia è un paese di passaggio. Questo significa che in moltissimi casi gli immigrati che arrivano qua puntano alla Germania, alla Francia o al nord Europa, come dopotutto fanno i “colleghi” italiani per gli stessi identici motivi (sono vicine e ci sono più opportunità lavorative, almeno in teoria: poi dipende, se vuoi fare l’astrofisico, il cantante o il gelataio).

salvini-contro-invasione

Dal gennaio 2014 è in vigore il Regolamento Dublino III, che però nella sostanza non cambia molto dal precedente regolamento noto anche come Convenzione di Dublino. Secondo questa convenzione chiunque arrivi sul territorio dello spazio Schengen deve richiedere asilo nel paese in cui è approdato.

Esempio: mettiamo il caso di un iraniano che scappi dall’Iran perché perseguitato in quanto omosessuale (l’omosessualità in Iran è punita con la pena di morte) con l’obiettivo di raggiungere la Danimarca. Arriva in Italia, perché dall’Iran è il posto relativamente più “facile” dove ottenere l’asilo. Ma c’è un contro: è qua che deve restare.

La situazione è paradossale: molti italiani non vogliono gli stranieri, ma neanche loro, gli stranieri, vorrebbero stare qua. Anzi: vorrebbero andare negli stessi paesi dove vanno gli italiani.

schengen

Da qui l’intenzione dei paesi-frontiera dell’Europa (come l’Italia) di gestire in maniera comunitaria, europea, i flussi migratori. Ovviamente i paesi più lontani – come il Regno Unito e la Danimarca – non sono d’accordo: la strada per arrivare dalle loro parti è lunga e tortuosa, e a loro va bene che resti così.

Ecco allora che molti immigrati che arrivano in Italia semplicemente scompaiono: secondo i dati diffusi dal ministro Alfano, delle 29mila persone che ogni anno scompaiono in Italia, quasi 20mila sono stranieri. Scendere nel dettaglio di questi numeri diventa complicato, ma è certo che, tolti i minori sottratti dai genitori, le vittime di reato, i suicidi, gli altri sono migranti che si spostano volontariamente altrove, cioè che vanno nei paesi europei dove avevano intenzione di andare. E molti di questi sono minori.

Questi sono solo alcuni aspetti della situazione complessa e a volte paradossale dei flussi migratori. E l’Italia sembra un po’ come l’accettazione al pronto soccorso: file di persone preoccupate e ansiose, nervose e stanche di aspettare, gente che va e viene, chi arriva ricoperto di sangue, chi ha solo un graffietto eppure fa una tragedia greca, tutti che vorrebbero passare davanti agli altri ma tutti d’accordo su una cosa: sarebbe bello stare meglio.

pronto-soccorso

Curiosità: analizzando le ricerche su Google dal 2004 a oggi tramite lo strumento Google Trend, si può notare come “lavorare in Inghilterra” sia sostanzialmente stabile, ma “lavorare in Germania” sia salita come ricerca a partire dal 2011 arrivando a vette molto alte nel 2013 (in particolare nei periodi estivi, per ovvi motivi).

stats1

Ma se si aggiunge la ricerca “lavorare in Svizzera” ecco la sorpresa: il paese elvetico supera Germania e Gran Bretagna nei sogni degli italiani, almeno dalle ricerche su Google (poi non è detto che qualcuno non cambi idea…). Tra le più cercate anche “lavorare in Australia”, un evergreen dell’emigrato italiano.

stats2

Le regioni dove si cerca di più “lavorare in Germania” sono, nell’ordine, Sardegna, Puglia, Sicilia, Campania, Emilia-Romagna, Lazio.

“Lavorare in Inghilterra” è invece la più cercata in Sicilia e subito dopo in Emilia-Romagna. La Svizzera invece attira molto – nell’ordine – Lombardia, Puglia, Calabria, Piemonte, Campania.

 Vedi anche: Donne mobili. L’emigrazione femminile dall’Italia alla Germania

Immigrati a Modena: “gruppi etnici” ma non cittadini

Bruno Ciancio, Intercultural Cities Expert per conto del Consiglio d’Europa e responsabile del Master Interculturale nel campo della salute, del welfare, del lavoro e dell’integrazione dell’Università di Modena e Reggio Emilia, parla di questo e altro nel libro di recente pubblicazione “Sviluppare la competenza interculturale. Il valore della diversità nell’Italia multietnica. Un modello operativo”. Il volume suggerisce metodologie e strategie operative per lo sviluppo, l’organizzazione e l’applicazione della competenza culturale come processo sistemico, per favorire l’approccio e il confronto con la persona di origine non italiana.

ciancioCompetenza culturale come processo sistemico: ci spiega meglio questo concetto?
La società italiana è una: non dobbiamo concepirla come “noi (italiani) e loro (nuovi arrivati)”. Ogni incontro, questione, evento va osservato e affrontato attraverso una “lente interculturale”, tenendo presente che istituzioni, organizzazioni, professioni e individui (i quattro pilastri del sistema) vivono e operano all’interno di un unico sistema: il sistema paese. Occorre sintonia fra pensiero ed azione dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, dalle istituzioni al singolo e viceversa, passando per i quattro pilastri di cui sopra.

Questa logica sistemica vale anche per la singola azienda, il comune, l’ente sociale, la scuola, l’impresa.
La volontà di guardare il mondo e guidare le azioni attraverso la lente interculturale, significa domandarsi ogni volta: “ma quando rifletto, decido, agisco ho considerato ogni aspetto interculturale?”
Il sistema non dovrebbe concentrarsi su questo o quel gruppo etnico, su questo o quel fenomeno interculturale ma guardare la società nel suo insieme, un sistema (che dovrebbe essere) inclusivo ed equo. Seguendo questa logica, tutta la popolazione viene messa in condizione di accedere ed usufruire delle risorse del sistema. Gli interventi intrapresi, sia a livello locale che non, vanno attuati attraverso una visuale guidata dalla lente interculturale, per far sì che nessuno sia svantaggiato.

Nel libro parla di un “divenire culturalmente competente”: in Italia, è un miraggio o un terreno conquistabile (un giorno)?
Non è per niente un miraggio anche se non si tratta di un processo breve. La logica dell’approccio sistemico affronta la questione da molteplici punti di vista, nella consapevolezza che ci sono varie visioni del mondo possibili. Occorre favorire un’adeguata formazione, curare il dialogo pubblico, lasciare agli immigrati lo spazio e il tempo per responsabilizzarsi e sperimentare una partecipazione attiva al paese. Gli immigrati hanno bisogno di partecipare alla vita politica a pieno titolo come ogni altro cittadino e di dimostrare, come facciamo tutti, di volere fare parte della società e condividerne il futuro, senza essere costretti a rinnegare o ad abbandonare la propria cultura.

Cultura e integrazione, due facce della stessa medaglia: qual è l’innovazione possibile e indispensabile in questi due ambiti oggi in Italia?
Semplice: è indispensabile e possibile partecipare ad ogni aspetto della vita quotidiana del paese. Adottare un approccio sistemico è il modo migliore per far fruttare il potenziale di ogni persona, immigrata e non, ricordandole che ha il diritto e il dovere di condividere il proprio bagaglio culturale, professionale e personale e metterlo a disposizione del sistema-paese. L’argomentazione da utilizzare è che insieme si vince, divisi si perde: si tratta di uno sforzo bidirezionale la cui equazione finale deve dar luogo a una situazione win-win.

Come vede la situazione a Modena, la sua città?
Qui il concetto dell’approccio sistemico non esiste e neanche il concetto del win-win. A Modena non c’è mai stata la volontà di avere un approccio organico basato sulla responsabilizzazione degli immigrati per favorire un loro partecipazione alla vita pubblica in veste di membri effettivi con capacità decisionale. Modena ha dato ad alcuni, pochi privilegiati, posti di facciata, con una certa visibilità, ma distanti dal mainstream del processo decisionale reale. Immigrati visti come gruppi etnici, e non cittadini, da gestire.

Cosa fare per contrastare in modo più efficace la convinzione ancora troppo radicata che la diversità non è un valore?
Fare in modo che le persone di origine non italiana, portatrici di diversità, trovino lo spazio per dimostrare che sono in grado di dare un contributo, di prendersi responsabilità davanti al paese, mettendo a disposizione tutta la loro diversità. Il cittadino deve rendersi conto, attraverso l’ascolto e la vicinanza fisica, che ci possono essere diversi modi di vedere il mondo e provare a guardare gli eventi della vita attraverso la lente interculturale.

(Immagine di copertina, photo credit: looking4poetry via photopin cc)