Sopravvivere alla lunga notte siriana

La Siria vive nella guerra civile da sei anni. La situazione è quanto mai complicata e i fronti molteplici: l’esercito regolare di Bashar al-Assad, le forze di opposizione, i combattenti curdi, ma anche le frange estremiste di Al Nusra e Isis. La soluzione, oggi, non c’è. Fin dall’inizio del conflitto, la fondazione modenese Time 4 Life si è impegnata nell’aiuto ai profughi, soprattutto ai bambini, prima su territorio siriano e poi a Kilis, sul confine turco. Perché si sa: in certe situazioni, ad andarci di mezzo, sono sempre i civili.

In seguito ai recenti fatti che hanno di nuovo portato la tragedia siriana in prima pagina, nei giorni in cui la Siria sembra diventare materia per una rinnovata “guerra fredda” fra USA e Russia, abbiamo parlato con Lanfranco Maini, volontario di Time 4 Life e responsabile del progetto a Kilis. Che, fra una considerazione e l’altra, ci ha invitati tutti alla fiaccolata in ricordo delle vittime che si terrà questa sera in Piazza Grande a Modena, alle 21:00.

Lanfranco Maini
Lanfranco Maini

Lanfranco, Time 4 Life oggi porta aiuti in diversi paesi, ma è nata proprio con le missioni sul confine turco-siriano. Com’è successo?
Elisa Fangareggi, la presidente, cominciò ad andare ad Aleppo alla fine del 2011, era appena scoppiata la guerra civile. Iniziò raccogliendo aiuti in maniera personale, portandoli lei stessa tramite un amico che aveva parenti ad Aleppo. Con il passaparola trovò altre persone con cui collaborare e allestimmo un ospedale pediatrico ad Aleppo: funzionò per due o tre mesi, poi fu bombardato, per fortuna senza vittime. A quel punto seguimmo il percorso dei profughi spostandoci a nord, verso la Turchia, zone allora più sicure. Per un anno operammo nel campo di Bab Al Salam – sul confine, ma in territorio siriano – poi anche lì vennero meno i requisiti di sicurezza, quindi passammo il confine assieme a tanti profughi e ci fermammo nella prima cittadina, Kilis. Siamo lì da tre anni e interveniamo sull’emergenza. Abbiamo il nostro referente locale che ci coadiuva nella distribuzione degli aiuti: circa 150 bambini sono sostenuti dall’Italia e ricevono mensilmente un pacco alimentare che permette a loro e alla famiglia di patire un po’ meno la fame. Riusciamo anche a fornire un minimo di copertura sanitaria.

Qual è la situazione al campo profughi di Kilis?
Kilis è a 7 km dal confine. Era un posto tranquillo di 80.000 abitanti, che viveva di agricoltura e di quel poco commercio con la Siria. L’arrivo di 140.000 profughi ha destabilizzato il tessuto sociale e i servizi socio-sanitari. Negli ultimi tempi sono arrivate anche nuove famiglie, questo va di pari passo con ciò che accade al di là del confine. I profughi sono sistemati in alloggi di fortuna come garage, capanne, case abbandonate o in costruzione. Quando entro vedo bambini scalzi, gente senza luce e con un rubinetto di acqua fredda in comune con altre tre o quattro famiglie. E penso che erano famiglie come la mia, che avevano i nostri standard di agio e comodità. Persone che, da un momento all’altro, hanno preso i sacchetti della spesa, li hanno riempiti con qualche vestito e sono scappati. Alcuni prima di me li hanno visti attraversare campi minati coi bambini, mettendo un materasso davanti all’altro per cercare di non far saltare le mine. Li abbiamo visti dormire in buche scavate nei campi coltivati.

Bambini profughi a Kilis
Bambini profughi a Kilis

Che cosa si capisce della questione siriana vedendo certe cose di persona?
Ti rendi conto di tante cose. Per esempio, di quanto il governo turco, fino a qualche mese fa, non avesse le idee chiare. Accoglieva i profughi, ma lasciava passare anche persone poco raccomandabili. Alcuni venivano in Turchia per fare acquisti, si rifornivano di apparecchi tecnologici e altro. All’inizio del 2016 la Turchia cominciò a costruire un muro sul confine e l’Isis, vedendosi chiudere il passaggio, prese a tirare colpi di mortaio e missili sul territorio turco confinante. Io l’ho visto, a Kilis abbiamo avuto 22 vittime fra cui 8 bambini. Le persone hanno vissuto nel terrore per cinque o sei mesi, e noi abbiamo dovuto sospendere le missioni per un periodo perché era troppo rischioso. Dopodiché, con il benestare dei russi, la Turchia ha creato una fascia di sicurezza di 20-30 km per proteggere il confine.

Il 4 aprile c’è stato l’attacco con armi chimiche a Idlib, e non è il primo. In seguito all’attacco chimico del 2013 Obama non è intervenuto militarmente. Trump, invece, sì. Come vengono vissute queste cose a Kilis?
Sempre con terrore. Idlib è a 40 km da Aleppo, in linea d’aria saranno 80 km dal confine con la Turchia, quindi la paura c’è. Il contesto mediorientale è una polveriera, per questo motivo la risposta di Trump va ad aggiungere confusione dove ce n’è già abbastanza. Secondo me Obama aveva un piano di politica estera che poteva piacere o no, ma era ben definito, ossia non intervenire direttamente in quella zona. Questo nuovo presidente sembra agire secondo un opportunismo immediato, senza una politica di fondo, e lo vedo come un elemento estremamente negativo. La sua è stata una dimostrazione di forza, mi sembra un personaggio a cui piace fare il cowboy.

Come mai rispetto agli attacchi chimici c’è sempre confusione nell’attribuzione della responsabilità?
Adesso sembra certa la responsabilità dell’esercito regolare siriano, ma per qualche tempo ci sono state ipotesi raffazzonate. Di fronte a queste cose, ripeto: purtroppo il Medio Oriente non è semplice. Oltre alle strategie politiche e militari, ci sono strategie di intelligence che, secondo me, sono a capo di tante azioni militari volte a destabilizzare o conquistare obiettivi. Bisogna anche dire che all’inizio di questa guerra in tanti hanno visto il proprio tornaconto. Alla Turchia faceva comodo finirla coi Curdi una volta per tutte, alla Russia faceva comodo avere lo sbocco sul Mediterraneo… tutta una serie di ragioni che portano sempre al peggio. Nel 2011 le persone che sono scese in piazza in Siria sono partite da presupposti giusti, ma in queste situazioni ci si infila sempre il peggio del peggio. E c’è chi dall’Occidente foraggia tutto questo per i propri interessi.

Consegna di carbone per l'inverno a Kilis
Consegna di carbone per l’inverno a Kilis

La Siria è coinvolta anche quando si parla di flussi migratori: in Italia è appena stato approvato il decreto Minniti-Orlando, lei cosa ne pensa?
Per me i decreti rimangono regole per risolvere qualcosa, ma il problema grosso andrebbe risolto a monte, a livello di Europa e di ONU. Ci vorrebbe un’Europa di governo, che avesse dei riferimenti nelle zone critiche o negli stati vicini. Per quanto riguarda la Siria parliamo di rifugiati, gente che scappa perché ha dei bambini, vuole mangiare, non vuole morire e non guarda le condizioni del posto in cui arriva. Il nuovo decreto è per gli immigrati in generale, non per i rifugiati in particolare. Forse è un palliativo, ma dovrebbe regolamentare un po’ meglio il precedente stato di cose.

Un’altra notizia fresca è il G7 degli Esteri, appena concluso a Lucca. Il ministro francese Ayrault ha detto “Non c’è una soluzione per la Siria finché Assad è al potere”. È vero?
È una frase lapidaria e molto da “buone intenzioni”. Se si vuole vedere il mondo perfetto, sì, è così, ma purtroppo bisogna essere più concreti. Assad e la sua parvenza di democrazia sono una dittatura a tutti gli effetti. D’altra parte, senza questo cosa succede? Nel mondo musulmano c’è una frammentazione religiosa e di potere impressionante, c’è un grande odio fra fazioni e non si esita a tirar fuori le armi. Non so cos’abbia in mente il ministro degli esteri francese, e quello che hanno in mente i francesi a volte mi fa un po’ paura. In Libia hanno scatenato un putiferio, ma la Libia è a 200 km dalle nostre coste e i problemi arrivano in Italia. Sono discorsi da inserire in un contesto di macropolitica: in Europa, non essendoci una politica comune, ciascuno guarda ancora ai suoi interessi economici.

Secondo lei come andrà a finire?
Per avere un’idea sul futuro della Siria ci vuole una bella sfera di cristallo. Ci vorrà tanto, tanto tempo. Ne uscirà un paese massacrato, basta guardare le foto di com’era Aleppo prima, un città di cultura e benessere, e com’è ridotta adesso. Ci vorranno anni per ripulire la zona e per la risoluzione militare. E poi, un grosso punto interrogativo sul “dopo”: i tempi di ricostruzione civile e, spero, democratica saranno ancora più lunghi. A parte i morti e le cose più tangibili, c’è anche la disgrazia di avere distrutto una convivenza, e rimettere assieme questo non è semplice. Poi ci sono gli altri interessi. La Russia ha la sua fetta di importanza territoriale e strategica, l’Europa e gli Stati Uniti ne vogliono un’altra: torniamo alla contrapposizione di due blocchi e nel mezzo tanta gente che muore.

Nell’immagine di copertina, una veduta di Kilis.

Essere cristiani in Siria in questi giorni

«Scrive Laila da Damasco e io la traduco, perché si sappia: Essere siriani in questi giorni significa che un terzo dei tuoi amati è sotto terra, un terzo in viaggio e un terzo ha paura di finire nel primo o nel secondo gruppo. Essere siriani in questi giorni significa piangere quando sei allegro e quando sei triste e quando nasci, ma sorridere quando muori».

de francesco  Così recita su facebook un post del 6 luglio di Ignazio De Francesco, religioso della Piccola Famiglia dell’Annunziata, islamologo, che è stato recentemente a Modena ospite del Centro di accoglienza Porta Aperta insieme all’antropologo Daniele Cantini, per una serata di riflessione durante la quale si è cercato di spiegare ai presenti cosa succede al di là del Mediterraneo, in Siria ed Egitto.

Tra i vari argomenti trattati nel corso dell’incontro, il pubblico ne ha voluto sapere di più sulla situazione dei cristiani in Siria, che come tutti sanno sono una minoranza.
Molto interessante la lettura dei fatti proposta a riguardo da Ignazio De Francesco, che ha vissuto per molto tempo a Damasco e ha potuto spiegare con estrema chiarezza e puntualità la situazione.

«La mia lettura dei fatti è che tutto è nato, nel marzo del 2011, dalla sollevazione della società civile, in particolare dei giovani siriani, per motivi del tutto condivisibili, civili nel senso più alto del termine – ha esordito De Francesco – Che questo virgulto iniziale sia stato poi sommerso, schiacciato, calpestato dal sopravvenire di attori ben più potenti, sia interni che esterni, non toglie che esso sia la verità più profonda ed autentica dell’intera faccenda. A questa verità semplice e profonda il regime ha risposto immediatamente con la pura opzione militare. Sparare e nient’altro. Ha deciso cioè molto consapevolmente di militarizzare subito il confronto, trasformandolo in un campo di battaglia. Le testimonianze in proposito sono indiscutibili (a chi volesse approfondire consiglio il numero di febbraio di Limes, dal titolo Guerra mondiale in Siria). Così facendo, il regime ha dato mostra della propria natura, dell’impossibilità cioè di riformarsi, trasformarsi da sistema dittatoriale in democrazia».

E per sopravvivere, si è presentato, era ovvio aspettarselo, come il difensore delle minoranze, prima fra tutte i cristiani.
Lo stato di polizia deve rimanere per la difesa dei cristiani. Grande tentazione per la nostra coscienza e cosa per nulla inedita nella lunga storia della Chiesa: quante dittature e tiranni abbiamo benedetto e considerato “provvidenziali”, a Est Ovest Nord e Sud del mondo? Basti guardare agli ultimi cento anni.

I crimini efferati che si stanno commettendo in Siria, anche dalla parte degli insorti, funzionano così come la prova migliore che un tiranno è necessario per quelle terre, e che i cristiani devono quindi parteggiare per lui e considerarlo come il Salvatore delle proprie sorti.
Fosse anche Nerone, i cristiani benedicono Nerone, se li ha presi in simpatia.
Ma la mia coscienza di cristiano può sopportare questa “capriola” nelle verità del Vangelo?”

Nell’aprile del 2012 Ignazio De Francesco scriveva da Il Cairo la notizia che riportiamo di seguito e che «considero la risposta diretta – afferma De Francesco – dall’interno della Siria, dalla generazione dei giovani cristiani che dovranno ricostruire il paese, insieme ai loro coetanei musulmani, alla domanda che qui vi pongo».
Nei giorni scorsi è giunta conferma della scarcerazione di Yara Shammas, un’attivista siriana cristiana arrestata due mesi fa a Damasco, e rinchiusa a Homs con l’accusa di sostegno ad attività terroristiche e di appartenere a un’organizzazione segreta. La Shammas, 21 anni, figlia di Michel Shammas, avvocato noto per aver difeso numerosi dissidenti, era stata fermata dai servizi di sicurezza lo scorso 7 marzo a Damasco assieme ad altri giovani attivisti. Del gruppo di nove, due rimangono ancora in carcere ma non si sa dove sono rinchiusi. Gli occhi timidi di Yara sono una risposta sommessa, quasi anonima, ma chiara e netta, a chi pensa che i cristiani infallibilmente benedicono Nerone, a patto che Nerone protegga i cristiani.

(Immagine in evidenza: particolare degli affreschi della Chiesa di Sant’Elia, Homs, Siria. Uno scatto di syrialooks via photopin cc)

Economia (di guerra) in ripresa, presto assunzioni

Lavoratori del mondo unitevi. Correte, anzi accorrete perché la crisi economica ha una fine!!! O almeno un pezzo di essa conoscerà nuova vita, una rinascita che darà posti di lavoro e benessere. Si cercano operai, tecnici, ingegneri e qualsiasi altra mansione utile. L’importante è fare domanda nelle aziende giuste, cioè quelle delle armi.
Infatti, questo noioso periodo di scarsi interventi militari, senza azioni in grande stile e con grande dispiegamento di mezzi sta finendo. E’ stato individuato un nuovo cattivo, un diavolo da punire, insieme a tutti coloro che lo amano o che, sfortunatamente, ci abitano vicino.

Così partiranno dalle nostre navi i missili da 1,5 milioni di euro l’uno; le navi si sposteranno con grande uso di carburante e risorse di contorno, si avrà bisogno di viveri e vestiti. Che indotto, lavoratori!!!! Vedete che i vostri governi non vi lasciano soli, non si dimenticano delle vostre necessità, ma pensano sempre ad un modo che possa tenere viva un’economia che stenta e che non vive di se stessa. Non siate timidi, presentate domanda!!

E se qualcuno è assalito da dubbi, interrogativi di coscienza o buchi di ignoranza, non dubiti: questa è un’azione giusta, è doverosa. Non si possono aspettare altri due anni di guerra civile e massacri fratricidi. Hanno esagerato questa volta. Va bene che sono affari loro, ma finché usano pugnali e spade e qualche schioppo – che gentilmente vendiamo loro, ad entrambe le parti, però, per non sentirci parte di uno o dell’altro -; ma se iniziano ad usare quei strani gas, eh no! Noi controlliamo tutto, abbiamo una rete di satelliti, microfoni e videocamere che copre ogni centimetro del globo; ma ancora non sappiamo dove tira il vento; e se soffia dalla nostra parte il gas arriva a noi. Mica lo abbiamo inventato, brevettato, inscatolato e venduto per respirarcelo noi.

Questa è un’azione giusta. Occhio, leggete bene un’azione non una guerra. La guerra santa ce l’hanno gli altri, maledetti criminali! Noi abbiamo una doverosa azione di diritto internazionale, ben più nobile di qualsiasi crociata.
E utile, lavoratori, ricordate! Le nostre fabbriche riprenderanno solerti la produzione, in attesa che si svegli il prossimo settore, magari quello edilizio, perché quando avremo fatto tabula rasa con i nostri colpi chirurgici e mirati, qualcuno dovrà costruire di nuovo. E non potranno essere i cinesi!
Lo facciamo per voi lavoratori: la nostra economia deve ripartire e chi ha investito tanto per il bene della nazione in fabbriche e infrastrutture dovrà, prima o poi, rientrare delle proprie fatiche e dei propri rischi…

(immagine in evidenza: elaborazione grafica da uno scatto di photo credit: Hamed Saber in Licenza cc)

Se il futuro non abita più qui

Quando mi imbatto in storie come quella del barbiere marocchino Nabil capace di affrontare ogni genere di avversità pur di offrire al proprio futuro opportunità migliori, quello che mi colpisce sempre è la feroce determinazione di queste persone. Persone capaci di privazioni indicibili pur di raggiungere il proprio obiettivo. Ma se il desiderio di lasciarsi alle spalle la povertà o addirittura la fame sono, da sempre, motori formidabili per affrontare enormi difficoltà, dal crollo del muro di Berlino in poi bisogna aggiungere quella che si potrebbe chiamare “Variante d’Occidente“. Se con la fine della guerra fredda il modello capitalista ha conquistato il mondo, a spingere il resto del pianeta a omologarsi a noi, non è più solamente il comprensibile desiderio di sottrarsi a condizioni d’indigenza, ma piuttosto quello di potersi permettere esattamente il nostro stile di vita. A quanto pare, una benzina altrettanto potente almeno per qualche miliardo di persone (per chi non lo sapesse, dal 2011 sulla terra siamo oltre 7 miliardi).

Niente di nuovo, d’accordo. Lo si sa. Ma questa crisi la cui fine ancora non si intravede, potrebbe essere il punto di svolta di un cambiamento epocale.

Ogni volta che mi capita l’occasione cito un articolo di quasi dieci anni fa pubblicato su Internazionale (n.560 dell’8/14 ottobre 2004): “Quando i cinesi fanno shopping“. Un reportage che racconta lo smantellamento di una fabbrica tedesca ormai dismessa per la lavorazione del carbone. Per compiere l’operazione di smontaggio, impacchettamento e spedizione pezzo per pezzo nella madrepatria dove la Kaiserstuhl (questo il nome del complesso industriale) verrà ricostruita identica e rimessa in funzione, per quasi due anni centinaia di operai cinesi si trasferiscono a Dortmund. Direttore dei lavori, un manager – tal Mo Lishi – di un’impresa di chimica carbonifera della Cina orientale con 28.000 dipendenti. Insomma, uno che nel suo Paese, anche dieci anni fa, non se la cavava di sicuro malaccio. A lasciarmi a bocca aperta, mentre da noi quando si parla di manager si finisce inevitabilmente per discutere di stipendi da favola, è la descrizione dello stile di vita di Mo Lishi durante la lunghissima trasferta tedesca: “In ufficio, Mo sistema un letto, sopra il quale fissa una zanzariera. Trascina nella stanza la sua rigida valigia blu e pensa dove sistemare le sue cose. Armadi fuori uso e polverosi, un tavolo impiallacciato tutto coperto di graffi, una scopa logora, un paio di grucce, un rotolo di carta igienica: ecco la camera da letto e il salotto di Mo per il prossimo anno e mezzo. Intanto sua moglie abita da sola in uno spazioso appartamento accanto alla piscina pubblica di Zoucheng, in Cina“.

Ad un certo punto a trovare Mo Lishi arriva la figlia Ziwei. Perfino lei rimane di sasso. E il dialogo tra i due è indimenticabile: “Quando Mo fa vedere alla figlia il suo alloggio, compreso l’ufficio, Ziwei si spaventa: ‘Papà, ma perché ti fai questo?’. A una finestra penzolano delle mutande che Mo ha steso ad asciugare. ‘Ma papà, tu sei un uomo potente: in Cina hai tanti amici, hai un bell’appartamento!’. Mo ascolta in silenzio. ‘A casa hai un ufficio con poltrone costose. Hai sette segretarie. Hai donne delle pulizie che vengono ogni giorno a mettere ordine. E poi, non sei più giovanissimo. Ma perché non te ne torni a casa?’. ‘Non sono mica vecchio’, replica dolcemente Mo. ‘Ho ancora da fare. Se fossi vecchio, non avrei più niente da fare’. ‘È una vita che lavori’, ribatte la figlia, ‘perché hai accettato questo incarico?’. La Kaiserstuhl  è tecnica moderna’, risponde Mo, ‘e io voglio portare questa fabbrica a casa, perché ne sono orgoglioso’.

Chissà se oggi, dieci anni dopo, nella Cina ormai divenuta la grande “fabbrica del mondo”, si troveranno ancora dei Mo Lishi disposti a simili sacrifici. Nel suo caso poi, nemmeno per un interesse personale diretto, ma in nome di quello che lui ritiene essere il progresso di un’intero Paese. Di sicuro nel mondo ormai globalizzato di Mo ce ne sono ancora parecchi, tutti determinatissimi a far propria la “Variante d’Occidente”. A confermarlo è un bellissimo reportage da Davos, la località svizzera che ogni anno riunisce capi di stato e grandi manager di tutto il mondo, scritto da Emmanuel Carrère, autore di uno dei più interessanti libri usciti l’anno scorso, Limonov, pubblicato originariamente sulla rivista francese Revue21 (e tradotto su Internazionale n. 983 del 18/24 gennaio 2013).

Abbiamo un’idea sbagliata del dibattito: quello che succede oggi (…) gli occidentali lo definiscono in termini di crisi e di disastro, ma per i paesi emergenti il discorso è completamente diverso, il nostro disastro è il loro trionfo. In altre parole, se nel tempo in cui cinque cinesi o indiani passano dalla povertà alla classe media, due europei o statunitensi fanno la strada inversa, ebbene non è un cattivo affare. L’unico problema è che questo non ci farà piacere. Noi eravamo i ricchi e loro i poveri, ma la situazione sta cambiando. E Davos è così appassionante proprio perché si assiste a questa mutazione come in laboratorio. Le star non sono più i responsabili delle grandi aziende quotate alla borsa di Parigi né i banchieri statunitensi né i capi di stato occidentali. Le star sono i cinesi, gli indiani, gli indonesiani, gli africani. Questo forum, che voi vedete (…) come la roccaforte di un’oligarchia sazia e assediata, è di fatto l’evoluzione di quello che un tempo era chiamato terzomondismo. Siete voi i pavidi, i retrogradi, le vostre facce spaventate da lettori di Le Monde Diplomatique sono solo le maschere del vostro panico. Sì, i vostri paesi stanno diventato il nuovo terzo mondo. Sì, i vostri piccoli risparmi si stanno volatilizzando. E se ci sarà una nuova rivoluzione del 1789, non sarà quella del 99 per cento di occidentali medi contro l’1 per cento di occidentali ricchi, ma quella degli ex dannati della Terra contro i loro ex padroni coloniali, cioè voi“.

Messaggio chiaro, no? Al di là delle motivazioni della crisi (tutte vere, per altro) che di solito ci vengono fornite – le speculazioni finanziarie, la crisi dei titoli subprime del 2006, la debolezza strutturale dei paesi mediterranei, il declino delle democrazie, ecc. ecc. – la questione fondamentale è che la torta è sempre quella, solo che a volere la propria fetta ci sono e ci saranno sempre più persone. Un punto di vista che rende gli scenari futuri, almeno per quel che ci riguarda, inquietanti. Al punto che – spero solo provocatoriamente – mi viene da concludere con un breve brano tratto dal già citato “Limonov” di Carrère:

In due ore di guerra, pensa Eduard (Limonov), si impara sulla vita e sugli uomini più che in quattro decenni di pace. La guerra è sporca, è vero, la guerra non ha senso, ma, cazzo!, neanche la vita civile ha senso, per quanto è tetra e ragionevole a forza di frenare gli istinti. La verità che nessuno osa dire è che la guerra è un piacere, il più grande dei piaceri, altrimenti finirebbe subito. (…)  Il piacere della guerra, della guerra vera, è innato negli uomini come quello della pace, ed è un’idiozia volerli mutilare di questo piacere ripetendo virtuosamente: la pace è buona, la guerra è cattiva. In realtà, pace e guerra sono come l’uomo e la donna, lo yin e lo yang: sono necessarie entrambe.

Notizie, non missili

Parlare di giornalismo in campagna elettorale è pericolosissimo. Primo perché a qualche settimana dal voto è tutto più amplificato, i riflettori sono puntati più del solito sui partiti e sui politici, i microfoni sono aperti (quasi esclusivamente) alle dichiarazioni di candidati e portavoce. E’ un argomento rischioso anche perché puoi essere frainteso: il politico penserà che ti stai schierando, il sindacato – già in trincea – aspetterà l’inciampo per gridare allo scandalo, i diretti interessati (i giornalisti) storceranno il naso perché – secondo un’antica usanza – criticarsi tra colleghi non è mai da fare.

Per questo motivo accantono l’idea e parlerò più genericamente del “dovere della notizia” e del “doverla darla bene” la notizia. E parto da un episodio recentissimo, ahimè della campagna elettorale.

grilloEcco la notizia – la cronaca – in breve: Beppe Grillo, durante il comizio dello Tsunami tour del Movimento 5 stelle a Bologna, ha ribadito un concetto col suo solito linguaggio canzonatorio: Siamo contro la guerra; non accettiamo l’idea di essere alleati con i francesi che hanno deciso di bombardare il Mali; a noi i tuareg e i mussulmani non hanno fatto niente di male; se i francesi vogliono proprio bombardare qualcuno, che dirigano i propri missili verso il Parlamento italiano dove ci sono solo “politici morti” ecc. ecc. Questo il ritornello che il comico genovese sta ripetendo – uguale anche nelle virgole – da 15 giorni. E lo posso certificare dal momento che per lavoro, seguo i suoi comizi (in media 3 al giorno) in giro per l’Italia, dalla Sicilia all’Emilia, dalla Calabria al Lazio. Unico concetto “nuovo”, nella tappa bolognese, è stato:  se Al Queda decide di fare una rappresaglia anche l’Italia è a rischio… e quindi? a chi dovremmo dare la colpa in quel caso?

Un’agenzia di stampa nazionale, che seguiva in streaming il comizio, ha titolato (ha fatto un flash, in gergo giornalistico): “Grillo: Mali? Al Qaeda bombardi Roma invece”. Cinque minuti dopo un take (un lancio, un articolo per spiegare il flash) con un’aggiunta nel titolo: “Grillo: Mali? Se rappresaglia Al Qaeda bombardi Roma”. Il gestore del sito Repubblica.it, riprende l’agenzia e lancia “Dal palco allestito a piazza Maggiore a Bologna, tappa del suo tour elettorale, Beppe Grillo senza ombrello sotto la pioggia scrosciante lancia la sua ‘proposta shock’: “Al Qaeda bombardi Roma”. Fornisce le coordinate Gps, allude a una “ridente cittadina, un po’ più a Sud di Bologna” e invita Al Qaeda, in caso di rappresaglie per l’escalation militare in Mali, a indirizzare lì i propri missili.”.

La notizia viene anche letta in diretta dal palco, dove Grillo sta ancora parlando alla folla.

Panico a Bologna. Tra colleghi delle altre agenzie stampa ci si guarda. Nessuno aveva sentito l’invito fatto ad Al Qaeda di bombardare l’Italia. Per scrupolo si ascolta la registrazione, e si decide di non dettare una notizia sbagliata (perché di notizia sbagliata si tratta). Ma il danno ormai è fatto: Repubblica non smentisce e – ancora più ridicolo – pubblica sul sito il video integrale dal quale si capisce benissimo il fraintendimento (come il bambino che rompe un bicchiere, si presenta dalla mamma col bicchiere rotto in mano e dice “mamma, io non ho rotto il bicchiere”). Diversi altri quotidiani (chi nell’articolo, chi anche solo nel titolo) il giorno dopo seguono il giornale diretto da Ezio Mauro.

Lo dico con rammarico, perché Grillo e il suo movimento fanno da sempre una battaglia contro i giornalisti: la categoria ha perso l’occasione per riscattarsi agli occhi del M5s. Difficile smentire il leader che ha così commentato: “Ma vi rendete conto di quello che scrivono? Aizzano le persone. Questo è il vero fascismo. Viene completamente rovesciato il senso della mia battuta. Ho espresso pubblicamente la mia contrarietà e estraneità a un qualsiasi coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Mali, così come prevede l’art. 11 della nostra Costituzione. Io non ho niente contro il Mali, nulla contro i tuareg che vengono massacrati dalle forze golpiste sostenute dai francesi. Le coordinate gps erano un suggerimento ai francesi, a cui noi dovremmo fornire le basi logistiche. Solo dei giornalisti di regime potevano stravolgere il senso delle mie parole”.

Nel moltiplicarsi di mezzi di comunicazione, alcune “coordinate” possono servire sia a chi dà le notizie sia a chi le riceve.

Raccontare la politica non è come fare la telecronaca di una partita di calcio o di una gara di Formula Uno, dove c’è un inizio, un primo tempo, un podio e semmai le dichiarazioni finali degli allenatori o dei piloti. La notizia è più “lunga”, ha bisogno di più tempo per essere raccontata e per essere letta.

La malizia di certi discorsi politici, va contrapposta con racconti semplici, lineari; ma questo non significa che il giornalista deve accendere il registratore e trascrivere il sermone del politico di turno; un cronista deve mediare, deve obbligatoriamente mediare e fare quello sforzo in più richiesto anche in condizioni difficili, sotto la pioggia o quando si è di fretta.

La politica – che si fonda sulla comunicazione – deve essere onesta: deve usare la stampa per farsi capire dal cittadino e in questo il giornalista può essere un compagno di viaggio.

Il cronista, però, non può perdere tempo con le finte storie e finte notizie; deve essere impaziente di soffermarsi sui dettagli, di studiare i programmi, di confrontare gli annunci e gli impegni presi dai rappresentanti delle istituzioni, dai segretari di partito e dai candidati. Ieri, invece, si è perso tempo. Prezioso. Mentre le elezioni sono alle porte.

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