Diventare lettori consapevoli nella società della digestione veloce

Il 18 febbraio è stato presentato a Modena nell’ambito di BUK Festival il libro di Sandra TassiCome si legge un romanzo. Diventare lettori consapevoli”, edizioni Giubilei Regnani.

tassi01Sandra Tassi, modenese, ha lavorato nella scuola dal 1986 al 2011, prima come insegnante di lettere alle medie, poi come formatrice all’interno delle biblioteche dell’ ITC Barozzi e del Liceo Classico San Carlo. Una professione, quest’ultima, bandita a concorso dal Ministero come una novità, ma poi decaduta con il cambio di bandiera nel giro di qualche anno.

Nelle scuole Sandra Tassi si occupava di selezionare i libri in uscita adatti agli studenti, coordinando progetti sulla lettura in collaborazione con i professori: proposte che uscivano dalla comfort zone del programma, ma pur sempre realizzate nell’ambiente scuola. Il tutto unito a un’opera di valorizzazione della biblioteca scolastica e di formazione per gli insegnanti.

Questo bagaglio di esperienze è confluito nell’Associazione Il Leggio, fondata da Sandra Tassi nel 2015 per portare all’attenzione autori e libri attraverso il reading e altre attività satellite. “Come si legge un romanzo” è dunque il filo naturale di una vita dedicata agli scrittori, alla lettura, ma anche ai lettori. E Sandra Tassi ci spiega perché.

LETTURE PER DIGERIRE E LETTURE PER CAPIRE

“Credo che l’interesse del mio libro sia nel sottotitolo, cioè diventare lettori consapevoli. – Racconta Sandra -. Un romanzo si legge come si vuole, per cercare emozioni, risposte, consolazioni, divertimento, erudizione o desiderio di ampliare la cultura. Ma il romanzo contemporaneo è molto diverso e lontano rispetto al romanzo classico del secolo scorso, è difficile capirlo a fondo. Molti autori vengono lasciati da parte, etichettati come “difficili” a favore di letture più semplici ma meno significative. Il lettore consapevole dovrebbe essere quello che oggi riesce a leggere scrittori difficili mettendosi in sintonia con loro.”

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Sandra Tassi

E chi sono, oggi, gli scrittori difficili? Nel suo libro Sandra Tassi ne cita alcuni: Erri De Luca, per esempio. “C’è difficoltà nello scindere il personaggio politico da quello letterario, – Spiega – ma oggi è uno degli scrittori più importanti perché ha focalizzato l’interesse sul gusto della parola, qualcosa che stiamo perdendo. L’italiano è ricco di sinonimi che non si sovrappongono, ma che si accostano, e l’ultima generazione tende a usare un bagaglio lessicale molto stretto. La cura della parola, la sua ricerca, la sua apposizione all’interno della frase e la musicalità che ne consegue sono la cifra unica di De Luca, e per questo fa fatica a entrare in tutti i lettori. Come lui anche Murakami o Pamuk, grandi scrittori che vengono accostati con diffidenza, se non con scarsa capacità critica… Murakami è molto più che “fantascienza giapponese”!”

LE DIFFICOLTÀ DEGLI ADULTI

D’altro canto c’è un problema: l’Italia legge poco. I dati ISTAT indicano che la metà degli italiani non legge più di tre libri l’anno. Inoltre, anche chi legge, lo fa poco dato che lo “zoccolo duro” di lettori si attesta sul 13,7% della popolazione. Secondo Sandra Tassi le cause sono molte. “Siamo abituati a ritenere che il libro sia un bene di consumo come gli altri, ma la lettura ha bisogno di tempo, di volontà, di concentrazione, di capacità di dialogare con se stessi e con l’autore. Oggi però si legge per digerire. Ci sono anche libri fatti per questo, ma non tutti.”

“In più, il pubblico degli adulti attempati non ha capito il rapporto tra l’evoluzione socio-culturale e la scrittura. – Continua Sandra – Il finale aperto, per esempio. Per quanto Eco l’avesse già spiegato, questo pubblico non lo accetta ancora volentieri. Sono persone che nel romanzo cercano risposte, vogliono che il protagonista spieghi loro come affrontare la morte, il divorzio, il rapporto con un figlio o con una morosa. Oggi invece il romanzo è interlocutorio: pone problemi, non dà soluzioni, e il finale aperto lascia al lettore la libertà di far finire la storia come crede.”

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E I PIU’ GIOVANI, SAPRANNO DIVENTARE LETTORI CONSAPEVOLI?

I soliti dati ISTAT ci dicono anche che i ragazzi fra gli 11 e i 19 anni leggono più degli adulti, soprattutto nella fascia 15 – 17. Sandra Tassi si rivolge anche a questo target: uno dei progetti in corso con Il Leggio, infatti, è il laboratorio “Dalla lettura emozionale alla lettura per il reading” assieme a un gruppo spontaneo di sei adolescenti. Il focus è il libro “Bianca Neve” pubblicato dal loro coetaneo Andrea De Carlo. La scrittura per il reading comporta una piena immersione nel romanzo e nella sua struttura, significa entrare in connessione profonda con l’autore e ridare al tutto una forma adatta per la lettura teatrale. Anche questo è un modo per diventare lettori consapevoli.

“Fra la lettura emozionale e la lettura teatrale c’è il non-detto. – Spiega Sandra – Non è un corso di lettura e discussione, ma una ricerca sulle strade possibili che certe situazioni avrebbero potuto prendere: le varianti possibili della vita. E questo li entusiasma. Sono portati a fare qualcosa che in genere non fanno, cioè problematizzare.”

In definitiva, è possibile che i giovani millenials, sottoposti a mille stimoli in una società dalla “digestione veloce”, trovino il tempo per diventare lettori consapevoli? Sandra Tassi non ha dubbi. “Nei ragazzi ci sono due cose che gli adulti devono sollecitare: la curiosità e l’entusiasmo. Non è vero che i ragazzi di oggi non sono curiosi. Si dà per scontato che siano indifferenti a tutto piuttosto che guardare davvero come sono. Hanno bisogno di adulti affidabili, che dimostrino che anche se c’è la crisi e il mondo va a rotoli esiste ancora la passione per qualcosa. E credo che in questo la lettura sia uno strumento molto efficace.”

In copertina: un’immagine di Marketa in Licenza CC. 

«TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia!»

Questa è una storia vera, basata su fatti realmente accaduti. Alcuni divertenti, altri impensabili, altri forse – agli occhi di qualcuno – surreali. Questa è una storia che vuole raccontare un’esperienza come tante nel nebuloso mondo del lavoro in un frenetico biennio del XXI secolo: 2014-2016. La mia storia all’interno di un’azienda leader nel settore del commercio elettronico è iniziata un po’ per caso, mentre frequentavo un master in editoria. Scrittura di articoli giornalistici, comunicazione d’azienda, editing dei testi più disparati, redazione scolastica, correzione bozze erano i fondamentali. Credevo che non sarei uscito più di tanto dal seminato. E invece…
A poche settimane dal termine delle lezioni, sono fioccate alcune proposte da varie realtà in cui fare lo stage. Interessato com’ero a tutto quello che riguardava il modo della storia dell’arte e dell’architettura, in prima battuta avevo optato per una casa editrice specializzata nella realizzazione di eleganti e fashionissimi cataloghi di mostre. Poi inaspettatamente la coordinatrice – che nel frattempo aveva indossato i suoi occhialini fucsia per scrutare meglio il documento delle assegnazioni – mi ha comunicato con una gioia velata di bonaria sfida: «ti mandiamo in un’azienda che si occupa di ecommerce! È la tua».

Sgomento. Dubbio. E anche un po’ di paura. “Ma cosa si fa in un’azienda di e-commerce? Si scriverà? E cosa si scriverà?”. Quasi leggendomi nel pensiero, mi ha subito fatto capire che mi sarei dovuto appigliare a un diverso modo di scrivere, perché in certe nuove aziende, dopotutto, «bisogna essere capaci di utilizzare le tecniche di scrittura anche in modo persuasivo, più cool». Ma tra il dire e lo scrivere, c’è di mezzo il mare magnum del web: un territorio senza confini né troppe regole, in cui bisogna navigare a vista, fra gli scogli impalpabili dell’etere.

L’atterraggio
Sono arrivato trafelato dall’altra parte di Milano, e mi sono fiondato alla reception dove, dietro al bureau, faceva capolino il mezzo busto di una ragazzina così impostata da sembrare la protagonista di un film di Visconti: mi ha chiesto a chi dovessi essere annunciato (l’utilizzo di certe espressioni ti fa sempre sentire quasi un alto prelato in attesa dell’udienza papale). In pochi minuti sono stato letteralmente catapultato alla scrivania, dopo un breve colloquio nell’ufficio della responsabile commerciale. «TV Sorrisi e Canzoni sarà la tua bibbia! Dobbiamo agganciarci a qualunque evento per vendere». «Sai scrivere?» mi ha chiesto poi la tutor. «Sì», le ho risposto. «Ok, impostiamo una landing sui One Direction. Tieni come esempio quella sulle Tartarughe Ninja». Una landing page è, letteralmente, una “pagina di atterraggio”: la schermata su cui l’utente approda cliccando su uno dei milioni di risultati di ricerca che offre qualsiasi browser. Deve essere bella e invogliare, leggermente marchettara. «Ok, fatto!» ho risposto dopo alcuni minuti in cui mi ero immedesimato in una teenager innamorata pazza di Niall, Horan e compagnia. «Sì, ok: e i metadati?».

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Metadati

Le parole che non leggerà nessuno
Spesso si sente dire che sul web si devono utilizzare meno parole, bisogna andare dritti al sodo insomma, anche perché la lettura da smartphone risulta più difficoltosa, in quanto gli occhi si stancano molto prima. Vero. Ma è anche vero che cliccando su qualunque sito – non solo di e-commerce – e andando a scavare (provare per credere: basta pigiare contemporaneamente i tasti Ctrl e U dalla tastiera), ci si renderà conto della quantità di parole presenti nel dietro le quinte di una pagina web. Eccoli lì i famosi metadati! Tantissime parole, o intere frasi, che vengono date in pasto Google o simili, sperando che quest’ultimo ci ricompensi con la massima visibilità. Anche quelle parole avrei dovuto scrivere. Poche battute sulla tastiera e via. «Ok, mandale pure all’ufficio grafico, assieme alle immagini dei prodotti. È compito loro comporre la pagina». Dopo aver scritto una mail a persone di cui ignoravo i nomi e l’aspetto, credevo fosse finita così. Qualche ora dopo, ci è stata inviata. «Bisogna che adesso lo comunichiamo ai clienti. Hai mai scritto una newsletter?».

La newsletter, ossia il piccolo esercizio di schizofrenia
Ormai ogni azienda comunica con i suoi clienti tramite newsletter: una specie di graziosa brochure componibile da inviare spesso a migliaia di persone, in cui vengono ‘messe in vetrina’, solitamente, le novità o le promozioni più forti, e talvolta qualche chicca: se Sophia Loren compie ottant’anni perché non far sapere ai clienti iscritti che esistono tantissime perle del cinema in saldo con cui festeggiare – virtualmente – assieme alla Diva della Giornata particolare il suo genetliaco? Comunque: per scrivere una newsletter ben confezionata bisogna mettersi nei panni di persone potenzialmente interessate che, grazie a quella frase a effetto, potrebbero decidere di fare click e finalizzare l’acquisto. Ci si traveste, in un certo senso. Alla fine, quei testi così brevi sono come dialoghi scritti a perfetti sconosciuti. La trama fatta e finita di uno spettacolo sperimentale. Non sono mancati gli strafalcioni: stanco per i troppi pixel che si riflettevano sulle cornee e desideroso di lanciare la fatidica frase a effetto, per il Natale 2014, avevo proposto: «Tingi di rosso il tuo bianco Natale!». Troppo enfatica. Suonava più come una minaccia.

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C’è chi va, e c’è chi fattura
Un sito di vendite online per essere sempre sul pezzo deve cavalcare i trend del momento. Deve in sostanza sfruttare la notizia per proporre ai clienti una rosa di prodotti che tutti – o quasi – vorrebbero avere. I must have (altra sublime espressione di chi mastica un inglese che farebbe impallidire anche la Duchessa di York). In ogni caso, i prodotti che vendono di più sono il più delle volte le interpretazioni degli artisti da poco passati a miglior vita. Mrs Doubtfire è rimasto nella classifica dei più venduti svariati mesi a seguito della dipartita dell’iconico Robin Williams; prima del suo addio era molto venderne due copie l’anno… Ricordo molto bene anche la mattina che sono arrivato in ufficio dopo la morte di David Bowie; uno dei top manager è entrato nella stanza (correndo, ovviamente) e ha esclamato: «Avete sentito? È morto il Duca!». Pausa di riflessione. «Avete controllato che tutti i suoi prodotti abbiano le immagini a posto? Ragazzi, dobbiamo fatturare!». Più che CD o vinili, in quel momento ho avuto l’impressione che stessimo vendendo reliquie.

Nonostante questo breve racconto tragicomico, è indubbio che l’ecommerce ai tempi di una delle crisi economiche più rigide di sempre sia una vera e propria risorsa. Anche perché sta facendo nascere professionalità che fino a qualche anno fa nessuno avrebbe neppure immaginato: il web content editor (colui che cura i contenuti dei siti di qualsiasi realtà: dalla toelettatura per cagnolini fino al ristorante chic), lo usability manager (una sorta di piccola vedetta, il cui compito è quello di mettersi nei panni del cliente e valutare se il sito è facilmente navigabile oppure no), il social media manager (quello che su Facebook, Twitter, Instagram ecc. modera richieste, lamentele e commenti di clienti il più delle volte delusi e arrabbiati) e via dicendo. L’unico timore è che forse tra qualche tempo avremo sul cellulare un’app che ci consentirà di ordinare anche il caffè stando comodamente sdraiati davanti alla TV. Ma dovremo ricordarci di tenere aperta la finestra, magari in pieno inverno, per consentire a un drone in veste di cameriere di atterrare agevolmente sul bracciolo del divano.

La città “in questo momento”: il workshop di Stefano Ricci all’Istituto Venturi

“In questo momento” è il workshop che l’artista Stefano Ricci ha tenuto dal 18 al 21 ottobre presso la sede storica del Venturi, in Via Belle Arti, nell’ambito dell’Alternanza Scuola-Lavoro. Il progetto è stato coordinato da Antonella Battilani, docente di Laboratorio Grafico, con la partecipazione di Margherita Mantovani e Marilena Ballotta, docenti di Discipline Pittoriche. Hanno partecipato le classi 4D e 4E del corso liceale di Grafica e le classi 4F e 4G del corso liceale di Arti Figurative. Chiari gli obiettivi: grazie al contatto con Stefano Ricci – artista di fama internazionale e con una grande esperienza di docenza – , permettere a ciascuno studente di immergersi completamente nella concezione e nello sviluppo di un’opera d’arte complessa e completa. I lavori prodotti saranno in seguito esposti presso la Galleria ArteSì di Modena.

Studenti del Venturi con Stefano Ricci
Studenti del Venturi con Stefano Ricci

Il workshop ha visto inoltre la partecipazione, fianco a fianco delle quarte coinvolte, di due ospiti esterni speciali. “E’ una fortuna avere con me dei “clandestini” – sorride l’artista -, cerco sempre di farlo. Portano conoscenza, un sapere tecnico: è un confronto fra età sempre molto utile”.
Il primo è Ahmed Ben Nessib, 24 anni, originario di Tunisi. Dopo la maturità si è trasferito in Francia dove frequenta il terzo anno dell’EMCA (Ecole des métiers du Cinéma d’Animation) ad Angoulême. Attualmente trascorre il periodo all’estero previsto dal suo corso di studi presso la Scuola del Libro di Urbino. “Io personalmente ho già fatto workshop con Stefano in Francia e a Gorizia – spiega -. Ci siamo incontrati in Francia, quindi adesso che sono in Italia mi ha proposto di venire qui.” Il secondo è Samuele Canestrari, 20 anni, marchigiano. Ha frequentato il liceo artistico presso la Scuola del Libro di Urbino e sta completando il secondo anno di perfezionamento post-diploma che la stessa scuola offre. “Io mi sono accodato – racconta -. E’ uscito il discorso a cena con Ahmed e mi sono detto: proviamo a uscire anche solo per un attimo da quelle quattro mura in cui vivo ormai da 7 anni”.

Assieme a Stefano Ricci, Ahmed e Samuele ci hanno raccontato “In questo momento” e le loro impressioni a caldo.

Stefano, in che cosa consiste questo workshop?
Stefano Ricci: Propongo agli studenti di uscire la mattina per un’ora e cercare una cosa che succeda in questo momento, qualcosa che incuriosisca prima di tutto loro. Poi propongo loro di disegnarla in esterni o di fotografarla. Io li aspetto dove lavoriamo e li ascolto uno per uno, singolarmente, su quello che hanno visto, e guardo quello che hanno disegnato. Qui, propongo di ridisegnare senza schizzi, ma direttamente a pennello correggendo in bianco, su formato A3 orizzontale o verticale. Da quello che hanno disegnato propongo di tagliare uno o più stencil per avere più mascherine di stampa. Poi di stampare più copie, per avere una serie di variazioni, e di completarle stampando l’ora in cui hanno visto quello che hanno visto. Questo permette in una giornata di avere un arco che va dall’osservazione, al disegno, alla riproduzione, alla serialità di copie uniche, e permette di disegnare in ogni passaggio.

Samuele Canestrari e Ahmed ben Nessib
Samuele Canestrari e Ahmed ben Nessib

Ahmed e Samuele, voi siete l’anello di congiunzione in questo gruppo: siete più grandi dei ragazzi che avete conosciuto, e dall’altro lato c’è l’artista. Come la vivete?
Ahmed: È una cosa che vivo anche a Urbino. La statale dove c’è il perfezionamento è anche un liceo, quindi questo periodo l’ho passato anche con ragazzi di 14 anni. Ed è curioso… La storia dell’arte, la storia del cinema, l’arte contemporanea, sono cose che ho scoperto veramente tardi: avendo fatto la maturità in Tunisia non sono cose che ho studiato, quindi ho scoperto questo mondo a 19 anni. Invece arrivo qui e trovo dei bambini che conoscono già tutto… È fantastico!

Samuele: È stata una delle prime volte che ho lavorato in questo modo. È curioso il fatto che quest’estate io abbia odiato quello che abbiamo fatto oggi, perché ho lavorato per tre mesi in una fabbrica di serigrafie. Il background è lo stesso, cioè avere delle matrici che producono teoricamente la stessa immagine. All’inizio mi sono detto “Nooo, ritorna questo mostro”, invece è stato confortante. Capisci che la tecnica è la stessa, ma la situazione completamente diversa, quindi anche lo stato d’animo è diverso.

Stefano Ricci: Infatti disegnare per la serigrafia, o per gli stencil, è una tecnica che ti porta a tradurre il disegno in una sintesi di luci e di masse che può essere una forzatura, ma è un grande esercizio. La sfida è anche lavorare con due strumenti che hanno un carattere completamente diverso. Il pennello è uno strumento molto sensuale, il cutter è molto crudele. Quindi, come rendere esatto il pennello e come rendere più dolce il taglio? C’è un disegnatore argentino che ho amato molto che si chiama Alberto Breccia. A un certo punto invece di usare il pennino ha cominciato a usare una lametta. Con la lametta riusciva a fare un segno come un capello, anche più sottile forse, però la lametta tagliava la carta e dove tagliava la carta l’inchiostro si apriva. Ha trasformato uno strumento così, anche pericoloso, in uno strumento lirico.

Per Samuele e Ahmed: le vostre impressioni a caldo su Modena?
Samuele: È difficile da dire, è completamente diverso da dove veniamo. Quando abbiamo visto questa città tutta ordinata, tutta “disegnata”, ci siamo detti “Ecco, adesso ci spennano”, invece non più di tanto. Le persone sono cordiali, mi sembra che amino quello che hanno nella loro città. Ieri abbiamo pranzato al Mercato Albinelli e non avevamo mai visto un mercato coperto così. Magari è stata un’impressione romantica…

Ahmed: È strano perché siamo stati a Bologna per due giorni, dove c’è una vita intensa, di persone, di studenti. Modena da Bologna è mezz’ora, ma arrivando qui c’è… silenzio, calma, tutto pulito. E’ tedesca come situazione! E devo dire un’altra cosa, forse non è politicamente corretto ma è vicino alla mia situazione. Io vengo dal Nord Africa e guardo sempre gli stranieri per sapere come si vive qui. A Urbino, a Pesaro e anche a Bologna ho incontrato delle persone che vengono dall’Africa. Cercano di incontrare gente per la strada, per chiedere un lavoro ad esempio. Qui, da quando sono arrivato, non è che non ci sono… in Norvegia per esempio non c’è una persona che non sia completamente bianca. Qui ci sono, però sono vestiti alla moda, hanno la bicicletta… Lo so, è esotico come punto di vista!

Per finire, Stefano, ci sono lavori particolarmente interessanti fra quelli prodotti dai ragazzi e dalle ragazze del Venturi?
Stefano Ricci: Molti. Molti lavori sono belli, anche di natura diversa. Molti di loro hanno trovato una semplicità nell’osservazione che li ha portati dritti anche a una semplicità compositiva e tecnica. Altri hanno avuto nel disegno un impianto più complesso, quindi un passaggio in stampa più difficile. Ma va bene, va bene così.

“Modena città di canali”: le tappe del FAI Marathon di domenica 16 ottobre

Modena sarà una delle 150 città italiane a partecipare all’iniziativa FAI Marathon 2016, promossa dal Fondo Ambiente Italiano e prevista per domenica 16 ottobre. Il FAI Marathon, giunto alla quinta edizione, è l’evento autunnale di punta gestito dalle delegazioni locali del FAI Giovani, contraltare affermato delle già famose Giornate di Primavera.

Durante il FAI Marathon ogni città sceglie un tema, articolando su di esso un itinerario che permetta di scoprire angoli nascosti dello spazio urbano. Le tappe sono rese note in anticipo e si possono visitare in ordine sparso. Presso ciascuna di esse, i giovani volontari faranno da ciceroni. L’invito è dunque alla passeggiata: andare a piedi fra una tappa e l’altra, conoscere qualcosa di nuovo sulla propria città, essere per una volta turisti curiosi fra le vie che si percorrono senza attenzione tutti i giorni.

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Per il FAI Marathon 2016 Modena propone il tema “Città di canali“. E’ noto che Modena fosse in passato percorsa da una rete di vie d’acqua che ne modellavano la forma e la collegavano a città anche distanti, come Venezia e Milano. Le testimonianze restano nella toponomastica: Canal Grande, Canal Chiaro, Canalino, Canaletto, ma anche Via della Cerca e Via Modonella che portano il nome di rispettivi canali, oppure Via Fonte d’Abisso, una delle polle in cui tuttora l’acqua sale in superficie (i famosi fontanazzi!). Il 16 ottobre, però, il FAI Giovani di Modena va oltre le evidenze per proporre altre tappe che hanno a che fare con l’anima acquatica della città. Ecco quali.

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  • Abbazia di San Pietro (Via S. Pietro 7).
    Il cortile della Spezieria di San Pietro è ancora oggi coltivato con erbe officinali e custodisce un’antica fontana recentemente restaurata. Nel corso della visita sarà possibile anche vedere le fondamenta della chiesa precedente all’attuale San Pietro e il museo dell’Abbazia.
  • Sistema di dilavamento del Canale di San Pietro presso Palazzo della Provincia (Via Saragozza 113).
    Dove oggi c’è l’ex Palazzo della Provincia, un tempo c’erano i mulini di San Pietro. Al primo piano si scorge ancora il Canale San Pietro imbrigliato in una chiusa che tuttora contribuisce alla pulizia della rete fognaria modenese.
  • Complesso di San Paolo (Via Francesco Selmi 67).
    Il Canale Modonella scorre ancora sotto l’abbazia di San Paolo: il cuore della visita sarà quindi la Sala del Canale, dove sono visibili le volte che coprono il corso d’acqua. Ma sarà anche l’occasione per visitare i due suggestivi chiostri del complesso: il cortile del banano e il cortile del leccio.
  • Archivio Storico Comunale (Via Vittorio Veneto 5).
    Lo scrigno della storia politico-amministrativa di Modena apre le sue stanze. Qui sono conservati gli atti prodotti nei secoli dal “Magistrato di Acque e Strade”, numerose mappe e documenti che testimoniano una Modena fatta d’acqua.

Le tappe indicate sono visitabili dalle 10:00 alle 17:00. Non c’è un biglietto di ingresso, ma è possibile fare una piccola donazione oppure iscriversi al FAI a tariffe agevolate.

Quando andavamo alla Casa delle Cento Finestre

Siamo stati tutti pischelli. E da pischelli il mondo era nostro, specie se era la calda estate del 2003, si avevano 17 anni e un gruppetto variegato di persone con cui ammazzare le giornate. La landa afosa del modenese aveva ben poco svago refrigeratore da offrire, tanto da rendere interessante anche la puntata delle 15.00 di Dawson’s Creek, in onda dopo Futurama, pur di non dover uscire di casa e liquefarsi. Anche le panchine nella piazzetta di S.Agnese avevano perso il loro appeal e le incursioni serali alla buonanima del Lido Park 100f06lasciavano larghe chiazze di sudore sulla schiena. Prima erano state sostituite dall’umidità del Red Lion al Parco Amendola, dove gli sfattoni giocavano a freesbee e si beveva birra in bicchieri di plastica. Poi, da una macchia di verde selvatico vicino ai binari del treno, dopo Saliceto sul Panaro e un viottolo al buio tra ghiaia e sterpi: un trainspotting in salsa modenese, a base di birrette, coche calde e gelato in vaschetta scioltosi già lungo il percorso, a raccontarci – data la location – storie di paura alla Urban Legends.

L’idea era nata lì, tra racconti di serial killer con la mano uncinata e l’odor di sisso della prima campagna, ma giaceva nei nostri ricordi di bambini più o meno inconsciamente. Perché non andare a esplorare la Casa delle Cento Finestre sulla Via Vignolese?

100f07Quando sei pischello il degrado è affascinante e le case abbandonate ancor di più, specie se, a quanto si diceva, ammantate di leggende e infestate dai fantasmi: inutile negarlo, la casa abbandonata è un grande topos narrativo e la sua perlustrazione è un fondamentale rito di iniziazione. Chissà, forse lo è ancora.

(E comunque noi non eravamo nativi digitali, al massimo avevamo l’adsl a casa e il nokia 33.10 in tasca).

Fonte immagine: www.silviagiacobazzi.com
Fonte immagine: www.silviagiacobazzi.com

Qualche pomeriggio dopo partimmo in avanscoperta, una piccola torcia ciascuno e un paio di macchine fotografiche, freschi dei consigli di amici navigati e fratelli maggiori. Entrare sul retro, scavalcare la finestra a sinistra (“non quella a destra perché se no finite in un buco”), non salire sul ballatoio sopra la sala principale. E soprattutto andarci di giorno, perché di notte la Casa era notoriamente frequentata da deficienti pseudo-satanisti.

Sapevamo che tirava già aria di ristrutturazione. La Casa sarebbe presto stata destinata a uffici o forse ad abitazioni, e da una parte ci piangeva un po’ il cuore poiché il mondo era nostro e in quel modo la Casa non sarebbe stata più – in un certo senso – nostra. Non 100f01sapevamo che il suo vero nome era Villa Buonafonte, né che fosse stata costruita all’inizio del Settecento e che appartenesse in origine alla famiglia Bentivoglio, la quale l’aveva venduta alla Cassa di Risparmio nel 1980. Non sapevamo nemmeno che in passato aveva ospitato duchi, arciduchi e duchesse; eravamo soltanto a conoscenza delle “voci di corridoio”, mischiatesi col tempo ad altre leggende: persone murate vive, morti improvvise, finestre che compaiono e scompaiono. Si diceva che, contandole, non sarebbe mai risultato lo stesso numero.

100f02(Personalmente ne ho contate 98, poi ho ricontato ed erano diventate 103, ma la matematica non è mai stata il mio forte).

Dopo la conta di rito entrammo, spingendoci a vicenda attraverso la finestra “buona”, e ritrovandoci dentro. Mi ricordo il piano di sotto allagato. Mi ricordo la grande sala poligonale e il ballatoio dove non bisognava salire da cui filtrava una luce verdognola, le scritte sui muri a deturpare resti di affreschi e vetri sbeccati, forse un tempo colorati. Poi, un corridoio decorato che si apriva in una successione di sale, e nessuno che volesse chiudere la fila. Le scale per salire, ricamate dalle ragnatele, e le stanze vuote con accessi murati e controsoffitti crollati. Mi ricordo la dependance accessibile, con i resti di quella che doveva essere una cappella per pregare, una decorazione in stucco aperta su di noi come un fantasma alato e una scarpa da ginnastica all’ingresso. Prima di andare via, senza avere incontrato nessuno, ectoplasma o 100f03essere in carne e ossa, abbiamo fatto la cosa più ardita della nostra spedizione: accendere una decina di lumini mezzi consumati sparsi nella sala poligonale e disporli in forma di croce, per spaventare i successivi visitatori. Probabilmente si sono spenti nel tempo in cui abbiamo raggiunto la strada, dopo esserci fatti una foto di gruppo liberatrice davanti alla Casa, tutti sani e salvi, il sole un po’ più basso all’orizzonte.

La morale della storia è che, seppur con incoscienza, se non vai a caccia di fantasmi a 17 anni poi non ci vai più. Inoltre, per rivedere gli interni della Casa (ristrutturata) a distanza di dodici anni dovrei comprarmici un appartamento o farmi assumere in uno degli uffici che vi si sono insediati.
Dal canto mio invece, in un certo senso cerco ancora fantasmi e ogni mattina riapro gli occhi in un’altra città, ma comunque vada la certezza è una: a Modena d’estate c’è ancora un caldo porco.

(fotografie di Francesco Cerofolini, 2003)

Il Posto degli artisti, dove la cultura si progetta

A Modena, in Piazza della Pomposa. precisamente davanti al ristorante L’Erba del Re e dietro un portone insospettabile, c’è una rampa di scale che conduce a Il Posto, una fucina di cultura a 360° come quelle delle grandi città dallo spirito frizzante, magari estere. Il Posto è una dimensione parallela dove oggetti e costumi di scena modellano lo spazio, un bianco arioso fa contrasto con luci e colori, e un terrazzino ombreggiato fa compagnia a una sala allestita a platea che profuma di note musicali. E’ un luogo delle arti, un’installazione, un’esperienza sensoriale ricca di particolari dove niente è lasciato al caso. posto7Le sue artefici sono le sorelle Roberta e Francesca Vecchi, costume designer – o “progettiste”, come amano definirsi – da anni impegnate in numerose collaborazioni per il cinema, il teatro, la moda, la musica e le arti performative. Le vedremo presto all’opera con l’installazione performativa “Memorie del Possibile” che inaugurerà il 20 settembre presso il ridotto del Teatro Storchi, in collaborazione con l’Associazione Virginia Reiter.

UNO SHOWROOM PER LE ARTI PURE E LA PROGETTAZIONE TOTALE. “Il Posto nasce quasi 5 anni fa come nostro studio, in un momento in cui siamo partite per due film di cui uno molto grosso, “Diaz”. – spiega Roberta -. Lo abbiamo completamente ristrutturato per tenere i nostri costumi e per essere un luogo di progettazione. Quando siamo tornate, oltre che progettare i nostri lavori, abbiamo iniziato a vendere i costumi e a fare serate musicali che poi si sono espanse verso rappresentazioni, performing arts, teatro di ricerca, per quello che può contenere questo luogo quindi massimo 60 persone. Per strane vicissitudini le persone sono arrivate e si sono innamorate.”

posto2Così, quasi per un naturale fluire degli eventi, Il Posto è diventato un’associazione culturale, un luogo di incontro e confronto artistico dove si lascia la parola alla creazione intesa come progettazione totale, “quella del Bauhaus che ci è tanto cara” come indica Francesca. E dove si punta alla purezza dell’espressione, senza i compromessi che la vita richiede quotidianamente.

posto6SENZA CULTURA NON SI PROGETTA NIENTE. L’espressione culturale non nasce per caso, bisogna che quell’urgenza di esprimersi, quella necessità culturale si unisca a una formazione che sappia stimolare. Roberta ne spiega il perché. “Il mio maestro, Fronzoni, diceva: senza cultura non si progetta; inizia a progettare te stesso e la tua vita e poi arriverai a progettare i loghi, i marchi e le case; non ci si improvvisa, si studia continuamente; ci sono molti metodi, tu ne sposi uno che nel tempo può cambiare e attraverso quello affronti tutto.”

Una formazione precisa e stimolante, dunque, e non artisti bohémien in balìa di un estro intermittente. Infatti, ciò che oggi sta particolarmente determinando l’identità de Il Posto è un progetto di workshop didattici, con la partecipazione di esponenti del mondo della cultura: tra questi, il giornalista Andrea Scanzi (in una veste inusuale, poiché chiamato per parlare di musica), i figli di Ivan Graziani, i registi Daniele Vicari e Daniele Gaglianone, il poeta Giancarlo Sissa, il disegnatore Stefano Ricci e molti altri.

Queste sinergie che, come spiega Roberta, riuniscono a Il Posto “tutte le discipline in cui noi siamo entrate attraverso la nostra curiosità e i nostri costumi”, sono frutto di collaborazioni e buoni rapporti, talvolta nati all’interno dello stesso Posto. Che diventa così una fucina dove, aggiunge Francesca, c’è la “possibilità di chiamare persone di un certo livello dando loro un contributo, e questo per formare dei giovani, delle persone, che altrimenti non le vedrebbero mai insegnare a Modena.”

posto3PORTARE CREATIVITA’ LADDOVE CE N’E’ BISOGNO. Già, Modena. Come se la passa la creatività modenese oggi? Continua Francesca: “Noi abbiamo trascorso molta parte della nostra vita lavorativa a Roma e in giro. Anche con il Posto giriamo, ma stiamo spesso anche a Modena e io mi sono resa conto che c’è una quantità di meraviglia inespressa, di altissimo livello.” Le fa eco Roberta: “Se si potesse dare la possibilità di fare esperienza (una parola enorme e infinita) a moltissimi giovani e non giovani, persone con il talento, si capirebbe anche che questo produce reddito. Non si può scindere il lato economico, e quando si parla di cultura parlare solo di bellezza che ti fa vivere bene. Ti fa vivere bene, ma ti fa vivere malissimo, se tu non hai il denaro per sopravvivere e per alimentare la tua cultura.”

posto4Un eterno ritorno spinoso e frustrante, quello del riuscire a vivere con la cultura o della propria creatività. Specialmente in Italia, come sottolinea Francesca spiegando che un artista – nel senso ampio della parola – non è “né un dopolavorista, né un fannullone” e deve avere “diritti sacrosanti”, ricordando che un investimento su questo capitale umano creativo “non è dare 100 o 1000 euro, ma investire in modo sostanziale e sostanzioso. E si avrebbe un ritorno economico, ma ci vuole una mente aperta e lungimirante per fare questo”. Stessa cosa per dare credibilità, per esempio, ad un ragazzo di 18 o 20 anni. “I giovani – asseriscono le sorelle Vecchi – hanno talmente tante cose da raccontare e da insegnarci. Gli adulti danno un supporto di altro tipo, ma noi rimaniamo molto informate attraverso i giovani.”

posto5NESSUN LIMITE AL BISOGNO DI CULTURA E CREATIVITA’. “Noi abbiamo iniziato quando la Fandango prendeva registi esordienti che avevano fatto documentari o cortometraggi e li portava avanti fino a quando non diventavano conosciuti – racconta Roberta. – Questo paese dava la possibilità di fare nascere i talenti perché erano in embrione e dovevi dare la possibilità di lanciarli. La difficoltà di questo momento storico rispetto alla cultura è il seguente: rimangono le figure che ormai si sono formate e diventano sempre più conosciute, ma in realtà ce ne sono pochissime adesso che hanno la possibilità di venire fuori. Non c’è più questa idea. Ci dicevano sempre alla Fandango che non è col primo film che un regista diventa famoso, può anche sbagliarlo, ma gli dobbiamo dare la possibilità di farne almeno tre.”

Ascolto, credibilità, possibilità, essere pagati per il proprio lavoro, continuità, non darsi limiti, alimentare la propria creatività, unire cultura del progetto e progetto della cultura. Gli ingredienti sono tanti e non ci sono limiti geografici. Per questo Il Posto, che vuole accogliere questi valori in ogni centimetro del suo spazio, pur avendo il physique du role della metropoli si trova a Modena. Perché, conclude Francesca, “anche se ci sono 40°, o -30°, anche se non sei a Berlino o a New York, c’è molta terra fertile: basta avere la possibilità di coltivarla”.

Arte & scuola: il progetto “Graziosi Around”

La Fontana dei Fiumi in Largo Garibaldi, la fanciulla col cesto al Mercato Albinelli e il putto con l’oca in Piazza XX Settembre hanno una cosa in comune: sono opere dell’artista modenese Giuseppe Graziosi. Nato nel 1879 a Savignano sul Panaro e morto nel 1942, Graziosi si è formato a Modena e a Firenze come scultore e pittore, per poi lavorare attivamente in diverse parti d’Italia sia come artista, sia come accademico. Il suo lascito a Modena è una trama di opere pubbliche integrate al tessuto artistico più datato che permea la città, e la Gipsoteca Graziosi presso il Museo Civico che conserva le bozze in gesso di molte sue realizzazioni.

Oggi, a 73 anni dalla morte, l’artista è diventato il protagonista di Graziosi Around, un progetto di valorizzazione che si snoda tra la città e alcune aree della provincia e che coinvolge scuole superiori, realtà culturali e aziende del territorio. Capofila è l’Istituto d’Arte A.Venturi di Modena, assieme all’Istituto per le Tecnologie Agrarie L. Spallanzani di Savignano e all’Istituto Alberghiero di Serramazzoni, in collaborazione con il Museo Civico di Modena, il comune di Savignano, Fiab Modena, Cotamo RadioTaxi, con il supporto dell’Agenzia di Comunicazione Intersezione e dell’Ufficio Stampa del Consorzio Mercato Coperto Albinelli.

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GRAZIOSI AROUND: ARTE E TERRITORIO SI FONDONO ATTRAVERSO LA SCUOLA 

Lo scopo di “Graziosi Around”, vincitore del concorso “I Love Beni Culturali 2014-2015”, è la realizzazione di un itinerario crossmediale tra le opere e i luoghi dell’artista nel territorio modenese. Il risultato sarà una mappa tematica cartacea collegata a strumenti web tramite l’utilizzo di codici QR, dunque uno strumento che incrocia diversi supporti e canali di comunicazione permettendo un’esplorazione del tema a 360°.

Dopo una necessaria fase di studio sulla figura di Giuseppe Graziosi, le tre scuole coinvolte stanno attualmente portando avanti con i professori di riferimento le azioni che rispondono alle proprie specificità. Gli studenti delle classi 4H e 4E dell’Istituto Venturi si stanno occupando della mappatura delle opere che costituiranno l’itinerario, nonché della redazione di schede e testi per la mappa cartacea e il sito web. Se la classe 4H, del corso di Architettura, abbina al progetto l’approfondimento dell’evoluzione architettonica e urbanistica di Modena in relazione alle opere pubbliche di Graziosi, la classe 4E del corso di Grafica si occupa della realizzazione dei supporti comunicativi e della grafica coordinata, tra cui il logo (ideato dalla studentessa Serena Gennari), la pagina Facebook e la produzione di reportage fotografici e video.

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Grazie al coinvolgimento degli altri due Istituti, poi, il progetto esce dai confini della città e dell’arte in senso stretto. L’Istituto Spallanzani di Savignano, terra d’origine di Graziosi, si focalizza infatti sull’analisi del paesaggio rurale all’epoca dell’artista, elemento molto presente nelle sue opere specialmente quelle pittoriche. L’Istituto Alberghiero di Serramazzoni propone invece una ricerca sulle ricette di origine contadina dello stesso periodo, nell’ambito di uno studio sull’evoluzione del gusto e delle tendenze gastronomiche.

Graziosi Around culminerà nel fine settimana del 9 – 10 maggio. Sabato 9 avrà luogo l’inaugurazione dell’itinerario completo di tutti gli strumenti elaborati, con partenza dalla Gipsoteca Graziosi, e arrivo al Mercato Albinelli dove verrà predisposto un buffet a cura dell’Istituto Alberghiero. Per i più sportivi, domenica 10 verrà proposto un itinerario ciclo-turistico da Modena alla casa natale di Graziosi a Savignano, curato da FIAB e comprensivo di una visita guidata ai luoghi dell’artista.

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SE LA VALORIZZAZIONE PARTE DALLA SCUOLA 

Nel gergo tecnico degli addetti ai lavori, “valorizzazione” significa “migliorare l’accesso e la fruizione” ai beni culturali. È questa la direzione in cui va Graziosi Around il cui scopo, come recita il progetto stesso, è “raccontare la città e il suo territorio in modo interattivo, incrociando valori simbolici e luoghi reali, fornendo una visione che unisce musei e territorio in un unico palinsesto ricco di storie e capace di parlare alla comunità a vari livelli, sollecitando memorie e curiosità”.

La digitalizzazione entra quindi a scuola per mettere in relazione la scuola stessa con il mondo esterno, digitale e reale, attraverso un progetto dallo sviluppo concreto che richiede per la sua realizzazione tempo, competenze e sinergie. E soprattutto, un progetto non volatile, ma destinato a restare in modo permanente a disposizione di tutti, sia cittadini sia turisti.

Anche questa è Buona Scuola.

Viale delle Rimembranze: una scommessa ideale contro il degrado

“Ideal”, come ideale. “I deal”, come affrontare, fare fronte a qualcosa. “Deal”, come accordo, riforma. Sono molti i significati che stanno dietro al nome dell’associazione no profit che ha deciso di rimboccarsi le maniche per contrastare la desertificazione del centro storico di Modena e lo stato di abbandono in cui versano alcune aree verdi della città. Si chiama Ideal, per l’appunto, ed è una realtà messa in piedi nel marzo del 2014 da ragazzi e ragazze modenesi tra i 20 e i 30 anni, formata da un nucleo direttivo di una quindicina di persone, ma che conta ad oggi circa cinquanta iscritti.

Incontro due dei suoi membri, il presidente Marco Belforti, classe ’87, e Urania Dekavalis del Comitato Cultura, classe ’85, alla Baracchina di Viale Amendola. Sembra un controsenso parlare di centro storico e incontrarsi nella prima periferia, eppure non lo è. Parliamo infatti attorno a un tavolino con vista sul Bonvi Parken, uno dei tanti polmoni verdi della città, e l’argomento è il parco di Viale delle Rimembranze: il luogo in cui l’Associazione è attualmente impegnata con un progetto di pulizia e riqualificazione. D’altronde, non sarebbe stato possibile ad oggi sedersi a un tavolino con vista sull’area in oggetto.

IL PARCO DI VIALE DELLE RIMEMBRANZE, UN LUOGO SIMBOLICO

ex caserma garibaldi“Ci siamo rivolti all’Assessorato all’Ambiente a maggio dell’anno scorso, già con l’idea di lavorare alla pulizia di un parco – spiega Marco – . Prima di tutto ci è stato consigliato di visionare tutti i parchi per renderci conto sia della complessità, sia della vastità del verde modenese. Noi in primis ne siamo rimasti stupiti, e ci siamo accorti che alla fine i parchi meno seguiti e tutelati sono quelli che dal punto di vista storico hanno maggior pregio.”

Il Parco di Viale delle Rimembranze ne è una conferma. Solo tra le poche centinaia di metri che separano la chiesa di S. Pietro da Via Saragozza, si trovano le statue dei due garibaldini, praticamente coperte alla vista, un tempo situate sulla sommità della Barriera Garibaldi ossia l’entrata est della città. Ma ci sono anche la struttura settecentesca dell’ex Caserma Garibaldi, da tempo totalmente abbandonata e pericolante, nonché l’unico cimelio delle antiche mura che, come commenta Urania, “è talmente ricoperto di vegetazione che sembra la spada nella roccia”. E’ proprio qui che comincia la sfida di Ideal.

sopralluogo ex caserma 2“C’è un interesse storico nel cercare di tutelare e valorizzare quest’area – continua Marco -. Passandoci a piedi o in bicicletta ci siamo accorti di quanto fosse trascurata, sporca, con monumenti di rilevanza storica abbandonati a se stessi. Quindi abbiamo detto: vogliamo fare qualcosa? Partiamo da quello.”

UN SEGNALE DI RESPONSABILITA’ DAVANTI AI CHIOSCHI SOTTO SEQUESTRO

Benché in cantiere da tempo, l’attività di Ideal su quest’area ha preso formalmente il via da qualche mese. Racconta sempre Marco: “Abbiamo quasi definito l’accordo e la convenzione con l’Assessorato all’Ambiente e l’Assessore Giulio Guerzoni, e stiamo parlando con alcuni tecnici ambientali in merito all’assicurazione che ci coprirà nelle nostre attività, per tutelare noi stessi e le persone che interverranno per darci una mano. Però nel frattempo come privati cittadini abbiamo eseguito due o tre sopralluoghi per capire come intervenire e cosa fare.”

Le tappe d’intervento si sono quindi delineate: ripristinare i vialetti in ghiaia, estirpare le erbacce, togliere i rami secchi e la sporcizia organica, attraverso incontri bisettimanali il sabato e grazie all’attrezzatura fornita dal Comune. L’obiettivo a breve termine è riuscire a rendere l’area più gradevolmente fruibile da tutti entro l’estate. Quello a lungo Modena - Garibaldino 2termine è un monitoraggio continuo e l’impegno costante a renderla viva attraverso la sinergia con altre realtà del territorio impegnate su obiettivi analoghi. Sui beni culturali presenti, l’associazione non può ovviamente intervenire in modo diretto, ma scommette sul valore simbolico – oltre che pratico – della propria azione per sensibilizzare chi di dovere. Anche rispetto alla faccenda dei chioschi.

“Siamo dirimpetto agli obbrobri creati in una zona che doveva essere fortemente riqualificata, tutta quella delle baracchine dalla parte opposta alla strada – spiega Urania -. Quello è stato uno smacco per la città, perché lì c’è stato un errore grave delle autorità competenti con un progetto invasivissimo che a tutti è evidente non fosse da fare. Quindi adesso attenderemo le conseguenze del blocco dei lavori e le decisioni successive, però nel frattempo noi diamo un messaggio che è quello che l’impatto ambientale deve essere sostenibile.”

NON SOLO PARCHI PER UN CENTRO STORICO IDEALE

sopralluogo ex caserma garibaldiOltre al progetto di riqualificazione in atto, gestito soprattutto dal Comitato Ambiente di Ideal, ci sono anche le azioni portate avanti parallelamente dal Comitato Cultura e dal Comitato Eventi, per continuare, come spiegano Urania e Marco, “a valorizzare dal nostro modesto punto di vista quello che di bello e positivo abbiamo in questa città, provando a migliorare ciò che non funziona”.

Il Comitato Cultura è attualmente impegnato nell’organizzazione di Slow Cinema, una rassegna di serate presso il superstite cinema Astra, precedute da un aperitivo in centro con commento critico del film di volta in volta proiettato. Il Comitato Eventi è invece il nucleo organizzativo del Bike Fest, iniziativa con cui Ideal si è fatta soprattutto conoscere l’anno scorso e che riproporrà anche quest’anno, rigorosamente in centro storico: l’orgoglio cittadino che oggi più che mai ha bisogno di una dimostrazione d’amore da parte dei suoi abitanti.

Editoriale. “Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo”.

Il giovane di oggi è ben disposto al lavoro, se riesce a trovarlo. I valori più importanti per la generazione che va dai 15 ai 24 anni sono l’amore, l’amicizia, il tempo libero, lo studio e lo sport. La militanza politica è in forte calo, mentre è in crescita la quota di coloro che rifiutano la politica. Questi dati sui comportamenti giovanili non sono aggiornati. Li ho ripescati, infatti, da un articolo sul numero 8 di Note Modenesi datato 25 settembre 1984. Esattamente trent’anni fa.

Sfoglio diverse annate del periodico nel silenzio serale del Centro Ferrari, dopo una giornata di incontri, riunioni e telefonate. Mi soffermo sui titoli di qualche articolo, ma più che una lettura diventa un viaggio nella memoria e nel presente. A volte fatico a calcolare gli anni trascorsi e mi convinco a credere che i problemi siano sempre gli stessi.

“I miracoli sono finiti. La realtà economica emiliana è mutata e il futuro è incerto. Aumenta il risparmio, ma calano gli investimenti” (leggo sul numero del 20 novembre 1983) e col pensiero vado alla discussione sulla riforma del lavoro del governo Renzi e allo scontro con i sindacati; “La Maserati non fonde. Nell’intervista l’imprenditore italo-argentino Alejandro De Tomaso dice che a Modena ci sta bene perché c’è un sindacato maturo, esclude la fusione con l’Innocenti e annuncia il raddoppio delle esportazioni del Biturbo” (23 novembre 1984) mentre nel settembre 2014 risuonano le parole d’addio di Montezemolo alla Ferrari (nel gruppo Fiat assieme al “Tridente”) e l’arrivo a gamba tesa di Marchionne; “L’auto sottoterra. Partirà a marzo l’operazione parcheggi sotterranei a Modena” (febbraio 1986) e il Novi Park è stato inaugurato il 21 luglio 2012; “Gli insegnanti non saranno più tutti uguali. Nel contratto di lavoro firmato recentemente premiate qualità ed efficienza” (febbraio 1987) così mi metto a contare le riforme annunciate e realizzate fino ai nostri giorni, con la mente penso alle scuole crollate col terremoto di due anni fa, ai docenti precari e alle classi multietniche.

Ma il tempo si è davvero fermato? O meglio, le questioni economiche, politiche o di gestione della città sono le stesse che ricompaiono ciclicamente? Le proposte, le politiche e le soluzioni adottate nel passato hanno portato frutti e benefici durevoli per la città?

Ho continuato a sfogliare la storia e il presente anche attraverso i verbali delle assemblee e del comitato direttivo del Centro culturale Francesco Luigi Ferrari che fin dalla costituzione nel 1978 si è imposto di studiare «le realtà economiche, politiche, sociali e culturali della provincia di Modena e della Regione Emilia Romagna», promuovere «la ricerca storica e culturale» e «l’attività di dibattito e di confronto».

Leggo gli appunti dei quattro presidenti che mi hanno preceduto e scopro tanta passione nelle loro discussioni e nei progetti presentati. Esco dalle parole scritte con l’inchiostro e rivivo le ore e le giornate che ho avuto la fortuna di trascorrere insieme a loro.

Paolo (Tardini), papà della mia amica Maria, mi raccontava a casa sua della fatica a concludere il Codice di Camaldoli con i giovani dell’Azione cattolica nel luglio del 1943, una manciata di anni prima della scrittura della Costituzione italiana. Per me era “storia antica”; ora vado a rileggere i “fini dell’attività economica pubblica” (al punto 86), mi sembra così troppo attuale e mi s’imprime un sorriso amaro sulla bocca: «Correggere le eccessive disparità economiche, influire sull’ordinamento economico in vista di evitare eccessive accumulazioni di ricchezza ed ingiusti impoverimenti di alcuni a vantaggio di altri e riassorbire le situazioni di indebito arricchimento che si siano eventualmente verificate».

Luigi (Paganelli), classe 1921, è l’insegnante più giovane e ottimista sulla faccia della terra. Dopo aver letto i giornali nella saletta del centro culturale, questa mattina è venuto da me a dirmi: «Credo che farai bene al Centro Ferrari». Ho i brividi a sentire la sua voce, gli stessi di quando l’ho intervistato per la Gazzetta di Modena nel 2004, dopo la morte di Ermanno Gorrieri, fondatore assieme a lui del Ferrari e del Palazzo Europa: «Non c’è azione sociale seria e produttiva se non è sorretta da un patrimonio culturale. Il pensare su quel che si fa, l’osservare la realtà con l’occhio di chi le cose le vuole studiare, e non afferrarle al volo».

Dario (Mengozzi) ha l’età di mio papà, 84 anni, e anche lui è molto paziente. Mio padre mi ha insegnato a tenere in mano un cacciavite e a crescere toccando con mano le cose; Dario mi ha parlato per primo della politica, di tutti quei meccanismi che ci stanno dietro e che io avevo sempre ignorato, e lo ha fatto esattamente come si insegna ad avvitare una vite… con pazienza.

Gianpietro (Cavazza) è riuscito a farmi capire che i giovani non sono quelli destinati a stare in un angolo a “giocare con le costruzioni o le macchinine”. Mi ha dato fiducia da sempre e mi ha incoraggiato a non restare prigioniero del ruolo, della funzione che si svolge o della posizione “di potere” che si ricopre.

L’economista Jaques Attali diversi anni fa ha scritto (nel suo Lessico per il futuro. Dizionario del XXI secolo): «Dal momento che non possiamo predire il futuro, non ci resta che inventarlo». Penso che il Centro Ferrari abbia sempre lavorato per questo, con Paolo, Luigi, Dario, Gianpietro e tutti i collaboratori, il direttivo, i soci e gli amici.

La crisi di questi anni ci ha reso tutti un po’ balbettanti, ha atrofizzato le menti e le gambe. Ci siamo voltati a guardare il passato (l’ho fatto anch’io in queste righe), e non abbiamo trovato risposte o soluzioni. I giovani, poi, si sono accontentati di osservare, probabilmente anche per negligenza ma il più delle volte perché non hanno avuto spazio per mettersi alla prova, non hanno incontrato adulti-educatori, non hanno avuto nemmeno l’occasione di poter sbagliare. Anno dopo anno, si sta diffondendo un virus (che può diventare letale) di rassegnazione e di pessimismo.

Lo chiamano il tempo della rottamazione e delle promesse… in molti settori (a livello locale e nazionale) non solo nella politica. Si cantano la fine delle ideologie e l’inadeguatezza dei partiti e di altre istituzioni a offrire punti di riferimento. A me pare, molto più banalmente, il momento della confusione. Davanti a vicende complesse e alla mancanza di soluzioni, ora trova maggiore spazio chi spariglia le carte, chi rende ancora più complesso e indecifrabile il gioco.

Credo allora che la prima rivoluzione di cui abbiamo bisogno sia quella della semplicità, della chiarezza e del metodo. Bisogna fare spazio e cancellare la parola “annunci”; avere la forza prendersi il tempo necessario per rimettere ordine nelle nostre teste per far ordine anche nella società; l’immaginazione e la fantasia sono strumenti indispensabili per colorare e rendere più vivace il fondale della democrazia, in questo delicato momento storico.
Non è – evidentemente – un messaggio privato, rivolto a un destinatario preciso, ma un impegno che dobbiamo prenderci tutti, a tutti i livelli, a qualsiasi età.

Azar Nafisi, nel suo libro Leggere Lolita a Teheran, racconta l’esperienza del circolo clandestino di giovani studentesse nell’Iran di Khomeini.
«Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri; bisogna che il tuo mondo privato possa sempre comunicare col mondo di tutti».

Sono contento, oltre che orgoglioso, di poter “vivere questa crisi” in un Centro culturale come “il Ferrari”, assieme a persone con idee, progetti e passioni da condividere con la città e la provincia.
Note Modenesi, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, continuerà a offrire una lettura del presente, dando spazio in particolare a chi – anche senza mettersi in mostra – nella società si muove, propone, offre e mette in campo… con ordine, semplicità e chiarezza. Da vero rivoluzionario.

Paolo Tomassone è presidente del Centro culturale F. L. Ferrari dal 5 settembre 2014.

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Siamo giovani, abbiamo l’inesperienza necessaria per sognare, buttarci, provare

Raccontare attraverso le storie di giovani di tutta Italia la trama dell’occupazione giovanile. Questa è l’idea del progetto “(Dis)occupazione giovanile – Italians do it better” della giovane fotografa bolognese Simona Hassan, presentato a Modena il 30 aprile in occasione della “Notte del lavoro narrato”.

«Si tratta di un progetto che sto portando avanti in tutto il Paese grazie a una raccolta crowdfunding» racconta Simona Hassan, che ha 25 anni e vive in un piccolo paese in provincia di Bologna disperso tra la nebbia e campi sterminati. Neolaureata in Lettere Moderne, al momento si sta dedicando alla ricerca di un lavoro e alla costruzione di questo ambizioso progetto fotografico.

«L’idea è quella di raccontare attraverso le storie di giovani di tutta Italia la trama dell’occupazione giovanile. Ho iniziato l’estate scorsa a fare dei ritratti a ragazzi e ragazze di Bologna (dove vivo) perché si stava avvicinando la mia laurea, ovvero il momento di prendere in mano la mia vita, ed ero stanca di sentir parlare di disoccupazione giovanile, precariato, lavoro che non c’è senza sentir mai parlare dei giovani e di come vivono davvero questo periodo. Così ho deciso di fotografare nelle loro stanze alcune persone e le loro storie, per poterle raccontare».

Il progetto parla della disoccupazione, ma non solo. Quel “dis” tra parentesi è una provocazione.

«Si vuole parlare infatti dell’occupazione giovanile, sapendo che per la maggior parte degli italiani parlare oggi di lavoro significa parlare di non lavoro e/o precarietà – spiega Simona -. La percentuale di giovani disoccupati è altissima e preoccupante. Quello che però non si racconta mai è chi sono i giovani, cosa vogliono, come vivono ogni giorno».

I sogni, le difficoltà, le speranze, le rese e le vittorie quotidiane sono ciò che traspare dalla fotografia e dalla voce di chi viene fotografato (ogni foto infatti avrà associato un file audio con una registrazione della persona fotografata che racconta il suo punto di vista), e le camere da letto degli intervistati sono la location preferita di questi scatti.

«La scelta – ci motiva Simona – è stata dettata dal fatto che spesso e volentieri le camere da letto dei soggetti ritratti sono le stesse camerette di quando erano bambini, nella casa dei genitori. Questi luoghi riflettono, di per sé, una condizione di precarietà lavorativa che diventa esistenziale e che contagia ogni ambito della propria vita. Non avere un lavoro o avere un lavoro precario significa non potersi permettere un affitto, una casa/stanza propria, significa non poter pensare a un futuro che non sia vicinissimo, significa dover restare a casa con i genitori anche quando fisiologicamente è tempo di andarsene e iniziare a costruire la propria strada».

Cosa ti ha sorpreso di più nel realizzare questo progetto e cosa ti ha (eventualmente) deluso?
Finora quello che più mi ha sorpreso è stato il fatto che ho incontrato ragazzi e ragazze davvero consapevoli, coraggiosi e pieni di energia. Non sapevo davvero a cosa sarei andata incontro e questo fiume di energia pura mi ha travolta. E’ davvero forte e coinvolgente avere davanti delle persone disposte a raccontarsi, a spiegare i punti deboli e quelli forti della propria esistenza quotidiana. Alla fine è un reciproco scoprirsi e riconoscersi nell’altro. Per ora nessuna delusione!

Nei tuoi discorsi sul tema tornano spesso le parole “tempo” e “compromesso”: come secondo te tramutarle in “riscatto” e “futuro”?
Bisogna avere moltissimo coraggio e prendere in mano la propria vita facendo delle scelte estremamente difficili. Credo che ci sia bisogno di andare, in ogni caso, muoversi e non farsi fossilizzare da questa brutta situazione che ci invita a immobilizzarci accettando situazioni e compromessi inaccettabili. Un modo (che è un coro) che sta uscendo fuori dalle fotografie delle persone e delle storie che sto incontrando è questo: non dimenticarsi mai che stiamo parlando del nostro tempo e delle nostre vite.

Credi che cercare fortuna all’estero sia rimasta l’unica soluzione?
Assolutamente no. Penso al contrario che non sia nella maggior parte dei casi una soluzione. Vedo l’estero come un’utilissima esperienza, non come una risposta. Molti sottovalutano e preferiscono quella che sembra la strada più corta. In realtà i problemi ci sono anche fuori dall’Italia e le difficoltà in certi casi aumentano. Credo sia venuto il momento di guardarsi in faccia e iniziare a costruire con sincerità la propria strada cambiando le cose partendo dal proprio piccolo. Non è mai stato facile per nessuno, forse per noi le difficoltà sono maggiori, magari semplicemente diverse, ma troveremo un modo. Si trova sempre un modo e se non si può trovare lo si può certamente inventare. E poi: andare via per cosa? Perché? Per fare il cameriere a Londra? No, grazie. Siamo giovani, abbiamo l’inesperienza necessaria per sognare, buttarci, provare. Se ci facciamo rubare anche queste possibilità abbiamo perso in partenza. Se si riesce a trovare il coraggio per provare, mettersi in gioco, si ha già fatto metà cammino.

A questo link troviamo le storie su Bologna. Le nuove storie che Simona sta raccogliendo in giro per l’Italia, a viaggio ultimato avranno un sito dedicato www.disoccupazionegiovanile.it, attualmente in costruzione.