I segreti di un giornale (locale) di successo nell’era del web

Nel vivo di un periodo difficile, in cui la crisi continua a non mollare la presa, c’è chi ce la fa. La giornalista Antonella Cardone tre anni fa ha fondato il quotidiano online sulPanaro.net che oggi, con le sue 10 mila visualizzazioni giornaliere, è il sito d’informazione di riferimento per la Bassa modenese. Nato come blog, si è progressivamente trasformato in un quotidiano di successo andando a offrire un servizio a un preciso pubblico – quello della Bassa appunto – solitamente penalizzato dai tradizionali organi di informazione concentrati per lo più sul capoluogo. A dimostrazione che nel profondo processo di trasformazione che sta vivendo la stampa di tutto il mondo, un pubblico in cerca di informazioni (molto) mirate, puntuali a attendibili non smette di esser presente garantendo – a chi sappia coglierne i bisogni – interessanti margini di crescita, soprattutto a livello locale. Spazi che Cardone e il suo prodotto hanno saputo riempire con crescente successo, tanto che il 21 febbraio scorso la giornalista, insieme alla socia Ginevra Cretì, ha fondato la società sulPanaro Srl.

Cardone e Cretì
Cardone e Cretì

Qual è la storia di sulPanaro.net, da poco diventato società? Come ci si sente dopo la firma dal notaio?
È un passo importante perché diventa una società con più persone. Prima ero da sola… Cominciamo quindi a dar lavoro ad altre persone. Strano, vero? Far nascere un’impresa in questo momento di forte crisi è quantomeno insolito. Il sito appena è nato ha avuto molta attenzione – è stato segnalato da Prima Comunicazione, ha vinto il primo premio dell’edizione 2015 di Intraprendere –  ed è poi riuscito ad attestarsi in poco tempo a 10 mila visualizzazioni giornaliere. In molti mi hanno domandato come ho fatto, a costo zero, a ottenere questo risultato. Il sito è anche diventato anche un caso di studio. Oggi sono tre anni che lavoriamo, e quindi sulPanaro.net non è più una meteora.

Ma tu eri da sola, prima?
Sì.  Io nasco come libera professionista nel mondo dell’informazione e sono stata collaboratrice di diversi giornali: “La Repubblica”, “L’Unità”, “Il Riformista”, “Italia oggi”… Nel 2009 il nostro settore – quello dell’informazione – è stato tra i primi a essere pesantemente colpito dalla crisi, a causa dell’aumento del costo della carta. Quindi i compensi dei collaboratori, chiaramente, sono stati i primi a essere tagliati. Poco dopo, ho iniziato a fare una battaglia politica e sociale: lì è nato il mio impegno al sindacato e nell’Ordine dei Giornalisti, come consigliera nazionale. Da una simile prospettiva mi sono resa conto del panorama di totale desolazione che avevo di fronte: vedevo le mancanze dei nostri editori, dei nostri imprenditori e degli organismi di categoria. Ma paradossalmente, ho capito che proprio a causa di questi vuoti il momento era buono per iniziare a fare informazione: il pubblico continuava ad aver fame di notizie e con internet poteva più agilmente accedervi. Quindi mi sono rimessa a studiare… da WordPress al SEO, fino alle lingue: ho fatto una gran fatica. Ho provato a realizzare diversi siti e quello che ha funzionato meglio da subito è stato proprio sulPanaro.net.

Da cosa è nata l’idea di creare sulPanaro.net?
Da un’esigenza professionale – aggiungere altre competenze al curriculum – e da quella di presentarmi alla nuova comunità in cui andavo a vivere: Rivara. Piangevo quasi ogni sera in quel periodo. Ho deciso di presentarmi per quella che ero: una giornalista. Ho iniziato il 4 gennaio 2014: pochi giorni dopo c’è stata l’alluvione del Secchia. Nessuno sapeva niente. Ero scioccata: non venivano date informazioni in merito a un evento calamitoso di quella portata! Di conseguenza mi sono messa a fare il “collettore” delle informazioni che venivano da varie fonti. Un lavoro che può fare solo un giornalista, dico con una punta di arroganza. La verifica delle fonti e il fiuto, sono qualità prettamente giornalistiche. Da lì le notizie venivano pubblicate su questa piattaforma, condivise su Facebook e su Twitter. E’ andata subito bene. per chi volesse ulteriormente approfondire, gli albori di sulPanaro.net li ha raccontatati molto bene Gianluca Diegoli su Minimarketing.it.

sulPanaro non nasce quindi dalle ceneri di un quotidiano locale preesistente, giusto?
È nato come blog di WordPress. Niente di più e niente di meno. Dopo qualche mese, è stato sistemato ed è diventato un quotidiano online. Un blog che gioco forza diventa quotidiano giornalistico.

Antonella Cardone
Antonella Cardone (immagine tratta dal suo profilo Facebook)

Perché, secondo te?
Perché la richiesta era forte. Le persone hanno iniziato a scriverci per richiederci informazioni. Bello e scioccante allo stesso tempo. Pensa che i comuni non sapevano quello che veniva fatto da quelli confinanti… Pubblicavo sulla piattaforma le ordinanze, in modo tale che tutti potessero accedervi.

È incredibile immaginare una cosa del genere nel secondo decennio del 2000. Trovo molto interessante che il sito sia nato dall’esigenza di voler essere informati. In fin dei conti, è l’essenza del fare giornalismo. Ti accorgi dell’importanza dell’informazione quando non ce l’hai. Riflettevo anche su un’altra cosa: è vero che i quotidiani online non hanno spese per la stampa, la carta ecc. ma è anche vero che oggi passa erroneamente l’idea che l’informazione presente su internet debba essere gratis.
La colpa è stata del primo che ha messo l’informazione gratis sul web, non del web. Perché mai dovrebbe essere gratuita? Io la metterei a pagamento.

Le persone tendono a volersi informare solo online, oggi: una ricerca pubblicata qualche tempo fa sul sito dell’AIE evidenzia il fatto che dalla fine del 2013 si è aperta la forbice fra digitale e cartaceo: il quotidiano di carta è passato di moda…
Non solo: le persone vogliono informarsi solo su Facebook. Con i nuovi smartphone, ci si informa solo sui social. Per gli editori, la sfida è fare in modo che l’utente s’installi l’app sul telefonino, ma non capiscono che invece bisogna stare su Facebook e su Twitter.

Analizzando il vostro sito, si vede infatti che la maggior parte delle persone arrivano a sulPanaro.net da Facebook.
Troppi venivano da Facebook. Abbiamo dovuto fare un investimento forte su Google per riequilibrare gli accessi. Da quando è stata fatta questa scelta, gli accessi sono globalmente triplicati.

Ci sono ancora persone, tantissime anche in ambito editoriale, che hanno paura di Facebook e non fanno una pagina.
[Ride] Hanno ragione. E ti spiego anche il perché: i grandi editori ancora stentano a credere che internet abbia futuro. C’è l’idea che sia una meteora. Quelli che hanno dato vita alle redazioni web pensano nel 2017 il lavoro sul web sia ancora quello di “creare massa”. È impensabile. Quando aprivamo un sito negli anni ‘90 ci veniva detto che era necessario avere tanta massa: ecco perché, per esempio, “Il Fatto Quotidiano” ha tutti quei blog. Proprio perché avendo tante pagine, quel sito ha massa, e dunque è pesante. Anche gli altri sulla sua scia continuano a caricare, caricare, caricare. Oggi le redazioni dei quotidiani sono oberate di lavoro: le persone sono lì a caricare continuamente articoli nel sistema. Grandi strutture non riescono ad attuare cambiamenti con rapidità.

Quali sono sul tuo quotidiano le notizie più cliccate?
Le più cliccate in assoluto sono, ovviamente, le notizie di cronaca nera. Poi, al secondo posto, ci sono quelle sulla viabilità, cosa che non mi aspettavo. Qui nella Bassa è come se ci fosse una città diffusa. Esempio: io dormo a Rivara, vado a lavorare a Mortizzuolo, il mio compagno sta a Cavezzo e mio figlio a San Possidonio. Quindi io devo conoscere la viabilità globale per poter organizzarmi al meglio. Anche a far la spesa si va nel paese accanto, magari ci sono offerte più vantaggiose.

L'account Twitter di sulPanaro.net
L’account Twitter di sulPanaro.net

È bello vedere che sulPanaro.net è diventato un caso di successo coniugando la flessibilità di Internet con un modello di informazione “vecchio stampo”… Per aver successo, insomma, sei tornata alla verità e alla semplicità dell’informazione.
Esatto: proporre informazione di qualità. Perché è vero che il pettegolezzo tira: sui social si collezionano tanti click con notizie del genere, ma ci si squalifica. Questo è il rischio: quello di finire nel calderone. Il giornalista è tornato a essere un’autorità, anche morale, al pari del prete e del sindaco. È quello che sa e che ha l’ultima parola nelle discussioni. Il che è molto bello…

Comunque sui social i giornali vengono spesso offesi quando propongono notizie spazzatura…
Io sto molto attenta a non fare refusi. Non è vero che gli utenti si fermano al titolo, anzi. Basta una minima dimenticanza e ti viene fatta notare subito. Il refuso dà l’idea di sciatteria.

Anche curare la forma è fondamentale. È informare anche questo.
Noi dobbiamo in qualche modo educare i lettori, infatti. Poi ci sono eventi che notoriamente creano scompiglio: quando si parla di profughi, per esempio, volano parole terribili sui social ed entrano in scena gli urlatori arrabbiati. Sono proprio i giornalisti che devono fare tutta un’opera di spiegazione e illustrazione di vari fenomeni, anche perché spesso le autorità politiche o religiose stanno zitte o divagano. Addirittura madri di famiglia e amorevoli vecchiette, quando abbiamo pubblicato una notizia sul tema, hanno lanciato parole agghiaccianti… nel caso specifico abbiamo dovuto fare un lavoro capillare di moderazione dei commenti. L’attività principale legata al sito era proprio quella di moderazione. Questo lavoro paga tantissimo sul lungo termine: perché sei tu che detti le regole del gioco.

A loro volta, secondo me, i commenti diventano parte integrante dell’articolo. L’articolo racconta la notizia, e i commenti in calce diventano uno spaccato della società, analizzabile quindi anche da un punto di vista psicologico. Anche quello è articolo, a mio avviso.
Ho tenuto fuori i commenti dal mio sito: i commenti possono essere inseriti fornendo l’email e dopo una mia revisione. L’abbiamo fatto per motivi legali. Come dici tu però – è vero – mi perdo una parte dell’articolo. Facciamo però articoli in cui raccontiamo quello che succede sui social, perché non è detto che tutti siano iscritti a Facebook. Se c’è un dibattito molto pregnante su Sei di San Felice se…, riportandolo online, diventa fruibile anche da chi non è su Facebook.

Statistiche di sulPanaro.net (30 gennaio 2017)
Statistiche di sulPanaro.net (30 gennaio 2017)

Ho chiesto a varie persone che lavorano a Milano, sempre in ambito editoriale: «Ma come mai non avete Facebook?». Mi è stato risposto: «Perché abbiamo paura dei commenti».
Lo so. Ci vuole tanta energia e spesso una risorsa dedicata. Però paga tantissimo moderare discussioni anche molto accese: perché tu, diventi il leader. Se ne esci male però è un disastro. È una sfida… Chi non è su Facebook deve andarci. Il rischio, nei prossimi anni, è che se non ci sei, qualcun altro potrebbe spacciarsi per te. I profili fake saranno sempre di più. Il social è irto di pericoli, ma è fondamentale.

Il panorama dell’editoria è davvero in profondo cambiamento…
L’ultima parola nell’impresa editoriale ce l’ha l’informatico. Un’idea che ci piace può essere realizzata solo da lui. Il mondo è così, adesso. E i giornalisti, per esempio, devono mettersi nell’ottica di fare il marketing della notizia.

C’è uno scambio fra diverse professionalità. Il fatto che il giornalista scriva su WordPress implica che abbia un minimo di conoscenze di html, così come il tecnico, se deve agire su un impaginato, a sua volta dovrà confrontarsi con un ambito più prettamente editoriale. Dove stiamo andando?
Il giornalista prima doveva fare tutto: dalle foto alla scrittura dell’articolo fino al video e non solo. Io tengo il corso di giornalismo al liceo di Mirandola e ho fatto vedere ai miei studenti quali sono i contenuti multimediali di vari siti. Ho riportato alcuni esempi anche di siti esteri: i contenuti multimediali presenti su siti non italiani sono davvero meravigliosi. L’ultimo che abbiamo visto era esilarante: avevano fatto ubriacare diverse coppie di persone chiedendo loro una riflessione su San Valentino. Pagano il regista, lo sceneggiatore e realizzano contenuti multimediali di altissima qualità. È chiaro che prodotti di questo tipo costano, e non poco. Tra l’altro è coraggioso far vedere un video con persone che si ubriacano…

Sì, qui in Italia si griderebbe in men che non si dica all’incitamento all’alcolismo…
Lo direbbero, e allora? Bisogna difendere le proprie scelte, se fatte con scienza e coscienza. Forse è anche questo che manca: il coraggio. Tutti dobbiamo diventare come BuzzFeed: realizzare contenuti appositamente per il web e crearli multimediali. Il contenuto multimediale non è un testo che viene caricato online assieme a due immagini. Meglio fare una bella photogallery che un video brutto.

Il futuro del giornalismo sul web qual è?
Un prodotto che parli il linguaggio sul web. I giornalisti in Italia sono tantissimi: che dobbiamo fare? O scompariamo, oppure iniziamo a fare un minimo di informazione tecnica e ci rimettiamo a studiare per rispondere a quelle che sono le esigenze del mercato. In alternativa, si deve cambiar mestiere.

Chi ti è stato vicino nell’ultimo periodo?
In questi tre anni è stato essenziale l’apporto del mio compagno, Lorenzo Longhi, che mi ha aiutato tantissimo con il sito. È giornalista anche lui, e quando nel 2015 abbiamo vinto il primo premio come migliore idea di impresa della provincia, alla cerimonia andò lui dato che ero appena diventata mamma.

Progetti futuri?
Ora introdurremo nel team un giornalista! Stiamo capendo come fare, ma se qualcuno ci vuole mandare cv può scriverci a direttore@sulpanaro.net.

 

Charlie Hebdo e il clima delle piazze francesi

Tre mesi a Bordeaux. Non immaginavo che le ultime parole francesi che avrei imparato pochi giorni prima di ripartire sarebbero state fusillade, canarder e tuerie: sparatoria, impallinare, massacro. Non immaginavo nemmeno che avrei passato l’ultima domenica del mio soggiorno in mezzo a una manifestazione che ha fatto uscire di casa circa 140.000 persone in una città storicamente difficile da mobilitare.

Qualche giorno dopo il 7 gennaio, ho preso atto che quasi tutto il mondo è stato bombardato di parole, punti di vista, articoli, pensieri, frasi, dichiarazioni, riflessioni, vignette e quant’altro rispetto alla vicenda, a Charlie Hebdo, ai poliziotti coinvolti, agli ostaggi, alla satira, alla libertà d’espressione, a sono o non sono Charlie. Lo slogan geniale su fondo nero, tanto semplice quanto d’impatto, viene inventato da Joachim Roncin, direttore artistico e giornalista musicale del giornale “Stylist”, che lo posta su Twitter neanche un’ora dopo l’accaduto. “Je suis Charlie” diventa subito virale, travalica le frontiere, fa imparare a tutti il presente del verbo “essere” in francese e diventa una bandiera apolitica, apartitica e aconfessionale attorno cui non manca di ruotare il dibattito: siamo o non siamo Charlie? Se sì, perché? Se no, perché?

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Date le dinamiche dell’attentato a Charlie Hebdo e del sequestro a Porte de Vincennes, nonché la multi-culturalità delle vittime e delle persone coinvolte, mi sembra che nel giro di tre giorni sia stato messo sul tavolo un quantitativo enorme di problematiche, alcune spesso sottovalutate, date per scontate o semplicemente ignorate. Tra queste, la libertà di espressione, di stampa e di satira, il significato stesso della satira, la paura degli attentati terroristici, l’antisemitismo, l’intolleranza o la tolleranza religiosa, la paura del diverso, l’islam, il razzismo strisciante, la vita quotidiana nella società occidentale, l’integrazione o la mancata integrazione, il fenomeno dei foreign fighters.

E’ dura da digerire in un colpo solo. E’ una digestione da pitone che non riguarda solo i francesi e personalmente mi auguro proseguirà attraverso l’utilizzo di strumenti quali il cervello. Nel mentre, sarà per la forza del mondo interconnesso o per un’atavica necessità di ritrovarsi assieme, molte persone hanno sentito un bisogno e sono scese in strada, fino a culminare nelle manifestazioni oceaniche del fine settimana.

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Non ho ancora chiaro come queste strane giornate vengano vissute attualmente in Italia. Ma posso dire che a Bordeaux, tutto a un tratto, il giro in centro del sabato pomeriggio si fa assieme ai gendarmes in tenuta antiproiettile e mitra alla mano. Posso dire che qui la frase ricorrente è “Siamo solo all’inizio”, e non ci si riferisce solo al timore di altri attentati, ma proprio al fatto che tante cose sono rimesse in discussione e questo può portare ad un vasto ventaglio di esiti. Posso dire che è molto sentito il pericolo dell’ipocrisia di chi difende la satira solo quando è in linea con il proprio pensiero, solo quando ci scappa il morto, solo quando conviene, facendo diventare un simbolo una cosa che li prendeva in giro, i simboli.

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Posso dire anche che il Ministero dell’Educazione Nazionale ha inviato una lettera ai professori invitandoli “a rispondere favorevolmente ai bisogni o alle domande di espressione che potrebbero avere luogo in classe”: in alcune classi si è discusso, in alcune no e in altre gli alunni si sono opposti al minuto di silenzio.  Posso infine dire che nel 2017 in Francia si vota ed è lì che si tireranno le somme nel paese: ne trarrà giovamento il popolo di François Hollande che ha guidato la marcia pacifica più colossale della storia francese radunando attorno a sé le teste di una cinquantina di paesi, oppure quello di Marine Le Pen che alle scorse europee ha sbaragliato gli avversari con il 24% e adesso (ri)parla di pena di morte?

Venerdì, quando saluterò Bordeaux in un aeroporto presumibilmente ancora super-pattugliato, non riuscirò a non portare con me queste riflessioni.

Nuovo cinema documentario

Quando la giuria del Festival del cinema di Venezia ha deciso di assegnare il Leone d’oro a “Sacro Gra”, il documentario firmato da Gianfranco Rosi, è riuscita nell’impresa di sfatare due miti: che il documentario fosse una cosa noiosa anche se ben fatta oppure che fosse (solo) quel filmato che lo zio cerca sempre di far vedere alle cene di famiglia. Guardando quel film dove il regista ha osservato e ripreso la vita lungo il grande raccordo anulare di Roma si ha l’impressione di avere tra le mani qualcosa di più simile alla poesia che al freddo racconto realtà.

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Il documentario, inteso come un insieme di documenti – che siano disegni, foto o immagini filmate – esiste perché gli uomini hanno sempre sentito l’esigenza di raccontare le proprie gesta, la storia o il mondo. La necessità di comprendere la propria vita e di scoprire – e quindi mostrare – cose nuove e sconosciute ha fatto del documentario un sistema di racconto che ha attraversato i secoli: prima i grand tour fotografici per mostrare alle classi sociali meno abbienti il mondo che non avrebbero mai potuto vedere altrimenti, poi la scienza con Albert Khan che nei primi anni del 1900 partiva armato di macchina fotografica e telecamera alla volta di paesi sconosciuti per costruire il primo atlante geo-etno-antropologico fino ad arrivare a oggi, con il documentario che entra di prepotenza nelle sale cinematografiche acclamato da pubblico e critica, come nel caso de “Io sto con la sposa”.

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Pur mantenendo le sue caratteristiche di racconto e analisi storica e della società, oggi il documentario si contamina con altri generi: dalla fiction ha preso l’uso di attori e la possibilità di essere a episodi, dal cinema tradizionale il ritmo e l’attenzione alla fotografia. I registi lo hanno sempre amato: Bernardo Bertolucci ne ha fatti parecchi durante la sua carriera, tra cui anche il lavoro collettivo “L’addio a Enrico Berlinguer” nel 1984. Come lui anche Marco Bellocchio o la Palma d’oro a Cannes 2014 Alice Rohrwacher. Oggi, il linguaggio documentario è da tutti considerato tra i più attuali.

Proprio per mettere al centro il cinema documentario nazionale, ma anche internazionale, che propone sguardi innovativi sulla realtà e la storia, a Modena, per il quinto anno, arriva il Via Emilia Doc Fest. Tra gli eventi più importanti, l’apertura giovedì 6 novembre con un omaggio all’Istituto Luce: un film corale dove dieci registi hanno selezionate immagini dell’archivio proponendo il racconto di novant’anni di storia che è anche quella del nostro paese.

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Venerdì 7, invece, il regista bolognese Germano Maccioni presenta “Giulio Andreotti – il cinema visto da vicino” per la regia di Tatti Sanguineti con il quale ha collaborato al montaggio. Il famoso critico italiano ha chiacchierato per anni con il senatore che era un appassionato di cinema e ha avuto un grande peso in aspetti come la censura. Una proiezione in anteprima e unica, perché il regista sta lavorando a una seconda parte e il film sarà probabilmente modificato prima di finire nelle sale cinematografiche il prossimo anno. Sempre Maccioni, autore di “Fedele alla linea”, il documentario che racconta la storia di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, presenterà in anteprima alcuni spezzoni inediti di “Belluscone, una storia siciliana” di Franco Maresco.

In sala, sabato 8 novembre, il documentario nato dallo scambio tra Modena e Tirana che racconta il viaggio in traghetto di dodici ragazzi italiani e albanesi, dal titolo “Il mare che unisce”. Sabato ci saranno i registi Francesca Ragusa (Avec toi sans toi), Valerio Gnesini (Varvilla) e Felice Farina (Patria), che racconta la chiusura di una fabbrica nel torinese. In occasione del festival sarà presentato anche “E’ la mia vita in piazza Grande”, film corale nato da una collaborazione con Unesco e Musei Civici che racconta la relazione tra i modenesi e il cuore della città.

Durante la serata saranno premiati anche i documentari vincitori del concorso web. Domenica 9 uno sguardo internazionale con i quattro corti del premio Maneki Neko Tatami Shot, a seguire “Per Ulisse” di Giovanni Cioni e “Vacanze al mare” di Ermanno Cavazzoni, già scrittore e sceneggiatore de “La voce della luna” di Federico Fellini. Il festival si chiude con “I ponti di Sarajevo”, film corale che raccoglie alcuni dei migliori filmaker europei e racconta la capitale bosniaca protagonista della storia del Novecento.

Immagine di copertina: una sequenza del film documentario “L’uomo sulla luna“.

Chiavi da punjab

La generosità e l’altruismo hanno anche un valore economico.
Uno scooter vale circa 3.000 euro. Un pieno di miscela intorno a 10 euro (anche 12 va’). L’assicurazione lo scorso anno è costata 387,34 euro. Un lucchetto blocca disco circa 32 euro (iva inclusa). Un casco Jet nero con visiera 120 euro e un altro casco senza visiera 50 euro (facciamo 30 euro perché è vecchio). Un paio di guanti in pelle… boh, sono un regalo. L’altro giorno ho risparmiato circa 3.581,34 euro.
Per una banalissima e stupida distrazione, ho dimenticato le chiavi attaccate al motorino, posteggiato per 4 giorni nei pressi della stazione dei treni di Bologna. Se me l’avessero “portato via”, al valore dello scooter & c. avrei dovuto aggiungere: circa mezza giornata tra telefonate, code al posto di Polizia, all’assicurazione… La cortesia di un negoziante arabo della zona mi ha permesso di risparmiare soldi, mi ha tolto diverse rogne burocratiche, mi ha evitato ore e giorni di malumori.
IMG_8529“Chiavi da punjab” è il semplice biglietto che mi sono trovato attaccato al parabrezza del motorino. Come semplice è stato il gesto di Zahid che ha notato il mazzo di chiavi, l’ha preso in custodia, mi ha segnalato il suo numero di telefono per contattarlo.
Questa storia non ha a tutti i costi un senso o una lezione. A me ha, però, fatto riflettere su questa crisi che ci accompagna da oltre quattro anni.
Risparmiare è certamente un buon antidoto alla crisi. Ma non basta. La generosità (e l’altruismo), oltre ad essere un buon sostituto dell’austerity, infonde un senso di ottimismo e incoraggia all’azione. E’ quindi un virus benevolo che potrebbe accompagnare le politiche del rigore che ci stanno propugnando a livello europeo, nazionale e locale.

Mi vengono in mente altri esempi. Se tutti i padroni di cani raccogliessero gli avanzi del proprio “amico del cuore” eviterebbero di rendere infelice qualche passante distratto e incolpevole; libererebbero inoltre alcuni operatori ecologici che al posto di spazzare i marciapiedi potrebbero per qualche ora al giorno tinteggiare le pareti di qualche palazzo per rendere più divertente la città.
Se tutti parcheggiassero la propria auto “solo” negli spazi consentiti, gli autisti dei bus non sarebbero costretti a praticare manovre aereospaziali, a bruciare i semafori rossi e a schizzare i passanti quando piove.
Se tutti andassimo in bicicletta, il sindaco si troverebbe costretto a realizzare nuove piste ciclabili… senza scioperi, manifestazioni e minacce.
I cassintegrati potrebbero vivere questa fase drammatica della propria vita non “da singoli”, ma “insieme”: fare gruppo, parlarsi, inventare nuovi modi per sostenersi a vicenda, avviare dei gruppi di acquisto solidale, darsi un passaggio in macchina per risparmiare sulla benzina, organizzare cineforum in casa per risparmiare sul biglietto del cinema…

Un po’ di esempi per la mia categoria. Se tutti i giornalisti, fotografi e cameraman si mettessero in fila ordinata e – senza bisogno di nuove leggi, decreti o regole – rispettassero le esigenze degli altri, si eviterebbero quei “mucchi vergognosi” attorno al politico di turno e lo si costringerebbe a rispondere alle domande e non a difendersi dall’assalto svincolandosi. Se tutti i giornalisti precari, sottopagati e sfruttati, denunciassero i propri aguzzini (ops, i propri editori e direttori… la “Carta di Firenze” per esempio lo prevede) un po’ di pulizia nel settore arriverebbe automaticamente, senza scomodare rivoluzionari, detrattori dell’Ordine dei Giornalisti o altro.

Per “aggredire” la crisi basta anche un semplice gesto, un biglietto sul parabrezza.

Non mi arrendo. La guerra infinita di Giovanni Tizian

9788852036828-la-nostra-guerra-non-e-mai-finita_copertina_piatta_foEsce domani, edito da Mondadori, il nuovo lavoro di Giovanni Tizian: “La nostra guerra non è mai finita“. Dopo il successo della sua prima opera, “Gotica. ‘Ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea“, tizianbimboun reportage sull’infiltrazione mafiosa al Nord, il giornalista, modenese d’adozione, con questo secondo libro torna alle origini di tutta la sua vicenda umana e professionale: l’omicidio del padre nell’ottobre del 1989 in Calabria, terra d’origine di Tizian.

Dopo la morte del padre, Tizian fugge letteralmente dalla Calabria “per approdare in una città accogliente come Modena, nel tentativo di rimuovere, di dimenticare il passato, di trovare una normalità. Nascondendo a tutti, persino a me stesso, la rabbia e la sofferenza. E così ho fatto per tanto tempo – prosegue – fino a quando, ormai ventenne, ho chiesto in lacrime a mia madre di guidarmi nel doloroso esercizio della memoria. Ho voluto sapere tutto di quella sera del 23 ottobre 1989, di quei colpi di lupara sparati contro la Panda rossa di mio padre. Dopo, per me è stato l’inizio di una nuova vita”.

Una nuova vita che lo ha portato al giornalismo, per cercare di capire, spiegare, raccontare. Accorgendosi però che “la ‘ndrangheta aveva viaggiato più veloce di noi ed era già lì, nell’Emilia terra della Resistenza, a conquistarsi sul campo il predominio della criminalità organizzata e pronta a zittire le mie inchieste giornalistiche. Dopo avermi rubato l’infanzia, voleva portarmi via anche il presente, la libertà e – adesso lo so – la vita”.

A causa delle sue inchieste sulla Gazzetta di Modena e alle successive collaborazioni con Repubblica e L’Espresso, dal dicembre 2011 Giovanni è sotto scorta per le minacce ricevute. Minacce che non hanno fermato la sua indignazione e il suo desiderio di continuare a combattere, con le sue armi, la criminalità organizzata.

Qui sotto, la video-intervista delle Officine Tolau a Giovanni Tizian, “Il caso non è chiuso”, pochi giorni prima che gli fosse assegnata la scorta.

 

 

Pensieri e opere di Leonardo da Carpi

leonardotondelliIl suo primo post porta la data del 25 gennaio 2001. Si parla di lingue che vivono e muoiono. Che, inevitabilmente, si perdono nel tempo. “Una lingua che comincia a difendersi, ad arroccarsi nei dizionari, nelle grammatiche, è già una lingua in procinto di morire. La lingua viva è quella che si inventa tutti i giorni”. Comincia così l’avventura online del modenese Leonardo Tondelli, autore ancora oggi di Leonardo.blogspot.it, blog tra i primi a prendere vita nel momento in cui si diffonde anche da noi questa forma di “diario sul webdestinato a rivoluzionare Internet. Con la nascita delle varie piattaforme per blogging infatti, postare contenuti di qualsiasi tipo sul web diventa di una semplicità elementare. Non serve più conoscere linguaggi complicati come l’html, basta scrivere, cliccare sul tasto pubblica e si è online. E’ subito un’esplosione: ne nascono a decine di migliaia, riversando sulla rete miliardi e miliardi di parole, non necessariamente incrociate tra loro a formare un pensiero compiuto.

Dodici anni dopo, il Professor Tondelli, insegnante di italiano a Carpi, è ancora lì, con i suoi lunghissimi post su Leonardo.blogspot, al quale, probabilmente inappagato dalla quantità torrentizia di parole, ha aggiunto un altro paio di blog su Il Post e L’Unità. Affluenti di un fiume, insomma. Nonostante la “rivoluzione dei blog” sia conclusa da un pezzo, soppiantata dal fascino seducente, ancora più easy e smart, allegramente comunitario, dei social network, come spiega Leonardo stesso: “Una volta qui era tutta blogosfera: chi la usava per incontrarsi e stare con gli amici oggi è passato a Facebook, chi voleva mandare brevi messaggi all’umanità usa Twitter. Adesso la blogosfera è soltanto una cittadina periferica, ci passa ancora un po’ di traffico dalle strade importanti perché ha la fama di essere un posto dove le cose si approfondiscono un po’. Altrove non c’è spazio e non c’è tempo”.

Lui però, che è un pezzo di storia dell’Internet italiano, quello popolare perché nato e cresciuto rigorosamente dal basso facendosi strada a colpi di intelligenza e tenacia nella mission impossible di ritagliarsi seguito e credibilità (obiettivi di chiunque scriva non solo per se stesso, ammesso che esista qualcuno che scrive “solo per se stesso”) non ama particolarmente il superduo dei social Tw&Fb: “Ci passo sempre più tempo, però cerco sempre di usarli per rendere interessante il blog, non viceversa. Spero. È chiaro che negli ultimi anni lo sport è diventato ‘inventa dei contenuti twittabili’. Non basta scrivere un post, bisogna anche cercare di farlo twittare. Prima bisognava farlo tumblerabile, perché c’era Tumblr. Prima ancora qualcos’altro che non mi ricordo”. Insomma, le mode passano, ma Leonardo resta.

O forse il Prof. Tondelli, rivoluzionario della prima ora, ha finito per rimanere legato a un’altra epoca, mentre a una rivoluzione ne seguiva un’altra, e poi un’altra ancora, non più sue. “Più che fedele a me stesso – ammette – forse sono incapace di assorbire le nuove tendenze”. Tendenze che vogliono contenuti sempre più brevi che sennò la gente non legge, tonnellate di fotografie più che di parole, gare di velocità tra chi arriva primo a dare una tweet-notizia invece che fermarsi un attimo e cercare di capire (e spiegare). Le famose cinque w anglosassoni del giornalismo ma, alla fin fine, di qualsiasi intervento argomentato, perfino di un blogger. In italiano: “chi, cosa, come, quando, perché”.

Il parallelo tra giornalista e blogger non è una mia forzatura. Se ne è discusso e se ne discute da anni, di come le due attività si intreccino grazie alla piattaforma offerta da web. Leonardo Tondelli potrebbe esserne proprio l’esempio perfetto. Da sconosciuto blogger pieno di buona volontà a collaboratore de L’Unità e del Post. Una strada da consigliare a chi volesse oggi intraprendere la carriera sempre più complicata di giornalista? “Mi sento di sconsigliare a tutti di seguire la mia ‘parabola’. Io sono convinto di aver comunque goduto di un’attenzione, nei primi anni, anche immeritata, perché ero il primo a fare una certa cosa. Chi ha cominciato 2-3 anni più tardi ed era magari più bravo di me, non ha avuto la stessa fortuna. Ma in ogni caso non sono diventato un giornalista, non sono riuscito a trasformarlo in un lavoro, ci ho investito tantissimo tempo e molta energia, non credo che nessuno dovrebbe fare come ho fatto io. Io ho fatto così perché non sarei riuscito a fare diversamente, scrivere era un’esigenza che veniva prima di quella di far carriera”.

C’è un sacco di gente che arriva sul blog e mi dà del giornalista, non so da cosa lo capiscano, forse dalla punteggiatura. C’è molta confusione. In realtà c’è stato un equivoco sin dall’inizio, nel contrapporre ‘giornalista’ e ‘blogger’: il blogger è chiunque tenga un blog, compresi i giornalisti, che all’inizio avevano per il mezzo una diffidenza esagerata”. Ma la strada per fare il giornalista facendo bella mostra di sé attraverso un blog, secondo Leonardo, è sempre più complicata. Anche per quelli molto bravi. Oggi molti siti d’informazione ospitano dei blog anche di chi non fa il giornalista di professione, ad esempio l’Huffington Post, che però non paga un centesimo ai suoi blogger: “C’è un’offerta di contenuti – le opinioni dei blogger – ipersproporzionata rispetto alla domanda, quindi queste opinioni vengono pagate zero. Ciononostante, se abbiamo un minimo di rispetto nei confronti di noi stessi, dobbiamo fare tutto quello che possiamo per farci pagare. Io preferisco scrivere per un sito sconosciuto che mi paga regolarmente – anche una miseria – piuttosto che per un sito importante a costo zero”.

Pagato o meno, giornalista o no, Leonardo continua a riempire Internet di parole  & pensieri. Pensieri nei quali però sembra trovare poco spazio la sua terra, le sue città, Carpi e Modena. “In realtà ne parlo – spiega – è che per molti anni ho scritto nella clandestinità, senza fornire cognome e indirizzo, e tuttora vivo con disagio l’idea che mi leggano i colleghi o gli amici, per cui tendo a evitare gli argomenti che ho più in comune con loro. Ho ovviamente un rapporto di odio e amore con Modena, Carpi e tutta la provincia, tranne Ravarino che mi annoia e basta. In generale mi sembra che i modenesi e gli emiliani tentino di mascherare dietro un’apparente bonarietà un carattere più complesso e molto più stronzo. Per quanto posso cerco di rimediare, di gettare luce su questa complessità e su questa stronzaggine. Anche se dopo il terremoto faccio più fatica a prendermela con quelli della Bassa, che hanno dimostrato una tempra notevole”.

Al terremoto del maggio dell’anno scorso, Tondelli ha dedicato la sua opera prima, il libro “La scossa”, i cui proventi saranno devoluti alla ricostruzione di Cavezzo: “L’ho fatto solo perché me l’hanno chiesto – racconta – non avrei mai avuto una simile sfacciataggine. Una settimana prima della scossa forte quelli di Chiarelettere mi avevano già proposto di scrivere un e-book, io avevo fatto un paio di proposte, loro mi avevano detto ‘le faremo sapere’, ecc. Qualche giorno dopo, mentre tornavo a Carpi in treno per vedere com’era messa la casa, mi telefonarono chiedendomi di scrivere una cosa sul terremoto e sul momento mi sembrò una sfida che non potevo rifiutare. Poi mi sono pentito un centinaio di volte, ma penso che se avessi detto di no mi sarei pentito di più. È ovviamente un libro molto imperfetto, scritto in un mese mentre la terra ballava ancora e tutte le informazioni a disposizione non erano definitive. Ma sono contento di averlo fatto”.

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La serie di interviste a blogger modenesi: Marlene, confessioni impudiche di una blogger.

Notizie, non missili

Parlare di giornalismo in campagna elettorale è pericolosissimo. Primo perché a qualche settimana dal voto è tutto più amplificato, i riflettori sono puntati più del solito sui partiti e sui politici, i microfoni sono aperti (quasi esclusivamente) alle dichiarazioni di candidati e portavoce. E’ un argomento rischioso anche perché puoi essere frainteso: il politico penserà che ti stai schierando, il sindacato – già in trincea – aspetterà l’inciampo per gridare allo scandalo, i diretti interessati (i giornalisti) storceranno il naso perché – secondo un’antica usanza – criticarsi tra colleghi non è mai da fare.

Per questo motivo accantono l’idea e parlerò più genericamente del “dovere della notizia” e del “doverla darla bene” la notizia. E parto da un episodio recentissimo, ahimè della campagna elettorale.

grilloEcco la notizia – la cronaca – in breve: Beppe Grillo, durante il comizio dello Tsunami tour del Movimento 5 stelle a Bologna, ha ribadito un concetto col suo solito linguaggio canzonatorio: Siamo contro la guerra; non accettiamo l’idea di essere alleati con i francesi che hanno deciso di bombardare il Mali; a noi i tuareg e i mussulmani non hanno fatto niente di male; se i francesi vogliono proprio bombardare qualcuno, che dirigano i propri missili verso il Parlamento italiano dove ci sono solo “politici morti” ecc. ecc. Questo il ritornello che il comico genovese sta ripetendo – uguale anche nelle virgole – da 15 giorni. E lo posso certificare dal momento che per lavoro, seguo i suoi comizi (in media 3 al giorno) in giro per l’Italia, dalla Sicilia all’Emilia, dalla Calabria al Lazio. Unico concetto “nuovo”, nella tappa bolognese, è stato:  se Al Queda decide di fare una rappresaglia anche l’Italia è a rischio… e quindi? a chi dovremmo dare la colpa in quel caso?

Un’agenzia di stampa nazionale, che seguiva in streaming il comizio, ha titolato (ha fatto un flash, in gergo giornalistico): “Grillo: Mali? Al Qaeda bombardi Roma invece”. Cinque minuti dopo un take (un lancio, un articolo per spiegare il flash) con un’aggiunta nel titolo: “Grillo: Mali? Se rappresaglia Al Qaeda bombardi Roma”. Il gestore del sito Repubblica.it, riprende l’agenzia e lancia “Dal palco allestito a piazza Maggiore a Bologna, tappa del suo tour elettorale, Beppe Grillo senza ombrello sotto la pioggia scrosciante lancia la sua ‘proposta shock’: “Al Qaeda bombardi Roma”. Fornisce le coordinate Gps, allude a una “ridente cittadina, un po’ più a Sud di Bologna” e invita Al Qaeda, in caso di rappresaglie per l’escalation militare in Mali, a indirizzare lì i propri missili.”.

La notizia viene anche letta in diretta dal palco, dove Grillo sta ancora parlando alla folla.

Panico a Bologna. Tra colleghi delle altre agenzie stampa ci si guarda. Nessuno aveva sentito l’invito fatto ad Al Qaeda di bombardare l’Italia. Per scrupolo si ascolta la registrazione, e si decide di non dettare una notizia sbagliata (perché di notizia sbagliata si tratta). Ma il danno ormai è fatto: Repubblica non smentisce e – ancora più ridicolo – pubblica sul sito il video integrale dal quale si capisce benissimo il fraintendimento (come il bambino che rompe un bicchiere, si presenta dalla mamma col bicchiere rotto in mano e dice “mamma, io non ho rotto il bicchiere”). Diversi altri quotidiani (chi nell’articolo, chi anche solo nel titolo) il giorno dopo seguono il giornale diretto da Ezio Mauro.

Lo dico con rammarico, perché Grillo e il suo movimento fanno da sempre una battaglia contro i giornalisti: la categoria ha perso l’occasione per riscattarsi agli occhi del M5s. Difficile smentire il leader che ha così commentato: “Ma vi rendete conto di quello che scrivono? Aizzano le persone. Questo è il vero fascismo. Viene completamente rovesciato il senso della mia battuta. Ho espresso pubblicamente la mia contrarietà e estraneità a un qualsiasi coinvolgimento dell’Italia nella guerra in Mali, così come prevede l’art. 11 della nostra Costituzione. Io non ho niente contro il Mali, nulla contro i tuareg che vengono massacrati dalle forze golpiste sostenute dai francesi. Le coordinate gps erano un suggerimento ai francesi, a cui noi dovremmo fornire le basi logistiche. Solo dei giornalisti di regime potevano stravolgere il senso delle mie parole”.

Nel moltiplicarsi di mezzi di comunicazione, alcune “coordinate” possono servire sia a chi dà le notizie sia a chi le riceve.

Raccontare la politica non è come fare la telecronaca di una partita di calcio o di una gara di Formula Uno, dove c’è un inizio, un primo tempo, un podio e semmai le dichiarazioni finali degli allenatori o dei piloti. La notizia è più “lunga”, ha bisogno di più tempo per essere raccontata e per essere letta.

La malizia di certi discorsi politici, va contrapposta con racconti semplici, lineari; ma questo non significa che il giornalista deve accendere il registratore e trascrivere il sermone del politico di turno; un cronista deve mediare, deve obbligatoriamente mediare e fare quello sforzo in più richiesto anche in condizioni difficili, sotto la pioggia o quando si è di fretta.

La politica – che si fonda sulla comunicazione – deve essere onesta: deve usare la stampa per farsi capire dal cittadino e in questo il giornalista può essere un compagno di viaggio.

Il cronista, però, non può perdere tempo con le finte storie e finte notizie; deve essere impaziente di soffermarsi sui dettagli, di studiare i programmi, di confrontare gli annunci e gli impegni presi dai rappresentanti delle istituzioni, dai segretari di partito e dai candidati. Ieri, invece, si è perso tempo. Prezioso. Mentre le elezioni sono alle porte.

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Come se fosse la prima volta

Trent’anni fa un gruppo di giovani, partecipando a un corso di avviamento al giornalismo, ha dato vita a “Note Modenesi”. La rivista aveva una duplice finalità: realizzare un momento di pratica giornalistica ed essere uno strumento di aggiornamento e di formazione politica per chi seguiva l’attività culturale del Centro Francesco Luigi Ferrari.

Anche allora, a cavallo tra il 1982 e il 1983, si viveva un tempo di crisi, e in un suo editoriale Luigi Paganelli scriveva: «“Note Modenesi” tenta di diventare pian piano, attraverso le fresche sensibilità dei suoi giovani redattori, occhio più disincantato e voce più chiara per capire e far capire meglio i problemi» che la provincia di Modena, e il resto del Paese, vivono.

In trent’anni, grazie all’impegno di tante persone, il Centro Ferrari attraverso l’attività di ricerca e approfondimento, ha continuato ad essere una voce critica della società, una critica non fine a se stessa ma aperta a nuove proposte. Crediamo che questa esperienza non vada trascurata, ma anzi ammodernata.

In occasione di questo felice trentennale abbiamo deciso di fare un altro passo avanti e di lanciarci nella nuova avventura multimediale. Lo facciamo consapevoli dell’importanza e dell’efficacia dei nuovi linguaggi – è emblematico che una delle più importanti riviste al mondo, il settimanale americano Newsweek, abbia deciso col nuovo anno di interrompere la versione cartacea per dedicarsi esclusivamente all’informazione on-line – ma anche delle difficoltà che il settore della comunicazione, in Italia e nella nostra regione, sta vivendo.

Il lettore che accetterà di percorrere questa nuova avventura assieme a noi, avrà modo giorno dopo giorno di orientarsi nella struttura che il sito di Note Modenesi assumerà. Gli articoli di approfondimento, i reportage e le interviste che vi proporremo, saranno il frutto di un lavoro collegiale fatto durante le riunioni di redazione. Abbiamo dedicato inoltre uno spazio (i blog) alle opinioni, un luogo di confronto, dialogo e partecipazione. Avremo un ampio spazio video, per dare evidenza a fatti, avvenimenti e persone che, per diversi motivi, non salgono agli onori della cronaca.

Per troppo tempo c’è chi ha pensato che si potesse raccogliere senza arare, seminare e coltivare il campo. Quello presente appare il momento più opportuno per la semina, correndo consapevolmente il rischio che saranno altri a beneficiare del raccolto. Dopo trent’anni è come se fosse ancora la prima volta.